domenica 14 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 8-14 GIUGNO


FILM: Super (2011)
James Gunn, prima di passare agli ordini dei Marvel Studios, diresse “Il Batterista Nudo”, Rainn Wilson, in questo film sui supereroi poco convenzionale, violento e disturbante. Il film, nel suo complesso, è davvero complesso (giocone di parole, eh?). Ciò è dovuto principalmente al fatto che, sotto la maschera di psicopatico, sotto quella di reietto della società, sotto quella di alienato, il protagonista nasconde delle emozioni e dei sentimenti che riassumono meno una determinata condizione umana, ossia l’isolamento o l’abbandono. In questo il film funziona egregiamente mostrando a tratti gli aspetti più fragili di un personaggio controverso ma assai sensibile e umano.
Che Gunn sia un ex Troma (se non sapete cos’è, correte a rimediare) lo si nota da qualche scena bizzarra e sopra le righe, per non dire trash oltre ogni limite, come quella dell’indice di Dio. Il film oscilla sempre tra realismo (sostenuto dalla violenza gratuita ed esplicita) e parodia. Alcuni personaggi, come il protagonista, sono più legati al secondo mondo ma sostengono involontariamente il primo, e lo stesso accade a quelli che risultano più legati al primo. Un intreccio interessante. In quest’ottica ho quindi apprezzato maggiormente il protagonista e il braccio destro del supercattivo rispetto all’esaltata Ellen Page e a Kevin Bacon, ma riconosco che senza questi ultimi il bilanciamento di cui sopra sarebbe venuto a mancare.
Film ben congeniato e ben realizzato, troppo spesso etichettato come opera minore. VOTO: 7.5


ALBUM: Il Padrone Della Festa - Live (2015)
Esiste una cricca di artisti italiani pop poco pop, un po’ alternativi nel loro modo di intendere il pop. Quegli artisti che si conoscono di nome ma non si fanno mai vedere, se non per qualche rapida apparizione sanremese o a qualcuno degli svariati primi maggi che fioriscono ogni anno. Tre di questi hanno la (s)fortuna di conoscersi bene, di frequentarsi nel privato, di essere amici insomma. Stiamo parlando di Fabi Silvestri Gazzè che, dopo aver compiuto un viaggio formativo in Africa due anni fa, hanno deciso di portare un cerberico progetto musicale, chiamato appunto, con quel pizzico di fantasiosa fantasia nostrana, Fabi Silvestri Gazzè. A dirla tutta però, non è che mi sia garbato molto il prodotto che ne è venuto fuori: ho trovato “Il Padrone Della Festa” borioso, nostalgicamente ripetitivo e soprattutto distruttivo dei punti forti che i tre artisti dimostrano di avere separatamente. Un buco nell’acqua profonda dal mio modesto punto di vista. Ho ascoltato poi il live del concerto che è succeduto all’album in studio e la mia parte intollerante si è dovuta ricredere: il disco in questione riprende molti brani famosi dei tre solisti e li reinterpreta in maniera fresca, nuova. Hanno svecchiato pure “L’Y-10 Bordeaux”, dai, un plauso lo meritano. Anche gli estratti del lavoro congiunto dimostrano di avere una forza celata inimmaginata. Una bella scoperta. VOTO: 7.5



ALBUM: Run (2015)
Gli Awolnation, band-progetto di Aaron Bruno, tornano e cercano di bissare il successo del primo album (che ricordiamo trascinato dalla perfetta Sail), ma non riescono nell’impresa. Ci troviamo di fronte ad un prodotto che si copia nel corso di quattordici lunghe canzoni, si ripete e non osa quasi mai. Il classico suono elettronico discordante, marchio di fabbrica degli AN, viene bilanciato in maniera rivedibile: alcuni brani ne abusano, in altri è completamente assente.
L’album in realtà parte bene: “Run” accelera e introduce bene, “Fat Face” si lascia ascoltare, ma è “Hollow Moon (Bad Wolf)”, singolo che anticipava l’uscita del lavoro in studio, il brano che tiene alte le aspettative. La struttura classica dell’elettronica degli AN mischiata agli Arcade Fire e a tendenze più soft, più alternative, più folk. Un pezzo decisamente riuscito. Si continua discretamente per arrivare a “I Am”, altro singolo molto più pop, accessibile, ma non per questo scadente; si può riconoscere un giro di piano simile a quelli di Chris Martin. Da qui in poi, a parte un paio di eccezioni, l’album declina verso l’inutilità. Solo noia, peccato. Poteva essere un prodotto carino e fresco, molto adatto al periodo estivo, ma così non è. Evocativa la cover. VOTO: 5.5



FILM: La Tempesta Del Secolo - Seconda Parte (1999)
Eccoci finalmente. Dopo una settimana di pausa forzata torniamo a parlare della miniserie di Stephen King che turba, inquieta e fa riflettere. Per capire ciò che verrà detto vi invito a leggere o rileggere la receimpressione della prima parte.
Dove eravamo rimasti? L’entità aveva già cominciato a controllare le menti della popolazione dell’isola, ma quello era niente rispetto a ciò che accade nella seconda parte. In realtà gli eventi non precipitano velocemente come ci si potrebbe attendere da una miniserie, ma l’ansia è crescente e si sente che sta per accadere qualcosa. Tutto porta a pensare che il finale dell’episodio sia la chiave dell’intera opera e così è. Mentre la popolazione continua a subire l’influenza di Linoge (o Legion, per chi ha visto o letto “La Tempesta del Secolo”) il protagonista è combattuto sul da farsi: gli abitanti vorrebbero che uccidesse a sangue freddo la minaccia, ma il buon senso prevale in lui. Lo stesso non si può dire per il resto dell’isola che, sul finire della puntata, decide di scagliarsi contro l’entità, portandola a mostrarsi per quello che è, ossia un demone onnipotente, ma non immortale, badate bene che ciò sarà fondamentale. Lo stregone quindi ricorda nuovamente che se gli verrà consegnato ciò che vuole lascerà libera l’isola del Maine. A quel punto Linoge fugge, lasciando interdetti i presenti. La caccia all’uomo può dirsi conclusa, ma la scelta sarà ardua.

Il livello tecnico perpetua nella mediocrità, ma la trama è ormai entrata nel vivo e la mano del maestro si sente sempre più. Un gradino sopra la prima parte. VOTO: 7

sabato 13 giugno 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 5

Eccoci, finalmente ci siamo: il giro di boa corrisponde con la svolta che stavamo aspettando dall’inizio, o che forse non ci saremmo mai attesi. Ecco ciò che colpisce di più di questo episodio. Esso riesce a stupire in ogni sequenza, ad essere un continuo colpo di scena. Proprio quando si pensava che la trama virasse verso la teoria del complotto e lasperimentazione sociale su indifesi esseri umani costretti a vivere in un simil Truman show, quando ormai avevamo definito chiaramente personaggi positivi e negativi, proprio l’individuo più controverso, ossia quello che fino a poco fa conoscevamo come lo psichiatra della clinica di WP, porta la storia della miniserie a spostarsi verso temi impensati e per certi versi impensabili. Mutazioni genetiche, estinzione della razza umana, apocalisse, viaggi nel tempo, ibernazione, 4028. Solo elencando i nuovi temi introdotti nel corso della quinta puntata fremo dalla voglia di vedere come prosegue la narrazione. Ma andiamo con ordine; cerchiamo di ricostruire la serie interminabile di rivelazioni che in questi quarantacinque minuti gli sceneggiatori ci hanno sbattuto in faccia senza mezze misure, dopo un quarto episodio lento e, a posteriori, direi preparatorio.



Uno scienziato, che poi sarebbe Pilcher, ha previsto, attraverso improbabili studi genetici, con duemila anni d’anticipo (DUEMILA! capiamoci) la fine dell’essere umano in seguito ad una mutazione genetica che giustifica la presenza dei famosi “lupi” di cui parliamo da settimane. Essi non sono altro che esseri androgini con poca ragione, guidati da un istinto primordiale e dotati di forza e velocità sovraumane che potrebbero divorare un uomo in pochi minuti. Pilcher ha poi deciso di portare avanti un progetto si salvataggio del genere umano attraverso la stessa città di WP. Questo passaggio mi è poco chiaro: in che modo lo scienziato (pazzo, decisamente pazzo) è riuscito a fortificare la città negli anni ’90 con la certezza che poi questa recinzione resistesse alle avversità e soprattutto alle pericolose azioni delle “aberrazioni” (i mutanti)? Non è cosà di tutti i giorni organizzare il viaggio nel tempo di massa. Molte incongruenze che nella trascinante euforia del momento possono sembrare colpi di genio, ma che a mente fredda si rivelano per quello che sono. Pilcher ha poi ottenuto il permesso dagli enti governativi di cominciare a tramortire con un incidente e di ibernare centinaia di persone. Dalle parole del’ultimo barbuto arrivato, con cui la moglie del protagonista ha un contatto in quanto nuovo agente immobiliare, veniamo infatti a sapere che le celle criogeniche sono molte e sono tutte piene e le persone vengono scongelate ( un po’ come la carne nelle grandi famiglie) all’occorrenza, ossia a seconda dei piani del burattinaio e delle morti avvenute nella floridissima comunità. A questo punto comunque è iniziato il progetto dell’ex psichiatra che consiste nella creazione della “prima generazione”, cioè una nuova classe di adolescenti destinata a ripopolare il mondo. Ancora non ci sono noti i criteri di scelta di questi ragazzi, ma indubbiamente, dalle parole della creepy professoressa che cerca con successo di sottomettere le menti degli alunni, i genitori di questo sono solo delle pedine, utili solo per un breve periodo, solo fin quando i ragazzi sanno autonomi, dopodiché saranno a mio parere dannosi per la comunità oltre che inutili e verranno soppressi, almeno nelle idee del responsabile del progetto, almeno secondo me.


Mi sembra tutto, ma se non bastasse, queste rivelazioni hanno generato dubbi ancora maggiori. Riprendiamo quindi con la classica carrellata di domande che mi affliggono e a cui non riesco a dare una risposta completa e convincente. Perché si è stati così clementi con le scorribande di Ethan Burke e perché si continua a sostenere l’importanza del protagonista per l’intera comunità? Perché l’FBI porta avanti questo progetto in maniera così segreta senza invece formare i propri agenti a ciò che andranno in contro? Cosa sanno i cittadini a cui è proibito conoscere la verità che viene svelata ai ragazzi? Come fanno questi ad obbedire senza ribellarsi se non conoscono la natura della minaccia che li costringe a non avere futuro? Nel progetto impeccabile di Pilcher, dopo aver dato vita alla “prima generazione”, come potrebbe questa far fronte alle aberrazioni negli anni a seguire? Esiste un progetto volto ad invertire l’estinzione umana in favore dei mutanti o si menterrà unicamente la città di WP come ultimo immortale baluardo? Chi sono a questo punto i personaggi negativi se tutti gli abitanti del posto si trovano in realtà nella stessa barca e dovrebbero remare perfettamente coordinati per poter garantire un futuro al genere umano? Perché, se dunque non ha cattive intenzioni nel confronto del protagonista, Melissa Leo deve sempre fare facce minacciose? Perché lo scienziato si è visto sia nel passato che nel futuro e perché l’ex sceriffo era entrato in contatto con la famiglia Burke, mentre questa cercava di salvare Ethan, al di fuori della città?


Per rispondere a questi ultimi due quesiti ho pensato alle dinamiche dell’ibernazione e del viaggio nel tempo. È evidente che esista un modo per viaggiare liberamente tra le due epoche, ma così non si spiega il motivo per cui le persone vengano ibernate per poter prendere parte al progetto WP. Potrebbe esistere una porta principale della città che se attraversata riporta direttamente nel passato, una sorta di Stargate temporale. A questo punto quindi si creano dei paradossi temporali (di cui parlavo un anno fa di questi tempi, per chi se lo ricorda): se Pilcher torna indietro nel tempo e ordina di ibernare determinati individui cambia il corso del tempo? Si riempiono misteriosamente nuove celle criogeniche nel sinistro deposito intravisto nel quarto episodio o si creano realtà parallele e alternative a quella corrente? Sceneggiatori, non si scherza coi viaggi nel tempo. Marty ne sa qualcosa.



Solo ora mi accorgo di quante domande (tante) e quante risposte (poche) ho proposto in questo quinto commento. Obiettivamente sono queste domande senza risposta che rendono WP un prodotto godibile, leggero, accattivante ed entusiasmante; ottimo intrattenimento estivo. L’hype è sempre maggiore e la storia riesce a stupire con colpi di scena talvolta ben congeniati, talvolta buttati un po’ a caso. Nel complesso, considerando alti e bassi, il livello della serie continua ad essere accettabile e i nuovi quesiti introdotti mi terranno in trepidante attesa fino a giovedì prossimo. Semplicemente appassionante e divertente.

giovedì 11 giugno 2015

NBT: REAL ESTATE

L’estate sta arrivando e la sessione estiva incombe. Non disperate però. Insieme al caldo umido e afoso, alle aule affollate, senza aria condizionata e al miraggio di un agosto che agognate ma che passerete a studiare per la sessione di settembre (non ci crede nessuno che passerete tutti gli esami a luglio), stanno arrivando anche alcune interessanti novità.



My love is cool – Wolf Alice (23 giugno, Dirty Hit/RCA)
Finalmente, dopo averci deliziati con due piccole, grandi perle come “Blush” (EP, 2013) e “Creature Songs” (EP, 2014), gli inglesi Wolf Alice si sono decisi a pubblicare il loro primo album vero e proprio. Giusto per ricordarvi di cosa sono capaci questi quattro ragazzi, riascoltatevi il post-grunge misto shoegaze di “Storms” o l’altervative di “Blush”. Le aspettative per questo loro nuovo album sono alte, insomma. Io non vedo l’ora di ascoltarlo. Finalmente.

Singolo: Giant Peach



Currents – Tame Impala (17 luglio, Interscope)
Dopo un (si spera) grande debutto, ecco un (si spera) altrettanto grande ritorno. Manca poco più di un mese all’uscita di questo nuovo lavoro ma Kevin Parker e compagni ci hanno già sommerso con una valanga di canzoni. La loro annunciata escursione nei meandri dell’elettronica ha suscitato perplessità nei fan più puristi del genere. Almeno per ora, tuttavia, sembra meno drastica di quanto ci si aspettava; batteria e basso (non il bassista, però) sono gli stessi che ci avevano emozionato in “Lonerism” (2012), ciò non toglie che lo stile sia notevolmente differente dai loro lavori precedenti. Il risultato sembra niente male e poi dai, sono Australiani: se sono sopravvissuti a ragni e serpenti velenosi per tutto questo tempo ne sanno di sicuro più di noi di sicuro.




No No No – Beirut (11 settembre, 4AD)
Altro che Pag o Ibiza o che so io, questo settembre preparate le valigie e si va tutti in est Europa. Già, perché dopo i fortunati “The Flying Club Cup” (2007) e  “The Rip Tide” (2011) la band di Zach Condon ci riporta nuovamente alle musiche intrise di magiche atmosfere balcaniche che caratterizzano il loro particolarissimo folk. Folk che rispolvera una cultura che forse troppo spesso bistrattiamo, ma questa è un’altra storia.

Singolo: No No No



Caracal – Disclosure (25 settembre, PMR/Island)
Dopo i crimini che le varie discoteche in spiaggia perpetreranno ai danni delle nostre povere e indifese orecchie, sarà piacevole tornare a un po’di musica elettronica di un certo livello. In realtà devo essere sincero, non sono molto preparato su questo genere, ma il duo inglese Disclosure sono ormai una realtà affermata. Il loro album di debutto “Settle” (2013) è in effetti un gran bell’album con dei gran bei pezzi (i singoli “Latch” o  “White Noise” ad esempio). Speriamo che questo “Caracal” sia all’altezza del suo predecessore.

Singolo: Holding On


Che dire? Tante, tantissime aspettative, alcune si concretizzeranno, altre saranno deluse, chissà. D’altronde è questo il bello dell’estate, no? Be’ in tutti i casi c’è poco che potete fare, quindi rilassatevi. Buon ascolto! 



Davide Quercia

martedì 9 giugno 2015

FLOP 10 CINECOMICS MARVEL - PRIMA PARTE

Il solo fatto che per una TOP 5 esista una FLOP 10 dovrebbe già suggerire quanti film tratti dai fumetti Marvel si siano rivelati poi dei flop, più o meno clamorosi, e quanto, a conti fatti, dal mio punto di vista, il livello medio dei prodotti supereroistici contemporanei sia a tratti infimo; elogiato ed innalzato dai fanboy e da manovre di marketing ragionate. Mi viene da pensare che le eccezioni siano i prodotti godibili, anziché le ignobili commercialate vuote di contenuti realmente interessanti.
Ci tenevo poi a precisare che, per ogni saga Marvel, è stato inserito un singolo film, il peggiore, per evitare ripetizioni e classifiche interminabili. Vorrei anche aggiungere che, specialmente in questa prima parte, la differenza tra due titoli in posizioni adiacenti è assai sottile, talvolta pressoché nulla. Passiamo quindi all’analisi dei film dalla decima alla sesta posizione.



10° POSIZIONE: The Incredible Hulk (2007)
Il meno brutto dei brutti, il meno peggio. Dopo il primo capitolo introspettivo e riflessivo diretto dal celebre Ang Lee, il cappellino con visiera con su scritto “Director” è passato sulla testa di Leterrier, e il cambio si è sentito. The Incredible Hulk, a dispetto di un cast eccelso (con il mio amato Edward Norton nel ruolo di protagonista) e di un budget invidiabile, risulta essere un’accozzagli di elementi action che stonano con la doppia natura dell’eroe verde. Dopo un inizio in medias res, il film si perde, si dilunga e annoia senza infamia né lode. A tratti cerca di essere un action, a tratti un thriller psicologico, a tratti un road movie, ma non riesce mai ad mantenere una linea definita per più di un quarto d’ora.  Prodotto sottotono ed evitabile, anche se più originale in quanto realizzato prima della rivoluzione ironmaniana; un po’ come la globalizzazione.



9° POSIZIONE: The Amazing Spiderman 2 - Il Potere Di Electro (2014)
Non posso dire che in generale questo film non mi sia piaciuto; il suo lavoro di mero intrattenimento lo fa, ma presenta troppe falle, troppe debolezze, troppe incertezze. Ogni colpo di scena, se così possiamo chiamarlo, è telefonato a partire dal primo secondo della pellicola, morte che stravolge la vita del protagonista nel finale compresa. Mai una sorpresa. I nemici poi falliscono miseramente: in tre non riescono mai a sembrare davvero minacciosi, non riempiono mai lo schermo senza la presenza pesante dell’Uomo Ragno; poco carisma e profilo psicologico abbozzato e stereotipato. Rhino comparsata, Electro ridicolo, Goblin irritante. Anche le rivelazioni sul passato del protagonista annoiano e non convincono.
La storia d’amore di Spiderman e Gwen sembra quella di Dawson’s Creek (con annessa scena in lacrimoni), ma almeno ci regala Emma Stone, vero punto di forza dell’intera saga.



8° POSIZIONE: Thor (2011)
Film del filone degli Avengers con la talentuosa Natalie Portman e il palestratissimo Chris Hemsworth. Già la scelta del cast denota la volontà dei Marvel Studios di ampliare il loro pubblico e di aprirsi anche ai neofiti dei fumetti; una svendita di un prodotto che una volta era per soli nerd insomma.
Il film è realizzato bene, ottimo il dualismo Asgard - Terra. Il grande problema dell’intera pellicola sono però i tempi: tutti clamorosamente sbagliati. La cacciata di Thor, l’arrivo sulla Terra, l’amore con la bella scienziata, ma soprattutto il cambiamento del protagonista. In un giorno sul nostro pianeta questo dio fiero e alquanto chiuso al mondo esterno si innamora, si redime, scopre l’uguaglianza delle popolazioni dell’universo e riacquista i poteri. Tutto in un solo dannato giorno. UNO. Oltre a ciò altre sciocchezze in fase di scrittura minano la credibilità di un titolo che cade troppo spesso nel banale. Se non ci fosse stato Loki credo avreste letto di questo film la prossima settimana.


7° POSIZIONE: Iron Man 3 (2013)
La svolta dark dell’uomo con l’armatura che vuole ricalcare quanto fatto da Nolan con l’uomo pipistrello. Il film, ancora una volta, rientra nel novero dei prodotti Marvel realizzati bene ma scritti coi piedi. Quando tutti voltano le spalle al simpaticissimo Robert Downey Jr. avrei voglia di voltargliele anch’io. Una serie di eventi incoerenti e campati in aria che di dark non hanno niente e un villain, il fantomatico Mandarino interpretto da Gandhi in persona, che non è un villain ma un impostore, un fantoccio, un burattino. Delusione.
Il problema principale di questo film è forse il trailerche ha creato false aspettative: tragicità, phatos, armature che si scagliano contro lo stesso Iron Man. Niente di tutto ciò. Il film è la solita commediola mal riuscita. Niente di nuovo.



6° POSIZIONE: Wolverine - L’Immortale (2013)
Gli X-Men. La seconda saga dal punto di vista cronologico per la Marvel. Una serie che fa della pluralità del gruppo di mutanti  il suo vanto diventa una sottoserie incentrata su un solo protagonista, Wolverine appunto. Se Wolverine - Le Origini poteva essere divertente preso come semplice concentrato d’azione e dimostrava di avere una trama abbastanza interessante (carino anche per la presenza del presunto assassino della mamma di Sidney Prescott), il suo sequel indiretto si rivela essere solamente una trashata senza capo né coda. Logan è turbato dalla morte di Jean e allora viaggia fino in Giappone dove ci sono robot samurai che combattono con le spade sui tetti, il tutto condito da magnati e clan che vogliono i poteri del mutante. Lo vedete da soli che non regge. Non regge niente. Oltretutto è anche soporifero oltre ad essere terribilmente brutto e nella continuity della saga nel suo complesso non conta nulla, se non per la solita scena successiv ai titoli di coda. Hugh Jackman però è sempre Hugh Jackman, non c’è niente da fare.


Per oggi la nostra avventura nella faccia oscura della Marvel finisce qui. Vi prometto che la prossima settimana analizzeremo perle di rara bruttezza, film orribili a di là del fatto di essere tratti dai fumetti, abomini che nessuno dovrebbe vedere. MAI.

domenica 7 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 1-7 GIUGNO



FILM: Kung Fury (2015)
Non lo so. Non so cosa dire. Non so ancora dire se si tratti di un capolavoro indiscusso della cultura pop trash anni ’80 o se siamo di fronte alla più grande accozzaglia nonsense della storia del cinema (ma protendo molto più per la prima). Nato come progetto finanziato direttamente dai futuri spettatori su Kickstarter, Kung Fury narra delle avventure di un giovane poliziotto che, in seguito ad un incidente, è diventato appunto Kung Fury, ossia il prescelto secondo una particolare branca di tale arte marziale. Il prescelto per cosa? Non ci è dato saperlo. Non voglio spoilerervi oltre perche potrei rovinare a voi tutti il gusto di scoprire piccole chicche, citazioni e dissacranti sequenza. Volevo solamente elencare gli elementi che più mi hanno destabilizzato/estasiato/divertito/turbato: “insert coin”, i Laser, KITT, il Triceracop, i laser, la morte del collega, l’aquila di Hitler e i laser. Ci sono un po’ di laser in questo corto.
Tecnicamente il prodotto in questione è fantastico e supera di gran lunga blockbuster plurimilionari Hollywoodiani. Talvolta si eccede nella computer grafica, ma forse è voluto, forse no, non importa, tanto ci sta, ci sta eccome. Il continuo inserimento di elementi surreali e decontestualizzati mi ha portato inevitabilmente a pensare ai Griffin e devo dire che questo corto supera di gran lunga le stranezze medie di Seth, senza però scadere nel banale e soprattutto nella volgarità gratuita. Invito voi quindi a guardarlo e a lasciar vagare il cervello per campi infuocati pieni di T-rex, unicorni, Amazzoni, laser e laser per mezzora. Buona visione. VOTO: 9.5
  

ALBUM: The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars (1972)
David, David, ma che titoli mi trovi? Mica puoi descrivere l’intero e complesso personaggio attorno a cui ruota il concept album solo nel titolo. L’effetto che deve fare lo fa, però oh, ogni volta che lo cito con qualcuno devo portarmi dietro una bottiglietta d’acqua per ridare vigore alla fauci secche dopo aver nominato l’innominabile capolavoro; perché è di capolavoro che si tratta. Ziggy Stardust (abbreviamolo così) è più di un album, è il manifesto di una generazione decadente e disinteressata, l’emblema di un artista meraviglioso, lo specchio della gioventù post sessantottina. Ogni brano aggiunge dettagli alla storia di Ziggy appunto, extraterrestre androgino proveniente da Marte (Life On Mars?) finito sulla Terra in un’immaginaria epoca post apocalittica. Una profondità nelle metafore che raramente si era vista in precedenza e raramente si è vista negli anni successivi. Parliamo poi della musica: brani senza tempo che ancora oggi si fanno fischiettare a distanza di oltre quarant’anni. Starman, Star, Moonage Daydream, Suffragette City, Ziggy Stardust. Pezzi di storia, arte. Il primo Dieci della storia delle Recensioni Della Settimana. Sono commosso. Sigh. VOTO: 10


ALBUM: Drones (2015)
Avevano promesso di tornare duri e cattivi come un tempo e l’hanno fatto. Sono tornati più duri che mai. Quando per duri s’intende che hanno eliminato la parte orchestrale che li accompagnava da qualche lavoro e hanno limato quella elettronica, che invece era diventato vero e proprio marchio di fabbrica, per fare spazio agli strumenti veri e propri, alla musica, a bassochitarrabatteriaetastiera, com’era un tempo, ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen. Il risultato è sì in linea con le aspettative ma forse manca nella stoccata finale. Forse è meno orecchiabile, meno pop, un sound più ricercato e meno piacione. Forse non era esattamente ciò che mi aspettavo, ma non si può negare la qualità dell’album nel suo complesso complesso.
I brani, a parte qualche eccezione, ruotano tutti attorno al tema del sopravvento delle macchine sulla sensibilità umana (“Killed by drones”). Come già detto due settimane fa, alcuni brani scorrono bene, altri invece ricalcano modelli già ampiamente conosciuti e risultano pedissequamente pedanti alla lunga. “Dead Inside”, “Mercy” e “Reapers” sopra le altre, ma nessuna sfigura nel complesso. Solo io ho sentito qualche movimento Queenico in quest’album? Comunque ben fatto Muse, ogni album è una scoperta, ogni lavoro è un esperimento. Mai fermi, solo applausi. VOTO: 8



FUMETTO: XIII (1984)
Torniamo a parlare di fumetti e lo facciamo con uno dei capisaldi del disegno occidentale, ossia XIII. Tredici è la storia di un ex killer professionista che, dopo aver subito un tentato omicidio, si risveglia senza memoria in una casupola sul mare. Non poche persone tenteranno di acciuffarlo per farsi rivelare la verità sull’assassinio del Presidente degli Stati Uniti, e così lo smemorato dovrà contemporaneamente sfuggire dalla malavita che lo bracca e investigare sula sua vita passata. Una trama che oggi potrebbe aggiungere poco al nostro ideale di thriller complottistico, ma che trent’anni fa elevò a dismisura il livello medio delle produzioni fumettistiche europee e non solo. Un punto di riferimento per certi versi insuperato.
Storia coinvolgente, disegni più che discreti e soprattutto molta suspance. Fossi in voi comincerei a recuperare la ristampa in mega uber alles unlimited edition a colori pubblicata mensilmente da Silvio e cominciata circa tre mesi fa. Non ve ne pentirete, voi. Io so, mi sto pentendo di aver fatto pubblicità a Silvio. Che vergogna. VOTO: 9


Ricordate la scorsa settimana, quando recensii “LaTempesta del Secolo - Prima Parte”? ecco, il mio intento era quello di parlare delle tre parti separatamente e settimanalmente per tre lunghe domeniche. Quello di cui non avevo tenuto conto era il tempo, le invasioni barbariche e una scomodamente rallentante fasciatura. Mi scuso quindi, ma la seconda parte della miniserie verrà recempressioanta la prossima settimana, impedimenti permettendo, così avete anche più tempo per guardarla se siete curiosi, perché siete curiosi, DOVETE essere curiosi miei adepti (*evilsmile).

sabato 6 giugno 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 4

Premetto che ho pensato a una linea generale da seguire per quanto riguarda le miniserie che analizzerò da qui all’eternità: ho deciso di concedere un massimo di due passi falsi clamorosi ed evidente ad ogni serie, prima di bollarla come flop. Wayward Pines il primo bonus se l’è giocato con il terzo episodio. In questo quarto invece si rialza, non brillantemente, ma si rialza.


A dirla tutta la puntata parte abbastanza male, sulla scia della precedente. Il protagonista viene nominato inaspettatamente (colpo di scena ad effetto) nuovo sceriffo dopo la dipartita dell’ottimo e minaccioso Howard, ma la notizia dell’imminente investitura da parte del sindaco e dell’infermiera non smuove Ethan di una virgola. L’espressione da duro prevale sul realismo e la puntata inizialmente ne risente. Poi la situazione cambia quando viene introdotto il personaggio chiave di questo episodio: Peter McCall, agente immobiliare stanco della farsa a cui sono costretti gli abitanti di WP e accusato di insubordinazione. La difficile decisione che Burke dovrà prendere sul futuro del pover’uomo sarà centrale per il ritorno al realismo e alla credibilità della trama principale della serie.
Dall’altra parte si sviluppa una sottotrama utile allo sviluppo dei personaggi, ma assai lenta e poco accattivante, legata al giovane Ben, alle prese con l’inserimento nella scuola superiore e quindi nella società del posto. L’unico elemento d’interesse della storia del ragazzo potrebbe essere il fatto che, per il ruolo di insegnanti, sono stati ricondizionati abili psicologi che potrebbero essere la chiave della tacita accettazione della popolazione. Potrebbe trattarsi di una sorta di lavaggio progressivo del cervello. Ma sono solo supposizioni.


Tralasciamo poi la sottotrama romantica che, dopo quattro episodi, è, senza ombra di dubbio, la più estranea al contesto misterioso abilmente costruito nel corso delle puntate. Diciamo che del tradimento di Matt Dillon con Kate (che cerca di appioppare a chiunque i carillon fatti dal marito) non interessa niente a nessuno. Niente.


Passiamo quindi ai misteri misteriosi che mi affliggono e mi tormentano dal giovedì sera al giovedì sera, successivo intendo. Da che parte sta lo psichiatra? Perché a tratti aiuta il protagonista e a tratti complotta contro questo? Cosa sa che noi non sappiamo e fino a che punto è invischiato nella rete vischiosa e “triste” che avvolge l’intera città? Chi ha chiamato a telefono il protagonista per intimarlo di uccidere il malcapitato Peter? Quanto l’infermiera conta in tutto il complesso apparato che tira i fili dei vuoti involucri comunemente noti come cittadini? Chi regola lo scorrere del tempo e quanti giorni sono passati fuori dalle mura dall’inizio della serie? Cosa sono gli “incidenti” che trasportano misteriosamente i protagonisti all’interno della città? Ma soprattutto, chiccaspita sono i “lupi” famelici che hanno ritirato il corpo dell’ex sceriffo? Ecco, in sostanza questi sono i misteri che, a grandi linee, tengono in piedi tutta la struttura e senza i quali avrei smesso di guardare la serie prima di cominciare a vederla.



Questo quarto episodio funziona, dobbiamo ammetterlo. Il ritmo frenetico viene rallentato in favore di una maggiore introspezione psicologica dei protagonisti e la cosa scorre ottimamente; anche la regia aiuta in questo senso il cambio di ritmo. Il vero vanto di questa serie è il livello d’intrattenimento che continua a rimanere alto e invoglia lo spettatore a seguire assiduamente la serie. Aspettando il giro di boa la situazione si è stabilizzata e il mistero continua.

giovedì 4 giugno 2015

NBT: TALE OF TALES

Il racconto dei racconti - Tale of Tales (2015) è un film co-scritto e diretto da Matteo Garrone e presentato in concorso al 68esimo Festival di Cannes
Il film è tratto dalla raccolta di fiabe di Giambattista Basile “Lo cunto de li cunti”. Il libro di Basile è composto da ben 50 fiabe napoletane mentre  il film di Garrone ne riporta sullo schermo solamente tre. 
La prima è la storia di un re (John C. Reilly) e di una regina (Salma Hayek) che non riescono ad avere un figlio (incipit classico di molte fiabe famose) e si rivolgono ad un losco figuro che consiglia loro di uccidere un drago marino e farne mangiare il cuore alla regina.  La regina riuscirà alla fine a rimanere gravida ma...
La seconda è la storia di una principessa (Bebe Cave) che vorrebbe trovare marito , il re suo padre (Toby Jones) non è però disposto a perderla. Alla fine il re cede, indice un torneo per la mano di sua figlia ed escogita una prova così difficile che è sicuro che nessuno sarà in grado di superarla ma...
La terza è la storia di un re lussurioso (Vincent Cassel) che non è mai sazio dei piaceri della carne. Un giorno sente un dolce canto e ne rimane stregato. Credendo che si tratti della voce di una vergine si reca a bussare alla casa dalla quale provengono le note leggiadre ma...  


“Il racconto dei racconti” è molto diverso rispetto ai film precedenti di Garrone eppure in realtà sotto alcuni aspetti è anche simile. In film come “Gommora” e “Reality” lo stile usato era iperrealistico, in alcuni casi quasi grottesco e quindi verrebbe da pensare che un registro stilistico simile non sia  adatto per un film fiabesco,  ma se si guarda con attenzione anche in questo film sono presenti elementi di realismo ad esempio  nei volti dei personaggi, negli abiti, nella scelta di usare castelli e palazzi reali e non creati al computer. Il regista ha usato il suo stile particolare anche qui operando un rinnovamento generale, più che un film fantasy in questo caso si può parlare di un film fiabesco all’italiana. Garrone con questo film reinventa il genere fantasy. “Il racconto dei racconti” può essere definito come uno “spaghetti fantasy” perché pur mantenendo invariati i temi chiave del film fantasy classico propone uno stile estetico e narrativo diverso.


Garrone non prende spunto per il suo film da tradizioni fantastiche nordiche o  anglosassoni ma si rifà ad un libro di fiabe napoletano, fa riferimento quindi a storie e racconti della sua terra ed è per questo che il film risulta così autentico e particolare. Se Garrone avesse deciso di imitare pedissequamente gli stilemi del fantasy americano a mio parere ne sarebbe uscita una schifezza, per fortuna ha scelto di osare sperimentando nuove vie ed il risultato è spettacolare. Con questo film Garrone ci dimostra che si può fare un film fantasy anche senza budget esagerati e che le fiabe napoletane possono essere meravigliose tanto quanto quelle nordiche.
Il film è originale e insolito e si discosta dal fantasy convenzionale anche per esigenze pratiche, come spesso accade infatti è proprio la necessità che aguzza l’ingegno. Garrone non poteva contare sui budget stellari dei blockbuster americani e ha dovuto quindi inventarsi delle soluzioni alternative  per ovviare a questo problema e devo dire che ci è riuscito egregiamente: gli effetti speciali sono realizzati molto bene e le scenografie sono magnifiche. Le ambientazioni sono incredibili e le location scelte per il film sono azzeccatissime: i castelli, i villaggi di contadini e i boschi hanno un fascino magico unico.
Il finale è forse l’unico punto debole del film. Alla fine infatti il film si conclude all’improvviso lasciando in sospeso le sorti di alcuni personaggi, rimane quindi allo spettatore il compito di immaginare una conclusione per le loro vicende. Un finale forse affrettato che però non riesce a  rovinare un’opera così splendida.



La scelta degli attori è stata egregia: Toby Jones, Salma Hayek e John C. Reilly sono perfetti per i loro ruoli e recitano in modo eccellente ma mi ha colpito più di ogni altra la prova di Vincent Cassel che risulta molto a suo agio nel ruolo del re libidinoso. Questo era il primo film di Garrone in lingua inglese e posso assicurarvi che ha superato la prova e si è dimostrato in grado di dirigere non solo cast di semisconosciuti come nei suoi film precedenti  ma anche un cast di attori internazionali. Garrone si conferma uno dei registi italiani più in forma del momento e con questa perla del cinema ci ha rappresentato egregiamente all’ultimo Festival di Cannes.

Antonio Margheriti

martedì 2 giugno 2015

LAS VEGAS DECADENCE

C’era un periodo in cui Las Vegas rappresentava uno stile di vita, quando The King cantava “Viva Las Vegas”, quando The Voice calcava i palchi del Nevada, quando tutti credevano al sogno americano ed erano stati convinti dalla facciata della città del peccato. Tutto sembrava fantastico: mentre nel resto del mondo le persone erano costrette a tirare la cinghia per andare avanti, a Las Vegas ciò non era contemplato, si vedeva solo ciò che si voleva vedere, ossia lo sfarzo, le luci accecanti della città, i celebri casinò, i night club, la prostituzione, l’alcool e le droghe.


Tutto ciò che poteva essere associato al divertimento sfrenato era presente nella città più pazza d’America, dove tutto poteva succedere; ma il Mondo cambia, le situazioni si evolvono, mutano, e Las Vegas ha smesso di essere al passo coi tempi e ha cominciato a soffrire di un fortissimo narcisismo. Ha cominciato a specchiarsi e a vantarsi di un’immagine di facciata, finta, che poteva funzionare negli anni ’50 e ’60, ma non oggi, non nel mondo evoluto in cui viviamo. Ai giorni nostri Las Vegas trasmette solo tristezza e ipocrisia, l’emblema di una maschera difesa dagli Americani per diversi decenni. Decaduta, sfarzosa, barocca, vuota. Una città che aveva ospitato i più grandi artisti degli anni ’50, che aveva rappresentato un centro culturale in cui molti musicisti potevano incontrarsi, mescolare le loro influenze e produrre nuova arte. Oggi invece una città spiritualmente morta e finta sembra non poter più produrre nuovi fenomeni artistici freschi, innovativi e degni di nota. Ed è proprio quando le aspettative finiscono che dalle ceneri della città del peccato risorge la novità, risorgono i “Killers”.


Brandon Flowers, frontman del gruppo, nel 2001 decide di formare una rock band dopo aver assistito ad un live degli Oasis nella sua città di origine. Contatta attraverso riviste specializzate altri tre musicisti e dà vita al fenomeno dei Killers. Il gruppo fin da subito mostra le proprie tendenze e ispirazioni artistiche, lo stesso Flowers infatti non perde occasione per ricordare quanto il brit-pop e l’alternative rock britannico abbiano influito sulla formazione musicale di ciascuno. In realtà il bagaglio artistico della band non si limita solo ad una copia delle sonorità inglesi, ma queste vengono abilmente fuse alla storia personale dei membri del gruppo, ossia la città di Las Vegas, e ciò che si ricava da questa commistione di generi molto diversi tra loro è un new wave kitsch rock elettronico, un genere che non esiste insomma. I Killers riescono infatti a prendere la freschezza, l’orecchiabilità, i suoni semplici e i riff di chitarra britannici e a mescolarli con l’esagerazione, la facciata sfarzosa e le sonorità barocche tipiche del Nevada. La novità nata dal passato.


Nel 2004 i quattro ragazzi pubblicano il loro primo album e forse unico grande lavoro degno di lodi: “Hot Fuss”. In questo sono presenti tutte le caratteristiche sopracitate che poi diventeranno il marchio di fabbrica della rock band americana. Il riff elettronico che si ripete in “Mr.Brightside”, la carica del ritornello di “Smile Like You Mean It”, l’indimenticabile linea di basso al centro di “All These Things That I’ve Done”, la voce ovattata di “Everything Will Be Alright”. Tutti piccoli dettagli che innalzano a dismisura il livello del prodotto, trascinandolo ad essere uno dei migliori album d’esordio di sempre.


La novità dei Killers è stata appunto quella di non introdurre sostanziali novità ma di reinterpretare tendenze ed influenze passate in chiave più moderna e accessibile a tutti. Una scelta che ha poi decretato il successo della band. Hanno scelto di rischiare e di andare oltre i confini mentali che un’adolescenza nella fatiscente Las Vegas impone. Hanno scelto di evolversi e andare avanti piuttosto che continuare a fregiarsi di un passato che non esiste più. Tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto nella storia millenaria dell’uomo sulla Terra. L’innovazione artistica al giorno d’oggi sta nella rielaborazione del passato e nella contaminazione tra tendenze diverse, sta nella sperimentazione.


Troppo spesso le persone tendono a specchiarsi e a riversare nel passato del loro paese troppe responsabilità e troppi meriti. È più facile guardare il passato e vantarsi di quello che era piuttosto che accantonarlo e rivolgere lo sguardo al futuro, quello che sarà; il passato è sicuro, fermo, il futuro è incerto, pericoloso, ma è anche nostro, solo nostro.
Ciò che manca al popolo italiano è la consapevolezza che il passato non basta, che elogiare ancora la Roma imperiale è dannoso oltre che inutile, che continuare a calcare e sponsorizzare terreni musicali ormai aridi porta alla morte artistica del paese, che la commedia italiana per come la conoscevamo è morta da un pezzo e che è ora di andare avanti. Il passato esiste ed esisterà sempre. Esso aiuta a formare artisticamente e culturalmente un popolo, aiuta a creare una coscienza, ma non basta, non basta mai da solo.

Il futuro non è domani, il futuro è oggi. “I got a soul but I’m not a soldier”.