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domenica 13 maggio 2018

QUANTO È BRAVO DONALD GLOVER

Come testimonia il successo di Tommaso Paradise, sono da tempo tornati di moda – o forse non se ne erano mai andati – gli 80s con le loro 808, i synth e per fortuna non le acconciature. Ha i suoi lati divertenti questo revival, per quanto abbia un retrogusto di revisionismo storico: non tutto quello che veniva suonato in quegli anni merita di essere ricordato ma soprattutto, guardandola a posteriori, la new wave assume i contorni di un prodotto. Un pezzo di punk asportato dall’industria discografica, schiacciato, stirato e modellato dalla stessa in una forma che appagasse un più vasto pubblico, che fosse più pop. Ok, ma che c’entra Donald Glover?  


Qualche giorno fa è uscito il video del singolo This Is America di Childish Gambino a.k.a. Donald Glover, a.k.a. Lando Calrissian, a.k.a. altre cose, che ha monopolizzato le discussioni nell’etere come raramente succede. Ok no, succede sempre, ma raramente in questo modo. E non c’è da stupirsene: Donald Glover non è mai stato limpido nelle sue creazioni; ti stuzzica con immagini e suoni, ti fa intuire che c’è un ulteriore livello di lettura e ti spinge, idealmente, a scoprirlo. È un modo di fare arte profondamente del nostro tempo, dell’epoca dei social, di reddit, del citazionismo sfrenato. Childish Gambino è indubbiamente figlio del suo tempo – lo stesso moniker, “Childish Gambino” è una creatura di internet – a volte anche troppo: ve lo ricordate because the internet? Manco a dirlo, il filo conduttore di quel suo secondo lavoro in studio era il linguaggio del web e la sua sintassi universale. Ciò che tuttavia non è sempre universale è la frase con il suo significato: di fatto quell’album farcito di riferimenti vari era incomprensibile a chiunque non fosse particolarmente “woke”, figurarsi ad un europeo. Da allora sono passati cinque anni, un album e due stagioni di Atlanta e forse abbiamo più strumenti per addentrarci nelle circonvoluzioni di uno dei personaggi più eclettici di questo decennio. Su internet si trovano innumerevoli articoli che spiegano o tentano di spiegare ciò che si vede nel video, tutte interpretazioni valide che qui non ripeterò. Quello su cui vorrei concentrarmi non è tanto ciò che accade sullo sfondo ma la figura di Gambino. Tutti sembrano concordare su due cose: il riferimento a Jim Crow – maschera ottocentesca, personificazione satirica e razzista degli stereotipi legati agli afroamericani – e il fatto che in qualche modo quel modo di muoversi serva a catalizzare l’attenzione spostandola da ciò che succede dietro. Sono entrambi spunti importanti, a cui però si può aggiungere un passaggio.


In una puntata di Atlanta: Robbin’ Season Darius ha una conversazione con quel capolavoro di personaggio che è Teddy Perkins, il quale afferma “Rap never quite grew out of his adolescence.”. (È l’ultima volta che cito Atlanta, giuro). Il ballare di Gambino nel video è sì stereotipato, grottesco quasi ma, unito al testo, rimanda anche a balli demenziali realmente esistenti, attuali, e in generale a quella “cultura di internet” tanto cara a Glover; una cultura che è in effetti immatura, adolescente appunto. L’impressione è che sia proprio quella cultura a dettare le mosse di quella danza. Insomma Childish Gambino nel video rappresenterebbe – il condizionale è d’obbligo – una sorta di personificazione dell’hip-hop di oggi, costretta a muoversi secondo le regole del contesto pop nel quale si è trovato immerso, più o meno consapevolmente alla ricerca di approvazione da parte del pubblico – in tal senso fa specie l’insistenza con la quale guarda in camera. Sullo sfondo la realtà, violenta, drammatica e impossibile da raccontare, non per mancanza di volontà ma perché non ha sufficiente presa su di un’audience che non è direttamente coinvolta da essa.


All’affermazione di Teddy Perkins, Darius risponde che “Sometimes people just want to have a good time.” ed è vero: la comunità afroamericana non ha bisogno di sentirsi predicare ciò che già sa. La realtà violenta e drammatica la vivono quotidianamente, loro, ma tutti gli altri? L’hip-hop è uscito dalla sua nicchia da tempo ormai, è ascoltato in modo trasversale e per molti ha per forza di cose perso un contesto, associabile solo a notizie vaghe lette di sfuggita nel feed di Instagram. È anacronistico parlare di colpe dell’industria discografica nel 2018, ma ci sono un buon numero di analogie con quello che successe al punk negli anni ’80: un genere di nicchia, nato all’interno di una minoranza, fagocitato dal pop per poi essere rigurgitato senza spigoli, innocuo. In altri termini, un’appropriazione culturale. La differenza è che mentre la parola punk è ormai diventata di per sé uno stereotipo, direttamente associata ad un’immagine privata di contenuto, l’hip-hop conserva ancora la sua capacità di rappresentare una cultura, seppur minoritaria, in tutti i suoi aspetti. This Is America sembra voler avvertire che per far sì che questa sua capacità si conservi anche fuori dalla sua nicchia ecologica originaria serve impegno attivo da parte di chi narra e da parte di chi ascolta.
E se era veramente questo l’intento be’, non poteva essere reso in maniera migliore. Chapeau.


Davide Quercia

lunedì 30 aprile 2018

IL PROBLEMA DI CHI HA PROBLEMI CON KANYE


I più anziani di voi ricorderanno i tempi, ed erano bei tempi, in cui questo illustre blog ospitava di tanto in tanto i miei discorsi improbabili su musica e dintorni. Ebbene, l’eterno ritorno dell’uguale mi riporta qui, a scrivere di altri discorsi ancora più improbabili. Ringrazio l’Accademy e tutti quelli che hanno creduto in me. (Ri)Cominciamo.
Questo articolo doveva essere su Kendrick, che ha vinto il Pulitzer e tutto quanto, ma più andavo avanti a scrivere più mi tornava in mente una puntata di Atlanta in cui Paper Boi è ospite di un talk show surreale alla fine del quale tutti sono d’accordo tra loro e il conduttore non sa che pesci pigliare per rendere interessante il dibattito. Perché la verità è che in fondo tutti sono d’accordo sul Pulitzer a Kendrick: ha vinto perché è bravo, fine. Dovevo quindi trovare qualcosa su cui la pensavo differentemente, almeno un poco; quanto basta per scuotere la testa leggendo le opinioni altrui, come i politici nei talk show reali. E poi è arrivato lui: “The savior of Chicago” come lo chiamano – e con “lo chiamano” intendo “lui chiama sé stesso” – Kanye West.

Se in queste ultime due settimane non avete vissuto in una caverna per sfuggire a mandati esplorativi e/o spoiler di Infinity War, avrete di sicuro sentito parlare della frenetica attività del buon (ma lo sarà davvero buon? Eh eh.) Kanye su Twitter. Da quando è tornato sul social network – un paio di settimane fa – al momento in cui sto scrivendo queste righe, ha twittato circa 280 volte. Duecentocinquanta cinguettii che, quando letti tutti d’un fiato (se no lo avete fatto, fatelo), provocano come reazione più immediata un “Qualcuno gli tolga il telefono dalle mani per carità di dio”.
L’inizio della fine è stato l’annuncio del suo libro di filosofia, su Twitter. No, non l’annuncio su Twitter, proprio il libro. In comode pillole di saggezza kanyeana di 140 280 caratteri ciascuna. Fin qui tutto divertente, direte, finche:


AH. Bene. Bene così. Un bel cappellino “MAKE AMERICA GREAT AGAIN” con tanto di autografo del Donald. Che ovviamente non perde l’occasione per ringraziare: “Hey guardate, un personaggio dello spettacolo che non mi odia! Un altro grande successo della mia amministrazione!”
Da qui in poi Paura e Delirio. Polemiche. Articoli (questo, ad esempio). Facciamo un passo indietro. Come ha detto anche John Legend in uno scambio di messaggi condiviso su Twitter – e dove sennò – Kanye è l’artista più influente della sua generazione. Ha rivoluzionato il modo di intendere l’hip-hop e se nel 2018, Spotify alla mano, esiste l’equazione hip-hop = pop (in senso lato) è anche conseguenza del suo approccio ad entrambi questi mondi. Non mi spingo a dire che Kanye sia un genio, né tantomeno che questo possa giustificare un endorsement ad uno dei personaggi più discutibili e discussi del momento, ma penso possiamo essere tutti concordi nel dire che Kanye è un personaggio unico. Ed il suo pensiero non può essere che tale: Kanye West vive per essere unico, per fare di testa sua, per rompere i meccanismi di qualunque cosa si trovi davanti, per stupire, infine. Da campionare i King Krimson a dire in diretta tv “Bush doesn’t care about black people”, tutto nella sua carriera è una dichiarazione fatta con lo scopo di dimostrare il suo essere non sostituibile, più reale degli altri (semicit.). Peraltro, ascoltando il testo del suo ultimo brano “ye vs the people” (che trovate qui) appare palese quanto lui sia consapevole della sua stessa natura “perturbatrice” (oltre che messianica, ma ormai di quello ce ne siamo fatti una ragione):

I feel a obligation to show people new ideas
And if you wanna hear 'em, there go two right here
Make America Great Again had a negative perception
I took it, wore it, rocked it, gave it a new direction
Added empathy, care and love and affection
And y'all simply questionin' my methods

Un altro dettaglio importante è che Kanye non è Morrissey. Ha reso esplicito il suo appoggio al personaggio Trump, non alle sue idee o alla suo operato (per ora). Ha twittato anche apprezzamenti nei confronti di Donald Glover e sono sufficienti dieci secondi di Atlanta (ma voi guardatene più di dieci secondi, mi raccomando) per accorgersi che le sue idee non coincidono esattamente con quelle dell’amministrazione Trump. L’ammirazione verso il quarantacinquesimo presidente non ha, forse in modo un po’ naif, connotati politici, ma è un’attrazione culturale: sono entrambe figure importanti, influenti, da sempre controverse e soprattutto di primo piano della cultura pop americana di oggi. È sufficiente vedere il numero di meme a loro dedicati. Tutto si misura in meme nel 2018.



Proprio per questo anche l’argomentazione “non è obbligato ad essere democratico in quanto nero” è fiacca – non me ne voglia Chance the Rapper – perché viziata dalla stessa visione dicotomica “noi vs. loro” che ha ormai contagiato ogni dibattito rendendo qualsiasi posizione intermedia o ambigua difficile da accettare e comprendere. Insomma, lasciate che Kanye rimanga Kanye. E vogliateli bene sempre, che ne ha bisogno.

Davide Quercia

lunedì 7 marzo 2016

LISTEN TO SOMETHING

Partiamo dal principio: Something. Something è un neonato programma radiofonico con cui ho stretto un legame profondo per il rapporto personale d’amicizia che ho con il conduttore e per il mio recente passato milanese. In un panorama radiofonico nel quale si esibiscono narcisisti rumorosi, disinteressati della musica, Claudia e Davide (e, sinceramente, anche molti altri conduttori di Poliradio che ho avuto il piacere di ascoltare in questi mesi) dimostrano ancora quello spirito indipendente e genuino, molto old school, di ragazzi innamorati della loro passione più grande: la Musica.


Something potrebbe però sembrare un nome banale, indifferente ai più e poco originale nella sua semplicità, ma è proprio attraverso la semplicità della struttura che i due conduttori riescono a tenere gli ascoltatori con l’orecchio piacevolmente incollato agli altoparlanti del computer: il termine “Something” si rifà infatti all’usanza comune da parte della sposa di indossare qualcosa di nuovo, di vecchio, di prestato e di blu il giorno del matrimonio in segno di buon auspicio per la terribile scelta fatta. Perché lo sa di aver sbagliato a dire sì, lo sa. Ad ogni “Something” corrisponde quindi un brano scelto dai due conduttori e presentato in maniera più che soddisfacente. Ai soliti quattro “qualcosa” si sono poi aggiunti con il corso del tempo “Something flu” e “Something about you”, cioè una delle influenze principali del gruppo centrale della puntata e un brano proposto dal pubblico da casa attraverso la pagina Facebook del programma.
Nelle ultime settimane inoltre Claudia e Davide hanno cominciato a far valere la loro posizione portando ospiti interessanti nel programma e ampliando il loro repertorio radiofonico. In questo modo sono riusciti anche a tagliare alcuni tempi più moribondi emersi durante i primi momenti, senza però modificare la quieta flemma che li contraddistingue. Il punto di forza è però indubbiamente il feeling perfetto e in costante miglioramento tra il mio Davide e la simpatica Claudia, che ormai sembrano pensare con una sola mente, ma ciò non impedisce loro di farsi colpi gobbi a vicenda. Un affiatamento unico che valorizza ulteriormente un programma già molto interessante nella sua originalità e nel suo essere felicemente di nicchia per quanto riguarda la scelta dei brani.
E quindi, perché vi sto parlando di questo programma radiofonico? Perché Davide mi stressa da mesi nel tentativo di spronarmi a proporre qualcosa sulla pagina Facebook per la rubrica “Something about you”, e, dopo appena  un mese e mezzo, ho pensato di sfruttare il mio mezzo di comunicazione per mettere assieme linee potenzialmente distanti, ma unite saldamente dal legame umano. Per scegliere il disco da proporre ai ragazzi di Something ho dovuto scavare a fondo nella mia interminabile cartella delle Recensioni della Settimana, e ho scoperto che mancano appena due giorni al tanto atteso compleanno di InsideMAD. Mi sembrava quindi doveroso utilizzare questo spazio per ricordare il primo album recensito in assoluto nelle RdS, ovvero Give Up dei Postal Service. Vorrei consigliare questo album agli amici di Something perché ha rappresentato per me un momento triste ma allo stesso tempo formativo della mia breve esperienza fuoriporta. Ha fatto per un po’ da colonna sonora a giornate a cui avrei dato un significato solo poi.


Give Up si propone come un’alternativa possibile al rumore forsennato di mille voci che ci circondano e che vorrebbero noi partecipassimo alla conversazione per eclissare ulteriormente le nostre lingue. Give Up racconta di un momento dell’uomo in cui scompaiono i freni e fuoriesce la sensibilità, il dormiveglia. Questa scelta si pone in controtendenza rispetto all’intera branca commerciale della musica temporanea, che vorrebbe i brani come strumenti di piacere usa e getta da indossare per un attimo e poi dimenticare nel cestino delle banalità prive d’anima. Quest’album ha un’anima eterea che nasce dall’unione di due cuori diversi, quelli dei due cantanti, che hanno voluto collaborare per dare vita ad un revival moderno della musica da camera. Questa caratteristica della musicalità della maggior parte dei brani fa sì che Give Up penetri direttamente alla parte inconscia dell’ascoltatore. Ascoltarlo e apprezzarlo davvero per la sua anima candida è cosa da pochissimi, e ciò rende ancor più personale l’album una volta che questo entra a far parte della storia del soggetto, com’è stato per me.
Ogni tanto capita di avere sonno ma di non riuscire a dormire perché ancora all’interno del ciclo del mondo che ci pretende, ancora invischiati nella vita che spesso il nostro me vive senza che l’Io se ne accorga. In questi momenti Sleeping In può essere la panacea di tutti i mali che ridisegna i confini del sogno.

Detto questo, cari amici di Something, mi aspetto di scalare tutte le vostre scalette ideali nella rubrica del Something about you e di essere già presente nella prossima puntata. Se così non fosse potrei offendermi, sappiatelo. E non disdegnerei una comparsata un lunedì a Milano.


Se vuoi (e devi) ascoltare Claudia e Davide parlare confusamente di musica strana che non ascolta nessuno puoi farlo QUI ogni lunedì dalle 19 alle 20. Proprio quel momento della tua giornata in cui non hai niente da fare e finisci sempre a guardare l’Eredità. Ah, da quando Carlo non gioca più.
Se vuoi inoltre supportare il magico duo, rimanere sempre aggiornato sul programma e magari consigliare qualcosa di tuo, puoi mettere mi piace alla pagina Facebook.

giovedì 16 luglio 2015

NBT: 2015 SO FAR

Siamo ormai al giro di boa di questo 2015 e, per quanto mi riguarda, posso dirmi piuttosto soddisfatto di come sta procedendo dal punto di vista musicale. Tra i vari Modest Mouse, Sleater-Kinney, Faith No More, Failure c’è stata un’invasione di grandi ritorni, accompagnati da buoni debutti (Wolf Alice) e ottimi debutti (Viet Cong). Tutto ciò condito dalle sempre piacevoli riconferme dei soliti Lightning Bolt, mewithoutYou, Florence ecc. ecc.
Oggi però vi parlo di una manciata di album, presi fra quelli che secondo me sono i più interessanti, inusuali e divertenti pubblicati fino ad ora. Quelli usciti un po’ in sordina o passati quasi inosservati, magari di artisti non ancora affermati o “di nicchia”, come si dice. Insomma qualcosa di nuovo e, spero, piacevole. Buon Ascolto!
 


Sprinter – Torres (Partisan)
Ho un debole per le voci femminili. Non quelle perfette, pulite, mai stonate alla talent show però. Belle eh, solo un po’ asettiche forse. Personalmente mi emozionano di più le voci incostanti, a tratti cupe, a volte energiche, altre volte appena un sussuro. Torres (nome d’arte di Mackenzie Scott ) ha una di queste voci. Sprinter è il suo secondo album e conferma appieno il suo talento canoro e musicale. Combina in un perfetto equilibrio pezzi esplosivi come l’iniziale “Strange Hellos” o “Sprinter”  e pezzi più intimi come e “A Proper Polish Welcome” e la finale “The Exchange”. Le chitarre e la batteria con quel loro suono sporco, pieno di riverberi e bassi ronzii non fanno altro che mettere in risalto la bella voce di Scott, che in certi momenti (“Feris Wheel” su tutti) è semplicemente toccante.
 



Sleeping Tapes – Jeff Bridges e Keefus Ciancia
Jeff bridges. Sì, proprio lui, “The Dude” de “Il Grande Lebowski”, quello nel supermercato in accappatoio che comprava il latte, insomma. Al che potrei anche smettere di scrivere, tanto basterebbe come motivo per ascoltare quest’opera realizzata insieme al musicista Keefus Ciancia a scopo di beneficienza. Come spiega la voce rilassata e benevola dello stesso Bridges all’inizio dell’album, Sleeping Tapes ha lo scopo di far dormire. Proprio così, è un disco della “buona notte” . E così ecco un misto di discorsi di argomento semiserio, nonsense o semplicemente casuale raccontati da una voce calda e amichevole a tal punto che vorreste sposarla. La voce e anche Jeff Bridges. Tutto accompagnato dalla buona musica ambient di Ciancia che contribuisce all’atmosfera già estremamente rilassante. Yawwn
 


No Life for Me – Wavves x Cloud Nothings (Ghost Ramp)
Dopo aver ascoltato l’anno scorso l’eccellente “Here and Nowhere else” dei “Cloud Nothings” ero molto curioso di ascoltare il loro nuovo lavoro. Lavoro che è arrivato inaspettatamente presto, giusto poche settimane fa, questa volta insieme ai Wavves, gruppo musicalmente molto affine al gruppo di Cleveland. “No Life for Me” è una raffica di canzoni secche, brevissime, solo due superano la soglia dei 3 minuti, per capirci. Lo stile dopotuttto è quello comune alle due band: un punk lo-fi ricolmo di atmosfere grunge e urla cariche di disperazione in puro stile Nirvana (ad esempio in “Hard to Find” e “How it’s Gonna Go”). Le poche ma buone melodie più pop come quelle in “Come Down”, sono ben posizionate in un album che, approfittando della sua brevità, scarica sull’ascoltatore caricatori e caricatori di note veloci e potenti come proiettili.
 


Xe – Zs (Northern Spy)
Quando non sai cos’è, allora è avanguardia. Questa battuta, che male, malissimo, pessimamente si addiceva al Jazz in “Novecento” , funziona forse un po’ meglio con un non-genere quale è, appunto, l’avanguardia. Avanguardia. Di per sé evoca un’immagine indefinita, ignota, un territorio remoto e forse ostile in cui avventurarsi e l’avventura ha sempre avuto uno speciale fascino per l’uomo. Non ditemi che la New Horizon non vi ha fatto emozionare almeno un pochino.
Xe ha qualcosa di cosmico in effetti, comincia in modo caotico (apparentemente) e assordante, disorientante. Se è vero che la destinazione di questo viaggio è ignota, le sue origini sono chiare: drone, noise, no wave newyorkese (anzi, di Brooklin, ci tengono loro) dominano la prima traccia, “The Future of Royalty”. La successiva “Wolf Government” è invece qualcosa di assolutamente folle, indescrivibile. A un certo punto credo di aver sentito la voce di R2D2. Ascoltare per credere.
Per sentire quella che può essere definita una vera melodia bisogna aspettare “Corps”, il pezzo forte dell’album: una serie di note di chitarra staccate si ripetono per tutta la sua durata tra sfuriate di sax e crescendo e diminuendo percussivi che ne mutano l’atmosfera tutt’intorno.
Dopo la breve ed elettronica “Weakling” troviamo la traccia che dà il nome all’album: “Xe”. Nei suoi diciotto minuti si avvicendano più o meno periodicamente chitarra, sax, basso in un’atmosfera che a mio avviso ricorda La Sagra della Primavera, con momenti di tensione e esplosioni sonore. Esplosioni come il follemente stupendo assolo di Sax finale. Niente male questi Zs.



Davide Quercia

giovedì 11 giugno 2015

NBT: REAL ESTATE

L’estate sta arrivando e la sessione estiva incombe. Non disperate però. Insieme al caldo umido e afoso, alle aule affollate, senza aria condizionata e al miraggio di un agosto che agognate ma che passerete a studiare per la sessione di settembre (non ci crede nessuno che passerete tutti gli esami a luglio), stanno arrivando anche alcune interessanti novità.



My love is cool – Wolf Alice (23 giugno, Dirty Hit/RCA)
Finalmente, dopo averci deliziati con due piccole, grandi perle come “Blush” (EP, 2013) e “Creature Songs” (EP, 2014), gli inglesi Wolf Alice si sono decisi a pubblicare il loro primo album vero e proprio. Giusto per ricordarvi di cosa sono capaci questi quattro ragazzi, riascoltatevi il post-grunge misto shoegaze di “Storms” o l’altervative di “Blush”. Le aspettative per questo loro nuovo album sono alte, insomma. Io non vedo l’ora di ascoltarlo. Finalmente.

Singolo: Giant Peach



Currents – Tame Impala (17 luglio, Interscope)
Dopo un (si spera) grande debutto, ecco un (si spera) altrettanto grande ritorno. Manca poco più di un mese all’uscita di questo nuovo lavoro ma Kevin Parker e compagni ci hanno già sommerso con una valanga di canzoni. La loro annunciata escursione nei meandri dell’elettronica ha suscitato perplessità nei fan più puristi del genere. Almeno per ora, tuttavia, sembra meno drastica di quanto ci si aspettava; batteria e basso (non il bassista, però) sono gli stessi che ci avevano emozionato in “Lonerism” (2012), ciò non toglie che lo stile sia notevolmente differente dai loro lavori precedenti. Il risultato sembra niente male e poi dai, sono Australiani: se sono sopravvissuti a ragni e serpenti velenosi per tutto questo tempo ne sanno di sicuro più di noi di sicuro.




No No No – Beirut (11 settembre, 4AD)
Altro che Pag o Ibiza o che so io, questo settembre preparate le valigie e si va tutti in est Europa. Già, perché dopo i fortunati “The Flying Club Cup” (2007) e  “The Rip Tide” (2011) la band di Zach Condon ci riporta nuovamente alle musiche intrise di magiche atmosfere balcaniche che caratterizzano il loro particolarissimo folk. Folk che rispolvera una cultura che forse troppo spesso bistrattiamo, ma questa è un’altra storia.

Singolo: No No No



Caracal – Disclosure (25 settembre, PMR/Island)
Dopo i crimini che le varie discoteche in spiaggia perpetreranno ai danni delle nostre povere e indifese orecchie, sarà piacevole tornare a un po’di musica elettronica di un certo livello. In realtà devo essere sincero, non sono molto preparato su questo genere, ma il duo inglese Disclosure sono ormai una realtà affermata. Il loro album di debutto “Settle” (2013) è in effetti un gran bell’album con dei gran bei pezzi (i singoli “Latch” o  “White Noise” ad esempio). Speriamo che questo “Caracal” sia all’altezza del suo predecessore.

Singolo: Holding On


Che dire? Tante, tantissime aspettative, alcune si concretizzeranno, altre saranno deluse, chissà. D’altronde è questo il bello dell’estate, no? Be’ in tutti i casi c’è poco che potete fare, quindi rilassatevi. Buon ascolto! 



Davide Quercia

giovedì 28 maggio 2015

NBT: ALL MY LIFE WAS ON A COVER

Le cover sono sempre affascinanti. Liquidarle come semplici rifacimenti di canzoni sarebbe riduttivo; un brano reinterpretato può dire tanto sul suo esecutore. Può essere allo stesso tempo un omaggio e un affrancamento dalle influenze che hanno portato un artista ad avere una propria identità unica e caratteristica. A volte, come qualità e ispirazione, una cover si avvicina paurosamente all’originale: “Immigrant Song” rifatta da Trent Reznor e Karen One è un esempio; altre volte diventa addirittura più famosa dell’originale: “The Man Who Sold the World” da “Unplugged in New York” dei Nirvana; altre volte ancora è solo una pura manovra commerciale, senza alcun sentimento alle spalle. Ecco quindi una manciata di coppie di pezzi secondo me notevoli e rispettive cover altrettanto significative.



Per cominciare torniamo indietro di un ventiquattrino d’anni. Nel ’91 gli U2, dopo lo strameritato successo di “The Joshua Tree” tornano nelle vette delle classifiche con “Achtung Baby”, altro grande lavoro seppure, complice lo zampino di Brian Eno, dai suoni molto diversi.  L’album si chiude con una piccola perla: “Love is Blindness”. Un soffice tappeto di synth e tastiere tra cui si insinua una gentile batteria e una chitarra distorta, note prolungate, quasi una eco. La voce di Bono, anch’essa tenue, fa il resto. Un gioiellino insomma. Di tutt’altra pasta è fatta la coverdi Jack White nel suo debutto solista “Blunderbass” (2012) e, se non sbaglio, nella colonna sonora de “Il Grande Gatsby”. Organo di sottofondo, batteria prepotente, incisiva e chitarra ben presente, come lo era nei buoni vecchi White Stripes. La voce è quella corposa, importante, classica di Jack White, ma il talento del chitarrista di Detroit si fa sentire nel finale. Senza offesa per il buon The Edge ma qui siamo su un altro livello: l’assolo è perfetto, distorto, distrutto e struggente. Da brividi.



C’è una secondo me bellissima scena nel film “This Must Be The Place” in cui un simpatico bimbo canta la canzone a cui il titolo del film è ispirato, accompagnato alla chitarra da Cheyenne (Sean Penn). Non so dire cos’abbia di speciale in sé ma mi commuove sempre. Prima di iniziare la performance c’è una piccola discussione tra i due musici: il bambino afferma convinto che il brano sia degli Arcade Fire e Cheyenne come è ovvio lo corregge. This Must Be The place è probabilmente la canzone più conosciuta di “Speaking in Tongues” (1983) in cui i Talking Heads continuano la loro incursione nella musica modulare derivata dalla precedente sperienza con Brian Eno (sempre lui). Groove, vari loop di chitarra e basso e tutto quello a cui aveveano abituato il pubblico c’è ancora e funziona ancora. Il bimbo non aveva però tutti i torti: gli Arcade Fire hanno effettivamente rivisitato il brano, ovviamente nel loro stile. Si comincia con chitarra acustica e batteria che accompagnano la canzone per tutta la sua durata facendo da base a intrusioni di altri strumenti come violini, campane e campanelli vari. Non deludono mai questi canadesi.



Ben poco c’è da dire sulla prossima canzone. “Helter Skelter è ormai un classico, il prototipo dell’hard rock, la risposta beatlesiana agli Who e una della canzoni più reinterpretate di sempre. Tra le tante, una delle più curiose che mi è capitata tra le orecchie è quella che i Siouxie & The Banshees inserirono nel loro album di debutto “The Scream” (1978). La loro versione è completamente stravolta, a tratti irriconoscibile. La canzone parte lentissima, qualche nota di basso, poi le chitarre si associano in una progressione che porta all’ingresso della voce potente di Siouxie. Da qui il ritmo cresce vertiginosamente, cresce, cresce fino ad arrivare al delirio post-punk del ritornello. E qui accade l’inaspettato: manca il celebre riff discendente di basso che era la caratteristica del pezzo! Anzi, per essere precisi, c’è ancora, ma…be’ insomma devo dirvi tutto io?



Il duo svedese The Knife con le sue maschere, i suoi cappucci e le sue trovate, è stato il gruppo che ha avuto il merito di avermi fatto apprezzare la musica elettronica. Più dei Daft Punk o della new wave, che pure ascolto con piacere. Quello che ti folgora al primo ascolto, sembra banale, sono i suoni. Suoni nuovi, diversi, complessi, ritmi variegati, mai banali. Hanno saputo coniugare sperimentazione e pop al meglio. “Heartbeats (2003) è un bel pezzo, non è il loro migliore ma si possono intuire l’evoluzione del successivo stupendo album “Silent Shout” (2006) e, perché no, forse anche dell’affascinante e complesso “Shaking the Habitual”. Il motivo per cui vi parlo di questa canzone è che Josè Gonzalez (qui lo potete vedere mentre si prende cura di un grosso verme. Che bello.), chitarrista classico svedese (sì, non avete letto male, è proprio svedese) ne ha fatto una coverfolk per sola chitarra e voce. Il risultato non è davvero niente male.



Bianca e Bernie nella terra dell’acido lisergico. C’è poco da fare, gli australiani Tame Impala sono Il gruppo rivelazione degli anni ’10, i nuovi alfieri della psichedelica. In attesa del loro nuovo lavoro in studio “Currents” che promette molto bene, andiamo a ripescare una delle loro (tante) canzoni migliori: “Feels like we only go backwards da “Lonerism” (2012). Kevin Parker e soci si fanno riconoscere subito: batteria e basso lavorano magnificamente e quello che ne vien fuori è un hypno groove da ecstasy…ooops, volevo dire estasi. La voce poi pare uscita da una canzone pop anni ’60 e le tastiere riempiono tutti i più piccoli spazi rimasti. Un gran bel pezzo davvero. L’anno scorso mi sono imbattuto in una cover di questo brano che il leader degli Arctic Monkeys Alex Turner ha eseguito durante una trasmissione radiofonica. È una versione molto semplice, solo chitarra acustica, ma dimostra la versatilità della canzone e il risultato è secondo me ben riuscito. E poi Noel Gallagher può dire quello che vuole, ma a me la voce di Turner piace.



Siamo sinceri: la metà di voi è sempre stato convinto che “Strange” fosse una canzone dei R.E.M.. Io almeno ne ero convinto prima che iniziassi ad ascoltare punk e scoprissi che quella dell’album “Document” è in realtà una cover di un brano dei Wire. L’aspetto interessante è che la versione originale contenuta nel loro album di debutto “Pink Flag” (1977) ha veramente poco a che vedere con il classico college rock del gruppo di Mikael Stipe, nonostante quello che ci si potrebbe aspettare da un genere che affonda le proprie radici nel punk. Innanzitutto è più lenta, parecchio più lenta, il che può sembrare un po’ anomalo, mentre tutto il resto lo è meno: chitarra e basso dal suono sporco, non definito, voce sguaiata e pronuncia strana, spesso poco comprensibile. I Wire post punk, quelli che conosciamo tutti si fanno sentire solo nel finale quasi onirico, pieno di suoni difficilmente identificabili che nella versione dei R.E.M. diventano un bel riff di una più classica chitarra.   


A volte capita che l’allievo superi il maestro e che una cover risulti anche molto migliore dell’originale. È questo il caso di “Wild Thing”, vecchia canzone di Chip Taylor reinterpretata e resa famosa dai The Troggs e poi da sua altezza Jimi Hendrix. Se però a suonare sono i Coldplay e a cantare c’è – rullo di tamburi - Jon Snow (!), allora non c’è altitudine che tenga. Sorry Jimi.

Davide Quercia