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giovedì 11 giugno 2015

NBT: REAL ESTATE

L’estate sta arrivando e la sessione estiva incombe. Non disperate però. Insieme al caldo umido e afoso, alle aule affollate, senza aria condizionata e al miraggio di un agosto che agognate ma che passerete a studiare per la sessione di settembre (non ci crede nessuno che passerete tutti gli esami a luglio), stanno arrivando anche alcune interessanti novità.



My love is cool – Wolf Alice (23 giugno, Dirty Hit/RCA)
Finalmente, dopo averci deliziati con due piccole, grandi perle come “Blush” (EP, 2013) e “Creature Songs” (EP, 2014), gli inglesi Wolf Alice si sono decisi a pubblicare il loro primo album vero e proprio. Giusto per ricordarvi di cosa sono capaci questi quattro ragazzi, riascoltatevi il post-grunge misto shoegaze di “Storms” o l’altervative di “Blush”. Le aspettative per questo loro nuovo album sono alte, insomma. Io non vedo l’ora di ascoltarlo. Finalmente.

Singolo: Giant Peach



Currents – Tame Impala (17 luglio, Interscope)
Dopo un (si spera) grande debutto, ecco un (si spera) altrettanto grande ritorno. Manca poco più di un mese all’uscita di questo nuovo lavoro ma Kevin Parker e compagni ci hanno già sommerso con una valanga di canzoni. La loro annunciata escursione nei meandri dell’elettronica ha suscitato perplessità nei fan più puristi del genere. Almeno per ora, tuttavia, sembra meno drastica di quanto ci si aspettava; batteria e basso (non il bassista, però) sono gli stessi che ci avevano emozionato in “Lonerism” (2012), ciò non toglie che lo stile sia notevolmente differente dai loro lavori precedenti. Il risultato sembra niente male e poi dai, sono Australiani: se sono sopravvissuti a ragni e serpenti velenosi per tutto questo tempo ne sanno di sicuro più di noi di sicuro.




No No No – Beirut (11 settembre, 4AD)
Altro che Pag o Ibiza o che so io, questo settembre preparate le valigie e si va tutti in est Europa. Già, perché dopo i fortunati “The Flying Club Cup” (2007) e  “The Rip Tide” (2011) la band di Zach Condon ci riporta nuovamente alle musiche intrise di magiche atmosfere balcaniche che caratterizzano il loro particolarissimo folk. Folk che rispolvera una cultura che forse troppo spesso bistrattiamo, ma questa è un’altra storia.

Singolo: No No No



Caracal – Disclosure (25 settembre, PMR/Island)
Dopo i crimini che le varie discoteche in spiaggia perpetreranno ai danni delle nostre povere e indifese orecchie, sarà piacevole tornare a un po’di musica elettronica di un certo livello. In realtà devo essere sincero, non sono molto preparato su questo genere, ma il duo inglese Disclosure sono ormai una realtà affermata. Il loro album di debutto “Settle” (2013) è in effetti un gran bell’album con dei gran bei pezzi (i singoli “Latch” o  “White Noise” ad esempio). Speriamo che questo “Caracal” sia all’altezza del suo predecessore.

Singolo: Holding On


Che dire? Tante, tantissime aspettative, alcune si concretizzeranno, altre saranno deluse, chissà. D’altronde è questo il bello dell’estate, no? Be’ in tutti i casi c’è poco che potete fare, quindi rilassatevi. Buon ascolto! 



Davide Quercia

giovedì 28 maggio 2015

NBT: ALL MY LIFE WAS ON A COVER

Le cover sono sempre affascinanti. Liquidarle come semplici rifacimenti di canzoni sarebbe riduttivo; un brano reinterpretato può dire tanto sul suo esecutore. Può essere allo stesso tempo un omaggio e un affrancamento dalle influenze che hanno portato un artista ad avere una propria identità unica e caratteristica. A volte, come qualità e ispirazione, una cover si avvicina paurosamente all’originale: “Immigrant Song” rifatta da Trent Reznor e Karen One è un esempio; altre volte diventa addirittura più famosa dell’originale: “The Man Who Sold the World” da “Unplugged in New York” dei Nirvana; altre volte ancora è solo una pura manovra commerciale, senza alcun sentimento alle spalle. Ecco quindi una manciata di coppie di pezzi secondo me notevoli e rispettive cover altrettanto significative.



Per cominciare torniamo indietro di un ventiquattrino d’anni. Nel ’91 gli U2, dopo lo strameritato successo di “The Joshua Tree” tornano nelle vette delle classifiche con “Achtung Baby”, altro grande lavoro seppure, complice lo zampino di Brian Eno, dai suoni molto diversi.  L’album si chiude con una piccola perla: “Love is Blindness”. Un soffice tappeto di synth e tastiere tra cui si insinua una gentile batteria e una chitarra distorta, note prolungate, quasi una eco. La voce di Bono, anch’essa tenue, fa il resto. Un gioiellino insomma. Di tutt’altra pasta è fatta la coverdi Jack White nel suo debutto solista “Blunderbass” (2012) e, se non sbaglio, nella colonna sonora de “Il Grande Gatsby”. Organo di sottofondo, batteria prepotente, incisiva e chitarra ben presente, come lo era nei buoni vecchi White Stripes. La voce è quella corposa, importante, classica di Jack White, ma il talento del chitarrista di Detroit si fa sentire nel finale. Senza offesa per il buon The Edge ma qui siamo su un altro livello: l’assolo è perfetto, distorto, distrutto e struggente. Da brividi.



C’è una secondo me bellissima scena nel film “This Must Be The Place” in cui un simpatico bimbo canta la canzone a cui il titolo del film è ispirato, accompagnato alla chitarra da Cheyenne (Sean Penn). Non so dire cos’abbia di speciale in sé ma mi commuove sempre. Prima di iniziare la performance c’è una piccola discussione tra i due musici: il bambino afferma convinto che il brano sia degli Arcade Fire e Cheyenne come è ovvio lo corregge. This Must Be The place è probabilmente la canzone più conosciuta di “Speaking in Tongues” (1983) in cui i Talking Heads continuano la loro incursione nella musica modulare derivata dalla precedente sperienza con Brian Eno (sempre lui). Groove, vari loop di chitarra e basso e tutto quello a cui aveveano abituato il pubblico c’è ancora e funziona ancora. Il bimbo non aveva però tutti i torti: gli Arcade Fire hanno effettivamente rivisitato il brano, ovviamente nel loro stile. Si comincia con chitarra acustica e batteria che accompagnano la canzone per tutta la sua durata facendo da base a intrusioni di altri strumenti come violini, campane e campanelli vari. Non deludono mai questi canadesi.



Ben poco c’è da dire sulla prossima canzone. “Helter Skelter è ormai un classico, il prototipo dell’hard rock, la risposta beatlesiana agli Who e una della canzoni più reinterpretate di sempre. Tra le tante, una delle più curiose che mi è capitata tra le orecchie è quella che i Siouxie & The Banshees inserirono nel loro album di debutto “The Scream” (1978). La loro versione è completamente stravolta, a tratti irriconoscibile. La canzone parte lentissima, qualche nota di basso, poi le chitarre si associano in una progressione che porta all’ingresso della voce potente di Siouxie. Da qui il ritmo cresce vertiginosamente, cresce, cresce fino ad arrivare al delirio post-punk del ritornello. E qui accade l’inaspettato: manca il celebre riff discendente di basso che era la caratteristica del pezzo! Anzi, per essere precisi, c’è ancora, ma…be’ insomma devo dirvi tutto io?



Il duo svedese The Knife con le sue maschere, i suoi cappucci e le sue trovate, è stato il gruppo che ha avuto il merito di avermi fatto apprezzare la musica elettronica. Più dei Daft Punk o della new wave, che pure ascolto con piacere. Quello che ti folgora al primo ascolto, sembra banale, sono i suoni. Suoni nuovi, diversi, complessi, ritmi variegati, mai banali. Hanno saputo coniugare sperimentazione e pop al meglio. “Heartbeats (2003) è un bel pezzo, non è il loro migliore ma si possono intuire l’evoluzione del successivo stupendo album “Silent Shout” (2006) e, perché no, forse anche dell’affascinante e complesso “Shaking the Habitual”. Il motivo per cui vi parlo di questa canzone è che Josè Gonzalez (qui lo potete vedere mentre si prende cura di un grosso verme. Che bello.), chitarrista classico svedese (sì, non avete letto male, è proprio svedese) ne ha fatto una coverfolk per sola chitarra e voce. Il risultato non è davvero niente male.



Bianca e Bernie nella terra dell’acido lisergico. C’è poco da fare, gli australiani Tame Impala sono Il gruppo rivelazione degli anni ’10, i nuovi alfieri della psichedelica. In attesa del loro nuovo lavoro in studio “Currents” che promette molto bene, andiamo a ripescare una delle loro (tante) canzoni migliori: “Feels like we only go backwards da “Lonerism” (2012). Kevin Parker e soci si fanno riconoscere subito: batteria e basso lavorano magnificamente e quello che ne vien fuori è un hypno groove da ecstasy…ooops, volevo dire estasi. La voce poi pare uscita da una canzone pop anni ’60 e le tastiere riempiono tutti i più piccoli spazi rimasti. Un gran bel pezzo davvero. L’anno scorso mi sono imbattuto in una cover di questo brano che il leader degli Arctic Monkeys Alex Turner ha eseguito durante una trasmissione radiofonica. È una versione molto semplice, solo chitarra acustica, ma dimostra la versatilità della canzone e il risultato è secondo me ben riuscito. E poi Noel Gallagher può dire quello che vuole, ma a me la voce di Turner piace.



Siamo sinceri: la metà di voi è sempre stato convinto che “Strange” fosse una canzone dei R.E.M.. Io almeno ne ero convinto prima che iniziassi ad ascoltare punk e scoprissi che quella dell’album “Document” è in realtà una cover di un brano dei Wire. L’aspetto interessante è che la versione originale contenuta nel loro album di debutto “Pink Flag” (1977) ha veramente poco a che vedere con il classico college rock del gruppo di Mikael Stipe, nonostante quello che ci si potrebbe aspettare da un genere che affonda le proprie radici nel punk. Innanzitutto è più lenta, parecchio più lenta, il che può sembrare un po’ anomalo, mentre tutto il resto lo è meno: chitarra e basso dal suono sporco, non definito, voce sguaiata e pronuncia strana, spesso poco comprensibile. I Wire post punk, quelli che conosciamo tutti si fanno sentire solo nel finale quasi onirico, pieno di suoni difficilmente identificabili che nella versione dei R.E.M. diventano un bel riff di una più classica chitarra.   


A volte capita che l’allievo superi il maestro e che una cover risulti anche molto migliore dell’originale. È questo il caso di “Wild Thing”, vecchia canzone di Chip Taylor reinterpretata e resa famosa dai The Troggs e poi da sua altezza Jimi Hendrix. Se però a suonare sono i Coldplay e a cantare c’è – rullo di tamburi - Jon Snow (!), allora non c’è altitudine che tenga. Sorry Jimi.

Davide Quercia