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venerdì 25 marzo 2016

NBT: BROOKLYN/CAROL

Oggi vi propongo una double feature, due film in un colpo solo: "Brooklyn" e "Carol". La distribuzione italiana ha trattato entrambi con poco riguardo quindi mi sono riproposto di ripagare il torto parlandovene qui. Spero di riuscire ad incuriosirvi tanto da farvi venir voglia di recuperare questi due splendidi film, qualora non l'abbiate già fatto ovviamente. Sappiate comunque che vi dovreste ritenere fortunati dato che questa settimana avevo in serbo ben altro destino per voi ma in ultima ho rinunciato ai miei propositi. L'articolone di commento alla nuova stagione di "Ciao Darwin" alla fine non si farà. Il buon nome del blog è salvo. Per ora.



"Brooklyn" (2015) è un film delizioso, molto emozionante e decisamente ben fatto. È la storia di una giovane irlandese (Saoirse Ronan) che a metà del secolo scorso decide di lasciare l'Irlanda e imbarcarsi per New York, dove spera di trovare fortuna, il suo cuore però non vuole saperne di abbandonare la verde patria e la giovane scoprirà che non è sufficiente attraversare l'oceano per dimenticare le proprie radici.
Se la protagonista di "Brooklyn" fosse stata inadeguata al ruolo, tutto il film sarebbe crollato come un castello di carte, fortunatamente Saoirse Ronan, attrice incredibilmente poliedrica, è ben più che adeguata ed è anzi la sua bravura ad elevare il film ad un livello superiore, merito probabilmente anche della sua affinità con il personaggio: anche lei infatti ha vissuto gran parte della sua vita tra l’Irlanda e New York proprio come la protagonista del film. La sua prestazione è ancora più sorprendente se consideriamo che ha solo 21 anni ed è stata in grado di gestire un ruolo da protagonista di grandissima intensità.
Brooklyn è una storia di emigrazione e di adattamento e devo ammettere che questi sono argomenti che personalmente mi colpiscono molto, non so bene il perché, ma le storie che si basano su questi temi mi emozionano sempre ed è probabilmente per questo che Brooklyn mi è piaciuto così tanto. Ad alcuni forse queste tematiche non diranno nulla e di conseguenza forse non apprezzeranno questo film ma comunque non posso fare a meno di consigliarvelo.


Carol” (2015) invece è un film drammatico/romantico diretto con intelligenza e bravura dall’ottimo Todd Haynes ed interpretato magistralmente da Cate Blanchett e Rooney Mara. In questo film Therese (Rooney Mara) è una giovane commessa in un negozio di giocattoli che vede la sua vita stravolta dall’incontro con Carol (Cate Blanchett), una donna stupenda che la farà innamorare perdutamente. Il film è ambientato nella New York degli anni 50 e, visto che in quel contesto storico le relazioni omosessuali erano viste come perverse, Carol e Therese si troveranno a dover lottare per poter rendere possibile un amore impossibile.  È meraviglioso come questo film sia delicato eppure incredibilmente potente, è una storia d’amore raccontata sottovoce che però risuona forte nell’anima.
Il regista Todd Haynes non si limita ad ambientare la sua storia negli anni 50 ma riesce a dar vita con grande abilità a quel periodo storico, rendendolo reale, tangibile. Gli autori del film sono riusciti a riportare alla vita le atmosfere che respiravano in quell’epoca, la cura dei dettagli nella ricostruzione storica è encomiabile, sembra quasi che abbiano preso una macchina del tempo e abbiano girato il film nel 1952.
In “Carol” le recitazione delle due protagoniste si mantiene sempre su livelli eccezionali, Rooney Mara (che per questa interpretazione ha ricevuto il premio alla migliore attrice allo scorso Festival di Cannes) trasforma questo film un’ennesima prova del suo talento e si conferma una delle attrici più capaci del panorama cinematografico attuale. Cate Blanchett dal canto suo è semplicemente perfetta nel suo ruolo, sembra che la parte si stata cucita su misura per lei.
Questo film è uno stupendo virtuosismo cinematografico che però si poggia su una storia emozionante e coinvolgente. Effettivamente ha un ritmo molto lento ma non per questo è da considerarsi un film noioso: il regista con grande bravura tiene viva l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine.



Oggi ho provato a commentare in modo più conciso due film invece di attenermi al solito commento lungo di un unico film, probabilmente riproporrò questa double feature altre volte in futuro quando sarà opportuno. Per ora ve saluto e ve ringrazio, forza Roma e abbasso Lazio.


Antonio Margheriti

venerdì 11 marzo 2016

NBT: ROOM

“Room” (2015) è un film fantastico e se avete l’occasione vi consiglio di andare a vederlo al cinema  visto che in molte sale lo stanno ancora proponendo. Vi dò un consiglio però: non guardate il trailer prima di aver visto il film altrimenti rischiate di rovinarvi l'esperienza. “Room” infatti gioca molto con le emozioni dello spettatore e il trailer, rivelando un po' troppe scene, toglie al film parte della sua forza. Ci sarebbe molto di cui parlare riguardo ai problemi dei trailer cinematografici degli ultimi anni e forse prima o poi scriverò un articolo sull’argomento, ma credo che succederà più poi che prima dato che in questo periodo dell'anno c'è veramente molto di cui parlare in ambito filmico. In questi mesi infatti sono usciti moltissimi film interessanti e in mezzo a tutto questo ben di dio Room è passato un po' in sordina, soprattutto in Italia, ma vi assicuro che invece merita tutta la nostra attenzione. Vediamo perché ...


Non voglio andare troppo nel dettaglio nel descrivervi la storia dato che secondo me meno si sa e più ci si gode il film. Tuttavia sono d’obbligo due parole sulla trama giusto per dare un'idea di cosa si tratta a chi non ha mai sentito parlare di questo film. Un maniaco conosciuto con il nome di Old Nick rapisce la diciassettenne Joy (Brie Larson) e la tiene prigioniera in un capanno nel giardino di casa sua per anni, Joy viene violentata più volte da Old Nick durante la sua prigionia e, seguito di uno di questi abusi dà alla luce un figlio che chiamerà Jack (Jacob Tremblay). Ora Jack ha cinque anni e per tutta la sua vita è vissuto in quel capanno che per lui non rappresenta una prigione ma il mondo intero.
Quando dico che il film gioca molto con le emozioni dello spettatore non intendo dire che il film ricorre a espedienti da quattro soldi per far scendere una lacrimuccia sul volto degli spettatori più impressionabili. Al contrario, il film costruisce una relazione di affetto tra noi e i due protagonisti e grazie ad una sceneggiatura intelligente ed a un'ispiratissima regia ci regale delle emozioni forti, sincere e potenti. Nonostante la storia sia molto intensa e coinvolgente non pensiate che sia un film particolarmente scabroso come potrebbe far pensare la breve sinossi che vi fornito sopra, infatti è pur vero che viene raccontata una storia per certi versi molto inquietante ma noi per tutto il film vediamo le cose dal punto di vista di Jack e quindi non siamo investiti in pieno dalla crudeltà e dall'orrore delle vicende dato che la madre cerca in tutti i modo di evitare che il figlio capisca la drammaticità di certe situazioni.


L’aspetto più straordinario di questo film sono le interpretazioni dei due coprotagonisti. Veramente formidabile Jacob Tremblay che stravolge tutti gli stereotipi sugli attori bambino. Di norma infatti quando si è di fronte alla prestazione di un attore bambino si passa tutto il tempo a cercare di analizzare la sua recitazione per poi solitamente concludere con un classico "eh ... alla fine non poi così  male per essere così giovane" ma Jacob Tremblay in “Room” è così autentico e naturale che ci si dimentica quasi che sta recitando,  un’interpretazione così spontanea in un bambino di nove anni è fenomenale. 
Senza nulla togliere a Tremblay sono sicuro che parte del merito della sua ottima performance vada anche al regista che ha saputo sfruttare al meglio le capacità del ragazzo e a Brie Larson la coprotagonista del film. Brie Larson, attrice semisconosciuta fino all’anno scorso, è salita alla ribalta proprio con questo film che le ha fatto guadagnare un mucchio di meritatissimi premi (tra cui Oscar, Golden Globe, SAG Award). L’attrice californiana si è trovata ad interpretare un personaggio complicatissimo: una ragazza resa irriconoscibile da sette anni di prigionia, abusi sessuali, , malnutrizione,  mancanza di luce solare, violenze fisiche e psicologiche che però trova ancora la forza per amare e proteggere il proprio figlio.
La regia di Lenny Abrahamson mi ha colpito positivamente, il materiale di partenza poneva il regista di fronte a sfide non indifferenti che Abrahamson però è riuscito a risolvere con soluzioni eleganti ed efficaci. Ottima anche la sceneggiatura di Emma Donoghue, la scrittrice irlandese è riuscita egregiamente nell’impresa di adattare per il cinema il suo bestseller del 2010.
“Room” è un film che consiglio a tutti di andare a vedere e, dato che siamo in vena di festeggiamenti per il primo compleanno del blog, noi dello staff abbiamo scelto di regalarvi biglietti omaggio (validi fino al 31 marzo) per andare a vedere Room al cinema. Sono disponibili qui . Affrettatevi sono limitati!


Antonio Margheriti

giovedì 15 ottobre 2015

NBT: BLACK MASS

“Black Mass” (2015) avrebbe dovuto essere il film d’apertura della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica ma poi si è ritenuto che non fosse il caso di iniziare il festival con un film tanto violento così si è ripiegato su “Everest” (2015) come apertura. In ogni caso Black Mass è stato comunque uno dei film di cui si è parlato di più tra quelli presentati a Venezia soprattutto a causa della panza importante che ha mostrato Johnny Depp sul red carpet.
Il film può vantare un cast di tutto rispetto: oltre a Johnny Depp abbiamo Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch, Kevin Bacon, Dakota Johnson e Jesse Plemons (che ha interpretato il bastardissimo Todd in Breaking Bad). Alla regia abbiamo Scott Cooper, un regista che non conoscevo e di cui non ho visto nessun film a parte questo. Devo dire però che Scott con “Black Mass” purtroppo non mi ha fatto venire voglia di guardare gli altri suoi lavori.



Il film è ambientato a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 e parla dell’accordo tra il gangster James "Whitey" Bulger e l’agente dell’FBI John Connolly per stroncare il potere della mafia italiana nel North End di Boston. La storia (vera) su cui si basa il film è certamente interessante ma, a mio avviso, non è stata raccontata in maniera da coinvolgere lo spettatore nelle vicende narrate. Questo forse è dovuto anche al fatto che i personaggi in questo film non ispirano particolare simpatia, anzi si può dire che sono proprio dei gran figli di puttana, di conseguenza risulta difficile per lo spettatore parteggiare per loro. Il difetto principale di cui si macchia “Black Mass” è la mancanza di ritmo. Non c’è ritmo, non c’è tensione e conseguentemente il film in molte sue parti risulta noioso. Le scene sono spesso piuttosto banali e i colpi di scena di questo film sono scontati e possono essere previsti dallo spettatore in anticipo.
In realtà il solo motivo per cui la maggior parte delle persone andrà al cinema a vedere “Black Mass” ha un nome e un cognome: Johnny Depp.



L’interpretazione di Johnny secondo me è molto buona ma in questo film abbiamo la prova che è necessaria una buona regia e una buona sceneggiatura per ottenere un’interpretazione attoriale veramente memorabile. Vedete, qui Depp fa il suo onesto lavoro ma il film in generale è mediocre quindi anche la sua interpretazione di viene inglobata nella mediocrità. A mio avviso il personaggio di Whitey non è stato caratterizzato molto bene. Questo non è uno di quei villain che entreranno nella storia del cinema, non certo per mancanze di Johnny Depp ma perché gli autori del film non sono stati capaci di creare un personaggio veramente memorabile. Se la sceneggiatura e la regia fossero state migliori una diretta conseguenza sarebbe stata che anche il personaggio interpretato da Johnny Depp sarebbe risaltato maggiormente. Un attore, anche se magnifico come in questo caso, non più fare tutto da solo: è necessario un grande regista per esaltare un grande attore. Infatti Depp è famoso soprattutto per i suoi ruoli nei film di Burton che guarda caso è un dei migliori registi viventi. Con questo non sto dicendo che Johnny Depp è un cane senza Tim Burton, dico solo che un grande regista sa come tirare fuori il meglio dai suoi attori, cosa che in “Black Mass” non è successa.




Nonostante tutti i grandi nomi in gioco questo film non funziona. Non posso dire di aver visto un brutto film ma di certo “Black Mass” non si alza di molto dalla soglia della mediocrità. Per ora relego Scott Cooper nella categoria dei registi che non mi hanno saputo entusiasmare ma spero che in futuro saprà darmi torto e spero che riuscirà ad affermarsi (la fotografia di Takayanagi invece non mi è dispiaciuta anche se da sola non basta a risollevare le sorti del film).
“Black Mass” è un gangster movie che non mi ha lasciato molto, penso che lo dimenticherò in fretta. Sintetizzando al massimo si può dire che il problema di fondo è che manca di idee veramente originali: tutto purtroppo sa di già visto. L’unica cosa veramente interessante di questo film è stata la ragazza bionda seduta nella fila davanti a me al cinema.





giovedì 24 settembre 2015

NBT: INSIDE OUT

Qualche mese fa è stato annunciato ufficialmente che il film “Gli incredibili 2” è in lavorazione. Nonostante io adori il film originale ( e la sua soundtrack  ) non sono stato entusiasmato dalla scelta di produrne un sequel. Un altro sequel. Sequel, sequel e ancora sequel: questo sembra essere l’andamento in casa Pixar. Oltre a “Gli incredibili 2” sono in programmazione anche “Finding Dory” (sequel di “Alla ricerca di Nemo”), “Toy Story 4” e “Cars 3”. Così tanti sequel sono forse sinonimo di mancanza di idee? Questo solo il tempo ce lo potrà dire.
Intanto per fortuna quest’anno è uscito un film originale made in Pixar e … WOW! È un film stupendo. Sto parlando di “Inside Out” diretto dal buon Pete Docter  che aveva  già dimostrato il suo talento dirigendo due dei miei film Pixar preferiti:  “Monsters & Co.” e “Up”.
L’idea di base del quindicesimo lungometraggio d’animazione dei Pixar Animation Studios è quella di farci entrare all’interno della mente di umana e di mostraci come funziona mediante una personificazione delle emozioni.
Un’idea che in realtà si era già vista ma che in questo film viene sviluppata in maniera superba.
“Inside Out” può essere considerato come il film più ambizioso mai prodotto dalla Pixar. I creatori di questo film sono stati in grado di dare vita sullo schermo all’astrattezza dei processi mentali riuscendo a conferire concretezza alle complesse sfaccettature della mente umana.
Il più grande pregio della Pixar è aver sempre prodotto film d’animazione apprezzabili da parte di varie fasce di pubblico (il che non è affatto semplice) strutturandoli in modo da permettere diversi livelli di lettura. Questo è particolarmente vero nel caso di Inside Out.


Il film si sviluppa su due piani distinti: da una parte c’è il piano della realtà nel quale si verificano determinati avvenimenti e dall’altra c’è il piano mentale nel quale possiamo osservare le reazioni che questi avvenimenti producono nella psiche della protagonista dove troviamo le sue emozioni personificate: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.
La protagonista è Riley, una undicenne che si trasferisce con la famiglia dal Minnesota a San Francisco e che incontra qualche difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto.  Quello che conta realmente però è ciò che accade all’interno della sua testa dove le situazioni tutto sommato normali che si trova ad affrontare producono un fortissimo impatto sulla sua mente. Gli eventi che Riley vive in prima persona ne plasmano la personalità  e Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto si trovano di fronte a grossi sconvolgimenti che devono cercare di risolvere. 


Ciò che colpisce immediatamente lo spettatore di questo film sono i colori accesi e vividi. Inside Out è coloratissimo, un tripudio di colori sgargianti sullo schermo, una festa per gli occhi. Poi ovviamente la qualità della computer grafica Pixar non si discute, anche nei film meno riusciti dello studio la qualità tecnica dell’animazione computerizzata è comunque sempre rimasta a livelli straordinari ed in questo film si toccano nuove vette, soprattutto nelle sezioni che si svolgono all’interno della testa della protagonista dove gli ambienti e i personaggi sono resi in maniera eccezionale. Ma che vo’ dico a fa’?
Inside Out è anche un film divertente e come tutti i film Pixar sa come intrattenere lo spettatore senza mai scendere nel banale, ma questa è una qualità attesa per un film di questo studio.


Quel che mi ha lasciato sbalordito è come il film sia stato in grado di dare concretezza e materialità a elementi che hanno di per sé natura astratta. È un miracolo come si sia riuscito a rendere sullo schermo in modo così convincente  le emozioni, i pensieri, i ricordi, l’elaborazione di concetti, l’immaginazione e i processi mentali della protagonista. Questo film è l’ennesima prova delle capacità dei film d’animazione. Sono film che ci permettono di raccontare delle storie che non sarebbe possibile raccontare in nessun’altro modo.
Quando si parla di film d’animazione invece si finisce spesso per relegarli ad una categoria a sé. Un film d’animazione di particolare valore spesso viene definito un capolavoro “nel suo genere”, si tende quindi ad isolarlo nella sua categoria tenendolo ben distante dai “veri” capolavori del cinema; viene inconsapevolmente percepito come film “semplificato”, che essendo rivolto ad un pubblico giovanissimo necessariamente deve scendere a patti con la narrazione ed abbassare il livello della qualità in modo da poter essere godibile per tutti.

Questo  non è assolutamente vero e se avete ancora dubbi a riguardo basterà poco per eliminarli: andate al cinema e guardate “Inside Out”. Quando uscirete dalla sala sono certo che smetterete una volta per tutte di considerare l’animazione un genere minore.

Antonio Margheriti

venerdì 11 settembre 2015

NBT: THE OSCARS

Oggi è l'11 settembre quindi direi che già è arrivato il momento di  parlare della corsa agli Oscar del 2016 e quando si parla di Oscar ovviamente non si può fare a meno di parlare di Leonardo DiCaprio. Se vi state chiedendo come mai ne parliamo così in anticipo le risposte sono tre:

- Qui a Inside MAD (e ormai questo dovreste averlo capito ) siamo sempre un  passo avanti rispetto a tutti;
- la maggior parte dei film che vedremo premiati a Febbraio stanno per uscire nelle prossime settimane/mesi;
- voglio togliermi qualche sassolino dalla scarpa su questo argomento.

Quindi che aspettiamo?  Fuoco alle polveri!


Se l’estate è solitamente il periodo in cui nei cinema trovano spazio i blockbuster (quest’anno abbiamo avuto  “Jurassic World”, “Mission Impossible: Rogue Nation”, “Ted 2” e chi più ne ha più ne metta)  da settembre comincia l’awards season, inizia cioè quel periodo nel quale escono la maggior parte dei  film che ambiscono a conquistare qualche scintillante statuetta. La statuetta più scintillante di tutte è ovviamente quella conferita dall’Academy ovvero l’Oscar. Tutti impazziscono per gli Oscar, tutti considerano l’Oscar come la punto più alto al quale possa ambire chi lavora nel mondo del cinema. Già adesso si iniziano a fare i pronostici per gli Oscar del prossimo anno, pronostici totalmente campati per aria dato che molti dei film che si danno per favoriti in realtà devono ancora uscire al cinema.
Prima che la corsa entri nel vivo mi piacerebbe mettere ben in chiaro la mia opinione su questo argomento. Io considero gli Oscar come degli importanti riconoscimenti che vengono consegnati  da un’istituzione del cinema (l’Academy ha fatto la storia di Hollywood) e quindi credo che chi li riceve debba sentirsi onorato.



non credo che siano il discriminate per decidere se una persona è una leggenda del cinema o una merdaccia. 
Cosa sono di preciso gli  Oscar? Sono dei premi annuali vengono assegnati tramite una votazione cui partecipano i membri dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences: questi ultimi sono tenuti a dare una valutazione personale e soggettiva sui film nominati. Gli Oscar non servono a decretare quali siano i “film belli” usciti nell’ultimo anno (come invece molti credono) ma sono invece un modo che ha escogitato l’industria del cinema americano per autocelebrarsi dato che i membri dell’Academy sono per la maggior parte ex-attori, ex- registi, ex-sceneggiatori eccetera eccetera.        Bisogna stare attenti a non prendere troppo in considerazione questi premi altrimenti si rischia di censurare la nostra capacità di giudizio critico e di relegare all’ Academy il compito di decretare ciò che è da esaltare e ciò che invece  non lo è.



Non è sbagliato odiare un film nonostante abbia vinto tanti Oscar. E’ sbagliato invece prendersela con coloro che hanno assegnato così tanti Oscar ad un film che odiamo perché, come ho già detto, gli Oscar sono frutto di valutazioni soggettive dell’Academy. Quindi è ridicolo dire che un film “non meritava” tanti Oscar, al massimo si può dire che un film sia scadente nonostante abbia vinto tanti Oscar.
Vedo di spiegarmi meglio. Il film che vince l’Oscar come miglior film non è il film migliore dell’anno ma semplicemente il film che l’Academy ha premiato come migliore dell’anno. E questo signori miei fa tutta la differenza del mondo. Questo concetto semplicissimo non viene pienamente compreso da tutti a quanto pare.
Leonardo Di Caprio è l’uomo che esemplifica tutto ciò:  finora non ha mai vinto un Oscar e per questo viene trattato come l’ultimo degli stronzi. Ogni volta che si parla di lui per qualsiasi motivo poi salta fuori inevitabilmente l’argomento Oscar, quest’uomo viene continuamente ridicolizzato per non averlo mai vinto. Da quando è uscito il trailer di “The Revenant” (il nuovo film di Iñárritu con DiCaprio come protagonista)  tutti sembrano essere convinti che sarà il film che gli farà finalmente vincere il suo primo Oscar. Forse lo sarà, forse no. Forse DiCaprio non vincerà mai un Oscar. Tutto questo non ha importanza:  il punto è che DiCaprio non è un perdente perché non ha mai vinto un Oscar. Leonardo DiCaprio è uno degli attori più straordinari della storia del cinema e le sue interpretazioni magistrali valgono più di qualsiasi Oscar. Non si misura il valore di un attore in relazione ai premi che ha vinto ma in relazione a ciò che riesce a trasmettere attraverso  la recitazione. 




Il punto fondamentale che tutti dovrebbero tenere bene a mente è che il cinema non è una gara in cui si corre per vincere una medaglia. Il cinema è una forma d’arte e come tale non conosce vincitori né vinti.  Bisognerebbe iniziare finalmente a considerare la cerimonia di assegnazione degli Oscar per quello che è ovvero una serata di sfarzo ed eleganza in cui Hollywood si autocelebra con magnificenza. 

Antonio Margheriti

giovedì 6 agosto 2015

NBT: WHAT WE DO IN THE SHADOWS

Un documentario è un film che presenta degli elementi stilistici particolari che sono immediatamente riconoscibili dal pubblico. Quando si inseriscono questi elementi in un film comico volendo andare a creare un finto documentario si ottiene un mockumentary. Ora, il mockumentary quando è di qualità è un genere che personalmente apprezzo moltissimo. Per farvi capire meglio di che tipo di film sto parlando vi porto 3 esempi.
Prendi i soldi e scappa (1969): uno dei film più conosciuti ed apprezzati del grande Woody Allen. Con lo stile di un documentario il film racconta le disavventure di un inetto criminale.
This is Spinal Tap (1984): un rockumentary che documenta il tour americano della band fittizia Spinal Tap. Caposaldo del genere. 11/10.
Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (2006): un giornalista kazako viaggia negli Stati Uniti e documenta gli usi e i costumi americani. Film geniale e dissacrante.
Se avete visto almeno uno dei tre film sopracitati avete capito cosa intendo per mockumentary.


Come avrete intuito il film che vi presento oggi è proprio un mockumentary e a dirla tutta è uno dei migliori che abbia mai visto. “What We Do in the Shadows” è un film del 2014 scritto e diretto da Taika Waititi e Jemaine Clement. Il film ci fa osservare da vicino la vita quotidiana di quattro vampiri ultracentenari che convivono in un appartamento a Wellington in Nuova Zelanda (ma dov’è la vecchia Zelanda ve lo siete mai chiesto? La risposta è alla fine dell’articolo).  Per un vampiro l’ideale sarebbe vivere in solitudine in un antico maniero dal fascino gotico magari provvisto di guglie e torrioni, decorato da enormi vetrate e raccapriccianti gargoyle, pieno di segreti e scricchiolii e provvisto di dipinti inquietanti e ragnatele grandi come arazzi. Certo un castello di tal guisa sarebbe perfetto ma con i tempi che corrono bisogna sapersi accontentare e i quattro vampiri protagonisti del nostro film devono adattarsi ed imparare a convivere in armonia in un piccolo appartamento.  Il film ci mostra gli inconvenienti che i vampiri devono affrontare ogni giorno (pardon, ogni notte) e le difficoltà che incontrano nella convivenza tra coinquilini (ad esempio i litigi per lavare i piatti o per mettere i fogli di giornale per terra prima di mordere le vittime).


I quattro coinquilini sono: Viago (Taika Waititi) un dandy del diciassettesimo secolo, Vladislav (Jemaine Clement) un vampiro medioevale, Deacon (Jonny Brugh) un vampiro giovane ed esuberante che è stato morso solo un paio di secoli fa e Petyr (Ben Fransham) un vampiro di 8000 anni che ricorda nell’aspetto fisico Nosferatu  il protagonista del celebre film muto “Nosferatu, eine Symphonie des Grauens” (1922). Quando Petyr morde al collo il giovane umano Nick (Cori Gonzalez-Macuer) questi, diventato vampiro, rischia di mettere a repentaglio il fragile equilibrio del gruppo intromettendosi negli affari dei quattro assieme al suo amico umano Stu.


C’è molta improvvisazione in “What We Do in the Shadows”, infatti il regista/sceneggiatore/attore Jemaine Clement (che è il sosia perfetto di Benicio Del Toro) ha dichiarato che la maggior parte dei dialoghi del film sono stati improvvisati al momento. Inoltre Stu (il tecnico informatico) è stato interpretato non da un attore bensì da un tecnico informatico di nome Stu, che essenzialmente ha dovuto impersonare sé stesso, senza neppure sapere che il suo personaggio sarebbe stato fondamentale nel finale del film.
Il film però centra il bersaglio. Sa divertire ed i tempi comici sono azzeccati in ogni scena. La comicità del film mi ha ricordato per certi versi gli sketch dei Monty Python. Le commedie degne di nota negli ultimi anni purtroppo sono state rare quindi film come questo sono un vero sollievo. Complimenti a questi ragazzi che ci hanno confezionato un mockumentary a regola d’arte, divertente ed inconsueto. Mi hanno fatto venire voglia di vedere un serie tv spin off di questo film in cui le gag classiche delle sit-com “da appartamento” vengano riviste in chiave vampiresca. Chissà forse in futuro mi accontenteranno.
La Zelanda  è una provincia dei Paesi Bassi (io l’ho scoperto oggi).
Antonio Margheriti

giovedì 25 giugno 2015

NBT: IT FOLLOWS

David Robert Mitchell. Fino a qualche tempo fa non sapevo chi fosse. Ora dopo aver visto il suo horror “It follows” lo voglio sposare. Sul serio. Voglio andare in Irlanda e sposare quest’uomo. Gli voglio regalare un mese di Xbox Live Gold. Voglio dargli una mano a stirare le camice. Vado all’Esselunga e gli faccio la spesa. Voglio dedicargli una canzone folk.  Gli sistemo il garage. Porto sua figlia dal dentista. Gli erigo un mausoleo, una piramide, un cenotafio… qualcosa insomma.
David Robert Mitchell (per gli amici Dave) è un regista americano che con “It Follows” mi ha fatto innamorare. Questo film non solo è un horror splendido ma è anche uno spaccato della vita dei “suburbia teenagers” negli Stati Uniti oltre ad essere una prova di abilità registica straordinaria.



La trama del film è già nel titolo: “It Follows”. Ti seguirà (ma non su Instagram) e non ci sarà riparo sicuro perché non smetterà mai di cercarti. Ma chi? È uno zombie multiforme capace di prendere le sembianze di qualsiasi essere umano. Segue tutti coloro che cadono vittima di una oscura maledizione che si trasmette mediante rapporti sessuali (io possodormire sonni tranquilli allora). Il film a detta del regista prende spunto da una serie di sogni terrificanti avuti quand’era ragazzo. La paura di essere seguito sembra fosse un suo chiodo fisso e quando un regista porta sullo schermo le sue stesse fobie e ossessioni i risultati non sono mai banali.



Il film si ispira alla tradizione classica dell’horror e in particolar modo ai film di Carpenter (“It follows” richiama un altro titolo composto da pronome personale + verbo: “They Live”). Il regista dimostra di essere un grande esperto delle meccaniche dell’horror giocando con uno degli elementi essenziali del genere: l’erotismo. Il sesso in questo film diventa elemento di trasmissione della maledizione. Questo significa condannare una persona ad un destino orribile mediante un atto che dovrebbe essere l’apoteosi dell’amore. Piuttosto deviato no?
Dalla prima scena all’ultima la regia è elegante e raffinata. L’abilità del regista è palese così come pure la sua capacità innata di saper creare tensione e all’occorrenza repulsione nello spettatore (soprattutto in una scena dove un ragazzo viene letteralmente ****** da *** *****) ma allo stesso modo sa affrontare certe scene con una delicatezza inconsueta per un film di questo genere. Sono rimasto sorpreso soprattutto dall’attenzione per i particolari: anche i più piccoli dettagli sono messi a fuoco con una bravura eccezionale.



Vi assicuro che questi complimenti il film se li merita tutti. Quel che più mi entusiasma è che questo è solo il secondo film del regista, ciò vuol dire che ha tutta una carriera davanti a sé e a giudicare da quanto visto finora c’è da augurarsi che in futuro possa regalarci grandi soddisfazioni.

“It follows” è un film del 2014 che negli Stati Uniti è uscito ad aprile di quest’anno mentre in Italia forse non uscirà mai essendo un film indipendente. Vi consiglio di procurarvelo facendo ricorso a tutte le vostre risorse ( https://www.youtube.com/watch?v=Th6PW5VwDFI ).

Antonio Margheriti

giovedì 4 giugno 2015

NBT: TALE OF TALES

Il racconto dei racconti - Tale of Tales (2015) è un film co-scritto e diretto da Matteo Garrone e presentato in concorso al 68esimo Festival di Cannes
Il film è tratto dalla raccolta di fiabe di Giambattista Basile “Lo cunto de li cunti”. Il libro di Basile è composto da ben 50 fiabe napoletane mentre  il film di Garrone ne riporta sullo schermo solamente tre. 
La prima è la storia di un re (John C. Reilly) e di una regina (Salma Hayek) che non riescono ad avere un figlio (incipit classico di molte fiabe famose) e si rivolgono ad un losco figuro che consiglia loro di uccidere un drago marino e farne mangiare il cuore alla regina.  La regina riuscirà alla fine a rimanere gravida ma...
La seconda è la storia di una principessa (Bebe Cave) che vorrebbe trovare marito , il re suo padre (Toby Jones) non è però disposto a perderla. Alla fine il re cede, indice un torneo per la mano di sua figlia ed escogita una prova così difficile che è sicuro che nessuno sarà in grado di superarla ma...
La terza è la storia di un re lussurioso (Vincent Cassel) che non è mai sazio dei piaceri della carne. Un giorno sente un dolce canto e ne rimane stregato. Credendo che si tratti della voce di una vergine si reca a bussare alla casa dalla quale provengono le note leggiadre ma...  


“Il racconto dei racconti” è molto diverso rispetto ai film precedenti di Garrone eppure in realtà sotto alcuni aspetti è anche simile. In film come “Gommora” e “Reality” lo stile usato era iperrealistico, in alcuni casi quasi grottesco e quindi verrebbe da pensare che un registro stilistico simile non sia  adatto per un film fiabesco,  ma se si guarda con attenzione anche in questo film sono presenti elementi di realismo ad esempio  nei volti dei personaggi, negli abiti, nella scelta di usare castelli e palazzi reali e non creati al computer. Il regista ha usato il suo stile particolare anche qui operando un rinnovamento generale, più che un film fantasy in questo caso si può parlare di un film fiabesco all’italiana. Garrone con questo film reinventa il genere fantasy. “Il racconto dei racconti” può essere definito come uno “spaghetti fantasy” perché pur mantenendo invariati i temi chiave del film fantasy classico propone uno stile estetico e narrativo diverso.


Garrone non prende spunto per il suo film da tradizioni fantastiche nordiche o  anglosassoni ma si rifà ad un libro di fiabe napoletano, fa riferimento quindi a storie e racconti della sua terra ed è per questo che il film risulta così autentico e particolare. Se Garrone avesse deciso di imitare pedissequamente gli stilemi del fantasy americano a mio parere ne sarebbe uscita una schifezza, per fortuna ha scelto di osare sperimentando nuove vie ed il risultato è spettacolare. Con questo film Garrone ci dimostra che si può fare un film fantasy anche senza budget esagerati e che le fiabe napoletane possono essere meravigliose tanto quanto quelle nordiche.
Il film è originale e insolito e si discosta dal fantasy convenzionale anche per esigenze pratiche, come spesso accade infatti è proprio la necessità che aguzza l’ingegno. Garrone non poteva contare sui budget stellari dei blockbuster americani e ha dovuto quindi inventarsi delle soluzioni alternative  per ovviare a questo problema e devo dire che ci è riuscito egregiamente: gli effetti speciali sono realizzati molto bene e le scenografie sono magnifiche. Le ambientazioni sono incredibili e le location scelte per il film sono azzeccatissime: i castelli, i villaggi di contadini e i boschi hanno un fascino magico unico.
Il finale è forse l’unico punto debole del film. Alla fine infatti il film si conclude all’improvviso lasciando in sospeso le sorti di alcuni personaggi, rimane quindi allo spettatore il compito di immaginare una conclusione per le loro vicende. Un finale forse affrettato che però non riesce a  rovinare un’opera così splendida.



La scelta degli attori è stata egregia: Toby Jones, Salma Hayek e John C. Reilly sono perfetti per i loro ruoli e recitano in modo eccellente ma mi ha colpito più di ogni altra la prova di Vincent Cassel che risulta molto a suo agio nel ruolo del re libidinoso. Questo era il primo film di Garrone in lingua inglese e posso assicurarvi che ha superato la prova e si è dimostrato in grado di dirigere non solo cast di semisconosciuti come nei suoi film precedenti  ma anche un cast di attori internazionali. Garrone si conferma uno dei registi italiani più in forma del momento e con questa perla del cinema ci ha rappresentato egregiamente all’ultimo Festival di Cannes.

Antonio Margheriti

domenica 24 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 18-24 MAGGIO


FILM: Mad Max: Fury Road (2015)
Lo so, lo so. Abbiamo già parlato approfonditamente di questo film nella rubrica del giovedì con Antonio Margheriti ma, essendo un prodotto molto discusso e avendolo visto in settimana, ho pensato di integrare all’articolo del mio emerito collega con qualche impressione personale. Vi invito quindi a leggere prima questo articolo per capire i riferimenti fatti.

Sostanzialmente penso che il film in questione non sia un capolavoro, ma probabilmente questo giudizio é influenzato dal fatto che il genere action non mi appartiene come altri. Penso però anche di aver visto uno dei migliori film d'azione di sempre. L'azione é la parte centrale del film, occupa circa il 70/80% della pellicola. La regia é dinamica e curata. La fotografia realistica ma al contempo eccessiva e spettacolare. Tutto sembra sopra le righe. L'ambientazione e i personaggi, dal primo all'ultimo, funzionano alla perfezione. L'innovazione del genere femminile al centro di una pellicola culturalmente maschilista alza il livello del prodotto. Finalmente una ventata di novità in un settore per certi versi stantio.
Questa pellicola però presenta dei problemi evidenti che impediscono di raggiungere la perfezione. Il film infatti convince molto più nella prima parte, quando i protagonisti non parlano. Quando invece si raggiunge la prima tregua dalla fuga si ha l'introduzione dei tipici dialoghi stereotipati e improbabili hollywoodiane. Non sono poi d'accordo con Antonio quando dice che il film non eccede mai. Secondo me alcune scene sono volutamente tamarre, ma troppo. A tratti alcune scelte stridono con la durezza e il realismo dell'ambientazione post apocalittica e della carenza di risorse. La trama poi risulta nel suo complesso troppo allungata: non ho apprezzato ad esempio l'introduzione delle donne-guerriere e l'intermezzo inutile con le moto. Alcune imperfezioni che però non intaccano i punti forti del film. Un grande film d'azione. VOTO: 9



ALBUM: The Desired Effect (2015)
Apprezzo molto i Killers, secondo me hanno ottenuto un successo meritato con il loro primo album, Hot Fuss, ma hanno poi smarrito la retta via perdendosi in prodotti molto meno validi, ripetitivi ed inutilmente pomposi. Detto questo devo però ammettere che ogni volta che viene annunciato un nuovo lavoro della band di Las Vegas attendo sempre curioso di vedere il risultato sperando in un’inversione di tendenza.
Brandon Flowers, cantante, frontman e principale fondatore del gruppo, ha iniziato nel 2010 una carriera parallela da solista con la pubblicazione di Flamingo, album vuoto e dimenticabile, senza infamia né lodi. Nel 2015 però ci riprova e stavolta il risultato è anche peggiore. The Desired Effect è a tutti gli effetti uno dei peggiori album che io abbia mai ascoltato: una serie di canzoni pessime, ripetitive, dai toni alti e prive di elementi che possano renderle interessanti. Riff di chitarra sovrastati da tastiere che sintetizzano suoni tipici degli anni ’80. Sfarzo e pomposità esagerati per testi e strutture che non reggono affatto. Molto più vicino ad un album di canzoni di Gardaland, ma neanche di quelle accattivanti che si ascoltano in fila per Raptor o per Oblivion, no, di quelle che portano alla pazzia nella Casa di Prezzemolo. Forse un giudizio condizionato dalle aspettative e dell’amore incondizionato che provo per l’opera prima degli Assassini, ma questo album non voglio ascoltarlo mai più. VOTO: 3.5



ALBUM: Wilder Mind (2015)
Con il primo avevano stupito, con il secondo confermato. Con i terzo album invece i Mumford and Sons cambiano e deludono. La chitarra acustica che aveva fatto la fortuna del gruppo lascia il posto ad una elettrica meno ispirata e meno amalgamata con il resto delle sonorità proposte dall’album. Tutto sembra più forzato, tutto sembra più artificioso e anche i punti forti del gruppo che avevamo imparato a conoscere, quali la voce del cantante, non vengono valorizzati da questo cambio di rotta.
Le canzoni che si alternano sono simili e poco ispirate, manca la verve, manca l’innovazione e manca anche la tradizione. Tutto ciò che rimane è mediocrità, pop poco interessante e poco accattivante. Solo il singolo Believe e Hot Gates ricordano i fasti dei precedenti album.
Cambiare non vuol dire per forza peggiorare. Apprezzo molto gli artisti che rischiano e decidono di abbandonare una strada battuta per esplorare l’inesplorato, ma molto spesso questi commettono evidenti passi falsi, come in questo caso. Il problema di fondo è l’eccessivo avvicinamento ad un pop orecchiabile che non appartiene alla band e che stona inevitabilmente. Sarebbe stata più interessante una sperimentazione ragionata all’interno dello stesso ambito indie. Peccato, aspettiamo però il prossimo album quando sicuramente si tornerà alle origini. VOTO: 5



ALBUM: Wanted on Voyage (2014)
Senti la sua voce profonda e potente e immagini un omone sulla trentina, magari nero, magari sovrappeso, alla Berry White per intenderci. Lo vedi cantare dal vivo e ti ritrovi di fronte un ragazzino di vent’anni con la chitarra, mediamente alto e decisamente molto magro. È difficile pensare che da quel corpicino esca una voce così poco adatta all’idea che l’immagine suggerisce, ma l’abito non fa il monaco e il primo album del giovane artista inglese esalta degnamente le sue doti canore e cantautoriali. George Ezra confeziona un prodotto fresco e classico, un buon mix tra innovazione della nuova generazione e classico indie folk britannico. La chitarra si sente e sovrasta gli altri strumenti. Semplicità è la parola d’ordine che garantisce a questo primo lavoro di Ezra un successo inaspettato ma giustificato. I singoli risultano i brani più orecchiabili e immediati. Una bella scoperta molto promettente. VOTO: 7



ALBUM: Drones (2015)
E voi direte: “Ma quest’album deve ancora uscire. Come fa a receimpressionarlo già?”. E avete ragione, l’album deve ancora uscire e noi oggi parliamo solo dei singoli finora estratti per tenere alto l’hype. I singoli in questione sono tre, in ordine d’uscita, “Psycho”, “Dead Inside” e “Mercy”.
Premetto che nessuno dei tre mi sembra assolutamente da bocciare, ma, già con soli tre brani, la band inglese ha dato prova delle sue potenzialità e ha palesato il fatto che il nuovo album conterrà influenze assai diverse, influenze vecchie e nuove.
Mi duole ammetterlo ma Psycho è forse la meno ispirata delle tre ma anche la meno Muse, la più nuova. Le chitarre elettriche risuonano con potenza e sovrastano tutto il resto, purtroppo anche la voce di Bellamy. Il riff ripetuto però funziona, anche se non coinvolge e prende come al solito. Buoni il testo e il video.
Dead Inside ripropone già una struttura più consona allo stile dei Muse. Le chitarre del singolo precedente vengono affiancate da una batteria imponente e convincente. La voce del frontman è più libera di esprimersi e il testo risulta il migliore dei tre brani estratti finora.
Mercy è invece la migliore, decisamente la migliore. Sembra di essere tornati ai fasti di Starlight. Un prodotto che mescola alla perfezione chitarre, piano, basso, batteria e soprattutto voce. Il cantante è libero di spaziare e mostrare tutte le sue abilità regalando una delle sue migliori performance canore che non vedo l’ora di sentire live. I cori sul ritornello fanno molto anni ’80 ma funzionano ed esaltano. La migliore.

Ovviamente non posso dare un voto su tre soli brani, ma la via è quella giusta. Potrebbe essere un grande album. L’hype aumenta.

giovedì 21 maggio 2015

NBT: MAD MAX: FURY ROAD

Mad Max: Fury Road (2015) è un sequel di un franchise di successo degli anni ’80. Suona familiare questa frase no? In effetti in questi anni sono usciti o stanno per uscire molti sequel di gloriosi film anni ’80: Robocop (2014), Terminator Genesis (2015), Jurassic World (2015), Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della Forza (2016).  Ma, a differenza di questi ultimi, Fury Road è diretto dallo stesso regista dalla trilogia originale: George Miller, il geniale creatore del mondo di Mad Max.
George Miller ha voluto fare questo film alla sua maniera. Aveva un’idea in testa e l’ha portata sullo schermo senza scendere a compromessi (basti pensare che ha fatto costruire delle telecamere ad hoc per questo film). Ne è uscito un film assurdo, esagerato, dinamico, grandioso, originale, esplosivo, adrenalinico, violento, divertente, sfrenato, esuberante, apocalittico, epico.
Mad Max: Fury Road dura due ore e, ad eccezione di pochi e ben posizionati momenti di tregua, sono due ore frenetiche, convulse e deliranti. Questo film riesce ad intrattenere lo spettatore in modo unico per tutta la sua durata. Malgrado tutti i suoi eccessi, nonostante l’azione non si fermi quasi mai, a dispetto dei continui climax di follia rombante non si ha mai la sensazione che il film stia andando troppo oltre, non si avverte mai il desiderio di rallentare. Ci si ritrova esaltati su di un ottovolante di forsennata violenza dal quale non si vuole più scendere.


Quello che stupisce è la cura e la precisione con la quale sono state realizzate anche le scene d’azione più esagerate. Il film rallenta con spettacolari sequenze in slow-motion per farci ammirare meglio alcune sequenze, poi accelera in alcuni punti per accentuare la frenesia del momento. Nelle scene dinamiche il regista non rimane quasi mai sui canonici 24 frame per secondo, ma li aumenta o diminuisce in continuazione. Il lavoro di rifinitura in post-produzione è stato certosino, la maggior parte di Mad Max è stata girata nel 2012 mentre il film è uscito a metà 2015: vuol dire quasi tre anni di massiccia post-produzione. In questi quasi tre anni il film è stato sistemato con un paziente lavoro di cesello fino a farlo diventare quello che è adesso. Questo lavoro di rifinitura è stato fondamentale per poter conferire al film quell’atmosfera particolare che lo caratterizza. Il setting post apocalittico  è curato e credibile nella sua folle assurdità. Ogni luogo viene reso magnificamente e ogni ambiente è intriso del sapore inconfondibile del mondo di Mad Max: sembra quasi di poter avvertire il sapore metallico del sangue in bocca, l’odore pungente della benzina nelle narici, lo scricchiolio della sabbia tra i denti.


Il film non ha un solo protagonista, ne ha due. Infatti, nonostante il suo nome non compaia nel titolo, l’Imperatrice Furiosa (Charlize Theron) è alla pari di Mad Max (Tom Hardy) coprotagonista del film, anzi spesso è proprio Furiosa a rubare la scena a Max. Parlando dei due coprotagonisti mi sento di dire che entrambi hanno fatto un ottimo lavoro anche se devo ammettere che ho apprezzato di più Charlize che con la testa completamente rasata e un braccio amputato interpreta alla perfezione il personaggio di Furiosa. Tom Hardy dal canto suo raccoglie con abilità l’eredità di Mel Gibson e ci consegna un Mad Max poco loquace che spesso si esprime con lamenti e grugniti, ma che nonostante questo non manca di lasciare il segno. Ho apprezzato molto anche il giovane Nicholas Hoult nel ruolo di un “Figlio di Guerra” che combatte con dedizione al servizio di Immortan Joe ( è il villain principale, leader dei Figli di Guerra che lo idolatrano come un semidio) con la speranza di morire in battaglia e poter entrare così nel Walhalla a banchettare con i guerrieri di ogni tempo.


Questo film rappresenta anche una pietra miliare per come vengono concepiti i personaggi femminili nei film d’azione. In Mad Max ci sono parecchi personaggi femminili: oltre a Furiosa ci sono un gruppo di ragazze dette Riproduttrici (giovani dell’Harem di Immortan Joe) e un gruppo di anziane saggie. Queste donne combattano e muoiono esattamente come gli uomini né più né meno. Una delle ragazze finisce sotto le ruote di un camion? Nessuna musica struggente, il protagonista non giura di vendicarla con il pugno rivolto verso il cielo. Ci si comporta esattamente come se fosse morto un personaggio maschile. Il film, colpevole di mettere e donne sullo stesso piano degli uomini, è stato addirittura accusato di eccesivo femminismo. Per quanto mi riguarda ho apprezzato molto la scelta del regista di allontanarsi dalle strade battute del genere action per dare nuova importanza ai ruoli femminili. Ci voleva un cambiamento di rotta in questo senso.


Un altro aspetto che mi è piaciuto particolarmente è stata la scelta di non soffermarsi troppo sulla narrazione. Molte cose non vengono spigate (non sappiamo ad esempio come Furiosa abbia perso il braccio) mentre altre ci vengono solo accennate. Non penso che queste siano debolezze del film anzi credo che siano punti di forza. Volersi focalizzare troppo sulla storia in un film di questo tipo sarebbe stato sbagliato e avrebbe spezzato inutilmente il ritmo. La trama ci viene fatta intuire al volo e poi siamo subito catapultati in un’altra sequenza adrenalinica. Lo spettatore non rimane spaesato dato che il film riesce a far capire il contesto in cui si sviluppa la vicenda e le motivazioni dei personaggi senza rallentare neanche un po’.

In genere sono scettico nei confronti dei sequel perché li considero figli di una mancanza di ispirazione ma con questo film George Miller mi ha dimostrato che non tutti i sequel vengono per nuocere. Mad Max: Fury Road è un film fantastico e se tutti i sequel avessero la qualità di questo film non ci sarebbe nulla di male a produrne in continuazione. Questo film andava fatto perché George Miller non aveva finito di raccontarci l’epica storia di Mad Max, aveva ancora un capitolo da scrivere e questo capitolo si è rivelato essere il più spettacolare di tutti.

Antonio Margheriti



giovedì 14 maggio 2015

NBT: FURY

Sta per finire ma è più brutale che mai.

In “Fury” (2014) la seconda guerra mondiale volge al termine nel modo più cruento possibile e noi ne siamo spettatori sbalorditi.



1945. Germania. Le colonne di carri armati Sherman, di gran lunga inferiori ai Tiger tedeschi, si fanno largo verso la vittoria passando per una terra devastata tanto quanto gli ideali ai quali fu così fanaticamente devota. La Germania sarà anche martoriata ma i tedeschi non hanno nessuna intenzione di cedere il passo alle truppe alleate con facilità. Lotteranno con ogni mezzo rimasto, sparando fino all’ultimo proiettile arrugginito e sacrificando anche i  bambini della Hitlerjugend pur di evitare che la loro patria finisca nelle mani dei nemici del Reich.
Hitler ha ordinato ai suoi soldati di combattere fino alla fine. Per il Führer la sconfitta semplicemente non è contemplata. Sconfitta significa condannare il glorioso volk tedesco ad una fine definitiva. Gli eserciti alleati di conseguenza si trovano di fronte ad un avversario allo sbando che continua a combattere con la forza della disperazione.
Il film si focalizza in particolare sull’equipaggio di un carro Sherman (soprannominato Fury). Don 'Wardaddy' Collier (Brad Pitt) è il comandante del carro, ai suoi ordini ci sono:
1)l’artigliere Boyd "Bible" Swan (Shia LaBeouf)
2) il meccanico Grady "Coon-Ass" Travis (Jon Bernthal)
3)il guidatore Trini "Gordo" Garcia (Michael Peña)
4)la recluta Norman Ellison (Logan Lerman).



“Fury” è un film crudo, impietoso e a tratti crudele. Questo film mostra la guerra senza romanticismi, la mostra per quello che è senza adornarla d’un manto epico. “Fury” ha uno stile diretto e deciso che mi è piaciuto molto. E’ un war movie particolare in quanto il regista sceglie un approccio il più possibile realistico evitando le artificiosità tipicamente hollywoodiane. La cosa che più di ogni altra ho apprezzato in questo film è stata l’assoluta assenza dell’elemento patriottico. In un film del genere sarebbe stato facile inserire il classico patriottismo made in U.S.A. ma qui per fortuna il regista non l’ha ritenuto necessario e si è allontanato dai vecchi cliché del genere. Questo è molto raro in un film di guerra americano e l’ho apprezzato molto. Nel finale purtroppo si scade un po’ nel melodrammatico e  le ultime scene del film sembrano non essere in linea con il tono generale della pellicola. Peccato perché mi sarebbe piaciuto che il film avesse sottolineato ancor di più l’orrore della guerra con un finale duro e spietato che avesse reso ancor più chiaro il messaggio centrale del film: la guerra è sempre sporca. Anche quando sta per finire. Anche quando un esercito sta avanzando inarrestabile verso la vittoria. La guerra è SEMPRE sporca.
Questo concetto è ribadito anche dell’uso che viene fatto del fango. Il fango è onnipresente in questo film: le strade sono fiumi di fango, i carri sono ricoperti di fango, i soldati sono sporchi di fango. Il pantano, la fanghiglia che permeano ogni cosa non sono solo elementi scenografici ma a mio avviso rivestono anche un importante significato simbolico. In un paesaggio così melmoso anche il viaggiatore più attento finirà per sporcarsi e allo stesso modo in una guerra così brutale anche il soldato più leale finirà col corrompersi. Il fango rappresenta tutti gli aspetti più infamanti della guerra e in una guerra simile è impossibile non sporcarsi.


“Fury” è stato scritto e diretto da David Ayer. La regia di Ayer mi ha convinto pianamente, questo regista non è particolarmente noto (fino ad ora infatti era famoso principalmente per essere lo sceneggiatore di Training Day) ma con questo Fury dimostra di essere abile e capace. Penso quindi che sia lecito aspettarsi qualche altro buon film da lui in futuro.
Una menzione speciale va fatta al direttore della fotografia, il russo Roman Vasyanov.
Penso che la fotografia sia l’aspetto che più di ogni altro mi è rimasto impresso in questo film. Mediante una fotografia grigia, con colori spenti e bigi ci viene mostrata con maestria la bellezza terribile dei paesaggi della campagna tedesca dilaniata dalla guerra.

Parliamo un po’ delle performance attoriali. Direi che anche da questo punto di vista non ci si può lamentare. Secondo alcuni questa sarebbe addirittura la migliore interpretazione di Brad Pitt di tutta la sua carriera. Secondo me non è la sua miglior interpretazione in assoluto ma comunque in “Fury” dà di certo un’ottima prova del suo talento e  ci ricorda ancora una volta che non è solo una faccia da copertina. Gli anni passano (ormai ne ha 51) e Brad Pitt non è più un giovincello come negli anni 90, di conseguenza è ovvio che cambino anche i suoi ruoli: non interpreta più giovani scavezzacollo come un tempo, ora i suoi personaggi sono maturi e burberi (come in “Fury” ma anche come in “The Tree of Life”). Per quanto riguarda il resto del cast se la cavano tutti bene. Incredibile ma vero anche il buon Shia LaBeouf (che ultimamente sembra avere la popolarità di un cane in chiesa) dà buona prova di sé in questo film.

L’uscita di “Fury” è stata posticipata a causa del fallimento della Miramax e quindi nonostante negli Stati Uniti sia uscito lo scorso ottobre in Italia uscirà nelle sale solo il 3 giugno 2015. Vi consiglio fortemente di andarlo a vedere al cinema se siete amanti del genere, questo film è uno spettacolo per gli occhi.
 Antonio Margheriti

giovedì 9 aprile 2015

NBT: HUMANDROID

Ciao facce di merda. Oggi vorrei parlarvi di "Humandroid" (non temete non ci vorrà molto tra poco potrete riprendere ad ascoltare Fedez). Humandroid (Chappie) è un film del 2015 diretto da Neill Blomkamp e scritto da Neill Blomkamp e Terri Tatchell. Dopo District 9 ed Elysium il regista Neill Blomkamp con il suo terzo film si concentra sul problema dell’intelligenza artificiale e sulla possibilità per i robot di sviluppare una coscienza come gli esseri umani.


Il film è ambientato a Johannesburg in Sudafrica in un futuro prossimo. Questo setting futuristico nel quale si svolgono le vicende sembra avere poca coerenza. Se da un lato infatti la tecnologia robotica sembra essere era ben sviluppata, in quanto sono presenti dei robot da combattimento così avanzati da aver quasi soppiantato gli umani nelle forze di polizia, dall’altro tutto il resto delle tecnologie (computer, cellulari, auto eccetera) sembra fermo ai giorni nostri. L’unica vera differenza con il presente sembra essere che i criminali in questa Sudafrica del futuro hanno una predilezione per le armi colorate di giallo. VABEH



Vediamo la trama in breve: un nerdaccio “di quelli giusti” riesce a creare un’intelligenza artificiale capace di esercitare il libero arbitrio ma un gruppo di criminali lo rapisce e ruba il robot sul quale ha impiantato la coscienza, i criminali sono in debito con il rastone più cattivo di Johannesburg e usano il robot per cercare di guadagnare denaro in fretta, la storia si complica quando interviene un ingegnere militare che vuole disabilitare tutti i robot della città per poter…. Ok basta così non mi piace rivelare troppo la trama ma vi posso dire che la coppia Neill e Terri che pure aveva fatto un bel lavoro con la sceneggiatura di District 9 questa volta ci consegna una storia fiacchetta anzichenò.
Il nerdaccio in questione è coso (come si chiama?) il protagonista di The Millionaire, in questo film troviamo anche Hugh Jackman che interpreta il villain di turno (secondo me poteva essere usato meglio, qui è solo un personaggio bidimensionale), nel film recitano anche due membri del gruppo elettrorap sudafricano Die Antwoord (mi ha colpito molto la somiglianza impressionante del cantante con Enzo Salvi ).



Il punto centrale del film riamane comunque la coscienza del robot Chappie: la sua capacità di distinguere tra il bene e il male e la sua capacità di provare emozioni umane.  Appena viene attivato Chappie si comporta esattamente come un bambino perché proprio come un bambino deve ancora capire e comprendere il mondo che lo circonda ma la sua capacità di apprendimento è prodigiosa e presto inizia a parlare e ad elaborare concetti anche complessi come “promessa” oppure “crimine”. Chappie ha un modello di apprendimento che si basa sull’imitazione ma qui sta il problema: gli unici modelli che può imitare sono i suoi rapitori, questi cercano di inculcargli il loro stile di vita insegnandogli come sparare, come muoversi e come camminare come un gangsta. Qui troviamo uno degli aspetti meglio riusciti del film: mostrare come chiunque se messo in un certo ambiente finirà con il conformarsi ai modelli comportamentali di quell’ambiente. Da qui il film prende anche degli spunti comici: è assurdo vedere un robot con al collo 4/5 collane d’oro che parla con il gergo del ghetto e cammina con le movenze di un rapper.



Per quanto riguarda la realizzazione del robot in sé a mio avviso su questo punto non si possono trovare pecche. Chappie è stato costruito molto bene, ha dei movimenti credibili e pur non avendo una faccia prettamente antropomorfa è in grado di trasmetterci i suoi stati d’animo mediante delle espressioni del volto molto caratteristiche. E’ un peccato che non vi possa parlare del finale che per certi versi rappresenta la parte più stimolante del film, ma siccome non voglio fare spoiler vi rileverò solo che nel finale si esplorano le possibili frontiere della robotica e vengono posti degli interessanti interrogativi su quali possano essere i confini tra ciò che è umano e ciò che è meccanico.


Questo film ha delle idee interessanti che però non sono sufficienti per poterlo definire un prodotto completo. In generale, secondo me, non funziona appieno; siamo di fronte ad un buon film che però a mio parere non è stato sviluppato completamente e avrebbe potuto essere migliorato sotto molti punti di vista primo fra tutti quello narrativo. Peccato perché il regista con i suoi primi due film aveva intrigato anche me che non sono un amante dello sci-fi, con Humandroid invece non riesce ad entusiasmarmi. Spero che con i prossimi lavori si faccia perdonare.
Vi linko il trailer del film così se avete voglia potete dare un’occhiata e vedere se vi può interessare.

Antonio Margheriti