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venerdì 25 marzo 2016

NBT: BROOKLYN/CAROL

Oggi vi propongo una double feature, due film in un colpo solo: "Brooklyn" e "Carol". La distribuzione italiana ha trattato entrambi con poco riguardo quindi mi sono riproposto di ripagare il torto parlandovene qui. Spero di riuscire ad incuriosirvi tanto da farvi venir voglia di recuperare questi due splendidi film, qualora non l'abbiate già fatto ovviamente. Sappiate comunque che vi dovreste ritenere fortunati dato che questa settimana avevo in serbo ben altro destino per voi ma in ultima ho rinunciato ai miei propositi. L'articolone di commento alla nuova stagione di "Ciao Darwin" alla fine non si farà. Il buon nome del blog è salvo. Per ora.



"Brooklyn" (2015) è un film delizioso, molto emozionante e decisamente ben fatto. È la storia di una giovane irlandese (Saoirse Ronan) che a metà del secolo scorso decide di lasciare l'Irlanda e imbarcarsi per New York, dove spera di trovare fortuna, il suo cuore però non vuole saperne di abbandonare la verde patria e la giovane scoprirà che non è sufficiente attraversare l'oceano per dimenticare le proprie radici.
Se la protagonista di "Brooklyn" fosse stata inadeguata al ruolo, tutto il film sarebbe crollato come un castello di carte, fortunatamente Saoirse Ronan, attrice incredibilmente poliedrica, è ben più che adeguata ed è anzi la sua bravura ad elevare il film ad un livello superiore, merito probabilmente anche della sua affinità con il personaggio: anche lei infatti ha vissuto gran parte della sua vita tra l’Irlanda e New York proprio come la protagonista del film. La sua prestazione è ancora più sorprendente se consideriamo che ha solo 21 anni ed è stata in grado di gestire un ruolo da protagonista di grandissima intensità.
Brooklyn è una storia di emigrazione e di adattamento e devo ammettere che questi sono argomenti che personalmente mi colpiscono molto, non so bene il perché, ma le storie che si basano su questi temi mi emozionano sempre ed è probabilmente per questo che Brooklyn mi è piaciuto così tanto. Ad alcuni forse queste tematiche non diranno nulla e di conseguenza forse non apprezzeranno questo film ma comunque non posso fare a meno di consigliarvelo.


“Carol” (2015) invece è un film drammatico/romantico diretto con intelligenza e bravura dall’ottimo Todd Haynes ed interpretato magistralmente da Cate Blanchett e Rooney Mara. In questo film Therese (Rooney Mara) è una giovane commessa in un negozio di giocattoli che vede la sua vita stravolta dall’incontro con Carol (Cate Blanchett), una donna stupenda che la farà innamorare perdutamente. Il film è ambientato nella New York degli anni 50 e, visto che in quel contesto storico le relazioni omosessuali erano viste come perverse, Carol e Therese si troveranno a dover lottare per poter rendere possibile un amore impossibile.  È meraviglioso come questo film sia delicato eppure incredibilmente potente, è una storia d’amore raccontata sottovoce che però risuona forte nell’anima.
Il regista Todd Haynes non si limita ad ambientare la sua storia negli anni 50 ma riesce a dar vita con grande abilità a quel periodo storico, rendendolo reale, tangibile. Gli autori del film sono riusciti a riportare alla vita le atmosfere che respiravano in quell’epoca, la cura dei dettagli nella ricostruzione storica è encomiabile, sembra quasi che abbiano preso una macchina del tempo e abbiano girato il film nel 1952.
In “Carol” le recitazione delle due protagoniste si mantiene sempre su livelli eccezionali, Rooney Mara (che per questa interpretazione ha ricevuto il premio alla migliore attrice allo scorso Festival di Cannes) trasforma questo film un’ennesima prova del suo talento e si conferma una delle attrici più capaci del panorama cinematografico attuale. Cate Blanchett dal canto suo è semplicemente perfetta nel suo ruolo, sembra che la parte si stata cucita su misura per lei.
Questo film è uno stupendo virtuosismo cinematografico che però si poggia su una storia emozionante e coinvolgente. Effettivamente ha un ritmo molto lento ma non per questo è da considerarsi un film noioso: il regista con grande bravura tiene viva l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine.



Oggi ho provato a commentare in modo più conciso due film invece di attenermi al solito commento lungo di un unico film, probabilmente riproporrò questa double feature altre volte in futuro quando sarà opportuno. Per ora ve saluto e ve ringrazio, forza Roma e abbasso Lazio.


Antonio Margheriti

giovedì 17 marzo 2016

NBT: SWANS

Come molti ho scoperto gli Swans relativamente tardi, grazie ai loro più recenti lavori, “The Seer” e “To Be Kind”. Era evidente come i suoni e le sperimentazioni di questi due album fossero la summa di un percorso artistico cominciato ben prima e ho quindi cominciato ad esplorarlo. Le idee scritte qua sotto mi gironzolavano in testa da parecchio tempo e, complici i troppi impegni (dalla prossima si torna al format usuale, non disperate), mi è sembrato il momento di condividerle.


Dal diario di Rorshach, 12 Ottobre 1985:
“Le strade sono lunghi rigagnoli e i rigagnoli sono pieni di sangue e quando alla fine le fogne si ricopriranno di croste, tutti i parassiti della società affogheranno. Tutto il loro sesso e i loro delitti, accumulati come sudiciume, li sommergerà fino alla cintola e tutte le puttane e tutti i politici guarderanno verso l’alto e grideranno “salvaci!”…e io guarderò verso il basso, e sussurrerò “no”.”
(Watchmen #1, Alan Moore, 1985)

Ascoltando “Filth”, debutto discografico degli Swans datato 1983, non riuscivo a togliermi dalla testa l’incipit del capolavoro di Alan Moore. Immaginavo il volto di Kovacs dietro la maschera, deformato dal lugubre, insondabile ghigno, lo stesso raffigurato in copertina, mentre osserva la brutale catarsi che sta avvenendo sotto di lui. Suona come una sorta di masochistica purificazione a cui si è forzati a partecipare dalla musica di questa band newyorkese. È impossibile e forse insensato dato lo stile monolitico dell’opera, analizzare il disco canzone per canzone. Filth è un unico blocco granitico da cui emerge una fiera tanto bestiale quanto i colpi di scalpello che l’hanno liberata. Ed ecco quindi le percussioni secche, potenti, marziali, con quell’aggressività e ripetitività tipiche dell’industrial e della No Wave che, nella loro solo apparente trasgressione, riescono a squarciare il velo di ipocrisia della società smascherandone le perversioni. Scordatevi qualsiasi genere di melodia: gli strumenti vengono malmenati, percossi più che suonati. Chitarra, basso e i vari suoni campionati creano un’atmosfera di cacofonie discordanti e ripetitive; vengono consumati atti di pura violenza ai danni delle vostre orecchie, ma allo stesso tempo non riuscite a distaccarvi dall’oscuro fascino che questo fitto e intricato telaio di suoni e rumori induce nella vostra mente. Da questa solida, metallica impalcatura noise emergono impetuose e impietose le urla di Michael Gira. È difficile definire testi le frasi ululate dal cantante e bassista, vera anima del gruppo fin dagli esordi. Sembrano in realtà crudeli e bestiali norme, i comandamenti di un perverso regime.  

“Look straight ahead”.
“Don’t talk until you’re spoken to”.
“Use sex for control”.
“Use hate for freedom”.

Fino a toccare verso il finale, vette di disturbante veemenza:

“Knock him down.
Cut off his deception.
Murder his influence.
Rape his memory”.

Da brividi. Quando ho ascoltato “Filth” la prima volta ho pensato che fosse la cosa più brutale in cui mi fossi imbattuto fino a quel momento.
Poi ho ascoltato “Cop”.


“Cop” usci l’anno successivo a “FIlth”, e ne è l’ideale prosecuzione dal punto di vista musicale e tematico. Con  una formazione oramai stabilizzata (di cui in particolare Gira e Westberg diverranno i punti di riferimento), gli Swans proseguono nella loro progressiva emancipazione dal movimento No Wave, evolvendosi ed emergendo come una delle realtà underground più interessanti degli anni 80, che dalle audaci sperimentazioni post-punk stavano lentamente scivolando verso quel pop plastificato che avrebbe dominato il mainstream del decennio successivo. In particolare gli Swans contribuirono con la loro musica a creare un humus di sonorità nuove e alternative da cui avrebbero tratto linfa vitale gruppi ormai storici come i Sonic Youth, giusto per citarne uno.
“Cop” si spinge, se possibile, ancora di più nelle profondità di quegli oscuri anfratti esplorati da “Filth”. Il ritmo viene notevolmente rallentato, la musica arranca, procede faticosamente, come un moderno Sisifo costretto a spingere la sporca, meschina e ipocrita anima del mondo occidentale contemporaneo. In eterno, senza tregua. Questa andatura lenta, cadenzata, si riflette sulla musica accentuandone cacofonie e contrasti. Ciò che risulta dalla ripetizione angosciante di questi suoni e ritmi è una descrizione cruda e  terrificante di una società “catena di montaggio”. Un mondo di macchine votate alla perpetua produzione, reprimendo ogni istinto o pulsione, sia essa di vita o di distruzione, sacrificando se stesse al dio Mercato. L’individuo non ha modo e non ha motivo di esprimere se stesso, mortificato nello spirito.

“You’re superior.”
“I don’t exist.”
“You control me.”
“You own me.”
“I worship your authority.”

Gira dipinge con violente e selvagge pennellate un ritratto desolante e nichilista dell’Occidente della Reaganomics e del Tatcherismo, incapace di comprendere e superare le proprie contraddizioni.  
“Nobody beats you like a cop in jail” sono i versi biascicati nella traccia che dà il nome all’album. Non è solo un abuso di potere ciò che viene denunciato (“A mezzanotte tutti gli agenti…”) ma qualcosa di psicologicamente più complesso. Bigottismo e malsane declinazioni del pensiero secondo cui il fine giustifica i mezzi non sono sufficienti a mascherare la consapevolezza del male perpetrato, che viene quindi colpevolmente nascosto. Sotto la patina del benessere economico, lontano dalla vista e allo stesso tempo sotto gli occhi di tutti, il mondo sta marcendo.
Gli Swans non sono certo i primi a trattare certi temi nella loro musica, tuttavia vi è una sostanziale differenza rispetto alle opere di altri musicisti. I gruppi della prima ondata Punk e la successiva scena Rap/Hip Hop, pur essendo sostanzialmente differenti affrontavano le questioni politiche e sociali allo stesso modo: di petto, con rabbia e talvolta scomoda ironia, attaccando direttamente ciò che andava contro i loro principi. Vi era uno scontro concreto dove ad ogni azione corrispondeva una reazione in musica. Altri gruppi e altre scene avevano un atteggiamento diametralmente opposto: si concentravano sull’individuo, creavano personaggi con complessi profili psicologici dalla cui esperienza più o meno fittizia nasceva una critica. È il caso di “The Wall” e “The Lamb Lies Down on Broadway”.
Nel caso degli Swans non avviene niente di tutto questo. La loro è una presa d’atto, non di posizione. “Filth” e “Cop” si limitano a fornire una realistica, cruda descrizione del mondo come appare, rimandando riflessioni e opinioni all’ascoltatore. Sta a lui decidere a cosa credere.


In una recensione a posteriori Ned Raggett scrisse: "Early Swans really is like little else on the planet before or since", ed è probabilmente vero. Negli album successivi sperimenteranno lentamente suoni differenti, più acustici e meno meccanici. Si può dire che con questi due lavori finisce la “prima fase” della carriera degli Swans, impetuosa e seducente come la creatura da cui prendono il nome. 

Davide Quercia

venerdì 11 marzo 2016

NBT: ROOM

“Room” (2015) è un film fantastico e se avete l’occasione vi consiglio di andare a vederlo al cinema  visto che in molte sale lo stanno ancora proponendo. Vi dò un consiglio però: non guardate il trailer prima di aver visto il film altrimenti rischiate di rovinarvi l'esperienza. “Room” infatti gioca molto con le emozioni dello spettatore e il trailer, rivelando un po' troppe scene, toglie al film parte della sua forza. Ci sarebbe molto di cui parlare riguardo ai problemi dei trailer cinematografici degli ultimi anni e forse prima o poi scriverò un articolo sull’argomento, ma credo che succederà più poi che prima dato che in questo periodo dell'anno c'è veramente molto di cui parlare in ambito filmico. In questi mesi infatti sono usciti moltissimi film interessanti e in mezzo a tutto questo ben di dio Room è passato un po' in sordina, soprattutto in Italia, ma vi assicuro che invece merita tutta la nostra attenzione. Vediamo perché ...


Non voglio andare troppo nel dettaglio nel descrivervi la storia dato che secondo me meno si sa e più ci si gode il film. Tuttavia sono d’obbligo due parole sulla trama giusto per dare un'idea di cosa si tratta a chi non ha mai sentito parlare di questo film. Un maniaco conosciuto con il nome di Old Nick rapisce la diciassettenne Joy (Brie Larson) e la tiene prigioniera in un capanno nel giardino di casa sua per anni, Joy viene violentata più volte da Old Nick durante la sua prigionia e, seguito di uno di questi abusi dà alla luce un figlio che chiamerà Jack (Jacob Tremblay). Ora Jack ha cinque anni e per tutta la sua vita è vissuto in quel capanno che per lui non rappresenta una prigione ma il mondo intero.
Quando dico che il film gioca molto con le emozioni dello spettatore non intendo dire che il film ricorre a espedienti da quattro soldi per far scendere una lacrimuccia sul volto degli spettatori più impressionabili. Al contrario, il film costruisce una relazione di affetto tra noi e i due protagonisti e grazie ad una sceneggiatura intelligente ed a un'ispiratissima regia ci regale delle emozioni forti, sincere e potenti. Nonostante la storia sia molto intensa e coinvolgente non pensiate che sia un film particolarmente scabroso come potrebbe far pensare la breve sinossi che vi fornito sopra, infatti è pur vero che viene raccontata una storia per certi versi molto inquietante ma noi per tutto il film vediamo le cose dal punto di vista di Jack e quindi non siamo investiti in pieno dalla crudeltà e dall'orrore delle vicende dato che la madre cerca in tutti i modo di evitare che il figlio capisca la drammaticità di certe situazioni.


L’aspetto più straordinario di questo film sono le interpretazioni dei due coprotagonisti. Veramente formidabile Jacob Tremblay che stravolge tutti gli stereotipi sugli attori bambino. Di norma infatti quando si è di fronte alla prestazione di un attore bambino si passa tutto il tempo a cercare di analizzare la sua recitazione per poi solitamente concludere con un classico "eh ... alla fine non poi così  male per essere così giovane" ma Jacob Tremblay in “Room” è così autentico e naturale che ci si dimentica quasi che sta recitando,  un’interpretazione così spontanea in un bambino di nove anni è fenomenale. 
Senza nulla togliere a Tremblay sono sicuro che parte del merito della sua ottima performance vada anche al regista che ha saputo sfruttare al meglio le capacità del ragazzo e a Brie Larson la coprotagonista del film. Brie Larson, attrice semisconosciuta fino all’anno scorso, è salita alla ribalta proprio con questo film che le ha fatto guadagnare un mucchio di meritatissimi premi (tra cui Oscar, Golden Globe, SAG Award). L’attrice californiana si è trovata ad interpretare un personaggio complicatissimo: una ragazza resa irriconoscibile da sette anni di prigionia, abusi sessuali, , malnutrizione,  mancanza di luce solare, violenze fisiche e psicologiche che però trova ancora la forza per amare e proteggere il proprio figlio.
La regia di Lenny Abrahamson mi ha colpito positivamente, il materiale di partenza poneva il regista di fronte a sfide non indifferenti che Abrahamson però è riuscito a risolvere con soluzioni eleganti ed efficaci. Ottima anche la sceneggiatura di Emma Donoghue, la scrittrice irlandese è riuscita egregiamente nell’impresa di adattare per il cinema il suo bestseller del 2010.
“Room” è un film che consiglio a tutti di andare a vedere e, dato che siamo in vena di festeggiamenti per il primo compleanno del blog, noi dello staff abbiamo scelto di regalarvi biglietti omaggio (validi fino al 31 marzo) per andare a vedere Room al cinema. Sono disponibili qui . Affrettatevi sono limitati!


Antonio Margheriti

giovedì 15 ottobre 2015

NBT: BLACK MASS

“Black Mass” (2015) avrebbe dovuto essere il film d’apertura della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica ma poi si è ritenuto che non fosse il caso di iniziare il festival con un film tanto violento così si è ripiegato su “Everest” (2015) come apertura. In ogni caso Black Mass è stato comunque uno dei film di cui si è parlato di più tra quelli presentati a Venezia soprattutto a causa della panza importante che ha mostrato Johnny Depp sul red carpet.
Il film può vantare un cast di tutto rispetto: oltre a Johnny Depp abbiamo Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch, Kevin Bacon, Dakota Johnson e Jesse Plemons (che ha interpretato il bastardissimo Todd in Breaking Bad). Alla regia abbiamo Scott Cooper, un regista che non conoscevo e di cui non ho visto nessun film a parte questo. Devo dire però che Scott con “Black Mass” purtroppo non mi ha fatto venire voglia di guardare gli altri suoi lavori.



Il film è ambientato a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 e parla dell’accordo tra il gangster James "Whitey" Bulger e l’agente dell’FBI John Connolly per stroncare il potere della mafia italiana nel North End di Boston. La storia (vera) su cui si basa il film è certamente interessante ma, a mio avviso, non è stata raccontata in maniera da coinvolgere lo spettatore nelle vicende narrate. Questo forse è dovuto anche al fatto che i personaggi in questo film non ispirano particolare simpatia, anzi si può dire che sono proprio dei gran figli di puttana, di conseguenza risulta difficile per lo spettatore parteggiare per loro. Il difetto principale di cui si macchia “Black Mass” è la mancanza di ritmo. Non c’è ritmo, non c’è tensione e conseguentemente il film in molte sue parti risulta noioso. Le scene sono spesso piuttosto banali e i colpi di scena di questo film sono scontati e possono essere previsti dallo spettatore in anticipo.
In realtà il solo motivo per cui la maggior parte delle persone andrà al cinema a vedere “Black Mass” ha un nome e un cognome: Johnny Depp.



L’interpretazione di Johnny secondo me è molto buona ma in questo film abbiamo la prova che è necessaria una buona regia e una buona sceneggiatura per ottenere un’interpretazione attoriale veramente memorabile. Vedete, qui Depp fa il suo onesto lavoro ma il film in generale è mediocre quindi anche la sua interpretazione di viene inglobata nella mediocrità. A mio avviso il personaggio di Whitey non è stato caratterizzato molto bene. Questo non è uno di quei villain che entreranno nella storia del cinema, non certo per mancanze di Johnny Depp ma perché gli autori del film non sono stati capaci di creare un personaggio veramente memorabile. Se la sceneggiatura e la regia fossero state migliori una diretta conseguenza sarebbe stata che anche il personaggio interpretato da Johnny Depp sarebbe risaltato maggiormente. Un attore, anche se magnifico come in questo caso, non più fare tutto da solo: è necessario un grande regista per esaltare un grande attore. Infatti Depp è famoso soprattutto per i suoi ruoli nei film di Burton che guarda caso è un dei migliori registi viventi. Con questo non sto dicendo che Johnny Depp è un cane senza Tim Burton, dico solo che un grande regista sa come tirare fuori il meglio dai suoi attori, cosa che in “Black Mass” non è successa.




Nonostante tutti i grandi nomi in gioco questo film non funziona. Non posso dire di aver visto un brutto film ma di certo “Black Mass” non si alza di molto dalla soglia della mediocrità. Per ora relego Scott Cooper nella categoria dei registi che non mi hanno saputo entusiasmare ma spero che in futuro saprà darmi torto e spero che riuscirà ad affermarsi (la fotografia di Takayanagi invece non mi è dispiaciuta anche se da sola non basta a risollevare le sorti del film).
“Black Mass” è un gangster movie che non mi ha lasciato molto, penso che lo dimenticherò in fretta. Sintetizzando al massimo si può dire che il problema di fondo è che manca di idee veramente originali: tutto purtroppo sa di già visto. L’unica cosa veramente interessante di questo film è stata la ragazza bionda seduta nella fila davanti a me al cinema.





venerdì 11 settembre 2015

NBT: THE OSCARS

Oggi è l'11 settembre quindi direi che già è arrivato il momento di  parlare della corsa agli Oscar del 2016 e quando si parla di Oscar ovviamente non si può fare a meno di parlare di Leonardo DiCaprio. Se vi state chiedendo come mai ne parliamo così in anticipo le risposte sono tre:

- Qui a Inside MAD (e ormai questo dovreste averlo capito ) siamo sempre un  passo avanti rispetto a tutti;
- la maggior parte dei film che vedremo premiati a Febbraio stanno per uscire nelle prossime settimane/mesi;
- voglio togliermi qualche sassolino dalla scarpa su questo argomento.

Quindi che aspettiamo?  Fuoco alle polveri!


Se l’estate è solitamente il periodo in cui nei cinema trovano spazio i blockbuster (quest’anno abbiamo avuto  “Jurassic World”, “Mission Impossible: Rogue Nation”, “Ted 2” e chi più ne ha più ne metta)  da settembre comincia l’awards season, inizia cioè quel periodo nel quale escono la maggior parte dei  film che ambiscono a conquistare qualche scintillante statuetta. La statuetta più scintillante di tutte è ovviamente quella conferita dall’Academy ovvero l’Oscar. Tutti impazziscono per gli Oscar, tutti considerano l’Oscar come la punto più alto al quale possa ambire chi lavora nel mondo del cinema. Già adesso si iniziano a fare i pronostici per gli Oscar del prossimo anno, pronostici totalmente campati per aria dato che molti dei film che si danno per favoriti in realtà devono ancora uscire al cinema.
Prima che la corsa entri nel vivo mi piacerebbe mettere ben in chiaro la mia opinione su questo argomento. Io considero gli Oscar come degli importanti riconoscimenti che vengono consegnati  da un’istituzione del cinema (l’Academy ha fatto la storia di Hollywood) e quindi credo che chi li riceve debba sentirsi onorato.



non credo che siano il discriminate per decidere se una persona è una leggenda del cinema o una merdaccia. 
Cosa sono di preciso gli  Oscar? Sono dei premi annuali vengono assegnati tramite una votazione cui partecipano i membri dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences: questi ultimi sono tenuti a dare una valutazione personale e soggettiva sui film nominati. Gli Oscar non servono a decretare quali siano i “film belli” usciti nell’ultimo anno (come invece molti credono) ma sono invece un modo che ha escogitato l’industria del cinema americano per autocelebrarsi dato che i membri dell’Academy sono per la maggior parte ex-attori, ex- registi, ex-sceneggiatori eccetera eccetera.        Bisogna stare attenti a non prendere troppo in considerazione questi premi altrimenti si rischia di censurare la nostra capacità di giudizio critico e di relegare all’ Academy il compito di decretare ciò che è da esaltare e ciò che invece  non lo è.



Non è sbagliato odiare un film nonostante abbia vinto tanti Oscar. E’ sbagliato invece prendersela con coloro che hanno assegnato così tanti Oscar ad un film che odiamo perché, come ho già detto, gli Oscar sono frutto di valutazioni soggettive dell’Academy. Quindi è ridicolo dire che un film “non meritava” tanti Oscar, al massimo si può dire che un film sia scadente nonostante abbia vinto tanti Oscar.
Vedo di spiegarmi meglio. Il film che vince l’Oscar come miglior film non è il film migliore dell’anno ma semplicemente il film che l’Academy ha premiato come migliore dell’anno. E questo signori miei fa tutta la differenza del mondo. Questo concetto semplicissimo non viene pienamente compreso da tutti a quanto pare.
Leonardo Di Caprio è l’uomo che esemplifica tutto ciò:  finora non ha mai vinto un Oscar e per questo viene trattato come l’ultimo degli stronzi. Ogni volta che si parla di lui per qualsiasi motivo poi salta fuori inevitabilmente l’argomento Oscar, quest’uomo viene continuamente ridicolizzato per non averlo mai vinto. Da quando è uscito il trailer di “The Revenant” (il nuovo film di Iñárritu con DiCaprio come protagonista)  tutti sembrano essere convinti che sarà il film che gli farà finalmente vincere il suo primo Oscar. Forse lo sarà, forse no. Forse DiCaprio non vincerà mai un Oscar. Tutto questo non ha importanza:  il punto è che DiCaprio non è un perdente perché non ha mai vinto un Oscar. Leonardo DiCaprio è uno degli attori più straordinari della storia del cinema e le sue interpretazioni magistrali valgono più di qualsiasi Oscar. Non si misura il valore di un attore in relazione ai premi che ha vinto ma in relazione a ciò che riesce a trasmettere attraverso  la recitazione. 




Il punto fondamentale che tutti dovrebbero tenere bene a mente è che il cinema non è una gara in cui si corre per vincere una medaglia. Il cinema è una forma d’arte e come tale non conosce vincitori né vinti.  Bisognerebbe iniziare finalmente a considerare la cerimonia di assegnazione degli Oscar per quello che è ovvero una serata di sfarzo ed eleganza in cui Hollywood si autocelebra con magnificenza. 

Antonio Margheriti

giovedì 27 agosto 2015

NBT: LOLITA

Ciao sono Paolo e oggi Mattia mi ospita nel suo blog per parlare del film “Lolita” di Stanley Kubrick. Ora, su questo argomento ci sarebbe molto da dire e molto di cui discutere ma con il vostro permesso mi soffermerò solo su un aspetto in particolare di questo film (che poi è anche l’elemento centrale della storia) ovvero la relazione tra Humbert (James Mason) e Lolita (Sue Lyon). Una relazione certamente scandalosa da inserire in un film a quei tempi, si parla di una liaison tra un uomo di mezza età ed una quattordicenne dopotutto. Aggiungete poi che Humbert è anche il patrigno di Lolita e otterrete una relazione con incesto e pedofilia. È naturale pertanto che all’epoca il film fece scalpore ma a mio avviso l’attrazione che Humbert prova per Lolita non è affatto carnale o per lo meno non solo. Vedrò di spiegare il mio punto di vista nel modo più esaustivo possibile.


Humbert si innamora di Lolita nell’istante stesso in cui la vede non solo perché giovane e bella ma anche e soprattutto per l’aura che emana, un’aura di leggerezza e semplicità. Lolita è pura e autentica, ma allo stesso tempo è anche maliziosa e impertinente. Humbert poi, convivendo con Lolita e la madre di lei, impara a conoscere meglio tutti gli aspetti del carattere dell’amata. Scopre che Lolita, pur essendo già precocemente adulta sotto molti punti di vista, mantiene spesso dagli atteggiamenti quasi bambineschi, è una ragazza spesso deliberatamente infantile e ed è proprio questo suo modo fanciullesco e spensierato di guardare al mondo che lo attrae in particolar modo. Per usare le parole di Humbert stesso: “What drives me insane is the twofold nature of this nymphet, a veteran nymphet perhaps, this mixture in my Lolita of tender, dreamy childishness and a kind of eerie vulgarity”.
Lolita è immatura, puerile e forse anche sprovveduta ma è una boccata d’aria fresca per Humbert disgustato dalla banalità dei suoi coetanei. Nel film i coetanei di Humbert sono rappresentati da Mrs. Haze (la madre di Lolita) e dai coniugi Farlow: personaggi insulsi ed insipidi che non suscitano in Humbert alcun interesse. Humbert arriva anche a sposare Mrs. Haze ma lo fa solo per poter rimanere vicino a Lolita. Nel periodo in cui i tre convivono nella stesa casa è evidente il contrasto tra la figura di Mrs. Haze e Lolita: la mediocrità e la volgarità della madre fanno da contraltare alla solarità e sensualità della figlia.
La madre di Lolita morirà, investita da un’auto, poco tempo dopo e finalmente Humbert potrà iniziare la sua tanto agognata relazione con la figliastra. Humbert fa di tutto per impedire che Lolita possa abbandonarlo ma è proprio questo comportamento ossessivo che esaspera la ragazza e che alla fine la induce a fuggire con Quilty (Peter Sellers).


Tre anni dopo la sua fuga Lolita contatta nuovamente Humbert per chiedergli del denaro. Nella scena finale in cui Humbert la incontra per l’ultima volta nella nuova casa di lei, Lolita sembra essere cambiata radicalmente. Ora è una donna. La sua adolescenza sembra esserle scivolata di dosso. Porta degli spessi occhiali, indossa un grembiule per stirare e mostra una gravidanza in stato avanzato. È sposata con Richard Schiller, un ragazzo squattrinato ed insignificante. Deve occuparsi alle faccende di casa e tenere d’occhio il bilancio familiare. Ora ha obblighi e responsabilità, non è più quella ragazza spensierata che Humbert aveva conosciuto tre anni prima. Lolita si è trasformata in Mrs. Dolores Schiller. Una casalinga qualunque.
La fine dell’innocenza di Lolita? Non sarei propenso a chiamarla così dato che non era particolarmente innocente neppure in precedenza. No, qui siamo di fronte alla fine della leggerezza di Lolita. Tutta quella vivacità, tutta quella joie de vivre di cui Humbert si era follemente innamorato se ne sono andate lasciando spazio ad una nuova Lolita disincantata, adulta, matura. Questo cambiamento così evidente scandalizza Humbert. La Lolita che aveva conosciuto e amato non esiste più, dopo che aveva sofferto così tanto per conquistarla gliel’hanno portata via. Hanno ucciso Lolita! Le hanno tolto ciò che la rendeva speciale. Ma che cos’era che la rendeva così unica? Di preciso non si può spiegare: era una scintilla effimera, fugace, eppure così bella. Quella scintilla si è spenta e Lolita è diventata una donna qualunque, certo ancora splendida esteriormente eppure terribilmente ordinaria.
  
Humbert si rende conto che forse era stato un folle anche solo a sognare che sarebbe rimasta per sempre la sua “ninfetta” (così la definisce nel suo diario), che non sarebbe mai cresciuta e che avrebbe conservato quella scintilla per tutta la vita.
Humbert alla fine consegna a Lolita i soldi che gli aveva chiesto ed è costretto ad abbandonarla tra le lacrime.



Come avrete capito si tratta di una storia d’amore estremamente squilibrata ed è quasi un miracolo che un film del genere sia uscito al cinema in quegli anni. Quello che emerge dal film però non è la ricerca da parte del protagonista di rapporti sessuali con una minorenne (come può sembrare ad un primo impatto) ma piuttosto la voglia di trovare nuovi stimoli per amare.  Autenticità, freschezza, spontaneità: ecco cosa cercava veramente Humbert, non tanto la soddisfazione carnale.
Infatti l’elemento erotico in “Lolita” è molto sublimato per non dire del tutto assente: visto con gli occhi di oggi questo film è estremamente casto. Certo per alcuni versi Kubrick fu costretto a rendere il film casto per evitare che venisse censurato, ma secondo me rivedere la storia di Nabokov in un’ottica meno sessuale dà la possibilità al pubblico di comprendere i sentimenti del protagonista e permette che si instauri un’empatia tra lo spettatore e Humbert. Se il film fosse stato più spinto a mio avviso questa empatia non ci sarebbe stata perché il pubblico non sarebbe riuscito ad andare oltre al sentimento di ribrezzo nei confronti di un uomo che approfitta in maniera turpe di una adolescente.

P.S. Le opinioni che ho espresso si riferiscono in modo specifico al film e non al libro dal quale è stato tratto. Nel libro di Nabokov (che non ho ancora letto) a quanto pare la relazione tra i due è molto più scabrosa, e l’età di Lolita è di soli 12 anni.


Paolo Della Corte