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lunedì 23 ottobre 2017

IT - IL PIACERE DI PIACERSI

Che valore assume la capacità di piacere nella valutazione di un’opera? Quando si analizza un film bisogna partire dal presupposto che i casi in cui l’autore ha voluto riversare se stesso nella sua creatura senza pensare al giudizio del pubblico sono più unici che rari. A volte confondiamo il bacino d’utenza a cui un prodotto si rivolge con la singolare cifra stilistica dell’autore. Non possiamo commettere l’errore di espellere dall’arte ogni forma d’intrattenimento ed esaltare quindi un non-intrattenimento che ci eleva. Anche l’opera più elitaria deve avere in sé una comunicabilità, un’accessibilità, una forma insomma d’intrattenimento che possa arrivare da una soggettività ad una collettività, perché ogni forma d’arte è la comunicazione di un’idea. Ma come porsi rispetto ad un’opera, It, che mostra una componente commerciale così ostentata?


Il punto di partenza è indubbiamente l’ambientazione scelta per questa prima trasposizione del capolavoro di Stephen King: se nel libro e nella miniserie tv degli anni ’90 la prima parte delle avventure dei “Losers” era ambientata nel 1957, nella nuova incarnazione del male l’anno di riferimento è il 1989. Questo spostamento temporale si colloca appieno nella moda dilagante negli ultimi anni di riprendere a piene mani dagli anni ’80 per risvegliare nello spettatore un effetto nostalgia che tende ad esaltare il cinema per ragazzi di quegli anni. Dai Goonies ad E.T., passando per l’incarnazione finale della cultura pop di quel periodo: Stranger Things. Senza la serie Netflix non esisterebbe questo It e il personaggio di Mike-Ritchie rappresenta l’anello di congiunzione tra i due franchise. La scelta della collocazione temporale quindi influisce pesantemente sullo stile della narrazione, manipolando alcuni elementi dell’opera letteraria per inserirci in un contesto che abbiamo ormai imparato a chiamare Casa. Questo aspetto è fondamentale per generare un forte sentimento di nostalgia sia durante la visione dell’opera che in una riflessione a posteriori. Crea un legame di sangue tra la pellicola e lo spettatore. Tutto ciò non è giustificabile con una volontà autonoma e trasparente del regista, ma si tratta di una decisione presa a tavolino dai vari sceneggiatori che hanno lavorato al progetto. Non è un caso che il tanto atteso ritorno di It abbia trovato la sua realizzazione proprio in questo periodo storico caratterizzato da un notevole revisionismo.


Per quanto quest’appunto possa apparire critico nei confronti dell’opera, è innegabile che essa riesca nell’intento di piacere. I ragazzi protagonisti in primis rompono la quarta parete e ci trasportano con loro nel magico mondo dell’adolescenza. Ancor più significative sono le relazioni costruite tra i personaggi, che fanno sentire ancor di più la differenza di peso tra la nostra realtà e la spensieratezza di un tempo. È probabilmente nelle scene di quiete che il film dà il meglio di sé, ritmato in maniera perfetta da una colonna sonora inevitabilmente superiore. Queste sequenze si bilanciano perfettamente alla componente più orrorifica dell’opera, il vero e proprio svolgimento dei fatti che comprende il celeberrimo Clown ballerino Pennywise. Il passaggio dal momento ilare a quello ansiogeno è tanto repentino quanto all’apparenza naturale, merito di una scrittura che - stavolta per davvero - riesce appieno nel suo intento. Nel complesso di alcuni dettagli correggibili, è l’empatia a 
spiccare vistosamente al di sopra della narrazione e dell’atmosfera costruita.


Forse in questo bilanciamento perfetto a perderci è proprio l’horror, che nella sua riduzione ad una delle componenti dell’amalgama, smarrisce la carica di tensione che aveva nell’opera letteraria. Non siamo di fronte ad un capolavoro del genere proprio perché il genere stesso viene troppo spesso spezzato da un intento superiore, che è quello di arrivare a tutti i costi ad un pubblico più ampio, che si traduce con la volontà di piacere. A prescindere dall’età, ogni spettatore è messo nelle condizioni di identificarsi direttamente con i protagonisti o di tornare al periodo dell’adolescenza per vivere un’avvenuta a contatto con la morte che arriva da un mondo di paure e fobie condiviso. È la storia che tutti abbiamo immaginato e tutti abbiamo la possibilità di viverla. È un’esperienza globale, e ciò, unito ad una campagna marketing virale, spiega il successo planetario dell’opera.



It risorge a nuova vita, ma resta a metà tra due generi, a metà tra due generazioni. Tale via mediana si rivela essere però più una scelta azzeccata che un mancanza strutturale e il merito del film risulta essere infine proprio la scrittura a tavolino di cui si diceva in precedenza, che da possibile elemento di critica diventa il punto di forza della trasposizione cinematografica. La voglia di piacere stavolta ha vinto sui generalissimi puristi. A volte la voglia di piacere, semplicemente, piace.

mercoledì 16 agosto 2017

IL CAMPO DI GRANO NERO - SECONDA PARTE

Clicca qui per la prima parte

Passarono alcuni giorni prima che potei tornare alla mia attività di esploratore. Mia madre mi mise in punizione e fui costretto a passare eterni pomeriggi a leggere libri sgualciti e sfogliare giornali ammuffiti sul vecchio divano che avevamo in salotto. Mark era riuscito a scampare alla sua punizione per aver nascosto il mio coltellino oltre la linea dei covoni e lo vedevo scorrazzare fuori dalla finestra con altri ragazzi più grandi, che abitavano verso il centro del paese. Ero invidioso e arrabbiato, ma morivo anche dalla voglia di raccontagli per filo e per segno la mia avventura nel campo di grano nero.


Una settimana dopo l’accaduto fui libero di tornare alla libertà. Mio fratello era già uscito coni suoi nuovi amici. Andai quindi a cercarlo per riprendere da dove eravamo stati interrotti. Uscì di casa dalla porta principale e mi incamminai verso il municipio. Passai appena la vecchia locanda quando un bracciò mi tirò per un vicolo lercio, umido.
Mark mi mise la mano davanti alla bocca perché non stillassi e la tolse solo quando mi fui calmato.
“Ti sei divertito con i vecchi giornali di papà, eh Kev?”
Non risposi. Sapeva perfettamente come farmi irritare.
“Mentre eri impegnato non sono rimasto con le mani in mano. Avevi balbettato qualcosa su un campo di grano nero, giusto?”
Annuì.
“Ecco, i ragazzi che ho conosciuto in città sapevano qualcosa. Ero sicuro che lo sapessero, ma prima che mi raccontassero qualcosa mi sono dovuto guadagnare il loro rispetto. Da quello che mi hanno detto, in passato questa città ha vissuto momenti bui. Molti anni fa vi fu un periodo di carestia e i contadini si spinsero oltre i loro confini. Arrivarono a coltivare anche i campi verso nord, quelli aridi dove ho nascosto il coltellino di papà”.
Imbronciato lo corressi: “Il mio coltellino”.
“Sì sì, il “tuo” coltellino, come vuoi. Inizialmente, dicevo, il grano crebbe alto e la carestia fu superata, ma contemporaneamente si verificarono alcuni incidenti: un bambino finì in fondo ad un pozzo senz’acqua e lì morì pochi giorni dopo, un altro inciampò in un attrezzo e morì di tetano. Una bambina invece fu trovata senza vita nel suo letto, strangolata dal suo stesso foulard. E a questi si aggiunsero molti altri casi, di cui i ragazzi neanche ricordano i dettagli. Si sa solo che in un anno morirono in circostanze misteriose diciotto bambini, tutti figli di contadini che avevano contribuito a coltivare la nuova terra”.
Mentre ero così preso dal racconto di mio fratello, non mi ero accorto di avere una scarpa quasi completamente immersa nel fango putrido del retro della locanda, che emanava un odore acre. Mark mi tirò per la maglia e ci spostammo verso la strada principale.
“Cominciò a diffondersi l’idea di una maledizione legata ai campi a nord. Alcuni bambini parlarono ai loro genitori di una casa dalle finestre nere, ma nessuno fu in grado di trovare un luogo del genere, finché un giorno, superata la carestia, gli stessi contadini che si erano spinti a nord non decisero di dare tutto alle fiamme. Bruciarono ettari ed ettari di terreno per evitare che la maledizione della casa nera colpisse altre bambini innocenti. Alcune versioni della storia affermano anche che, durante l’incendio, si potessero udire chiaramente grida femminili provenire dalle fiamme più lontane.”
“Io ho sentito una voce” dissi senza pensarci.
Mio fratello mi squadrò per alcuni secondi, poi riprese.
“Da quel giorno in molti, soprattutto ragazzi, hanno cercato invano la casa con le finestre nere. Poi con il tempo l’interesse è scemato e la gente ha smesso di addentrarsi nei campi a nord, fermandosi alla linea dei covoni”.
“Ma io l’ho vista!”
“Io ti credo. Gli altri ragazzi invece hanno riso di me quando ho cercato di spiegargli cosa ti era accaduto. Mi hanno dato del bugiardo, dicendo che mi ero inventato tutto per far colpo su di loro. Ma io ti credo”.
Non avevo mai visto Mark così convinto. Nei suoi occhi ardeva uno spirito d’avventura travolgente.
“Non puoi esserti inventato tutto - continuò - la casa nera, il grano bruciato, la voce. Deve esserci davvero qualcosa oltre quei covoni.”

La mattina seguente andammo alla ricerca di ulteriori informazioni che potessero svelarci il mistero che aleggiava sulla città. Qualcosa di cui tutti sapevano, ma di cui nessuno osava mettere bocca. Chiedemmo prima alla locanda, ma fummo malamente cacciati dal proprietario, poi decidemmo di percorrere la strada sterrata verso i covoni per intervistare gli abitanti più vicini ai campi aridi. Dopo circa dieci minuti di cammino ci fermammo davanti al cancello della signora Lathimer. Mark mi disse di aspettarlo lì, poi scavalcò la staccionata secca e arrivo fino alla porta di casa. Busso prima piano, poi con più veemenza, ma non ci fu risposta. Passammo quindi alla fattoria degli Smith, che non vollero sapere più nulla dopo che Mark ebbe nominato la casa dalle finestre nere. Sconsolati e senza uno stralcio di informazione, ci stavamo incamminando verso caso, quando scorgemmo la signora Lathimer in lontananza, che sembrava in attesa di qualcosa o di qualcuno.
“Aspettavo voi”.

Entrammo nella casa in legno e lamiera. Ogni oggetto, custodito come il più prezioso cimelio di un museo, emanava l’odore tipico delle case vissute da generazioni. La signora, una piccola donnina ricurva, ci fece accomodare nel salotto, su delle poltrone stranamente immacolate, preservate da vari strati di cellophan.
“Vedo nei vostri occhi la ricerca” esordì cripticamente.
Io e Mark ci guardammo in faccia, non sicuri di aver capito. E lei, senza scrutarci, incalzò:
“So che siete alla ricerca della casa. Avrete sicuramente sentito molte storie su quel luogo maledetto. Sui pargoli scomparsi”. Fece una pausa.
La signora Lathimer era dotata di una flemma ipnotica; io e Mark eravamo affascinati dalle sue parole, sia per la musicalità del suo racconto, sia perché potevamo essere vicini alla verità tanto agognata.

“Ebbene potrei esservi d’aiuto, nonostante la mia età e la vista. Avrete sentito parlare dei bambini che denunciarono per primi la casa nera in mezzo ai campi a nord. Devo confessarvi che fui io, ormai molti anni fa, la bambina sopravvissuta alla casa, la prima che parlò ai contadini del mistero dietro le diciotto morti”. 

Continua

venerdì 28 luglio 2017

IL CAMPO DI GRANO NERO - PRIMA PARTE

Era il 1987. Avevo appena compiuto otto anni, Mark frequentava già le scuole medie. Ci eravamo da poco trasferiti nella casa in fondo a Pilgrim street, la maleodorante casa di campagna in cui avremmo trascorso pochi mesi, prima che papà ottenesse il trasferimento in città. Era una casa decadente, con la carta da parati ammuffita e ingrigita alle pareti. Un bagno di fortuna e appena due letti matrimoniali dalle lenzuola ingiallite, probabilmente rosicchiate dai topi nel periodo in cui il luogo era stato disabitato. All’epoca potevamo permetterci solo quello, eppure conservo ancora un ricordo meraviglioso di quel posto. Appena fuori dall’uscio secondario di casa, si apriva a noi una vasta pianura, che non si poteva misurare con gli occhi. Non eravamo mai stati in un posto del genere, abituati come eravamo alla periferia di Columbus. Mai avevamo avuto a disposizione spazi così sconfinati per le nostre scorribande, e questo ci aveva fatto presto dimenticare il degrado della casa in fondo a Pilgrim street. Passavamo le nostre giornate a rincorrerci, a fingere di essere soldati su un campo di battaglia. Spesso Mark si divertiva a nascondermi degli oggetti nei campi dietro casa, per poi disegnare una mappa alla bell'e meglio, che mi avrebbe - almeno secondo i suoi piani - guidato al ritrovamento del mio prezioso oggetto, che talvolta era un tappo colorato, altre volte un ritaglio di giornale. Era per me una gioia riuscire a ritrovare i miei preziosi tesori nella sconfinata campagna, mi faceva sentire davvero come quegli eroi archeologi della televisione. Capitava però che ci mettessimo più del previsto, io e Mark, a ritrovare un oggetto nascosto, e dovevamo rientrare in casa prima che facesse buio. Immagino che a volte neanche mio fratello sapesse ritrovare gli oggetti da lui stesso seppelliti, tanto erano ampi quegli spazi.


Un giorno mi prese a mia insaputa il coltellino svizzero che papà mi aveva regalato per il mio settimo compleanno, quello che il nonno gli aveva regalato quando lui era un bambino. Scavò una buca e lo nascose molto lontano da casa. Schiaccio poi il grano attorno alla buca per lasciare un segno del suo passaggio e, come al solito, disegno uno schizzo della mappa del posto sul retro di un foglio scarabocchiato. Tornò quindi a casa e mi diede il foglio, aspettando di seguirmi come un dottore segue il suo fido detective. Ricordo che quella volta mi arrabbiai molto, gli avevo espressamente detto che avrebbe potuto nascondermi tutto, tranne il coltellino di papà, al quale ero molto legato. Lo usavo per intagliare gli arbusti, credendomi un grande artista. Ci sminuzzavo gli avanzi si cibo per lasciarli agli animali notturni. Non me ne separavo mai.
Superata l’arrabbiatura, partì alla scoperta, convinto di riuscire a ritrovare il mio amato coltellino. Non volli che mio fratello mi seguisse perché non avrei sopportato le sue risatine ad ogni svolta sbagliata. Non questa volta, che l’aveva fatta troppo grossa. Partì e capì subito che ritrovare il coltello sarebbe stato un’impresa più ardua del solito. Mark all’epoca era molto bravo a disegnare, e soprattutto a creare queste mappe del tesoro. Riusciva sempre a riprodurre a grandi linee le proporzioni della realtà, rendendo possibile il ritrovamento di oggetti anche molto piccoli, anche nascosti meticolosamente. Notai che l’albero più imponente, quello secco inclinato verso est, era raffigurato attaccato alla nostra casa. Se non si fosse tratto di un errore, allora la X sarebbe potuta essere anche a due chilometri dal punto di partenza. Il sole cominciava già ad essere meno aggressivo quando mi incamminai verso nord. Superai la casa della signora Lathimer, scavalcai la recinzione per le volpi degli Smith, e arrivai alla linea dei covoni. Io e Mark non ci eravamo mai spinti oltre, nostra madre aveva posto quella linea come il limite delle nostre avventure, ma se la mappa indicava oltre la linea dei covoni, allora anche Mark l’aveva oltrepassata. Mi feci coraggio, pronto ad inventare una scusa poco credibile nel caso in cui mia madre avesse scoperto il fatto, e proseguì il mio viaggio. Il sole stava cominciando a calare quando vidi in lontananza un vuoto nel grano rigoglioso, un cerchio mancante. Nel rosso del tramonto, presi a correre verso la meta. Scostai le ultime spighe e scoprì un cerchio perfetto di grano bruciato, grano nero. Del mio coltellino neanche l’ombra. Il sole era ormai tramontato e l’imbrunire galoppava, quando sentì una brezza fredda sferzarmi il volto da destra. Quando mi voltai, mi accorsi di essere molto vicino ad un’abitazione particolare. Bassa, con le finestre sbarrate, un buco nel tetto e grano bruciato tutto intorno. Tutta la casa, dalla maniglia della porta alla finestra circolare del piano della mansarda, era di un nero pece profondo come il buio.
Impaurito e con le mani remanti, udì una voce bisbigliare qualcosa, prima indistintamente, poi riconobbi il mio nome.
“Kevin”
Con gli occhi carichi di paura cominciai a scappare verso casa, senza voltarmi indietro. Inciampai nella recinzione degli Smith, caddi, ma mi rialzai rapidamente e ricominciai a correre. In pochi minuti tornai a vedere casa mia. Il cielo era ormai scuro. Scavalcai la staccionata. Mia madre mi aspettava sulla soglia di casa con sguardo severo. La scostai con forza.
“Ehi, giovanotto! Dove scappi?”
 “Mark! Mark! Ho visto una casa abbandonata, era in un campo di grano nero”.


Continua

venerdì 5 agosto 2016

DOWN - PRIMO GIORNO

Anf.. anf… La gamba è il mio primo pensiero. Mi duole terribilmente; un dolore lancinante, un migliaio di insetti famelici che divorano avidamente l’osso e il muscolo che lo circonda. Fa male, deve essere rotta, credo. La luce è accecante. Il caldo umido si sente sulla pelle e sulle labbra: in che mese siamo? Luglio, ma non ne sono sicuro. Non sono sicuro di nulla. Provo a ricordare, la testa mi fa male, forse una botta, un gonfiore, smetto di pensare. Svengo.



Mi risveglio. Devono essere passate delle ore perché il sole è fuggito, ora una luce biancastra mitiga il buio di una notte senza stelle. Poggio le mani, è friabile. Terra, tocco la terra nuda, calda, tocco la terra arida. Il solo tocco del terreno mi riporta alla mente un’estate che non fu più, quelle emozioni mai riprovate. Torno in me, il mal di testa si è affievolito. Apro gli occhi.
Ciò che mi si para davanti dopo un primo momento di cecità passeggera è una parete di terra. Sono circondato dalla terra. Uno spazio circolare, uno spazio circolare mi circonda. Un cerchio perfetto rinchiude la mia anima tre o quattro metri sotto terra. Sono in una buca, sono in trappola. Mi agito, un senso di claustrofobia mi impedisce di prendere aria, smetto di respirare per qualche secondo, mi sento venire meno, la testa torna a pulsare violentemente, il cuore mi scoppia in petto. Poi un dolore improvviso mi distrae e impedisce al mio cervello di controllare il mio corpo e l’ansia cala leggermente. Respiro. Il dolore era la gamba, devo averla mossa inavvertitamente. La guardo. Le mie paure trovano terribile conferma. Circa dieci centimetri sotto la rotula la gamba ha assunto una colorazione violastra, una piega strana. Sembra che possa compiere lo stesso movimento del ginocchio anche in quel punto. Tibia e perone mi hanno salutato da un pezzo. È uno spettacolo orribile, raccapricciante, rivoltante. Sale un conato di vomito, non riesco a trattenerlo. Mi pulisco come posso, le mani si sporcano.
Raccolgo le idee. Mi trovo in una buca circolare scavata a diversi metri di profondità. La precisione con cui è definito il perimetro dell’angusto cerchio nel quale sono costretto suggerisce una mano umana dietro tale progetto. Qualcuno ha scavato questa fossa, ho paura. Comincio a tremare senza un preciso motivo, la paura irrazionale mi assale. Non voglio assolutamente cedere alla mia stessa paura, ma una parte di me mi dice che morirò qui. La paura mi travolge. Chiudo gli occhi. Raccolgo tutto me stesso, tutta la mia paura e la scarico in un grido. Un grido lungo, spontaneo. Lo sento, è il mio grido. Un grido di paura. La paura echeggia nel cielo della notte. TumTum. TumTum. TumTum
Scaricata la tensione provo a concentrarmi. Ho appena gridato alla Luna, se c’è qualcuno in questo posto sconosciuto mi avrà certamente udito. Cerco di rallentare il battito del mio cuore che mi impedisce di sentire al di fuori di me. Ci riesco. Rimango in ascolto di qualcuno o qualcosa che possa avermi sentito e che sta giungendo in prossimità della buca in mio soccorso. Passano i minuti, non sento altro che uno scorrere lento. Probabilmente un fiume. Non sento altro. Devo essere lontano dalla civiltà, lontano dal mondo. Il cuore riparte, il dolore mi assale.

Come sono finito qui? Chi mi ha portato qui? Non riesco a ricordare, non riesco a pensare ad altro se non alla gamba martoriata e alla paura. Sento una mano fredda sfiorare la mia spalla. È scheletrica, trasmette tristezza. La mano della morte mi sfiora, la fine non è mai stata così vicina. Un moto di sopravvivenza mi allontana della falce. Ricordo una macchina. Una macchina scura. Non faccio in tempo a creare un’immagine definita nella mia testa che il sonno mi assale, Morfeo vuole le mie spoglie. Sudato e sfinito cado in un sonno profondo.

domenica 12 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 6-12 LUGLIO




ALBUM: Hybrid Theory (2000)
L’esordio di uno dei gruppi che, nel bene o nel male, hanno segnato l’ambiente della musica commerciale nello scorso decennio; "commerciale" perché, dopo un inizio assai particolare e a tratti incatalogabile, i Linkin Park si sono avvicinati sempre più a sonorità e gusti pop (colonne sonore dei vari Transformers). Il loro primo lavoro però fu davvero sorprendente. Essi riuscirono a fondere l’emergente nu metal, l’hard rock, l’elettronica e, udite udite, il white rap (quello di Eminem, per capirci); e a discapito delle aspettative, quello che ne venne fuori non fu un miscuglio informe e confuso, ma un album breve, conciso e meravigliosamente complesso. Molti brani come “In The End”, “Papercut” o “Crawling” rimangono ancora insuperati. Bennington regala emozioni e raggiunge picchi di rara epicità, picchi mai più raggiunti per un vocalist che sta progressivamente perdendo la voce. Peccato. VOTO: 9



ALBUM: FFS (2015)
Molto bravi gli Sparks, molto bravi i Franz Ferdinand. Perché non metterli assieme allora? Detto, fatto. FFS rappresenta una collaborazione ber riuscita tra due band simili ma dissimili. Nelle collaborazioni musicali la difficoltà sta nel far risaltare le qualità di entrambi i membri che prendono parte al progetto ed evitare che queste vengano eclissate in un prodotto che tiene i bassi e annulla gli alti, un prodotto mediocre insomma. FFS degli FFS (potevate impegnarvi di più però) non è un prodotto mediocre e lo dimostra con una pulizia e una scrittura invidiabili; l’eqilibrio e il rigore regnano sovrani. Tutto sembra perfettamente armonizzato. Unica pecca forse la lunghezza: circa a metà dell’album si sente che non tutti i brani riescono a raggiungere lo stesso trasporto e la stessa qualità musicale, e ciò rischia di pesare sul giudizio finale, specialmente dopo un solo ascolto. La copertina poi ha qualcosa di supereroistico e di 80s. VOTO: 8



FILM: La Tempesta Del Secolo - Terza Parte (1999)
Venerdì notte mi sono svegliato di soprassalto tutto sudato gridando “La Tempesta Del Secolo! Non ho finito di recensirla”. Poi ho riflettuto e mi sono ricordato che la mia intenzione era quella di non recensirla in questa sede, ma di scrivere una articolone di quelli del martedì sull’argomento per esprimere alcune riflessioni che avevo elaborato in seguito alla visione dell’ultima parte. Poi mi sono ricordato anche di aver dimenticato tali riflessioni e ho ripiegato sulle Recensioni della Settimana; per cui scusate il ritardo.
La terza parte risulta essere la più lenta, riflessiva e profonda delle tre. Ciò però risica spazio anche al mistero, alla suspance e al terrore, elementi che ogni opera di King dovrebbe mantenere dall’inizio alla fine. Finalmente il demone Linoge si mostra per quello che è e smette di indossare spoglie umane. Finalmente si scoprono quali fossero fin dall’inizio le intenzioni diaboliche dell’oscuro signore e il protagonista è obbligato dalla popolazione locale a dover accettare la volontà comune. Ma la folla è sempre in grado di scegliere il meglio per la comunità? L’ultima mezzora è profondamente filosofica e a tratti pessimista nei confronti dell’uomo stesso. Dopo tre lunghe parti non è più ben chiaro chi sia nel bene e chi nel male. Il male è parte intrinseca dell’uomo, egli non potrà fare solo bene nella sua vita, e il bene di uno potrebbe essere il male di cento e viceversa. Una miniserie che, al di là dei limiti tecnici consiglio per un discreto livello d’intrattenimento e per le profonde riflessioni proposte nella terza ed ultima parte. Recuperatela se avete tempo. Buona visione. VOTO: 7.5



ALBUM: La Seconda Rivoluzione Sessuale (2007)
Ancora i Tre Allegri Ragazzi Morti, ancora irriverenti e mai banali. Questa volta però dal punto di vista musicale ho notato una monotonia e una ripetitività che minano la buona riuscita della trasmissione dei messaggi dei testi. Ascoltandolo l’album tutto d’un fiato alcuni brani risultano decisamente fastidiosi ad un orecchio meno allenato per una serie di sonorità discordanti, dure e poco armoniche. Altri pezzi come “Il Mondo Prima”, “Lorenzo Piedi Grandi” e “La Sorella di Mio Fratello” invece convincono appieno sia per il testo che per la melodia. In sostanza un album imperfetto che osa ma non riesce infine a raggiungere le vette prefissate a causa di una scrittura non sempre all’altezza e a di alcuni limiti strumentali. VOTO: 6.5


In tanti si sono accorti della penuria di film nelle recensioni delle ultime settimane. Non allarmatevi! Non ho smesso di guardare film, è solo che quelli visionati mi spingono a fare riflessioni più profonde, e quindi gradirei analizzarli in maniera più approfondita in futuro, o fanno parte di filoni tematici a cui vorrei dedicare presto o tardi un TOP/FLOP. Intanto (Spoiler!) il film attorno al quale ruota l’articolo di martedì prossimo è stato scritto ormai tre mesi fa, è stato revisionato e corretto varie volte e vanta “Hey You” dei Pink Floyd come main theme. Ma basta spoiler. A martedì allora. 

domenica 14 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 8-14 GIUGNO


FILM: Super (2011)
James Gunn, prima di passare agli ordini dei Marvel Studios, diresse “Il Batterista Nudo”, Rainn Wilson, in questo film sui supereroi poco convenzionale, violento e disturbante. Il film, nel suo complesso, è davvero complesso (giocone di parole, eh?). Ciò è dovuto principalmente al fatto che, sotto la maschera di psicopatico, sotto quella di reietto della società, sotto quella di alienato, il protagonista nasconde delle emozioni e dei sentimenti che riassumono meno una determinata condizione umana, ossia l’isolamento o l’abbandono. In questo il film funziona egregiamente mostrando a tratti gli aspetti più fragili di un personaggio controverso ma assai sensibile e umano.
Che Gunn sia un ex Troma (se non sapete cos’è, correte a rimediare) lo si nota da qualche scena bizzarra e sopra le righe, per non dire trash oltre ogni limite, come quella dell’indice di Dio. Il film oscilla sempre tra realismo (sostenuto dalla violenza gratuita ed esplicita) e parodia. Alcuni personaggi, come il protagonista, sono più legati al secondo mondo ma sostengono involontariamente il primo, e lo stesso accade a quelli che risultano più legati al primo. Un intreccio interessante. In quest’ottica ho quindi apprezzato maggiormente il protagonista e il braccio destro del supercattivo rispetto all’esaltata Ellen Page e a Kevin Bacon, ma riconosco che senza questi ultimi il bilanciamento di cui sopra sarebbe venuto a mancare.
Film ben congeniato e ben realizzato, troppo spesso etichettato come opera minore. VOTO: 7.5


ALBUM: Il Padrone Della Festa - Live (2015)
Esiste una cricca di artisti italiani pop poco pop, un po’ alternativi nel loro modo di intendere il pop. Quegli artisti che si conoscono di nome ma non si fanno mai vedere, se non per qualche rapida apparizione sanremese o a qualcuno degli svariati primi maggi che fioriscono ogni anno. Tre di questi hanno la (s)fortuna di conoscersi bene, di frequentarsi nel privato, di essere amici insomma. Stiamo parlando di Fabi Silvestri Gazzè che, dopo aver compiuto un viaggio formativo in Africa due anni fa, hanno deciso di portare un cerberico progetto musicale, chiamato appunto, con quel pizzico di fantasiosa fantasia nostrana, Fabi Silvestri Gazzè. A dirla tutta però, non è che mi sia garbato molto il prodotto che ne è venuto fuori: ho trovato “Il Padrone Della Festa” borioso, nostalgicamente ripetitivo e soprattutto distruttivo dei punti forti che i tre artisti dimostrano di avere separatamente. Un buco nell’acqua profonda dal mio modesto punto di vista. Ho ascoltato poi il live del concerto che è succeduto all’album in studio e la mia parte intollerante si è dovuta ricredere: il disco in questione riprende molti brani famosi dei tre solisti e li reinterpreta in maniera fresca, nuova. Hanno svecchiato pure “L’Y-10 Bordeaux”, dai, un plauso lo meritano. Anche gli estratti del lavoro congiunto dimostrano di avere una forza celata inimmaginata. Una bella scoperta. VOTO: 7.5



ALBUM: Run (2015)
Gli Awolnation, band-progetto di Aaron Bruno, tornano e cercano di bissare il successo del primo album (che ricordiamo trascinato dalla perfetta Sail), ma non riescono nell’impresa. Ci troviamo di fronte ad un prodotto che si copia nel corso di quattordici lunghe canzoni, si ripete e non osa quasi mai. Il classico suono elettronico discordante, marchio di fabbrica degli AN, viene bilanciato in maniera rivedibile: alcuni brani ne abusano, in altri è completamente assente.
L’album in realtà parte bene: “Run” accelera e introduce bene, “Fat Face” si lascia ascoltare, ma è “Hollow Moon (Bad Wolf)”, singolo che anticipava l’uscita del lavoro in studio, il brano che tiene alte le aspettative. La struttura classica dell’elettronica degli AN mischiata agli Arcade Fire e a tendenze più soft, più alternative, più folk. Un pezzo decisamente riuscito. Si continua discretamente per arrivare a “I Am”, altro singolo molto più pop, accessibile, ma non per questo scadente; si può riconoscere un giro di piano simile a quelli di Chris Martin. Da qui in poi, a parte un paio di eccezioni, l’album declina verso l’inutilità. Solo noia, peccato. Poteva essere un prodotto carino e fresco, molto adatto al periodo estivo, ma così non è. Evocativa la cover. VOTO: 5.5



FILM: La Tempesta Del Secolo - Seconda Parte (1999)
Eccoci finalmente. Dopo una settimana di pausa forzata torniamo a parlare della miniserie di Stephen King che turba, inquieta e fa riflettere. Per capire ciò che verrà detto vi invito a leggere o rileggere la receimpressione della prima parte.
Dove eravamo rimasti? L’entità aveva già cominciato a controllare le menti della popolazione dell’isola, ma quello era niente rispetto a ciò che accade nella seconda parte. In realtà gli eventi non precipitano velocemente come ci si potrebbe attendere da una miniserie, ma l’ansia è crescente e si sente che sta per accadere qualcosa. Tutto porta a pensare che il finale dell’episodio sia la chiave dell’intera opera e così è. Mentre la popolazione continua a subire l’influenza di Linoge (o Legion, per chi ha visto o letto “La Tempesta del Secolo”) il protagonista è combattuto sul da farsi: gli abitanti vorrebbero che uccidesse a sangue freddo la minaccia, ma il buon senso prevale in lui. Lo stesso non si può dire per il resto dell’isola che, sul finire della puntata, decide di scagliarsi contro l’entità, portandola a mostrarsi per quello che è, ossia un demone onnipotente, ma non immortale, badate bene che ciò sarà fondamentale. Lo stregone quindi ricorda nuovamente che se gli verrà consegnato ciò che vuole lascerà libera l’isola del Maine. A quel punto Linoge fugge, lasciando interdetti i presenti. La caccia all’uomo può dirsi conclusa, ma la scelta sarà ardua.

Il livello tecnico perpetua nella mediocrità, ma la trama è ormai entrata nel vivo e la mano del maestro si sente sempre più. Un gradino sopra la prima parte. VOTO: 7

domenica 31 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 25-31 MAGGIO


FILM: The Last Exorcism (2013)
Sono passati ormai sei giorni, ma ancora mi sto chiedendo perché l’abbia visto. Uno dei peggiori horror di sempre. Per trentamila lire il mio falegname lo faceva meglio. All’inizio sembra che il film ruoti attorno ad una coppia che gioca a nascondino in casa e le scene più spaventose risultano quindi essere quelle in cui i due coniugi si incontrano. Tristissimo. Poi la situazione cambia quando viene trovata una donna (che vuole sembrarci un’adolescente nei comportamenti e nel portamento, ma si vede lontano un miglio che quaranta primavere le ha viste molto bene) che in passato ha partecipato a orge sataniche e in qualche modo è legata al demonio, ma sinceramente, dopo solo una settimana, non ricordo neanche più in che modo. Da qui in poi comincia davvero il film, con la protagonista che oscilla tra innocenza e peccato, castità e contatti col diavolo tentatore.
Film realizzato con pochi spiccioli e soprattutto senza idee. Una tragedia la visione di questo film e davvero mai uno spavento. Ogni tanto ci si dimentica di guardare un horror. Ah sì, poi finisce che diventa Carrie, così, senza spiegazioni, così. VOTO: 3



FILM: Monuments Men (2014)
Prendi un manipolo di buoni attori (qualcuno sopra la media, qualcuno come Bill Murray), prendi una storia interessante che rivede la Seconda Guerra Mondiale da un punto di vista davvero originale, prendi anche tanti soldi, perché settanta milioni sono tanti e consegna questo bel pacchetto al grande Playboy dal baffetto facile George Clooney. Ecco come ottenere un flop, un film che fallisce in ogni suo punto.
Di fondo sembra che l’attore americomense volesse emulare una struttura propria del cinema Pulp, di Quentin insomma. Personaggi bizzarri, dialoghi prolungati e surreali su argomenti di dubbia utilità, cinismo e scene interminabili. Vista l’ambientazione, il paragone con Ingorious Basterds è inevitabile e il film di Clooney ne esce con tutte e 206 le ossa rotte. Tutte.
Dopo un inizio simpatico ed accattivante, il film si perde in boriosità e futilità. Inutilmente lungo e pesante, sembra una copia sbiadita, un film edulcorato per poter piacere a tutti, ma a me non è piaciuto. Qualche interpretazione limita gli ingenti danni. VOTO: 5



FILM: Arizona Junior (1987)
E non se ne parla. Belli gli altri, per carità, ma di questo mai se ne parla. Un Coen minore passato in sordina che mi ha stupito non poco, soprattutto perché le premesse di un film con Nicholas Coppola Cage sono sempre infime. Questa volta invece l’Indiana Jones delle Pagine Perdute calza a pennello, diverte e convince. Una su tutte la scena dell’inseguimento alla ricerca dei pannolini: cinema puro, esilarante e divinamente girato.
Nel suo complesso il film risulta divertente e ben fatto, con qualche picco e pochi bassi. La comicità surreale e assai cinica dei Coen emerge fin da subito, in una sequenza introduttiva magistrale e decisamente sottovalutata. Veniamo catapultati nella vira di Cage e Hunter, delinquente e poliziotta sposati ma senza figli perché entrambi sterili. L’unica soluzione rimasta alla strana coppia è quella di rapire uno dei cinque neonati del magnate Arizona e fingere di essere una normale famiglia felice, ma la situazione precipita nel giro di poco. Un vortice di risate ed inseguimenti. Peccato per il finale buonista e poco in linea con il resto della film. Goodman non si smentisce mai. VOTO: 7.5



FILM: Men In Black 3 (2012)
Ecco una saga assai commerciale, una di quelle che piacciono a tutti, me compreso. Nei primi duemila sono stato affascinato dai primi due capitoli (diciamoci la verità, molto più dal primo). Alieni in incognito, MIB, invasori, mistero e azione. Le interpretazioni di Smith e Jones poi erano fantastiche e davvero perfette. Nel 2013 hanno poi deciso di rispolverare gli uomini in nero e di girare un nuovo capitolo, stavolta ambientandolo nel ’69. Il tutto è stato reso possibile solo attraverso i viaggi nel tempo, croce e delizia del film: se da una parte ciò ha ridato linfa vitale alla saga, dall’altro abbiamo delle enormi falle e delle forzature evidenti che tengono in piedi la baracca. Dispiace perché poteva essere il miglior capitolo dei tre e invece non lo è. Forse è più curato, forse è più studiato, forse è più impegnato e anche più divertente, ma no, non è meglio del primo, soprattutto se visto con un occhio più attento. Comunque un film discreto e molto godibile da grandi e piccini. VOTO: 6.5



FILM: La Tempesta Del Secolo - Parte Prima (1999)

Stephen Edwin King ha sempre scritto libri, dai quali poi sono stati tratti dei lungometraggi e delle miniserie tv, alcuni più riusciti altri meno. Raramente però il maestro dell’orrore cura in prima persona le sceneggiature delle opere ispirate dei suoi scritti. In questo senso fa eccezione La Tempesta Del Secolo, miniserie TV di cui King ha scritto personalmente anche soggetto e sceneggiatura, e il risultato, nel bene e nel male, si vede eccome. La prima parte di questo lungo lungo lungometraggio getta le basi per un prodotto alquanto bizzarro: un mix indefinito di mistery, crime, catastrofico e horror. In un’isoletta del Maine (strano eh? L’ambientazione del Maine intendo) sta per arrivare una tempesta assai violenta che rischia di lasciare la popolazione isolana isolata dal resto del mondo per qualche giorno. Prima che la tempesta si scateni in tutta la sua potenza però, arriva in città un uomo sinistro che uccide violentemente un’anziana signora e sembra sapere tutti i segreti più oscuri degli abitanti del posto. L’uomo viene arrestato dal modesto sceriffo locale, ma le stranezze e l’orrore non finiscono affatto. Una trama tipica del Re sviluppata nel corso di tre parti potrebbe rivelarsi più approfondita e quindi più fedele al libro. La prima cosa che salta all’occhio però è la scarsità dei mezzi con cui è stata realizzata la miniserie: attori improvvisati, fotografia e doppiaggio di serie C per essere del 1999. Purtroppo questi particolare pesano sul risultato finale. VOTO: 6.5