Visualizzazione post con etichetta Film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Film. Mostra tutti i post

domenica 29 dicembre 2019

TOP 10 2019

Bentrovati,
Un anno di rincorse, riesami, riavute.

Ha il suo gusto ritrovarsi anche ciclicamente in modo rituale.


Ora tocca ai film parlare. Le classifiche sono così anni 2010s. Ora che entriamo di prepotenza nei luccicanti, sfavillanti, ruggenti 20s sarà il caso di ammodernarsi. Andiamo en passant con i miei migliori dieci titoli, in ordine di uscita. Che siano scoperte e consigli.

Inizia la commedia, che parlino gli attori.


Suspiria (2018) di Luca Guadagnino
Remake che si discosta dall'opera originale per raccontare una storia torbida, violenta. Il nostrano Guadagnino si conferma una mano delicata che scende nel genere, dal romantico al thriller, fino alle tinte horror di questa nuova demoniaca creatura argentiana.
Meravigliosa l'appazione della Mater Suspiriorum accompagnata dalle musiche di Thom Yorke, momento cinematografico tra i più alti ed efficaci dell'anno, da conservare vivido negli occhi.


La Favorita di Yorgos Lanthimos
Lanthimos è il regista rivelazione dell'ultimo decennio.
La Favorita è un capolavoro di stile che non smette di scavare attorno ai nuclei del regista; dove non si può arrivare, egli mostra in silenzio l'uomo e i suoi vuoti.
Le tre attrici protagonisti duellano alla miglior performance e danno vita ad un'opera di spessore internazionale. Storia del cinema.


La Casa di Jack di Lars von Trier 
Esperienza visiva violenta e brutale costruita sui più ricercati stilemi cinematografici dell'ultimo ventennio. Lars von Trier è in grado di trasporre un pensiero indicibile per immagini e condurci come il protagonista verso una discesa agli inferi della post-moralità. Fino alla luce della redenzione, che forse è la stessa della fine.
La Casa di Jack è un viaggio da intraprendere.


Midsommar di Ari Aster
Sorpresa in positivo del 2019 per una pellicola a tratti insostenibile che tocca picchi di incubo visivo.
Un horror psiologico dove non cala mai il sole realizzato con una messa in scena impressionante, invidiabile, per parlare del rapporto di coppia, della colpa, dell'attraversmento del lutto. Imperdibile.


La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco
Maresco - apprezzatissimo a Venezia - realizza un film a due anime per raccontare l'omertà siciliana: da una parte la battaglia donchisciottesco della fotografa Letizia Battaglia, dall'altra la storia irreale dell'impresa di Ciccio Mira. Il risultato è un docufilm che arriva dove la finzione non avrebbe neanche immaginato. Le migliori risate per il miglior ritratto.


C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino
Su questo film si potrebbero scrivere saggi su saggi.
Mi limiterò a questo:

Avevo il cinema negli occhi, quando sono uscito

Questo mi basta.


Burning di Lee Chang-dong
Voliamo in Corea per una meravigliosa scoperta. La nuova scuola orientale approfondisce una nuova narrazione della classe meno abbiente, della gioventù, della noia.
Dal romanzo di formazione alla storia sentimantale, dal thriller al dramma psicologico, Burning copre un vasto spettro di colori con una grazia unica, un tocco leggero che mostra senza giudicare ogni caduta che non sarà l'ultima.


Parasite di Bong Joon-ho
Avevamo promesso di non cadere nelle bieche classifiche di provincia, eppure i meriti di Parasite sono sotto gli occhi di tutti e non possiamo esimerci dal premiarlo con l'ambito premio di film dell'anno. È lui, poche storie.
La mano strepitosa ed equilibrata, eclettica di Bong Joon-ho dimostra quanto ancora sia attuale raccontare la diparità, la lotta di classe.
Parasite è un film totale, perfetto, una gemma rara e unica.


Marriage Story di Noah Baumbach
Finalmente l'altro Wes Anderson riesce a produrre un prodotto riuscito e unanimamente riconosciuto.
Marriage Story ha i conottati del saggio con i giusti tocchi umani.
La scena iniziale e quella finale chiudono un cerchio preciso e misurato, eppure estremamente vitale.
Scarlett Johansson e Adam Driver reggono un dramma fin troppo vero, toccante.


The Irishman di Martin Scorsese
Martin torna al suo vero grande amore e mette a disposizione le sue abilità uniche per un'altra sporca storia americana. È grande cinema, di quello dell'anima, e anche l'ultima vera occasione di rivedere insieme quattro mostri sacri della nuova Hollywood.
Una visione agrodolce che ha il gusto delle grandi produzioni di un cinema passato.

Quindi. C'è stato tanto, quasi tutto, e chi non c'è stato o ha demeritato (Joker) o ha semplicemente scelto l'annata sbagliata per uscire in sala.

Scoperte e ritorni e dintorni.
Che questo Natale vi sia stato lieve, che quest'anno vi abbia scoperti.
Che la prossima volta sia una di tante e l'unica.
È bello tornare a parlare di cinema e di noi.

domenica 30 dicembre 2018

FLOP 10 FILM 2018


I più orridi, quelli che già prima di vederli sentivo l’olezzo ma che ho visto fino in fondo anche per voi, anche per poi scrivere quest’attesissima flop 10 2018.



Allora ricapitoliamo un attimo le regole per chi se le fosse perse:

-        Film usciti in sala per la prima volta dal 1 gennaio al 24 dicembre;
-        Film usciti su Netflix o sulle altre piattaforme on-demand nello stesso arco di tempo;
-        Non sono ammessi “film” di natale usciti direttamente su Youtube sul canale della Rai, prodotti da Rai2 e Rai digital, con il Pancio ed Enzuccio.

L’altra faccia della medaglia di una clamorosa TOP 10 doveva essere una FLOP di buchi nell’acqua e cocenti delusioni. Ma andiamo spediti, che domani è un nuovo giorno anno.



10 - Batman Ninja di Junpei Mizusaki
Allora, ci stanno:

Il regista de Le bizzarre avventure di Jojo
Lo sceneggiatore di Kill la kill
Il character designer di Afro samurai

E già così pare una barzelletta. E invece le premesse potevano sembrare sensazionali, ma il risultato è un accrocco di idee tendenti al trash che tentano di avvicinare il cavaliere oscuro all’anima del Giappone feudale, fallendo alla base del progetto: Batman Ninja è uno stand alone che come film non si regge in piedi e i colpi di scena arrivano uno dopo l’altro senza nessuna logica.
Le animazioni spettacolari si sprecano e finiscono per diventare un puro esercizio di stile. Vedibile, ma anche rivedibile.



9 - Sono tornato di Luca Miniero
L’originale tedesco era una buona idea per un brutto film televisivo. Il remake italiano del rodato regista di Benvenuti al Sud invece migliora la componente cinematografica per un’opera che non riesce ad essere altrettanto efficace. Spara due tre colpi a salve, cambia il finale e crolla nel tentativo di italianizzare un problema che era invece il passatismo, che non ha colore o dimensione storica.
E Frank Matano non ci azzecca niente. Per piacere.




8 - A casa tutti bene di Gabriele Muccino
Questo film è costruito su delle fantastiche scene corali fatte di dialoghi intrecciati, piani sequenza, perfette coincidenze temporali. Una gioia per gli occhi.
Ebbasta.
Non c’è nient’altro.
Personaggi imbarazzanti, storia trita e ritrita, reazioni umane che L’ultimo bacio al confronto era uno studio sociologico accurato. Ma poi la comic relief è Massimo Ghini che ha l’alzheimer? Aspè, ve lo spiego meglio: se fai una commedia nera, pure Aigor il gobbo diventa esilarante. Se invece vuoi fare un mezzo dramma molto italiano che ammicca alla crisi, ammicca alla fine dei valori e tutti questi buoni sentimenti, non puoi in nessun modo cercare di far ridere con una malattia degenerativa. E dai, le basi proprio.


 7 - The end? l’inferno fuori di Daniele Misischia



Sosteniamo l’indie italiano, purché non si tratti di quei due scappati di casa con la chitarrina.
Però qui l’idea non basta e l’esordio cinematografico di Misischia si affloscia col passare dei minuti. Un Roja costantemente fuori parte non aiuta certo l’opera ad acquisire un ritmo degno e i pochi colpi di scena non riescono ad invertire un senso di noia e di già visto che aleggia su una pellicola dimenticabile.
Il cinema di genere è possibile, lo abbiamo dimostrato. Questo The End? L’inferno fuori si attesta semplicemente come un passaggio non riuscito appieno. E parlarne in questa classifica è un dispiacere vero.
Sosteniamo l’indie italiano.



6 - Il vegetale di Gennaro Nunziante
Favoletta contemporanea sulla famiglia, l’amicizia, la solidarietà, l’ecologia. Evvabene.
Però Nunziante ha mantenuto anche i riferimenti ai film precedenti, quelli con Zalone: e quindi caporalato, immigrazione, crisi del lavoro, situazione giovanile, corruzione. Però questo non va con quello e un film per tutti diventa un’operetta infantile con strizzate d’occhio al pubblico più impegnato.
Ah, e comunque Nunziante continua a non realizzare una messa in scena cinematografica.
Ah, e comunque Rovazzi.
Ma quello è Montalbano?



5 - Sconnessi di Christian Marazziti

Ed è come sparare sulla croce rossa, lo so.
Sono prodotti un po’ così, nati per essere futili, velleitari. E il cinema sta da un’altra parte. Però - come volevasi dimostrare - il livello della commedia popolare italiana fatica ogni anno a risollevarsi e non basta qualche trovata a invertire la rotta.
Sconnessi aveva catturato la mia attenzione per la presenza di Fabrizio Bentivoglio nel cast. E Fabrizio Bentivoglio è sempre degno d’attenzione.
Sempre, ma non qui.




4 - Animali Fantastici: i crimini di Grindelwald di David Yates
Togliete la penna di mano alla Rowling per piacere!
E quello che doveva essere il capitolo della svolta per la nuova saga diventa un filler bruttino, diretto senza grande gusto e soprattutto scritto troppo male per essere vero: buchi di trama, spiegoni, salti temporali, personaggi inutili e una narrazione che fa acqua da tutte le parti.

La saga non è morta, visti i numeri al botteghino. Ma qualcosa va fatto, e io ho una proposta, anzi tre:

-        Assumete un’equipe di esperti che tengano d’occhio la continuity
-        Lasciate Johanna al soggetto, ma avvaletevi di validi sceneggiatori e dialoghisti
-        Ma soprattutto, affidate l’intero progetto nelle mani di Guillermo del Toro. È lui l’uomo della svolta. Me lo sento dentro.



3 - Tonno spiaggiato di Matteo Martinez
Ariecco Frank.
Mi hanno detto per anni che Frank Matano è figlio di un’altra comicità, quella americana. Poi gli si dà la possibilità di fare un film in totale libertà e quello che ne esce è un film per sketch che non fa ridere; sfiora anzi il cringe involontario in parecchi frangenti.
Se la scena più divertente è quella della signora che bestemmia, forse così alternativa questa comicità non è.



2 - Natale a 5 stelle di Marco Risi
Filmaccio inguardabile. E fin qui niente di nuovo.
Ma ora proviamo a spiegare perché Natale a 5 stelle non fa ridere: il riso - che sia del gesto, per parole o scritto - si fonda su un’incongruenza, un disvelamento che mette a nudo un procedimento sociale fino a quel momento ritenuto naturale.
La satira è il disvelamento dell’attitudine troppo umana che si cela dietro la maschera dell’ars politica.
Natale a 5 stelle invece non disvela, ma narra la politica italiana nelle sue sfaccettature. Narrare è descrivere un paesaggio. Avete mai riso di un paesaggio?



1 - Venom di Ruben Fleischer
Opera ignobile, fuori tempo massimo. Un film vecchio anche per gli inizi del Duemila.
Viene snaturato il personaggio di Venom per andare in contro, assecondare basse esigenze di un pubblico troppo giovane e poi si vieta il film ai minori. La trama scorre senza dare il giusto peso agli eventi mostrati e quindi i presenti colpi di scena arrivano telefonati e fiacchi. Lo stesso egregio Tom Hardy finisce per fornire un’interpretazione macchiettistica a metà tra body horror e commedia degli equivoci.
Il comparto tecnico inoltre fallisce nel tentativo di eguagliare le produzioni più ricche e contribuisce ad affossare un prodotto difettoso e pretenzioso, ma soprattutto consapevole della propria pochezza.
E questo è stato uno dei migliori incassi del 2018.
E il pubblico l’ha amato.
Allora forse ho davvero smesso di capire le cose che vedo.


La Flop 10 finisce qui.
Questo è anche l’ultimo articolo del 2018, a cui seguirà come di consueto una buona pausa, almeno finché non mi sarò raccapezzato tra la laurea, il sonno e le cose della vita. In questo preciso ordine.
È stato un anno mediamente ignobile, ma direi che il bilancio dopotutto – al netto della TOP 10 2018 – può dirsi pienamente positivo.
Non mi resta che augurarvi un 2019 più intenso e sorprendete. Sia in sala che fuori.
Che capiti qualcosa di inaspettato: un grande ritorno, una conferma sperata, la dirompente novità.
Io sono qua che guardo film e aspetto. Quando volete.

giovedì 27 dicembre 2018

TOP 10 FILM 2018

Anno ricchissimo. Punto.
Rivediamoci velocemente le regole che non si sa mai, anche se lo so che alla fine non le leggete.

-        Film usciti in sala per la prima volta dal 1 gennaio al 24 dicembre;
-        Film usciti su Netflix o sulle altre piattaforme on-demand nello stesso arco di tempo;
-        Non sono ammessi “film” di natale usciti direttamente su Youtube sul canale della Rai, prodotti da Rai2 e Rai digital, con il Pancio ed Enzuccio.

È stato un anno così ricco che avrei potuto stilare una TOP 30 senza calare di qualità. Ma sono state fatte delle scelte. Le mie. Che non sono le vostre. Quindi scanniamoci sotto nei commenti come non volessimo arrivare al 2019. Daje.



10 - Ready Player One di Steven Spielberg
Dal besteller di Ernest Cline, il nuovo ambizioso classico di Spielberg cambia forma a ritmo di musica nel regno della fantasia digitale. Il risultato è un assolo di citazioni nerd e avventura anni ’80 che abbaglia il cuore bambino e lascia dietro una scia di meraviglia. Peccato il film tenda troppo spesso a specchiarsi nel suo stesso fanservice e finisca per autolimitarsi in un canovaccio invecchiato tutt’altro che bene. Non il capolavoro annunciato, ma un’opera di cuore (nerd).
 
First time?
9 - La ballata di Buster Scruggs di Joel ed Ethan Coen
Dal cinema alla televisione; da una miniserie antologica ad un film a episodi. Cambiano gli ingredienti, ma il risultato è sempre altissimo cinema. I Coen tornano nel west per raccontare sei storie di morte e fortuna e recuperare il livello delle migliori produzioni del loro passato, dimostrando che Netflix non è solamente un mostro da demonizzare.
La collezione di storie del vecchio volume del west tocca a turno tutte le corde, per arrivare ad un finale metacinematografico semplicemente perfetto in cui gli ospiti della diligenza sono i personaggi sulla pellicola e siamo anche noi, e i cacciatori di taglie sono dei semplici funzionari e anche due angeli della morte. Corsi e ricorsi autocitazionisti si intrecciano per chiudere un’opera totale sulla natura umana.
 
Black


8 - BlacKkKlansman di Spike Lee
Il ritorno in grande stile di Spike Lee nel suo habitat naturale: la rivalsa sociale della popolazione afroamericana. Il film centra fin da subito ambientazioni anni ’70 e ritmo, riuscendo ad alternare alla perfezione il riso, la riflessione sociale e i momenti emotivamente più forti, risultando efficace oltre ogni immaginazione.

(Apro una parentesi: il film più importante dell’anno
C’è chi utilizza il mezzo per un fine più alto. E allora, oltre la qualità, va premiato anche l’impatto sociale, perché scrivere di un mondo diverso da quello che abbiamo è più facile e infinitamente meno utile del racconto per immagini. E quindi lo scorso anno la palma importanza andò a Detroit di Kathrine Bigelow. Quest’anno è il caso di premiare Spike Lee, che sarà di parte dall’altra parte, ma come racconta questa strana brutta storia americana (quasi) nessuno.
E considero chiusa la polemica tra me e il sottoscritto.
E chiudo anche una parentesi)



7 - Hostiles di Scott Cooper
Sorpresa dell’anno per un’opera tagliante e scorretta che inverte i canoni del genere western per dare nuova linfa ad un filone morente. In particolar modo la prima parte rasenta la perfezione per il suo naturale andamento aschematico che restituisce un quadro di violenza e sofferenze in cui ognuno è toccato dalla colpa del genocidio degli indiani d’America. Il dolore delle perdite di una madre sgretolata dal dolore sarà la chiave per un futuro condiviso. Grande cinema anticontemporaneo e, anche per questo, perfettamente attuale.



6 - Mirai di Mamoru Hosoda
Quale meravigliosa scoperta.
Hosoda torna ai livelli di Wolf children per raccontare il percorso di crescita di un bambino di quattro anni costretto a fare i conti con l’arrivo di una sorellina. Tra realtà e immaginazione, tra passato e futuro, il regista restituisce alla perfezione il passaggio da un naturale solipsismo al riconoscimento di  una stato superiore: essere al contempo se stessi e una parte di un altro individuo, di cui portiamo il sangue.
Raffinato, onirico e infine toccante, Hosoda intercetta la vita nel suo groviglio di fantasie.



5 - L’isola dei cani di Wes Anderson
Ogni nuovo lavoro il cinema di Wes sale di livello. Stavolta una storia di contorno diventa in realtà il centro di una rivolta nazionale per un Giappone tanto militarizzato quanto feudale e ciò porta la tipica struttura dell’autore texano a fondersi con intenzioni spiccatamente politiche.
Animazione tecnicamente eccelsa per una carrellata di opere d’arte su pellicola che rapiscono l’occhio, colpiscono il sentimento. Dopo Fantastic Mr Fox, più dissacrante - ma non disimpegnato come potrebbe apparire - Anderson riprende la stop motion come la miglior espressione della sua idea artistica fatta di simmetrie, colori accesi e movimenti di macchina a 90°.

E con questa perla termina per il 2018 la quota animata. Purtroppo ogni anni perdiamo una settimana di cinema da Natale a capodanno, proprio quando la Disney decide di rilasciare i nuovi classici. Lo scorso anno il fuori-classifica toccò a Coco, che, da un’analisi a posteriori, si sarebbe fermato ai piedi del podio. Quest’anno è la volta di Spiderman: un nuovo universo, che avrò modo di vedere solo il 27 dicembre. Mi flagello.



4 - La forma dell’acqua di Guillermo del Toro
Del Toro sguazza sorridente nel cinema (quello vero). Racconta la diversità in ogni sua forma. Tratteggia dolcezza e amore sconfinato per la settima arte. E il risultato è puro godimento sensoriale.
Il film trionfatore agli Oscar 2018 è figlio di un cinema passato e delle migliori fiabe Disney. Potrebbe bastare l’intermezzo da cinema muto in bianco e nero a portare in alto l’opera in questa personalissima classifica. Un film da guardare con gli occhi che avevamo anni fa.



3 - Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
Disarmante la maestria con cui McDonagh è in grado di alternare il dramma più crudo al riso. Nella dimensione della commedia nera si trova il perfetto equilibrio di un’opera curatissima e intelligente che intercetta come nessun’altra il carico di violenza che grava sulla società occidentale.
Una serie di personaggi sui generis ed estremamente umani è il mezzo per raccontare il percorso della violenza che nasce da un efferato omicidio e si conclude con una soluzione vuota: una dispersione che possa racchiudere in sé un nuovo inizio, oltre la sofferenza.
Tre manifesti ricalca lo stile dei Coen per arrivare dove i fratelli registi non erano mai riusciti e punge un sistema inefficace nella sua manifestazione, che è l’apice della sua criticità.
Attori straripanti e due sequenze magnifiche (scena delle scale e incendio dei manifesti) portano il film verso il cult istantaneo, un apice della commedia nera che resterà a lungo insuperato.



2 - Il sacrificio del cervo sacro di Yorghos Lanthimos
Il lavoro di Yorgos Lanthimos sulle falle della natura umana e della sua organizzazione sociale prosegue con una rivisitazione del mito di Ifigenia, protagonista di due tragedie di Euripide. Il regista greco mantiene e accentua il suo stile fortemente cinematografico per mettere lo spettatore in una condizione di difficoltà e spingerlo ad aprire una questione. Le immagini disvelano una violenza nascosta che non passa dalle parole, ma dalla messa in scena, dalle musiche, dalle inquadrature.
Il sacrificio del cervo sacro è un’esperienza superiore e complessa, difficilmente sostenibile senza una preparazione adatta. La difficoltà creata a livello linguistico si traduce gradualmente in una difficoltà concettuale sulle forme sociali e familiari.
Lanthimos si rinnova e ritorna su se stesso per dare sempre vita a qualcosa che non c’era.


1 - Dogman di Matteo Garrone
Il miglior film del 2018 è senza dubbio l’italianissimo Dogman di Matteo Garrone, rivisitazione del brutto affare del canaro della Magliana. Il canaro cinematografico non pone tanto l’attenzione sul fatto di cronaca nera, ma lo utilizza per raccontare la vita degradata degli ultimi nella periferia romana. Marcello Fonte, miglior attore a Cannes, interpreta un uomo a cui viene sottratto tutto, finanche l’umanità. E senza l’ultimo briciolo di umanità, anche la violenza più efferata può sembrare adatta al degrado del contesto.
La forza del racconto è nelle immagini più che nella trama. Garrone riversa una forza d’impatto nella sua pellicola tale da devastare lo spettatore ad ogni nuova visione. Questo cinema arriva all’istintività dell’uomo, dove giace una violenza sopita, che è la stessa che muove il canaro, ormai fantoccio della società che l’ha cullato in un rovo di spine fin dalla nascita.
L’eccellenza quest’anno è italiana; segno che il problema non sono i mezzi, ma le idee per un cinema migliore.



Siamo arrivati quindi alla conclusione. Avrei potuto parlarvi ancora di Lady Bird, opera dolce e indipendente, proprio come la sua protagonista, oppure di The disaster artist, esperimento imperdibile; di Tonya o de L’uomo che uccise don Chisciotte, di First man o del piccolo cult che è Notti magiche di Virzì, ma non lo farò, questa classifica, questo meraviglioso anno di cinema termina qui.

Sono state scelte inusuali? Forse
Sono state scelte in controtendenza? Sì
Sono state scelte un tantino hipster? MA CERTO!!!

E quindi prendete queste scelte per quelle che sono. Soggusti. Non prendetevela ammale.
Noi ci rivediamo il 30 dicembre, quando ancora non saprete cosa fare a capodanno, ma verrete finalmente a conoscenza della mia FLOP 10 2018. Che non aspettate altro, e buon inizio di fine anno (?)

martedì 16 ottobre 2018

TUTTI I PROBLEMI DI “A STAR IS BORN”


Partiamo un po’ da lontano: come io vado in sala.
Vorrei dire di essere un critico d’essai, vorrei dire di essere totalmente incorruttibile, vorrei essere una persona migliore anche, ma al momento non lo sono affatto. Il mio problema è che mi faccio convincere troppo facilmente: basta un trailer montato non dico bene, non dico discretamente, va bene anche se è montato da cani, l’importante è che ci sia una canzone in sottofondo che vada in crescendo e che esploda nel finale del trailer, proprio quando appare il titolo del film.


NB: meglio una canzone anni ’60 ’70 ’80. Ma in verità in verità vi dico: va bene anche la sigla dei Teletubbies, purché formenti.

NB: mia nonna - intorno all’anno 2000 - confondeva spesso i Teletubbies con i Talebani. Tinkie Winkie che tira giù le Torri Gemelle con un balletto dei suoi.


E quindi c’ho il fomento facile.
Ma torniamo al film di oggi: A star is born, esordio alla regia per il più amato dagli americani Bradley Cooper, che mette un cappello mezzo country, imbraccia una chitarra che palesemente non sa suonare e fa la parte del rocker/poeta maledetto. Al suo fianco Lady Gaga in un ruolo ritagliato su misura per lei che riprende in parte la sua storia personale.


A leggere la trama, sentire i pareri altrui, avevo pensato sarei andato al cinema più per dovere di affermato blogger che per il piacere della visione. Poi ho visto il trailer e mi si è aperto un mondo: quando Lady Gaga entra sulla chitarra di Bradley Cooper non c’è n’è per nessuno. E le immagini raccontano di due vite che si intrecciano con l’amore, le difficoltà, la musica.
Poi ho visto il trailer e mi sono fomentato e poi sono rimasto un po’ deluso. Perché non imparo mai?
A star is born è un film molto americano, molto classico che cerca di rimodernare la storia trita e ritrita dell’opera a cui si ispira, e ci riesce solo in parte. In generale l’esperienza della visione in sala tocca dei picchi notevoli, ma è minata alla base da una serie di problemi che presi singolarmente sembrano superabili, ma che visti nel complesso rovinano in parte l’intera opera.
Ad una regia sì classica, ma adatta al contesto e soprattutto ispirata nelle sequenze musicali, non corrisponde una sceneggiatura all’altezza e una storia stantia si dipana attraverso situazioni poco strutturate, personaggi non abbastanza approfonditi per poter sostenere un certo pathos e dei dialoghi scadenti. Non arriva mai ad essere un’opera di difficile comprensione, ma molti passaggi senza una specifica logica allontanano spesso lo spettatore dall’immersione nello schermo, e in un film che tenta - anche disperatamente - di coinvolgere emotivamente lo spettatore, un muro di piccole problematicità che si frappone durante la visione diventa un ostacolo insormontabile.
Come detto il film tenta in tutti i modi di parlare allo stomaco e al cuore dello spettatore, chiedendo una lacrima in cambio. Non è deprecabile una proposta del genere, si tratta di una scelta. Il problema emerge quando questa ricerca supera il muro della lacrima e sfonda il portone della stucchevolezza. A quel punto ciò che poteva apparire toccante diventa fastidioso e tornare indietro è sempre più difficile. L’esasperazione non sempre è reversibile.


Ad un contesto carico e poco fluido, data la rivedibile sceneggiatura, si aggiunge una durata spropositata che appesantisce ulteriormente la pellicola. Gli atti vengono diluiti in un arco temporale ampio e poco funzionale alla trasmissione delle emozioni più basiche. Arrivare in fondo senza staccare gli occhi dallo schermo è impresa impossibile. In alcuni frangenti anche i chicchi di mais non scoppiati in fondo al secchiello sembreranno più accattivanti.
Il problema della gestione dei tempi si lega direttamente ad un montaggio non all’altezza, che fallisce nel creare una continuità tra i vari momenti di vita di coppia che vengono mostrati. E quando un montaggio imperfetto incontra dei dialoghi poco ispirati si finisce spesso col domandarsi cosa stia realmente succedendo, perché i personaggi si comportino in un certo modo, come sono finito in questa sala dopo appena un trailer?



Altra cosa - adesso trattata in maniera un po’ così, blanda: come valuto i film.
Dopo anni di film divorati ed autorevole esperienza millantata, mi sto avvicinando sempre più ad un approccio che cerca di prendere il meglio da ogni pellicola. Anche quando questo meglio punta sempre a nascondersi sotto quintali di inutilità.
E questo A star is born un meglio ce l’ha eccome:le interpretazioni dei protagonisti sono molto valide, la regia riesce a portarci davvero sul palco, riesce a trasmettere il brivido dello spettacolo e le difficoltà di Jackson Maine, e poi ci sono le canzoni. O meglio, i momenti musicali, quelli sì toccanti e profondi. Lady Gaga e Bradley Cooper interagisco in perfetta armonia per intercettare le emozioni che il resto della pellicola parlata non riesce neanche a sfiorare.


A star is born, capolavoro moderno annunciato, purtroppo fallisce nel suo non essere affatto un capolavoro, ma semplicemente un film discreto falcidiato da problemi basilari. Eppure il marketing sfrenato con il quale il film è saltato agli onori della cronaca saprà ricompensare la prima fatica di Bradley Cooper con qualche nomination ai premi più famosi, e magari anche qualche statuetta. Dopotutto chi non ama Bradley Cooper, chi non si scioglie di fronte alla potenza vocale di una Lady Gaga versione brutto anatroccolo. Qualcuno sarà in grado di sorvolare sul cinema claudicante di quest’opera per prenderne solo il marketing. È la legge del mercato. È il 2018.

martedì 9 ottobre 2018

VENOM È UN DISASTRO?



E potremmo anche chiuderla qui.
Sipario e col simbionte simpatico ci rivediamo alla flop 10 2018 di Natale.
Ma visto che ci siamo spendiamo qualche parola in più su un film nato male, morto peggio. Tutti hanno già detto tanto sul Venom di casa Sony. Ricapitolando:

- è un film vecchio di almeno 15 anni
- sarebbe stato un film brutto anche 15 anni fa
- comparto tecnico a tratti audace, a tratti imbarazzante
- Tom Hardy fuori ruolo
- Tom Hardy doppiato (male - molto male) dal Joker di Leadger. UOT?
- sceneggiatura infantile da film su Italia 1 la domenica pomeriggio, che le cose succedono a caso proprio
- sviluppo dei personaggi inesistente
- ehi, ma Venom è il buono?
- ah, ma era una commedia. E ditelo prima, no?



Ora, una cosa che nessuno ha detto finora. E a me piace dire le cose che gli altri blogger-vlogger-youtuber non hanno ancora detto. Anche se si tratta di fregnacce.

La fenomenologia del supereroe. Parliamone.

*Eh lo so. Abbiamo parlato tutto veloceefrenetico finora, ma ora ci sta lo spiegone. E vi dovete sorbire lo spiegone, non c’è niente da fare*

Il supereroe, l’oltreuomo rappresenta la possibilità di un individuo di andare al di là delle proprie possibilità mantenendo un filo diretto con la sua controparte “normale”. In particolare nei film di origini - è fondamentale per il supereroe protagonista provare a superarsi in tutina aderentissima per poi tornare su se stesso e migliorarsi, o quantomeno modificare la situazione di partenza.
Ora, Venom - dall’alto della sua vetusta classicità - non fa eccezione e la prima parte del film è incentrata proprio sulla situazione amorosa, personale e professionale di Eddie Brock. Eddie Brock; Venum arriva dopo: hanno proprio impiegato tempo ed energie a definire una situazione per poi riproporla praticamente identica. Poteva essere quindi potenzialmente interessante seguire lo sviluppo della vita privata del protagonista in seguito all’incontro del simbionte, ma così non è stato.
Il film è monco di troppi elementi perché venga restituito un quadro complessivo e il finale non rappresenta alcun punto di svolta per un protagonista piatto e insulso. Nessuno sviluppo, nessuna crescita, nessun confronto, eccezion fatta per una mezza estorsione sventata ai danni di una commerciante. Hanno cercato di creare un film di taglio supereroistico senza la fenomenologia del supereroe. E non ne è uscito niente di buono.

*Fine dello spiegone. E lo vedete che non era poi così difficile*

Per il resto risatine in sala, cose buttate sullo schermo, due simbionti identici. Venom è solamente brutture gratuite e cadute di stile. E la flop 10 piano piano inizia a prendere forma. Bene così.

lunedì 24 settembre 2018

GLI INCREDIBILI 2 - IL MONDO PRIMA IL MONDO DOPO


2004-2018
Bissare il capolavoro a quattordici anni di distanza potrebbe sembrare impossibile, soprattutto se là fuori il mondo è cambiato, e con esso la nostra percezione della realtà. Gli incredibili 2 si concentra su tre grandi temi per affrontare il cambiamento, e lo fa a partire dall’ultima scena del film precedente. Non cambiare nulla per cambiare tutto, circa.


Nel 2004 la Marvel e la DC si spendevano a rilanciare le loro testate fumettistiche per sbucare saltuariamente al cinema e fallire miseramente quasi tutti gli appuntamenti. Era l’epoca di poche eccezioni, dei grandi X-Men di Singer e dello Spiderman di Raimi. Non eravamo coinvolti in un loop seriale e riuscivamo a stupirci più facilmente. In generale la nostra percezione del (super)eroismo era differente e Gli Incredbili, il primo capitolo diretto dallo stesso Brad Bird, prendeva di mira un immaginario collettivo differente. Poi è stata l'abbondanza, poi il caos. E recuperare questo franchise a quasi quindici anni di distanza ha imposto alla Pixar anche una nuova ricerca per ritrovare il cuore della questione. Allora la storia dei vecchi supereroi che tornano per ottenere un riconoscimento nella società è anche la storia di una serializzazione che non esiste più, di uno spirito per le storie che hanno un compimento, per la spettacolarizzazione di una normale famiglia di supereroi, senza proclami. Con Elastic Girl che cerca subitamente di sviare le attenzioni dei riflettori. Gli Incredibili 2 è anche la rivincita di un immaginario supereroistico che ha ceduto il passo alle serie tv cinematografiche prive di guizzi particolari, prive di affezione umana. È lo scontro tra i protagonisti del primo film e una nuova generazione di eroi che - nel tentativo di emulare le gesta dei suoi predecessori - ha finito per perdere di vista il senso di un genere cinematografico e la meraviglia che esso portava con sé.


È esplicativo il discorso dell’Ipnotizzaschermi, quando Elastic Girl riesce finalmente a tracciarne il segnale:

Screenslaver interrupts this program for an important announcement. Don't bother watching the rest. Elastigirl doesn't save the day; she only postpones her defeat. And while she postpones her defeat, you eat chips and watch her invert problems that you are too lazy to deal with. Superheroes are part of a brainless desire to replace true experience with simulation. You don't talk, you watch talk shows. You don't play games, you watch game shows. Travel, relationships, risk; every meaningful experience must be packaged and delivered to you to watch at a distance so that you can remain ever-sheltered, ever-passive, ever-ravenous consumers who can't free themselves to rise from their couches to break a sweat, never anticipate new life. You want superheroes to protect you, and make yourselves ever more powerless in the process. Well, you tell yourselves you're being "looked after". That you're inches from being served and your rights are being upheld. So that the system can keep stealing from you, smiling at you all the while. Go ahead, send your supers to stop me. Grab your snacks, watch your screens, and see what happens. You are no longer in control. I am.

Il bersaglio del film siamo noi spettatori, che abbiamo preferito restare a guardare l’eroismo degli altri. Monologo da brividi che trascende il target dell'opera, o almeno quello che dovrebbe essere.



Lo stesso Ipnotizzaschermi non è una scelta casuale per il senso che gli autori hanno voluto dare al ritorno della famiglia Parr. In quattordici anni è cambiato il rapporto dell’uomo con la tecnologia: oggi siamo dipendenti dallo schermo, la velleità che ci alleggerisce dal peso. Ci perdiamo nella vacuità di tutto ciò che è retroilluminato. Sentiamo una necessità viscerale verso un mondo tecnologico che esiste solo finché non ci accorgiamo di tutto ciò che non può sopravvivere tra righe di codice binario.
La rivincita di Elastic Girl è anche contro un mondo tecnologico che ha visto rispetto alle premesse di quattordici anni fa e ha invaso la nostra vita al punto da monopolizzarla, al punto che, se un supercattivo puntasse sull’ipnosi di massa attraverso gli schermi della nostra vita, avrebbe vita facile e nel giro di poche ore piegherebbe l’intera umanità. Se essa non sia già piegata.



Torna preponderante il tema familiare, stavolta sviluppato soprattutto attorno alla figura di Bob - alias Mr Incredibile. Oltre le tragicomiche difficoltà di adattamento dell'ex capofamiglia ad una vita quotidiana, anche da questo punto di vista la ricostruzione rispetto alla situazione odierna è evidente: dopo aver raggiunto una certa considerazione da parte dei genitori nel primo film, i due figli sono chiamati ad un vero e proprio scontro con essi in modo da superare l’autorità e contemporaneamente salvare il nucleo familiare dalla deflagrazione. Tutte queste responsabilità ricadono sulle spalle esili di Violetta e Flash. Metaforicamente, la tematica familiare si rifà ad un momento storico in cui i figli sono chiamati al doppio compito di salvare i propri genitori e contemporaneamente costruirsi una vita autonoma, sia da un punto di vista economico che emotivo. Ora dipende dai figli. E l’esito è certamente positivo, speranzoso, in linea con i dettami Disney-Pixar. Uno sviluppo concettuale di certo meno approfondito e interessante rispetto a quanto fatto con Inside Out, ma comunque valido, soprattutto alla luce delle vicende del primo capitolo.



Gli Incredibili 2 non si limita, ma si rielabora e si reinventa per fare del tempo tiranno un’occasione invece che una debolezza. In tutto ciò mancano l’effetto sorpresa che aveva saputo produrre il primo film, qualche guizzo degno dello studio d’animazione e una narrazione originale in grado stupire lo spettatore osando oltre i normali standard del mercato. Ma lo sviluppo dei temi illustrati, unito ad un’animazione a tratti mozzafiato, rende Gli Incredibili 2 l’ennesima prova di maturità della Pixar. Un’opera ricca di dettagli, stratificata, ambiziosa, superiore. Uno sguardo al mondo prima, al mondo dopo.

domenica 19 agosto 2018

ANTMAN AND THE WASP È COSÌ INUTILE?

Nella decennale esperienza del MCU dobbiamo collocare nella gusta posizione il secondo capitolo dedicato all’uomo formica: si tratta senza dubbio di un Marvel minore, e la data d’uscita in pieno periodo estivo si trova in continuità con la natura stessa del film. Allora dobbiamo valutare diversamente il tipo d’intrattenimento cercato e voluto per Infinity War rispetto all’immediatezza di una commedia con poche pretese come Antman and the Wasp. Proprio per questo la pellicola di Payton Reed arriva nel momento opportuno a smorzare i toni, a variegare l’offerta e ad allungare i tempi d’attesa per il vero evento dell’universo Marvel: la resa dei conti con Thanos che tutti attendiamo dopo la disfatta totale di Avengers 3. Ma le intenzioni propizie non oscurano una resa altalenante delle idee degli sceneggiatori e alcune cadute che minano la riuscita della pellicola. La leggerezza di Antman 2 tende spesso alla frivolezza e il valore aggiunto di un’opera “tattica” rischia spesso di tramutarsi nella sua debolezza.


La domanda è: quando è Antman and the Wasp?
Per l’intera durata della pellicola, memori della totalità dell’avvento di Thanos, ci si interroga sulla collocazione temporale delle nuove avventure di Scott Lang per non ottenere una risposta soddisfacente, o almeno non prima della prima scena post-credit, che lascia comunque perplessi per le modalità e la scelta fatta, efficace, sì, ma anche infelice. Antman è rimasto il solito antieroe sopra le righe, collocato in un contesto che gli calza a pennello. E in questo sott’universo rientrano alla perfezione anche i personaggi secondari e le situazioni che vengono a crearsi con la tuta del protagonista. Quindi, se riguardo la figura del personaggio interpretato da Paul Rudd ci sono poche variazioni rispetto al primo capitolo, è sull’intreccio che dobbiamo concentrarci per analizzare l’opera. E l’intreccio prende piede da una soluzione in sé originale, potenzialmente entusiasmante, che tocca gli angoli oscuri del mondo quantico per poi ridursi ad una scaramuccia tra pochi sgherri, una villain mal sfruttata e un deus ex machina imbarazzante per la sua sfacciata semplicità (come imparai a salvare capra e cavoli e ad amare la bomba). Quando tende a perdersi alla ricerca della risata facile, il film mostra la sua vera natura caciarona; quando invece lo spirito della pellicola tocca un intreccio potenzialmente dignitoso si sfora nella superficialità, e sono evidenti i punti esatti in cui gli sceneggiatori hanno volutamente cercato di far primeggiare la comicità, talvolta forzata, sullo sviluppo di un’opera più riuscita. La superficialità quindi regna sovrana e il giudizio del pubblico resta certamente influenzato dalla voglia e dalla capacità di soffermarsi ad un livello basico nella visione di un film. Per questo motivo ha senso la scelta di collocare l’uscita del film nel periodo estivo, per andare in contro alla minori pretese del pubblico vacanziero, in grado di godere anche della semplice superficie.


Se la superficie tradisce alcune falle narrative, la forma dell’opera dà libero sfogo alla creatività del regista. Il gioco di forme garantisce un’azione mai banale, fresca e divertente che si rivela essere il cuore della pellicola. Talvolta le sequenze dialogate sembrano essere dei raccordi tra i momenti topici in cui i protagonisti si rimpiccioliscono e si ingrandiscono a piacimento (o quasi), e lì Antman and the Wasp torna ad avere un carattere proprio, torna a proporsi come un’alternativa al modello classico dell’azione da cinecomic.


Il secondo capitolo di Antman è in generale un film con poche pretese che tenta di raffazzonare una trama passabile dietro un divertimento spicciolo e un pizzico di fan service. Quando l’asticella tende naturalmente ad alzarsi, il film si spende prontamente per tornare su binari conosciuti e basici. L’opera di Reed vive di qualche picco interessante, molti bassi e una buona dose di risate. Se cercavate un compendio al colpo fragoroso di Thanos potete tranquillamente evitare questo capitolo della più costosa serie tv della storia e aspettare direttamente Captain Marvel. Se invece avete nostalgia della sala cinematografica e cercate un’alternativa agli horror di serie Z che pullulano in questo periodo, potreste passare una piacevole serata. Il passatempo dell'uomo formica dura appena una visione, termina con un sorriso e apre il campo a ciò che di maestoso verrà.

sabato 7 luglio 2018

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO - LINGUAGGIO E SESSUALITÀ

Il lavoro di Yorgos Lanthimos sulle falle della natura umana e della sua organizzazione sociale prosegue con una rivisitazione del mito di Ifigenia, protagonista di due tragedie di Euripide. Il regista greco mantiene e accentua il suo stile fortemente cinematografico per mettere lo spettatore in una condizione di difficoltà e spingerlo ad aprire una questione, anche se, nel caso de Il sacrificio del cervo sacro - a differenza dei precedenti lavori - l’ambiguità si gioca soprattutto a livello di messa in scena e la linearità della trama tragica, volutamente prevedibile, richiederebbe di suo un’interpretazione meno radicale.


Eppure la posizione dello spettatore è certamente più complessa e drammatica rispetto a quanto erano in grado di fare Alps e The lobster. Siamo spettatori di una composizione che opprime attraverso una violenza eterogenea inaudita e rende spesso impossibile all’occhio di fissarsi proprio sui particolari più scabrosi. Ma questa violenza, che passa dal soggetto alla messa in scena e coinvolge ogni aspetto della pellicola, trova le sue radici nel percorso artistico del regista. Fin dai suoi primi lavori Lanthimos ha portato avanti uno studio sulle forme d’espressione per raffinare sempre più la sua regia verso uno stato di difficoltà generato e ricercato. Questa difficoltà è riscontrabile a partire dal piano linguistico. Martin, vero tassello imperscrutabile della prima metà dell’opera, è un personaggio in grado di trasmette una forma di ribrezzo che lo spettatore non riesce a ricollocare nel contesto del film. Siamo rapiti dagli occhi viscidi dell’attore che impersona Martin, Barry Keoghan, proviamo un forte senso di fastidio per le azioni inopportune che questo personaggio compie, ma la questione che genera il problema sta alla base, tra le maglie più strette della pellicola.


La questione fondate si pone nell’ordine del linguaggio e ciò include pesantemente anche la perfetta famiglia alto borghese dei protagonisti, che vive immersa in un tanto immacolato quanto perverso simbolico dominante. La prima fatica dello spettatore è riuscire a penetrare il simbolico dominante della finzione per assumerlo in prestito per la durata della pellicola. Questo passaggio richiede una certa abilità, una certa disponibilità. Ma solo in questo modo possiamo godere di alcuni dettagli che rimandano alla simbologia classica e letteraria dell’opera nella sua ricostruzione della tragedia. La pellicola si apre con un muscolo cardiaco che pulsa durante un’operazione a cuore aperto. Alla prima difficoltà visiva segue la difficoltà del linguaggio, quando Steven, stimato chirurgo, intrattiene con il suo amico anestesista uno un dialogo approfondito sulla qualità dei cinturini degli orologi. La forma eccede nella traslazione dell’importanza dal momento dell’operazione a quello della discussione. Tutto ciò appiana gli scambi linguistici ad un livello standardizzato con il quale possiamo familiarizzare. L’operazione effettuata è del tutto simile a quanto visto in The lobster, in cui era la necessità sociale ad appiattire il simbolico dominante verso una completa apatia. Su tale tessuto coerente, ma comprensibile, il personaggio di Martin agisce a mo’ di lama, squarciando il simbolico dominante da parte a parte. Gli estremi della lama di Martin sono l’estremizzazione ancor più caricaturale della forma del simbolico dominante e un’ingenuità fanciullesca che non sta a tale piano dell’essere. Il connubio antitetico di queste posizioni, assolutamente paradossale, rompe il solido paradigma della pellicola e genera il problema dello spettatore. Mostra un’impossibile da affrontare e sopportare, qualcosa che potrebbe avvicinarsi a toccare l’ordine del reale.


Altro tema cardine nell’interpretazione de Il sacrificio del cervo sacro è quello della sessualità. Il sacrificio della tragedia è legato alla vergine e questo focalizza l’attenzione della pellicola sul modo in cui ogni personaggio si rapporta alla sessualità. Vari sono i riferimenti e in quest’ottica molte scene idealmente fuori contesto possono essere ricollocate in una collezione di dettagli sulla sfera sessuale. Steven e la moglie Anna vivono una relazione che nasconde delle perversioni inusuali; viene ripetuto più volte che Kim, la figlia della coppia, è da poco giunta alla maturazione sessuale, e non è casuale che mantenga la sua purezza nel corso della pellicola, nonostante la relazione clandestina con Martin. Infine il piccolo Bob, inizialmente ancora estraneo alla sfera delle pulsioni e delle passioni. La scena in cui Steven racconta il suo segreto più scabroso al figlio (e si tratta naturalmente di un segreto di natura sessuale) è il momento in cui il padre cerca di testare indirettamente se il figlio sia già entrato a far parte o meno della sfera della sessualità. In generale l’incontro tra la soggettività e il sesso genera una sorta di corruzione dell’essere verso una moralità frastagliata che i genitori mostreranno nel momento della scelta.


Questa lettura della sessualità è strettamente legata ad una visione cristiana del tema e trova le sue radici nell’interpretazione agostiniana dei testi sacri e del peccato originale. Questa versione giustificherebbe anche la trasmissibilità della colpa di Steven ai figli e il successivo tracollo. A partire dalla sessualità, cade la moralità e gli uomini perdono ogni possibilità di mantenere salde contemporaneamente una giustizia terrena sul modello di quella divina e una soggettività moralmente corretta. Emerge una spietatezza, un cinismo proprio di chi è obbligato dal fato a spogliarsi dell’ultima fasulla moralità che mostrava sul piano del simbolico dominante, all’attenzione di altri individui della stessa caratura morale, della stessa superficiale finzione collettiva. Dove si colloca quindi lo spettatore rispetto alla morale decaduta di una civiltà attempata e reazionaria che finge di essere giovane e intraprendete?


Se la messa in scena fa uso della questione del linguaggio come mezzo per raggiungere in una maniera atipica e difficilmente sostenibile lo spettatore, è nella sessualità che si consuma lo sciorinamento della questione centrale dell’opera, sulla moralità umana. Il risultato è un film che chiede di essere raggiunto attraverso uno sforzo notevole, ma che è in grado di ripagare lo spettatore sia emotivamente che, soprattutto, intellettualmente. Lanthimos confeziona ad arte un altro gioiello che respira di cinema.
Personalmente credo di aver assistito ad una delle esperienze cinematografiche più significative della mia vita di spettatore. Sono rimasto catturato dal primo all’ultimo secondo della pellicola e ho partecipato della tensione, dell’emotività e della violenza, ma ho faticato molto a sostenere il peso dell’opera. Un film meraviglioso, che difficilmente riuscirò a rivedere.