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domenica 19 agosto 2018

ANTMAN AND THE WASP È COSÌ INUTILE?

Nella decennale esperienza del MCU dobbiamo collocare nella gusta posizione il secondo capitolo dedicato all’uomo formica: si tratta senza dubbio di un Marvel minore, e la data d’uscita in pieno periodo estivo si trova in continuità con la natura stessa del film. Allora dobbiamo valutare diversamente il tipo d’intrattenimento cercato e voluto per Infinity War rispetto all’immediatezza di una commedia con poche pretese come Antman and the Wasp. Proprio per questo la pellicola di Payton Reed arriva nel momento opportuno a smorzare i toni, a variegare l’offerta e ad allungare i tempi d’attesa per il vero evento dell’universo Marvel: la resa dei conti con Thanos che tutti attendiamo dopo la disfatta totale di Avengers 3. Ma le intenzioni propizie non oscurano una resa altalenante delle idee degli sceneggiatori e alcune cadute che minano la riuscita della pellicola. La leggerezza di Antman 2 tende spesso alla frivolezza e il valore aggiunto di un’opera “tattica” rischia spesso di tramutarsi nella sua debolezza.


La domanda è: quando è Antman and the Wasp?
Per l’intera durata della pellicola, memori della totalità dell’avvento di Thanos, ci si interroga sulla collocazione temporale delle nuove avventure di Scott Lang per non ottenere una risposta soddisfacente, o almeno non prima della prima scena post-credit, che lascia comunque perplessi per le modalità e la scelta fatta, efficace, sì, ma anche infelice. Antman è rimasto il solito antieroe sopra le righe, collocato in un contesto che gli calza a pennello. E in questo sott’universo rientrano alla perfezione anche i personaggi secondari e le situazioni che vengono a crearsi con la tuta del protagonista. Quindi, se riguardo la figura del personaggio interpretato da Paul Rudd ci sono poche variazioni rispetto al primo capitolo, è sull’intreccio che dobbiamo concentrarci per analizzare l’opera. E l’intreccio prende piede da una soluzione in sé originale, potenzialmente entusiasmante, che tocca gli angoli oscuri del mondo quantico per poi ridursi ad una scaramuccia tra pochi sgherri, una villain mal sfruttata e un deus ex machina imbarazzante per la sua sfacciata semplicità (come imparai a salvare capra e cavoli e ad amare la bomba). Quando tende a perdersi alla ricerca della risata facile, il film mostra la sua vera natura caciarona; quando invece lo spirito della pellicola tocca un intreccio potenzialmente dignitoso si sfora nella superficialità, e sono evidenti i punti esatti in cui gli sceneggiatori hanno volutamente cercato di far primeggiare la comicità, talvolta forzata, sullo sviluppo di un’opera più riuscita. La superficialità quindi regna sovrana e il giudizio del pubblico resta certamente influenzato dalla voglia e dalla capacità di soffermarsi ad un livello basico nella visione di un film. Per questo motivo ha senso la scelta di collocare l’uscita del film nel periodo estivo, per andare in contro alla minori pretese del pubblico vacanziero, in grado di godere anche della semplice superficie.


Se la superficie tradisce alcune falle narrative, la forma dell’opera dà libero sfogo alla creatività del regista. Il gioco di forme garantisce un’azione mai banale, fresca e divertente che si rivela essere il cuore della pellicola. Talvolta le sequenze dialogate sembrano essere dei raccordi tra i momenti topici in cui i protagonisti si rimpiccioliscono e si ingrandiscono a piacimento (o quasi), e lì Antman and the Wasp torna ad avere un carattere proprio, torna a proporsi come un’alternativa al modello classico dell’azione da cinecomic.


Il secondo capitolo di Antman è in generale un film con poche pretese che tenta di raffazzonare una trama passabile dietro un divertimento spicciolo e un pizzico di fan service. Quando l’asticella tende naturalmente ad alzarsi, il film si spende prontamente per tornare su binari conosciuti e basici. L’opera di Reed vive di qualche picco interessante, molti bassi e una buona dose di risate. Se cercavate un compendio al colpo fragoroso di Thanos potete tranquillamente evitare questo capitolo della più costosa serie tv della storia e aspettare direttamente Captain Marvel. Se invece avete nostalgia della sala cinematografica e cercate un’alternativa agli horror di serie Z che pullulano in questo periodo, potreste passare una piacevole serata. Il passatempo dell'uomo formica dura appena una visione, termina con un sorriso e apre il campo a ciò che di maestoso verrà.

giovedì 26 aprile 2018

PERCHÈ AVENGERS: INFINITY WAR È IMPORTANTE


Dopo dieci anni dall’uscita del primo Iron man finalmente vede la luce l’opera per la quale abbiamo avuto il coraggio di affrontare ore e ore di perdite di tempo, villain posticci, personaggi piatti e trame scialbe. Finalmente, dopo dieci lunghissimi anni, arriva il momento di raccogliere i frutti di un piacevole sacrificio. Sono stati gli anni della nostra adolescenza e anche degli eroi, prima introdotti in sordina, accolti con un pizzico di scetticismo, poi adorati alla follia, poi mal sopportati e infine nuovamente trionfatori. Avengers: Infinity War non è importante per la sua realizzazione tecnica, ma per essere l’inizio della fine di un film lungo dieci anni, diciannove pellicole, il compimento di uno dei capisaldi della nostra cultura pop anni 2000.


Allora c’è il film, la trama, i dettagli più minuziosi che rimandano a questo o a quell’albo specifico, ma ci sono soprattutto le sensazioni, le travolgenti emozioni che questo universo aveva promesso da sempre di saper poi trasmettere, ma che finora non aveva intercettato a dovere. Si parla di due ore e mezza e di una generazione: un’opera, la sua genealogia, la fanbase e tutti gli altri. Andare in contro all’iceberg nella sua totalità avrebbe comportato delle difficoltà, e infatti delle difficoltà ci sono state.


Il numero di personaggi - dagli eroi ormai storici agli ultimi arrivati, passando per gli aiutanti, le guardie del corpo, i simpatizzanti - richiedeva un lavoro di scrittura esagerato, minuzioso al millimetro per far convivere delle singolarità tanto carismatiche, e la scelta, più che corretta, è stata quella di riunire per dividere. Non si tratta più dei film di Joss Whedon, non avremo più a che fare con stanchi momenti di riunioni di gruppo, ma l’azione prende il sopravvento sulla teoria spicciola e, a discapito di qualche nesso logico, i gruppi di eroi continuano a perseguire un obiettivo sparsi nella galassia. Se lo spazio però, in questo modo, viene sfruttato a meraviglia dagli sceneggiatori, non si può dire lo stesso del tempo, che torna come cardine centrale della pellicola e spesso sfasa alcuni momenti sfiorando l’incongruenza. Ma, alla luce della mole di lavoro, anche alcune forzature sono trascurabili rispetto all’oliatura di un congegno quasi perfetto.


La trama doveva essere magniloquente e lo è stata. Un mattatore su tutti, forse vero protagonista della pellicola: Thanos. Attorno alle sue azioni, ai suoi spostamenti e a quelli dei suoi sgherri ruota la narrazione della pellicola e i protagonisti talvolta sembrano trasportati all’interno dell’opera, in particolar modo il gruppo di Tony Stark. Si tratta di un ottimo espediente per trasmettere l’inferiorità delle forze del bene rispetto alla nuova e più temibile minaccia di Thanos. La preparazione all’inevitabile battaglia finale è più una caccia al topo che lo studio attento di un piano. Non mancano dei momenti rivedibili, qualche scelta fatta per portare avanti una certa sottotrama o addirittura l’intero film, ma nel complesso ogni momento è funzionale allo sconvolgente finale e ciò conta più delle singole scelte.


Il tono del film stavolta cambia e viene finalmente in contro alle esigenze di un pubblico ormai stanco della solita commedia action-fantasy. A rappresentare il punto di svolta, oltre alla tangibilità della minaccia di Thanos - ben più reale già a partire dalla sequenza iniziale - è la motivazione che spinge il villain, una motivazione politica, comprensibile e proprio per questo ancora più folle. I protagonisti inoltre partono da una forte posizione di svantaggio non avendo un piano organico per contrastare lo strapotere del Titano e ciò li espone ad un rischio perenne di rimetterci la vita. Giochiamo costantemente a sfilacciare il filo della vita di personaggi amati e questo non può che colpire la nostra parte sentimentale, perché la minaccia stavolta è reale e più di un eroe sarà costretto a soccombere. Forse anche questa crudezza, questa malinconia anche nelle scene più scanzonate, questa pretesa di una giocosa serietà mancava agli episodi precedenti dell’epopea Marvel. Non è un caso che tutti i fan ricordino la morte dell’agente Coulson, quella di Quicksilver o ancora quella di Yondu. Forse è quando il meraviglioso e coloratissimo mondo Marvel si cala nella grigia vita reale che riesce ad esaltarsi, perché raggiunge vette di epicità solamente sperate e quando si parla di superuomini dotati di poteri che vestono un costume per salvare il mondo l’epicità fondamentale tanto quanto l’azione, tanto quanto l’umorismo.


Semplicemente, Avengers: Infinity War è una macchina perfetta che arriva dove deve senza lasciare nella al caso. È una grande storia che si regge soprattutto sul miglior villain mai visto nel nuovo corso dei conecomic americani, sia dal lato Marvel che per la controparte DC. È tutto ciò che avevamo sempre desiderato, ciò che ricercavamo dopo un ottimo Avengers, un buon Age of Ultron e un minimizzato Civil War. Avengers: Infinity War è le emozioni che volevamo provare da tempo.



PARTE SPOILER!



Se siete arrivati a leggere fin qui immagino abbiate già visto la pellicola. Proseguite a vostro rischio e pericolo.
Prima della visione avevo previsto tre morti illustri: Loki, Heimdall, Nebula; ho sbagliato solo a scegliere tra le figlie di Thanos. Poi il finale ha un po’ smontato le mie teorie. Ma andiamo con ordine.


Bisogna ammettere che tutti i personaggi sono stati trattati con grande eleganza e misura, ma, proprio a partire dall’opera da cui provengono, i Guardiani della Galassia si sono confermati una spanna sopra gli eroi terrestri. Ciò che li contraddistingue è proprio un’aura differente, unica, che viene trasmessa anche agli altri personaggi che interagiscono con il gruppo, come ad esempio Thor e Iron man. Gunn ha dato vita ad una creatura in grado di camminare da sola ormai. Succede molto all’interno dei Guardiani anche se si tratta di un film corale. Finalmente, dopo cinque anni, vediamo il tanto atteso bacio tra Quill e Gamora, al quale segue una repentina evoluzione della loro storia d’amore, velocizzata ulteriormente dalla minaccia di Thanos: Gamora infatti viene prima catturata e poi sacrificata per ottenere la gemma dell’anima. Vediamo il cadavere dell’aliena esanime in fondo al dirupo, eppure non riesco a capacitarmi della sua dipartita, perché la storia d’amore con Quill è appena sbocciata, perché non potrebbero esistere dei Guardiani della Galassia senza Gamora. Allora immagino che questa morte sacrificale possa essere reversibile con la restituzione della gemma dell’anima. Vedo un Quill distrutto recarsi a Vormir e gettare la gemma nel dirupo per la resurrezione di Gamora.


Sulle morti di Loki e Haimdall invece niente da aggiungere: i personaggi avevano fatto da tempo il loro corso ed è stato giusto sacrificarli all’interno dell’evento più importante del MCU.
Il resto della pellicola invece si poggia su un twist forse sottovalutato, un momento che sembra essere stato pensato per condurre ad una frase ad effetto, ma in verità nasconde il senso delle azioni di alcuni personaggi da quel momento fino al termine dell’opera. Sto parlando del viaggio nei futuri possibili del Doctor Strange, quando su Titano si isola dagli altri eroi per verificare quante possibilità avessero gli Avengers di vincere la guerra contro Thanos: 1 su circa 13 milioni. Da quel momento in poi il saggio Strange, il custode della nostra realtà sembra giocare contro i suoi stessi interessi e consegna la gemma del tempo a Thanos per salvare la vita di Tony Stark. Voglio fidarmi di Strange e di ciò che ha visto, probabilmente il futuro in cui gli eroi vincono contro il titano prevede anche la consegna della gemma del tempo - e quindi la sopravvivenza di Iron man -, prevede anche la disfatta finale. Allora tutto avrebbe senso e ci troveremmo perfettamente in linea con la parte due del film - in uscita nel 2019 - in cui la situazione dovrà per forza di cose ribaltarsi.


Il finale è stato straziante; che il film potesse effettivamente finire con il guanto dell’infinito completo era un evento pronosticabile. Ciò a cui avevamo pensato meno è stata la moria di eroi che ne è seguita. Un vero e proprio massacro che mi ha commosso in alcuni frangenti, come la scomparsa di Bucky che riesce a dire solamente: “Steve”; quella di Peter Parker tra le braccia di Tony e in generale tutti i Guardiani. È stato difficile affrontare un momento così carico di pathos, ma in questo caso la programmazione a lungo termine di Kevin Faige è andata contro gli interessi stessi dell’azienda. Se non fossimo costantemente a conoscenza dei prossimi 4/5 film del MCU in via di sviluppo avrei creduto a queste morti polverose, ma sappiamo già che in seguito ad Avengers 4 usciranno nelle sale il sequel di Spiderman Homecoming e Guardiani 3. Purtroppo questa scelta toglie una parte della drammaticità alla scena, si tratta solo di scoprire quando e soprattutto come tutti questi eroi torneranno in vita (o torneranno nel mondo reale). Restano però i momenti, quelli meravigliosi e toccanti, che anche una programmazione poco o troppo lungimirante non può cancellare. La svolta, come suggeriscono i titoli di coda, sarà rappresentata da Captain Marvel, supereroina di cui non conosco pressoché nulla e sulla quale non mi sbilancio, spero solo non si tratti di un deus ex machina troppo spudorato. E spero anche che non si faccia confusione con i paradossi temporali, ma vista la precisione degli sceneggiatori per questo terzo teamup, sono fiducioso verso il quarto capitolo.


Visto anche lo strumento utilizzato da Nick Fury nella scena post credit, sono dubbioso sulla destinazione del messaggio a Captain Marvel, non tanto per la collocazione spaziale quanto per quella temporale: la soluzione più semplice sembrerebbe essere l’utilizzo della gemma del tempo, ma se il guanto fosse andato distrutto o quantomeno danneggiato dopo lo schiocco di dita e non fosse più possibile utilizzare tale pietra rimarrebbe solo un ritorno al passato in maniera “manuale”. E se Captain Marvel fosse già nel passato? E se Nick Fury avesse inviato un messaggio al passato? In questo caso la paura sarebbe di veder cancellato dalla continuity spaziotemporale l’intero terzo capitolo degli Avengers. Ci sono pro e contro in ogni situazione. Probabilmente Avengers v Thanos parte II sarà ancora più difficile da scrivere, speriamo ancora più entusiasmante da vedere. Intanto i capoccia del MCU sono riusciti a farmi salire l’hype per Captain Marvel. Es el marketing.

lunedì 30 ottobre 2017

IL VERO PROBLEMA DI THOR: RAGNAROK

Il terzo capitolo della saga dedicata al dio - o zio - del tuono si distingue per un approccio diverso, più scanzonato e canzonatorio, che fa saltare per larghi tratti della pellicola i rigidi canoni Marvel. La parola d’ordine è divertimento; su di essa Taika Waititi ha impostato la realizzazione del film ed è evidente che gli attori abbiamo provato un reale piacere durante le riprese, piacere che poi sono riusciti ad imprimere sulla pellicola. Si ride molto e di gusto; ogni scena, ogni scelta è indirizzata a divertire il pubblico. Ma tutte queste risate hanno un prezzo, vengono infatti sacrificate sull’altare del divertimento a tutti i costi la profondità e la coerenza - sia narrativa che nella caratterizzazione dei personaggi - rispetto alla linea comune prescelta dai Marvel Studios.


Thor: Ragnarok manca della reale capacità di andare in profondità nei momenti cruciali della pellicola e storie come quella di Valchiria o momenti come il ritrovamento di Odino non arrivano allo spettatore nel modo in cui avrebbero potuto. L’emotività e lo sviluppo psicologico si fermano prima di bucare lo schermo, oscurati da un velo registico e stilistico che non prescinde mai dall’ilarità e, quando lo fa, stona terribilmente nel farlo.


Altra pecca del film di Waititi sta nel rapporto tra la nuova pellicola e gli altri film che compongono il MCU. Il tono utilizzato per l’ultimo capitolo di Thor non rientra pienamente nel range di possibilità aperte dal modello Marvel a partire dal primo Iron Man, ma tenta in ogni caso di avvicinarsi all’esempio proposto dai Guardiani della galassia. Il problema sta nei materiali utilizzati nella costruzione di questo nuovo paradigma, che sulla carta richiederebbero un trattamento diverso alla luce delle loro precedenti apparizioni. Un conto è introdurre nell’ambito di una continuità slegata un personaggio come Deadpool, creato appositamente per rovesciare le forme di riferimento con un’ironia pungente, altra cosa è snaturare personaggi già conosciuti e apprezzati dal grande pubblico in funzione di un rinnovamento inaspettato. Un cambiamento sarebbe oro in questo momento per la ripetitiva casa di produzione, ma non è corretto verso il pubblico e verso l’opera letteraria di riferimento cambiare in questo modo i connotati di Thor e Bruce Banner.


I Guardiani della galassia hanno saputo innovare il canone grazie all’effetto novità portato da personaggi pressoché sconosciuti, ma James Gunn non ha mai trascurato uno sviluppo in profondità delle personalità che fanno parte o hanno fatto parte della squadra dei Guardiani. Ogni azione è in realtà giustificata da un sostrato semplice ma tangibile che sorregge la possibilità delle azioni dei protagonisti all’interno del MCU. E in questo calderone è plausibile credere ad una scena anticlimatica come il ballo di Starlord alla fine del primo film o al finale drammatico del secondo capitolo. Perché il progetto ha basi più solide di una scelta stilistica una tantum, arriva da lontano e dalle sapienti mani di James Gunn.


Il vero problema di Thor: Ragnarok è il vuoto che si cela dietro una maschera di divertimento, azione scanzonata e colori saturati. Il divertimento che si fa manifesto della svolta nella trilogia dedicata al dio del tuono è in realtà fine a se stesso e spesso ci si trova distanti dal senso primario dell’opera (il cosiddetto “Ragnarok”) per il solo scopo di strappare un sorriso svilendo la dignità di alcuni personaggi storici. Thor: Ragnarok è l’art pour l’art.

Senza l’art.

martedì 26 settembre 2017

DOCTOR STRANGE - UN CAPOLAVORO FUORI TEMPO MASSIMO

In piena fase tre del MCU è tempo di bilanci sulla nuova generazioni di eroi chiamata a sostituire gli storici Avengers. Se la fase uno, con le sue debolezze, aveva rappresentato un’innovazione in ambito cinematografico, alla ricerca del connubio tra serialità e settima arte, e la fase due aveva segnato la rottura dei canoni attraverso pellicole in grado di coinvolgere i protagonisti di film differenti, la fase tre si fa carico dell’arduo compito di bissare il successo delle origini per riciclare un format attraverso nuovi personaggi, perlopiù sconosciuti al grande pubblico. È questo il caso del Doctor Strange, al quale è stato dedicato un lungometraggio per approfondire lo origini del personaggio, uscito lo scorso ottobre.


Il film in questione rappresenta l’ennesimo prodotto che tenta di restringere le peculiarità di un personaggio cartaceo nella dimensione che la Marvel ha scelto come standard per i suoi lungometraggi. Siamo quindi introdotti ad un’ulteriore fronte della lotta alla malvagità, stavolta a cavallo tra questa e svariate altre dimensioni alternative. Ci viene mostrata inizialmente un’istantanea dei “cattivi” e delle loro malefatte, poi vediamo il classico eroe-antieroe, modellato sul filantropico Stark, che vive un’esistenza piena ma mancante di una componente fondamentale a lui ignota. Una serie di sfortunati eventi lo costringono alla rottura della sua routine e ciò lo porta ad apprendere arti magiche prima per guarire da un terribile incidente, poi, visti i risultati stupefacenti nella padronanza dei poteri dimensioni, per contrastare i “cattivi” di cui sopra. Inutile dire che l’epopea si concluda con una vittoria schiacciante del bene e un lieto fine in cui il Dottore diventa finalmente il supereroe della locandina del film, ritrovando il tassello mancante alla sua vita.


La trama lineare tende a seguire il ritrito movimento dialettico tesi-antitesi-sintesi che ha fatto la fortuna della casa produttrice e che da sempre rappresenta un modello efficace per la realizzazione di trame appassionanti, ma, a distanza di dieci anni dall’uscita del primo film della fase uno, non mi ritengo più in grado di resistere ad un altro, l’ennesimo more-of-the-same che cambia gli ingredienti ma non muta il risultato. Questo film in particolare ha degli elementi distintivi che potrebbero renderlo unico nel suo genere: una computer grafica strabiliante, l’introduzione di un potenziale multiverso narrativo, un’ambientazione alternativa (sulla scia di “Batman Begins”). Ma queste caratteristiche peculiari non bilanciano un gusto stucchevole nella bocca e negli occhi dello spettatore, che ha ormai fatto il callo al format dei film sulle origini e non sopporta la ripetitività di un universo cinematografiche che si morde la coda. Non è plausibile una voglia di emozioni nuove in presenza del medesimo schema narrativo, che ci rende consci dello sviluppo degli eventi ore prima che questi avvengano realmente. In questo modo viene svuotata la componente emotiva, che in un prodotto fantasy-action è tutto.



E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, riguarda una considerazione sulla qualità assoluta di questi titoli. Con il passare degli anni infatti il MCU ha fatto passi da gigante nella cura dei particolari, negli easter egg che regalano momenti di pura libido e soprattutto nella messa in scena di un mondo ideale che, se non supportata dei giusti mezzi, si sarebbe rivelata essere la cornice di una sceneggiata sopra le righe. Doctor Strange poi raggiunge vette notevoli per quanto riguarda la realizzazione tecnica delle varie ambientazioni che fanno da sfondo alle vicende e la trama denota spunti d’interesse che esulano dalla comune lotte tra bene e male, con delle sfumature variegate. Ricordo il 2008 come se fosse ieri; l’esaltazione collettiva per l’inizio di un imperdibile percorso condiviso. Se “Doctor Strange” fosse uscito dieci anni avremmo gridato al miracolo, un capolavoro del suo genere, la rivoluzione che il mondo dei cinecomics stava aspettando da sempre. Ma la differenza tra il 2008 e il 2017 la fanno decine di pellicole che non hanno saputo ritagliarsi uno spazio d’originalità accettabile, e del Dottore resterà solo qualche effetto speciale. Non siamo più fisiologicamente in grado di stupirci per questo boccone rimasticato, che ha ormai perso troppo del suo sapore.

domenica 27 agosto 2017

5 MOTIVI PER CUI THE DEFENDERS È UNA DELUSIONE

Dopo un esordio spettacolare con Daredevil, la qualità dei prodotti Marvel Netflix è andata via via calando. “The Defenders”, corrispettivo televisivo del team up più famoso, poteva essere il punto di svolta per l’intero progetto, ma così non è stato.


Vediamo insieme i cinque motivi per cui “The Defenders” non è stata in grado di mantenere le aspettative.



4 - 3 = Un protagonista
La serie si proponeva come una summa delle storie precedenti, che avevano lasciato in sospeso alcuni particolari per confluire poi verso un’unica conclusione. Quattro personaggi, una storia. L’obiettivo era probabilmente quello di livellari i diversi gradi d’interesse dovuti alla scrittura altalenante delle singole serie per generare un nuovo trasporto comune verso il gruppo di vigilanti. La realtà dei fatti racconta invece di un Matt Murdock ancora esageratamente superiore agli altri. Daredevil riesce a dare un altro tono alle scene in cui è presente per una profondità, uno spessore e un carisma a cui gli altri tre “difensori” non si avvicinano minimamente. La scelta di terminare la battaglia finale in quel modo poi non fa che avvalorare la tesi di una finta serie corale, molto più simile ad una terza stagione del diavolo di Hell’s Kitchen.



“È stata una settimana molto dura”
Quanto tempo passa dalla scarcerazione di Luke Cage alla conclusione dell’intera storia? Mi sono posto questa domanda diverse volte durante la visione. Alla fine è Jessica Jones a rispondere: meno di una settimana. Nell’ottica di un tempo così breve, quasi aristotelico, si perde il senso di uno sviluppo morale dei protagonisti e la loro interazione, ridicolmente esplicitata da Daredevil prima dello scontro finale, si riduce ad una collaborazione improvvisata. Manca la maturazione dei personaggi, aggiunta forzatamente verso il finale attraverso quello che dovrebbe essere Il colpo di scena. Ma è giusto interrogarsi su di esso: cosa sarebbe rimasto dell’esperienza dei Defenders senza il telefonato twist conclusivo?



War never changes
Lo scontro con la mano ci viene presentato come il culmine di un conflitto secolare tra i traditori di K’un lun e i casti. Lo stato delle cose è costantemente descritto in termini militari. Guerra, guerra e ancora guerra.
“Chi vincerà la guerra?”
“Questa è la fine della guerra”
“Questa non è la fine della guerra”
Queste ultime due frasi magari pronunciate dallo stesso personaggio a distanza di pochi minuti.
E il rimando immediato è alla vera guerra, quella in grado di annientare intere popolazioni, quella che non si placa con quattro colpi di karate in un ufficio bianco. Eppure la minaccia rappresentata dalla Mano non è mai tangibile: non ci sono attentati, non ci sono duelli decisivi, non ci sono punti di non ritorno. Quella che i protagonisti chiamano guerra è la schermaglia di qualche scagnozzo e un manipolo di vigilanti per evitare che un’organizzazione secolare possa ottenere la chiave della vittoria della guerra, che poi si rivelerà essere un elemento tutt’altro che decisivo. Il pericolo non è mai realmente vicino, né per i protagonisti né per la popolazione di New York. E allora stona incredibilmente il tono epico degli ultimi due episodi, soprattutto considerando che “The Defenders” si colloca all’interno del MCU, e a due passi dal Midland circle ci sarebbe un certo Tony Stark.



La sagra dei clichè
Daredevil aveva rivoluzionato la dimensione del supereroe con una narrazione più intima, profonda che aveva contribuito a rendere più imprevedibili le storie del Diavolo di Hell’s Kitchen.
Da questo punto di vista “The Defeneders” rappresenta un enorme passo indietro. Con uno sviluppo minimo in profondità della narrazione, i prodotti Marvel Netflix tornano a posizionarsi a livello della loro controparte cinematografica, e chiunque abbia visto almeno un paio di cinecomics sarà immediatamente in grado di predire lo svolgersi degli eventi. Mancano reali colpi di scena inaspettati - ad eccezione di quello che spezza l’unità del gruppo verso la metà della serie - e questo, unito alla mancanza di una minaccia reale, spegne il trasporto emotivo per una serie a tratti piatta.



E quindi?
Con l’ultima scena prima dei titoli di coda viene addolcito anche l’amaro finale. Cosa resta dell’esperienza dei Defenders dopo la “guerra” con la mano? Valutiamo la domanda da due punti di vista. Da una parte, per l’universo della serie, il team up ha avvicinato quattro eroi  già contigui, bruciando in otto puntate decine di personaggi validi per futuri sviluppi, sacrificati sull’altare della spettacolarità delle coreografie. Si tratta banalmente di una storia periferica che conclude una narrazione confusa e frammentata senza particolari guizzi.

Dall’altra ci siamo noi spettatori, che abbiamo assistito alla conclusione della “prima fase” di questo sottouniverso dei cinecomic. La serie scorre e si lascia guardare, considerando anche il fatto che si svolga in pochissime ore, si ride a denti stretti in alcuni momenti e si riesce anche a godere delle interazioni tra i protagonisti, ma non rimane nulla più di una copia sbiadita del modello MCU. Manca completamente la peculiarità televisiva che era stata di Matt Murdock prima e di Jessica Jones poi. Manca l’anima dei progetti Netflix, soppiantata dallo spirito Marvel.

mercoledì 26 aprile 2017

GUARDIANI DELLA GALASSIA VOL. 2 E LA FANTASTICA IMPERFEZIONE

Il secondo capitolo dei Guardiani della Galassia si fonda sulle basi stilistiche e logiche poste dall’opera prima nel lontano 2014, virando però verso un approfondimento nuovo dei protagonisti e delle loro dinamiche di gruppo. Se l’inizio in medias res ci ributta nella mischia dello scontro spaziale, la prima parte della sceneggiatura non spicca per una coerenza particolare e lascia spazio ad una serie di sequenze sì divertenti, ma non esattamente amalgamate alla perfezione. L’analisi introspettiva dei personaggi però saprà ricongiungere i lasciti di questi siparietti in un messaggio di fondo univoco, di rimando dal film precedente, ma indubbiamente più centrale in quest’opera.


A differenza del primo film, in questo secondo “Volume” gli scalmanati ragazzi di Starlord si allontanano dal centro dell’azione, mossi da una ricerca che è resa attraverso Ego, il padre di Peter, ma che sta a rappresentare un percorso collettivo di maturazione del gruppo come “famiglia”. Questo movimento centripeto porta la banda ad abbandonare la ribalta: non aspettatevi folle festanti al termine del film. Tale scelta influisce anche sui rapporti che il film intrattiene con il Marvel Cinematic Universe, riducendo ai minimi termini i riferimenti specifici al sommo Thanos e al suo progetto di distruzione, rinunciando a camei insperati e all’introduzione del prossimo “Thor: Ragnarok”, film sulla carta più vicino ai Guardiani. Se da una parte questo tentativo d’indipendenza potrebbe infastidire i fanatici dei collegamenti tra film del MCU, dall’altra trova i favori di chi, come me, ha sempre sperato in uno spazio che potesse valorizzare al punto giusto il gruppo dei Guardiani.
Guardiani della Galassia Vol. 2 si pone quindi come uno stand alone sull’universo di Peter Quill che vuole andare più in profondità rispetto al primo film, aprendo una parentesi che contiene in sé più risposte che domande, pensata per concludere alcuni archi narrativi. Questa peculiarità del film, che lo differenzia significativamente dagli altri prodotti del MCU, è però anche il punto debole di una sceneggiatura che non vuole volontariamente raggiungere i picchi di epicità del primo capitolo e che risente di alcune mancanze a livello narrativo. Il fatto che, all’interno di una trilogia cinematografica, il capitolo di mezzo appaia così slegato dalla trama centrale può essere inteso come una scelta fallace.


Dal primo momento in cui ho visto “Guardiani della Galassia Vol. 1”, ho subito pensato potesse diventare con il tempo il corrispettivo per la mia generazione di ciò che era stata la trilogia classica di Star Wars per la generazione dei nostri padri, ma l’opera di Lucas aveva una progettualità e una libertà d’azione che hanno davvero reso possibile la creazione di un universo in espansione poggiato sui primi tre film. La scelta di James Gunn di allontanare il secondo capitolo dal fulcro del’azione è al contempo innovativa ed estremamente rischiosa. Il finale commovente non ha in sé la carica epica del finale de “L’impero colpisce ancora”, e questo non aiuta a creare un senso di continuità assoluto. Non basta una scena post credit a riattivare la fantasia degli spettatori.


Ma d’altro canto, un film così slegato dalle logiche seriali che invadono la continuity cinematografica del MCU rappresenta la boccata d’aria fresca di cui sentivamo il bisogno. La libertà di James Gunn lo riporta sui binari dell’autorialità cinematografica, che, nel secondo capitolo ancora più che nel primo, si traduce in una messa in scena e in una regia assolutamente al di sopra del livello medio del genere, indubbiamente comparabili a quelle di produzioni meno popolari e più ricercate. Sequenza dei titoli di testa meravigliosa, battaglia finale perfetta in ogni suo aspetto e una manciata di scene memorabili ad arricchire il tutto.


“Guardiani della Galassia Vol. 2”, nonostante alcuni cambiamenti nella scrittura, non interrompe una continuità con il capitolo precedente che si basa sui personaggi, sulla comicità e sulla colonna sonora non originale. Al gruppo dei cinque (quattro più uno) Guardiani ormai storici, in questo film si aggiunge una serie di personaggi di contorno che nelle loro interazioni partecipano in tutto e per tutto alla vita dell’equipaggio spaziale. Nebula emerge alla lunga nella risoluzione del conflitto con Gamora e contribuisce attivamente allo sviluppo della trama; Mantis invece appare la più abbozzata dei “nuovi guardiani”, ma funge da ottima spalla comica in coppia con Drax e gode di una caratterizzazione che cela in sé i semi di uno sviluppo interessante, soprattutto alla luce di alcune ombre. A spiccare sopra tutti è però Yondu - già presente nel precedente film -, che, da una situazione di partenza che già vantava i favori del pubblico, diventa vero mattatore della seconda parte della pellicola, risultando il centro attorno al quale si chiude il bilancio finale del progresso psicologico dei protagonisti. Un vero capolavoro di scrittura che si stanzia a livello dell’amatissimo Loki, se non al di sopra.


La comicità caratterizza ancora una volta queste avventure spaziali differenti. Lo stacco dagli altri film Marvel si percepisce in particolar modo in un paio di scene in cui termini scurrili ci ricordano le origini di Gunn e gli intenti di una trilogia pungente. La colonna sonora non originale invece, pur assestandosi su buoni livelli, non raggiunge minimamente l’immersività e il peso che aveva nel primo capitolo. La scelta dei brani, operata dalla stesso regista, non ha saputo trovare pezzi altrettanto iconici, non ha saputo legarli alle scene in maniera altrettanto impeccabile.



In generale il problema principale di questo film non perfetto è quello di venire dopo la vera sorpresa del MCU, il fiore all’occhiello di un progetto che con il succitato “Thor: Ragnarok” sembra voler tentare di bissare il modello di Gunn. Il primo film sui guardiani aveva rinnovato i canoni, alzato l’asticella per tutti i successori e questo secondo capitolo ha scelto intelligentemente di non confrontarsi apertamente con il suo predecessore, invertendo il canone, cambiando la struttura e la dimensione dello sviluppo narrativo, senza però rinunciare ai cardini identificativi della serie. E in questi termini il film ha ampiamente soddisfatto ogni pretesa. Diverte, esalta, emoziona e appassiona utilizzando un linguaggio finalmente cinematografico. Un altro tassello di una storia fantastica. I Guardiani sono tornati e se ne sono già riandati, ho cominciato a segnare sul calendario  giorni che mancano all'uscita del terzo capitolo.



Frase post titoli di coda (SPOILER)
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La scena del funerale di Yondu con Cat Stevens e i guardiani di fronte allo spettacolo di fuochi d'artificio è probabilmente il punto più alto del MCU. Senza probabilmente, c'è anche Rambo. 


martedì 30 giugno 2015

FLOP 10 CINECOMICS MARVEL - FINALE

Eccoci tornati dopo settimane di assenza, ecco ciò che stavate aspettando. Nella prima parte abbiamo analizzato cinque film Marvel brutti ma non troppo, realizzati male ma non troppo, scritti peggio ma non troppo. Mediocri insomma. Ma oggi ci addentreremo nella cantina umida e muffosa della casa di produzione americana dove tengono conservate le ultime copie di film ignobili di cui molti spesso se ne trascura l’esistenza. Per non dimenticare!



5° POSIZIONE: Spiderman 3 (2007)
Ecco che comincia la scalata all’orrido. Dopo un primo capitolo che oramai è storia del cinema popolare e un secondo che, a sorpresa, aveva superato di gran lunga il predecessore, il me bambino di otto lunghissimi anni fa decise che il terzo e conclusivo film della saga meritava di essere visto al cinema. Che errore madornale. Che poi a dieci minuti dalla fine di quello strazio annunciato mio fratello (più piccolo) mi obbligò anche ad accompagnarlo in bagno e quindi non capì neanche com'é che viene distrutto il simbionte.
Comunque Spiderman 3. Tre. TRE come i nemici che ci sono in questo film, tre nemici che insieme non riescono a farne uno; forse solo Sandman si salva in qualche sfaccettatura personale. Poi Venom che si vede per venti minuti scarsi, Franco senz’occhi che non regge il confronto con il padre, la storia d’amore stucchevole, ma soprattutto Peter-simbionte che balla col ciuffo (che al tempo chiamavamo emo) e fa le facce. Un meme. Niente da aggiungere.


4° POSIZIONE: Ghost Rider (2007)
Non saprei cosa dire. Il film in sé è pessimo: sceneggiatura scritta coi piedi, trama banalissima, vampiri, bestie notturne, realizzazione tecnica rivedibile e sottouniverso interno a quello Marvel che dovrebbe rappresentare l’underground dei biker, e quindi l’altra faccia della medaglia, la società invisibile, ma che invece risulta solo irreale e aiuta unicamente a scavare la fossa in cui sprofonda questo esempio di cattivo cinema. Ma fin qui tutto normale, o almeno tutto accettabile. Esistono molti film di questo tipo che nascono volendosi prendere sul serio e volendo dare nuova linfa vitale ad un fenomeno di cui in pochi si curano, ma poi tutto finisce con poca serietà, qualche battuta scontata e qualche effetto speciale accettabile perché sostenuto dai big money hollywoodiani. Ma il motociclista col teschio è Nicholas Cage. Non potevo passarci sopra, merita questa posizione. Evitatelo se potete, il rampollo Coppola intendo, non Ghost Rider.



3° POSIZIONE: The Punisher (2004)
Film visto una sola volta per sbaglio, poi ho dato sfoggio della mia rabbia repressa sul colpevole DVD. Pellicola fastidiosa, pretenziosa e pomposa che vuole avvicinare l’universo supereroistico ai gangster movie che molto piacciono oltreoceano. Azione, sparatorie, esagerazioni e macchina da presa messa in mano al primo che capita. Ecco a voi The Punisher. Che poi ancora mi sto chiedendo cosa ci faccia questo film nella classifica dei flop Marvel. In effetti non stiamo parlando di un vero e proprio supereroe, ma di un punitore che, sfoggiando un’attillata maglietta nera raffigurante un minaccioso teschio, mette in mostra i muscoli e, in maniera del tutto arbitraria, razzola in giro alla ricerca del colpevole di non ricordo quale crimine. Sentite anche voi che tutta questa storia non sta in piedi. Un film pessimo a prescindere dall’intro dei fumetti sfoglianti. Molto meglio the Punisher in “Spider-man: The Animated Series” .
Ah si, poi hanno fatto anche un sequel che, da quello che ho letto in giro, potrebbe davvero essere caduto più in basso del suo progenitore, ma fortunatamente sono riuscito a non incrociare mai lo sguardo con lui. Tenetemelo alla larga.



2° POSIZIONE: I Fantastici Quattro (2005)
Scusate il gioco di parole, ma cos’è quella “Cosa”? E poi quello non è Captain America? No, non ci siamo. I Fantastici Quattro è qualcosa di indescrivibile, un’esperienza di vita tragica ma allo stesso tempo esilarante e formativa. In sostanza si tratta di un agglomerato di tutto ciò che NON vorrei vedere in un film supereroistico. I protagonisti sono meno caratterizzati della mia lampada alla “Pixar” (si, ho una lampada alla “Pixar” - invidiatemi), il cattivo manca di vere basi che lo rendano credibile e di un background interessante, la trovata dell’acquisizione dei poteri attraverso un incidente nello spazio è tanto ridicola quanto mal realizzata, sia nelle tempistiche che registicamente. Nulla funziona, ma soprattutto le dinamiche tra i protagonisti. Come ho già scritto altre volte, i film corali sui supereroi sono quelli che riempiono di più lo schermo, ma sono anche i più difficili da realizzare, i più rischiosi. In questo caso il risultato è stato inguardabile. Chissà se il reboot annunciato per quest’anno possa in qualche modo risollevare le sorti di un brand che esala gli ultimi estenuanti respiri affannosi. Io non ci punterei molto.



1° POSIZIONE: Daredevil & Elektra (2003-2005)
Alla prima posizione dei peggiori film Marvel di tutti i tempi troviamo due film, perché Leo Notte ci ricorda che “Du gusti is megl che uan”. Daredevil ed Electra sono in realtà un film a sé stante e il suo sequel/spin-off incentrato appunto sul personaggio di Electra che (SPOILER!) era morta alla fine del primo capitolo. Miracoli, non serve aggiungere altro. Se le precedenti posizioni erano occupate da prodotti di fascia media resi pessimi da alcune scelte o da alcuni aspetti specifici, questo duo di orridi abomini fallisce in tutto. Trama, regia, sceneggiatura, recitazione, scene d’azione. Tutto ciò che riguarda questi due film è un completo disastro. Un eroe cieco che combatte la malavita organizzata che poi è innamorato di Electra che poi lo crede responsabile della morte del padre e che quindi tenta di ucciderlo ma capisce di aver preso fischi per fiaschi e si redime attaccando i malviventi di cui sopra ma muore e poi il protagonista la vendica sul campanile o in un luogo simile e poi lei resuscita e vive altre fantastiche avventure indegne di nota? Uff, ho finito il fiato. Che senso ha tutto ciò? In più non ha nemmeno risvolti comici che alleggeriscano il peso di due film inutili e monotoni. Che agonia.
Esistono film fantastici, film passabili, film brutti e film da evitare. Questi due si inseriscono perfettamente nella categoria di quelli inutili. Ore buttate che non torneranno. Intrattenimento di serie… ehm di serie… cosa viene dopo la Z?


Finalmente abbiamo finito. Chiudiamo questo cassetto Marvel una volta per tutta e guardiamo al futuro. Magari ad una nuova TOP/FLOP, magari a qualcosa sulle migliori sigle. Magari qualcosa vintage e nostalgico, ma non troppo. A presto con una nuova classifica.

domenica 14 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 8-14 GIUGNO


FILM: Super (2011)
James Gunn, prima di passare agli ordini dei Marvel Studios, diresse “Il Batterista Nudo”, Rainn Wilson, in questo film sui supereroi poco convenzionale, violento e disturbante. Il film, nel suo complesso, è davvero complesso (giocone di parole, eh?). Ciò è dovuto principalmente al fatto che, sotto la maschera di psicopatico, sotto quella di reietto della società, sotto quella di alienato, il protagonista nasconde delle emozioni e dei sentimenti che riassumono meno una determinata condizione umana, ossia l’isolamento o l’abbandono. In questo il film funziona egregiamente mostrando a tratti gli aspetti più fragili di un personaggio controverso ma assai sensibile e umano.
Che Gunn sia un ex Troma (se non sapete cos’è, correte a rimediare) lo si nota da qualche scena bizzarra e sopra le righe, per non dire trash oltre ogni limite, come quella dell’indice di Dio. Il film oscilla sempre tra realismo (sostenuto dalla violenza gratuita ed esplicita) e parodia. Alcuni personaggi, come il protagonista, sono più legati al secondo mondo ma sostengono involontariamente il primo, e lo stesso accade a quelli che risultano più legati al primo. Un intreccio interessante. In quest’ottica ho quindi apprezzato maggiormente il protagonista e il braccio destro del supercattivo rispetto all’esaltata Ellen Page e a Kevin Bacon, ma riconosco che senza questi ultimi il bilanciamento di cui sopra sarebbe venuto a mancare.
Film ben congeniato e ben realizzato, troppo spesso etichettato come opera minore. VOTO: 7.5


ALBUM: Il Padrone Della Festa - Live (2015)
Esiste una cricca di artisti italiani pop poco pop, un po’ alternativi nel loro modo di intendere il pop. Quegli artisti che si conoscono di nome ma non si fanno mai vedere, se non per qualche rapida apparizione sanremese o a qualcuno degli svariati primi maggi che fioriscono ogni anno. Tre di questi hanno la (s)fortuna di conoscersi bene, di frequentarsi nel privato, di essere amici insomma. Stiamo parlando di Fabi Silvestri Gazzè che, dopo aver compiuto un viaggio formativo in Africa due anni fa, hanno deciso di portare un cerberico progetto musicale, chiamato appunto, con quel pizzico di fantasiosa fantasia nostrana, Fabi Silvestri Gazzè. A dirla tutta però, non è che mi sia garbato molto il prodotto che ne è venuto fuori: ho trovato “Il Padrone Della Festa” borioso, nostalgicamente ripetitivo e soprattutto distruttivo dei punti forti che i tre artisti dimostrano di avere separatamente. Un buco nell’acqua profonda dal mio modesto punto di vista. Ho ascoltato poi il live del concerto che è succeduto all’album in studio e la mia parte intollerante si è dovuta ricredere: il disco in questione riprende molti brani famosi dei tre solisti e li reinterpreta in maniera fresca, nuova. Hanno svecchiato pure “L’Y-10 Bordeaux”, dai, un plauso lo meritano. Anche gli estratti del lavoro congiunto dimostrano di avere una forza celata inimmaginata. Una bella scoperta. VOTO: 7.5



ALBUM: Run (2015)
Gli Awolnation, band-progetto di Aaron Bruno, tornano e cercano di bissare il successo del primo album (che ricordiamo trascinato dalla perfetta Sail), ma non riescono nell’impresa. Ci troviamo di fronte ad un prodotto che si copia nel corso di quattordici lunghe canzoni, si ripete e non osa quasi mai. Il classico suono elettronico discordante, marchio di fabbrica degli AN, viene bilanciato in maniera rivedibile: alcuni brani ne abusano, in altri è completamente assente.
L’album in realtà parte bene: “Run” accelera e introduce bene, “Fat Face” si lascia ascoltare, ma è “Hollow Moon (Bad Wolf)”, singolo che anticipava l’uscita del lavoro in studio, il brano che tiene alte le aspettative. La struttura classica dell’elettronica degli AN mischiata agli Arcade Fire e a tendenze più soft, più alternative, più folk. Un pezzo decisamente riuscito. Si continua discretamente per arrivare a “I Am”, altro singolo molto più pop, accessibile, ma non per questo scadente; si può riconoscere un giro di piano simile a quelli di Chris Martin. Da qui in poi, a parte un paio di eccezioni, l’album declina verso l’inutilità. Solo noia, peccato. Poteva essere un prodotto carino e fresco, molto adatto al periodo estivo, ma così non è. Evocativa la cover. VOTO: 5.5



FILM: La Tempesta Del Secolo - Seconda Parte (1999)
Eccoci finalmente. Dopo una settimana di pausa forzata torniamo a parlare della miniserie di Stephen King che turba, inquieta e fa riflettere. Per capire ciò che verrà detto vi invito a leggere o rileggere la receimpressione della prima parte.
Dove eravamo rimasti? L’entità aveva già cominciato a controllare le menti della popolazione dell’isola, ma quello era niente rispetto a ciò che accade nella seconda parte. In realtà gli eventi non precipitano velocemente come ci si potrebbe attendere da una miniserie, ma l’ansia è crescente e si sente che sta per accadere qualcosa. Tutto porta a pensare che il finale dell’episodio sia la chiave dell’intera opera e così è. Mentre la popolazione continua a subire l’influenza di Linoge (o Legion, per chi ha visto o letto “La Tempesta del Secolo”) il protagonista è combattuto sul da farsi: gli abitanti vorrebbero che uccidesse a sangue freddo la minaccia, ma il buon senso prevale in lui. Lo stesso non si può dire per il resto dell’isola che, sul finire della puntata, decide di scagliarsi contro l’entità, portandola a mostrarsi per quello che è, ossia un demone onnipotente, ma non immortale, badate bene che ciò sarà fondamentale. Lo stregone quindi ricorda nuovamente che se gli verrà consegnato ciò che vuole lascerà libera l’isola del Maine. A quel punto Linoge fugge, lasciando interdetti i presenti. La caccia all’uomo può dirsi conclusa, ma la scelta sarà ardua.

Il livello tecnico perpetua nella mediocrità, ma la trama è ormai entrata nel vivo e la mano del maestro si sente sempre più. Un gradino sopra la prima parte. VOTO: 7

martedì 9 giugno 2015

FLOP 10 CINECOMICS MARVEL - PRIMA PARTE

Il solo fatto che per una TOP 5 esista una FLOP 10 dovrebbe già suggerire quanti film tratti dai fumetti Marvel si siano rivelati poi dei flop, più o meno clamorosi, e quanto, a conti fatti, dal mio punto di vista, il livello medio dei prodotti supereroistici contemporanei sia a tratti infimo; elogiato ed innalzato dai fanboy e da manovre di marketing ragionate. Mi viene da pensare che le eccezioni siano i prodotti godibili, anziché le ignobili commercialate vuote di contenuti realmente interessanti.
Ci tenevo poi a precisare che, per ogni saga Marvel, è stato inserito un singolo film, il peggiore, per evitare ripetizioni e classifiche interminabili. Vorrei anche aggiungere che, specialmente in questa prima parte, la differenza tra due titoli in posizioni adiacenti è assai sottile, talvolta pressoché nulla. Passiamo quindi all’analisi dei film dalla decima alla sesta posizione.



10° POSIZIONE: The Incredible Hulk (2007)
Il meno brutto dei brutti, il meno peggio. Dopo il primo capitolo introspettivo e riflessivo diretto dal celebre Ang Lee, il cappellino con visiera con su scritto “Director” è passato sulla testa di Leterrier, e il cambio si è sentito. The Incredible Hulk, a dispetto di un cast eccelso (con il mio amato Edward Norton nel ruolo di protagonista) e di un budget invidiabile, risulta essere un’accozzagli di elementi action che stonano con la doppia natura dell’eroe verde. Dopo un inizio in medias res, il film si perde, si dilunga e annoia senza infamia né lode. A tratti cerca di essere un action, a tratti un thriller psicologico, a tratti un road movie, ma non riesce mai ad mantenere una linea definita per più di un quarto d’ora.  Prodotto sottotono ed evitabile, anche se più originale in quanto realizzato prima della rivoluzione ironmaniana; un po’ come la globalizzazione.



9° POSIZIONE: The Amazing Spiderman 2 - Il Potere Di Electro (2014)
Non posso dire che in generale questo film non mi sia piaciuto; il suo lavoro di mero intrattenimento lo fa, ma presenta troppe falle, troppe debolezze, troppe incertezze. Ogni colpo di scena, se così possiamo chiamarlo, è telefonato a partire dal primo secondo della pellicola, morte che stravolge la vita del protagonista nel finale compresa. Mai una sorpresa. I nemici poi falliscono miseramente: in tre non riescono mai a sembrare davvero minacciosi, non riempiono mai lo schermo senza la presenza pesante dell’Uomo Ragno; poco carisma e profilo psicologico abbozzato e stereotipato. Rhino comparsata, Electro ridicolo, Goblin irritante. Anche le rivelazioni sul passato del protagonista annoiano e non convincono.
La storia d’amore di Spiderman e Gwen sembra quella di Dawson’s Creek (con annessa scena in lacrimoni), ma almeno ci regala Emma Stone, vero punto di forza dell’intera saga.



8° POSIZIONE: Thor (2011)
Film del filone degli Avengers con la talentuosa Natalie Portman e il palestratissimo Chris Hemsworth. Già la scelta del cast denota la volontà dei Marvel Studios di ampliare il loro pubblico e di aprirsi anche ai neofiti dei fumetti; una svendita di un prodotto che una volta era per soli nerd insomma.
Il film è realizzato bene, ottimo il dualismo Asgard - Terra. Il grande problema dell’intera pellicola sono però i tempi: tutti clamorosamente sbagliati. La cacciata di Thor, l’arrivo sulla Terra, l’amore con la bella scienziata, ma soprattutto il cambiamento del protagonista. In un giorno sul nostro pianeta questo dio fiero e alquanto chiuso al mondo esterno si innamora, si redime, scopre l’uguaglianza delle popolazioni dell’universo e riacquista i poteri. Tutto in un solo dannato giorno. UNO. Oltre a ciò altre sciocchezze in fase di scrittura minano la credibilità di un titolo che cade troppo spesso nel banale. Se non ci fosse stato Loki credo avreste letto di questo film la prossima settimana.


7° POSIZIONE: Iron Man 3 (2013)
La svolta dark dell’uomo con l’armatura che vuole ricalcare quanto fatto da Nolan con l’uomo pipistrello. Il film, ancora una volta, rientra nel novero dei prodotti Marvel realizzati bene ma scritti coi piedi. Quando tutti voltano le spalle al simpaticissimo Robert Downey Jr. avrei voglia di voltargliele anch’io. Una serie di eventi incoerenti e campati in aria che di dark non hanno niente e un villain, il fantomatico Mandarino interpretto da Gandhi in persona, che non è un villain ma un impostore, un fantoccio, un burattino. Delusione.
Il problema principale di questo film è forse il trailerche ha creato false aspettative: tragicità, phatos, armature che si scagliano contro lo stesso Iron Man. Niente di tutto ciò. Il film è la solita commediola mal riuscita. Niente di nuovo.



6° POSIZIONE: Wolverine - L’Immortale (2013)
Gli X-Men. La seconda saga dal punto di vista cronologico per la Marvel. Una serie che fa della pluralità del gruppo di mutanti  il suo vanto diventa una sottoserie incentrata su un solo protagonista, Wolverine appunto. Se Wolverine - Le Origini poteva essere divertente preso come semplice concentrato d’azione e dimostrava di avere una trama abbastanza interessante (carino anche per la presenza del presunto assassino della mamma di Sidney Prescott), il suo sequel indiretto si rivela essere solamente una trashata senza capo né coda. Logan è turbato dalla morte di Jean e allora viaggia fino in Giappone dove ci sono robot samurai che combattono con le spade sui tetti, il tutto condito da magnati e clan che vogliono i poteri del mutante. Lo vedete da soli che non regge. Non regge niente. Oltretutto è anche soporifero oltre ad essere terribilmente brutto e nella continuity della saga nel suo complesso non conta nulla, se non per la solita scena successiv ai titoli di coda. Hugh Jackman però è sempre Hugh Jackman, non c’è niente da fare.


Per oggi la nostra avventura nella faccia oscura della Marvel finisce qui. Vi prometto che la prossima settimana analizzeremo perle di rara bruttezza, film orribili a di là del fatto di essere tratti dai fumetti, abomini che nessuno dovrebbe vedere. MAI.

martedì 26 maggio 2015

TOP 5 CINECOMICS MARVEL

Se negli anni ’80 erano i film fantascientifici post apocalittici a fare da padroni, il nuovo millennio è stato caratterizzato da un abbondanza di cinecomics, la maggior parte dei quali legati al mondo supereroistico. E se dico supereroi voi a cosa pensate? Esatto, la Marvel, celeberrima casa editrice detentrice dei diritti dei supereoi più famosi, insieme alla DC Comics. Mi sono accorto quindi di aver visto negli ultimi quindici anni, purtroppo o per fortuna, quasi tutti i film derivati dalle opere cartacee dello studio californiano. Mi sono quindi deciso a realizzare una top 5 dei migliori film Marvel nella quale compariranno sia titoli realizzati dagli stessi Marvel Studios, sia lungometraggi prodotti da altre case in licenza temporanea (politica old school di Stan Lee). Attenzione però: nessuno dei film analizzati raggiunge la perfezione, stiamo parlando pur sempre di prodotti commerciali molto spesso usa e getta. Cercheremo anche di ricostruire un’evoluzione cinematografica dei cinecomics Marvel. Detto questo sorvolo sulle premesse legate alle opinioni personali e vi lascio alla tanto attesa classifica.



5° POSIZIONE: The Avengers (2012)
I film corali in ambito supereroistico sono decisamente i più difficili da realizzare, basti pensare ai Fantastici quattro o agli X Men, produzioni che per un motivo o per un altro hanno chiuso bottega o virato verso esperimenti che dividessero il gruppo di protagonisti. Un film corale ha bisogno di alchimia, tempi, trama coinvolgente ed interpreti tutti all’altezza. Per questo motivo accolsi in maniera scettica l’idea di riunire i supereroi più famosi di casa Marvel in un’unica pellicola, anche se al contempo nutrivo anche molto interesse nella più grande produzione cinematografica tratta da una serie di albi a fumetti mai fatta.
Il risultato fu tutto sommato soddisfacente: un film d’intrattenimento ben realizzato, discretamente costruito e soprattutto estremamente divertente. Un film che risveglia il bambino che è in ognuno di noi e lo esalta attraverso siparietti comici e scene action movimentate e ordinatamente confuse dalla natura collettiva dei protagonisti. Hulk (solo trasformato) e Iron Man vincono a mani basse, Thor e Captain America troppo spesso pesci fuor d’acqua. Vedova Nera e Occhio di Falco non pervenuti. L’amalgama funziona ma non troppo. Il cattivo invece è azzeccato; il cattivo sostitutivo, il finto cattivo, Loki insomma.
Ottimo prodotto commerciale adatto a tutti e consigliato per passare una serata in allegria.



4° POSIZIONE: Spiderman 2 (2004)
Spiderman, o meglio l’uomo ragno; il mio supereroe, il nostro supereroe, il supereroe di un’intera generazione. Se non fosse stato per i film del maestro Sam Raimi oggi saremmo ancora fermi a Captain America (non quello del 2011 o quello del 2014, ma quello del 1990; abbiate paura). Se con il primo film il regista cult aveva rivoluzionato il genere del cinecomic scegliendo il rispetto dell’opera originale e fondendo ciò alla maestosità e alla teatralità dei blockbuster tipici americani, con il secondo conferma il trend precedente e scava più a fondo nella psicologia del protagonista. Vengono infatti mostrate le difficoltà di un giovane, psicologicamente debole, che porta sulle spalle il peso enorme di una doppia identità. Il film poi vanta un Alfred Molina in stato di grazia nei panni del fantastico Doc Octopus, personaggio profondo e criptico che porta con se anche una poco velata critica alla tecnologia.
Decisamente un film ben fatto, ben girato e scritto. Peccato per i due protagonisti, soprattutto Tobey Maguire, che non reggono il peso del film, anche se migliorano visibilmente rispetto al primo capitolo. Ah poi hanno fatto un terzo capitolo; ah quel terzo capitolo. Non ne voglio parlare. Non ora.



3° POSIZIONE: Iron Man (2008)
Ecco, questo è il film che dopo Spidey ha cambiato nuovamente i canoni del sottogenere. Con Iron Man i cinecomics si allontanano nuovamente dal fumetto e maturano, si avvicinano ad un prodotto nuovo. Il protagonista della serie cartacea viene modificato e reso sul profilo di Robert Downey Jr. la fotografia e la regia diventano più accattivanti e più ricercate. Il film Marvel diventa ormai un vero e proprio prodotto cinematografico, non più una trasposizione infantile ed eccessiva. Il film si avvicina alla realtà. Sherlock risulta il più ispirato e accattivante personaggio dei film supereroistici e mantiene l’intero film da solo. Anche la trama però non è affatto da sottovalutare, infatti si mescolano abilmente tecnologia, magnati, terroristi e molta azione. Un mix che funziona, convince e detta nuove leggi, nuovi canoni sui quali si basano tutti i film successivi fino ad un nuovo prodotto che poi analizzeremo in vetta.



2° POSIZIONE:  X-Men: L’Inizio (2011)
Questa saga è forse la più sottovalutata. Il primo capitolo, ammettiamolo, era in parte divertente ma nulla più. Il secondo è stato il migliore della “vecchia” trilogia (si è posizionato infatti al sesto posto nella mia personalissima e virtuale classifica che voi purtroppo non potete vedere in toto dal vostro avanzatissimo smartphone o dal vostro notebook di ultima generazione), ma poi tutto è stato rovinato con il solito terzo magniloquente ed inutilmente esagerato capitolo. La 20th Century Fox ha deciso poi di rilanciare l’intero brand con due saghe spin-off, una legata a Wolverine e una alla prima classe di X-Men, la seconda decisamente migliore. Per la regia di questo nuovo inizio viene infatti scelto Matthew Vaughn, che il suo lavoro lo sa fare eccome (ehm Kickass vi dice qualcosa?), mentre Singer rimane come sceneggiatore. L’aspetto che più caratterizza questa serie di film è il legame che i mutanti hanno con il governo e i problemi legati all’integrazione, temi quanto mai attuali. Si ha sempre paura del diverso. In questo capitolo poi questi punti forti vengono ampliati e calati in un contesto ancora più chiuso, ancora più ottuso e razzista. Le interpretazioni dei protagonisti (Fassbender su tutti) alzano il livello del prodotto. Intrattenimento curato e intelligente, finalmente.


1° POSIZIONE: Guardiani Della Galassia (2014)
Il re, the king, il miglior film Marvel di sempre. Ecco cosa ci sia aspetta quando si va al cinema a vedere un film supereroi stico, anche se in questo caso l’ambito dei supereroi sarebbe alquanto riduttivo. Gunn infatti, dopo esperienze diciamo folkloristiche con la Troma, allarga il raggio d’azione all’intero universo e propone un gruppo di antieroi costretti dalle circostanze a collaborare e a contribuire inevitabilmente al mantenimento della pace. I tre grandi punti a favore di questa esilarante pellicola sono i personaggi, caratterizzati alla perfezione ed estremamente accattivanti per qualsiasi tipo di pubblico, l’ambientazione fresca, nuova e colorata, e le musiche. La colonna sonora non originale di questo film è qualcosa di indescrivibilmente epico; anni ’70 e ’80 in tutto il loro splendore pop. Alcune sequenze esaltano e divertono lo spettatore come mai avevano fatto i film Marvel. Questa è la nuova linea da seguire per realizzare prodotti all’altezza delle aspettative del grande pubblico. D’ora in poi i film fatto con lo stampino di Iron Man sembreranno minestre scaldate di settimane e settimane prima. Un Film imperfetto ma perfezionabile che apre un arco narrativo finalmente avvincente e poco scontato, finalmente nuovo. Sono in trepidante attesa per il seguito annunciato per il 2017, ah, quanto tempo!
Starlord supera Robert, tenetelo presente.



E voi? Cosa pensate dei film supereroistici? Cosa pensate dei film Marvel analizzati oggi? Quali sono i vostri film preferiti? Ditelo con un commento e condividete. A presto con la flop (dan dan daaaaaan).