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domenica 30 dicembre 2018

FLOP 10 FILM 2018


I più orridi, quelli che già prima di vederli sentivo l’olezzo ma che ho visto fino in fondo anche per voi, anche per poi scrivere quest’attesissima flop 10 2018.



Allora ricapitoliamo un attimo le regole per chi se le fosse perse:

-        Film usciti in sala per la prima volta dal 1 gennaio al 24 dicembre;
-        Film usciti su Netflix o sulle altre piattaforme on-demand nello stesso arco di tempo;
-        Non sono ammessi “film” di natale usciti direttamente su Youtube sul canale della Rai, prodotti da Rai2 e Rai digital, con il Pancio ed Enzuccio.

L’altra faccia della medaglia di una clamorosa TOP 10 doveva essere una FLOP di buchi nell’acqua e cocenti delusioni. Ma andiamo spediti, che domani è un nuovo giorno anno.



10 - Batman Ninja di Junpei Mizusaki
Allora, ci stanno:

Il regista de Le bizzarre avventure di Jojo
Lo sceneggiatore di Kill la kill
Il character designer di Afro samurai

E già così pare una barzelletta. E invece le premesse potevano sembrare sensazionali, ma il risultato è un accrocco di idee tendenti al trash che tentano di avvicinare il cavaliere oscuro all’anima del Giappone feudale, fallendo alla base del progetto: Batman Ninja è uno stand alone che come film non si regge in piedi e i colpi di scena arrivano uno dopo l’altro senza nessuna logica.
Le animazioni spettacolari si sprecano e finiscono per diventare un puro esercizio di stile. Vedibile, ma anche rivedibile.



9 - Sono tornato di Luca Miniero
L’originale tedesco era una buona idea per un brutto film televisivo. Il remake italiano del rodato regista di Benvenuti al Sud invece migliora la componente cinematografica per un’opera che non riesce ad essere altrettanto efficace. Spara due tre colpi a salve, cambia il finale e crolla nel tentativo di italianizzare un problema che era invece il passatismo, che non ha colore o dimensione storica.
E Frank Matano non ci azzecca niente. Per piacere.




8 - A casa tutti bene di Gabriele Muccino
Questo film è costruito su delle fantastiche scene corali fatte di dialoghi intrecciati, piani sequenza, perfette coincidenze temporali. Una gioia per gli occhi.
Ebbasta.
Non c’è nient’altro.
Personaggi imbarazzanti, storia trita e ritrita, reazioni umane che L’ultimo bacio al confronto era uno studio sociologico accurato. Ma poi la comic relief è Massimo Ghini che ha l’alzheimer? Aspè, ve lo spiego meglio: se fai una commedia nera, pure Aigor il gobbo diventa esilarante. Se invece vuoi fare un mezzo dramma molto italiano che ammicca alla crisi, ammicca alla fine dei valori e tutti questi buoni sentimenti, non puoi in nessun modo cercare di far ridere con una malattia degenerativa. E dai, le basi proprio.


 7 - The end? l’inferno fuori di Daniele Misischia



Sosteniamo l’indie italiano, purché non si tratti di quei due scappati di casa con la chitarrina.
Però qui l’idea non basta e l’esordio cinematografico di Misischia si affloscia col passare dei minuti. Un Roja costantemente fuori parte non aiuta certo l’opera ad acquisire un ritmo degno e i pochi colpi di scena non riescono ad invertire un senso di noia e di già visto che aleggia su una pellicola dimenticabile.
Il cinema di genere è possibile, lo abbiamo dimostrato. Questo The End? L’inferno fuori si attesta semplicemente come un passaggio non riuscito appieno. E parlarne in questa classifica è un dispiacere vero.
Sosteniamo l’indie italiano.



6 - Il vegetale di Gennaro Nunziante
Favoletta contemporanea sulla famiglia, l’amicizia, la solidarietà, l’ecologia. Evvabene.
Però Nunziante ha mantenuto anche i riferimenti ai film precedenti, quelli con Zalone: e quindi caporalato, immigrazione, crisi del lavoro, situazione giovanile, corruzione. Però questo non va con quello e un film per tutti diventa un’operetta infantile con strizzate d’occhio al pubblico più impegnato.
Ah, e comunque Nunziante continua a non realizzare una messa in scena cinematografica.
Ah, e comunque Rovazzi.
Ma quello è Montalbano?



5 - Sconnessi di Christian Marazziti

Ed è come sparare sulla croce rossa, lo so.
Sono prodotti un po’ così, nati per essere futili, velleitari. E il cinema sta da un’altra parte. Però - come volevasi dimostrare - il livello della commedia popolare italiana fatica ogni anno a risollevarsi e non basta qualche trovata a invertire la rotta.
Sconnessi aveva catturato la mia attenzione per la presenza di Fabrizio Bentivoglio nel cast. E Fabrizio Bentivoglio è sempre degno d’attenzione.
Sempre, ma non qui.




4 - Animali Fantastici: i crimini di Grindelwald di David Yates
Togliete la penna di mano alla Rowling per piacere!
E quello che doveva essere il capitolo della svolta per la nuova saga diventa un filler bruttino, diretto senza grande gusto e soprattutto scritto troppo male per essere vero: buchi di trama, spiegoni, salti temporali, personaggi inutili e una narrazione che fa acqua da tutte le parti.

La saga non è morta, visti i numeri al botteghino. Ma qualcosa va fatto, e io ho una proposta, anzi tre:

-        Assumete un’equipe di esperti che tengano d’occhio la continuity
-        Lasciate Johanna al soggetto, ma avvaletevi di validi sceneggiatori e dialoghisti
-        Ma soprattutto, affidate l’intero progetto nelle mani di Guillermo del Toro. È lui l’uomo della svolta. Me lo sento dentro.



3 - Tonno spiaggiato di Matteo Martinez
Ariecco Frank.
Mi hanno detto per anni che Frank Matano è figlio di un’altra comicità, quella americana. Poi gli si dà la possibilità di fare un film in totale libertà e quello che ne esce è un film per sketch che non fa ridere; sfiora anzi il cringe involontario in parecchi frangenti.
Se la scena più divertente è quella della signora che bestemmia, forse così alternativa questa comicità non è.



2 - Natale a 5 stelle di Marco Risi
Filmaccio inguardabile. E fin qui niente di nuovo.
Ma ora proviamo a spiegare perché Natale a 5 stelle non fa ridere: il riso - che sia del gesto, per parole o scritto - si fonda su un’incongruenza, un disvelamento che mette a nudo un procedimento sociale fino a quel momento ritenuto naturale.
La satira è il disvelamento dell’attitudine troppo umana che si cela dietro la maschera dell’ars politica.
Natale a 5 stelle invece non disvela, ma narra la politica italiana nelle sue sfaccettature. Narrare è descrivere un paesaggio. Avete mai riso di un paesaggio?



1 - Venom di Ruben Fleischer
Opera ignobile, fuori tempo massimo. Un film vecchio anche per gli inizi del Duemila.
Viene snaturato il personaggio di Venom per andare in contro, assecondare basse esigenze di un pubblico troppo giovane e poi si vieta il film ai minori. La trama scorre senza dare il giusto peso agli eventi mostrati e quindi i presenti colpi di scena arrivano telefonati e fiacchi. Lo stesso egregio Tom Hardy finisce per fornire un’interpretazione macchiettistica a metà tra body horror e commedia degli equivoci.
Il comparto tecnico inoltre fallisce nel tentativo di eguagliare le produzioni più ricche e contribuisce ad affossare un prodotto difettoso e pretenzioso, ma soprattutto consapevole della propria pochezza.
E questo è stato uno dei migliori incassi del 2018.
E il pubblico l’ha amato.
Allora forse ho davvero smesso di capire le cose che vedo.


La Flop 10 finisce qui.
Questo è anche l’ultimo articolo del 2018, a cui seguirà come di consueto una buona pausa, almeno finché non mi sarò raccapezzato tra la laurea, il sonno e le cose della vita. In questo preciso ordine.
È stato un anno mediamente ignobile, ma direi che il bilancio dopotutto – al netto della TOP 10 2018 – può dirsi pienamente positivo.
Non mi resta che augurarvi un 2019 più intenso e sorprendete. Sia in sala che fuori.
Che capiti qualcosa di inaspettato: un grande ritorno, una conferma sperata, la dirompente novità.
Io sono qua che guardo film e aspetto. Quando volete.

sabato 31 dicembre 2016

FLOP 10 FILM 2016

Non mentirò: la scelta dei titoli da inserire nella Top, per una questione di abbondanza, mi ha rubato molto più tempo, ma anche questa flop mi ha impegnato, nel senso opposto però. Ho trovato delle difficoltà nella scelta dei film perché faticavo ad arrivare alla cifra tonda. Ho deciso così di allargare il senso di flop anche a delle riflessioni più ampie che contengono il film in questione.
Buona lettura dunque!
Cosa sono quei forconi? Perché avete acceso le fiaccole?



10 - Captain America: Civil War
Partiamo discretamente male. Ecco il primo esempio di allargamento del senso di flop. Sorvolando su alcuni problemi minori, Civil War non è un film cattivo in sé, risulta invece godibile, divertente e ben costruito per intrattenere nella sua durata. Ciò che rimane in negativo è però la deludente sensazione di incompiutezza: le storie cinematografiche della nostra generazione non terminano, continuano e si ripetono a ripetizione. Le trame ormai sono inflazionate e i nuovi capitoli delle saghe ormai storiche non riescono quasi mai ad aggiungere qualcosa di nuovo. Situazioni già viste ritornano e cercano di prendere come la prima volta, ma sono sinceramente stanco di questo cinema spezzatino. Ci hanno dilazionato il campionato, ora lo fanno col cinema. Io continuo ad emozionarmi sempre più per le storie che riescono a compiersi nella compitezza del linguaggio cinematografico. La serialità lasciamola alla TV.
Rogue One Insegna.



9 - The Pills - Sempre Meglio che Lavorare
Avrei davvero voluto che questo film finisse a sorpresa nella Top, ma il gruppo romano dei The Pills non riesce ad abbandonare del tutto il suo format classico e cede dopo un inizio molto promettente.
Il clima è lo stesso degli sketch della rete, il problema è la costruzione di una trama che possa legare assieme una serie di gag divertenti e mestamente vere. Il film si fonda sulla crisi d’identità dei tre componenti del gruppo, ma le situazioni trascendono dalla realtà romana e finiscono rapidamente in un surreale sconnesso e poco ispirato. Lo spettatore perde interesse nella narrazione e le scene smettono di intrattenere come dovrebbero. Il film scivola così nell’anonimato dopo premesse interessanti. Un esperimento riuscito a metà, che mostra potenzialità già palesi, ma anche molti limiti.
“Non lo uso più quel coltellaccio”.



8 - Suicide Squad
Altro cinecomic. Altro discorso da fare.
Suicide Squad è un film realizzato con un certo budget e una struttura vagamente cinematografica, ciò che manca è un senso. E un Joker degno. Tutto nasce da una situazione venutasi a creare in seguito alle iniziative dell’azione governativa. Un serpente che si morte la coda, estraniandosi così dal resto dell’universo DC. Se non fosse per il Joker e per la sua consorte Harley Quinn, questo film risulterebbe totalmente inutile, oltre ad essere sceneggiato male e montato a mo’ di trailer super accattivante. E quando ad un film che dovrebbe fondare il suo appeal sulla continuity della serialità cinematografica togli la serialità resta purtroppo un prodotto scialbo . Non metto in dubbio che questo film possa essere piaciuto a qualcuno, anch’io non ho completamente disprezzato lo sviluppo simile ad un cabinato vecchia scuola, ma se Civil War mi aveva lasciato poco, pur essendo un prodotto ben fatto, qui il senso di incompiutezza è ancora maggiore.



7 - XOXO
Come promesso all’inizio della Top 15, eccoci a parlare di uno dei cavalli di battaglia del nuovo cinema, o di quello che vorrebbe spacciarsi per il nuovo cinema, Netfix. XOXO è stato uno dei film originali più pubblicizzati con video all’apertura della piattaforma, banner e perfino pubblicità di rimando su altri siti. Mamma Netflix voleva tentare di produrre qualcosa di alternativo, raccontando gli eventi di un festival di musica elettronica statunitense, ma il risultato è stato banale, noioso e deludente, soprattutto rispetto alle aspettative stilistiche che il film proponeva. La storia si declassa subito a ritrita favola moderna e la rotta diventa incontrovertibile verso la perdita di ogni tipo di interesse. Sai fare di meglio, Big N!



6 -The Accountant
Un contabile autistico aiuta i malviventi a riciclare il denaro sporco. L’FBI gli è alle calcagna ma non riesce a collegare i tasselli.
Una trama sulla carta da thriller di spessore che si ripiega su sé stessa fino a perdere di credibilità e cadere nell’americanata facile. Lui si innamora di lei e il film si trasforma nel solito thriller involontariamente comico in cui la ragazza scopre la seconda vita dell’uomo e insieme devono scappare dai due fuochi che li braccano. Poi il protagonista diventa inaspettatamente superman. Poi un colpo di scena finale improbabile rovina il salvabile che era rimasto.
Ah, il protagonista è Ben Affleck. Molto credibile. Quando non parla.


5 - Warcraft - l’Inizio
Duncan Jones Bowie (Moon, Source Code) e Blizard, un connubio meraviglioso. Forse.
Warcraft è la fine del cinema fantasy. Una noia mortale realizzata in maniera fastidiosa per gli occhi che si sviluppa sui soliti stereotipi. Il bene e il male, la guerra, il voltagabbana di un personaggio chiave, i più fragili che risolvono la situazione generata dai governanti, e poi? E poi un rinvio, perché questo è solo l’inizio della trilogia degli orchi e degli uomini. A tratti vicino al peggior Eragon, punto di riferimento per lo squallore fantasy. Un film da evitare



4 - Batman V Superman
Probabilmente la delusione dell’anno. Zack Snyder non perde occasione per provare le tesi dei suoi detrattore e confeziona uno dei peggiori cinecomic di sempre, tra buchi di trama, errori logici, problemi tecnici e una narrazione costruita sui trailer. Tutto questo film è un trailer: personaggi si ritrovano in una particolare situazione, le cose prendono una certa piega e la scena cambia d’improvviso proprio sul più bello. Sembra quasi che il film sia stato girato in modo corretto e in fase di montaggio abbiano scelto di tagliare le sequenze conclusive di ogni scena. Così, per lasciare un po’ di suspance.
Lex Luthor, Martha, Ben Affleck con la corazza, Ben Afflex senza corazza, Wonder Woman. Potremmo andare avanti per giorni a ridere di questo film. Sono riuscito a rimanere in sala solo cominciando a cercare il lato comico di ogni cosa accadesse sullo schermo, ed è stato fantastico. Il film più divertente dell’anno.


3 - Most Likely to Die
Altra scommessa rilanciata da Netflix in Italia. La trama è la solita del teen slasher: un gruppo di ragazzi si ritrova dieci anni dopo il diploma. Qualcuno manca però all’appello e un uomo vestito da con una toga blu comincerà a seminare il panico nella villa dei malcapitati.
Nonostante il mio amore per le atmosfere slasher, questo film rasenta il trash più basso. Dagli attori alla regia tutto mostra i limiti del budget con cui il prodotto è stato realizzato. Il classico film da guardare in compagnia per farsi 44 risate.
Poi l’assassino usa il cappello del diploma come frisbee per mozzare le teste. Di cosa stiamo parlando?



2 - Bianco di Babbudoiu
Se lo scorso anno la prima posizione era occupata da quella vecchia volpe di Jerry Calà, poteva quest’anno mancare il cinema italiano? Certo che no, ed ecco che tornano dalla morte artistica di Colorado Pino e gli Anticorpi per realizzare una commedia degli equivoci, alla ricerca di una somma di denaro in Sardegna per ripagare un grosso debito bancario.
A volte si sminuisce un film parlando delle sue componenti tecniche in relazione al mondo della televisione, ma non è questo il caso. Se Bianco di Babbudoiu fosse stato realizzato con dei modi televisivi sarebbe un capolavoro. Questo è solamente il caso in cui per portare un film al cinema non deve per forza trattarsi di cinema, basta anche Pino e la Lavatrice. Pino e la Lavatrice, non so se mi spiego.



1 - Shut In
E a regnare in questa classifica dell’orrido è l’ultimo arrivato. Fresco thriller statunitense che ci prova e non riesce mai. Da un primo tempo semplicemente inesistente si passa lentamente ad un finale malato, sconclusionato e incongruente. Tutto il film sarebbe sommariamente migliore di Bianco di Babbudoiu, se non fosse per l’orripilante colpo di scena che regge tutta la seconda parte. Ad un certo punto le cose cominciano ad accadere senza apparenti motivi logici e quello che sembra un horror con le porte che sbattono diventa un thriller-action alla Man in the Dark, senza la costruzione di Man in the Dark.
Se per vincere lo scettro della Flop bisognava eccellere nell’orrido, questo film regala perle di infinito squallore.
La morte di Doug è l’emblema di questa classifica. I Cinema2days fanno anche brutti scherzi.



Siamo arrivato alla conclusione di questa serie di articoli. Tra cinecomic stantii, horror non horror e filmacci italiani io vi saluto, sperando che il 2017 non produca mostri simili. La dura vita del (quasi) recensore. Molto quasi e poco recensore.

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giovedì 22 dicembre 2016

TOP 15 FILM 2016 - TERZA PARTE




5 - Kubo e la Spada Magica
Kubo è un bambino con un solo occhio che vive nell’incavo di una scogliera con la madre e ogni giorno raggiunge il paese più vicino per trovare un contatto umano e rallegrare la popolazione del luogo con il suo potere, quello di raccontare storie servendosi di origami animati con la magia. Quando il sole sta per tramontare, il piccolo Kubo deve però tornare dalla madre perché questa lo protegga dal male che vuole l’altro occhio del figlio.
Kubo e la Spada Magica è una storia di racconti e leggende, descrive l’epopea di un bambino solo e sottolinea l’importanza fondamentale del racconto nel racconto. Abbiamo la necessità vitale di continuare a narrare per continuare a vivere restando diversi dagli altri. Il tutto è realizzato attraverso una tecnica mista di CGI e stop motion tra le migliori mai viste sul grande schermo. La regia riesce a rendere giustizia della cura del dettaglio messa in atto nel realizzare ogni singolo elemento, ogni singola foglia, ogni granello di sabbia.

Uno stile unico, elegante e nostalgico che ricorda l’Oriente e strizza l’occhio al mondo videoludico. Un film profondissimo, potenzialmente aperto a molte chiavi di lettura, vivace al punto giusto, triste quanto basta. Non un prodotto per bambini, ma una grande opera per adulti, anche per coloro che hanno preferito girare al largo alla vista dell’animazione. L’animazione è una tecnica, non il senso più profondo di un’opera meravigliosa come questo Kubo e la Spada Magica.


4 - Sully
Sully è la perfezione. Può essere criticato per quello che non è, ma mai per quello che è e sarà nella storia del cinema. Poteva essere anche più di quello che già è, ma ciò che è non pecca di nulla. Ancora una volta Clint Eastwood riesce a dare un senso all’enorme equipe che sta dietro la realizzazione dei suoi film, ancora una volta il vecchio uomo senza nome è riuscito a narrare alla perfezione la storia di un miracolo visto dal punto delle detrazioni e della frustrazione di aver compiuto un gesto malsano.
Il 15 gennaio 2009, il volo US Airways 1549, in seguito alle difficoltà occorse dopo l’incontro con uno stormo di uccelli, mentre sorvolava Manhattan, riuscì a compiere un ammaraggio d’emergenza sull’Hudson. Evento che ancora oggi è ricordato come “Il Miracolo sull’Hudson”. Sully è la storia di ciò che avvenne dopo, ovvero il processo intentato al pilota e al copilota dell’aereo per non aver seguito le indicazioni della stazione radio. Tom Hanks è un Sully stanco, travolto dalla pressione mediatica e dal senso di colpa di aver raggiunto un fine positivo percorrendo una via negativa. Ad essere a rischio è la sua carriera come pilota e quella come consulente, nonché la sua figura, ormai sdoganata a livello mondiale.
Eastwood riesce a costruire un film su un evento della durata di appena duecento secondi. Per fare ciò è ricorso all’escamotage di riproporre più volte la stessa scena, quella dell’ammarraggio, riuscendo sempre a trasmettere una sensazione diversa ad ogni nuova visione. Dare profondità alla piattezza del tempo muto. Un’altra opera che nasconde molto più di quello che mostra.


3 - Animali Notturni
Tom Ford stupisce riuscendo a portare uno stile e una raffinatezza propri del mondo della moda sul grande schermo. Animali Notturni è un sottile gioco di luci che ricerca l’originalità in un ambito complesso.
Amy Adams è Susan, artista alla ricerca di un senso, infelice con l’uomo che ha sposato lasciando Edward, interpretato da uno stratosferico Jake Gyllenhaal. Il film in realtà si compone di tre storyline differenti: il passato della coppia, il presente buio e la storia alternativa introdotta con il libro dello stesso Edward. Questa struttura tripartita cerca di comprendere e spiegare le cause di una rottura drammatica, ma lo fa aggiungendo elementi completamente esterni alla narrazione romantica, andando a sfociare in pieno nel genere thriller. La storia narrata nel libro è un meraviglioso film nel film composto da momenti adrenalinici, sequestri e violenza gratuita. Tutto ciò poi assume un senso differente alla luce del finale che riprende le fila del discorso e si concentra sulla questione dell’abbandono e della vendetta. Il film è un misto di realismo, situazioni asfissianti e metafore intelligentemente velate. Un prodotto finalmente originale che in un futuro remoto ancora distingueremo dalla massa di prodotti commerciali fatti con sciatteria. Animali Notturni lascia l’inquietudine degli occhi dell’animale che spiccano nella notte più buia.


2 - Revenant
Revenant non è solamente il film che passerà alla storia per l’Oscar a DiCaprio, ma dietro la presenza ingombrante di uno dei migliori attori della sua generazione c’è una grande epopea, un viaggio ai limiti della terra conosciuta per tornare indietro nel tempo e narrare la storia di una vendetta che va oltre la morte.
DiCaprio è Hugh Glass, guida di un gruppo di uomini bianchi alla ricerca di pellicce e carni. In seguito all’attacco di un orso grizzly verrà gravemente ferito e sarà abbandonato dalla carovana che lui stesso stava portando in salvo. Da quel momento in poi il film sarà una continua lotta tra la vita e la morte per raggiungere la causa del suo male più grande.
Revenant mostra di essere un film di livello superiore per una regia, quella di Inarritu, ormai matura e stupefacente, e per la fotografia che trasmette un senso di pace e inquietudine allo stesso tempo. Le vaste distese innevate di Lubezki provocano un brivido lungo la schiena ad ogni visione e i movimenti di macchina del regista riescono a valorizzare appieno gli scorci naturali del North Dakota e il lavoro del direttore della fotografia. Revenant è un film che non ha bisogno di parole per avanzare nella sua narrazione o per dare una spiegazione a ciò che avviene, tutto ciò che ci viene offerto sono i versi doloranti del moribondo Hugh, che lotta contro i limiti della natura che lo circonda per dare un ultimo senso alla sua vita. A metà tra il cinema d’autore e l’infallibile intrattenimento. Un film probabilmente finora valorizzato per i motivi sbagliati.
Per approfondire: NBT: The Revenant


1 - The Hateful Eight
L’ultimo film di Quentin Tarantino è un indiscutibile capolavoro. La scrittura perfetta del regista più influente della sua generazione stavolta esonda e sfocia in una forma vicina alla piece teatrale. Otto personaggi in cerca di Daisy tentano di stare lontani dalla morte rinchiusi in una baita di montagna, durante un tempesta di neve, ma tutto diventa più difficile quando dietro la macchina da presa siede Quentin.
La costruzione dell’ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi, la scrittura dei dialoghi e il doppio fondo storico rappresentano picchi che nessun altro film è riuscito a raggiungere nel corso di questo 2016. Il film si rivela in realtà essere in controtendenza rispetto agli ultimi lavori del regista e si rifà maggiormente ad un ritmo noir, più vicino a Jackie Brown e alle Iene. Ma la situazione si carica di una tensione palpabile, viva fino al memento in cui la molla scatta e Tarantino muove la sua opera verso gli ultimi lavori. Una sorta di compendio che pare prendere il meglio dai trascorsi del regista per creare arte innovativa, diversa, inarrivabile.
Gli otto attori rendono libidinosa l’attesa della fine con una serie di siparietti indimenticabili. Personaggi che fanno già parte della carrellata dei classici del regista e della storia del cinema. Samuel L. Jackson ancora una volta da Oscar, Kurt Russel di nuovo sulla neve, Walton Goggins sorprendente e Jennifer Jason Leigh meravigliosa. LA colonna sonora inconfondibile di Ennio Morricone è poi il dettaglio che corona l’esperienza definitiva dell’Emporio di Minnie. A volte si premia sempre poco il talento quando non si comprende appieno l’arte e l’innovazione che sta dietro un lavoro del genere. A volte ci si rifà semplicemente ai titoli vinti per poter cominciare a discutere di un’opera. Ma questo The Hateful Eight non ha bisogno di discussioni, né di statuette. Non poteva che essere al primo posto in questa classifica. Unico.
Per approfondire: NBT: The Hateful Eight


Siamo arrivati alla fine. Questi erano i miei 15 film del 2016, soltanto i miei, senza voti, perché ridurre alcuni grandi opere presenti in questa lista ad un numero sarebbe offensivo. A presto con la più attesa, più temuta, più detestabile Flop 10 del 2016. Aspettatevi il peggio, non rimarrete delusi.

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TOP 15 FILM 2016 - SECONDA PARTE

Clicca qui per la PRIMA PARTE, se te la fossi persa!



10 - Perfetti Sconosciuti
Altra sorpresa italiana firmata Paolo Genovese. Pefetti sconosciuti è la copertina della nostra vita, le menzogne che ci raccontiamo l’un l’altro per andare avanti nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro. Cosa accadrebbe se tutti noi smettessimo di vivere tre vite contemporaneamente e portassimo tutto alla luce del sole con un semplice tocco di touch screen?
Perfetti sconosciuti non è solamente un buon soggetto, ma un complesso di elementi all’altezza delle produzioni internazionali che alza il prodotto al di sopra della media italiana e lo eleva a portabandiera di quello che potrebbe essere la nuova commedia italiano, dopo un paio di decenni bui. Gli attori, talvolta sottotono in altre prove, danno un senso maggiore all’opera e dimostrano quanto una produzione adatta e una cura registica influiscano sulle performance attoriali. Dialoghi finalmente sensati, tesi e credibili. Finale amaro in linea con il cinismo delle battute agrodolci dell’opera. Un punto di svolta (?).


6 - Il Caso Spotlight
Il Caso Spotlight, o come scoperchiare il vaso di pandora. Spotlight è il nome della squadra d’inchiesta del Boston Globe, divenuta famosa per aver portato a galla lo scandalo della pedofilia all’interno della chiesa cattolica.
A dispetto delle premesse boriose e didascaliche, Il Caso Spotlight si rivela essere un film estremamente popolare, accessibile a tutti, costruito come se fosse un vero e proprio giallo investigativo, con una squadra di giornalisti intenzionata a scavare a fondo per raggiungere la verità. Il ritmo con cui McCarthy sostiene il film è coinvolgente. Si percepisce costantemente la tensione dell’avvicinamento alla scomoda realtà dei fatti e contemporaneamente si impone sulla scena la gravosità crescente della scoperta. Questo perfetto mix di elementi è stato reso possibile grazie all’ottimo lavoro del cast, in particolare quello di Mark Ruffalo, Michael Keaton e Rachel McAdams, sempre perfettamente nelle loro parti, sempre al servizio della riuscita ottimale del film, senza sbavature o improvvisate sul pezzo che gli sarebbero potute valere qualche premio in più, ma che avrebbero inevitabilmente comportato una perdita di credibilità per la pellicola.
Un’opera credibile, coinvolgente e perfettamente bilanciata che fornisce una documentazione realistica dei fatti tremendi venuti alla luce poco più di dieci anni fa e lo fa mettendo in scena un buon cinema.


8 - Il Libro della Giungla
Personalmente sono contrario a quest’opera di reboot della vecchia guardia Disney in versione live action. I precedenti Cenerentola e Maleficent non erano riusciti a coinvolgermi e avevano solamente palesato la mancanza di idee in casa Walt, ma questo nuovo Libro della Giungla è stato totalmente diverso.
L’opera di Jon Favreau è un tripudio di colori vivi, ambientazioni incredibili e rocambolesche fughe realizzate grazie all’ausilio di una CGI pressoché perfetta. A colpire maggiormente è però la rielaborazione del messaggio del film originale, che ridà un senso più profondo all’opera e la rende appetibile anche ad un pubblico più maturo. Il senso di una fuga dal mondo dei lupi è la ricerca di un posto nel mondo che possa rispecchiare le esigenze specifiche di un Mowgli della giungla, né uomo, né lupo. Un viaggio nel passato con un occhio nuovo.
Per approfondire: Mowgli della Giungla


7 - Ave Cesare
Il mio debole per i fratelli Coen è cosa nota. Avrei davvero voluto che questo giallo-noir ambientato nella Hollywood degli anni ’50 fosse il film dell’anno, ma così non è stato. Al di là di alcune pecche resta però un’opera fantastica, curata e precisa al millimetro, perfettamente in linea con l’ironia e lo stile dei fratelli cinema. A supportare il film troviamo un cast stellare che va a comporre una fittizia classe di mestieranti del settore nella città del cinema, nel quale spiccano Josh Brolin e George Clooney, rispettivamente il signor Wolf della situazione e lo sprovveduto divo vittima di rapimento.
All’apparenza Ave Cesare potrebbe sembrare una serie di sequenze ben realizzate montate insieme per formare un’opera unica. In realtà il modello citazionistico tipico dei Coen è utilizzato per raccontare una storia di espiazioni e di religiosità. Anche nella leggerezza di una trama grottesca e sopra le righe, gli ultimi Coen non rinunciano ad una riflessione che portano avanti da anni in un sistema alternativo di cinema superiore.
Diversi livelli di lettura, diversi personaggi indimenticabili, molti sorrisi sottili e un’enorme capacità regalata al mondo della settima arte.


6 - Tutti Vogliono Qualcosa
Linklater colpisce ancora! Tutti Vogliono Qualcosa resta impresso principalmente per la sua capacità di saper ricreare la realtà: ogni cosa è al suo posto, ogni momento ha il giusto peso. L’opera ultima del regista di Boyhood è il racconto di tre giorni di vita, nulla di più e nulla di meno. Ma in quei tre giorni si trova il senso di una maturazione. Nonostante passino poche ore dall’inizio all’ultima scena, il cambiamento nel protagonista e in alcuni personaggi è tangibile.
Divertimento, spensieratezza, amore e vita, tutto racchiuso in un’unica opera che scorre sulle note dei Dire Straits e dei Van Halen. Un ritratto del momento in cui potremmo essere chiunque e dobbiamo solo cominciare a percorre la nostra strada, con il rischio di sbagliare, di incespicare, di ritrovarsi schiacciati dalle scelte di altri vent’anni dopo, ma con la voglia di imporsi al mondo.
Per approfondire: Everybody Wants Some!!


TOP 15 FILM 2016 - PRIMA PARTE

Stilare una classifica è sempre complicato. Vorresti non dover scegliere. Parti con l’idea di fare una Top 10 e finisci con trenta film di cui devi assolutamente parlare, perché da quando non ci sono più le recensioni della settimana un po’ ti manca anche quella voglia di parlare a vanvera di ogni film che vedi, come se fossimo seduti i venerdì sera al pub. Ho detto venerdì, una volta dicevo sabato. Sto diventando vecchio.
Tagliando qua e là comunque sono riuscito a raggiungere una cifra ragionevole. Quindici film per divertirsi, crescere, sognare e nell’oscurità incatenarli. Quindici film per riassumere un anno poco interessante, poco innovativo, poco memorabile, ma pieno zeppo di pellicole passate in sordina da recuperare assolutamente.

Ma quali sono i criteri di questa classifica? Innanzitutto i film presenti nella lista devono essere arrivati sui nostri schermi nel corso dell’anno solare. Troverete quindi anche film prodotti nel 2015 o addirittura nel 2014, ma giunti da noi solo con un periodo di incubazione mediamente troppo lungo. Detto questo, vi ricordo che tutti i pareri espressi sono strettamente personali e che potreste anche non trovare i vostri film preferiti del 2016, semplicemente perché potrei averne preferiti altri o perché non ho avuto occasione di vederli. Per ovviare a ciò vi lascio consultare la LISTA COMPLETA dei film tra i quali ho compiuto le mie scelte. Che il flame abbia inizio!



15 - La Pazza Gioia
Paolo Virzì torna nella sua territorialità e abbandona il ricercato film di genere per dedicarsi al capitale umano più intimo. Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti sono due donne ugualmente inadatte che nascondono la loro sconclusionata natura sotto spoglie differenti. Da una parte lo sfarzo e l’esagerazione dei modi e delle immagini, dall’altra la trasandatezza di chi non ha più nulla. L’incontro di queste due personalità sfocerà in un road movie atipico, poco adrenalinico e molto personale che scava nella vita delle due, alla ricerca di una soluzione ai mali di chi non riesce a vivere come gli altri. La Pazza Gioia è un film semplice che nasconde un doppio fondo, che si interroga sul senso dell’alienazione in una società così differenziata eppure così costretta dagli stessi stereotipi.
Virzì riesce ancora una volta a girare con leggerezza e pulizia, muovendo lo spettatore alla riflessione tra lacrime e risate.


14 - Il Piccolo Principe
Il Piccolo Principe siamo tutti noi che lo leggevamo da bambini. Siamo cresciuti con questo mito della purezza, della gioia e dell’amore per poi scontrarci con una realtà differente. Cupa, violenta, ingiusta. Nella realtà che lentamente muore, Mark Osburne, già regista del primo e apprezzato Kung Fu Panda, ambienta una rivisitazione particolare del libro di Antoine de Saint-Exupéry. La protagonista, una bambina sveglia, vivace e allegra, si ritrova schiacciata dalle esigenze della società le impone attraverso la figura gravosa della madre. Solo l’incontro con l’aviatore farà breccia nell’involucro fittizio delle relazioni formali e mostrerà alla bambina il vero senso dei legami attraverso la narrazione della storia del Piccolo Principe.
Un film alternativo, caratterizzato da un uso intelligente e originale della materia prima da cui prende spunto. Portatore di un messaggio sempre attuale e probabilmente mai davvero raccolto da chi distrattamente passa da questa Terra. Un’opera che saprà colpire chi ha voglia e necessità di essere colpito ancora dalla voglia di credere in un mondo migliore.


13 - Fuocoammare
Fuocoammare è stata una significativa esperienza metaforica dietro le maschere della colpevolezza che ogni giorno cerchiamo di affibbiare a qualcuno che non siamo noi. Immagini potenti, precise e pulite al servizio di un ritorno alla coscienza sociale.
Rosi firma un docufilm di pregevole fattura andando a ripescare i defunti del Mar Mediterraneo nella situazione critica a cui è relegata l’isola di Lampedusa. Sbarchi, morti, ricerche notturne e soprattutto solitudine. È il suono della solitudine quel silenzio ingombrante che pervade la pellicola e che vuole dimostrarci quanto il reale sia lontano dal racconto che se ne fa, quanto le nostre battaglie quotidiane all’insegna del nazionalismo siano grida ai mulini a vento.
Per sua stessa natura, questo film mostra delle lacune rispetto ad altri titoli presenti in classifica, ma il valore sociale dell’opera colma i vuoti e rende Fuocoammare un manifesto crudo di questi ultimi anni. La pellicola era stata inoltre proposta da una commissione qualificata per rappresentare l’Italia alla prossima cerimonia degli Oscar, ma è stata esclusa pochi giorni fa. Un peccato se si pensa al rumore che avrebbe potuto provocare a Los Angeles. Resta uno dei nostri lavori più riusciti del 2016.


12 - Zootropolis
Finalmente un classico Disney non Natalizio che si discosta dagli stereotipi che ormai la casa di produzione ha deciso di seguire negli ultimi anni. Non siamo più in un mondo fatato, non ci sono principesse né canzoni inutili ai fini della trama. Il film di Howard e Moore è un vero e proprio poliziesco che nasconde un profondo messaggio sulla diversità.
Zootropolis è una città complessa, diversificata e problematica. La coesione tra prede e predatori non è in realtà facile come poteva sembrare dalla copertina e una divisione in quattro parti della zona metropolitana mostra una tangibile distanza tra le parti. Il film Disney, ricolmo di citazioni più alte, è un prodotto destinato ad un pubblico più riflessivo di quello infantile e gioca, mascherando i personaggi di animali antropomorfi, ad ipotizzare un futuro di coesistenza globale, si libertà e uguaglianza. Siamo già quel mondo, lo diventeremo o abbiamo già smesso di esserlo? Basta una scintilla per riaccendere l’odio della diversità esteriore e gettare un mondo nel caos.
Zootropolis vince la scommessa di puntare su una trama matura, senza rinunciare alle risate facili di un pubblico più giovane. Un film così ben realizzato che potrebbe rimettere in discussione la già discussa Top 15 Classici Disney.
Per approfondire: Top Classici Disney


11 - Café Society
Woody Allen è leggenda. A ottant’anni il maestro del cinema nevrotico riesce ancora a stupire per la cura, l’ironia e stavolta anche e soprattutto per il messaggio che Jesse Eisenberg e Kristen Stewart provano a trasmettere nel corso di una lunga e impossibile storia d’amore. Un viaggio tra le due coste, tra il cinema e la letteratura degli anni ’30, per rivivere una storia di ambizioni, sfarzi e sogni infranti.
Bobby è un giovane e puro ragazzo di New York che incontrerà negli occhi di Vonnie lo specchio dei suoi desideri, ma la lontana Los Angeles avrà già intaccato l’anima della ragazza e il mondo dell’apparenza e dell’apparizione sta per prendere anche lo sprovveduto Bobby. Café Society è un complesso modo di rapportarsi alla classe a cui vorremmo appartenere e per la quale dobbiamo sacrificare qualcosa. Stare in questo mondo vuol dire scegliere e scegliere è un po’ morire. Uccidere noi stessi è lo scotto da pagare per restare vivi.
Un’opera malinconica e dal sapore nostalgico che parla dei favolosi anni del jazz per parlare di noi e delle nostre debolezze, di dove porta rinunciare ad andare con l’idea.



giovedì 25 febbraio 2016

TOP 10 SERIE ANIMATE CARTOON NETWORK - PRIMA PARTE

Ci fu un tempo remoto in cui la mia generazione andava a scuola con una coloratissima cartella di Dragon Ball con in mente un solo pensiero: tornare a casa per guardare i cartoni animati. Amici di mille avventure fantasiose e conducenti del treno della nostra infantile immaginazione creativa. Dopo (e quando dico “dopo” intendo dopo svariati mesi) la classifica delle migliori serie animate originali Disney, andate in onda su Disney Channel, è giunta finalmente l’ora di passare agli eterni rivali, la controparte oscura dell’essere fanciullo. Quel canale che sostituiva le fiabe e le atmosfere armoniche di Topolino con le nudità, il nonsense e le animazioni grezze. Sto parlando di Cartoon Network, canale digitale, ma i cui cartoni sono stati poi trasmessi anche in chiaro a distanza di poco tempo.
Come al solito ci tengo a precisare che la più grande influenza che subiranno posizioni e giudizi di questa classifica sarà il mio personalissimo gusto. E vorrei inoltre sottolineare che, data la mia veneranda età (e anche qualche capello chiaro - non bianco, ho detto chiaro), dopo il 2004/2005 ho purtroppo smesso di passare ore davanti alla tv, preferendo cose da omini duri come il wrestling, Monster Jam (che ogni ruota è più alta di Maradona - ricordatevelo) e i videogiochi. Ma basta tediarvi oltre. Che la classifica abbia inizio.



10° POSIZIONE: Star Wars: the Clone Wars
Sarò sincero: questa serie occupa “solo” la decima posizione di questa classifica perché banalmente non mi appartiene. Non è una delle serie animate della mia infanzia, essendo stata prodotta solo a partire dal 2004. Ho recuperato quindi in un secondo momento alcuni episodi del programma, invogliato soprattutto da quelle due paroline nel titolo che farebbero gioire qualunque fan della saga dell’imbronciato George Lucas, e devo ammettere che la qualità tecnica, le atmosfere e soprattutto la trama, perfettamente integrata nel tessuto della narrazione della serie madre, rendono SWTCW un prodotto interessante e ben congeniato. Peccato per alcuni momenti a tratti troppo sopra le righe che scoprono il velo della credenza nerd e riportano i quarantenni con i piedi per terra ricordando loro il vero target della serie animata. Stay out geeks!



9°POSIZIONE: Nome in Codice: KND
E cominciamo a parlare di quello che personalmente definirei lo “stile Cartoon Network”, ossia la cifra stilistica che contraddistingue le storiche produzioni originali. “Nome in Codice: KND” rispetta appieno queste caratteristiche e si propone come un’alternativa più che valida alla “Ricreazione” disneyana. Il tema centrale di questa serie è la fantasia con cui un gruppo di semplici bambini organizza le proprie giornate tra rifugi sugli alberi e segrete missioni in incognito. Tutto ciò che da bambini ci sembrava un mondo reale desiderabile si traduce in una fervida immaginazione dei protagonisti, la stessa immaginazione che avevamo noi anni fa e che ci permetteva di divertirci con nulla, di fare di scivoli castelli e di bastoni lame affilate. Una potenza perduta. Questa serie è un inno alla potenza dell’immaginazione che l’essere umano smarrisce sulla via della maturazione.



8° POSIZIONE: Samurai Jack
Altro passo avanti nel percorso tortuoso di maturazione della casa di produzione che decide di sperimentare e di allontanarsi dai canoni di fine millennio per rendere più folkloristica ed unica la cifra stilistica di questa serie animata. Il tratto e soprattutto i colori, infatti, sembrano riprendere a piene mani dalla tradizione orientale. Il risultato è un coinvolgimento totale, un prodotto che porta il bimbo spettatore ad incollare gli occhi allo schermo e a non staccarli fino alla fine della puntata. Spettacolari e molto cinematografici i combattimenti tra il protagonista e il demone Aku. Una serie per certi versi ancora insuperata, soprattutto per quanto riguarda le vette artistiche raggiunte, ma purtroppo a tratti bilanciata in maniera insoddisfacente.



7° POSIZIONE:  Johnny Bravo
Come definire Johnny Bravo. Beh, Johnny Bravo è una sitcom per bambini, o meglio che vuole sembrare per bambini pur alludendo velatamente a temi più maturi. I più innocenti si trovano quindi di fronte ad un palestrato e sproporzionato ragazzo dal ciuffo platinato, affetto dal complesso di Edipo e sempre in agguato quando si tratta di avvenenti ragazze. L’elemento su cui si fondava la serie non era tanto la narrazione o l’intreccio, quanto il protagonista stesso che, con un petto mastodontico, occupava l’intera scena attraverso momenti sconnessi e totalmente inutili, ma tanto inutili quanto divertenti. Era appunto il divertimento generato da questa caricaturale figura occhialuta alla David Caruso a portare avanti il programma e a far sì che i bimbini continuassero seguirlo senza pretendere una trama da Golden Globe.
Arrivato a questo punto mi sono chiesto se non fosse il caso di invertire di posizione Johnny Bravo e Samurai Jack. Ci ho riflettuto per qualche momento. Da una parte un divertimento ininterrottamente nonsense, dall’altro una ragguardevole componente artistica innovativa. Ma Johnny Bravo è Johnny Bravo, e Samurai Jack rimane al suo posto.



6° POSIZIONE: Le Superchicche
I maschietti si vestono di blu e le femminucce di rosa. I maschietti guardano i cartoni con i robottoni giapponesi sparamissili e le femminucce quelli delle principesse. Questi gli stereotipi più comuni sui gusti dei bambini che dovrebbero in qualche modo essere condizionati dal sesso, ma Le Superchicche rappresentavano e rappresentano tuttora una valida mediazione tra due modelli che non hanno mai davvero funzionato alla perfezione. Il cartone dalle linee sinuose e dai colori sgargianti univa tematiche prettamente femminile ai supereroi, alla difesa della terra e a dei fantastici combattimenti. Le tre protagoniste infatti, create in provetta dal professor Utonium (ma non ditelo a Giovanardi), cercavano di vivere la loro infanzia durante il giorno, ma erano spesso chiamate (letteralmente attraverso un esilarante siparietto comico con il sindaco e la sua segretaria) a difendere la città da supercattivi canonici, mostri giganti in stile godzilla e altre calamità. Ciò che spiccava era il perfetto bilanciamento tra la vita ordinaria e la componente supereroistica, tra la comicità scanzonata di alcuni personaggi e la tensione palpabile di alcuni momenti di pericolo. Una serie per certi versi perfetta, insomma, anche nella sua ordinarietà. Ma a spiccare su tutti, sui cattivi e sulle Superchicche, sul professore e sul sindaco, era lui: Mojo Jojo, idolo indiscusso della mia infanzia. Personaggio indiscutibilmente sopra le righe, a metà tra Will il Coyote ed Hector Polpetta. Quanto vorrei risentire ancora una volta le Superchicche esclamare in coro “Mojo Jojo!”. Ah, i ricordi.



Questa prima parte finisce qui. L’appuntamento è alla prossima settimana per scoprire insieme i piani più alti di questa classifica tremendamente nostalgica. Sperando di ricordarvi un po’ quando i problemi erano come conciliare i cartoni di Cartoon Network e quelli di Disney Channel, quando tutto era un po’ più magico e leggero. A presto.

lunedì 17 agosto 2015

TOP 15 SERIE ANIMATE DINEY - SECONDA PARTE

Rieccoci a parlare di passato con le lacrime agli occhi e le sigle nelle orecchie. Oggi prosegue la scalata alla vetta attraverso cinque serie Disney, alcune più classiche, alcune più particolari, alcune più fantastiche. Ormai, arrivati a questo punto, la qualità intrinseca dei prodotti è pressoché stabilizzata su uno standard medio-alto, ciò che incide maggiormente sulla scelta delle posizioni da assegnare è il mio personalissimo gusto; per cui fatevene una ragione se non siete d’accordo, godetevi questa rosea rimembranza ed eventualmente commentate qui sotto o sui social(s) per dire la vostra. E che Magia sia!


10° POSIZIONE: Timon e Pumbaa (1995)
Ad un anno dall’uscita nelle sale del Re Leone, arrivano sul piccolo schermo le avventure delle due spalle comiche più iconiche di sempre: il suricata Timon e il facocero Bumbaa. Le risate sono garantite. Episodi molto spesso autoconclusivi che indagano il dolce far nulla della coppia nella giungla. Citazioni a raffica e trovate sempre nuove per stupire i giovani spettatori che non possono fare a meno di aspettare con impazienza l’ora di Timon e Pumbaa, l’ora del divertimento, anche a vent’anni di distanza. L’età che non si sente. Serie poco profonda ma indubbiamente riuscita e senza tempo.


9° POSIZIONE: Pepper Ann (1997)
Le disavventure semicomiche di una ragazza adolescente, poco appariscente, ma molto creativa e intelligente. La serie, che dallo stile dei disegni e dalle musiche potrebbe far pensare alla solito prodotto incentrato sui soliti stereotipi dei soliti ragazzi americani medi, in realtà scava nel profondo del personaggio di Pepper Ann mostrandone dubbi, perplessità e problemi apparentemente insormontabili legati all’età attraverso i monologhi della protagonista con la se stessa immaginaria, quella dello specchio per intenderci. Anche i personaggi secondari non sono da meno, dalla madre ai due migliori amici, tutti ben caratterizzati, divertenti e funzionali all’introduzioni di temi più interessanti; uno su tutti la difficoltà di crescere con i genitori divorziati. Una serie molto sottovalutata a causa di alcune lacune tecniche non indifferenti. Da recuperare.


8° POSIZIONE: Phineas e Ferb (2007)
I cartoni di una volta sono migliori di quelli di oggi. Ai miei tempi non c’era Peppa Pig. Si stava meglio quando si stava peggio, non esiste più la mezza stagione e altre sciocchezze simili. Phineas e Ferb ha esordito sulle reti satellitari nel lontano 2007, quando il sottoscritto scrivano aveva già dodici anni suonati, anche se ne dimostrava undici e mezzo. Credo fosse l’estate in cui cambiai voce. Dodici cominciavano ad essere abbastanza per andare in classe e raccontare di quanto fosse stata avvincente l'ultima puntata di quel cartone su Disney Channel. Sta di fatto che di serie animate come queste non se ne vedevano da tempo: esilarante, accattivante, divertente e innovativa. Una comicità quasi mai banale che cita spesso (soprattutto nelle storie del duo Agente P.-Dr. Doofenshmirtz) e riesce sempre a rinnovarsi. Trovate geniali come i cori per annunciare i luoghi o il mattone (“È  divertente”). Ma ciò che risalta di più di Phineas e Ferb è l’inventiva dei creatori nell’immaginare in ogni puntata cosa potrebbero creare di nuovo due bambini usando solo la loro immaginazione. Gli sceneggiatori sono realmente riusciti ad entrare nella mente di un pre-adolescente e a capire le prerogative della fantasia di questo. Unica.


7° POSIZIONE: Fillmore! (2002)
Una delle mie serie preferite in assoluto. L’universo del giallo e del poliziesco viene adattato e riversato in uno stampino formati mini a forma di scuola media X. Intenso, coinvolgente, ben scritto e decisamente maturo. Tutto ruota attorno alla figura dell’agente Cornelius Fillmore che, coadiuvato dalla nuova arrivata Ingrid Third, si occupa della sicurezza nella suddetta scuola. Giovani malviventi, spacciatori di figurine e ragazzi scartati dalla squadra di football assetati di vendetta però rischieranno di minare costantemente il lavoro della vigilanza. Fantastici i dialoghi in salsa pulp tra il protagonista e il responsabile del corpo di agenti (due coetanei adolescenti). Interessante anche l’apertura successiva al mondo esterno alla scuola. Se al posto dell’ambiente scolastico ci fosse un quartiere malfamato della Grande Mela e al posto delle figurine ci fosse della droga oggi staremmo parlando di una rinomata e duratura serie crime in onda su Fox, invece Fillmore! fu cancellata per penuria di ascolti. L’aspetto cartoonesco inganna. Non indirizzata ai più piccoli.


6° POSIZIONE: Gargoyles (1994)
Quella sigla mi incuteva timore al punto da bloccarmi immobile davanti al televisore acceso. Forse era questo l’intento fin dall’inizio. Tutto ciò che non è Disney: stile gotico e spigoloso, atmosfere Dark, violenza e drammi adulti. Tutto meravigliosamente diverso. La storia segue le avventure di un gruppo di Gargoyle (o gargolle in italiano), ossia quelle statue di pietra che troneggiano sulla cime di torri e di chiese antiche, che, a causa di un sortilegio magico, si risveglia nella New York degli anni ’90. Dopo un iniziale sbandamento, i nostri protagonisti decidono di impiegare le loro forzo nella lotta al male, sorvolando sul loro profondo desiderio di tornare al 994 e di riunirsi ai loro cari. Da qui prendono inizio le appassionati avventure dei guardiani della notte, avventure che si mischieranno alla malavita, agli incantesimi, alla mitologia nordica e alla guerra intestina tra Gargoyle. La Disney finalmente punta in alto e colpisce nel centro, al cuore dei ragazzi ormai stanchi delle monotone avventure di quel topo fastidioso e della sua dolce metà dalla voce infrangi-cristalleria. Una serie matura, adulta e dall’intreccio invidiabile. Quel picco che segno una generazione, purtroppo non la mia.

La prossima settimana prendiamo una pausa con questa speciale classifica nostalgica e fantasiosa per lasciare spazio ad un articolo più impegnato e riflessivo. Stile classico insomma. Per cui l’appuntamento è rimandato all’ultimo giorno d’agosto, quando sulle mie spalle graverà oramai un altro anno. Ah! La vecchiaia.