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mercoledì 21 febbraio 2018

LA FORMA DELL’ACQUA - SOLO UN CLASSICO DISNEY?

Guillermo del Toro è un autore famoso per il gusto particolare che ha costruito in anni di produzioni ambiziose. La forma dell’acqua - opera ultima del regista -, fresca delle tredici candidature agli Oscar, si propone come la summa di un certo ideale visivo e narrativo che da sempre accompagna le produzioni del cineasta messicano.


Il processo creativo di del Toro si è sempre focalizzato sulla creazione di uno stile composito estremamente cinematografico che desse sostanza e sostegno a trame lineari. La forma dell’acqua rappresenta, insieme a Il labirinto del fauno, la miglior espressione del connubio tra forma e contenuto, tra la ricerca di fondamenta artistiche e lo svolgimento della narrazione. Il film è, sì, la storia d’amore improbabile tra uno donna resa muta in età infantile da un atto barbaro e un anfibio umanoide catturato dai servizi segreti, ma a fare il film è tutto ciò che ruota attorno ai due protagonisti, dalle ambientazioni ai colori, dalle musiche alle atmosfere da Guerra Fredda. Ogni elemento, ogni scelta nel film concorre a ricreare un mondo originale e fantastico; ogni aspetto cinematografico è funzione di una visione d’insieme. 


Nonostante queste premesse possano sembrare assunti di qualità assoluta, per apprezzare il film è però necessario entrare in empatia con il mood della pellicola e accettare alcune peculiarità lontane dalla moderna concezione di dramma romantico. Bisogna aprirsi incondizionatamente a quel qualcosa di molto più giocoso e bambinesco che anima il senso di meraviglia di cui l’opera è permeata. Un senso che tende più verso i classici del rinascimento Disney che verso film volutamente complessi nel loro sviluppo, rivolti evidentemente ad un pubblico adulto. Ne La forma dell’acqua sono presenti alcuni elementi che richiamano direttamente il mondo fiabesco di casa Disney, proprio a partire dai due protagonisti: la principessa senza voce (“La Sirenetta”) e il mostro scontroso e bistrattato dalla comunità (“La bella e la bestia”). Il loro rapporto ripercorre linee già tracciate dalla cinematografia statunitense e anche lo sviluppo delle apparenze riguardanti la creatura che vengono ribaltate nel corso della pellicola non fanno eccezione. I personaggi secondari seguono una struttura familiare ai bambini di un tempo: Giles, vicino di casa e amico della protagonista, è lo stereotipo della classica spalla comica che porta una ventata di spensieratezza per spezzare i momenti più tesi. E proprio come i migliori personaggi secondari di casa Disney, anche Giles non sembra avere una conclusione all’altezza, ma vive in funzione del percorso di Elisa. In generale tutti i personaggi presentati nel corso della narrazione tendono ad essere stereotipati secondo una morale assoluta, per cui i buoni sono fin troppo candidi e innocenti, mentre i cattivi tendono ad essere spregevoli e violenti, senza mezze misure. Le musiche poi hanno proprio l’obiettivo che dare alla pellicola quel tocco di spensieratezza infantile, a dispetto di alcuni momenti topici. Il main theme era così vicino alle scelte musicali della Pixar che sono uscito dalla sala canticchiando la colonna sonora di Up.


Ma questo gusto fiabesco classico che rivive nelle scelte del regista passa anche dalla violenza, dalle scene di nudo, dalla tensione palpabile e da una toccante e sublime scena in bianco e nero che spezza il ritmo della pellicola per mostrare, senza dire, il senso di un amore impossibile.

La forma dell’acqua è un film raffinato e grottesco allo stesso tempo; è in grado di dare alla luce una nuova creatura mischiando a dovere la storia di diversi generi cinematografici. Ipnotico, ironico, intenso. Per apprezzarlo appieno dovrete però essere disposti ad accoglierlo con la mente di cui disponete ora e il cuore di quando, da bambini, avete conosciuto il mondo fuori attraverso i film Disney.

lunedì 9 gennaio 2017

OCEANIA E LA NOIA IN MUSICA

Il nuovo classico Disney di natale fonde una realizzazione tecnica meravigliosa ad una magia che va svanendo, in un settore ormai ricco di rivali di livello. La struttura di Oceania (o Moana, se non avete paura di confrontarvi col passato italiano) appare fin troppo classica in un momento storico che necessita di nuovi stimoli per restituire prodotti affascinanti. Dopo ben ottant’anni dall’uscita del primo classico Disney siamo ancora di fronte ad una variazione sul tema: principessa, emancipazione, musical, finale conciliatorio. A cambiare stavolta è l’ambientazione, ma talvolta non basta uno sfondo diverso per camuffare i soggetti in primo piano.
Se con Zootropolis - inserito anche nella classifica deimigliori film dell’anno - la Disney aveva mostrato di essere in grado di sfornare grandi film d’animazione composti da differenti livelli di lettura, con Oceania siamo di fronte a un Frozen 2. Per me un Frozen senza ghiaccio, grazie! Il target di riferimento si abbassa notevolmente e ogni messaggio si perde nella banalità del linguaggio. Pochi picchi interessanti e molte sequenze infantili, decisamente lontani dal trittico Ralph Spaccatutto, Big Hero 6, Zootropolis.


La componente musicale abbassa poi ulteriormente l’appeal di un racconto già di per sé povero di acuti. Le sequenze cantate, in perfetta sintonia con le versione dei detrattori della casa di produzione, non riescono a collocarsi nella continuità della narrazione e spesso risultano fini a sé stesse. Non sono un amante dei cartoni animati segnati dalla presenza ingombrante delle canzoni, ma, confrontando Oceania ai capolavori del rinascimento Disney, è possibile notare che anche Hercules, Aladdin, Il Re Leone e Tarzan basavano la costruzione delle loro storie su alcuni momenti musicali, senza però eccedere e cercando di contestualizzarli sempre all’interno della narrazione. Nell’ultimo classico questo non accade e il risultato è un lento assopimento in sala, aspettando che la situazione si vivacizzi sul finale.
Il finale però resta spoglio della mancanza di un vero villain e il classico momento di fraintendimento tra i protagonisti, con conseguente scioglimento del gruppo, non prende come dovrebbe, scevro della minaccia incombente di un Ade, uno Jafar, uno Scar o un Clayton. Il vero rimpianto di questa pellicola è lo spreco di un potenziale implicito interessante, come dimostra il senso profondo del finale senza nemico. Il nemico reale in Oceania è infatti l’avidità umana che divora i finti eroi e il mondo circostante, portando gli individui ad isolarsi nella loro quotidianità priva di slanci e aspirazioni. Questo messaggio di fondo sarebbe potuto essere sviluppato in maniera decisamente più adulta e convincente, invece che attraverso una struttura inflazionata e infantile.



Il mercato sta cambiando, la mia richiesta e quella della mia generazione sta mutando. Eravamo cresciuti con i capolavori degli anni ’90 e ora ci ritroviamo in un panorama ben più complesso in cui riuscire ad accontentare i gusti di varie branche di pubblico appare sempre più difficile, ma la classe passa dalla capacità di andare oltre le forme della fruizione attuale per dare senso ad un complesso di idee originali e renderlo fruibile a tutti. Il passaggio deve essere dal complesso al semplice, non dal semplice al complesso o addirittura statico nella chiarezza della banalità, come in questo specifico caso. Kubo e la Spada Magica è riuscito a toccare tutti, partendo da un’idea immediata, ricamandoci attorno una storia innovativa e restituendo poi un prodotto semplificato nella sua esteriorità narrativa, per essere un film d’animazione per tutti, non solo per alcuni. Rendendo in questo modo ancora più appagante la scoperta di un significato profondo nella storia. Se ti chiami Disney, a volte fare un film quadrato, intelligente e visivamente impressionante non basta senza i modi giusti.

lunedì 15 agosto 2016

TRAUMI INFANTILI - LA MORTE DI MUFASA

Correva l’anno 1997, apice del cosiddetto “Rinascimento Disney”. Era l’epoca in cui lo studio d’animazione sfornava un capolavoro all’anno, ma alcuni erano più capolavori di altri. E ancora oggi si discute e ci si vanta del cartone animato Disney uscito nel proprio anno di nascita nelle discussione da bar tra amici. C’è chi può tirare in ballo “La Bella e la Bestia”, chi “La Sirenetta”, chi “Aladdin”. Io capitai male e mi dovetti accontentare di “Pocahontas”, di cui tutti parlano bene, ma che nessuno in realtà riguarderebbe più di due o tre volte. Uno di quei capolavori meno capolavori di cui parlavamo prima. Ma torniamo al 1997, anno in cui avevo un anno e i miei genitori cominciavano ad acquistarmi delle ingombranti VHS per tenermi impegnato nelle ore pomeridiane. Di lì a pochi mesi avrei imparato precocemente ad inserire le videocassette nel videoregistratore, a farle partire e a non mandarle indietro prima di riporle nella custodia (Be kind, rewind!). Di lì a pochi mesi avrei bruciato pellicole, rotto custodie a furia di aprirle, collezionato (quasi) tutti i personaggi di Space Jam, ma quella è un’altra storia.


Una delle prime VHS che i miei genitori mi acquistarono fu il classico dei classici, successo planetario del 1994, “Il Re Leone”. La prima volta che lo vidi ero nella mia cameretta, la classica camera anni ’90, con il tappeto per le macchinine al centro, la cesta dei giocattoli e Topo Gigio sul letto. Ero nella mia camera, presumibilmente nel seggiolone - ora non ricordo con precisione, ma molto probabilmente ancora stentavo a camminare - quando mia madre diede inizio all’epopea di Simba nella savana prima di dileguarsi alla ricerca di faccende domestiche. Ricordo un incipit epico, seguito da momenti molto leggeri e spensierati in cui il piccolo protagonista faceva esperienza della sua nuova casa. Poi il dramma, il trauma: Simba che, ingannato da Scar, si trova in pericolo di vita, ma viene salvato dal fiero padre, leone coraggioso e valoroso. Quando però la situazione sembra risolversi per il meglio, ecco che rispunta il perfido Scar, e il futuro della famiglia reggente ripiomba nelle tenebre. Un salto nel vuoto, una carica di gnu e la fine precoce di un sovrano encomiabile e di una padre amorevole. Poi Simba che, passata la mandria, scende dalla rupe per soccorrere il padre. Ricordo un forte senso di smarrimento per quello che stava succedendo sullo schermo, mi dispiacque molto quando vidi il corpo esanime di Mufasa, ma è con la reazione di Simba che pesanti lacrimoni cominciarono a segnarmi il visino e a finire nella bocca salata. Piansi a dirotto pensando a Simba e alla sua perdita, all’improvvisa scomparsa della colonna sulla quale di fondava la sua infanzia. Mi sentì lì, in quella gola, al fianco del cucciolo, incapace di ridargli la speranza. In quella gola scura e polverosa, nella quale erano morti anche i colori della savana selvaggia.

Mia madre entrò in quel momento e mi vide in lacrime alla famosa scena della morte di Mufasa e pensò che, nonostante la tenera età, avessi già coscienza della morte. Il periodo in cui cominciava a credere di avere un figliolo genio, ma no genio tipo Spinoza che fa le battute che fanno ridere, tu le leggi, ridi, e quando la risata diventa espressione normale aggiungi “Genio”. No, proprio genio tipo Einstein o Montalcini, o anche quello di Aladdin, per rimanere in tema Disney. Ah mà, che abbagli che prendi!

Potreste però obiettare che io non possa avere ricordi di quando ancora dovevo spegnere a fatica due candeline. Ma si tratta di un ricordo prolungato, una serie di sensazioni ripetutesi nel tempo e arrivate fino a me oggi, mutate nella forma ma non nella sostanza che le contrassegnò all’epoca della prima visione. Ancora oggi, quando riguardo “Il Re Leone”, provo una fitta al cuore nel momento della dipartita violenta del baluardo dell’ordine e della speranza di Simba. Perché la morte è una parte di vita e, come tale, ne facciamo esperienza, la introiettiamo al pari di altri elementi e la portiamo con noi. Ognuno si trova un giorno a dover affrontare la morte, nelle sue diverse forme e rappresentazioni. Alla mia generazione, il trauma di Mufasa ha insegnato la mancanza di qualcosa quando essa c’è e un attimo dopo sparisce, nella polvere della savana grigia.

giovedì 24 settembre 2015

NBT: INSIDE OUT

Qualche mese fa è stato annunciato ufficialmente che il film “Gli incredibili 2” è in lavorazione. Nonostante io adori il film originale ( e la sua soundtrack  ) non sono stato entusiasmato dalla scelta di produrne un sequel. Un altro sequel. Sequel, sequel e ancora sequel: questo sembra essere l’andamento in casa Pixar. Oltre a “Gli incredibili 2” sono in programmazione anche “Finding Dory” (sequel di “Alla ricerca di Nemo”), “Toy Story 4” e “Cars 3”. Così tanti sequel sono forse sinonimo di mancanza di idee? Questo solo il tempo ce lo potrà dire.
Intanto per fortuna quest’anno è uscito un film originale made in Pixar e … WOW! È un film stupendo. Sto parlando di “Inside Out” diretto dal buon Pete Docter  che aveva  già dimostrato il suo talento dirigendo due dei miei film Pixar preferiti:  “Monsters & Co.” e “Up”.
L’idea di base del quindicesimo lungometraggio d’animazione dei Pixar Animation Studios è quella di farci entrare all’interno della mente di umana e di mostraci come funziona mediante una personificazione delle emozioni.
Un’idea che in realtà si era già vista ma che in questo film viene sviluppata in maniera superba.
“Inside Out” può essere considerato come il film più ambizioso mai prodotto dalla Pixar. I creatori di questo film sono stati in grado di dare vita sullo schermo all’astrattezza dei processi mentali riuscendo a conferire concretezza alle complesse sfaccettature della mente umana.
Il più grande pregio della Pixar è aver sempre prodotto film d’animazione apprezzabili da parte di varie fasce di pubblico (il che non è affatto semplice) strutturandoli in modo da permettere diversi livelli di lettura. Questo è particolarmente vero nel caso di Inside Out.


Il film si sviluppa su due piani distinti: da una parte c’è il piano della realtà nel quale si verificano determinati avvenimenti e dall’altra c’è il piano mentale nel quale possiamo osservare le reazioni che questi avvenimenti producono nella psiche della protagonista dove troviamo le sue emozioni personificate: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.
La protagonista è Riley, una undicenne che si trasferisce con la famiglia dal Minnesota a San Francisco e che incontra qualche difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto.  Quello che conta realmente però è ciò che accade all’interno della sua testa dove le situazioni tutto sommato normali che si trova ad affrontare producono un fortissimo impatto sulla sua mente. Gli eventi che Riley vive in prima persona ne plasmano la personalità  e Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto si trovano di fronte a grossi sconvolgimenti che devono cercare di risolvere. 


Ciò che colpisce immediatamente lo spettatore di questo film sono i colori accesi e vividi. Inside Out è coloratissimo, un tripudio di colori sgargianti sullo schermo, una festa per gli occhi. Poi ovviamente la qualità della computer grafica Pixar non si discute, anche nei film meno riusciti dello studio la qualità tecnica dell’animazione computerizzata è comunque sempre rimasta a livelli straordinari ed in questo film si toccano nuove vette, soprattutto nelle sezioni che si svolgono all’interno della testa della protagonista dove gli ambienti e i personaggi sono resi in maniera eccezionale. Ma che vo’ dico a fa’?
Inside Out è anche un film divertente e come tutti i film Pixar sa come intrattenere lo spettatore senza mai scendere nel banale, ma questa è una qualità attesa per un film di questo studio.


Quel che mi ha lasciato sbalordito è come il film sia stato in grado di dare concretezza e materialità a elementi che hanno di per sé natura astratta. È un miracolo come si sia riuscito a rendere sullo schermo in modo così convincente  le emozioni, i pensieri, i ricordi, l’elaborazione di concetti, l’immaginazione e i processi mentali della protagonista. Questo film è l’ennesima prova delle capacità dei film d’animazione. Sono film che ci permettono di raccontare delle storie che non sarebbe possibile raccontare in nessun’altro modo.
Quando si parla di film d’animazione invece si finisce spesso per relegarli ad una categoria a sé. Un film d’animazione di particolare valore spesso viene definito un capolavoro “nel suo genere”, si tende quindi ad isolarlo nella sua categoria tenendolo ben distante dai “veri” capolavori del cinema; viene inconsapevolmente percepito come film “semplificato”, che essendo rivolto ad un pubblico giovanissimo necessariamente deve scendere a patti con la narrazione ed abbassare il livello della qualità in modo da poter essere godibile per tutti.

Questo  non è assolutamente vero e se avete ancora dubbi a riguardo basterà poco per eliminarli: andate al cinema e guardate “Inside Out”. Quando uscirete dalla sala sono certo che smetterete una volta per tutte di considerare l’animazione un genere minore.

Antonio Margheriti

mercoledì 2 settembre 2015

TOP 15 SERIE ANIMATE DISNEY - FINALE

Eccoci arrivati all’ultima parte della nostalgica classifica incentrata sulle migliori serie TV animate targate Disney. Quelle con cui siamo cresciuti, che ci hanno formato e informato sul mondo. Quelle serie che ci svegliavano meglio la mattina o che ci tenevano compagnia nei pomeriggi autunnali di pioggia, quando non si poteva far altro che stare a casa. Le serie di cui ancora oggi ricordiamo sigle, personaggi ed episodi storici. Un pezzo di noi.


5° POSIZIONE: Cip Ciop - Agenti Speciali (1989)
Ricordate Cip e Ciop, i due fastidiosi scoiattoli che da sempre rovinano i momenti di tranquillità sull’amaca del malcapitato Paperino? Ecco, prendete quei personaggio, rendeteli più umani e vestiteli da novelli Sherlock e Holmes. Avrete così ottenuto il giallo Disney più divertente, appassionante e variegato. I due protagonisti, affiancati da altri tre personaggi coloratissimi e molto divertenti, formeranno una novella Misteri e Affini alla caccia di loschi malviventi. Gli elementi che ancora ricordo chiaramente di questa serie, ormai passata di moda, sono il metodo meticoloso e attento con cui i protagonisti ricercano indizi utili alla risoluzione dei casi, la frenesia degli inseguimenti, i colpi di scena e la perfetta costruzione delle storie. Una costruzione che pone sui dettagli e sulla suspance le sue fondamente. Se non ci fosse stato Scooby-Doo non ci sarebbe stata Cip e Ciop, ma senza Cip e Ciop non ci sarebbe stata Fillmore. Un’opera storica da recuperare e gustare ancora oggi. Fatelo.


4° POSIZIONE: Ricreazione (1997)
I personaggi più iconici di sempre. Il ritratto perfetto della vita di un bambino delle elementari. Ricreazione riesce a ricreare quel momento in cui tutto è più grande ma l’immaginazione di un pargolo ha la meglio sulla cattiveria del mondo, sulla routine, sulla tristezza e una semplice e ordinaria giornata di scuola può trasformarsi nell’esperienza più entusiasmante di sempre. Ciò che dimentichiamo di saper fare crescendo. La mia fanciullezza in una sola semplice serie. Meravigliosa.


3° POSIZIONE: Lilo E Stitch (2003)
L’omonimo lungometraggio animato del 2002 ha dato inizizio ad una serie di prodotti seondari legati al brand dell’esperimento 626. Tra questi spicca indubbiamente la serie animata andata in onda prima su Disney Channel e poi sulle reti Rai. Le atmosfere sono le stesse dei film: isolotto nelle Hawaii, surf, musica folkloristica, problemi familiari e molto Elvis. Ciò che di nuovo la serie introduce sono gli altri esperimenti; e per ognuno Lilo e Stitch dovranno trovare una sistemazione utile alla comunità dopo aver salvato il potenziale pericolo dalle grinfie di Gantu e dell’accanito preparatore di panini 625. La serie spinge fortemente sul lato collezionistico e sulla curiosità innata del giovane pubblico centrando perfettamente nel segno. Un esperimento più fantasioso dell’altro, una puntata migliore dell’altra. Ricordo perfettamente almeno la metà degli episodi, questo vorrà pur dire qualcosa. What Children Want!


2° POSIZIONE: Kim Possible (2002)
LA Storia del canale. Basterebbe solo questo per descrivere Kim Possible, ma parliamone ancora un po’. In realtà la serie narra di Rufus, talpa senza pelo, amante dei burritos e dei tacos, che vive nella tasca del pantalone di Ron Stoppable. È lui il vero protagonista. La talpa, non Kim, non Ron. Ma se vi interessa la storia della donzella, essa ruota attorno all’agente segreto più divertente della storia dell’animazione. Avventure ben congeniate, epiche ed esilaranti. A metà tra storie originali e parodie dei classici d’azione e di spionaggio vicini alla serie dell’agente 007. Una comicità classica ma sempre fresca e un finale di serie ( il film “Kim Possible - La Sfida Finale”) che rende giustizia all’intera produzione superando il livello medio degli episodi. Ciò che ogni serie perbene meriterebbe e che invece quasi mai viene realizzato. Il nuovo punto di riferimento per tutte le serie action nate dal 2000 ad oggi. Storico.


1° POSIZIONE: DuckTales (1987)
Prima di DackTales il mondo era diverso: il muro di Berlino era ancora in piedi, non esisteva l’Unione Europea tanto cara a Salveenee, la Disney non produceva serie originali e l’idea di creare degli spin-off con le star dei film era ancora lontana quando i responsabili della casa di produzione decisero di trasporre sul piccolo schermo la serie a fumetti DuckTales. Zio Paperone, Qui, Quo e Qua, Jet, Archimede e sporadicamente Paperino. La dinastia dei paperi alle prese con le avventure di Indiana Jones. Prima di Kim Possible fu Paperon De’ Paperoni a dettare i canoni delle serie animate Disney per quasi quindici anni. Perfetta, con l’aggiunta di una sigla storica che probabilmente rende più in italiano che in lingua originale, strano ma provare per credere. Cosa chiedere di più? Irraggiungibile.

Ora potete finalmente rilasciare tutte le lacrime trattenute. Spero che questa serie vi abbia fatto tornate, anche se per poco, un po’ bambini. Spero che tutti voi, grandi e piccini, ricordiate chiaramente la vostra infanzia. Quando non c’erano responsabilità o problemi. Quando il mondo era più colorato.
A presto con la prossima TOP/FLOP. A presto. Lacrime.


lunedì 17 agosto 2015

TOP 15 SERIE ANIMATE DINEY - SECONDA PARTE

Rieccoci a parlare di passato con le lacrime agli occhi e le sigle nelle orecchie. Oggi prosegue la scalata alla vetta attraverso cinque serie Disney, alcune più classiche, alcune più particolari, alcune più fantastiche. Ormai, arrivati a questo punto, la qualità intrinseca dei prodotti è pressoché stabilizzata su uno standard medio-alto, ciò che incide maggiormente sulla scelta delle posizioni da assegnare è il mio personalissimo gusto; per cui fatevene una ragione se non siete d’accordo, godetevi questa rosea rimembranza ed eventualmente commentate qui sotto o sui social(s) per dire la vostra. E che Magia sia!


10° POSIZIONE: Timon e Pumbaa (1995)
Ad un anno dall’uscita nelle sale del Re Leone, arrivano sul piccolo schermo le avventure delle due spalle comiche più iconiche di sempre: il suricata Timon e il facocero Bumbaa. Le risate sono garantite. Episodi molto spesso autoconclusivi che indagano il dolce far nulla della coppia nella giungla. Citazioni a raffica e trovate sempre nuove per stupire i giovani spettatori che non possono fare a meno di aspettare con impazienza l’ora di Timon e Pumbaa, l’ora del divertimento, anche a vent’anni di distanza. L’età che non si sente. Serie poco profonda ma indubbiamente riuscita e senza tempo.


9° POSIZIONE: Pepper Ann (1997)
Le disavventure semicomiche di una ragazza adolescente, poco appariscente, ma molto creativa e intelligente. La serie, che dallo stile dei disegni e dalle musiche potrebbe far pensare alla solito prodotto incentrato sui soliti stereotipi dei soliti ragazzi americani medi, in realtà scava nel profondo del personaggio di Pepper Ann mostrandone dubbi, perplessità e problemi apparentemente insormontabili legati all’età attraverso i monologhi della protagonista con la se stessa immaginaria, quella dello specchio per intenderci. Anche i personaggi secondari non sono da meno, dalla madre ai due migliori amici, tutti ben caratterizzati, divertenti e funzionali all’introduzioni di temi più interessanti; uno su tutti la difficoltà di crescere con i genitori divorziati. Una serie molto sottovalutata a causa di alcune lacune tecniche non indifferenti. Da recuperare.


8° POSIZIONE: Phineas e Ferb (2007)
I cartoni di una volta sono migliori di quelli di oggi. Ai miei tempi non c’era Peppa Pig. Si stava meglio quando si stava peggio, non esiste più la mezza stagione e altre sciocchezze simili. Phineas e Ferb ha esordito sulle reti satellitari nel lontano 2007, quando il sottoscritto scrivano aveva già dodici anni suonati, anche se ne dimostrava undici e mezzo. Credo fosse l’estate in cui cambiai voce. Dodici cominciavano ad essere abbastanza per andare in classe e raccontare di quanto fosse stata avvincente l'ultima puntata di quel cartone su Disney Channel. Sta di fatto che di serie animate come queste non se ne vedevano da tempo: esilarante, accattivante, divertente e innovativa. Una comicità quasi mai banale che cita spesso (soprattutto nelle storie del duo Agente P.-Dr. Doofenshmirtz) e riesce sempre a rinnovarsi. Trovate geniali come i cori per annunciare i luoghi o il mattone (“È  divertente”). Ma ciò che risalta di più di Phineas e Ferb è l’inventiva dei creatori nell’immaginare in ogni puntata cosa potrebbero creare di nuovo due bambini usando solo la loro immaginazione. Gli sceneggiatori sono realmente riusciti ad entrare nella mente di un pre-adolescente e a capire le prerogative della fantasia di questo. Unica.


7° POSIZIONE: Fillmore! (2002)
Una delle mie serie preferite in assoluto. L’universo del giallo e del poliziesco viene adattato e riversato in uno stampino formati mini a forma di scuola media X. Intenso, coinvolgente, ben scritto e decisamente maturo. Tutto ruota attorno alla figura dell’agente Cornelius Fillmore che, coadiuvato dalla nuova arrivata Ingrid Third, si occupa della sicurezza nella suddetta scuola. Giovani malviventi, spacciatori di figurine e ragazzi scartati dalla squadra di football assetati di vendetta però rischieranno di minare costantemente il lavoro della vigilanza. Fantastici i dialoghi in salsa pulp tra il protagonista e il responsabile del corpo di agenti (due coetanei adolescenti). Interessante anche l’apertura successiva al mondo esterno alla scuola. Se al posto dell’ambiente scolastico ci fosse un quartiere malfamato della Grande Mela e al posto delle figurine ci fosse della droga oggi staremmo parlando di una rinomata e duratura serie crime in onda su Fox, invece Fillmore! fu cancellata per penuria di ascolti. L’aspetto cartoonesco inganna. Non indirizzata ai più piccoli.


6° POSIZIONE: Gargoyles (1994)
Quella sigla mi incuteva timore al punto da bloccarmi immobile davanti al televisore acceso. Forse era questo l’intento fin dall’inizio. Tutto ciò che non è Disney: stile gotico e spigoloso, atmosfere Dark, violenza e drammi adulti. Tutto meravigliosamente diverso. La storia segue le avventure di un gruppo di Gargoyle (o gargolle in italiano), ossia quelle statue di pietra che troneggiano sulla cime di torri e di chiese antiche, che, a causa di un sortilegio magico, si risveglia nella New York degli anni ’90. Dopo un iniziale sbandamento, i nostri protagonisti decidono di impiegare le loro forzo nella lotta al male, sorvolando sul loro profondo desiderio di tornare al 994 e di riunirsi ai loro cari. Da qui prendono inizio le appassionati avventure dei guardiani della notte, avventure che si mischieranno alla malavita, agli incantesimi, alla mitologia nordica e alla guerra intestina tra Gargoyle. La Disney finalmente punta in alto e colpisce nel centro, al cuore dei ragazzi ormai stanchi delle monotone avventure di quel topo fastidioso e della sua dolce metà dalla voce infrangi-cristalleria. Una serie matura, adulta e dall’intreccio invidiabile. Quel picco che segno una generazione, purtroppo non la mia.

La prossima settimana prendiamo una pausa con questa speciale classifica nostalgica e fantasiosa per lasciare spazio ad un articolo più impegnato e riflessivo. Stile classico insomma. Per cui l’appuntamento è rimandato all’ultimo giorno d’agosto, quando sulle mie spalle graverà oramai un altro anno. Ah! La vecchiaia.

martedì 11 agosto 2015

TOP 15 SERIE ANIMATE DISNEY - PRIMA PARTE

Non conosco il vostro passato, non posso conoscere il passato di ogni giovane lettore di questo blog e come egli abbia passato l’infanzia. Però ricordo il mio passato e la mia infanzia, che, tra un giro in bicicletta e una maratona di Pokemon Argento, era perennemente segnata dalla presenza di Disney Channel, canale satellitare della casa di produzione statunitense. Di tale canale ricordo ancora tutto: serie originali, film, serie tv con attori in carne ed ossa, produzioni nostrane della Disney Italia, Giovanni Muciaccia, ma soprattutto le serie animate, quelle che spesso riprendevano i personaggi storici del brand di Topolino e ne approfondivano passato, presente e futuro. Perché allora non dedicare una TOP senza FLOP (perché FLOP non ne ho trovati) alle serie animate in questione? Ho cercato sull’onnipresente wiki con l’idea di stilare una TOP 5. Ciò che in realtà è venuto fuori dalla mia cernita è stata una TOP 17 (!), poi ridotta a fatica a 15 per convenienza.
Armatevi di lacrime e nostalgia quindi, stiamo per rituffarci in un cassetto immenso e roseo della mia memoria, stiamo per riesumare un pezzo della nostra infanzia ormai volata via. Ecco a voi le migliori serie animate Disney.



15° POSIZIONE: Brandy e Mr Whiskers (2004)
Serie alquanto bizzarra che, almeno a prima vista, non farebbe pensare mai alla Disney delle famose principesse, ma più a cartoni animati psichedelici e disturbanti in voga negli ultimi anni quali Adventure Time (capolavoro) e Sanjey e Craig. Brandy è una cagnolina ricca e snob, mentre Mr. Whiskers rappresenta il completo opposto: sudicio, rumoroso, fastidioso e decisamente poco attento all’outfit. Questa strana coppia si ritrova su un’isola fuori dal mondo e dovrà imparare a collaborare per sopravvivere. Gli episodi ovviamente sono autoconclusivi e, tranne in rari casi, non modificano la psiche dei personaggi e il rapporto tra questi. Ciò che davvero caratterizza la serie è la comicità “volgare” (almeno per i bambini) che faceva ridere puntando alla pancia dei bambini. Una piccola rivoluzione per l’epoca.



14° POSIZIONE: La Famiglia Proud (2001)
Questa serie riesce forse ad essere ancor più innovativa della precedente. Le classiche serie tv anni ’80 e ’90 che vedevano protagonista una normale famiglia di folkloristici afroamericani vengono condensate e rese graficamente con uno stile sporco e spigoloso; come sporca e spigolosa è la comicità che contraddistingue l’indimenticabile famiglia Proud. In particolare ricordo la nonna “Sugar Mama” (chiamata in questo modo da chiunque in famiglia) e il piccolo di casa con i capelli afro. Colonna sonora nera e decisamente azzeccata. Infinite le citazioni alla cultura Hip Pop americana di fine anni ’90 e inizio anni 2000.



13° Posizione: American Dragon (2005)
Serie che ho amato molto all’epoca dell’uscita, forse perché incentrata sul mondo dei draghi e dei ninja e a dieci anni tutti i bambini amano i draghi e i ninja. Jake long è un normalissimo ragazzo che all’occorrenza più tramutarsi in drago per combattere le forze del male. A differenza delle serie precedenti, questa presenta una trama di fondo molto ben scritta che viene portata avanti di episodio in episodio. Società segrete, poteri nascosti, amori inconfessabili e colpi di scena davvero di grande effetto. Una delle migliori serie action presenti in classifica. Sapeva esattamente cosa volessero i bambini all’epoca e il successo di pubblico fu più che meritato.



12° POSIZIONE: Buzz Lightyear da Comando Stellare (2000)
Talvolta cavalcare l’onda è sinonimo di soldi facili a discapito della qualità, ma non è questo il caso della serie animata incentrata sulle ipotetiche avventure dell’enorme Buzz Lightyear, protagonista della celebre saga di Toy Story. In realtà esiste un passaggio intermedio che molti ignorano: la serie presente in questa classifica è in realtà il prosieguo di un pilot-film rilasciato direttamente in VHS nello stesso 2000 dal titolo “Buzz Lightyear da Comando Stellare: Si Parte”. La storia riprende le ipotetiche avventure di Buzz sul suo pianeta natio, coadiuvato da tre agenti spaziali molto sopra le righe nella battaglia infinita a Zurg. La serie probabilmente pecca graficamente e non riesce a mantenere lo stesso livello d’intrattenimento in tutti gli episodi, ma rivedere questo personaggio storico della Pixar in una serie tutta sua ed esplorare con lui il comando stellare fino a quel momento solo sognato le fa meritare il dodicesimo posto.



11° POSIZIONE: Ecco Pippo! (1992)
Pippo è esilarante. Una sagoma maldestra dedita alla risata. I corti più datati lo vedevano sempre alle prese con situazioni surreali e sopra le righe, ma come se la cava il nostro Pippo nella quotidianità? Ecco che il giovane Max ci viene in aiuto e costringe lo stravagante protagonista ad assumersi le responsabilità del padre. E il connubio Pippo-semplicità funziona benissimo divertendo, coinvolgendo e regalando sporadicamente interessanti lezioni di vita che un bambino non riconosce al momento ma che ricorderà e riconoscerà poi. Una serie d’altri tempi. Si stava meglio quando si stava peggio, ogni tanto ci credo.

Spero che anche voi abbiate ricordato con piacere queste serie di un futuro passato o di un passato futuro; facciamo di un passato passato. A lunedì prossimo per la seconda parte della classifica estiva. Buone vacanze, almeno per chi è in vacanza, altrimenti buon caldo.


martedì 9 giugno 2015

FLOP 10 CINECOMICS MARVEL - PRIMA PARTE

Il solo fatto che per una TOP 5 esista una FLOP 10 dovrebbe già suggerire quanti film tratti dai fumetti Marvel si siano rivelati poi dei flop, più o meno clamorosi, e quanto, a conti fatti, dal mio punto di vista, il livello medio dei prodotti supereroistici contemporanei sia a tratti infimo; elogiato ed innalzato dai fanboy e da manovre di marketing ragionate. Mi viene da pensare che le eccezioni siano i prodotti godibili, anziché le ignobili commercialate vuote di contenuti realmente interessanti.
Ci tenevo poi a precisare che, per ogni saga Marvel, è stato inserito un singolo film, il peggiore, per evitare ripetizioni e classifiche interminabili. Vorrei anche aggiungere che, specialmente in questa prima parte, la differenza tra due titoli in posizioni adiacenti è assai sottile, talvolta pressoché nulla. Passiamo quindi all’analisi dei film dalla decima alla sesta posizione.



10° POSIZIONE: The Incredible Hulk (2007)
Il meno brutto dei brutti, il meno peggio. Dopo il primo capitolo introspettivo e riflessivo diretto dal celebre Ang Lee, il cappellino con visiera con su scritto “Director” è passato sulla testa di Leterrier, e il cambio si è sentito. The Incredible Hulk, a dispetto di un cast eccelso (con il mio amato Edward Norton nel ruolo di protagonista) e di un budget invidiabile, risulta essere un’accozzagli di elementi action che stonano con la doppia natura dell’eroe verde. Dopo un inizio in medias res, il film si perde, si dilunga e annoia senza infamia né lode. A tratti cerca di essere un action, a tratti un thriller psicologico, a tratti un road movie, ma non riesce mai ad mantenere una linea definita per più di un quarto d’ora.  Prodotto sottotono ed evitabile, anche se più originale in quanto realizzato prima della rivoluzione ironmaniana; un po’ come la globalizzazione.



9° POSIZIONE: The Amazing Spiderman 2 - Il Potere Di Electro (2014)
Non posso dire che in generale questo film non mi sia piaciuto; il suo lavoro di mero intrattenimento lo fa, ma presenta troppe falle, troppe debolezze, troppe incertezze. Ogni colpo di scena, se così possiamo chiamarlo, è telefonato a partire dal primo secondo della pellicola, morte che stravolge la vita del protagonista nel finale compresa. Mai una sorpresa. I nemici poi falliscono miseramente: in tre non riescono mai a sembrare davvero minacciosi, non riempiono mai lo schermo senza la presenza pesante dell’Uomo Ragno; poco carisma e profilo psicologico abbozzato e stereotipato. Rhino comparsata, Electro ridicolo, Goblin irritante. Anche le rivelazioni sul passato del protagonista annoiano e non convincono.
La storia d’amore di Spiderman e Gwen sembra quella di Dawson’s Creek (con annessa scena in lacrimoni), ma almeno ci regala Emma Stone, vero punto di forza dell’intera saga.



8° POSIZIONE: Thor (2011)
Film del filone degli Avengers con la talentuosa Natalie Portman e il palestratissimo Chris Hemsworth. Già la scelta del cast denota la volontà dei Marvel Studios di ampliare il loro pubblico e di aprirsi anche ai neofiti dei fumetti; una svendita di un prodotto che una volta era per soli nerd insomma.
Il film è realizzato bene, ottimo il dualismo Asgard - Terra. Il grande problema dell’intera pellicola sono però i tempi: tutti clamorosamente sbagliati. La cacciata di Thor, l’arrivo sulla Terra, l’amore con la bella scienziata, ma soprattutto il cambiamento del protagonista. In un giorno sul nostro pianeta questo dio fiero e alquanto chiuso al mondo esterno si innamora, si redime, scopre l’uguaglianza delle popolazioni dell’universo e riacquista i poteri. Tutto in un solo dannato giorno. UNO. Oltre a ciò altre sciocchezze in fase di scrittura minano la credibilità di un titolo che cade troppo spesso nel banale. Se non ci fosse stato Loki credo avreste letto di questo film la prossima settimana.


7° POSIZIONE: Iron Man 3 (2013)
La svolta dark dell’uomo con l’armatura che vuole ricalcare quanto fatto da Nolan con l’uomo pipistrello. Il film, ancora una volta, rientra nel novero dei prodotti Marvel realizzati bene ma scritti coi piedi. Quando tutti voltano le spalle al simpaticissimo Robert Downey Jr. avrei voglia di voltargliele anch’io. Una serie di eventi incoerenti e campati in aria che di dark non hanno niente e un villain, il fantomatico Mandarino interpretto da Gandhi in persona, che non è un villain ma un impostore, un fantoccio, un burattino. Delusione.
Il problema principale di questo film è forse il trailerche ha creato false aspettative: tragicità, phatos, armature che si scagliano contro lo stesso Iron Man. Niente di tutto ciò. Il film è la solita commediola mal riuscita. Niente di nuovo.



6° POSIZIONE: Wolverine - L’Immortale (2013)
Gli X-Men. La seconda saga dal punto di vista cronologico per la Marvel. Una serie che fa della pluralità del gruppo di mutanti  il suo vanto diventa una sottoserie incentrata su un solo protagonista, Wolverine appunto. Se Wolverine - Le Origini poteva essere divertente preso come semplice concentrato d’azione e dimostrava di avere una trama abbastanza interessante (carino anche per la presenza del presunto assassino della mamma di Sidney Prescott), il suo sequel indiretto si rivela essere solamente una trashata senza capo né coda. Logan è turbato dalla morte di Jean e allora viaggia fino in Giappone dove ci sono robot samurai che combattono con le spade sui tetti, il tutto condito da magnati e clan che vogliono i poteri del mutante. Lo vedete da soli che non regge. Non regge niente. Oltretutto è anche soporifero oltre ad essere terribilmente brutto e nella continuity della saga nel suo complesso non conta nulla, se non per la solita scena successiv ai titoli di coda. Hugh Jackman però è sempre Hugh Jackman, non c’è niente da fare.


Per oggi la nostra avventura nella faccia oscura della Marvel finisce qui. Vi prometto che la prossima settimana analizzeremo perle di rara bruttezza, film orribili a di là del fatto di essere tratti dai fumetti, abomini che nessuno dovrebbe vedere. MAI.

venerdì 8 maggio 2015

TOP 15 CLASSICI DISNEY - FINALE

Eccoci arrivata alla fine di un lungo excursus sui classici Disney durato ben cinque settimane. Spero che questa serie di articoli v’abbia garbato perché penso di realizzare in futuro altre classifiche inerenti a temi vari ed eventuali, magari qualcosina sui cinecomics (SPOILER!!!).
Prima di passare ai cinque classici di cui vorrei parlare oggi però ci terrei a precisare ancora una volta che la scelta delle posizioni e l’analisi dei titoli sono solamente opinioni personali. Inoltre sappiate che, arrivati a questo punto, tutti i film analizzati rasentano la perfezione, e forse qualcuno la raggiunge, quindi la differenza tra due posizioni limitrofe è davvero ridicola. Ipoteticamente avrei anche potuto capovolgere questa TOP 5 senza stravolgere il senso della classifica, per cui se ho deciso di mettere un film al quarto posto e un altro al terzo è solo per quel piccolo dettaglio che me l’ha fatto apprezzare di più. Finiti i convenevoli addentriamoci per l’ultima volta nel fantastico mondo dei cartoni animati targati Disney.


5° POSIZIONE: Aladdin (1992)
Si vola a bordo del tappeto magico muto più espressivo della storia del cinema fino nell’antico mondo incantato tratto da “Le Mille e una Notte”. L’atmosfera orientaleggiante è indubbiamente una delle più riuscite: ogni nota usata come sottofondo, ogni punta arricciolata delle calzature tipiche richiama il mondo arabo. Anche i protagonisti vengono resi attraverso una tonalità di colore più scura per la pelle e ciò rappresenta una novità eccezionale, Jasmine, protagonista femminile, infatti è la prima principessa Disney a non essere raffigurata con la pelle candida, come era stato per Biancaneve, Cenerentola e Ariel.
La più grande novità introdotta è forse però la comicità del Genio (doppiato in originale da un neo speaker Robin Williams e in italiano da Gigi Proietti). Irriverente, logorroico e dissacrante. Impossibile non amarlo. Attraverso questa spalla comica inoltre viene introdotta una forte vena citazionista che diverrà poi uno dei marchi di fabbrica della Disney del nuovo millennio.
La storia d’amore tra Aladdin e la principessa Jasmine è sì interessante e ben costruita, ma a tratti pecca di poca originalità, nelle meccaniche della relazione sembra già vista. Il cattivo invece merita un plauso particolare; Jafar infatti è un diabolico stratega senza scrupoli, uno dei più amati personaggi dell’animazione statunitense.
Ottime, evocative e decisamente azzeccate nell’ambientazione orientale le musiche (su tutte “A Whole New World”), anche se decisamente non all’altezza di quelle del film alla prossimo posizione.


4° POSIZIONE: Il Re Leone (1994)
Uno dei titoli giustamente più amati di sempre. Un tuffo nella savana, nel mondo degli animali selvaggi in cui alla legge del più forte è associata anche un’organizzazione gerarchica della società che vede al potere il re leone. Paesaggi mozzafiato, scene ampie e corali dal taglio cinematografico come la sequenza d’apertura (“Azibegna”, la più bella Africa in libertà), quella del battesimo di Simba o la tragica morte di Mufasa. Ottima trasposizione animata dell’Amleto di Shakespeare e buone anche le altre citazioni alle opere del misterioso autore anglosassone. La storia non è però il punto forte di questo film, sembra a tratti un pretesto per l’introduzione di personaggi indimenticabili e la giustificazione di canzoni meravigliose; per cui un pretesto più che giustificato. I personaggi, sia quelli principali che secondari, sono tutti fantastici, ben caratterizzati, colorati e simpatici fin da subito. Timon e Pumba storiche e insostituibili spalle comiche. Rafiki; non serve aggiungere altro. Se dovessi però indicare la vera eccezione della pellicola direi sicuramente le musiche, composte dal sempreverde Hans Zimmer, e le scene a queste correlate: “Voglio Diventar Presto un Re”, “Hakuna Matata”, “Can You Feel The Love Tonight” e soprattutto “Il Cerchio della Vita”, epicità pura.
Un film attraverso cui da piccolo ho assimilato il concetto di morte. Quante lacrime versate su quella cassetta. Peccato che tutte le sfaccettature del capolavoro indiscusso abbiano preso vagamente ispirazione da “Kimba, il Leone Bianco” del celebre mangaka Osamu Tetzuka. Peccato.


3° POSIZIONE: Mulan (1998)
La Cina, il paese più popoloso al mondo, in tutto il suo splendore: tradizioni, folklore, architetture inimitabili e paesaggi diversificati. Viene però puntato il dito anche contro la chiusura mentale, la divisione in classi sociali e soprattutto contro la forte misoginia che regna sovrana. Un film che rilancia la figura della donna in una chiave molto moderna e aiuta i bambini a sviluppare un’idea di uguaglianza tra sessi che porteranno con loro per il resto della vita. Un insegnamento molto prezioso e profondo.
Il tratto del disegno richiama gli ideogrammi e i disegni tipici cinesi, i personaggi risultano ironici e simpatici, soprattutto i tre soldati caratterizzati. Mushu esilarante quasi come il Genio (peccato per la voce della mooseca), Cri Kee e il cavallo riescono a far ridere senza parlare, dote di pochi. Villain perfido, minaccioso, silenzioso e astuto, uno dei migliori di sempre.
I protagonisti della Disney troppo spesso vengono relegati a collante di altre situazioni comiche o di insegnamenti poco interessanti, Mulan invece si impone come figura centrale e portante dell’intero film. Cosa rimarrebbe a questo prodotto se gli venisse tolta l’eroina con gli occhi a mandorla? Poco, quasi nulla. Mulan è il centro indiscusso dell’opera e infatti, quando viene allontanata per un lasso di tempo breve a causa del suo sesso, la situazione precipita rapidamente. Personalità dirompente. Fantastica.
Il film si compone di molte sequenze azzeccate e ispirate, ma tre di queste emergono decisamente sulle altre sottolineando la qualità del prodotto: l’addestramento sulle note di “Farò di Te un Uomo” che carica in maniera indescrivibile lo spettatore, a prescindere dalla sua età, la valanga provocata dalla strategia di Fa Mulan e lo scontro finale tra i fuochi d’artificio con annessa citazione epica al nostro caro cavaliere oscuro.
Peccato per una lentezza a tratti eccessiva in alcuni frangenti, come ad esempio all’inizio, ma comunque eccezionale.



2° POSIZIONE: Le Follie Dell’Imperatore (2001)
Il primo film analizzato nelle prime Recensioni dellaSettimana, già storia di questo blog secolare. Cosa aggiungere allora a ciò che avevo già detto riguardo questo titolo quasi due mesi fa? Potrei elogiare Kronk in quanto spalla comica non-sense più riuscita di sempre, potrei sottolineare la maturità del prodotto, privo di morali banali ed edulcorate (se non nel finale), potrei ribadire l’ondata di novità portata da Kuzco, cinico e spietato protagonista che stravolge totalmente i canoni classici, potrei cominciare a citare le battute più divertenti del film ma finirei per riportare qui tutta la sceneggiatura e ciò allungherebbe un po’ troppo questo articolo, potrei ricordare tutte le comparse che aiutano a sostenere una pellicola che si presenta senza molte pretese ma che vola altissimo, potrei ribadire la scena con i giaguari nella giungla, quella del ponte o quella dell’inseguimento finale condito da esilaranti trasformazioni (l’uomo-mucca su tutte).
Potrei, sì, ma non credo ce ne sia bisogno. Mi limito solo a dire Capolavoro.


1° POSIZIONE: Hercules (1997)
Come superare il Capolavoro con la C maiuscola? Semplice, con la Perfezione, anche questa con la lettera maiuscola ovviamente. Sarà a causa del mio debole per l’epica e la mitologia greca, ma obiettivamente non riesco a trovare difetti in questo film. Tutti gli ingredienti che in passato avevano garantito alla Disney i grandi successi che conosciamo vengono ripresi, ingigantiti con intelligenza e mescolati abilmente per creare IL film d’animazione americana per eccellenza.
A partire dal protagonista tutti i personaggi, principali e secondari sono caratterizzati alla perfezione magari attraverso pochi dettagli esteriori o volatili battute fugaci. Phil (cioè dai, il nostro amato Presidente della Repubblica Giancarlo Magalli che doppia un satiro tozzo ma abile nell’addestrare gli eroi deve essere l’epicità fatta personaggio), Pena e Panico, Pegaso. Tutti meravigliosi. Un discorso a parte va fatto per Ade, allo stesso tempo esilarante e diabolico, ridicolo e minaccioso. “Chi mi ha spento i capelli?”. Semplicemente il miglior cattivo Disney e uno dei migliori della storia del cinema, sicuramente tra i più iconici.
Altro grande punto a favore di Hercules è la trama, stavolta davvero interessante, coinvolgente, movimentata e ricca di colpi di scena: prima le origini dell’eroe, poi l’adolescenza con gli allenamenti, il time skip, le fatiche, la gigantomachia, la storia d’amore e il successo. Densità unica per i film Disney che in passato ci avevano abituato a film molto più vuoti, anche se altrettanto godibili (Robin Hood, La Spada nella Roccia, Il Libro della Giungla, ecc…). Le musiche si rivelano tutte ispirate, ma le canzoni delle muse, utili alla narrazione, si presentano come una scelta azzeccata e memorabile.
Epicità in ogni singolo frame. Con la triste sensazione che un film d’animazione d’intrattenimento così perfettamente bilanciato e completo non vedrà la luce ancora per molti anni.


Dopo aver analizzato, magari molto poco oggettivamente, venticinque film (uff, che fatica!) direi che per i classici è tutto. E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con le mie scelte e i miei giudizi? Ma soprattutto: qual è il vostro classico preferito in assoluto? E la vostra TOP 5? Ditelo con un commento qui sotto o nei social. A presto con una nuova classifica.

Lunga vita alla Disney, creatrice di storie magiche e sogni senza tempo.

martedì 28 aprile 2015

FLOP 5 CLASSICI DISNEY

Sfatiamo un mito ricorrente: non tutti i classici Disney sono dei capolavori, anzi, alcuni di questi sono dei veri e propri prodotti scadenti, privi di una trama interessante, di personaggi carismatici e talvolta realizzati qualitativamente male. Passiamo quindi all’analisi dei cinque classici più brutti in assoluto secondo me. Ovviamente tutti i pareri espressi sono personali, non oggettivi, per cui se il vostro film preferito compare in questa breve classifica o non siete d’accordo con i giudizi espressi non adiratevi, piuttosto dite la vostra con un commento qui sotto o sui social. Cominciamo…

 

5° POSIZIONE: LE AVVENTURE DI BIANCA E BERNIE (1977)
Se il seguito era entrato di diritto nella classifica dei classici sottovalutati, “Le Avventure di Bianca e Bernie” finisce direttamente nella flop 5. I due topini protagonisti sembrano a primo acchito mediamente simpatici, ma alla lunga dimostrano di non essere in grado di reggere l’intero film da soli e soprattutto Bianca diventa fastidiosa nel finale. Entrambi comunque statici, poco pronti e brillanti. Mancano decisamente di mordente, sarebbero stati discrete spalle comiche di un film più movimentato. Questa pellicola infatti soffre di una lentezza eccessiva che pesa sul giudizio complessivo; non riesce mai a coinvolgere lo spettatore fino in fondo e a tratti risulta addirittura soporifera. La cattiva di turno è troppo simile a Crudelia Demon della famosa Carica, solo più esagerata in alcuni aspetti e decisamente troppo sopra le righe per poter sembrare credibile nel contesto in cui è calata.
Anche tecnicamente il film lascia molto a desiderare: animazione scadente, regia banale e fotografia assente. Si salvano solo poche cose dal marasma generale: il gabbiano Orville, la sequenza iniziale con palese citazione all’ONU e l’atmosfera di fondo che si respira nella seconda parte della pellicola, cupa, malinconica, ben riuscita.



4° POSIZIONE: LA PRINCIPESSA E IL RANOCCHIO (2009)
La Disney ha seguito un percorso ben preciso nel suo sviluppo fatto di molti alti e qualche basso, ma tutto, se visto ai giorni nostri, è servito a far maturare alla casa di produzione una coscienza artistica che nel tempo ha favorito lo sviluppo di veri e propri capolavori. Possiamo dire che negli anni la Disney si è evoluta passando dalla fiaba della mela avvelenata a San Fransokyo. Ciò che ha sempre fratto luccicare gli occhi agli appassionati di film d’animazione come me è il continuo rinnovamento, la continua ricerca di nuove ambientazioni inesplorate e la crescita dei modelli dei personaggi del passato. Con la Disney nulla è statico, nulla è stantio, tutto cambia e, magari seguendo una strada lunga e tortuosa, migliora.
Tutta questa premessa per dire che “La Principessa e Il Ranocchio” è la manovra commerciale più sbagliata e deplorevole della storia della casa di produzione di Topolino. Tornare al passato solo per vendere nuovi giocattoli e aggiungere un nuovo membro al novero delle commercialissime principesse. Non funziona nulla: storia banale ma soprattutto già vista, personaggi statici e spinti dai soliti inflazionati propositi, classico finale buonista, canzoni fastidiose, noiose e inutili. Tutto sbagliato dal principio. Ci vuole originalità e genuinità per rimanere nel cuore dei bambini.
Salvabili solo le molte citazioni introdotte per poter arrivare anche ad un pubblico più navigato, il ranocchio (anche se poco originale) e qualche scena d’animazione classica in 2D.



3° POSIZIONE: TARON E LA PENTOLA MAGICA (1985)
Il periodo buio in tutti i sensi. Questa volta la Disney decide di virare verso toni dark e la scelta in sé sembrerebbe anche interessante: ambientazione medievale, draghi, castelli, scheletri, maledizioni, destino, predestinazione, duelli. Le premesse per invertire il trend e rivoluzionare l’animazione americana c’erano tutte, ma i produttori non avevano fatto i conti con gli sceneggiatori e gli animatori. La storia crolla in maniera banale dopo i primi minuti di tensione, i personaggi e i dialoghi sembrano scritti da un bambino di cinque anni, ancor prima che impari a scrivere. Riguardando il film anni dopo ho provato vergogna ogni volta che la ragazza imprigionata nel castello o il menestrello aprivano la bocca per dire una sciocchezza. L’unica cosa che si può fare in questi casi è prenderla sul ridere, anche se i toni del film non lo prevedono, perché altrimenti sarebbe da piangere per la tristezza che certi dialoghi fanno venire. La trama viene sfruttata molto male e la tensione che si sarebbe potuta accumulare rimane ipotetica a causa di un paio di scelte davvero infelici. L’animazione è pessima, una delle peggiori della Disney; a tratti sembra di essere tornati negli anni ’30 con Biancaneve che si muove palesemente e a fatica su uno fondo statico. In questo film ogni sfondo è poco curato e il distacco tra la parte disegnata e immobile e i personaggi animati è fastidioso e inaccettabile nel 1985. Un film brutto in senso generale che pecca in ogni aspetto, minimamente encomiabile solo la scelta dell’ambientazione gotica e dei toni tenebrosi.



2° POSIZIONE: BOLT - UN EROE A QUATTRO ZAMPE (2008)
Peggio di un film brutto c’è solo un film inutile. È questo il caso di Bolt, primo film in 3D per la Disney. Bolt non ha niente in particolare che non va, ma non ha neanche qualcosa che va, sta nel mezzo, nella mediocrità dell’inutilità. Ambientazione anonima (perfino quella de “La Carica dei 101-2 Macchia un Eroe a Londra” è più ispirata), personaggi stereotipati e per niente carismatici, storia nata insieme all’uomo millenni fa. Nessuna innovazione, nessun pregio. Sfruttamento sfacciato dell’immagine dei dolci cagnolini per ingraziarsi i pareri di un pubblico infantile che un giorno riguarderà e rivaluterà questo titolo. Tecnicamente non eccelso anche se superiore ai primi esperimenti di computer grafica animata degli anni 2000. Un’ora buttata nel mezzo.



1° POSIZIONE: DINOSAURI (2000)
Perché? Perché quest’abominio è stato inserito nel filone dei classici? Semplicemente orribile.
Primo tentativo della Disney di realizzare un lungometraggio animato esclusivamente in CGI. Le premesse per un classico “usuale” c’erano, anche se l’ambientazione giurassica era già stata sfruttata ampiamente nella saga de “La Valle Incantata”, ma ogni scelta registica e di sceneggiatura è stata sbagliata clamorosamente. Trama piatta, personaggi insulsi, doppiaggio italiano pessimo, scene soporifere ma soprattutto le scelte stilistiche, derivate dall’uso della computer grafica, inqualificabili. I dinosauri sembrano tutti uguali e assumo a tratti lo stesso colore del terreno, si fatica a distinguerli tra loro e a distinguerli con l’ambientazione circostante. Trama che riprende l’estinzione dei grandi rettili e la reinterpreta riuscendo a ricavarne solo una lunga ed estenuante marcia verso l’acqua in cui vengono buttati completamente a caso speranza, violenza, amore e amicizia. Uno dei protagonisti più anonimi di sempre, debole anche esteticamente. Fotografia inesistente se non nella scena dei meteoriti. Nulla di salvabile.

Un film che non augurerei a nessuno di vedere, nemmeno al mio peggior nemico. Inguardabile.


E voi cosa ne pensate? quali sono secondo voi i classici Disney peggiori di sempre? ditelo con un commento. A presto con la prima parte della classifica dei migliori. 

lunedì 20 aprile 2015

TOP 5 CLASSICI DISNEY SOTTOVALUTATI

Mentre stilavo la classifica dei migliori classici Disney all time ho notato che alcuni di questi hanno ottenuto nel tempo valutazioni discrete, o talvolta appena sufficienti, che però, a mio parere, non rispecchiano il vero valore dei titoli in questione. Per questo motivo, e per aumentare l’hype relativo alla prima parte della classifica principale, ho deciso di stilare una top 5 dei classici più sottovalutati.



5° POSIZIONE: BASIL L’INVESTIGATOPO (1986)
Il periodo nero della Disney. Se vale il detto “non è tutto oro quel che luccica”, vale anche l’opposto. Come non si potrebbe provare interesse e simpatia per un topo che vive sotto l’alloggio 221B di Baker Street a Londra? La traslazione delle storie di Sherlock in un universo parallelo popolato da topi antropomorfi è davvero ben riuscita. Basil rappresenta il primo vero giallo animato per la casa di produzione americana che riesce a mantenere nella trasposizione cinematografica lo spirito tipico delle opere di Arthur Conan Doyle. Basil estremamente intelligente, ma poco sensibile (almeno apparentemente) ed eccessivamente sicuro dei suoi mezzi, Rattigan cattivo d’eccezione che riprende la genialità meschina e subdola del famoso professor Moriarty.
Trama purtroppo a tratti troppo semplificata e sbrigativa; comparto tecnico sottotono. Tre scene però sostengono tutto il film: il rapimento traumatico dell’inventore all’inizio, la fuga di Basil e Topson dall’ingegnosa trappola e l’indimenticabile duello finale tra il protagonista e un Rattigan indemoniato e traumatizzante (per noi poveri bimbi) sul Big Ben che sovrasta l’intera città di Londra.
Film purtroppo sottovalutato. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio.



4° POSIZIONE: ATLANTIS - L’IMPERO PERDUTO (2001)
Miti e Leggende. La vita dell’uomo è da sempre resa più interessante da storie fantastiche e dense di mistero. Quando queste incontrano l’animazione classica americana nasce Atlantis. Il protagonista, con il sogno del nonno esploratore negli occhi, parte alla scoperta della città sottomarina accompagnato da un gruppo di personaggi sui generis la cui caratterizzazione troppo spesso eccede nella caricatura e l’eccessiva densità di dettagli toglie loro l’aria di macchiette che avrebbero dovuto avere secondo il progetto del film. Milo invece è perfetto, caparbio e insicuro, intelligente e ingenuo, uno dei migliori personaggi Disney di sempre. 
La trama ruota attorno al voltagabbana del gruppo di esploratori che accompagnano il giovane protagonista. Chi sono gli amici? Chi sono i nemici? “Pocahontas”, “La Strada Per El Dorado” e i romanzi di Jules Verne vengono mescolati per creare un’ambientazione evocativa e surreale che rende il film vecchio ma nuovo, innovativo solo in parte. Le scene legate a Kida sono meravigliosamente vive e visivamente fantastiche. Interessante la mitologia della popolazione di Atlantide. Da vedere e rivedere lo scontro finale con i protagonisti positivi a bordo di moto-pesci steampunk.



3° POSIZIONE: BIANCA E BERNIE NELLA TERRA DEI CANGURI (1990)
Raramente la Disney inserisce i sequel dei classici nella stessa sezione, ma l’eccezione fatta per “The Rescuers Down Under” è ben giustificata. Se il primo capitolo era stato un flop sia commerciale che qualitativo e aveva ammorbato una generazione di bambini con una lentezza soporifera e con dei personaggi piatti e noiosi, il secondo rilancia l’intero franchise riprendendo i pochi elementi positivi e affiancandone a questi altri molto validi e interessanti. L’Australia funziona perfettamente come ambientazione per un film incentrato sull’azione, la storia avventurosa coinvolge ed appassiona e il cattivo memorabile ricorda per atteggiamenti e minacciosità quello che sarebbe poi stato Clayton per Tarzan qualche anno dopo. Bianca e Bernie confermano di essere personaggi simpatici, ma di non saper reggere un intero film da soli; per questo vengono affiancati da Cody, ragazzo locale che vive a contatto con la natura e che i due topini dovranno salvare dal malvagio bracconiere. L’avventura è però la vera protagonista della pellicola. Si respira un’aria fresca, nuova e libera immersi nella natura unica ed inimitabile presente in Oceania. Buone le musiche. Standing ovation per la scena del volo sull’aquila. Spettacolo.



2° POSIZIONE: LILO E STITCH (2002)
Agli inizi degli anni 2000 la Disney era in una fase di cambiamento e rischiava di sfornare prodotti di transizione ambientati in location già viste e quindi poco ispirati. Rischiava di ripetersi cercando di forzare la mano su filoni già ampiamente sfruttati. Il nuovo studio situato in Florida, precisamente ad Orlando, dimostrò invece che la vena creativa di Topolino e soci era tutt’altro che esaurita fondendo il filone fantascientifico, mai davvero sfruttato a fondo dal vecchio Walt, e le Hawaii. Connubio quantomeno bizzarro che, a dispetto della aspettative, funziona soprattutto grazie ad un’ambientazione fresca e accattivante, a disegni sporchi e folkloristici e a musiche perfette tra cui Elvis e l’indimenticabile “He Mele No Lilo”. Sfondi ad acquarello che sembrano quadri di Gauguin.
I personaggi, sia gli umani che gli alieni, ispirano simpatia a prima vista, sono ben caratterizzati e subito riconoscibili. Tra questi però spicca la dolcissima e problematica Lilo. Stitch è fantastico e sarebbe perfetto se non fosse per il marketing sfrenato che è stato creato attorno alla sua figura e che ha in parte oscurato la bellezza del film stesso. 
Finale più maturo di quanto ci si potrebbe aspettare; rapporto Lilo-Nani commovente, toccante e realistico. Un plauso enorme alla serie tv animata tratta dal film.



1° POSIZIONE: IL PIANETA DEL TESORO (2002)
Rivisitazione in chiave steampunk-futuristica de “L’Isola del Tesoro” di Stevenson. Il giovane Jim Hawkins trova una sfera dorata contenente la mappa per il tesoro di Flynn e decide di salpare alla volta del Pianeta indicato dalla mappa stessa. Jimbo personaggio perfetto, con gli stessi pregi di Milo di “Atlantis”, ma con l’aggiunta di incertezza e insoddisfazione che immortalano realisticamente le difficoltà dell’adolescenza; quel momento della vita che tutti passano in cui ci si sente fuoriposto, inadeguati rispetto al mondo che ci circonda. Long John Silver enigmatico, accattivante e, a dispetto dell’aspetto fisico, molto realistico come personaggio. L’allontanamento dal mondo reale ha permesso di ottenere in maniera inaspettata il risultato opposto, ossia il realismo nelle azioni, nei pensieri e nei comportamenti dei protagonisti. 
Lo spazio sconfinato fa da sfondo alle avventure di questo improbabile equipaggio. L’ambientazione risulta accattivante, ispirata e perfettamente amalgamata con lo spirito e la trama dell’opera letteraria a cui si rifà la pellicola. Lo spazioporto sulla Luna e la traslazione dall’ “Isola” al “Pianeta” sono due perle che risplendono in una sceneggiatura già ottima. Musiche azzeccate (“Ci Sono Anch’Io”, cantata in Italiano da Max Pezzali). Rispetto della trama e dello stile avventuroso di Stevenson; sarà un piacere per gli appassionati del libro scoprire come sono stati riadattati molti particolari del libro. Finale coinvolgente, frenetico ed entusiasmante. Un ottimo classico che merita più rispetto e attenzione rispetto a quelli che ha attualmente.