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mercoledì 10 ottobre 2018

ROMOLO + GIULY = IL POTERE DELLE IDEE

Romolo + Giuly - la guerra mondiale italiana è la serie rivelazione di questo inizio autunno. Fin dal primo trailer la serie targata Fox e Wildside mi aveva incuriosito per una certa cripticità: a metà tra la critica di costume e una parodia molto pop, molto nostrana. E le premesse sono state rispettate in pieno, nel bene e nel male.


Romolo + Giuly è in grado di abbracciare diverse forme di comicità - dalla più bassa alla satira, passando per la nuova comicità del web - e di fonderle in un contesto tutto italiano. Si va dal recupero di personaggi storici della cultura pop, come Mastrota o Umberto Smaila, fino al boss camorrista interpretato da Fortunato Cerlino che ironizza sul personaggio da lui stesso impersonato in Gomorra - la serie rifacendosi alla celebre parodia dei The Jackal. Si toccano anche vette notevoli di nonsnese; per fare un esempio: Mastrota sta tramando contro la centralità di Roma nella società italiana e invita Don Alfonso a recarsi a Milano per organizzare un colpo di stato. Il boss mafioso lo raggiunge durante le riprese di una televendita di materassi e si scopre che il luogo in cui si riunisce la setta segreta di Mastrota si trova sotto gli studi di registrazione e vi si può accedere solo sollevando un materasso e scendendo la scalinata nascosta sotto di esso.

Don Alfonso

Romolo + Giuly è sì una storia d’amore, come suggerisce il titolo citazionistico, e una metafora satirica dell’attuale eterno scontro tra nord e sud, ma è anche e soprattutto un grande contenitore per le idee comiche più disparate che gli autori hanno saputo trovare. Sono le idee comiche la vera fonte di sostentamento della serie, il motivo che spinge lo spettatore ad attendere con trepidazione l’episodio successivo. In questo calderone multiforme, insieme a citazioni più o meno velate e una grande attenzione ai dettagli, è presente anche una dose massiccia di comicità gretta, spesso tendente al trash gratuito, soprattutto quando si tratta dello scontro tra Roma nord e Roma sud. Se state quindi cercando qualcosa di raffinato e intellettualmente elevato, potreste avere da ridire su Romolo + Giuly; se invece siete aperti a confrontarvi anche con una forma di comicità che potrebbe non appartenervi, ma siete incuriositi dalle idee che stanno dietro una serie così istrionica, allora Romolo + Giuly potrebbe essere manna dal cielo per voi.


Dal punto di vita satirico invece la serie, dopo un pilota velatamente impegnato e alcuni richiami in corso d’opera, arriva solo nel finale ad affrontare la questione meridionale, l’avanzata dei partiti populisti e la contraddizione di fondo che spinge gli italiani a nascondersi dietro un dito per non affrontare le falle di un sistema notoriamente bacato. Anche in questo frangente Romolo + Giuly coglie nel segno e tocca una critica sociale simile, seppur inferiore a quella proposta dall’intramontabile Boris.


Non stiamo certo parlando di un capolavoro: l’alternanza tra diversi registri comici e la futilità di alcuni momenti tendono troppo spesso a creare alti e bassi evidenti all’interno della stessa puntata. Ma con il giusto atteggiamento è possibile “setacciare” dalla serie alcuni momenti nuovi, freschi ed estremamente ilari per la televisione italiana. Non posso spoilerarvi nulla, né della trama né delle singole gag, altrimenti rischierei di rovinarvi il piacere della scoperta dell’idea, che a tratti supera anche la vis comica del momento preso singolarmente. Posso solo dirvi che nella tana della setta di Mastrota è lo stesso Mastrota col suo pollicione instagrammabile a segnare le ore. L’idea più ricercata si trova anche nei dettagli nascosti.


La chiusa aperta dà l’appuntamento alla seconda stagione, che, per superare alcuni inciampi della prima, dovrà certamente alzare la posta e realizzare premesse e promesse, magari distanziandosi maggiormente da una comicità più televisiva, più anni 2000 per lanciarsi verso un compendio generale della risata.

sabato 18 novembre 2017

RICK E MORTY 3 - ANCORA SULLA CRESTA DELL’ONDA?

La terza stagione è in calo rispetto alle precedenti due? L’opinione pubblica si è spaccata nella valutazione della terza stagione: da una parte la conferma di una serie superiore, dall’altra il primo passo falso. Dopo aver conquistato il pubblico mondiale - anche grazie alla diffusione capillare garantita da Netflix - ed essere entrata nell’olimpo delle serie cult, Rick e Morty era chiamata ad un salto di qualità per esprimere appieno alcune peculiarità appena accennate

Pickel Rick

Una terza stagione sulla falsa riga delle due precedenti avrebbe certo ridimensionato le possibilità future dell’intera serie. C’era bisogno di uno slancio verso qualcosa di più. E lo slancio è arrivato come contestualizzazione del passato di Rick e Beth e, di conseguenza, di quello che abbiamo visto in precedenza. In questo modo i personaggi principali vengono approfonditi in maniera più esplicita, mentre sullo sfondo della terza stagione si connotano le conseguenze della separazione di Beth dal marito Jerry. In generale cambiano alcuni rapporti di forza interni alla famiglia Smith e un Rick molto più umano appare allo stesso tempo il signore indiscusso del multiverso e legato a dinamiche familiari molto più basiche.


Quella dell’esplicitezza è una scelta narrativa attorno alla quale poi è stato sviluppato il delirio usuale della serie, il motivo che l’ha trainata al successo. La terza stagione non può dirsi riuscita appieno per non essere stata in grado di realizzare le potenzialità espresse nelle prime due stagioni, ma almeno ha prodotto uno sviluppo e posto delle buone premesse per una serie duratura e non più caratterizzata da una forte componente episodica - one-shot.


Indubbiamente la scelta di andare a spiegare alcune dinamiche emotive influenza anche il resto dello sviluppo: la terza stagione è meno divertente, meno imprevedibile delle due precedenti, eppure si percepisce uno spessore maggiore nel non-detto, che arriva sì da una costruzione pregressa ma che riesce, attraverso questa terza stagione, a crearsi la possibilità di uno costruzione futura. Nell’economia della serie, anche una stagione meno brillante nello specifico degli episodi può rivelarsi fondamentale.


Concentrandoci sulla riuscita degli episodi appunto, elemento maggiormente criticato dal pubblico, è impossibile non riconoscere la grandezza dell’episodio 7, “Tales from the Citadel”. Esperimento di fantapolitica realizzato con due soli personaggi e un intreccio incredibilmente reale. Non si ride, ma il livello d’intrattenimento semplicemente superiore. Come questo settimo episodio, anche altri lasciano il segno per inventiva e imprevedibilità. Il problema celato è forse una rivalutazione complessiva a posteriore, alla luce della mancanza di un finale emotivamente all’altezza. Certo, bissare il finale della seconda stagione, con "Hurts" dei Nine Inch Nails in sottofondo, era operazione quasi impossibile, però gli sceneggiatori non hanno neanche realmente tentato la strada del cliffhanger per una sciatta conclusione quasi come non si trattasse del memorandum per i mesi senza Rick e Morty. Questa sì, una scelta infelice, ma non possiamo riconoscere il giusto valore di un’intera stagione per dieci assenti minuti.



Rick e Morty colpiscono ancora con qualcosa che tenta di differenziare la proposta, approfondiscono il multi verso e i protagonisti, ma mancano ancora il salto di qualità definitivo che faccia dire a gran voce di aver visto compiuta la piena potenzialità della serie. Non tutto è perduto, questa terza stagione potrebbe aver solo rimpinguato le basi per il capolavoro che tutti noi aspettiamo da anni a questa parte. La prossima stagione non deluderà.

lunedì 6 novembre 2017

STRANGER THINGS - COSA ACCADRÀ NELLA TERZA STAGIONE?

Lo specchietto per le allodole sta in una scena similare alla prima stagione in cui viene mostrata la minaccia che farà da traino per la prossima stagione. Stranger Things 2 nasconde in realtà un sottobosco di indizi rivelati in corso d’opera che lasciano lavorare la fantasia nell’immaginazione di una terza stagione. Analizziamo per punti cinque elementi che costituiranno, a mio parere, la spina dorsale della trama della terza stagione. È doveroso avvisare coloro i quali non hanno ancora visto la seconda stagione che questo articolo vive di spoiler, attenzione quindi a proseguire nella lettura.



THE MIND FLAYER
Come non cominciare dalla scena conclusiva della seconda, quella in cui siamo resi partecipi che la minaccia del mostro d’ombra non sia in realtà sconfitta, ma limitata nell’upsidedown. Sarebbe un errore confondere i poteri dimensionali di El (Jane) con la capacità di annullare l’essenza del mondo negativo, la materia oscura che governa le azioni e i pensieri dell’intera realtà parallela. Lo sforzo compiuto da El è servito a ripristinare una condizione di equilibrio tra le due dimensioni, ma la scena finale che vede il Mind Flayer scrutare la scuola, nonostante esso sia relegato all’upsidedown, denota una consapevolezza certamente maggiore; e la sola Eleven potrebbe non bastare contro un’offensiva ragionata delle forze d’ombra.



I NUOVI VECCHI ESPERIMENTI
Ed è qui che entrano in gioco gli esperimenti precedenti - ed eventualmente successivi - ad El. Nella seconda stagione abbiamo fatto la conoscenza di Kali (Eight), ragazza dotata di poteri, scampata alle grinfie degli esperimenti governativi e finita nel giro di losche azioni vendicative. È presumibile che insieme a lei altri ragazzi siano riusciti ad evadere da un futuro già scritto e potrebbe essere proprio grazie all’intervento di queste nuove forze paranormali che il Mind Flyer torni ad essere una minaccia contrastabile. Una scelta narrativa di questo tipo potrebbe però replicare l’esperienza dell’episodio 7, collocato al di fuori dei confini di Hawkins e universalmente bistrattato per essere troppo lontano dalla linea stilistica della serie. Starà agli sceneggiatori far convivere queste due anime, contro la nostalgia della nostalgia.
 
Joker


UN RITORNO ANNUNCIATO
Che il Mind Flayer sia in grado di riaprire un varco per il nostro mondo o avrà ancora bisogno dell’intervento delle tecnologie umane per scatenare la sua ira subdola? Un ritorno gradito potrebbe essere fare al caso del mostro d’ombra, si tratta del Dr. Brenner, solamente citato nell’episodio 7, sul quale aleggia ancora un alone di mistero. Matthew Modine è un attore di spessore che nella prima stagione veniva ridotto al villain umano della serie, ma un ritorno del suo personaggio potrebbe restituire all’attore lo spazio che egli merita. Inoltre il personaggio di Brenner non è mai stato realmente collocato in uno scacchiere più definito, rimanendo sempre in una zona grigia tra operazioni federali antiterrorisstiche e mire personali. La sua posizione di ritorno potrebbe coincidere con un nuovo punto di contatto tra il nostro mondo e l’upsidedown.
 
Guarda mamma, come Will!


EPIDEMIA DI MASSA
Arrivati a questo punto della narrazione, con un gruppo che ha imparato a dare il meglio di sé proprio nel momento di coesione massima, è prevedibile una scissione forzata per tornare poi nuovamente a ricreare di slancio l’atmosfera dell’unità. I due personaggi che hanno dimostrato di avere un’integrità assoluta nel corso delle prime due stagioni sono sicuramente Dustin per il gruppo dei ragazzi e Jim Hopper per quello degli adulti. I due condividono la scomoda casualità di essere entrati in contatto con le spore dell’upsidedown, le quali - come sappiamo - contengono una parte dell’essenza assoluta del luogo e rispondono alla volontà del Mind Flayer. Abbiamo visto come il mostro d’ombra sia in grado di controllare la mente di coloro che sono entrati in contatto con la vegetazione viva del mondo negativo e quello dei voltagabbana inaspettati sarebbe un ottimo espediente per rimescolare le carte in tavola pur mantenendo pressoché identico il parco interpreti. Siete preparati ad un Dustin malvagio? E se l’epidemia di massa non si limitasse ai soli personaggi citati ma si espandesse come in un zombie movie?



PUBERTÀ
Come dimenticare la componente propriamente seriale che riguarda i personaggi e il loro sviluppo? La scena conclusiva del ballo invernale con le varie coppie che si ritrovano, i Police e Dustin laccato ha rapito tutti; la crescita di ciò a cui siamo affezionati ha sempre un posto speciale nei nostri cuori, crea empatia, fidelizza. E il luogo ideale dove siamo diretti e proprio quello degli ormoni incontrollabili, dei primi amori e di Big Mouth. Prevedo una terza stagione ancor più focalizzata sui rapporti tra i ragazzi del gruppo dei protagonisti, con un occhio di riguardo al triangolo amoroso Nancy-Steve-Weirdo. Io ve lo dico, tifo per Steve, ha la lacca migliore.

Epic lacca guy


Le speculazioni cominciano a delinare una trama ben definita, ma, se queste si rivelassero anche solo in parte vere, cosa ne sarebbe dell’effetto sorpresa? Le premesse gettate nel corso della seconda stagione sembrano accantonare sempre più l’effetto sorpresa per lasciare spazio allo sviluppo dei protagonisti. In realtà questa tendenza arriva a compimento di un percorso intrapreso già nella seconda stagione. Dalla progettualità che ne è stata fatta, sarebbe forse più corretto riferirsi a Stranger Things come ad una stagione autonoma più una trilogia ideale che lima se stessa per rientrare nei canoni della serialità televisiva. Riusciranno i Duffer a replicare la magia della prima stagione o dovremo accontentarci di una bellissima serie normale?

venerdì 3 novembre 2017

STRANGER THINGS 2 - SU E GIÙ DALL’UPSIDEDOWN

Chiariamo subito: la prima stagione di Stranger Things non era il capolavoro che il pubblico ha osannato, ma una grande serie capace di sfruttare appieno i suoi punti di forza, seppur non esente da difetti. Il più grande punto di forza della prima stagione era indubbiamente l’effetto nostalgia mischiato ad una buona dose di novità nel panorama delle serie tv. Il merito dell’esordio dei Duffer Brothers è stato invece quello di scrivere una storia caratterizzata da una spiccata coerenza narrativa dall’inizio alla fine. Il fil rouge sono infatti la scomparsa di Will e le indagini che scoprono un mondo fatto di materia oscura nel tentativo di ritrovare il ragazzino. Una trama orizzontale e lineare che ha sempre guidato i personaggi nelle loro azioni organizzate con piccole ricompense lungo il cammino per poi giungere alla ricompensa definitiva del ritrovamento di Will. Nulla è lasciato al caso nella prima stagione e l’effetto imbuto delle varie storyline appare quanto più naturale possibile per via del fatto che tutto in origine era pensato per terminare in un dato punto.


Con quali aspettative ci siamo approcciati alla seconda stagione? Fraintendendo le reali possibilità della prima stagione, abbiamo inconsapevolmente assecondato l’effetto collaterale della nostalgia, ossia quello di fagocitare il resto della costruzione narrativa, richiedendo a gran voce altra nostalgia. Un circolo vizioso destinato ad estinguere prima lo sviluppo di nuove idee, infine la nostalgia stessa. I Duffer, al contrario delle aspettative errate del pubblico, hanno saputo sostenere con compostezza il peso del ritorno ad Hawkins, Indiana, ma appare evidente fin da subito che la seconda stagione non era nelle corde degli sceneggiatori all’epoca dell’ideazione della prima. I creatori della serie non sapevano come Stranger Things sarebbe stata accolta e avevano strutturato la prima stagione come un unicum narrativo compatto e completo. Abbiamo già ampiamente discusso della posticcia presenza delle ultime scene dopo il salvataggio di Will nella prima stagione, sequenze che aprivano le possibilità degli sceneggiatori, piuttosto che indirizzarle sulla falsa riga della linearità della prima stagione.


La seconda stagione rivoluziona la struttura narrativa, passando dall’orizzontalità ad uno schema ad albero i cui intricati rami dispersivi tendono infine a tornare verso una conclusione unitaria. In questo modo, gli sviluppi narrativi che avevamo lasciato in una situazione di quiete si allontanano sempre più durante lo svolgimento della trama, rischiando spesso di perdere il centro focale dell’opera. Si perde così l’unicum che aveva legato tutte le storyline della prima stagione - la scomparsa di Will Byers - per andare in contro ad una costruzione più tipicamente seriale. Qual è l’unicum della seconda stagione? Gli strascichi della permanenza di Will nell’Upsidedown, la ricerca personale di El o ancora lo svelamento della verità sulla morte di Barb?  È probabilmente su questo dubbio che si gioca la più grande differenza tra le due stagione di Stranger Things.


Se da una parte abbiamo dovuto rinunciare alla grande coerenza narrative della prima stagione, dall’altra la struttura tipicamente seriale assunta da Stranger Things ha spalancato le porte ad una riqualificazione dei personaggi, che sono diventati il fulcro attorno al quale la serie ha cominciato a gettare la basi di una continuità più a lungo termine. E proprio questa programmazione porta alcuni personaggi a risaltare più di altri, magari invertendo il trend della prima stagione, grazie alla certezza di uno sviluppo nel tempo. Le new entry sono ad esempio perfette, così come Dustin e Lucas. Calano invece, soprattutto nella prima metà di questa seconda stagione, Mike e Eleven.

Bob Newby, superhero

La posizione di Eleven rispetto agi eventi narrati è un argomento cardine per la valutazione della serie: l’assenza forzata del personaggio interpretato da Millie Bobby Brown è negli interessi della serie, ma in questo modo i Duffer mostrano il fianco ad una trama fiacca e balbettante, che, senza l’attesa del deus ex-machina finale, si sarebbe ridotta ad una miniserie di quattro episodi. Il ritardo di El allunga palesemente il brodo in un calderone di eventi che tendono troppo spesso a complicare pochi momenti significativi, ma al contempo è fondamentale per l’evoluzione della serie, sia in termini televisivi che dal punto di vista della scrittura per le prossime stagioni.



Il bilancio finale parla di una maturazione che evita disfatte clamorose rispetto alla prima stagione e all’attenzione che essa aveva generato; la seconda stagione sceglie volutamente di non riproporre un banale more-of-the-same della prima, ma differenzia abilmente struttura e sviluppo, pur rimanendo ancorata ai capisaldi che avevano fatto grande la prima caccia al demogorgone. Stranger Things 2 è quello che noi fan di “vecchia” data desideravamo e non possiamo che gioire per questo ritorno, perché l’anima della serie è rimasta la stessa. Restano dei difetti, si perde forse la magia della prima stagione, ma tornare ad Hawkins con quei cinque ragazzi è sempre un’emozione fantastica.

sabato 28 ottobre 2017

MINDHUNTER È IL NUOVO TRUE DETECTIVE?

È fondamentale essere in grado di proporre ancora prodotti originali nel panorama della serialità televisiva, ormai inflazionato in ogni sottogenere. L’esempio più lampante, dopo il successo ottenuto da Suburra nelle ultime settimane, è quello delle serie sulla criminalità organizzata, dalla nostrana banda della Magliana al cartello di Calì. Devo ammettere che, superato il fattore novità, il mio interesse verso questo genere di prodotti è andato via via scemando nel tempo, sopraffatto dall’incapacità di rinnovare i canoni e le formule tipici di queste opere. Filone ancora più prosciugato di idee, dato il tempo e la mole di serie prodotte, è indubbiamente quello poliziesco/noir; un vero e proprio tripudio di luoghi comuni e finti depistaggi che tendono sempre, inevitabilmente a ricadere nello stesso effetto copia-e-incolla. Gli ultimi anni hanno regalato al pubblico poche eccezioni, tra cui la meravigliosa prima stagione di True Detective (seguita da una seconda altrettanto valida), ma è proprio dall’atto primo della serie di Pizzolatto e Fukunaga che bisogna partire per poter parlare in maniera critica di Mindhunter.


Mindhunter è stata presentata al pubblico internazionale come “la serie di David Fincher”, nonostante il talentuoso regista curi appena quattro dei dieci episodi da cui la serie è composta, ma è corretto attribuire un peso specifico rilevante all’autore di Seven che ha saputo infondere la sua cifra stilistica ad un progetto che necessitava di una direzione forte per poter risultare vincente. Dicevamo dell’influenza di True Detective, che ha raffinato lo sviluppo e la scrittura di Mindhunter verso una commistione di generi che vanno dal poliziesco al pulp, passando per il dramma esistenziale. Gli autori sono stati in grado di fondere alla perfezione l’ambito della ricerca psicologica sui serial killer con i risvolti personali che questi eventi hanno sulle vite dei protagonisti, ed entrambe le situazioni sono scritte così minuziosamente, narrate in modo tanto magistrale da non lasciar trasparire mai alcun foro di proiettile. Accanto all’esempio di True Detective, analizzando Mindhunter con atteggiamento prospettico, è necessario riconoscere la grande eredità della serie somma: Breaking Bad. Anche in questo caso assistiamo all’evoluzione di un personaggio in particolare verso le viscere generate dalla pericolosità del suo impiego; e la magistralità della serie sta nella capacità di non mostrare esplicitamente le fasi del mutamento, per arrivare in un finale a tinte forti a chiedersi come si sia arrivati fin lì, per poi scoprire che tutta la serie, tutta la narrazione era in realtà l’appoggio per la giustificazione di questo cambiamento. E la reazione finale dello spettatore è di estremo stupore, tanto per gli eventi narrati, quanto per la realizzazione di un prodotto che tende ad andare verso quella conclusione fin dalla prima inquadratura.



Questa storia in parte oscura è raccontata nel contesto degli anni ’70, perfettamente riprodotti attraverso una colonna sonora favolosa e una messa in scena curata fino al minimo dettaglio. Siamo immersi in un vividissimo realismo che muove i personaggi nell’intreccio, ma è nella psicologia che ritroviamo la fonte primaria di questo realismo dilagante. La serie narra degli studi condotti nell’ambito della psicologia criminale per delineare il profilo del serial killer; le interazioni e le reazioni degli assassini, sia quelli intervistati per la ricerca che quelli incastrati nel mezzo delle indagini secondarie, sono guidate da una scrittura saggia che tende al realismo assoluto per elevare il livello della proposta della serie al di sopra della media dei gialli attuali. Non è stato fatto uso di semplici stereotipi, cliffhanger forzati e soluzioni improbabili, ma tutto è decritto attraverso una lente scientifica che inquieta e affascina. La vera tensione emotiva arriva dalla consapevolezza della reale plausibilità di quanto viene mostrato sullo schermo, e nulla genera più angoscia della realtà.


Mindhunter pecca nella prima metà per una narrazione troppo sbrigativa, ma quando cominciano a delinearsi le gerarchie dell'unità comportamentale si manifesta anche il perfetto equilibrio che conduce la serie ad un finale ipnotico. Pur non raggiungendo le profondità più oscure di Rust Cohle, la discesa negli inferi dell'agente Holden Ford merita un'attenzione particolare. Mindhunter è qualcosa che mancava.

giovedì 7 settembre 2017

TWIN PEAKS 3 - FINALE

Lynch confeziona un doppio finale, che non smette di richiamarsi al tema e del doppio e proprio per questo tiene a far valere la sua duplicità: da una parte la conclusione di una storia ricostruibile attraverso gli elementi forniti, dall’altra pura dispersione metafisica tra presente, passato e alter natività, che si fonda su premesse variabili. Per tentare di dare un senso alle meravigliose immagini che seguono il cammino dell’eroe, è necessario entrare più in profondità di quanto sia stato fatto finora, analizzando i dialoghi parola per parola, scomponendo le interazioni in espressioni, movimenti, intenzioni; ricostruendo  la temporalità e la spazialità di ogni inquadratura nel continuum spezzato di questo finale.


Prima di addentrarci nel doppio episodio, per seguire meglio il filo del discorso, è bene ricordare gli indizi che il Fireman aveva offerto a Cooper nel primo episodio della terza stagione:

Remember 4-3-0

Richard and Linda

Two birds with one stone

Gordon ci rivela un ulteriore dettaglio sulle sparizioni degli agenti della sezione Blue Rose: gli agenti scomparsi erano sulle tracce di - o sono entrati in contatto con - Jowday, poi diventata Judy, un’entità infinitamente malvagia comparsa anni prima. Il fatto che Judy sia “comparsa” collega quest’entità alla generatrice di Bob, il soggetto prodotto dall’esplosione nucleare del ’56.


Vediamo poi Bob giungere finalmente alle coordinate indicategli dalla tulpa Diane. Come previsto, il suo obiettivo era raggiungere il Fireman nella loggia bianca, ma la differenza di potere tra le due entità permette al gigante di incatenare Bob e di teletrasportarlo direttamente alla stazione di polizia di Twin Peaks, sfruttando quindi a suo vantaggio la mossa a sorpresa dell’entità maligna. Il conflitto finale si risolve come potevamo aspettarci, con Freddie che fa valere le possibilità del suo guanto magico e disintegra definitivamente la sfera di Bob, impedendogli di tornare nel corpo di Cooper.
Arrivato in scena proprio per sventare il piano finale di Bob, il vero Cooper, finalmente rinsavito, nota Naido con una certa espressione del volto, la quale viene fissata sull’etere della macchina da presa e fa da accompagnamento per tutto il resto della scena, come se la vista di quel’essere avesse risvegliato in Coop la consapevolezza di una realtà più profonda.
Naido si rivela essere quindi Diane, dopo aver sfiorato la mano di Coop. Non è ancora chiara la dinamica di questo scambio di persona, ma alcuni indizi sciolgono dubbi delle precedenti puntate. Eravamo in precedenza indecisi sul momento in cui Diane fosse stata sostituita da una copia, ora abbiamo una certezza maggiore, ossia che Diane potrebbe essere stata condotta nella loggia nera per farne una copia e da qui sarebbe tornata nel mondo reale il doppelganger, ma lo spirito di Diane non sarebbe stato reinserito in un essere dalle fattezze pressoché identiche, ma in Naido. Ella poi, funzionale al progetto del Fireman, sarebbe stata trasferita nell’anticamera della loggia bianca, per farne lo strumento che si è poi rivelata. Il legame di Diane al progetto della loggia bianca lascia quindi intendere che la donna fosse già un doppleganger prima dell’incontro con Bob. Dai nomi dei due personaggi potevamo arrivare ad intendere il loro legame con un certo anticipo:

N A I D O
D I A N E


Ancora con il volto di Cooper in sottofondo, vediamo lo stesso Coop rivolgersi ai presenti dicendo: “Now there are some things that will change. The past dictates the future”. Il tempo si ferma e il volto sbiadito annuncia: “We live inside a dream”.


La scena si sposta in un luogo dallo sfondo nero, molto simile a quello del primo episodio, che fa da cornice all’incontro di Cooper e Mike. Non si tratta di una loggia perché possiamo udire Mike parlare fluentemente. Egli riprende un topos della serie originale, riscava nei meandri delle nostre memorie per svelarci il significato di un’espressione che per anni abbiamo tentato di interpretare: “Trought the darkness of a future past the magician longs to see. One chants out between two worlds: fire walk with me”. Avevamo creduto che il riferimento ai due mondi fosse un richiamo alla realtà e al regno delle logge, ma dobbiamo spingerci a guardare oltre le apparenze di questo sogno. Colui che canta una canzone tra i due mondi, che credevamo essere Leland Palmer, è in realtà qualunque entità superiore, che veniamo a sapere sopravviva oltre il tempo e la dimensione. Le logge esistono in ogni realtà possibile in modo trasversale e questo dà una prova concreta della loro apparente onniscienza su alcuni eventi. Soprattutto se si considera il fatto che la dimensione che abbiamo creduto reale era solamente un sogno, che le due logge conoscevano fin dal momento in cui era stato creato. Ma chi è il mago che arriva a vedere oltre la scansione comune del tempo? La prima frase ci dà una possibile interpretazione sull’identità ideale del sognatore che regge la finzione di Twin Peaks, ma prima dobbiamo chiederci: quale sogno potrebbe richiedere l’attenzione e la presenza delle logge al suo interno? Potrebbe trattarsi si una soluzione filosoficamente classica, quella del demiurgo che anticipa il mondo stesso e sulla cui volontà si generano il creato e lo scibile. Ma una soluzione alternativa, della quale vi parlerò successivamente, appare più interessante nella struttura della trama.
Il fuoco e solamente uno dei due elementi che appartengono alla realtà delle logge e che seguono gli uomini nel loro cammino. L’altro è l’elettricità che permette a Mike di condurre Coop al cospetto di Phillip Jeffries, che lo stesso Gordon ha confermato essere ormai un’entità metafisica. Phillip asseconda la richiesta di Cooper, preparandogli un canale di collegamento per il 23 febbraio 1989 nella dimensione reale, cioè la notte in cui Laura Palmer fu uccisa, ma tenta di mettere in guardia Cooper attraverso due avvertimenti:

- “There could be someone”
- 8

Il primo potrebbe riferirsi, come vedremo meglio successivamente, alla possibilità che nel luogo spaziotemporale scelto possa nascondersi un altro soggetto interessato allo stesso obiettivo di Cooper. Il secondo invece avvisa Coop della ciclicità della situazione in cui ha scelto di essere trasportato. Nell’infinito verticale, simile ad un otto, costruito con il simbolo del gufo della loggia nera, vediamo una sfera che tenta di muoversi ma che rimane imbrigliata in una curvatura. È il destino che attende l’uomo che viaggia nello spazio e nel tempo.


Veniamo quindi riportati alla notte dell’uccisione di Laura, precedentemente mostrata da Lynch solo nel film prequel FWWM. Il mondo ci appare in bianco e nero, riportandoci alla mente gli eventi dell’ottavo episodio. Non si tratta dunque di una scelta stilistica, per sottolineare la distanza nel tempo di un evento, ma di una scelta narrativa, che dà veridicità solo a queste due scene nel corso di tre stagioni. In realtà per un’altra scena è stato utilizzato il bianco e nero, quella del sogno di Gordon con Monica Bellucci. Ciò è giustificabile perché un sogno nel sogno apre al reale e probabilmente quell’indizio specifico, per il personaggio di Gordon è quanto di più reale egli abbia raggiunto nel corso delle tre stagioni.
Cooper sembra cominciare a soffrire questo salto temporale e da questo momento in poi centinellerà sempre più le parole. Egli però incontra una Laura spaventata da se stessa e dalla sua duplice natura (figlia contemporaneamente di due entità maligne e del sommo bene della sfera prodotta dal capo del Fireman) e le dice: “We are going home”. Cooper ha ormai raggiunto una consapevolezza superiore data proprio dal rapporto intrattenuto con le entità della loggia nera nel corso dei venticinque anni passati in quella dimensione. Il tentativo del protagonista ha come scopo quello di salvare Laura dalla morte per mano del padre, di allontanarla dall’influenza di Judy e di consegnarla presumibilmente alla loggia bianca: ecco i due piccioni con una fava (“Two birds with one stone”) di cui parlava il Fireman, ecco il senso delle parole di Cooper rivolte a Gordon prima di sparire, il suo compito è sempre stato quello di salvare il bene per permettere al bene stesso di distruggere il male assoluto.
Il mondo reale, prima di ricominciare a scorrere su binari alternativi, viene resettato: Pete non trova il corpo avvolto nella plastica e la storia sembra avere un nuovo inizio, ma Twin peaks è un’opera d’arte pura, che abbraccia ogni senso per trasportarlo in un vortice infinito. La componente sonora gioca ancora una volta un ruolo da protagonista, è il rumore che emetteva il grammofono della loggia bianca arriva a strappare Laura dalle braccia di Coop. In realtà gli indizi del Fireman erano quattro, di cui uno solamente sonoro. M analizziamo nel dettaglio i suoni della scena:
- grammofono
- vortice
- grido
Il grammofono è molto simile al suono della rana alata che era entrata nel corpo di Sarah Palmer, trasformandola nel male assoluto. Si tratta ancora una volta di Judy, l’essere prodotto dall’esperimento nucleare venuto a intralciare il piano della loggia nera.
Il suono successivo è invece simile a quello prodotto dai portali dimensionali. Nella serie li abbiamo visti diverse volte, sia in forma terrena che aerea. In questo caso mi riferisco ai portali di secondo tipo, quelli simili  vortici, come il portale che ha portato Andy nella loggia bianca.
Sul terzo suono non è necessario dilungarsi oltre: un tratto caratteristico di questa serie, il grido di terrore di Laura Palmer.


Laura non deve “Tornare a casa” perché ha in sé la forza per distruggere Judy, che quindi cerca di tenerla il più possibile vicino a lei. Judy non è mai stata probabilmente presente nel sogno che abbiamo vissuto per tre stagioni, ma ha sempre avuto una finestra attraverso cui controllare Laura, ossia la madre Sarah. Prima di essere rapita da Judy, Laura ha però avuto uno scambio di battute con Coop che, seppur semplice, ritengo fondamentale. La ragazza si convince a seguire l’agente dell’FBI perché afferma di averlo visto in un sogno. Torniamo quindi alla questione del sogno principale. È possibile che la sognatrice sia Laura stessa che, in un momento di lucidità della sua parte sommamente buona, ha dato vita ad una dimensione alternativa onirica, molto vicina a quella reale, che ha permesso al Fireman di istruire a dovere Coop in modo che Laura non venisse uccisa la notte del 23 febbraio. Un sistema contorto per trovare la possibilità di salvarsi realmente. Tutto ciò che abbiamo visto per anni, tutto ciò che abbiamo amato, era il sogno di salvezza di Laura, conscia della fine che avrebbe fatto.


Coop torna nella loggia nera, dove lo aspettano Mike e l’albero (Arm), che con due incisi ricorrenti (“Is it future or is it past”; “I sit the story of that litte girl who lived down the lane?”) indirizzano il protagonista verso la soluzione della realtà parallela, generata da Judy per nascondere Laura alla sua “casa”. Intanto Cooper continua ad allontanarsi dall’ideale dell’uomo retto che avevamo imparato ad apprezzare, quasi quel modello fosse relegato solo all’impossibile realtà del sogno. Il doppleganger di Laura di avvicina a Coop e, in memoria dei vecchi tempi, gli sussurra qualcosa all’orecchio, prima di essere strappata alla sua dimora, segno che ormai non esiste più alcuna Laura Palmer nel mondo reale, e quindi non è necessaria la presenza di un doppione di qualcosa che non ha esistenza reale. Ma questo ci dà anche prova che la loggia nera, e quindi la loggia bianca, esiste al di là delle dimensioni alternative, “oltre la vita e la morte”. Leland, dallo solita poltrona, sembra implorare Coop: “Find Laura!”.


Dale torna quindi nella realtà che ha perso per sempre Laura. Ad aspettarlo c’è Diane, presumibilmente la Diane che abbiamo visto alla stazione di polizia di Twin Peaks. Anche lei sembra avere dei comportamenti leggermente differenti da come ci era apparsa in precedenza. I due salgono in macchina e percorrono 430 miglia per raggiungere il luogo stabilito. 4-3-0, l’indizio del Fireman. Il luogo indicato è un portale elettrico che permette ai due personaggio di attraversare lo spazio interdimensionale per giungere nella realtà in sui è stata condotta Laura. Ma in questa dimensione qualcosa non è più lo stesso: Coop e Diane sono diventati Richard e Laura (ultimo indizio del gigante) e se il protagonista, dall’alto della sua preparazione spirituale all’evento, risente di questi continui viaggi spaziotemporali, Diane dimentica la sua identità e diventa Linda, abbandonando Dale dopo una notte di sesso e lacrime.


“Judy” si rivela essere anche l’indizio che conduce Coop ad una cameriera di Odessa che ha le sembianze di un’invecchiata Laura, ma che afferma di chiamarsi Carrie Page e ha il cadavere di un uomo in salotto. Nulla la lega alla Laura che conoscevamo, eccezion fatta per un particolare: il nome della madre è rimasto Sarah. Ciò significa che anche lei, Carrie Page, è stata allevata nel peccato, sotto la supervisione vigile di Judy. Potrebbe darsi che non esista Bob, in questa particolare realtà alternativa, ma non ci sono dubbi sulla presenza-influenza di Judy.
I due si recano a “casa”, ovvero nella casa di Twin Peaks in cui, nella realtà principale, Laura era nata e cresciuta. Ma ad aspettarli c’è solamente la famiglia Tremond, che ha precedentemente acquistato l’immobile dalla signora Chalfont. Due nomi che tornano dopo la serie originale. Riferimenti autocitazionisti o qualcosa di più?


What year is this?” si domanda un confuso Coop, per il quale dunque il piano non è andato secondo il progetto del Fireman. Carrie sente infine chiamare il nome di Laura dalla madre Sarah, guarda verso la casa ed emette un grido gelido che produce uno sbalzo elettrico.  Cosa è successo? Le ipotesi sono due. Da una parte dobbiamo rifarci alla scena dei titoli di coda: le parole sussurrate dal doppelganger di laura a Coop nella loggia nera prima di sparire per sempre. Possiamo ipotizzare che il sosia abbia detto al protagonista di riportare Carrie a casa nella realtà alternativa, ma ella si riferiva probabilmente alla casa spirituale alla loggia bianca. Cosa che Coop stava infatti tentando di realizzare nel ritorno al passato in bianco e nero. Lo sfasamento dimensionale, la sovrapposizione con la nuova identità di Richard avrebbe però cambiato Coop al punto da fargli dimenticare i dettagli del piano, provocando così solamente un ritorno di Laura al grembo materno di Sarah, e quindi di Judy. Un errore che potrebbe costare a Cooper un ulteriore passaggio nel loop infinito in cui è finito dopo il primo salto temporale attraverso Phillip Jeffries.
Dall’altra parte invece questo ritorno a casa a cui si fa spesso riferimento potrebbe essere un ritorno fisico alla casa di Twin Peaks per svelare finalmente a Laura la realtà della sua essenza e renderla consapevole del suo ruolo nell’eterna battaglia tra loggia bianca e Judy. In questo caso il finale sarebbe una sorta di tensione ad una conclusione possibile, che prevede una presa di coscienza di Laura nei panni di Carrie e una risoluzione del conflitto. A voi l’interpretazione.


In ogni caso resta la convinzione di aver ammirato la miglior serie mai realizzata, perché incomparabile a tutta la banalità che ci circonda. Twin Peaks si conferma oltre ogni immaginazione, oltre la televisione, oltre il cinema, la filosofia, oltre noi. E un’essenza così indeterminata, concisa nel corso di un film da diciotto ore, non poteva realizzarsi in un happy ending finale. Perdersi non è mai stato così meraviglioso.

Grazie David Lynch, grazie.

mercoledì 30 agosto 2017

TWIN PEAKS 3 - EPISODIO 16

In molti hanno criticato aspramente questa terza stagione evento sulla base della presenza marginale della colonna sonora originale di Angelo Badalamenti. In risposta a queste malelingue, il sedicesimo episodio costruisce la sua grandezza proprio sulle musiche che fecero grande Twin Peaks. Un uso maestoso della componente sonora, sfruttata per rivivere insieme il passato e per ricollegarci direttamente ad un futuro definitivo e imminente, con la consapevolezza di una terza stagione pregna di spunti, riflessioni e rivelazioni a cui non abbiamo dato il giusto peso. All’alba del tramonto sono i dettagli a ricompensare i più audaci. E le ricompense non fanno rimpiangere né l’attesa di questi diciotto episodi, né tantomeno quella degli ultimi ventisei anni.


L’episodio racconta quattro eventi principali, che tendono a toccare per l’ultima volta quattro narrazioni separate, che saranno presumibilmente riunite nel finale, tra le montagne di Twin Peaks.
Bob, seguito da Richard, verifica le coordinate che gli sono state consegnate nel corso delle puntate. È in possesso di tre coordinate, due delle quali combaciano, mentre una differisce. Ad avergli consegnato delle coordinate sono stati: Ray, Phillip Jeffries e Diane, dopo averle scrutate sul braccio di Ruth Davenport. Le due coordinate che combaciano sono in realtà una trappola ordita contro Bob, di cui cade però vittima un ignaro Richard, scomparendo in un’esplosione elettrica. Probabilmente le due coordinate coincidenti erano quelle di Ray, la cui storia sul mandato di Phillip era vera, e dello stesso Phillip, che ha mascherato dietro una maschera sprovveduta le sue reali intenzioni, legate all’operazione di Mike. Restano quindi le coordinate sul braccio di Ruth Davenport, che - ricordiamo - aveva comunicato al maggiore Briggs prima di finire vittima dei taglialegna. Queste coordinate potrebbero condurre alla loggia bianca, o almeno all’anticamera della stessa, dato il luogo in cui poi Cooper ha ritrovato la testa del maggiore Briggs. Bob potrebbe quindi essere sulla strada della loggia bianca per confrontarsi definitivamente con il Fireman e distruggere la loggia bianca che da decenni ostacola il suo progetto di puro male per il mondo.  Non è ben chiaro dove tutti questi eventi siano geograficamente collocati, ma immagino che l’ingresso della loggia bianca possa essere a poca distanza da Twin Peaks, vista la presenza di Richard con Bob.
Tornando a Richard, il commiato impassibile di Bob tende a confermare la teoria dello stupro in coma della malcapitata Audrey. Secondo quest’ipotesi, l’incontro descritto dal dottor Hayward tra Audrey dopo l’esplosione nella banca e Cooper posseduto da Bob, collocato cronologicamente pochi giorni dopo la fine della seconda stagione, sarebbe culminato con una possessione carnale, che avrebbe quindi generato Richard Horne. Stando a ciò, il comportamento del rampollo Horne potrebbe quindi essere in parte giustificato, essendo egli figlio del male.


Diane svela finalmente gli eventi della notte dell’ultimo incontro con Cooper, che avevamo erroneamente collocato prima delle indagini sull’omicidio di Laura Palmer, credendo si trattasse di una questione amorosa. Invece la storia dimostra di avere tinte molto più oscure: si tratta di un altro stupro per mano di Bob, stavolta subito da Diane. Accecato dalla fame di garmonbozia, Bob avrebbe prima violentato Diane per poi condurla nel convenience store dei taglialegna. Ma la Diane che arriva a raccontare questa storia con un pathos incredibile si rivela essere una “Tulpa”, per dirla con le parole dell’agente Tammy.
I casi plausibili sono due e un particolare potrebbe far pendere l’ago della bilancia. Da un lato Bob sotto mentite spoglie avrebbe potuto rapire Diane per condurla nel quartier generale mobile delle forze della loggia nera, doppiarla e plagiare la mente del doppelganger per sfruttarla in futuro. Secondo questa ipotesi Diane sarebbe stata l’originale prima dell’incontro con Bob. Dall’altro lato, invece, Diane sarebbe potuta essere già una “Tulpa” nel momento dello stupro e quindi Bob si sarebbe limitato a condizionare la mente della donna fasulla con la violenza che gli è propria. Per comprendere questa questione dobbiamo fare un passo indietro sulle modalità della loggia nera e sulle sue possibilità. In questo stesso episodio abbiamo avuto una conferma della procedura per la creazione di copie reali degli esseri umani: il necessario si riduce ad un seme d’oro e ad un “pezzo” della persona che deve essere duplicata, in questo caso specifico una ciocca di capelli. È Mike, dall’intero della loggia ad avere la possibilità di creare una copia. Finora non abbiamo avuto prove che questo procedimento possa essere portato a termine anche ad di fuori della loggia nera, tanto che gli esseri ricreati con il seme d’oro, se muniti dell’anello con il gufo, fanno ritorno nella loggia nera prima di distruggersi. C’è un legame diretto quindi tra il processo e il luogo. Se immaginiamo dunque che Bob non sia mai tornato nella loggia nera in questi venticinque anni di libertà, perché si sarebbe scontrato con Mike, allora dobbiamo ammettere che la possibilità che Diane fosse una copia prima dell’incontro con Bob si rafforza considerevolmente.


In ogni caso abbiamo la conferma che Diane, la “Tulpa” che abbiamo creduto reale per dieci episodi, non avesse cognizione della sua realtà e che fosse soggiogata alla volontà di Bob. Proprio nel momento che precede il suo ritorno nella loggia nera, sembra prendere coscienza della situazione reale, affermando confusamente di essere “nella stazione di polizia”. Ovviamente il riferimento è alla stazione di polizia di Twin Peaks, dove tendono a confluire diverse storyline, ma queste parole sconnesse non fanno che gettare altra sabbia nei nostri occhi. Chi sarebbe Diane, che possa essere connessa ad uno dei personaggi presenti nella stazione di polizia? Magari a Naido, la donna dagli occhi cuciti?


Audrey riesce finalmente a risolvere il suo dilemma interiore e si dirige al Bang bang alla ricerca di Billy, ma qualcosa sembra essere differente. una leggera sinfonia jazz ci riporta al 1990 e siamo di nuovo incastrati in una scena a metà tra il reale e l’onirico, in pieno stile David Lynch. Audrey balla la  musica a lei dedicata mentre tutti intorno la osservano. Sembra una scena fuori dal mondo, fuori dal tempo, quasi irreale. E proprio quando l’incantesimo si spezza vediamo Audrey in una camera bianca, risvegliatasi da un sogno, mentre si specchia terrorizzata. È complicato destrutturare la scena alla ricerca di dettagli utili, ci restano poche sfumature per ipotizzare che la donna sia in realtà in una dimensione metafisica, dalla quale vive e rivive una vita forzata (basti pensare all’impossibilità di muoversi liberamente in questo mondo) e proprio la rottura di un obbligo, che in lei emerge come morale, squarcia anche il velo di maya per svelare la finzione del dietro le quinte. 


Quando è finita in questa dimensione? Cosa resta di Audrey nel mondo reale? Potrebbe essere lo stesso stupro di Bob ad averla rinchiusa in questa dimensione asettica e paralizzante, o una parte di lei, quella più simile alla ragazza sfacciata delle prime due stagioni,potrebbe essere stata rubata alla sua identità reale per mantenerla in uno stato di dormiveglia. Il finale sarà chiarificatore.


Una settimana fa scrivevo:

Il ritorno del vero Coop è causa per me di una trepidazione maggiore rispetto a quella provata nell’attesa dell’intera terza stagione”


Ebbene l’attesa non è essa stessa il piacere, perché quasi mai una scena aveva suscitato in me emozioni così forti come quella del ritorno di Cooper. Torna la sigla, tornano la classe, il carisma, la gentilezza, la sicurezza di Dale Cooper. Un personaggio meraviglioso che ha fatto la storia della televisione e al quale Lynch riserva il dovuto tributo. E la scena con Janey-E e Sonny Jim riesce anche ad essere toccante, nel complesso delle emozioni scatenate dal culmine di un percorso decennale. Nulla è stato lasciato al caso, ogni personaggio sta trovando il suo scopo in questo puzzle infinito, dai fratelli Mitchum a Bushnell. Per arrivare finalmente a scrivere la parola “fine” che il mezzo televisivo impedì di mettere ventisei anni fa.

domenica 27 agosto 2017

5 MOTIVI PER CUI THE DEFENDERS È UNA DELUSIONE

Dopo un esordio spettacolare con Daredevil, la qualità dei prodotti Marvel Netflix è andata via via calando. “The Defenders”, corrispettivo televisivo del team up più famoso, poteva essere il punto di svolta per l’intero progetto, ma così non è stato.


Vediamo insieme i cinque motivi per cui “The Defenders” non è stata in grado di mantenere le aspettative.



4 - 3 = Un protagonista
La serie si proponeva come una summa delle storie precedenti, che avevano lasciato in sospeso alcuni particolari per confluire poi verso un’unica conclusione. Quattro personaggi, una storia. L’obiettivo era probabilmente quello di livellari i diversi gradi d’interesse dovuti alla scrittura altalenante delle singole serie per generare un nuovo trasporto comune verso il gruppo di vigilanti. La realtà dei fatti racconta invece di un Matt Murdock ancora esageratamente superiore agli altri. Daredevil riesce a dare un altro tono alle scene in cui è presente per una profondità, uno spessore e un carisma a cui gli altri tre “difensori” non si avvicinano minimamente. La scelta di terminare la battaglia finale in quel modo poi non fa che avvalorare la tesi di una finta serie corale, molto più simile ad una terza stagione del diavolo di Hell’s Kitchen.



“È stata una settimana molto dura”
Quanto tempo passa dalla scarcerazione di Luke Cage alla conclusione dell’intera storia? Mi sono posto questa domanda diverse volte durante la visione. Alla fine è Jessica Jones a rispondere: meno di una settimana. Nell’ottica di un tempo così breve, quasi aristotelico, si perde il senso di uno sviluppo morale dei protagonisti e la loro interazione, ridicolmente esplicitata da Daredevil prima dello scontro finale, si riduce ad una collaborazione improvvisata. Manca la maturazione dei personaggi, aggiunta forzatamente verso il finale attraverso quello che dovrebbe essere Il colpo di scena. Ma è giusto interrogarsi su di esso: cosa sarebbe rimasto dell’esperienza dei Defenders senza il telefonato twist conclusivo?



War never changes
Lo scontro con la mano ci viene presentato come il culmine di un conflitto secolare tra i traditori di K’un lun e i casti. Lo stato delle cose è costantemente descritto in termini militari. Guerra, guerra e ancora guerra.
“Chi vincerà la guerra?”
“Questa è la fine della guerra”
“Questa non è la fine della guerra”
Queste ultime due frasi magari pronunciate dallo stesso personaggio a distanza di pochi minuti.
E il rimando immediato è alla vera guerra, quella in grado di annientare intere popolazioni, quella che non si placa con quattro colpi di karate in un ufficio bianco. Eppure la minaccia rappresentata dalla Mano non è mai tangibile: non ci sono attentati, non ci sono duelli decisivi, non ci sono punti di non ritorno. Quella che i protagonisti chiamano guerra è la schermaglia di qualche scagnozzo e un manipolo di vigilanti per evitare che un’organizzazione secolare possa ottenere la chiave della vittoria della guerra, che poi si rivelerà essere un elemento tutt’altro che decisivo. Il pericolo non è mai realmente vicino, né per i protagonisti né per la popolazione di New York. E allora stona incredibilmente il tono epico degli ultimi due episodi, soprattutto considerando che “The Defenders” si colloca all’interno del MCU, e a due passi dal Midland circle ci sarebbe un certo Tony Stark.



La sagra dei clichè
Daredevil aveva rivoluzionato la dimensione del supereroe con una narrazione più intima, profonda che aveva contribuito a rendere più imprevedibili le storie del Diavolo di Hell’s Kitchen.
Da questo punto di vista “The Defeneders” rappresenta un enorme passo indietro. Con uno sviluppo minimo in profondità della narrazione, i prodotti Marvel Netflix tornano a posizionarsi a livello della loro controparte cinematografica, e chiunque abbia visto almeno un paio di cinecomics sarà immediatamente in grado di predire lo svolgersi degli eventi. Mancano reali colpi di scena inaspettati - ad eccezione di quello che spezza l’unità del gruppo verso la metà della serie - e questo, unito alla mancanza di una minaccia reale, spegne il trasporto emotivo per una serie a tratti piatta.



E quindi?
Con l’ultima scena prima dei titoli di coda viene addolcito anche l’amaro finale. Cosa resta dell’esperienza dei Defenders dopo la “guerra” con la mano? Valutiamo la domanda da due punti di vista. Da una parte, per l’universo della serie, il team up ha avvicinato quattro eroi  già contigui, bruciando in otto puntate decine di personaggi validi per futuri sviluppi, sacrificati sull’altare della spettacolarità delle coreografie. Si tratta banalmente di una storia periferica che conclude una narrazione confusa e frammentata senza particolari guizzi.

Dall’altra ci siamo noi spettatori, che abbiamo assistito alla conclusione della “prima fase” di questo sottouniverso dei cinecomic. La serie scorre e si lascia guardare, considerando anche il fatto che si svolga in pochissime ore, si ride a denti stretti in alcuni momenti e si riesce anche a godere delle interazioni tra i protagonisti, ma non rimane nulla più di una copia sbiadita del modello MCU. Manca completamente la peculiarità televisiva che era stata di Matt Murdock prima e di Jessica Jones poi. Manca l’anima dei progetti Netflix, soppiantata dallo spirito Marvel.

mercoledì 23 agosto 2017

TWIN PEAKS 3 - EPISODIO 15

Il quindicesimo episodio rappresenta la conferma dell’unicità di questa stagione evento, che non vedrà altre “Parti” oltre le 18 previste da Showtime. A darne una prova concreta è un unicum per la serie: la conclusione di una sottotrama. E mai conclusione fu più dolce della promessa di matrimonio di Norma e Big Ed. L’attesa ha richiesto qualche anno più del previsto, ma la gioia infantile dipinta sul volto di Ed appena entrato al Double R per dichiarare la fine della latitanza amorosa è impagabile. La conclusione della meta-mini-avventura di Norma con il suo franchise poi arricchisce il messaggio di un senso definitivo che colpisce a cuore di chi era sul divano di casa nel 1991 a tormentarsi sulla fine di Laura Palmer.


Altra conclusione obbligatoria, necessaria e giustamente incensata è la scomparsa della signora ceppo. Perché termina la scrittura di un personaggio storico, iconico della televisione, ma soprattutto perché ci lascia Catherine Coulson, amica di Lynch, professionista esemplare che ha voluto ritagliare del tempo ai suoi ultimi attimi per la realizzazione delle sue apparizioni in questa terza stagione, per essere ancora parte di un progetto meraviglioso. E la serie le ha riservato il dovuto tributo, toccante e sobrio allo stesso tempo, con Hawk che annuncia la sua dipartita in una penombra più vicina agli esordi della serie, più vicina all’inizio che alla fine. Comprendere la visione della morte di una artista dello spessore di David Lynch è un’impresa impossibile, ma cogliere le sfumature di un messaggio d’amore così sincero va oltre l’esperienza televisiva.

There’s some fear, some fear in letting go
You know about death, that is just a change, not an end.


La signora ceppo poi è anche in grado di lasciarci in eredità due frasi criptiche:
My log is turning gold;
Watch for that one, the one I told you about, the one under the moon, on Blue Pine Mountain.

La prima affermazione fa riferimento al legame che intercorre fin dai tempi della prima stagione tra lo spirito de marito intrappolato nel ceppo e il regno delle logge. L’oro richiama il materiale di cui sono fatti gli anelli spirituali che fungono da strumenti di connessione con la loggia nera per gli uomini. È presumibile che la morte di Margareth possa liberare anche lo spirito del marito e quindi permettergli di terminare il suo prolungato trapasso.
La seconda affermazione invece ha una connessione maggiore con la trama e quello che sarà: Hawk è stato precedentemente istruito dalla signora ceppo su ciò che lo aspetta lo notte in cui presumibilmente tutto giungerà ad una conclusione. Un uomo che si manifesterà di notte, sul Blue Pine Mountain, lo stesso sul quale la squadra dello sceriffo Truman ha ritrovato Naido. Suppongo questo sia lo stralcio di una previsione riguardante Bob e il fatto che il suo aspetto attuale possa trarre in inganno il gruppo di Hawk.

La vicenda tragicomica di James (Jim) e Freddie è solamente un pretesto per riunire due armi fondamentali per il Fireman della loggia bianca sotto lo stesso tetto. In attesa di scoprire il senso della presenza d’ubriaco che gronda sangue, il quale - continuo a sostenere - potrebbe essere lo stesso Bill di cui è in cerca Audrey.


Intanto la narrazione torna ad interessarsi di Coop, in attesa che gli ordini di Gordon Cole vengano messi in atto dagli agenti locali e Dougie Jones venga consegnato alle autorità competenti. Dopo aver udito il nome di Gordon Cole alla televisione, Coop viene quindi spinto verso la presa della corrente elettrica e, introducendo la forchetta in uno dei tre fori, sembra rimanere apparentemente fulminato. La speranza condivisa, vista la funzionalità attribuita spesso all’elemento elettrico, è naturalmente quella del risveglio effettivo di Dale Cooper, ricostruendo così una situazione generale molto simile a quella delle prime due stagioni, con un protagonista indiscusso a fare da collante tra le varie bizzarre situazioni secondario. La dispersione voluta di questa terza stagione evento è stata anche frutto della mancanza della figura carismatica dell’agente Cooper, il quale, con il suo ritorno, potrebbe davvero dare la svolta definitiva verso il finale dell’epopea di Twin Peaks. Il ritorno del vero Coop è causa per me di una trepidazione maggiore rispetto a quella provata nell’attesa dell’intera terza stagione.


Ma passiamo al vero cuore pulsante dell’episodio, l’evento che ha ipnotizzato gli spettatori, confondendoli e ammaliandoli: l’incontro tra Bob e Phillip Jeffries. Ci sono delle dovute premesse da fare sull’intero evento. Non è possibile infatti tralasciare il fatto che i discorsi su Judy vengano ripresi direttamente dai “Missing Pieces”, una sezione extra contenuta unicamente nel cofanetto “Twin Peaks the ultimate collection”, distribuito nel 2016. Questo per dire che, a differenza di molte produzioni, anche di successo, Lynch non ha improvvisato nulla nella sua costruzione de capolavoro, ripescando se stesso e autocitandosi in un’opera assolutamente metatelevisiva, che attinge ad un complesso di fonti sconosciute ai più.
In questo episodio vediamo inoltre per la prima volta Bob nei panni di Cooper essere messo alle strette da un concatenarsi di eventi che neanche lui riesce a decifrare. Per la prima volta lo vediamo alzare la voce nel tentativo di avere delle risposte, che sono anche le risposte allo nostre domande, ma che dovremo pazientare ancora per ottenere.
Il luogo attraverso cui Bob arriva a colloquio con Phillip è l’emporio - presentato per la prima volta nel celeberrimo ottavo episodio - che abbiamo riconosciuto come la matrice e il punto di riferimento fisico dei taglialegna (così chiamati nei titoli di coda) dal volto truccato di nero. Dobbiamo correggere un particolare: non è provato che l’emporio possa fare anche da generatore di entità simili, poiché il suono elettronico, unito al fumo bianco, che avevamo collegato ad una generazione è in realtà la modalità attraverso cui questi spiriti viaggiano nelle varie dimensioni e presumibilmente si spostano sulla terra. Bob infatti sfrutta l’emporio per raggiungere il Dutchman, un motel nel quale risiede lo spirito di Phillip Jeffries, intrappolato in una stufa antica. La donna che apre la porta a Bob ci conferma che il motel si trova in una dimensione metafisica.


Phillip Jeffries non sembra rendersi conto di avere di fronte l’entità di Bob nel corpo di Coop e non il suo collega. Egli rivela quindi alcuni dettagli che cambiano le carte in tavola rispetto agli ultimi eventi: non sarebbe stato Phillip a inviare Ray ad uccidere Bob, ma Judy, della quale lo stesso Phillip sembra riluttante a parlare. Egli confessa però, pensando di trovarsi di fronte a Coop, che il suo interlocutore avrebbe già incontrato questa persona e rivela quindi a Bob le coordinate per trovare Judy. In tutto questo però, perché Ray avrebbe attribuito a Phillip l’incarico di uccidere Bob quando lo stesso agente non sembra al corrente degli eventi degli ultimi venticinque anni? Phillip è infatti perennemente fuori dal tempo e anche quando, in FWWM torna alla realtà per alcuni frangenti, si inganna sulla vera identità di Coop, deducendo che sia già posseduto da Bob. Due versioni dello stesso personaggio: la prima è onnisciente sul futuro prossimo, la seconda invece non riconosce il presente quando questo bussa alla porta del suo motel. Nel suo essere una stufa antica, il personaggio che fu di David Bowie continua a generare mote perplessità sul suo passato, sulla sua scomparsa e sul suo legame con le logge.



L’attesa della risoluzione comincia a farsi spasmodica e riconnettere insieme tutti questa aspetti dello stesso intero potrebbe regalare una conclusione spettacolare. Lynch ha dichiarato che tutto avrà un senso, alla fine tutto troverà un posto. Mi auguro che ciò avvenga, senza però eccedere nella finitezza, perché la magia di Twin Peaks e del ritorno tra i suoi boschi si è nascosta proprio nell’infinità di una storia che non può terminare per sempre. Dovrà vivere ancora nelle nostre menti, come è stato per venticinque lunghissimi anni.