Visualizzazione post con etichetta Accorsi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Accorsi. Mostra tutti i post

martedì 30 giugno 2015

FLOP 10 CINECOMICS MARVEL - FINALE

Eccoci tornati dopo settimane di assenza, ecco ciò che stavate aspettando. Nella prima parte abbiamo analizzato cinque film Marvel brutti ma non troppo, realizzati male ma non troppo, scritti peggio ma non troppo. Mediocri insomma. Ma oggi ci addentreremo nella cantina umida e muffosa della casa di produzione americana dove tengono conservate le ultime copie di film ignobili di cui molti spesso se ne trascura l’esistenza. Per non dimenticare!



5° POSIZIONE: Spiderman 3 (2007)
Ecco che comincia la scalata all’orrido. Dopo un primo capitolo che oramai è storia del cinema popolare e un secondo che, a sorpresa, aveva superato di gran lunga il predecessore, il me bambino di otto lunghissimi anni fa decise che il terzo e conclusivo film della saga meritava di essere visto al cinema. Che errore madornale. Che poi a dieci minuti dalla fine di quello strazio annunciato mio fratello (più piccolo) mi obbligò anche ad accompagnarlo in bagno e quindi non capì neanche com'é che viene distrutto il simbionte.
Comunque Spiderman 3. Tre. TRE come i nemici che ci sono in questo film, tre nemici che insieme non riescono a farne uno; forse solo Sandman si salva in qualche sfaccettatura personale. Poi Venom che si vede per venti minuti scarsi, Franco senz’occhi che non regge il confronto con il padre, la storia d’amore stucchevole, ma soprattutto Peter-simbionte che balla col ciuffo (che al tempo chiamavamo emo) e fa le facce. Un meme. Niente da aggiungere.


4° POSIZIONE: Ghost Rider (2007)
Non saprei cosa dire. Il film in sé è pessimo: sceneggiatura scritta coi piedi, trama banalissima, vampiri, bestie notturne, realizzazione tecnica rivedibile e sottouniverso interno a quello Marvel che dovrebbe rappresentare l’underground dei biker, e quindi l’altra faccia della medaglia, la società invisibile, ma che invece risulta solo irreale e aiuta unicamente a scavare la fossa in cui sprofonda questo esempio di cattivo cinema. Ma fin qui tutto normale, o almeno tutto accettabile. Esistono molti film di questo tipo che nascono volendosi prendere sul serio e volendo dare nuova linfa vitale ad un fenomeno di cui in pochi si curano, ma poi tutto finisce con poca serietà, qualche battuta scontata e qualche effetto speciale accettabile perché sostenuto dai big money hollywoodiani. Ma il motociclista col teschio è Nicholas Cage. Non potevo passarci sopra, merita questa posizione. Evitatelo se potete, il rampollo Coppola intendo, non Ghost Rider.



3° POSIZIONE: The Punisher (2004)
Film visto una sola volta per sbaglio, poi ho dato sfoggio della mia rabbia repressa sul colpevole DVD. Pellicola fastidiosa, pretenziosa e pomposa che vuole avvicinare l’universo supereroistico ai gangster movie che molto piacciono oltreoceano. Azione, sparatorie, esagerazioni e macchina da presa messa in mano al primo che capita. Ecco a voi The Punisher. Che poi ancora mi sto chiedendo cosa ci faccia questo film nella classifica dei flop Marvel. In effetti non stiamo parlando di un vero e proprio supereroe, ma di un punitore che, sfoggiando un’attillata maglietta nera raffigurante un minaccioso teschio, mette in mostra i muscoli e, in maniera del tutto arbitraria, razzola in giro alla ricerca del colpevole di non ricordo quale crimine. Sentite anche voi che tutta questa storia non sta in piedi. Un film pessimo a prescindere dall’intro dei fumetti sfoglianti. Molto meglio the Punisher in “Spider-man: The Animated Series” .
Ah si, poi hanno fatto anche un sequel che, da quello che ho letto in giro, potrebbe davvero essere caduto più in basso del suo progenitore, ma fortunatamente sono riuscito a non incrociare mai lo sguardo con lui. Tenetemelo alla larga.



2° POSIZIONE: I Fantastici Quattro (2005)
Scusate il gioco di parole, ma cos’è quella “Cosa”? E poi quello non è Captain America? No, non ci siamo. I Fantastici Quattro è qualcosa di indescrivibile, un’esperienza di vita tragica ma allo stesso tempo esilarante e formativa. In sostanza si tratta di un agglomerato di tutto ciò che NON vorrei vedere in un film supereroistico. I protagonisti sono meno caratterizzati della mia lampada alla “Pixar” (si, ho una lampada alla “Pixar” - invidiatemi), il cattivo manca di vere basi che lo rendano credibile e di un background interessante, la trovata dell’acquisizione dei poteri attraverso un incidente nello spazio è tanto ridicola quanto mal realizzata, sia nelle tempistiche che registicamente. Nulla funziona, ma soprattutto le dinamiche tra i protagonisti. Come ho già scritto altre volte, i film corali sui supereroi sono quelli che riempiono di più lo schermo, ma sono anche i più difficili da realizzare, i più rischiosi. In questo caso il risultato è stato inguardabile. Chissà se il reboot annunciato per quest’anno possa in qualche modo risollevare le sorti di un brand che esala gli ultimi estenuanti respiri affannosi. Io non ci punterei molto.



1° POSIZIONE: Daredevil & Elektra (2003-2005)
Alla prima posizione dei peggiori film Marvel di tutti i tempi troviamo due film, perché Leo Notte ci ricorda che “Du gusti is megl che uan”. Daredevil ed Electra sono in realtà un film a sé stante e il suo sequel/spin-off incentrato appunto sul personaggio di Electra che (SPOILER!) era morta alla fine del primo capitolo. Miracoli, non serve aggiungere altro. Se le precedenti posizioni erano occupate da prodotti di fascia media resi pessimi da alcune scelte o da alcuni aspetti specifici, questo duo di orridi abomini fallisce in tutto. Trama, regia, sceneggiatura, recitazione, scene d’azione. Tutto ciò che riguarda questi due film è un completo disastro. Un eroe cieco che combatte la malavita organizzata che poi è innamorato di Electra che poi lo crede responsabile della morte del padre e che quindi tenta di ucciderlo ma capisce di aver preso fischi per fiaschi e si redime attaccando i malviventi di cui sopra ma muore e poi il protagonista la vendica sul campanile o in un luogo simile e poi lei resuscita e vive altre fantastiche avventure indegne di nota? Uff, ho finito il fiato. Che senso ha tutto ciò? In più non ha nemmeno risvolti comici che alleggeriscano il peso di due film inutili e monotoni. Che agonia.
Esistono film fantastici, film passabili, film brutti e film da evitare. Questi due si inseriscono perfettamente nella categoria di quelli inutili. Ore buttate che non torneranno. Intrattenimento di serie… ehm di serie… cosa viene dopo la Z?


Finalmente abbiamo finito. Chiudiamo questo cassetto Marvel una volta per tutta e guardiamo al futuro. Magari ad una nuova TOP/FLOP, magari a qualcosa sulle migliori sigle. Magari qualcosa vintage e nostalgico, ma non troppo. A presto con una nuova classifica.

sabato 25 aprile 2015

1992 - FINALE

La notizia migliore delle ultime due puntate è che “1992” è finalmente finito. Non mi aspettavo che il trend cambiasse e di fatto non è cambiato, anche se qualcosa di salvabile c’è, ad esempio la storia della decadenza della DC o la morte di Venturi (c’avevo preso la scorsa settimana, eh?), ma se questi vengono paragonati a tutto ciò che non funziona il bilancio è decisamente negativo. Sostanzialmente non ci si accorge che si tratta degli episodi conclusivi fino a quando mancano ormai pochi minuti e una canzone discretamente azzeccata comincia a sovrastare le parole dei personaggi che intanto si muovono e cercano di mettere più di una pezza su un finale abbozzato. La sequenza in sé non è cattiva, ma a parte la vicenda legata a Bettino Craxi e Di Pietro, le altre storie sembrano avere una conclusione insoddisfacente, in particolare quella di Bosco e della Castello.
Discreta anche la scelta di far riassumere Pastore nel pool di Tangentopoli per poter riallacciare un rapporto interessante con la realtà degli eventi di quell’anno.


Ecco, gli aspetti positivi sono finiti a mio parere, quindi proporrei di passare a quelli negativi.
Non credo di aver capito bene il rapporto tra Bibi e Leo Notte: perché si frequentano? Cos’hanno in comune? Stanno insieme o è un rapporto di amicizia o è un rapporto di interesse? Non si capisce. Il loro legame è giustificato unicamente dal seppellimento del cadavere di Venturi nella proprietà Mainaghi, per il resto sembra tutto forzato, irreale e di conseguenza fastidioso. Non viene poi fatta luce sul rapporto tra l’azienda della Falco e le organizzazioni mafiose milanesi; intendiamo alla fine che tutto emerga poi fragorosamente, ma la serie non indaga oltre sulla faccenda.
Pastore improvvisamente lascia perdere la sua battaglia personale contro il traffico di sangue e plasma infetti e decide di tornare sui suoi passi per contribuire attivamente all’inchiesta Mani Pulite. Ciò in parte funziona perché la fissazione del personaggio per la storia delle trasfusioni dannose stava diventando pesante e ripetitiva, ma abbandonarla così, da un momento all’altro, rischia di risultare controproducente.


La storia di Bosco e della Castello è forse la peggiore delle ultime due puntate. Una gravidanza da “Gli Occhi del Cuore” che allunga il brodo e tenta di approfondire ulteriormente due personaggi già ampiamente definiti quando ormai la fine è vicina e bisognerebbe tirare le somme piuttosto che aggiungere elementi. Un errore abbastanza grave degli sceneggiatori, errore banale. Una sottotrama che non porta a nulla di interessante se non alla separazione di due personaggi che per storie e personalità era evidente sarebbe avvenuta. Una sottotrama che almeno si può definire conclusa, non come quelle di Stefano Accorsi. Buio, non smetterò mai di dirlo, rappresenta in pieno tutta l’inutilità della serie: storie non concluse (come quella del vicino spacciatore), relazioni capate in aria e dialoghi imbarazzanti (tutti quelli con Bibi). Ma l’incontro con Silvio che tutti (si fa per dire) stavamo aspettando? La figlia showgirl? La relazione con la minorenne in Sardegna? Il rapporto con la Castello? L’assassinio di Venturi? Bah. Quanta futilità.


Anche stavolta a salvarsi è il solo Di Pietro che, con una scena in un bar in cui ordina due drink di fila, riesce a risultare credibile, ben caratterizzato e decisamente interessante.
Dopo dieci lunghi e strazianti episodi possiamo analizzare in la serie nel suo complesso. Sicuramente, se non si fosse chiamata “1992”, nessuno si sarebbe accorto dell’ambientazione vintage. Una fotografia curata ma a tratti irrealistica ed eccessiva allontana molto dall’idea di anni ’90 a cui siamo abituati e qualche canzone caratteristica o qualche riferimento sporadico non possono cambiare la cosa. Il comparto tecnico rimane comunque di livello medio-alto per il nostro paese. Peccato per la recitazione di alcuni personaggi decisamente non all’altezza. Un plauso ad Alessandro Roja e Guido Caprino, Messinese nelle vesti del deputato della Lega Nord, attori più che all’altezza, quasi sprecati.


I veri problemi della serie però sono due: il nome troppo pesante che porta consapevolmente e la scrittura. Inizialmente la serie si era proposta come un affresco della situazione politico-economica italiana, un affresco duro e crudo, cattivo ma realistico. Niente di tutto ciò. “1992” perde dopo due episodi il contatto con la realtà dei fatti e l’attenzione si sposta sulla finzione, sulla fiction, perché checché se ne dica la scrittura dei personaggi e lo sviluppo della trama si discostano ben poco da quelli della fiction italiana. Se fosse stato un prodotto meno pretenzioso, ma più umile, se si fosse presentato fin dall’inizio senza la volontà di denunciare la situazione italiana dei primi anni Novanta, senza la volontà di stupire e di proporsi come nuovo punto di riferimento, sarebbe potuto essere discreto, quantomeno una delle migliori fiction italiane. Peccato che in un’analisi complessiva pesa molto anche come una serie si propone.
Indubbiamente scalinate sotto “Gomorra - la serie” e “Romanzo Criminale - la serie”, e quindi incomparabile con i migliori prodotti oltreoceano.


Le premesse per un prodotto di livello c’erano tutte e da parte mia le aspettative erano alte, forse troppo. Nessun alto, solo qualche picco medio che nella pochezza generale sembra più di quello che è. Peccato, potenzialità e risorse sprecate. Ora spero che Accorsi torni a gridare per la sua Giulia e la Falco a fare foto, Roja a produzioni più decenti e la miss a Uno Mattina.

Dimentichiamoci in fretta di una serie dimenticabile.

martedì 21 aprile 2015

1992 - Episodi 7 e 8

Ah l’inutilità di questa serie non ha limiti. La settima e l’ottava puntata non riescono ad invertire il fiction trend preso dalla serie. I personaggi continuano ad intrattenere rapporti poco interessanti, a compiere azioni poco interessanti per lo spettatore e a vivere della rendita maturata dai primi due discreti episodi; ma la fiducia a tempo è scaduta da un pezzo e si è portati a guardare “1992” solo per inerzia, per vedere come finiscono quelle poche cose interessanti imbastite in otto interminabili episodi.


Anche in queste puntate la parola d’ordine rimane la stessa: futilità. Perché quel personaggio compie tale azione? Perché si comporta in questo modo? Perché invece non ragiona e agisce di conseguenza così ci risparmiamo venti minuti di sottotrama inutile? Ormai ho smesso di farmi queste domande e ho aperto a questa serie il mio lato gossipparo italiano per potermi far coinvolgere almeno un minimo. A dire la verità però, a dispetto dei precedenti appuntamenti, questa settimana qualche aspetto positivo da sottolineare l’ho trovato, soprattutto nell’ottavo episodio, ad esempio l’aumento delle apparizioni del Cavaliere o la corruzione e i favoritismi parlamentari. Tutti temi noti, nessuna rivelazione o scandalo. Niente di tutto ciò, solo un minimo di realtà in mezzo a tanta fantasia poco interessante ed evitabile.


Tea Falco, alle prese con la corruzione dilagante e la malavita, si lascia convincere a tradire la fiducia del povero Pastore, ma in questo modo anche lei passa leggermente in secondo piano e ciò ci riempie di gioia, di luce nuova. Finalmente la nostre preghiere sono state ascoltate. Non capisco ancora però il rapporto forzatissimo tra la giovane Mainaghi e Leo Notte. Mah. Solo: perché? No. Non voglio saperlo.
Pastore continua le sue indagini in privato e arriva a coinvolgere anche Zeno Mainaghi, ex compagno di classe di Luca Molinari, che però gli tira il pacco e niente, Luca viene sospeso dal suo importantissimo lavoro come ufficiale giudiziario agli ordini di Di Pietro. L’unico elemento che lo legava alla realtà è stato eliminato in fretta e furia. Ora il personaggio interpretato da un Diele sempre amorfo risulta privo di qualunque elemento d’interesse per chi come me cercava una serie scandalo, una serie-inchiesta. Ora non gli rimane che incastrare la sua ex e ritenere finalmente realizzata la vendetta che va cercando dal primo episodio. Tutto prevedibile, tutto noioso.


Bosco parte e finisce bene con la sua personalissima crociata contro i proiettili all’uranio impoverito. Emerge la corruzione del parlamento dell’esercito opposta alla cruda realtà dei fatti. Non tutto quello che ci viene raccontato dai mass media è vero, troppe cose vengono filtrate dalle lobby di potere e questo è il caso della proposta di legge del parlamentare leghista che, stroncata sul nascere da interessi maggiori, mai vedrà la luce e mai giungerà alle orecchie dei comuni cittadini. Purtroppo in mezzo a due momenti buoni del personaggio c’è Veronica Castello, insopportabile e totalmente inutile. Il suo ruolo nella serie è solamente quello di sfruttare uomini di potere per ottenere la notorietà e Bosco è purtroppo capitato sulla sua strada. Una narrazione ripetitiva. Un personaggio che non si evolve mai in otto puntate. Funzionale solo perché interpretato da un’ex miss che probabilmente ha firmato per comparire almeno due volte nuda in ogni episodio. Deve essere così se no non si spiega l’evoluzione che la Leone ha subito (o non subito).
Notte. Sempre lui. Sempre l’emblema. Sottotrame inutili a gogò tra cui quella della figlia show girl, quella con la Mainaghi e quella con la Castello. Ottime potenzialità sfruttate male. Nutro ancora un minimo di speranza nelle storia principale legata alla figura di Silvio, anche se il finale è scontato. Tutti sanno che alla fine Leo incontrerà Berlusconi e lo convincerà a “scendere in campo” per la gioia di tutti gli Italiani. Azzardo che secondo me il ventennio successivo non sarà tutto rose e fiori. Ah si, ma la sottotrama legata al rapporto sessuale con la quindicenne in Sardegna? L’hanno aperta per lasciarla aperta o la chiuderanno a tradimento quando nessuno se lo aspetta e Notte finirà davvero al buio di una prigione? Aspettiamo.


Il Dandi funziona, è al centro dell’azione nonostante compaia ben poco in questi episodi. Ottimo caratterista, uno dei pochi che non si perde nella futilità generale. Tuttavia il miglior personaggio di tutta la serie è indubbiamente Antonio Di Pietro: sempre ovviamente coinvolto in prima persona nelle vicende più interessanti, forte, carismatico, astuto e storicamente accettabile, ma al contempo umano, fragile e spaventato. Ottima caratterizzazione. Probabilmente è il fatto di essere protagonisti che rovina i personaggi.


Cosa aspettarsi quando si aspetta? Cosa aspettarsi dunque dalle ultime due puntate? Personalmente mi aspetto che il cerchio si chiuda e che vengano risolte tutte le sottotrame aperte nel tempo. Mi aspetto che Notte convinca Silvio, che Bosco venga cacciato dal parlamento, che la Mainaghina finisca in carcere e Venturi venga direttamente ucciso, che Pastore ottenga vendetta e che Di Pietro incastri Bettino (scontatissima). E la Castello? Beh la Castello può fare quel che vuole che tanto non interessa a nessuno, anche se non credo che le scene di nudo diminuiranno proprio alla fine.

Ciò che poteva essere e invece non è finalmente finisce. “Dai Dai Dai”.

domenica 12 aprile 2015

1992 - Episodi 5 e 6

Lo scorso martedì stavo guardando “1992 - La Serie” e durante la pubblicità tra le due puntate ho avuto una strana sensazione; mi sono sentito come se fossi su Rai Uno piuttosto che su Sky Atlantic.
Se la scorsa settimana avevo ravvisato un calo della qualità del prodotto, soprattutto alla luce delle aspettative, con questi nuovi episodi il calo verso il basso è ormai evidente, il calo verso la fiction italiana da cui le produzioni dell’emittente satellitare prendono sempre le distanze, sia a parole che con i fatti. Tradimenti, amori, sesso, trama banale, mediocrità. Gli ingredienti della fiction ci sono tutti. I mezzi tecnici, tra cui una fotografia precisa e realistica e una regia discreta, sono gli unici aspetti che rimangono del timbro tipico di Sky e delle sue serie evento tanto acclamate da pubblico e critica. Il vero problema di questo prodotto è quindi una scrittura non all’altezza che fatica a sorreggere una realizzazione di livello medio-alto.


Lo sviluppo della narrazione sta gradualmente diventando borioso, futile, noioso, ripetitivo e soprattutto completamente estraneo a Tangentopoli e al 1992 in generale. Che fine ha fatto Tangentopoli? Specialmente nel quinto episodio mancano completamente agganci all’inchiesta Mani Pulite che francamente era l’unico oggetto d’interesse riguardo questa serie.


Guido Caprino nel quinto episodio si conferma un buon caratterista e la storia legata ai proiettili contenenti uranio impoverito scorre piacevolmente seppur senza lasciare grande traccia nel complesso. La vera nota dolente si sente nel sesto episodio, quando la storia del parlamentare leghista si lega nuovamente a quella della Leone: il personaggio mostra altre sfaccettature meno interessanti che rischiano di minare la credibilità mantenuta fino a quel momento. La trasformazione di Bosco in ubbidiente soldatino agli ordini dell’aspirante attrice allontana lo spettatore dagli eventi parlamentari decisamente più interessanti. Ridicola la scena della proposta di matrimonio in spiaggia. Calo.
La Castello è un pesce fuor d’acqua. Un personaggio molto più vicino a Beautiful che ad una serie evento di Sky.  Con la morte di Mainaghi si è optato per legare la protagonista agli “eventi politici” narrati attraverso Bosco, una scelta quantomeno discutibile. La luce accesa sul passato della ragazza nella scena della confessione al gruppo di teatro rende la Leone un personaggio a metà l’odio e la compassione. Non si riesce mai a provare una di questi due sentimenti fino in fondo. “1992” senza questo personaggio perderebbe solo la bellezza dell’ex miss Italia e nulla più.


Si scopre finalmente la verità sul presunto omicidio commesso da Notte, una storia di droga e morte in età giovanile. Accorsi recita in maniera monotona, mostrando un po’ di espressività solo con gli occhi ipnotici. Poco credibile l’incontro iniziale con Roja, licenziamento interessante reso vano da una riassunzione immediata, imbarazzante ed evitabile il cameo di Giovanni Rana. Come già detto nel precedente commento, Leo Buio incarna l’inutilità della serie, in questi episodi rappresentata dalle “liaisons dangereuses” tra il pubblicitario, la sua amica rifatta e la figlia quindicenne di questa in Sardegna. Il personaggio che in partenza aveva più implicazioni con il mondo dell’imprenditoria milanese e con quello della marcia politica fallisce miseramente. Potenzialmente interessante l’incontro Notte - Silvietto nazionale nel finale della sesta puntata, percepibile nell’aria fin dall’inizio della serie.


Tea Falco si conferma la “Cagna Maledetta” di 1992. Relazione discreta quella con Pastore e molto interessante l’implicazione della mafia nella società Mainaghi, ma la recitazione della Fotografa Siciliana rovina tutto. Appunto, Fotografa. Doveva proprio dedicarsi alla recitazione? Stavamo per perderla nel quinto episodio, stavo già stappando lo champagne, ma il Buio aveva altri progetti.
Diele sembra aver imparato bene il mestiere dal monocorde Accorsi. A parte la recitazione sottotono, il personaggio si arricchisce di sfaccettature attraverso rivelazioni sul passato e sull’HIV. La relazione utile con l’Imprenditrice Mainaghi porta avanti una storia che a mio parere sarebbe stata realmente più accattivante e graffiante se avessero concentrato le attenzioni dell’ufficiale della polizia giudiziaria solo sul supporto diretto all’operato di Antonio Di Pietro. Comunque uno dei personaggi più convincenti finora.
Roja rivela la propria natura di giocatore d’azzardo e lascia intendere il doppiogiochismo che compie sistematicamente nei confronti del pool di Mani Pulite. Un personaggio che nasconde nella sua natura di comprimario il segreto dell’interesse che riesce a suscitare nello spettatore.
Di Pietro funziona in quanto fittizio e lontano dal reale ex magistrato. Scelta inizialmente azzardata ma che alla lunga si è rivelata azzeccata.



Se nel precedente commento avevo chiuso con un inno alla speranza nei confronti di questa serie, ora la speranza residua è minima. Sempre meno interessante, puntuale, precisa e di denuncia. Sempre più italiana, inutile. Sempre più Rai. Ad oggi uno spreco di potenziale e di risorse enorme.

martedì 7 aprile 2015

1992 - Episodi 3 e 4

Dopo aver visto i primi due episodi confesso di essere rimasto piacevolmente sorpreso: la serie funzionava anche se le promesse iniziali erano state parzialmente infrante dalle scelte narrative degli sceneggiatori. In questi due episodi invece il livello del prodotto precipita vertiginosamente verso la mediocrità a siamo abituati da anni in Italia.


La doppia narrazione vista la scorsa settimana aveva portato lo spettatore ad identificarsi con i protagonisti e ad appassionarsi agli avvenimenti legati allo scandalo Mani Pulite. Queste due componenti, correttamente bilanciata, avevano reso la serie interessante e coinvolgente, ma, venuta a mancare quasi completamente una delle due, il risultato è deludente. 1992 manca clamorosamente il bersaglio perdendo di vista quello che almeno in partenza era l’obbiettivo annunciato della serie, ossia quello di raccontare in maniera fresca e trasversale l’alba di Tangentopoli e la corruzione dilagante nell’anno in cui il serial è ambientato.  A parte un paio di scene incentrate su Antonio Di Pietro, sempre meno credibile rispetto all’originale, e sul dottor Mainaghi (uno dei pochi personaggi che mantengono un’aria di credibilità), la serie si focalizza unicamente sui sei personaggi immaginari. Alcune idee discrete come quella di introdurre Falcone e il pool antimafia, vengono rese inconsistenti da una realizzazione poco precisa e da tempistiche del tutto inaccettabili. Miriam Castello Leone impersona una ragazza troppo lontana dal mondo di mani pulite per risultare interessante agli occhi di uno spettatore critico; fortunatamente però il livello di recitazione dell’attrice siciliana si mantiene a livelli più che discreti, come nella scena della morte di Mainaghi (una delle più ispirate finora).


Il Dandi si conferma un ottimo caratterista impersonando un personaggio intrigante, misterioso e accattivante che non ha ancora rivelato la sua vera natura, solamente intravista nel rapporto tra il suddetto personaggio e Stefano Accorsi.
Bibi risulta la meno azzeccata dei protagonisti finora dal punto di vista recitativo. Tea Falco sembra sempre fuori posto, ogni frase un fastidioso, monotono lamento e ciò influisce decisamente sull’empatia che lo spettatore può sviluppare nei confronti di un simile insulto recitativo. Le premesse fanno pensare ad uno sviluppo interessante della storia della novella imprenditrice milanese, stavolta davvero invischiata in faccende più importanti delle semplici disavventure di una viziata figlia di papà, ma l’errore madornale nella scelta dell’attrice al casting potrebbe seriamente compromettere questo braccio della narrazione.


Pietro Bosco è invece la sorpresa positiva della prima parte della serie: l’interpretazione molto convincente e credibile regalata dall’ispettore Manara si accompagna ad uno sviluppo della trama assai interessante legato strettamente alla politica italiana del tempo. La corruzione e le meccaniche sporche che regolano la vita parlamentare emergono in maniera chiara e ben congeniata. Lo spettatore è portato a provare simpatia per il deputato, nonostante questo faccia parte di una Lega macchiata. Uno dei pochi motivi che spingono ad attendere i prossimi episodi.
Diele soffre della sindrome Falco, ossia la totale assenza di espressività e ciò emerge in maniera meno pesante per il ruolo che l’attore interpreta. Il vero problema sta nella costruzione del personaggio: con il potenziale dato dal legame diretto di Pastore con Di Pietro ci si aspettava decisamente un’implicazione maggiore del procuratore aggiunto nella vicenda Mani Pulite, invece questa è pesantemente ed ingiustificatamente oscurata da un AIDS inserito forzatamente nella trama e da una vendetta misteriosa che, se non lo ha già fatto fino ad ora, rischia davvero di stancare e rendere insopportabile il personaggio in questione.


Leonardo Notte è invece l’emblema della mediocrità mostrata da “1992” nelle ultime puntate. Ottime potenzialità gettate al vento nella caratterizzazione di un personaggio che non va da nessuna parte: troppe sfaccettature, troppi eventi tra loro sconnessi (come la mancata espulsione della figlia, evitabile) che cercano di sviluppare una personalità interessante ma che falliscono generando confusione, noia, inutilità. La storia del presunto assassinio funziona ancora ma ha ben poco a che fare, almeno finora, con Tangentopli. Accorsi  poi non aiuta con il solito sguardo vacuo e il sorrisetto irritante.


L’ambientazione non ricorda quasi mai il 1992. Altra pecca della serie.
Delusione profonda, viste soprattutto le potenzialità mostrate nelle prime due puntate. Il tempo per fare meglio non manca ma la via è completamente sbagliata. Speriamo cambi e speriamo lo faccia presto.

martedì 31 marzo 2015

1992 - Episodi 1 e 2

Dopo aver visto i primi due episodi della serie 1992 in onda su Sky ho pensato di aprire questa nuova rubrica, con cadenza settimanale, nella quale analizzo il prosieguo della narrazione e lo sviluppo dei protagonisti. Ovviamente non mi prendo responsabilità per eventuali spoiler necessari per analizzare al meglio la serie, quindi la lettura di questi articoli è consigliata principalmente a coloro che hanno già visto gli episodi in questione. Oltre un’analisi delle singole puntate ho pensato di cogliere l’occasione per presentare il prodotto e farne un’analisi qualitativa. Scusate la lunghezza. Cominciamo…



Sky colpisce ancora nel segno con 1992, la nuova serie evento in esclusiva su Sky Atlantic nata da un’idea di Stefano Accorsi. Dopo “Romanzo Criminale - la Serie” e “Gomorra -la Serie” l’emittente satellitare torna a produrre un serial televisivo di alto livello. Il fatto che i primi due episodi siano stati trasmessi in prima tv in contemporanea in vari altri paesi europei denota le alte aspettative riposte nella serie che possiamo definire “di punta” per Murdoch e soci.


Gli argomenti trattati sono ormai noti a tutti. Quattro soli numeri riportano alla mente di tutti gli Italiani quell’inizio. L’arresto per corruzione del senatore Mario Chiesa, il 17 Febbraio dell’anno fulcro della serie, apre la famosa stagione di Mani Pulite. Un vero e proprio terremoto che scuoterà le fondamenta di un sistema politico-economico ben collaudato e porterà alla luce il marcio che si cela sotto. Allo stesso modo comincia anche “1992”: un giovane ufficiale della polizia giudiziaria, Luca Pastore, interpretato da Domenico Diele, scopre il senatore del PSI intento a gettare nel water alcune banconote segnate dal pool di Antonio Di Pietro (esageratamente eroico in questi primi episodi) e il vaso di Pandora è scoperchiato. Ci sono tutti: il sopracitato Chiesa, Craxi, Dell’Utri nominato a più riprese, Silvio che con una battuta (“Pulisci sempre l’asse, mi raccomando, altrimenti chi viene dopo pensa che sia stato tu a sporcare”) riesce a riassumere lo spirito del sistema di cui è uno dei pilastri, Bossi e molti altri.


Gli sceneggiatori, tra cui lo stesso Freccia, optano però per una scelta diversa dal solito: decidono di narrare le vicende di tangentopoli attraverso le vicissitudini di sei personaggi di fantasia, forse in cerca d’autore, che intrecciano le loro strorie personali con l’inchiesta in maniera indissolubile. Fin dall’inizio ci vengono quindi presentati gli ufficiali giudiziari Pastore e Venturi (Dandi), entrambi impegnati con Di Pietro alla ricerca di prove contro i politici e gli imprenditori coinvolti in Tangentopoli ed entrambi spinti da uno spirito di vendetta, su cui aleggia un velo di mistero, e per cui sono disposti a tutto pur di incastrare determinati personaggi pubblici. Si passa poi alla presentazione del personaggio più ambiguo della serie finora, ossia Leonardo Notte, interpretato da Accorsi, che, in veste di dipendente dell’ormai celebre Publitalia ’80, viene spinto ad intrattenere rapporti di lavoro con Dell’Utri e con la Fininvest. Notte risulta cinico e deciso nel suo lavoro e con le donne, ma non sembra mai convinto del suo operato quando si tratta di lavorare a braccetto con la politica, tanto che nel secondo episodio abbandona stizzito una convention a Roma organizzata dalle lobby politiche per discutere delle elezioni imminenti. Egli intrattiene anche rapporti occasionali con un’altra protagonista: Veronica Castello, interpretata da una più che mai convincente Miss Miriam Leone. Questa rappresenta una generazione di avvenenti ragazze entrata nel mondo dello spettacolo attraverso le conoscenze giuste. In questo caso specifico la Leone interpreta l’amante di Mainaghi, potente industriale milanese, invischiato fino al collo nell’inchiesta. La ragazza riesce quindi ad ottenere una parte da protagonista a “Domenica In” poco prima che il sopracitato imprenditore venga incastrato da un’abile mossa fuorilegge di Pastore. Questo porta la Castello ad affrontare il suo nuovo futuro, prima radioso, senza le spalle coperte. Altri due protagonisti degni di nota sono Bosco, ex militare interpretato da un irriconoscibile Manara, che per una serie di coincidenze diviene deputato per la Lega e Bibi Mainaghi, figlia dell’imprenditore, che finora ha avuto un ruolo marginale. Il grande merito di questi personaggi è la naturale umanità con cui reagiscono agli eventi. Chiunque di noi potrebbe immedesimarsi in queste figure più ombre che luci.


La scelta è quindi quella di rendere il ’92, Tangentopoli, lo sfondo di queste vicende che si intrecciano; uno sfondo mobile però, perché in soli due episodi la storia ingrana e la narrazione scorre piacevolmente senza che lo spettatore avverta lo stacco tra realtà e finzione.
Dopo due puntate, della durata di cinquanta minuti ciascuna, è già possibile tirare le somme relative al comparto tecnico della serie: la regia è curata ma a tratti ripetitiva, soprattutto nelle riprese sfocate, fotografia iperrealistica e moderna che funziona ma allontana l’ambientazione proposta da quella anni ’90 a cui il serial dovrebbe rifarsi, le prove attoriali sono discrete, con pochi alti e qualche basso di troppo per una serie Sky (il Freddo ci aveva abituati meglio). Il grande problema di questo prodotto è l’audio, decisamente sotto le aspettative: alcuni dialoghi risultano incomprensibili e necessitano di due, tre ascolti e alcune battute sono state ridoppiate successivamente creando un fastidioso effetto ventriloquo. Spero i fonici si riprendano nel corso delle prossime puntate.



In sostanza prodotto medio-alto che sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, che la qualità nostrana respira ancora sepolta sotto chilometri di fiction. Se come me non avete vissuto in prima persona questo tragico momento storico per il nostro paese è bene che recuperiate i primi episodi e vi mettiate al passo con la serie, se invece non siete più giovincelli e volete avere una nuova versione dei fatti, raccontata da un punto di vista diverso, questo potrebbe essere il prodotto che fa per voi. Intrattiene fornendo contenuti. Quando tutto cambiò per tornare ad essere come prima. Si scrive 1992, si legge 2015.