Visualizzazione post con etichetta Daredevil. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daredevil. Mostra tutti i post

domenica 27 agosto 2017

5 MOTIVI PER CUI THE DEFENDERS È UNA DELUSIONE

Dopo un esordio spettacolare con Daredevil, la qualità dei prodotti Marvel Netflix è andata via via calando. “The Defenders”, corrispettivo televisivo del team up più famoso, poteva essere il punto di svolta per l’intero progetto, ma così non è stato.


Vediamo insieme i cinque motivi per cui “The Defenders” non è stata in grado di mantenere le aspettative.



4 - 3 = Un protagonista
La serie si proponeva come una summa delle storie precedenti, che avevano lasciato in sospeso alcuni particolari per confluire poi verso un’unica conclusione. Quattro personaggi, una storia. L’obiettivo era probabilmente quello di livellari i diversi gradi d’interesse dovuti alla scrittura altalenante delle singole serie per generare un nuovo trasporto comune verso il gruppo di vigilanti. La realtà dei fatti racconta invece di un Matt Murdock ancora esageratamente superiore agli altri. Daredevil riesce a dare un altro tono alle scene in cui è presente per una profondità, uno spessore e un carisma a cui gli altri tre “difensori” non si avvicinano minimamente. La scelta di terminare la battaglia finale in quel modo poi non fa che avvalorare la tesi di una finta serie corale, molto più simile ad una terza stagione del diavolo di Hell’s Kitchen.



“È stata una settimana molto dura”
Quanto tempo passa dalla scarcerazione di Luke Cage alla conclusione dell’intera storia? Mi sono posto questa domanda diverse volte durante la visione. Alla fine è Jessica Jones a rispondere: meno di una settimana. Nell’ottica di un tempo così breve, quasi aristotelico, si perde il senso di uno sviluppo morale dei protagonisti e la loro interazione, ridicolmente esplicitata da Daredevil prima dello scontro finale, si riduce ad una collaborazione improvvisata. Manca la maturazione dei personaggi, aggiunta forzatamente verso il finale attraverso quello che dovrebbe essere Il colpo di scena. Ma è giusto interrogarsi su di esso: cosa sarebbe rimasto dell’esperienza dei Defenders senza il telefonato twist conclusivo?



War never changes
Lo scontro con la mano ci viene presentato come il culmine di un conflitto secolare tra i traditori di K’un lun e i casti. Lo stato delle cose è costantemente descritto in termini militari. Guerra, guerra e ancora guerra.
“Chi vincerà la guerra?”
“Questa è la fine della guerra”
“Questa non è la fine della guerra”
Queste ultime due frasi magari pronunciate dallo stesso personaggio a distanza di pochi minuti.
E il rimando immediato è alla vera guerra, quella in grado di annientare intere popolazioni, quella che non si placa con quattro colpi di karate in un ufficio bianco. Eppure la minaccia rappresentata dalla Mano non è mai tangibile: non ci sono attentati, non ci sono duelli decisivi, non ci sono punti di non ritorno. Quella che i protagonisti chiamano guerra è la schermaglia di qualche scagnozzo e un manipolo di vigilanti per evitare che un’organizzazione secolare possa ottenere la chiave della vittoria della guerra, che poi si rivelerà essere un elemento tutt’altro che decisivo. Il pericolo non è mai realmente vicino, né per i protagonisti né per la popolazione di New York. E allora stona incredibilmente il tono epico degli ultimi due episodi, soprattutto considerando che “The Defenders” si colloca all’interno del MCU, e a due passi dal Midland circle ci sarebbe un certo Tony Stark.



La sagra dei clichè
Daredevil aveva rivoluzionato la dimensione del supereroe con una narrazione più intima, profonda che aveva contribuito a rendere più imprevedibili le storie del Diavolo di Hell’s Kitchen.
Da questo punto di vista “The Defeneders” rappresenta un enorme passo indietro. Con uno sviluppo minimo in profondità della narrazione, i prodotti Marvel Netflix tornano a posizionarsi a livello della loro controparte cinematografica, e chiunque abbia visto almeno un paio di cinecomics sarà immediatamente in grado di predire lo svolgersi degli eventi. Mancano reali colpi di scena inaspettati - ad eccezione di quello che spezza l’unità del gruppo verso la metà della serie - e questo, unito alla mancanza di una minaccia reale, spegne il trasporto emotivo per una serie a tratti piatta.



E quindi?
Con l’ultima scena prima dei titoli di coda viene addolcito anche l’amaro finale. Cosa resta dell’esperienza dei Defenders dopo la “guerra” con la mano? Valutiamo la domanda da due punti di vista. Da una parte, per l’universo della serie, il team up ha avvicinato quattro eroi  già contigui, bruciando in otto puntate decine di personaggi validi per futuri sviluppi, sacrificati sull’altare della spettacolarità delle coreografie. Si tratta banalmente di una storia periferica che conclude una narrazione confusa e frammentata senza particolari guizzi.

Dall’altra ci siamo noi spettatori, che abbiamo assistito alla conclusione della “prima fase” di questo sottouniverso dei cinecomic. La serie scorre e si lascia guardare, considerando anche il fatto che si svolga in pochissime ore, si ride a denti stretti in alcuni momenti e si riesce anche a godere delle interazioni tra i protagonisti, ma non rimane nulla più di una copia sbiadita del modello MCU. Manca completamente la peculiarità televisiva che era stata di Matt Murdock prima e di Jessica Jones poi. Manca l’anima dei progetti Netflix, soppiantata dallo spirito Marvel.

domenica 27 novembre 2016

DAREDEVIL, SALVINI E LA PISTOLA DI BUONANNO

Mesi fa si è fatto un gran parlare della legittima difesa, della possibilità di scaricare un intero caricatore nella schiena di un presunto rapinatore per poi essere completamente assolti. Il dibattito di un momento, che aveva risvegliato l’opinione pubblica in difesa dei soliti pensionati, dei soliti braccati da Equitalia, dei soliti ultimi incappati nella medesima situazione tipo. Una serie di sfortunati eventi aveva aperto le porte ad un confronto tra diverse fazioni: chi voleva una revisione della legislazione in merito, chi cercava di avere una visione più ampia degli eventi e chi invece aveva approfittato ancora della situazione per carezzare con sguardo avido, bramante di potere, la pancia ignara dell’elettorato più reazionario, quello che non è né di destra né di sinistra, ma genuinamente fascista nell’animo.


Noi di InsideMAD siamo sempre sul Pezzo, sulla cresta dell’onda, come avrete intuito, ma talvolta ci prendiamo dei tempi per riflettere e per cercare di capire le cause e gli effetti collegati ad una complessa situazione e riuscire ad avere un’opinione quantomeno coerente, quantomeno non determinata in toto dalla somma del momento e di ruggini ammuffite nel profondo. Quegli scheletri che ci abitano e aspettano le piccole porte della realtà per mostrare i denti digrignati alla luce della luna. Ma facciamo un passo indietro: Daredevil, seconda stagione.
Personalmente ho apprezzato maggiormente la prima stagione di Daredevil, serie Netflix che ha ristabilito la giusta posizione per i supereroi sul piccolo schermo, per una coerenza narrativa maggiore, per la tangibilità della minaccia corrente e per lo sviluppo controllato e incentrato soprattutto sulla vita da avvocato cieco di Matt Murdock. Ma anche la seconda, pur vivendo di alti e bassi, raggiunge dei picchi notevoli, che presi singolarmente magari potrebbero apparire finanche più intensi rispetto alle sequenze più cariche di pathos della prima stagione. Uno di questi picchi è indubbiamente il duello verbale (e a tratti fisico) tra Daredevil e The Punisher sui tetti in buio e mattoni rossi di Hell’s Kitchen. I due personaggi, contrapposti seppur schierati sostanzialmente dalla medesima parte, si scontrano sul valore della giustizia e sul rapporto che essa instaura con la vita privata del cittadino; come si coniuga la legge scritta rispetto alla realtà che da essa dipende negli effetti. Ci troviamo di fronte a due paradigmi differenti alla base, che propongo due concezioni diverse di giustizia inevitabilmente condizionate dagli sviluppi personali dei due vigilanti della notte. Daredevil, alias Matt Murdock, si rifiuta, nei suoi agguati notturni, di colpire per uccidere, perché ritiene ancora sacro il valore della giustizia come elemento super partes riconosciuto da una comunità che si rifà ad uno stemma,una bandiera un segno comune. Questa scelta di vita lo porta a collaborare con le autorità e a legare indissolubilmente il suo lavoro notturno con quello diurno di avvocato presso la Nelson and Murdock. Dall’altra parte invece, The Punisher, all’anagrafe Frank Castle, segnato profondamente dall’esperienza personale tra la Guerra del Golfo e la morte violenta dei familiari, sceglie di farsi giustizia da sé, seminando il terrore per le strade di New York alla ricerca dei mandanti del massacro che ha coinvolto la moglie e il piccolo figlio. La sua terribile ira sanguinolenta non sarà placata finché la causa del suo inferno in vita non avrà un volto e un nome.
Ci si para dinanzi uno scontro gerarchico tra due modelli societari: uno, quello dell’eroe, pone in cima la legge e da essa fa derivare il comportamento dei cittadini, anche quando questi scelgono di vestire i panni dei vigilantes, l’altro invece, quello dell’antieroe, inverte l’ordine appena descritto ponendo il singolo uomo al di sopra della convenzione comune perché l’unico in grado di esercitare realmente una forma consona di giustizia, quanto più vicina a quella divina.

Giustizia è anche avere le mani legate

Con le dovute proporzioni, senza vigilanti, palazzi insanguinati e avvocati ciechi che combattono orde di ninja, credo possa reggere un paragone tra lo scontro ideologico proposto nella serie tv e il dibattito diffusosi in Italia pochi mesi fa, e mai realmente sedatosi, in attesa di altra legna per alimentare il fuoco dello slogan politico. Abbiamo visto uomini di legge indignarsi davanti alle telecamere perché agli uomini fosse riconosciuta la possibilità di oltrepassare quel limite della giustizia penale in casi particolari, perché fosse invertito l’ordine del reale, per finire in un immaginario in cui la legge non è assoluta, ma muta nel rapporto con l’individuo di situazione in situazione. Abbiamo visto orde di cittadini, non più accomunati dalla bandiera della legalità, ma neanche da quella dell’anarchia, accogliere a braccia aperte queste proposte superficiali perché il momento non ci offriva nient’altro che la rabbia di morti ingiuste.

Non voglio in nessun modo giustificare un individuo che, magari armato, si introduce a casa di altri con l’intento di sottrarre beni materiali che magari hanno avuto bisogno di giornate di fatica e sudore per essere acquistati, anzi. Non voglio neanche colpevolizzare coloro che, in presenza di una presenza estranea in casa loro, hanno ceduto alla paura del momento e hanno fatto fuoco ferendo, uccidendo un altro essere umano. Esiste però una precisa legislazione e, che voi possiate considerarla giusta o sbagliata, modificabile o migliorabile, essa deve sempre essere al di sopra della situazione corrente, per permettere l’uguaglianza, la giustizia e il rispetto di ogni parte coinvolta, anche quando sembra che la ragione sia sbilanciata in maniera assoluta. Perché questa è la società che abbiamo e questo il modello scelto. E se non ci piace, la via è un’altra, quella dell’uomo con la pistola in TV che propone ai suoi concittadini di armarsi per poter essere un giorno in grado di vestirsi di divinità e giustizia per scacciare l’invasore. La vecchia favola, polvere e mandirani del defunto West.

venerdì 13 maggio 2016

DAREDEVIL E LA DIMENSIONE DEL SUPEREROE

Una settimana fa sono andato al cinema per vedere Captain America: Civil War. Ma questo lo sapete già se avete letto l’articolo di qualche giorno fa in cui cerco di far emergere i problemi del film. Se non l’avete ancora letto, leggetelo qui. Poi però tornate a leggere questo, che è altrettanto importante. Ero al cinema dunque, e pensavo: “Sì, carino è carino, però manca qualcosa”. Effettivamente ho realizzato che, nonostante gli enormi budget, nonostante una programmazione superlativa (quasi quasi da far invidia alla DC - eh Zack?!), alla Marvel cinematografica sembra mancare ancora qualcosa per poter raggiungere la controparte cartacea, e questa eterna tensione al mondo nerd da cui tutto ha avuto inizio potrebbe non giovare alla lunga ai prodotti per il cinema. Questo il mio pensiero durante la visione del film. Poi c’ho ripensato: la Marvel del MCU non punta affatto a ricongiungersi con la Marvel dei fumetti, anzi, ci tiene a far valere il distacco che le sta valendo una schiera di nuovissimi fan con evidenti problemi ad approcciarsi ad una lettura complicata formata da immagini e baloons (immagini grandi, specifichiamolo). I fan del MCU non sono gli stessi dei fumetti, o almeno non solo, ed anche i più insospettabili, dopo lo scetticismo iniziale, si sono avvicinati a questa miniera d’oro. Ciò è stato reso possibile da un nuovo format più semplice, diretto, abbozzato e purtroppo povero di sviluppo a lungo termine. Un modello di cinema che piò funzionare se le aspettative sono basse sotto molti aspetti e se ci si accontenta di entusiasmanti combattimenti ripetuti e prevedibili. E ai fan più puri della Marvel non è rimasto altro che un cattivo fantoccio all’inizio del film o una scena post-credits per gioire e far valere le proprie conoscenze pregresse. Conoscenze che - ricordiamolo - nel migliore dei casi sono costate stipendi, vita sociale, diverse diottrie e qualche volta un rene. Perché le variant cover possono costare assai.


Se quindi la Marvel ha evidentemente scelto di costruire un castello cinematografico stile Disney, prendendo in prestito le basi del mondo fumettistico, che fine ha fatto il mondo cartaceo di Jack Kirby e Stan Lee, di John Romita jr e Mark Millar, di George Perez e John Byrne? Che fine ha fatto lo sviluppo ponderato dei personaggi? Che fine ha fatto quella dimensione umana che emergeva dalle storie coinvolgenti degli anni che furono? La risposta è una solamente: Daredevil.
Daredevil è una serie originale Netflix visibile legalmente (you are a pirate!) solo sulla piattaforma americana. Essa narra delle avventure del Diavolo di Hell’s Kichen, dalla sua formazione al suo apprendistato da vigilante, per poi focalizzarsi, nel corso della seconda stagione, sul vero e proprio operato da supereroe. Ciò che stupisce di Daredevil, volendo forzatamente sorvolare sulla qualità tecnica eccelsa, sulle interpretazioni perfette e sull’ambientazione migliore di sempre in una serie action, è la gestione dei tempi, che a tratti ricorda il miglior Breaking Bad. Nella serie Netflix nulla è forzato e ad ogni personaggio viene dedicato il giusto spazio per lasciare allo spettatore la possibilità di collocarlo correttamente nella ragnatela della narrazione. In questo modo lo sviluppo del protagonista Matt Murdock, della celebre Nelson e Murdock, avviene in maniera graduale, ponderata e finalmente credibile. Un modello distante anni luce dalle raffazzonate trasposizioni sul grande schermo di Thor e Hulk, dall’imbarazzante ruolo dello Shield e dagli ultimi supereroi comporsi come funghi (leggi Pantera Nera). Una gestione delle alternanze tra vita diurna e vita notturna del protagonista così intelligente da rispondere immediatamente alle necessità dello spettatore: entrambe le linee narrative intrecciate mantengono il loro altissimo livello d’interesse e la scena si sposta nello spazio e nel tempo proprio quando la situazione sembra vertere verso la saturazione di informazioni interessanti. Gli sceneggiatori e il regista hanno dimostrato la rara capacità di lasciare briciole di suspance, di non detto in ogni scena, e ciò crea un circolo di dipendenza che alleggerisce incredibilmente ogni episodio, della durata imponente di quasi un’ora.


Tornando ai personaggi, ognuno di loro ottiene uno spazio sufficiente a maturare una caratterizzazione tridimensionale, superiore perfino a quella dei protagonisti dei film del MCU. Ma la più grande innovazione sotto questo punto di vista credo sia la sovrapposizione di storie, strumento impensabile in ambito cinematografico, se non in rarissimi casi (Loki e il bastone maledetto). Le serie Netflix incentrate sui supereroi possono infatti vantare un intreccio ben più complesso che si compone di protagonisti, antagonisti, ambiguità, colpi di scena, ritorni e, come detto, sovrapposizioni. Ci troviamo così ad ammirare in visibilio l’incontro tra Wilson Fisk, villain un po’ umano un po’ palla di lardo della prima stagione, e The Punisher. In questo modo la storyline smette di essere una linea, e comincia ad assumere maggiormente i connotati di una macchia di sangue rosso diavolo che si espande lentamente a partire da una sola ed insignificante goccia, a partire dalla scena in cui il piccolo Matthew perde la vista in seguito ad un incidente.
Questo nuovo modello di televisione ricalca palesemente la struttura propria dei fumetti, che in ogni arco narrativo sviluppano differenti tematiche e situazioni mantenendo pressoché intatti i personaggi principali e l’ambientazione. Quindi, dov’è finita l’anima dei fumetti, che fino a poco tempo fa ricordavo associata unicamente alle serie animate di Spiderman e di Batman? Nelle serie TV moderne. La televisione è la nuova casa dei supereroi cartacei, che tornano in tutto il loro splendore e lasciano intendere quella meraviglia che un tempo teneva incollati gli occhi dei vecchi nerd alle pagine e forse oggi appassionerà un pubblico differente. Un pubblico stanco delle esplosioni e delle battutine infantili del cinema figlio di Die Hard e Bad Boys.

E poi su Daredevil ci sarebbe ancora molto da dire. Potremmo parlare di Stick, di Elektra, di Foggie Nelson e di Karen Page, del confronto sulla giustizia, di Kingpin, dei collegamenti con le altre serie Marvel e della futura riunione. Potrei parlare per ore del Punitore, ma questo era un articolo incentrato sulle scelte di casa Marvel, e quindi finisce qui. Tempo per speculare su Daredevil ci sarà, in attesa della terza stagione o di The Defenders, chi vivrà vedrà. Qualcosa come “Perché la prima stagione di Daredevil surclassa di gran lunga la seconda” può andare? Magari con un titolo più corto e accattivante, magari.

sabato 30 aprile 2016

NETFLIX E LA FINE DELLA VITA SOCIALE

Qualche errore l’ho commesso anch’io, seppur sia su questa Terra da appena vent’anni. Avrei potuto fare scelte diverse, avrei potuto insistere, mi sarei dovuto comportare diversamente in alcuni frangenti. Ma l’errore più grande in assoluto è stato indubbiamente l’abbonamento a Netflix, stipulato appena un mese fa. Una mossa avventata che non aveva tenuto conto dell’effetto sanguisuga che il servizio comprende e al quale lo spettatore acconsente appena clicca su “accetto” nell’atto di iscrizione. La fine. Una volta mi piaceva il mondo là fuori, ora mi piace stare a casa a contare quanti Giappocinesi ninja ci sono a Hell’s Kichen (e quanti di essi si contano in realtà due volte, data la loro passione per Gesù). Una volta ridevo con gli amici al pub vicino, ora passo le mie giornata a controllare cosa fanno i ragazzi scapestrati del MacLaren’s. Una volta cercavo in tutti i modi di evitare la vista del sangue e mi sentivo mancare in occasione dei prelievi, ora mi esalto ogni volta che i pazienti di Foreman (che rimane sempre il migliore) trasformano magicamente il loro lettino nel Mar Rosso.


È inutile fingere che non sia nulla, la verità è che la vita di un ragazzo cambia quando comincia a frequentare siti come netflixlovers.it; cambia il modo di rapportarsi con gli altri, di vedere la realtà. Cambiano le abitudini, cambiano i tempi vitali. L’altro giorno ero in università e, al termine di una lezione, incuriosito da alcuni interrogativi lasciati in sospeso dalla professoressa, ho cercato di cliccare invano il tasto “Guarda prossimo episodio”. Ho premuto sul quaderno, Capite?!? Spero non mi abbia notato nessuno.
Ormai Netflix è diventato parte della routine. Sveglia la mattina, Netflix. Colazione, Netflix. Trono polifunzionale dell’uomo medio che non deve chiedere mai (a meno che non manchi qualcosa), Netflix. Pausa di mezz’ora tra due lezioni universitarie, Netflix (e anche cibo a dire il vero - le ore da due ore sono lunghe). Dormiveglia a letto, Netflix. Vedo rosso. Mi sembra di essere Aziz Ansari, ma bianco, e questa è una battuta razzista che lui stesso avrebbe denunciato nella sua serie. Mi sto perdendo.
E, come se non bastasse, ci sono anche i film, i documentari, i cartoni animati, gli anime (che poi sono anche un po’ cartoni animati), i Pokemon. I POKEMON? La mia vita sociale è davvero giunta al tramonto per le serie animate dei Pokemon? Tutto questo panorama ti impedisce di non trovare qualcosa in cui investire il tuo tempo a tempo perduto, qualcosa che faccia esclamare al tuo cervello assuefatto: “Ehi, questa serie in cui Ashton Kutcher fa il giocatore di football mandriano e non è mai credibile ma proprio mai è proprio quello che stavo cercando da sempre, fammi cominciare e finire la prima stagione nella stessa notte insonne!”. Maledetto Ashton Kutcher, ci sei sempre di mezzo tu.


Qualcosa però mi sfuggiva: come poteva questa piattaforma rivoluzionare avere lo stesso dannoso effetto su tutti i suoi abbonati? Dov’era il trucco per netflixizzare tutte queste masse? E poi mi sono dato una risposta: Netflix marcia sulla pigrizia dell’uomo moderno. Vuoi iniziare una serie ma non sai quale scegliere? Netflix sceglie per te attraverso la barra dei consigliati. Vuoi vedere l’ultimo episodio della tua serie preferita ma non hai un briciolo di voglia di accendere il portatile? Netflix arriva anche sul cellulare. Ti stanchi a ricordare il numero della puntata a cui sei arrivato? Netflix riproduce la tua serie dal secondo esatto in cui l’hai interrotta l’ultima volta. E poi cerchi di disintossicarti, cerchi di evitare la grande X per qualche giorno. Ti convinci che la primavera renda tutto più bello, che le persone là fuori siano anche interessanti, magari quando parlano poco; ma poi il dito capita sempre lì. Apri quella pagina e la piattaforma ti chiama per nome: “Mattia, continua a guardare…”. E a quel punto ci rinunci. Pigiama, copertina, tè caldo e si cerca di scoprire chi abbia ucciso il giovane e innocente Danny Latimer.

Ma così non va, credetemi. Non possiamo passare i migliori anni della nostra vita davanti ad una tavoletta a vivere la vita degli altri. La nostra storia aspetta solo noi per prendere forma e inebriarci con inaspettate soddisfazioni. Il vento soffia fuori di noi, dobbiamo solo spalancare le braccia e lasciarci cullare nel meraviglioso ballo della vita. Adesso però scusatemi, hanno annunciato lo spin-off di The Punisher e devo ancora recuperare la prima di Jessica Jones. Ci si vede in giro. Forse.

martedì 30 giugno 2015

FLOP 10 CINECOMICS MARVEL - FINALE

Eccoci tornati dopo settimane di assenza, ecco ciò che stavate aspettando. Nella prima parte abbiamo analizzato cinque film Marvel brutti ma non troppo, realizzati male ma non troppo, scritti peggio ma non troppo. Mediocri insomma. Ma oggi ci addentreremo nella cantina umida e muffosa della casa di produzione americana dove tengono conservate le ultime copie di film ignobili di cui molti spesso se ne trascura l’esistenza. Per non dimenticare!



5° POSIZIONE: Spiderman 3 (2007)
Ecco che comincia la scalata all’orrido. Dopo un primo capitolo che oramai è storia del cinema popolare e un secondo che, a sorpresa, aveva superato di gran lunga il predecessore, il me bambino di otto lunghissimi anni fa decise che il terzo e conclusivo film della saga meritava di essere visto al cinema. Che errore madornale. Che poi a dieci minuti dalla fine di quello strazio annunciato mio fratello (più piccolo) mi obbligò anche ad accompagnarlo in bagno e quindi non capì neanche com'é che viene distrutto il simbionte.
Comunque Spiderman 3. Tre. TRE come i nemici che ci sono in questo film, tre nemici che insieme non riescono a farne uno; forse solo Sandman si salva in qualche sfaccettatura personale. Poi Venom che si vede per venti minuti scarsi, Franco senz’occhi che non regge il confronto con il padre, la storia d’amore stucchevole, ma soprattutto Peter-simbionte che balla col ciuffo (che al tempo chiamavamo emo) e fa le facce. Un meme. Niente da aggiungere.


4° POSIZIONE: Ghost Rider (2007)
Non saprei cosa dire. Il film in sé è pessimo: sceneggiatura scritta coi piedi, trama banalissima, vampiri, bestie notturne, realizzazione tecnica rivedibile e sottouniverso interno a quello Marvel che dovrebbe rappresentare l’underground dei biker, e quindi l’altra faccia della medaglia, la società invisibile, ma che invece risulta solo irreale e aiuta unicamente a scavare la fossa in cui sprofonda questo esempio di cattivo cinema. Ma fin qui tutto normale, o almeno tutto accettabile. Esistono molti film di questo tipo che nascono volendosi prendere sul serio e volendo dare nuova linfa vitale ad un fenomeno di cui in pochi si curano, ma poi tutto finisce con poca serietà, qualche battuta scontata e qualche effetto speciale accettabile perché sostenuto dai big money hollywoodiani. Ma il motociclista col teschio è Nicholas Cage. Non potevo passarci sopra, merita questa posizione. Evitatelo se potete, il rampollo Coppola intendo, non Ghost Rider.



3° POSIZIONE: The Punisher (2004)
Film visto una sola volta per sbaglio, poi ho dato sfoggio della mia rabbia repressa sul colpevole DVD. Pellicola fastidiosa, pretenziosa e pomposa che vuole avvicinare l’universo supereroistico ai gangster movie che molto piacciono oltreoceano. Azione, sparatorie, esagerazioni e macchina da presa messa in mano al primo che capita. Ecco a voi The Punisher. Che poi ancora mi sto chiedendo cosa ci faccia questo film nella classifica dei flop Marvel. In effetti non stiamo parlando di un vero e proprio supereroe, ma di un punitore che, sfoggiando un’attillata maglietta nera raffigurante un minaccioso teschio, mette in mostra i muscoli e, in maniera del tutto arbitraria, razzola in giro alla ricerca del colpevole di non ricordo quale crimine. Sentite anche voi che tutta questa storia non sta in piedi. Un film pessimo a prescindere dall’intro dei fumetti sfoglianti. Molto meglio the Punisher in “Spider-man: The Animated Series” .
Ah si, poi hanno fatto anche un sequel che, da quello che ho letto in giro, potrebbe davvero essere caduto più in basso del suo progenitore, ma fortunatamente sono riuscito a non incrociare mai lo sguardo con lui. Tenetemelo alla larga.



2° POSIZIONE: I Fantastici Quattro (2005)
Scusate il gioco di parole, ma cos’è quella “Cosa”? E poi quello non è Captain America? No, non ci siamo. I Fantastici Quattro è qualcosa di indescrivibile, un’esperienza di vita tragica ma allo stesso tempo esilarante e formativa. In sostanza si tratta di un agglomerato di tutto ciò che NON vorrei vedere in un film supereroistico. I protagonisti sono meno caratterizzati della mia lampada alla “Pixar” (si, ho una lampada alla “Pixar” - invidiatemi), il cattivo manca di vere basi che lo rendano credibile e di un background interessante, la trovata dell’acquisizione dei poteri attraverso un incidente nello spazio è tanto ridicola quanto mal realizzata, sia nelle tempistiche che registicamente. Nulla funziona, ma soprattutto le dinamiche tra i protagonisti. Come ho già scritto altre volte, i film corali sui supereroi sono quelli che riempiono di più lo schermo, ma sono anche i più difficili da realizzare, i più rischiosi. In questo caso il risultato è stato inguardabile. Chissà se il reboot annunciato per quest’anno possa in qualche modo risollevare le sorti di un brand che esala gli ultimi estenuanti respiri affannosi. Io non ci punterei molto.



1° POSIZIONE: Daredevil & Elektra (2003-2005)
Alla prima posizione dei peggiori film Marvel di tutti i tempi troviamo due film, perché Leo Notte ci ricorda che “Du gusti is megl che uan”. Daredevil ed Electra sono in realtà un film a sé stante e il suo sequel/spin-off incentrato appunto sul personaggio di Electra che (SPOILER!) era morta alla fine del primo capitolo. Miracoli, non serve aggiungere altro. Se le precedenti posizioni erano occupate da prodotti di fascia media resi pessimi da alcune scelte o da alcuni aspetti specifici, questo duo di orridi abomini fallisce in tutto. Trama, regia, sceneggiatura, recitazione, scene d’azione. Tutto ciò che riguarda questi due film è un completo disastro. Un eroe cieco che combatte la malavita organizzata che poi è innamorato di Electra che poi lo crede responsabile della morte del padre e che quindi tenta di ucciderlo ma capisce di aver preso fischi per fiaschi e si redime attaccando i malviventi di cui sopra ma muore e poi il protagonista la vendica sul campanile o in un luogo simile e poi lei resuscita e vive altre fantastiche avventure indegne di nota? Uff, ho finito il fiato. Che senso ha tutto ciò? In più non ha nemmeno risvolti comici che alleggeriscano il peso di due film inutili e monotoni. Che agonia.
Esistono film fantastici, film passabili, film brutti e film da evitare. Questi due si inseriscono perfettamente nella categoria di quelli inutili. Ore buttate che non torneranno. Intrattenimento di serie… ehm di serie… cosa viene dopo la Z?


Finalmente abbiamo finito. Chiudiamo questo cassetto Marvel una volta per tutta e guardiamo al futuro. Magari ad una nuova TOP/FLOP, magari a qualcosa sulle migliori sigle. Magari qualcosa vintage e nostalgico, ma non troppo. A presto con una nuova classifica.