Visualizzazione post con etichetta Netflix. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Netflix. Mostra tutti i post

martedì 2 ottobre 2018

BOJACK HORSEMAN 5 - BARBITURICI E MOLESTIE


La differenza tra Bojack e le altre serie tv animate che hanno ottenuto un discreto successo negli ultimi anni è che la creatura ammiraglia di Netflix non si lascia condizionare dalla sua natura animata, non degenera, non ne subisce i canoni, ma sfrutta appieno le potenzialità del mezzo espressivo di cui dispone per arrivare con la creatività dove altre serie dramedy adulte non possono neanche osare. Detto ciò, il piacere della visione, la meraviglia che ancora - dopo cinque stagioni - Bojack Horseman riesce a suscitare sta proprio nel modo in cui vengono rese le idee. La narrazione in sé non spicca per originalità, basti pensare al finale più scontato possibile che chiude la quinta fatica di Netflix, ma la messa in scena buca lo schermo e alcune trovate geniali lasciano a bocca aperta per interi episodi.


Bojack Horseman 5 prosegue una discesa ripida nell’abisso dell’animo umano, senza però trascurare un’attualità cinematografica e non che ha coinvolto - se non travolto - il mondo di Hollywood. Il personaggio di Henry Fondle, tra le righe dei simpatici siparietti che tende a creare suo malgrado, ha proprio la funzione di trovare un punto di contatto tra la serie e lo scandalo molestie scoppiato attorno alla figura di Harvey Weinstein e non solo. Lo stesso vale per Vance Waggoner, che spinge addirittura Bojack tra le braccia del movimento #metoo. In entrambi i casi la serie ironizza sapientemente sulla reazione di un’opinione pubblica schizofrenica piuttosto che sui fatti reali che stanno dietro fenomeni di questo tipo. L’immagine che ne risulta è sbilanciata e tristemente realistica, quasi che gli eventi rappresentino una parte trascurabile della faccenda.


Le trame che coinvolgono i personaggi principali vengono portate avanti allargando lo spettro narrativo e arrivando quasi ad escludere il protagonista dalla scena per interi episodi, per favorire la focalizzazione su una particolare storia. Episodi come il secondo, che vede Diane fuggire dalla sofferenza del divorzio, prende Bojack e ne fa strumento, mezzo di una riflessione adulta e stilisticamente perfetta. Lo stesso si può dire per l’episodio otto, dedicato alle ragazze di Mr. Peanutbutter. Lo sviluppo della serie verso una narrazione policentrica rappresenta un salto di qualità notevole che allunga di molto la longevità del prodotto e tende a riprodurre una costruzione più realistica della vita e delle situazioni umane.


La quinta mantiene in parte anche i difetti delle precedenti stagioni, a partire da una distribuzione altalenante degli eventi topici che rende irrimediabilmente alcuni episodi troppo vuoti per essere considerati insieme ad altri carichi di riflessioni, pathos e momenti memorabili. Alcuni personaggi inoltre non riescono a sostenere il peso della grandezza della serie e, se alcuni dei protagonisti - come Diane o Mr. Peanutbutter - si sono costruiti nel tempo una profondità all’inizio inimmaginabile, altri come Todd sono finiti per diventare semplici macchiette comiche, lontani dalla realtà di Hollywood e troppo schiavi della comicità di Hollywoo.


Una menzione particolare va fatta per l’episodio sei -Free Churro - che spacca a metà la stagione e in parte anche la storia della serialità animata. È il corrispettivo per l’animazione di ciò che ha rappresentato l’ottava parte del ritorno di Twin Peaks: un tentativo audace di andare al di là del mezzo. Lynch ha cambiato ancora una volta la storia del piccolo schermo. Bojack Horseman promette di fare lo stesso con un monologo amaro e disulluso, reale, di venticinque minuti in cui il protagonista fa i conti con se stesso e con il complesso rapporto con la madre, sullo sfondo di una riflessione più ampia sul gioco dell’apparire. Quando il tono da stand-up incontra una soggettività fin troppo umana perché possiamo ancora credere si tratti di una serie animata con gatti, cani e cavalli antropomorfi.


La quinta stagione di Bojack Horseman non è ancora il capolavoro definitivo ma si avvicina sempre più ad esserlo. Appare lampante come si tratti di una serie che non arriverà a trascinarsi troppo presto per la varietà e la genialità delle idee che ancora ne reggono la struttura. È un piacere per la mente confrontarsi con queste forme creative, un piacere doloroso per il cuore.

lunedì 19 marzo 2018

ANNIENTAMENTO - LA FANTASCIENZA SU NETFLIX


Dopo il deludente Mute di Duncan Jones, la svolta cinematografica di Netflix prosegue con Annientamento, secondo film da regista per Alex Garland, già autore dell’acclamato Ex machina. Annientamento è un’opera curata, complessa e ben scritta che richiede allo spettatore un passo in avanti per poter essere colta nella sua essenza.


Natalie Portman è Lena, biologa congedata dall’esercito statunitense provata dalla lunga assenza del compagno Kane. La situazione iniziale di sofferenza sembra risolversi quando, ad un anno dalla scomparsa, Kane riappare improvvisamente a Lena, senza dare spiegazione alcuna sul periodo di assenza, ma l’uomo accusa subito un malore inspiegabile che conduce la moglie alle soglie dell’area X.


Delle premesse abbastanza usuali vengono rimescolate nel prisma dinamico di una trama fitta di riferimenti puntuali a temi vergini per la fantascienza contemporanea: dal superamento della colpa alla crisi di coppia, passando per lo studio sulle cellule tumorali. Elementi che si aggiungono in modo convincente ai temi classici e alle modalità consuete del genere per dare vita ad un’opera originale e per certi versi innovativa. In realtà, da questo punto di vista, il film potrebbe trarre in inganno e dare un’immagine di sé dispersiva, quando invece l’attitudine per accogliere la molteplicità della pellicola è quella di scindere i mezzi dai fini, i temi introdotti a sostegno della tesi centrale e la tesi centrale stessa. Anche in questo caso si tratta di un’interpretazione complessiva assolutamente personale, ma in un’ottica finalizzata crea meno difficoltà la natura occasionale di alcuni momenti, evidentemente mezzi tematici. In chiave metaforica, la questione del tempo nell’area X è certamente un accessorio del film, come lo è anche il discorso sulle cellule tumorali. Credo che il regista volesse focalizzarsi maggiormente sull’acquisizione di un’identità nella nostra contemporaneità e sulle conseguenze che essa comporta all’interno della coppia. Il tema della colpa per il tradimento di Lena, i flashback talvolta sconnessi che ci vengono mostrati come rimandi al pensiero della protagonista nella sua escursione verso il faro sono tasselli di un puzzle più grande che ha il suo compimento nel finale. Il momento in cui nessuno dei due protagonisti rispecchia più la figura che era all’inizio del percorso, ma l’identità deve farsi da parte di fronte ad un riconoscimento anche minimo di una familiarità. Un sentimento molto istintivo, animalesco, in linea con lo sviluppo biologico dei personaggi nell'area X. Un finale che potrebbe rappresentare una conclusione lieta per la vicenda mostrata, ma che lascia un senso d’incompiutezza assoluta rispetto al lavoro sottotraccia che l’opera porta con sé. In ogni caso, come nel corso del 2017 avevamo visto fare a Madre! di Darren Aronofski, anche Annientamento non sceglie autonomamente una chiave di lettura, ma lascia la libertà allo spettatore di cogliere gli elementi che sente più affini per produrre un’interpretazione personale. E questa tendenza si richiama ad un’ermeneutica che negli ultimi anni ha perso troppo del suo fascino ed è un dovere supportare un cinema così presuntuoso.


Annientamento inoltre non si riduce solamente ad un’interessante e aperta idea di fondo che regge da sola una struttura, ma essa è anche presupposto per la libera creazione di Alex Garland che, dopo aver dimostrato doti eccellenti nella sua opera prima, dà sfogo alla sua fantasia e costruisce un’ambientazione dal forte impatto visivo. L’idea di fondo del DNA rifrangente all’interno dell’area X dà all’autore la possibilità di creare mischiando idee differenti, nel contesto di un disturbante effetto luminoso. L’ambientazione si compone di grandi praterie a cui si contrappongono edifici abbandonati e disadorni. Sia alla luce del sole che nelle scene in notturna, i luoghi del film non smettono di trasmettere una sensazione d’ignoto che richiama contemporaneamente la paura e lo stupore. Vorremmo che ci venisse mostrato altro di quell’unicum biologico, ma al tempo stesso soffriamo la vista e il pensiero delle creature che potrebbero assalire le protagoniste da un momento all’altro. La tensione visiva, coadiuvata da quella uditiva, non cala mai e contribuisce al sostentamento di un ritmo preciso e deciso.


Il cast di protagoniste è forse uno degli elementi meno riusciti della pellicola, che non riesce davvero a connotare nella gusta maniera i membri della squadra esplorativa e non restano impresse come le creature, le ambientazioni o i momenti cardine dell’opera. La loro presenza più che altro scorre senza particolari sussulti, funzionale alla generazione di un sottile senso dell’orrore e allo sviluppo di un concetto.


Annientamento è cinema coraggioso e alto che, nel complesso della proposta cinematografica di Netflix, riscatta parzialmente i due mezzi flop precedenti. Al tempo stesso però è un dispiacere non aver avuto l’occasione di vedere sul grande schermo l’opera ultima di Garland, e qui, soprattutto per questo genere, la linea della casa di produzione mostra il fianco. La Paramount ha distribuito il film nelle sale in alcuni stati del nord America prima del rilascio sulla piattaforma e le presenze nei cinema sono state nient’affatto trascurabili. Dare la possibilità al pubblico di scegliere la modalità di fruizione, anche ad un paio di settimane dal rilascio “gratuito” in streaming, potrebbe essere la soluzione, il giusto compromesso.

giovedì 1 marzo 2018

MUTE - CHE FINE HA FATTO DUNCAN JONES?

Dopo aver monopolizzato il mondo delle serie tv, Netflix ha deciso di investire cifre importanti anche sui lungometraggi originali distribuiti direttamente attraverso la piattaforma streaming. La riprova del cambio di scelta produttiva è stata la distribuzione del trailer di The Cloverfield paradox a livello internazionale attraverso la vetrina offerta dal superbowl dello scorso 5 febbraio.


Tra i vari prodotti originali Netflix di questo inizio 2018 spicca Mute, thriller sci-fi ad alto budget diretto da Duncan Jones. Il vero motivo d’interesse verso questo film, dal mio punto di vista, non stava tanto nello sviluppo del paradigma Netflix in ambito cinematografico, ma proprio nella figura del regista, primogenito di David Bowie, già autore di due instant classic come Moon e Source code, prima di dedicarsi al fallimentare progetto Warcraft. Il nome di Duncan Jones racchiudeva in se le enormi premesse di Mute: in primo luogo certamente il ritorno del regista alla fantascienza più pura dopo la parentesi fantasy; proprio in questo genere Jones aveva saputo dare prova delle sue indiscusse capacità cinematografiche. Il film si presentava inoltre come il seguito spirituale di Moon. In secondo luogo l’omaggio al padre defunto, omaggio voluto proprio in occasione di questo film, ambientato nella Berlino che aveva saputo ridare a David Bowie lo stimolo per rilanciare ancora una volta la sua figura musicale con la celebre trilogia. Inevitabile infine il confronto con Blade Runner, e di conseguenza con il suo seguito Blade Runner 2049: quando scegli una certa colorazione, quando la metropoli fa da sfondo al dramma di un giustiziere solitario, quando la macchina da pesa scende in quel modo nella prima scena cittadina, non puoi esimerti dal confronto con la leggenda, e uscirne con le ossa frantumate è molto più facile di quanto sembri.


Nonostante le ottime premesse, Mute appare fin da subito scadente sotto molti punti di vista, a partire dalla messa in scena clamorosamente mancata: il futuro ricreato del regista è artificioso e non rispecchia l’evoluzione del nostro presente, ma un 2052 alternativo, parallelo, in cui il gusto estetico e pratico ha seguito una linea totalmente differente. Dopo un incipit efficace in cui vediamo il protagonista perdere l’uso della parola in seguito ad un incidente in barca, il film smarrisce la rotta e naufraga presto verso una sequela di eventi macchinosi e senza ritmo. L’indagine alla ricerca di Naadirah, la ragazza di capelli blu, è sconclusionata e la costruzione del sistema di enigmi, ricompense e indizi risulta abbozzato, talvolta campato per aria da un punto di vista logico. I pochi momenti potenzialmente carichi di patos vengono rovinati da una scrittura scialba o dai personaggi fuori luogo. I personaggi rappresentano infatti uno dei problemi maggiori della pellicola: salvo rare sequenze, gli attori sono perennemente fuori parte e - di conseguenza - i personaggi che interpretano sembrano non essere realmente presenti  sulla scena. In tutto ciò la regia, la fotografia e gli aspetti tecnici della pellicola non intervengono a salvare il salvabile, ma lasciano che la barca vada a fondo con tutto l’equipaggio.


In linea generale nulla va per il verso giusto e uno dei prodotti di punta di Netflix per questo 2018 si è rivelato essere un clamoroso buco nell’acqua che non rende giustizia alle capacità del regista e fallisce anche nell’intrattenimento più basilare. Ma facciamo un passo oltre e lasciamo per un attimo da parte la piattaforma streaming  per concentrarci su Duncan Jones. Il regista aveva stupito critica e pubblico con i primi due film dimostrando una mano dotata, la giusta ambizione per emergere con un cinema spesso considerato di nicchia e un sincero amore per il genere fantascientifico. caratteristiche che gli hanno aperto diverse porte e l’hanno spinto al di là della sua comfort zone, la situazione artistica e lavorativa in cui riusciva a infondere il suo spirito nelle pellicole. Guardando agli ultimi due lavori possiamo dire che l’autore appare non più in grado di dare senso e ritmo a immagini riciclate, sbiadite nonostante i colori forti, momenti che tendono sempre più verso un trash non ricercato ma occorso. Mute manca di troppa qualità per poter competere con la nuova fantascienza di Denis Villeneuve, da Arrival a Blade Runner 2049. Tra Mute e il seguito di Blade Runner passano idealmente appena 3 anni, ma il primo è anni luce dietro rispetto alla storia dell’agente K e i due futuri descritti non sono minimamente paragonabili.


Perché credere ancora in Duncan Jones? Il cinema come arte, espressione di un’idea non s’improvvisa, ma arriva dal profondo ed emerge con lo studio e la pratica. Jones ha dimostrato di avere un’attitudine artistica - questo è innegabile. L’autore non ha ancora sviluppato la capacità di individuare i progetti più adatti alle sue peculiarità. Mute non è solo un’opera manchevole, ma un prodotto sbagliato nella costruzione e nelle intenzioni. Ripartire dalla passione più sincera, ragionare sul concetto prima della realizzazione. E io, dopo il secondo flop consecutivo, aspetto ancora il ritorno di un grande regista.

sabato 18 novembre 2017

RICK E MORTY 3 - ANCORA SULLA CRESTA DELL’ONDA?

La terza stagione è in calo rispetto alle precedenti due? L’opinione pubblica si è spaccata nella valutazione della terza stagione: da una parte la conferma di una serie superiore, dall’altra il primo passo falso. Dopo aver conquistato il pubblico mondiale - anche grazie alla diffusione capillare garantita da Netflix - ed essere entrata nell’olimpo delle serie cult, Rick e Morty era chiamata ad un salto di qualità per esprimere appieno alcune peculiarità appena accennate. 

Pickel Rick

Una terza stagione sulla falsa riga delle due precedenti avrebbe certo ridimensionato le possibilità future dell’intera serie. C’era bisogno di uno slancio verso qualcosa di più. E lo slancio è arrivato come contestualizzazione del passato di Rick e Beth e, di conseguenza, di quello che abbiamo visto in precedenza. In questo modo i personaggi principali vengono approfonditi in maniera più esplicita, mentre sullo sfondo della terza stagione si connotano le conseguenze della separazione di Beth dal marito Jerry. In generale cambiano alcuni rapporti di forza interni alla famiglia Smith e un Rick molto più umano appare allo stesso tempo il signore indiscusso del multiverso e legato a dinamiche familiari molto più basiche.


Quella dell’esplicitezza è una scelta narrativa attorno alla quale poi è stato sviluppato il delirio usuale della serie, il motivo che l’ha trainata al successo. La terza stagione non può dirsi riuscita appieno per non essere stata in grado di realizzare le potenzialità espresse nelle prime due stagioni, ma almeno ha prodotto uno sviluppo e posto delle buone premesse per una serie duratura e non più caratterizzata da una forte componente episodica - one-shot.


Indubbiamente la scelta di andare a spiegare alcune dinamiche emotive influenza anche il resto dello sviluppo: la terza stagione è meno divertente, meno imprevedibile delle due precedenti, eppure si percepisce uno spessore maggiore nel non-detto, che arriva sì da una costruzione pregressa ma che riesce, attraverso questa terza stagione, a crearsi la possibilità di uno costruzione futura. Nell’economia della serie, anche una stagione meno brillante nello specifico degli episodi può rivelarsi fondamentale.


Concentrandoci sulla riuscita degli episodi appunto, elemento maggiormente criticato dal pubblico, è impossibile non riconoscere la grandezza dell’episodio 7, “Tales from the Citadel”. Esperimento di fantapolitica realizzato con due soli personaggi e un intreccio incredibilmente reale. Non si ride, ma il livello d’intrattenimento semplicemente superiore. Come questo settimo episodio, anche altri lasciano il segno per inventiva e imprevedibilità. Il problema celato è forse una rivalutazione complessiva a posteriore, alla luce della mancanza di un finale emotivamente all’altezza. Certo, bissare il finale della seconda stagione, con "Hurts" dei Nine Inch Nails in sottofondo, era operazione quasi impossibile, però gli sceneggiatori non hanno neanche realmente tentato la strada del cliffhanger per una sciatta conclusione quasi come non si trattasse del memorandum per i mesi senza Rick e Morty. Questa sì, una scelta infelice, ma non possiamo riconoscere il giusto valore di un’intera stagione per dieci assenti minuti.



Rick e Morty colpiscono ancora con qualcosa che tenta di differenziare la proposta, approfondiscono il multi verso e i protagonisti, ma mancano ancora il salto di qualità definitivo che faccia dire a gran voce di aver visto compiuta la piena potenzialità della serie. Non tutto è perduto, questa terza stagione potrebbe aver solo rimpinguato le basi per il capolavoro che tutti noi aspettiamo da anni a questa parte. La prossima stagione non deluderà.

lunedì 6 novembre 2017

STRANGER THINGS - COSA ACCADRÀ NELLA TERZA STAGIONE?

Lo specchietto per le allodole sta in una scena similare alla prima stagione in cui viene mostrata la minaccia che farà da traino per la prossima stagione. Stranger Things 2 nasconde in realtà un sottobosco di indizi rivelati in corso d’opera che lasciano lavorare la fantasia nell’immaginazione di una terza stagione. Analizziamo per punti cinque elementi che costituiranno, a mio parere, la spina dorsale della trama della terza stagione. È doveroso avvisare coloro i quali non hanno ancora visto la seconda stagione che questo articolo vive di spoiler, attenzione quindi a proseguire nella lettura.



THE MIND FLAYER
Come non cominciare dalla scena conclusiva della seconda, quella in cui siamo resi partecipi che la minaccia del mostro d’ombra non sia in realtà sconfitta, ma limitata nell’upsidedown. Sarebbe un errore confondere i poteri dimensionali di El (Jane) con la capacità di annullare l’essenza del mondo negativo, la materia oscura che governa le azioni e i pensieri dell’intera realtà parallela. Lo sforzo compiuto da El è servito a ripristinare una condizione di equilibrio tra le due dimensioni, ma la scena finale che vede il Mind Flayer scrutare la scuola, nonostante esso sia relegato all’upsidedown, denota una consapevolezza certamente maggiore; e la sola Eleven potrebbe non bastare contro un’offensiva ragionata delle forze d’ombra.



I NUOVI VECCHI ESPERIMENTI
Ed è qui che entrano in gioco gli esperimenti precedenti - ed eventualmente successivi - ad El. Nella seconda stagione abbiamo fatto la conoscenza di Kali (Eight), ragazza dotata di poteri, scampata alle grinfie degli esperimenti governativi e finita nel giro di losche azioni vendicative. È presumibile che insieme a lei altri ragazzi siano riusciti ad evadere da un futuro già scritto e potrebbe essere proprio grazie all’intervento di queste nuove forze paranormali che il Mind Flyer torni ad essere una minaccia contrastabile. Una scelta narrativa di questo tipo potrebbe però replicare l’esperienza dell’episodio 7, collocato al di fuori dei confini di Hawkins e universalmente bistrattato per essere troppo lontano dalla linea stilistica della serie. Starà agli sceneggiatori far convivere queste due anime, contro la nostalgia della nostalgia.
 
Joker


UN RITORNO ANNUNCIATO
Che il Mind Flayer sia in grado di riaprire un varco per il nostro mondo o avrà ancora bisogno dell’intervento delle tecnologie umane per scatenare la sua ira subdola? Un ritorno gradito potrebbe essere fare al caso del mostro d’ombra, si tratta del Dr. Brenner, solamente citato nell’episodio 7, sul quale aleggia ancora un alone di mistero. Matthew Modine è un attore di spessore che nella prima stagione veniva ridotto al villain umano della serie, ma un ritorno del suo personaggio potrebbe restituire all’attore lo spazio che egli merita. Inoltre il personaggio di Brenner non è mai stato realmente collocato in uno scacchiere più definito, rimanendo sempre in una zona grigia tra operazioni federali antiterrorisstiche e mire personali. La sua posizione di ritorno potrebbe coincidere con un nuovo punto di contatto tra il nostro mondo e l’upsidedown.
 
Guarda mamma, come Will!


EPIDEMIA DI MASSA
Arrivati a questo punto della narrazione, con un gruppo che ha imparato a dare il meglio di sé proprio nel momento di coesione massima, è prevedibile una scissione forzata per tornare poi nuovamente a ricreare di slancio l’atmosfera dell’unità. I due personaggi che hanno dimostrato di avere un’integrità assoluta nel corso delle prime due stagioni sono sicuramente Dustin per il gruppo dei ragazzi e Jim Hopper per quello degli adulti. I due condividono la scomoda casualità di essere entrati in contatto con le spore dell’upsidedown, le quali - come sappiamo - contengono una parte dell’essenza assoluta del luogo e rispondono alla volontà del Mind Flayer. Abbiamo visto come il mostro d’ombra sia in grado di controllare la mente di coloro che sono entrati in contatto con la vegetazione viva del mondo negativo e quello dei voltagabbana inaspettati sarebbe un ottimo espediente per rimescolare le carte in tavola pur mantenendo pressoché identico il parco interpreti. Siete preparati ad un Dustin malvagio? E se l’epidemia di massa non si limitasse ai soli personaggi citati ma si espandesse come in un zombie movie?



PUBERTÀ
Come dimenticare la componente propriamente seriale che riguarda i personaggi e il loro sviluppo? La scena conclusiva del ballo invernale con le varie coppie che si ritrovano, i Police e Dustin laccato ha rapito tutti; la crescita di ciò a cui siamo affezionati ha sempre un posto speciale nei nostri cuori, crea empatia, fidelizza. E il luogo ideale dove siamo diretti e proprio quello degli ormoni incontrollabili, dei primi amori e di Big Mouth. Prevedo una terza stagione ancor più focalizzata sui rapporti tra i ragazzi del gruppo dei protagonisti, con un occhio di riguardo al triangolo amoroso Nancy-Steve-Weirdo. Io ve lo dico, tifo per Steve, ha la lacca migliore.

Epic lacca guy


Le speculazioni cominciano a delinare una trama ben definita, ma, se queste si rivelassero anche solo in parte vere, cosa ne sarebbe dell’effetto sorpresa? Le premesse gettate nel corso della seconda stagione sembrano accantonare sempre più l’effetto sorpresa per lasciare spazio allo sviluppo dei protagonisti. In realtà questa tendenza arriva a compimento di un percorso intrapreso già nella seconda stagione. Dalla progettualità che ne è stata fatta, sarebbe forse più corretto riferirsi a Stranger Things come ad una stagione autonoma più una trilogia ideale che lima se stessa per rientrare nei canoni della serialità televisiva. Riusciranno i Duffer a replicare la magia della prima stagione o dovremo accontentarci di una bellissima serie normale?

venerdì 3 novembre 2017

STRANGER THINGS 2 - SU E GIÙ DALL’UPSIDEDOWN

Chiariamo subito: la prima stagione di Stranger Things non era il capolavoro che il pubblico ha osannato, ma una grande serie capace di sfruttare appieno i suoi punti di forza, seppur non esente da difetti. Il più grande punto di forza della prima stagione era indubbiamente l’effetto nostalgia mischiato ad una buona dose di novità nel panorama delle serie tv. Il merito dell’esordio dei Duffer Brothers è stato invece quello di scrivere una storia caratterizzata da una spiccata coerenza narrativa dall’inizio alla fine. Il fil rouge sono infatti la scomparsa di Will e le indagini che scoprono un mondo fatto di materia oscura nel tentativo di ritrovare il ragazzino. Una trama orizzontale e lineare che ha sempre guidato i personaggi nelle loro azioni organizzate con piccole ricompense lungo il cammino per poi giungere alla ricompensa definitiva del ritrovamento di Will. Nulla è lasciato al caso nella prima stagione e l’effetto imbuto delle varie storyline appare quanto più naturale possibile per via del fatto che tutto in origine era pensato per terminare in un dato punto.


Con quali aspettative ci siamo approcciati alla seconda stagione? Fraintendendo le reali possibilità della prima stagione, abbiamo inconsapevolmente assecondato l’effetto collaterale della nostalgia, ossia quello di fagocitare il resto della costruzione narrativa, richiedendo a gran voce altra nostalgia. Un circolo vizioso destinato ad estinguere prima lo sviluppo di nuove idee, infine la nostalgia stessa. I Duffer, al contrario delle aspettative errate del pubblico, hanno saputo sostenere con compostezza il peso del ritorno ad Hawkins, Indiana, ma appare evidente fin da subito che la seconda stagione non era nelle corde degli sceneggiatori all’epoca dell’ideazione della prima. I creatori della serie non sapevano come Stranger Things sarebbe stata accolta e avevano strutturato la prima stagione come un unicum narrativo compatto e completo. Abbiamo già ampiamente discusso della posticcia presenza delle ultime scene dopo il salvataggio di Will nella prima stagione, sequenze che aprivano le possibilità degli sceneggiatori, piuttosto che indirizzarle sulla falsa riga della linearità della prima stagione.


La seconda stagione rivoluziona la struttura narrativa, passando dall’orizzontalità ad uno schema ad albero i cui intricati rami dispersivi tendono infine a tornare verso una conclusione unitaria. In questo modo, gli sviluppi narrativi che avevamo lasciato in una situazione di quiete si allontanano sempre più durante lo svolgimento della trama, rischiando spesso di perdere il centro focale dell’opera. Si perde così l’unicum che aveva legato tutte le storyline della prima stagione - la scomparsa di Will Byers - per andare in contro ad una costruzione più tipicamente seriale. Qual è l’unicum della seconda stagione? Gli strascichi della permanenza di Will nell’Upsidedown, la ricerca personale di El o ancora lo svelamento della verità sulla morte di Barb?  È probabilmente su questo dubbio che si gioca la più grande differenza tra le due stagione di Stranger Things.


Se da una parte abbiamo dovuto rinunciare alla grande coerenza narrative della prima stagione, dall’altra la struttura tipicamente seriale assunta da Stranger Things ha spalancato le porte ad una riqualificazione dei personaggi, che sono diventati il fulcro attorno al quale la serie ha cominciato a gettare la basi di una continuità più a lungo termine. E proprio questa programmazione porta alcuni personaggi a risaltare più di altri, magari invertendo il trend della prima stagione, grazie alla certezza di uno sviluppo nel tempo. Le new entry sono ad esempio perfette, così come Dustin e Lucas. Calano invece, soprattutto nella prima metà di questa seconda stagione, Mike e Eleven.

Bob Newby, superhero

La posizione di Eleven rispetto agi eventi narrati è un argomento cardine per la valutazione della serie: l’assenza forzata del personaggio interpretato da Millie Bobby Brown è negli interessi della serie, ma in questo modo i Duffer mostrano il fianco ad una trama fiacca e balbettante, che, senza l’attesa del deus ex-machina finale, si sarebbe ridotta ad una miniserie di quattro episodi. Il ritardo di El allunga palesemente il brodo in un calderone di eventi che tendono troppo spesso a complicare pochi momenti significativi, ma al contempo è fondamentale per l’evoluzione della serie, sia in termini televisivi che dal punto di vista della scrittura per le prossime stagioni.



Il bilancio finale parla di una maturazione che evita disfatte clamorose rispetto alla prima stagione e all’attenzione che essa aveva generato; la seconda stagione sceglie volutamente di non riproporre un banale more-of-the-same della prima, ma differenzia abilmente struttura e sviluppo, pur rimanendo ancorata ai capisaldi che avevano fatto grande la prima caccia al demogorgone. Stranger Things 2 è quello che noi fan di “vecchia” data desideravamo e non possiamo che gioire per questo ritorno, perché l’anima della serie è rimasta la stessa. Restano dei difetti, si perde forse la magia della prima stagione, ma tornare ad Hawkins con quei cinque ragazzi è sempre un’emozione fantastica.

sabato 28 ottobre 2017

MINDHUNTER È IL NUOVO TRUE DETECTIVE?

È fondamentale essere in grado di proporre ancora prodotti originali nel panorama della serialità televisiva, ormai inflazionato in ogni sottogenere. L’esempio più lampante, dopo il successo ottenuto da Suburra nelle ultime settimane, è quello delle serie sulla criminalità organizzata, dalla nostrana banda della Magliana al cartello di Calì. Devo ammettere che, superato il fattore novità, il mio interesse verso questo genere di prodotti è andato via via scemando nel tempo, sopraffatto dall’incapacità di rinnovare i canoni e le formule tipici di queste opere. Filone ancora più prosciugato di idee, dato il tempo e la mole di serie prodotte, è indubbiamente quello poliziesco/noir; un vero e proprio tripudio di luoghi comuni e finti depistaggi che tendono sempre, inevitabilmente a ricadere nello stesso effetto copia-e-incolla. Gli ultimi anni hanno regalato al pubblico poche eccezioni, tra cui la meravigliosa prima stagione di True Detective (seguita da una seconda altrettanto valida), ma è proprio dall’atto primo della serie di Pizzolatto e Fukunaga che bisogna partire per poter parlare in maniera critica di Mindhunter.


Mindhunter è stata presentata al pubblico internazionale come “la serie di David Fincher”, nonostante il talentuoso regista curi appena quattro dei dieci episodi da cui la serie è composta, ma è corretto attribuire un peso specifico rilevante all’autore di Seven che ha saputo infondere la sua cifra stilistica ad un progetto che necessitava di una direzione forte per poter risultare vincente. Dicevamo dell’influenza di True Detective, che ha raffinato lo sviluppo e la scrittura di Mindhunter verso una commistione di generi che vanno dal poliziesco al pulp, passando per il dramma esistenziale. Gli autori sono stati in grado di fondere alla perfezione l’ambito della ricerca psicologica sui serial killer con i risvolti personali che questi eventi hanno sulle vite dei protagonisti, ed entrambe le situazioni sono scritte così minuziosamente, narrate in modo tanto magistrale da non lasciar trasparire mai alcun foro di proiettile. Accanto all’esempio di True Detective, analizzando Mindhunter con atteggiamento prospettico, è necessario riconoscere la grande eredità della serie somma: Breaking Bad. Anche in questo caso assistiamo all’evoluzione di un personaggio in particolare verso le viscere generate dalla pericolosità del suo impiego; e la magistralità della serie sta nella capacità di non mostrare esplicitamente le fasi del mutamento, per arrivare in un finale a tinte forti a chiedersi come si sia arrivati fin lì, per poi scoprire che tutta la serie, tutta la narrazione era in realtà l’appoggio per la giustificazione di questo cambiamento. E la reazione finale dello spettatore è di estremo stupore, tanto per gli eventi narrati, quanto per la realizzazione di un prodotto che tende ad andare verso quella conclusione fin dalla prima inquadratura.



Questa storia in parte oscura è raccontata nel contesto degli anni ’70, perfettamente riprodotti attraverso una colonna sonora favolosa e una messa in scena curata fino al minimo dettaglio. Siamo immersi in un vividissimo realismo che muove i personaggi nell’intreccio, ma è nella psicologia che ritroviamo la fonte primaria di questo realismo dilagante. La serie narra degli studi condotti nell’ambito della psicologia criminale per delineare il profilo del serial killer; le interazioni e le reazioni degli assassini, sia quelli intervistati per la ricerca che quelli incastrati nel mezzo delle indagini secondarie, sono guidate da una scrittura saggia che tende al realismo assoluto per elevare il livello della proposta della serie al di sopra della media dei gialli attuali. Non è stato fatto uso di semplici stereotipi, cliffhanger forzati e soluzioni improbabili, ma tutto è decritto attraverso una lente scientifica che inquieta e affascina. La vera tensione emotiva arriva dalla consapevolezza della reale plausibilità di quanto viene mostrato sullo schermo, e nulla genera più angoscia della realtà.


Mindhunter pecca nella prima metà per una narrazione troppo sbrigativa, ma quando cominciano a delinearsi le gerarchie dell'unità comportamentale si manifesta anche il perfetto equilibrio che conduce la serie ad un finale ipnotico. Pur non raggiungendo le profondità più oscure di Rust Cohle, la discesa negli inferi dell'agente Holden Ford merita un'attenzione particolare. Mindhunter è qualcosa che mancava.

lunedì 16 ottobre 2017

BIG MOUTH È UN ALTRO AMERICAN PIE?

Big Mouth racconta l’ingresso di un gruppo di adolescenti nel mondo della pubertà con una forte dose di ironia e senza aver paura di mostrare gli aspetti più indicibile di un periodo complesso. Come si valuta un prodotto del genere? Il metro di giudizio deve essere la gratuità degli argomenti trattati. Se il contesto creato richiama un lessico spinto e una costruzione esplicita, allora è corretto che venga utilizzato un registro adulto. Molte produzioni - sia cinematografiche che televisive - hanno tentato questa strada in passato, ma spesso il risultato non è stato all’altezza perché il complesso delle interazioni sessuali e potenzialmente divertenti è così ricco che collocare la giusta esagerazione nel posto corretto è talvolta un’opera difficile da realizzare. D’altra parte c’è da considerare la sensibilità del pubblico, che indubbiamente rischia di creare uno schermo di imbarazzo tra lo spettatore e il piano linguistico e allusivo in gado di inficiare la fruizione del prodotto. Il rischio costante per una serie del genere è di cadere in una forzatura senza fondamento, ma Big Mouth ha saputo individuare una base solida da cui sviluppare una comicità istrionica e viscerale: la pubertà. L’elemento cardine della nuova serie animata Netflix è anche quello che regge meglio la costruzione del nonsense e dell’esagerazione cercata. Ma questo, d’altra parte, palesa anche delle difficoltà quando l’argomento tende ad evadere troppo dal focus principale. In generale quindi le sequenze con i ragazzi funzionano a meraviglia, grazie anche ad un’atmosfera che ricalca alla perfezione quella della pubertà più celata, mentre le situazione create attorno a personaggi secondari quali genitori e professori perdono il senso dell’opera e lasciano percepire uno scarto di contestualizzazione comica rispetto alle precedenti. Questi momenti rallentano il ritmo e lasciano entrare un nonsense che non contribuisce allo sviluppo di una trama lineare. Seppure si tratti di una serie di episodi sostanzialmente autoconclusivi, l’elemento amoroso e le situazioni che vengono a crearsi tendono naturalmente a richiamarsi nel corso delle puntate, creando una velata narrazione orizzontale. È l’argomento della pubertà stessa a richiedere un’evoluzione della situazione presente; un fine verso cui tendere. In questo senso si percepisce che gli sceneggiatori avrebbero potuto osare molto di più, introducendo una narrazione continua, intervallata da momenti episodici, perché proprio nella continuità delle storie dei protagonisti sta il vantaggio di una serie animata di questo tipo e il punto a favore attorno al quale potrebbe svilupparsi in modo originale.


Oltre una narrazione con molti picchi e alcune lacune, gli sceneggiatori hanno dimostrato di essere in grado di confezionare un prodotto completo, maturo, arricchendo le gag con rimandi continui alla cultura pop e ad episodi stessi della serie, canzoni che tendono a scimmiottare miti della storia della musica (Freddie Mercury e Prince su tutti) ed esilaranti momenti di rottura della quarta parete. Il tutto a confermare la cura con cui Big Mouth è stata confezionata dai due creatori.
A rimanere nel cuore degli spettatori è però l’hormon monster, personificazione del demone della pubertà che saprà regalare momenti di televisione tanto squallidi quanto divertenti. Una vera e propria calamita di attenzioni che dimostra di avere anche dei caratteri in comune con il sommo scienziato Rick, entrando di diritto nel novero dei personaggi iconici delle serie tv animate in accoppiata con la sua versione femminile Connie.



Big Mouth non è da prendere dunque come un delirio sessuale alla stregue dei vari American Pie ai quali ci ha abituato il mercato statunitense, perché in questo caso è il contesto a fare la differenza e a rendere ogni scelta forte perfettamente in linea con la scelta iniziale. La coerenza però non basta a mascherare alcune lacune, anche se la possibilità, solo sperimentata in questa prima stagione, di una linea narrativa continua a cui aggiungere tasselli totalmente deliranti e sconnessi - come la metafora della pornografia presente nell’ultimo episodio - lascia ben sperare per una seconda stagione che proponga il definitivo salto di qualità. Il consiglio sulla visione di Big Mouth dipende da voi, se siete in grado di ridere di ciò che tenete nascosto anche a voi stessi e di un passato condiviso ormai sepolto è assolutamente la serie che fa per voi. Da guardare rigorosamente da soli però, una visione in compagnia sarebbe davvero troppo.

domenica 27 agosto 2017

5 MOTIVI PER CUI THE DEFENDERS È UNA DELUSIONE

Dopo un esordio spettacolare con Daredevil, la qualità dei prodotti Marvel Netflix è andata via via calando. “The Defenders”, corrispettivo televisivo del team up più famoso, poteva essere il punto di svolta per l’intero progetto, ma così non è stato.


Vediamo insieme i cinque motivi per cui “The Defenders” non è stata in grado di mantenere le aspettative.



4 - 3 = Un protagonista
La serie si proponeva come una summa delle storie precedenti, che avevano lasciato in sospeso alcuni particolari per confluire poi verso un’unica conclusione. Quattro personaggi, una storia. L’obiettivo era probabilmente quello di livellari i diversi gradi d’interesse dovuti alla scrittura altalenante delle singole serie per generare un nuovo trasporto comune verso il gruppo di vigilanti. La realtà dei fatti racconta invece di un Matt Murdock ancora esageratamente superiore agli altri. Daredevil riesce a dare un altro tono alle scene in cui è presente per una profondità, uno spessore e un carisma a cui gli altri tre “difensori” non si avvicinano minimamente. La scelta di terminare la battaglia finale in quel modo poi non fa che avvalorare la tesi di una finta serie corale, molto più simile ad una terza stagione del diavolo di Hell’s Kitchen.



“È stata una settimana molto dura”
Quanto tempo passa dalla scarcerazione di Luke Cage alla conclusione dell’intera storia? Mi sono posto questa domanda diverse volte durante la visione. Alla fine è Jessica Jones a rispondere: meno di una settimana. Nell’ottica di un tempo così breve, quasi aristotelico, si perde il senso di uno sviluppo morale dei protagonisti e la loro interazione, ridicolmente esplicitata da Daredevil prima dello scontro finale, si riduce ad una collaborazione improvvisata. Manca la maturazione dei personaggi, aggiunta forzatamente verso il finale attraverso quello che dovrebbe essere Il colpo di scena. Ma è giusto interrogarsi su di esso: cosa sarebbe rimasto dell’esperienza dei Defenders senza il telefonato twist conclusivo?



War never changes
Lo scontro con la mano ci viene presentato come il culmine di un conflitto secolare tra i traditori di K’un lun e i casti. Lo stato delle cose è costantemente descritto in termini militari. Guerra, guerra e ancora guerra.
“Chi vincerà la guerra?”
“Questa è la fine della guerra”
“Questa non è la fine della guerra”
Queste ultime due frasi magari pronunciate dallo stesso personaggio a distanza di pochi minuti.
E il rimando immediato è alla vera guerra, quella in grado di annientare intere popolazioni, quella che non si placa con quattro colpi di karate in un ufficio bianco. Eppure la minaccia rappresentata dalla Mano non è mai tangibile: non ci sono attentati, non ci sono duelli decisivi, non ci sono punti di non ritorno. Quella che i protagonisti chiamano guerra è la schermaglia di qualche scagnozzo e un manipolo di vigilanti per evitare che un’organizzazione secolare possa ottenere la chiave della vittoria della guerra, che poi si rivelerà essere un elemento tutt’altro che decisivo. Il pericolo non è mai realmente vicino, né per i protagonisti né per la popolazione di New York. E allora stona incredibilmente il tono epico degli ultimi due episodi, soprattutto considerando che “The Defenders” si colloca all’interno del MCU, e a due passi dal Midland circle ci sarebbe un certo Tony Stark.



La sagra dei clichè
Daredevil aveva rivoluzionato la dimensione del supereroe con una narrazione più intima, profonda che aveva contribuito a rendere più imprevedibili le storie del Diavolo di Hell’s Kitchen.
Da questo punto di vista “The Defeneders” rappresenta un enorme passo indietro. Con uno sviluppo minimo in profondità della narrazione, i prodotti Marvel Netflix tornano a posizionarsi a livello della loro controparte cinematografica, e chiunque abbia visto almeno un paio di cinecomics sarà immediatamente in grado di predire lo svolgersi degli eventi. Mancano reali colpi di scena inaspettati - ad eccezione di quello che spezza l’unità del gruppo verso la metà della serie - e questo, unito alla mancanza di una minaccia reale, spegne il trasporto emotivo per una serie a tratti piatta.



E quindi?
Con l’ultima scena prima dei titoli di coda viene addolcito anche l’amaro finale. Cosa resta dell’esperienza dei Defenders dopo la “guerra” con la mano? Valutiamo la domanda da due punti di vista. Da una parte, per l’universo della serie, il team up ha avvicinato quattro eroi  già contigui, bruciando in otto puntate decine di personaggi validi per futuri sviluppi, sacrificati sull’altare della spettacolarità delle coreografie. Si tratta banalmente di una storia periferica che conclude una narrazione confusa e frammentata senza particolari guizzi.

Dall’altra ci siamo noi spettatori, che abbiamo assistito alla conclusione della “prima fase” di questo sottouniverso dei cinecomic. La serie scorre e si lascia guardare, considerando anche il fatto che si svolga in pochissime ore, si ride a denti stretti in alcuni momenti e si riesce anche a godere delle interazioni tra i protagonisti, ma non rimane nulla più di una copia sbiadita del modello MCU. Manca completamente la peculiarità televisiva che era stata di Matt Murdock prima e di Jessica Jones poi. Manca l’anima dei progetti Netflix, soppiantata dallo spirito Marvel.

venerdì 10 febbraio 2017

GRILLO VS GRILLO E LA POLITICA SU NETFLIX

Ha suscitato un contenuto scalpore l’arrivo sulla piattaforma Netflix dell’ultimo spettacolo partorito dalla mente scissa del comico più politico - sicuramente non del politico più comico - nostrano. Grillo vs Grillo è una summa definitiva dell’esperienza che ha portato il comico genovese a traslare verso il mondo che per anni aveva canzonato nei suoi spettacoli. Da questo mutamento il titolo: Grillo contro Grillo, perché i grilli sono due, i grillini molti di più.


Attraverso un racconto aneddotico, l’anziano Beppe tenta in qualche modo di giustificare la necessità della sua svolta politica, passando soprattutto dalla volontà popolare che, a detta sua, l’avrebbe col tempo portato a dare una forma partitica - si può dire partitica? - alle sue speculazione comiche. Sono due, ma è uno. O trino, se vogliamo coinvolgere in questo percorso l’uomo che ha introdotto la risorsa più importante, la rete. Senza il compianto Casaleggio, infatti, oggi il movimento avrebbe una forma differente e la conformazione della democrazia del (tele)voto concepita da Grillo sarebbe ancora un’utopia lontana nel panorama della nostra maleodorante politica.
Grillo non si scinde nella sola persona nel tempo, ma anche sul palco, con una serie di interventi registrati e proiettati sullo sfondo attraverso i quali squarcia i veli e prende una posizione netta dal punto di vista politico. Lo spettacolo, breve ma intenso, si gioca principalmente su questo dualismo gravido di concetti triti e ritriti, mantra ormai dei comizi pentastellati del Grillo politico. Se fossimo sul canale youtube del movimento, tutto ciò sarebbe nella norma. Se fossimo sul blog di Grillo, questi interventi mirati fatti durate lo spettacolo sarebbero leggere carezze. Ma siamo su Netflix e il punto è un altro: dove si ferma il valore comico e che peso dare a quello politico dello spettacolo?


La comicità che caratterizza lo show è la medesima che Grillo porta avanti da decine d’anni di onorata carriera, ma se negli anni ’90 era possibile godere di uno spettacolo ottenendo come risposta un quadro generalmente realistico dell’Italia dei tempi, in questo caso l’intera struttura è canalizzata nel dare una risposta definitiva al dipinto graffiante offerto dall’autore. C’è una soluzione politica che sorregge ogni battuta e senza di essa lo spettacolo crollerebbe a pezzi, distrutto dal peso degli anni di una carriera che avrebbe limitato il livello comico di chiunque. Se Grillo è ancora in grado di sfoggiare una certa verve è perché il suo ruolo su quel palcoscenico non è solamente di far ridere e riflettere, ma anche e soprattutto di fare proseliti. Gli interventi più divertenti, infatti non coinvolgono in minima parte il politico, ma si concentrano sulla gioventù del comico: dall’esperienze scolastiche alla figura del padre, dall’ingresso nel mondo del lavoro al furto a Pippo Franco. Ma questi interventi si contano sulle dita di una mano. C’è dunque una pesantezza di fondo che impedisce di godere dell’ilarità di un giullare moderno per la sua spiccata indole polemica.


Siamo di fronte ad una domanda narrata con leggerezza che ha però in sé già la risposta, e si tratta di una risposta fortemente violenta, come era la natura del comico, com’è quella del politico. È una risposta che si compone di falsi miti, dati poco attendibile, una generalizzazione colposa e un accanimento mirato contro tutto e tutti. Si tratta di un programma politico che va dalla democrazia diretta della rete al reddito di cittadinanza, passando per l’immancabile complottismo delle macchine ribelli. Perché in questo spettacolo c’è tutto Grillo, il comico e il politico. E godere di una risposta così forte potrebbe risultare complicato, se le basi di partenza immaginano un’altra politica.
È giusto dunque che un prodotto così politicizzato sia su una piattaforma libera come Netflix? Assolutamente sì. Perché la censura è un’arma che abbiamo abbandonato da tempo e la comicità può esprimersi nelle forme più disparate, anche attraverso la politica satira. Se questo spettacolo di un Grillo calante è ciò che il nostro paese è in grado di produrre per stare al passo con la comicità mondiale, che ha ormai da tempo adottato il format dello stand up comedy, è giusto esprimerci per ciò che siamo, anche e soprattutto nei nostri limiti. Con la consapevolezza però di trovarsi di fronte ad un comizio politico del Movimento 5 Stelle, che, come ogni comizio politico che si rispetti, manca della risposta dell’altra parte. È un tentativo finale di slegare il movimento dalla sua figura, ma il carisma dell'uomo renderà vano lo scopo ultimo.

Questo è il sacro Grill, mangiatene tutti. Amen.

domenica 27 novembre 2016

DAREDEVIL, SALVINI E LA PISTOLA DI BUONANNO

Mesi fa si è fatto un gran parlare della legittima difesa, della possibilità di scaricare un intero caricatore nella schiena di un presunto rapinatore per poi essere completamente assolti. Il dibattito di un momento, che aveva risvegliato l’opinione pubblica in difesa dei soliti pensionati, dei soliti braccati da Equitalia, dei soliti ultimi incappati nella medesima situazione tipo. Una serie di sfortunati eventi aveva aperto le porte ad un confronto tra diverse fazioni: chi voleva una revisione della legislazione in merito, chi cercava di avere una visione più ampia degli eventi e chi invece aveva approfittato ancora della situazione per carezzare con sguardo avido, bramante di potere, la pancia ignara dell’elettorato più reazionario, quello che non è né di destra né di sinistra, ma genuinamente fascista nell’animo.


Noi di InsideMAD siamo sempre sul Pezzo, sulla cresta dell’onda, come avrete intuito, ma talvolta ci prendiamo dei tempi per riflettere e per cercare di capire le cause e gli effetti collegati ad una complessa situazione e riuscire ad avere un’opinione quantomeno coerente, quantomeno non determinata in toto dalla somma del momento e di ruggini ammuffite nel profondo. Quegli scheletri che ci abitano e aspettano le piccole porte della realtà per mostrare i denti digrignati alla luce della luna. Ma facciamo un passo indietro: Daredevil, seconda stagione.
Personalmente ho apprezzato maggiormente la prima stagione di Daredevil, serie Netflix che ha ristabilito la giusta posizione per i supereroi sul piccolo schermo, per una coerenza narrativa maggiore, per la tangibilità della minaccia corrente e per lo sviluppo controllato e incentrato soprattutto sulla vita da avvocato cieco di Matt Murdock. Ma anche la seconda, pur vivendo di alti e bassi, raggiunge dei picchi notevoli, che presi singolarmente magari potrebbero apparire finanche più intensi rispetto alle sequenze più cariche di pathos della prima stagione. Uno di questi picchi è indubbiamente il duello verbale (e a tratti fisico) tra Daredevil e The Punisher sui tetti in buio e mattoni rossi di Hell’s Kitchen. I due personaggi, contrapposti seppur schierati sostanzialmente dalla medesima parte, si scontrano sul valore della giustizia e sul rapporto che essa instaura con la vita privata del cittadino; come si coniuga la legge scritta rispetto alla realtà che da essa dipende negli effetti. Ci troviamo di fronte a due paradigmi differenti alla base, che propongo due concezioni diverse di giustizia inevitabilmente condizionate dagli sviluppi personali dei due vigilanti della notte. Daredevil, alias Matt Murdock, si rifiuta, nei suoi agguati notturni, di colpire per uccidere, perché ritiene ancora sacro il valore della giustizia come elemento super partes riconosciuto da una comunità che si rifà ad uno stemma,una bandiera un segno comune. Questa scelta di vita lo porta a collaborare con le autorità e a legare indissolubilmente il suo lavoro notturno con quello diurno di avvocato presso la Nelson and Murdock. Dall’altra parte invece, The Punisher, all’anagrafe Frank Castle, segnato profondamente dall’esperienza personale tra la Guerra del Golfo e la morte violenta dei familiari, sceglie di farsi giustizia da sé, seminando il terrore per le strade di New York alla ricerca dei mandanti del massacro che ha coinvolto la moglie e il piccolo figlio. La sua terribile ira sanguinolenta non sarà placata finché la causa del suo inferno in vita non avrà un volto e un nome.
Ci si para dinanzi uno scontro gerarchico tra due modelli societari: uno, quello dell’eroe, pone in cima la legge e da essa fa derivare il comportamento dei cittadini, anche quando questi scelgono di vestire i panni dei vigilantes, l’altro invece, quello dell’antieroe, inverte l’ordine appena descritto ponendo il singolo uomo al di sopra della convenzione comune perché l’unico in grado di esercitare realmente una forma consona di giustizia, quanto più vicina a quella divina.

Giustizia è anche avere le mani legate

Con le dovute proporzioni, senza vigilanti, palazzi insanguinati e avvocati ciechi che combattono orde di ninja, credo possa reggere un paragone tra lo scontro ideologico proposto nella serie tv e il dibattito diffusosi in Italia pochi mesi fa, e mai realmente sedatosi, in attesa di altra legna per alimentare il fuoco dello slogan politico. Abbiamo visto uomini di legge indignarsi davanti alle telecamere perché agli uomini fosse riconosciuta la possibilità di oltrepassare quel limite della giustizia penale in casi particolari, perché fosse invertito l’ordine del reale, per finire in un immaginario in cui la legge non è assoluta, ma muta nel rapporto con l’individuo di situazione in situazione. Abbiamo visto orde di cittadini, non più accomunati dalla bandiera della legalità, ma neanche da quella dell’anarchia, accogliere a braccia aperte queste proposte superficiali perché il momento non ci offriva nient’altro che la rabbia di morti ingiuste.

Non voglio in nessun modo giustificare un individuo che, magari armato, si introduce a casa di altri con l’intento di sottrarre beni materiali che magari hanno avuto bisogno di giornate di fatica e sudore per essere acquistati, anzi. Non voglio neanche colpevolizzare coloro che, in presenza di una presenza estranea in casa loro, hanno ceduto alla paura del momento e hanno fatto fuoco ferendo, uccidendo un altro essere umano. Esiste però una precisa legislazione e, che voi possiate considerarla giusta o sbagliata, modificabile o migliorabile, essa deve sempre essere al di sopra della situazione corrente, per permettere l’uguaglianza, la giustizia e il rispetto di ogni parte coinvolta, anche quando sembra che la ragione sia sbilanciata in maniera assoluta. Perché questa è la società che abbiamo e questo il modello scelto. E se non ci piace, la via è un’altra, quella dell’uomo con la pistola in TV che propone ai suoi concittadini di armarsi per poter essere un giorno in grado di vestirsi di divinità e giustizia per scacciare l’invasore. La vecchia favola, polvere e mandirani del defunto West.

domenica 16 ottobre 2016

SERIE DI CUI NON PARLERÒ: LOVE

Netflix è sinonimo di qualità, ma qualità non è sinonimo di buona riuscita, o almeno non sempre.
Love è una serie che si muove nel quotidiano delle vite dei due protagonisti, e vorrebbe narrare in maniera realistica le dinamiche della nascita dell’amore tra due individui molto diversi tra loro. Gus è un ragazzo impacciato, perennemente fuoriposto. Non segue le mode, non frequenta i posti più quotati e vive le sue giornate nella periferia, rischiando poco, sporgendosi poco. Mickey è invece una sfacciata ragazza del ventunesimo secolo: un po’ depressa, un po’ infelice, un po’ distaccata dalle sue coetanee più in vista, un po’ frustrata dalle situazioni che le sono sfuggite di mano. Due personaggi diversi, sì, ma accomunati dalla stessa estrazione sociale, quella degli emarginati dalla comunità fondata sull’esibizione e sull’esibizionismo. Sboccerà l’amore tra i due, ma sarà qualcosa di indefinitamente spigoloso, lontano dalle correnti comuni e distante dalle concezioni moderne di relazione fissa.


Alla luce delle premesse, Love poteva essere un’altra bella sorpresa targata Netflix, ma alla fine dell’ottavo capitolo - di dieci - ho deciso che non avrei portato a termine la serie. Il problema è molto semplice: pur riuscendo a centrare il clima e il realismo, Love non ha in sé la vis comica per riuscire a intrattenere. La scelta di puntare tutto sul realismo della relazione ha portato ad un’esagerazione delle dinamiche che volevano allontanarsi dai canoni televisivi e cinematografici. In questo modo però anche i tempi comici hanno perso di valore, producendo soltanto una serie di situazioni disdicevoli, allungate e boriose, caratterizzate unicamente da dialoghi inconcludenti. Questa politica seriale è stata portata avanti in particolar modo attraverso il personaggio di Gus che, con la sua inevitabile inappropriatezza, riesca a risultare imbarazzante in ogni situazione. Ogni contesto, battuta, dialogo con un personaggio secondario è un ottimo pretesto per scatenare nello spettatore e nello stesso protagonista un senso di assoluto imbarazzo. Proviamo realmente vergogna per ciò che Gus fa e dice, vorremmo essere con lui per evitare il peggio e fermarlo prima che smarrisca la faccia, e con essa la dignità; ma ciò non è possibile e ci troviamo inevitabilmente invischiati in un processo per cui la vergogna diventa quasi la nostra. Nulla da dire sulla costruzione di questi frangenti, se non che non riescono mai a scatenare ilarità. Ci si guarda attorno in uno stato confusionale cercando di capire se siamo noi a non aver colto la battuta, se siamo noi a reagire su tempi comici sbagliati e obsoleti, o se sia la serie a mancare evidentemente in questa sua componente, che suppongo sia quantomeno fondamentale se si parla di una serie comedy.
A lungo andare queste situazione scabrose diventano fastidiose e a tratti insopportabili. Si è spinti a guardare non per le emozioni che lo spettacolo riesce a trasmettere, ma solamente per cercare di capire dove gli sceneggiatori vogliano andare a parare con una trama che mostra comunque pochi guizzi. Diventa una noiosa agonia scoprire cosa si celi nel futuro dei due innamorati emarginati.
Eppure la serie era partita con il piglio giusto, un episodio davvero ben riuscito nel quale venivano presentati i personaggi in situazioni probabilmente più caricaturali. In contesti simili, le loro qualità imbarazzati parevano meglio inserite nel tessuto complessivo e lo spettatore poteva ridere di una festa di vicinato finita male o di un triangolo incestuoso. Ma da quel momento in poi la serie ha sparato molti colpi a salve, come la questione della cena per farli conoscere e la serata magica. Elementi che in questo mood generale non hanno fatto altro che allontanare l’interesse comune.

Non tutte le serie Netflix escono col buco.