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domenica 29 dicembre 2019

TOP 10 2019

Bentrovati,
Un anno di rincorse, riesami, riavute.

Ha il suo gusto ritrovarsi anche ciclicamente in modo rituale.


Ora tocca ai film parlare. Le classifiche sono così anni 2010s. Ora che entriamo di prepotenza nei luccicanti, sfavillanti, ruggenti 20s sarà il caso di ammodernarsi. Andiamo en passant con i miei migliori dieci titoli, in ordine di uscita. Che siano scoperte e consigli.

Inizia la commedia, che parlino gli attori.


Suspiria (2018) di Luca Guadagnino
Remake che si discosta dall'opera originale per raccontare una storia torbida, violenta. Il nostrano Guadagnino si conferma una mano delicata che scende nel genere, dal romantico al thriller, fino alle tinte horror di questa nuova demoniaca creatura argentiana.
Meravigliosa l'appazione della Mater Suspiriorum accompagnata dalle musiche di Thom Yorke, momento cinematografico tra i più alti ed efficaci dell'anno, da conservare vivido negli occhi.


La Favorita di Yorgos Lanthimos
Lanthimos è il regista rivelazione dell'ultimo decennio.
La Favorita è un capolavoro di stile che non smette di scavare attorno ai nuclei del regista; dove non si può arrivare, egli mostra in silenzio l'uomo e i suoi vuoti.
Le tre attrici protagonisti duellano alla miglior performance e danno vita ad un'opera di spessore internazionale. Storia del cinema.


La Casa di Jack di Lars von Trier 
Esperienza visiva violenta e brutale costruita sui più ricercati stilemi cinematografici dell'ultimo ventennio. Lars von Trier è in grado di trasporre un pensiero indicibile per immagini e condurci come il protagonista verso una discesa agli inferi della post-moralità. Fino alla luce della redenzione, che forse è la stessa della fine.
La Casa di Jack è un viaggio da intraprendere.


Midsommar di Ari Aster
Sorpresa in positivo del 2019 per una pellicola a tratti insostenibile che tocca picchi di incubo visivo.
Un horror psiologico dove non cala mai il sole realizzato con una messa in scena impressionante, invidiabile, per parlare del rapporto di coppia, della colpa, dell'attraversmento del lutto. Imperdibile.


La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco
Maresco - apprezzatissimo a Venezia - realizza un film a due anime per raccontare l'omertà siciliana: da una parte la battaglia donchisciottesco della fotografa Letizia Battaglia, dall'altra la storia irreale dell'impresa di Ciccio Mira. Il risultato è un docufilm che arriva dove la finzione non avrebbe neanche immaginato. Le migliori risate per il miglior ritratto.


C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino
Su questo film si potrebbero scrivere saggi su saggi.
Mi limiterò a questo:

Avevo il cinema negli occhi, quando sono uscito

Questo mi basta.


Burning di Lee Chang-dong
Voliamo in Corea per una meravigliosa scoperta. La nuova scuola orientale approfondisce una nuova narrazione della classe meno abbiente, della gioventù, della noia.
Dal romanzo di formazione alla storia sentimantale, dal thriller al dramma psicologico, Burning copre un vasto spettro di colori con una grazia unica, un tocco leggero che mostra senza giudicare ogni caduta che non sarà l'ultima.


Parasite di Bong Joon-ho
Avevamo promesso di non cadere nelle bieche classifiche di provincia, eppure i meriti di Parasite sono sotto gli occhi di tutti e non possiamo esimerci dal premiarlo con l'ambito premio di film dell'anno. È lui, poche storie.
La mano strepitosa ed equilibrata, eclettica di Bong Joon-ho dimostra quanto ancora sia attuale raccontare la diparità, la lotta di classe.
Parasite è un film totale, perfetto, una gemma rara e unica.


Marriage Story di Noah Baumbach
Finalmente l'altro Wes Anderson riesce a produrre un prodotto riuscito e unanimamente riconosciuto.
Marriage Story ha i conottati del saggio con i giusti tocchi umani.
La scena iniziale e quella finale chiudono un cerchio preciso e misurato, eppure estremamente vitale.
Scarlett Johansson e Adam Driver reggono un dramma fin troppo vero, toccante.


The Irishman di Martin Scorsese
Martin torna al suo vero grande amore e mette a disposizione le sue abilità uniche per un'altra sporca storia americana. È grande cinema, di quello dell'anima, e anche l'ultima vera occasione di rivedere insieme quattro mostri sacri della nuova Hollywood.
Una visione agrodolce che ha il gusto delle grandi produzioni di un cinema passato.

Quindi. C'è stato tanto, quasi tutto, e chi non c'è stato o ha demeritato (Joker) o ha semplicemente scelto l'annata sbagliata per uscire in sala.

Scoperte e ritorni e dintorni.
Che questo Natale vi sia stato lieve, che quest'anno vi abbia scoperti.
Che la prossima volta sia una di tante e l'unica.
È bello tornare a parlare di cinema e di noi.

domenica 30 dicembre 2018

FLOP 10 FILM 2018


I più orridi, quelli che già prima di vederli sentivo l’olezzo ma che ho visto fino in fondo anche per voi, anche per poi scrivere quest’attesissima flop 10 2018.



Allora ricapitoliamo un attimo le regole per chi se le fosse perse:

-        Film usciti in sala per la prima volta dal 1 gennaio al 24 dicembre;
-        Film usciti su Netflix o sulle altre piattaforme on-demand nello stesso arco di tempo;
-        Non sono ammessi “film” di natale usciti direttamente su Youtube sul canale della Rai, prodotti da Rai2 e Rai digital, con il Pancio ed Enzuccio.

L’altra faccia della medaglia di una clamorosa TOP 10 doveva essere una FLOP di buchi nell’acqua e cocenti delusioni. Ma andiamo spediti, che domani è un nuovo giorno anno.



10 - Batman Ninja di Junpei Mizusaki
Allora, ci stanno:

Il regista de Le bizzarre avventure di Jojo
Lo sceneggiatore di Kill la kill
Il character designer di Afro samurai

E già così pare una barzelletta. E invece le premesse potevano sembrare sensazionali, ma il risultato è un accrocco di idee tendenti al trash che tentano di avvicinare il cavaliere oscuro all’anima del Giappone feudale, fallendo alla base del progetto: Batman Ninja è uno stand alone che come film non si regge in piedi e i colpi di scena arrivano uno dopo l’altro senza nessuna logica.
Le animazioni spettacolari si sprecano e finiscono per diventare un puro esercizio di stile. Vedibile, ma anche rivedibile.



9 - Sono tornato di Luca Miniero
L’originale tedesco era una buona idea per un brutto film televisivo. Il remake italiano del rodato regista di Benvenuti al Sud invece migliora la componente cinematografica per un’opera che non riesce ad essere altrettanto efficace. Spara due tre colpi a salve, cambia il finale e crolla nel tentativo di italianizzare un problema che era invece il passatismo, che non ha colore o dimensione storica.
E Frank Matano non ci azzecca niente. Per piacere.




8 - A casa tutti bene di Gabriele Muccino
Questo film è costruito su delle fantastiche scene corali fatte di dialoghi intrecciati, piani sequenza, perfette coincidenze temporali. Una gioia per gli occhi.
Ebbasta.
Non c’è nient’altro.
Personaggi imbarazzanti, storia trita e ritrita, reazioni umane che L’ultimo bacio al confronto era uno studio sociologico accurato. Ma poi la comic relief è Massimo Ghini che ha l’alzheimer? Aspè, ve lo spiego meglio: se fai una commedia nera, pure Aigor il gobbo diventa esilarante. Se invece vuoi fare un mezzo dramma molto italiano che ammicca alla crisi, ammicca alla fine dei valori e tutti questi buoni sentimenti, non puoi in nessun modo cercare di far ridere con una malattia degenerativa. E dai, le basi proprio.


 7 - The end? l’inferno fuori di Daniele Misischia



Sosteniamo l’indie italiano, purché non si tratti di quei due scappati di casa con la chitarrina.
Però qui l’idea non basta e l’esordio cinematografico di Misischia si affloscia col passare dei minuti. Un Roja costantemente fuori parte non aiuta certo l’opera ad acquisire un ritmo degno e i pochi colpi di scena non riescono ad invertire un senso di noia e di già visto che aleggia su una pellicola dimenticabile.
Il cinema di genere è possibile, lo abbiamo dimostrato. Questo The End? L’inferno fuori si attesta semplicemente come un passaggio non riuscito appieno. E parlarne in questa classifica è un dispiacere vero.
Sosteniamo l’indie italiano.



6 - Il vegetale di Gennaro Nunziante
Favoletta contemporanea sulla famiglia, l’amicizia, la solidarietà, l’ecologia. Evvabene.
Però Nunziante ha mantenuto anche i riferimenti ai film precedenti, quelli con Zalone: e quindi caporalato, immigrazione, crisi del lavoro, situazione giovanile, corruzione. Però questo non va con quello e un film per tutti diventa un’operetta infantile con strizzate d’occhio al pubblico più impegnato.
Ah, e comunque Nunziante continua a non realizzare una messa in scena cinematografica.
Ah, e comunque Rovazzi.
Ma quello è Montalbano?



5 - Sconnessi di Christian Marazziti

Ed è come sparare sulla croce rossa, lo so.
Sono prodotti un po’ così, nati per essere futili, velleitari. E il cinema sta da un’altra parte. Però - come volevasi dimostrare - il livello della commedia popolare italiana fatica ogni anno a risollevarsi e non basta qualche trovata a invertire la rotta.
Sconnessi aveva catturato la mia attenzione per la presenza di Fabrizio Bentivoglio nel cast. E Fabrizio Bentivoglio è sempre degno d’attenzione.
Sempre, ma non qui.




4 - Animali Fantastici: i crimini di Grindelwald di David Yates
Togliete la penna di mano alla Rowling per piacere!
E quello che doveva essere il capitolo della svolta per la nuova saga diventa un filler bruttino, diretto senza grande gusto e soprattutto scritto troppo male per essere vero: buchi di trama, spiegoni, salti temporali, personaggi inutili e una narrazione che fa acqua da tutte le parti.

La saga non è morta, visti i numeri al botteghino. Ma qualcosa va fatto, e io ho una proposta, anzi tre:

-        Assumete un’equipe di esperti che tengano d’occhio la continuity
-        Lasciate Johanna al soggetto, ma avvaletevi di validi sceneggiatori e dialoghisti
-        Ma soprattutto, affidate l’intero progetto nelle mani di Guillermo del Toro. È lui l’uomo della svolta. Me lo sento dentro.



3 - Tonno spiaggiato di Matteo Martinez
Ariecco Frank.
Mi hanno detto per anni che Frank Matano è figlio di un’altra comicità, quella americana. Poi gli si dà la possibilità di fare un film in totale libertà e quello che ne esce è un film per sketch che non fa ridere; sfiora anzi il cringe involontario in parecchi frangenti.
Se la scena più divertente è quella della signora che bestemmia, forse così alternativa questa comicità non è.



2 - Natale a 5 stelle di Marco Risi
Filmaccio inguardabile. E fin qui niente di nuovo.
Ma ora proviamo a spiegare perché Natale a 5 stelle non fa ridere: il riso - che sia del gesto, per parole o scritto - si fonda su un’incongruenza, un disvelamento che mette a nudo un procedimento sociale fino a quel momento ritenuto naturale.
La satira è il disvelamento dell’attitudine troppo umana che si cela dietro la maschera dell’ars politica.
Natale a 5 stelle invece non disvela, ma narra la politica italiana nelle sue sfaccettature. Narrare è descrivere un paesaggio. Avete mai riso di un paesaggio?



1 - Venom di Ruben Fleischer
Opera ignobile, fuori tempo massimo. Un film vecchio anche per gli inizi del Duemila.
Viene snaturato il personaggio di Venom per andare in contro, assecondare basse esigenze di un pubblico troppo giovane e poi si vieta il film ai minori. La trama scorre senza dare il giusto peso agli eventi mostrati e quindi i presenti colpi di scena arrivano telefonati e fiacchi. Lo stesso egregio Tom Hardy finisce per fornire un’interpretazione macchiettistica a metà tra body horror e commedia degli equivoci.
Il comparto tecnico inoltre fallisce nel tentativo di eguagliare le produzioni più ricche e contribuisce ad affossare un prodotto difettoso e pretenzioso, ma soprattutto consapevole della propria pochezza.
E questo è stato uno dei migliori incassi del 2018.
E il pubblico l’ha amato.
Allora forse ho davvero smesso di capire le cose che vedo.


La Flop 10 finisce qui.
Questo è anche l’ultimo articolo del 2018, a cui seguirà come di consueto una buona pausa, almeno finché non mi sarò raccapezzato tra la laurea, il sonno e le cose della vita. In questo preciso ordine.
È stato un anno mediamente ignobile, ma direi che il bilancio dopotutto – al netto della TOP 10 2018 – può dirsi pienamente positivo.
Non mi resta che augurarvi un 2019 più intenso e sorprendete. Sia in sala che fuori.
Che capiti qualcosa di inaspettato: un grande ritorno, una conferma sperata, la dirompente novità.
Io sono qua che guardo film e aspetto. Quando volete.

giovedì 27 dicembre 2018

TOP 10 FILM 2018

Anno ricchissimo. Punto.
Rivediamoci velocemente le regole che non si sa mai, anche se lo so che alla fine non le leggete.

-        Film usciti in sala per la prima volta dal 1 gennaio al 24 dicembre;
-        Film usciti su Netflix o sulle altre piattaforme on-demand nello stesso arco di tempo;
-        Non sono ammessi “film” di natale usciti direttamente su Youtube sul canale della Rai, prodotti da Rai2 e Rai digital, con il Pancio ed Enzuccio.

È stato un anno così ricco che avrei potuto stilare una TOP 30 senza calare di qualità. Ma sono state fatte delle scelte. Le mie. Che non sono le vostre. Quindi scanniamoci sotto nei commenti come non volessimo arrivare al 2019. Daje.



10 - Ready Player One di Steven Spielberg
Dal besteller di Ernest Cline, il nuovo ambizioso classico di Spielberg cambia forma a ritmo di musica nel regno della fantasia digitale. Il risultato è un assolo di citazioni nerd e avventura anni ’80 che abbaglia il cuore bambino e lascia dietro una scia di meraviglia. Peccato il film tenda troppo spesso a specchiarsi nel suo stesso fanservice e finisca per autolimitarsi in un canovaccio invecchiato tutt’altro che bene. Non il capolavoro annunciato, ma un’opera di cuore (nerd).
 
First time?
9 - La ballata di Buster Scruggs di Joel ed Ethan Coen
Dal cinema alla televisione; da una miniserie antologica ad un film a episodi. Cambiano gli ingredienti, ma il risultato è sempre altissimo cinema. I Coen tornano nel west per raccontare sei storie di morte e fortuna e recuperare il livello delle migliori produzioni del loro passato, dimostrando che Netflix non è solamente un mostro da demonizzare.
La collezione di storie del vecchio volume del west tocca a turno tutte le corde, per arrivare ad un finale metacinematografico semplicemente perfetto in cui gli ospiti della diligenza sono i personaggi sulla pellicola e siamo anche noi, e i cacciatori di taglie sono dei semplici funzionari e anche due angeli della morte. Corsi e ricorsi autocitazionisti si intrecciano per chiudere un’opera totale sulla natura umana.
 
Black


8 - BlacKkKlansman di Spike Lee
Il ritorno in grande stile di Spike Lee nel suo habitat naturale: la rivalsa sociale della popolazione afroamericana. Il film centra fin da subito ambientazioni anni ’70 e ritmo, riuscendo ad alternare alla perfezione il riso, la riflessione sociale e i momenti emotivamente più forti, risultando efficace oltre ogni immaginazione.

(Apro una parentesi: il film più importante dell’anno
C’è chi utilizza il mezzo per un fine più alto. E allora, oltre la qualità, va premiato anche l’impatto sociale, perché scrivere di un mondo diverso da quello che abbiamo è più facile e infinitamente meno utile del racconto per immagini. E quindi lo scorso anno la palma importanza andò a Detroit di Kathrine Bigelow. Quest’anno è il caso di premiare Spike Lee, che sarà di parte dall’altra parte, ma come racconta questa strana brutta storia americana (quasi) nessuno.
E considero chiusa la polemica tra me e il sottoscritto.
E chiudo anche una parentesi)



7 - Hostiles di Scott Cooper
Sorpresa dell’anno per un’opera tagliante e scorretta che inverte i canoni del genere western per dare nuova linfa ad un filone morente. In particolar modo la prima parte rasenta la perfezione per il suo naturale andamento aschematico che restituisce un quadro di violenza e sofferenze in cui ognuno è toccato dalla colpa del genocidio degli indiani d’America. Il dolore delle perdite di una madre sgretolata dal dolore sarà la chiave per un futuro condiviso. Grande cinema anticontemporaneo e, anche per questo, perfettamente attuale.



6 - Mirai di Mamoru Hosoda
Quale meravigliosa scoperta.
Hosoda torna ai livelli di Wolf children per raccontare il percorso di crescita di un bambino di quattro anni costretto a fare i conti con l’arrivo di una sorellina. Tra realtà e immaginazione, tra passato e futuro, il regista restituisce alla perfezione il passaggio da un naturale solipsismo al riconoscimento di  una stato superiore: essere al contempo se stessi e una parte di un altro individuo, di cui portiamo il sangue.
Raffinato, onirico e infine toccante, Hosoda intercetta la vita nel suo groviglio di fantasie.



5 - L’isola dei cani di Wes Anderson
Ogni nuovo lavoro il cinema di Wes sale di livello. Stavolta una storia di contorno diventa in realtà il centro di una rivolta nazionale per un Giappone tanto militarizzato quanto feudale e ciò porta la tipica struttura dell’autore texano a fondersi con intenzioni spiccatamente politiche.
Animazione tecnicamente eccelsa per una carrellata di opere d’arte su pellicola che rapiscono l’occhio, colpiscono il sentimento. Dopo Fantastic Mr Fox, più dissacrante - ma non disimpegnato come potrebbe apparire - Anderson riprende la stop motion come la miglior espressione della sua idea artistica fatta di simmetrie, colori accesi e movimenti di macchina a 90°.

E con questa perla termina per il 2018 la quota animata. Purtroppo ogni anni perdiamo una settimana di cinema da Natale a capodanno, proprio quando la Disney decide di rilasciare i nuovi classici. Lo scorso anno il fuori-classifica toccò a Coco, che, da un’analisi a posteriori, si sarebbe fermato ai piedi del podio. Quest’anno è la volta di Spiderman: un nuovo universo, che avrò modo di vedere solo il 27 dicembre. Mi flagello.



4 - La forma dell’acqua di Guillermo del Toro
Del Toro sguazza sorridente nel cinema (quello vero). Racconta la diversità in ogni sua forma. Tratteggia dolcezza e amore sconfinato per la settima arte. E il risultato è puro godimento sensoriale.
Il film trionfatore agli Oscar 2018 è figlio di un cinema passato e delle migliori fiabe Disney. Potrebbe bastare l’intermezzo da cinema muto in bianco e nero a portare in alto l’opera in questa personalissima classifica. Un film da guardare con gli occhi che avevamo anni fa.



3 - Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
Disarmante la maestria con cui McDonagh è in grado di alternare il dramma più crudo al riso. Nella dimensione della commedia nera si trova il perfetto equilibrio di un’opera curatissima e intelligente che intercetta come nessun’altra il carico di violenza che grava sulla società occidentale.
Una serie di personaggi sui generis ed estremamente umani è il mezzo per raccontare il percorso della violenza che nasce da un efferato omicidio e si conclude con una soluzione vuota: una dispersione che possa racchiudere in sé un nuovo inizio, oltre la sofferenza.
Tre manifesti ricalca lo stile dei Coen per arrivare dove i fratelli registi non erano mai riusciti e punge un sistema inefficace nella sua manifestazione, che è l’apice della sua criticità.
Attori straripanti e due sequenze magnifiche (scena delle scale e incendio dei manifesti) portano il film verso il cult istantaneo, un apice della commedia nera che resterà a lungo insuperato.



2 - Il sacrificio del cervo sacro di Yorghos Lanthimos
Il lavoro di Yorgos Lanthimos sulle falle della natura umana e della sua organizzazione sociale prosegue con una rivisitazione del mito di Ifigenia, protagonista di due tragedie di Euripide. Il regista greco mantiene e accentua il suo stile fortemente cinematografico per mettere lo spettatore in una condizione di difficoltà e spingerlo ad aprire una questione. Le immagini disvelano una violenza nascosta che non passa dalle parole, ma dalla messa in scena, dalle musiche, dalle inquadrature.
Il sacrificio del cervo sacro è un’esperienza superiore e complessa, difficilmente sostenibile senza una preparazione adatta. La difficoltà creata a livello linguistico si traduce gradualmente in una difficoltà concettuale sulle forme sociali e familiari.
Lanthimos si rinnova e ritorna su se stesso per dare sempre vita a qualcosa che non c’era.


1 - Dogman di Matteo Garrone
Il miglior film del 2018 è senza dubbio l’italianissimo Dogman di Matteo Garrone, rivisitazione del brutto affare del canaro della Magliana. Il canaro cinematografico non pone tanto l’attenzione sul fatto di cronaca nera, ma lo utilizza per raccontare la vita degradata degli ultimi nella periferia romana. Marcello Fonte, miglior attore a Cannes, interpreta un uomo a cui viene sottratto tutto, finanche l’umanità. E senza l’ultimo briciolo di umanità, anche la violenza più efferata può sembrare adatta al degrado del contesto.
La forza del racconto è nelle immagini più che nella trama. Garrone riversa una forza d’impatto nella sua pellicola tale da devastare lo spettatore ad ogni nuova visione. Questo cinema arriva all’istintività dell’uomo, dove giace una violenza sopita, che è la stessa che muove il canaro, ormai fantoccio della società che l’ha cullato in un rovo di spine fin dalla nascita.
L’eccellenza quest’anno è italiana; segno che il problema non sono i mezzi, ma le idee per un cinema migliore.



Siamo arrivati quindi alla conclusione. Avrei potuto parlarvi ancora di Lady Bird, opera dolce e indipendente, proprio come la sua protagonista, oppure di The disaster artist, esperimento imperdibile; di Tonya o de L’uomo che uccise don Chisciotte, di First man o del piccolo cult che è Notti magiche di Virzì, ma non lo farò, questa classifica, questo meraviglioso anno di cinema termina qui.

Sono state scelte inusuali? Forse
Sono state scelte in controtendenza? Sì
Sono state scelte un tantino hipster? MA CERTO!!!

E quindi prendete queste scelte per quelle che sono. Soggusti. Non prendetevela ammale.
Noi ci rivediamo il 30 dicembre, quando ancora non saprete cosa fare a capodanno, ma verrete finalmente a conoscenza della mia FLOP 10 2018. Che non aspettate altro, e buon inizio di fine anno (?)

martedì 9 ottobre 2018

VENOM È UN DISASTRO?



E potremmo anche chiuderla qui.
Sipario e col simbionte simpatico ci rivediamo alla flop 10 2018 di Natale.
Ma visto che ci siamo spendiamo qualche parola in più su un film nato male, morto peggio. Tutti hanno già detto tanto sul Venom di casa Sony. Ricapitolando:

- è un film vecchio di almeno 15 anni
- sarebbe stato un film brutto anche 15 anni fa
- comparto tecnico a tratti audace, a tratti imbarazzante
- Tom Hardy fuori ruolo
- Tom Hardy doppiato (male - molto male) dal Joker di Leadger. UOT?
- sceneggiatura infantile da film su Italia 1 la domenica pomeriggio, che le cose succedono a caso proprio
- sviluppo dei personaggi inesistente
- ehi, ma Venom è il buono?
- ah, ma era una commedia. E ditelo prima, no?



Ora, una cosa che nessuno ha detto finora. E a me piace dire le cose che gli altri blogger-vlogger-youtuber non hanno ancora detto. Anche se si tratta di fregnacce.

La fenomenologia del supereroe. Parliamone.

*Eh lo so. Abbiamo parlato tutto veloceefrenetico finora, ma ora ci sta lo spiegone. E vi dovete sorbire lo spiegone, non c’è niente da fare*

Il supereroe, l’oltreuomo rappresenta la possibilità di un individuo di andare al di là delle proprie possibilità mantenendo un filo diretto con la sua controparte “normale”. In particolare nei film di origini - è fondamentale per il supereroe protagonista provare a superarsi in tutina aderentissima per poi tornare su se stesso e migliorarsi, o quantomeno modificare la situazione di partenza.
Ora, Venom - dall’alto della sua vetusta classicità - non fa eccezione e la prima parte del film è incentrata proprio sulla situazione amorosa, personale e professionale di Eddie Brock. Eddie Brock; Venum arriva dopo: hanno proprio impiegato tempo ed energie a definire una situazione per poi riproporla praticamente identica. Poteva essere quindi potenzialmente interessante seguire lo sviluppo della vita privata del protagonista in seguito all’incontro del simbionte, ma così non è stato.
Il film è monco di troppi elementi perché venga restituito un quadro complessivo e il finale non rappresenta alcun punto di svolta per un protagonista piatto e insulso. Nessuno sviluppo, nessuna crescita, nessun confronto, eccezion fatta per una mezza estorsione sventata ai danni di una commerciante. Hanno cercato di creare un film di taglio supereroistico senza la fenomenologia del supereroe. E non ne è uscito niente di buono.

*Fine dello spiegone. E lo vedete che non era poi così difficile*

Per il resto risatine in sala, cose buttate sullo schermo, due simbionti identici. Venom è solamente brutture gratuite e cadute di stile. E la flop 10 piano piano inizia a prendere forma. Bene così.

martedì 6 marzo 2018

OSCAR 2018 - PERCHÉ IL CINEMA HA PERSO ANCORA


La cerimonia politica più cinematografica dell’anno ha chiuso i battenti rimandandoci alla prossima edizione. È arrivato il momento di tirare le somme per la notte degli Oscar 2018, tra vincitori e vinti, esclusi e sorprese, nel segno del politically correct. Il 2017 è stato un anno pieno di spunti interessanti per connotare in chiave politica la premiazione dell’Academy, ma tra i tanti, a discapito delle premesse più strettamente legate al mondo di Hollywood, ha probabilmente prevalso la questione messicana, in linea con le candidature. Ma, in pieno regime democratico, questa prevalenza non ha annullato altre battaglie civili fondamentali: dallo scandalo molestie alla questione afroamericana; trasformando rapidamente la serata in una caccia alla battaglia sociale dietro il premio. Quest’anno donne e ispanici sulla cresta dell’onda, al ribasso asiatici e omosessuali. La borsa dell’Oscar.


La cerimonia si è aperta con un monologo compassato di Kimmel che ha introdotto e liquidato in pochi minuti il caso Weinstein, aprendo la strada ad una serata costruttiva e non distruttiva. Il resto della conduzione si è trascinato dall’ombra di questo primo momento e - ad eccezione di un paio di momenti d’ilarità in cui il paradigma delle star è stato capovolto - l’opera di collegamento di Kimmel si è attestata sul livello scadente delle ultime edizioni. Non vedo più presentatori in grado di dare un’impronta indelebile alla cerimonia, e forse ciò andrebbe contro gli interessi dell’Academy, ma questo format mette su un piano marginale la conduzione e tutto ciò che un autore televisivo o un comico può portare di suo dai programmi che struttura parallelamente agli Oscar. Anche il presentatore, negli ultimi anni è stato sacrificato sull’altare del buon gusto.

"Questo lo poggio qui. Che nessuno lo tocchi"
E invece...

E quindi le premiazioni. Dividerei gli Oscar in due categorie: i premi tecnici o minori e i premi maggiori. La distinzione sta nella visibilità e nell’eco che un premio ha e mantiene nel tempo. Da una parte momenti secondari che saranno presto tradotti in numeri dall’industria cinematografica, dall’altra momenti di visibilità assoluta da strumentalizzare all’occorrenza. Le categorie minori hanno visto quindi trionfare film meno inseriti nel dibattito politico e quindi l’assegnazione potrebbe essere stata meno influenzata dal momento storico, le categorie maggiori hanno invece subito il peso del contrasto contro il governo Trump a cui era chiamata la serata delle stelle. Allora alcuni premi hanno intrinsecamente in loro un valore che travalica l’ordine della settima arte. E il cinema passa troppo rapidamente da essere veicolo di messaggi sociali a strumento di propaganda. Perché a questo punto la competizione prettamente tecnica ha da tempo perso la sua ragion d’essere.


Il muro ai muratori. Tema cardine: il muro che il presidente ha ordinato di completare nella sua legislatura a difesa del confine col Messico. Quindi prima alcuni accenni sul red carpet, Salma Hayek che accentua l’accento ispanico e altri siparietti preparati, poi Coco, che vince con merito il premio per il miglior film d’animazione e sul palco si presenta una squadra di Messicani tra cui un bambino che ha il solo compito di concludere il discorso con un “Viva Mexico”; infine il vincitore morale e materiale della serata: The Shape of water di Guillermo del Toro. Miglior regia, miglior colonna sonora, miglior scenografia e soprattutto la statuetta delle statuette per il miglior film. Era effettivamente il miglior film? Probabilmente no. Moonlight - se qualcuno ancora ricorda questo titolo - era effettivamente il miglior film dell’edizione 2017? Assolutamente no. Allora cosa stiamo premiando? Cosa stiamo guardando? Eppure c’è stato un peggioramento evidente nella scelta dell’Academy che ha inficiato ancor di più la competizione: se la motivazione per la premiazione di Moonlight era legata sì alla troupe totalmente afroamericana, ma anche e soprattutto al fatto che questo spirito fosse trasposto su pellicola attraverso le tre età del protagonista, per The shape of water non si può dire lo stesso e il grande supporto alla vittoria del film di del Toro è stato il regista stesso e la posizione del trio messicano (del Toro, Iñarritu, Cuaron) rispetto all’Academy. Nell’ottica della premiazione dello scorso, il premio per il miglior film quest’anno sarebbe dovuto ansare a Tre manifesti ad Ebbing, Missouri, che incarna un pensiero politico nel linguaggio cinematografico - oltretutto un messaggio forte e ben strutturato contro il regno di violenza di Trump - ma con il condizionamento esterno di tutto ciò che ha prodotto un film come The shape of water, il cinema è finito alle ultime posizioni nella decisione finale; e forse questo premio è andato anche contro del Toro stesso, mettendo in secondo piano l’amore incondizionato per la settima arte che l’autore ha infuso nella sua opera.
E allora assumiamo gli Oscar per quello che resta di una competizione sociale: un manifesto di solidarietà, uno spettacolare passatempo per il cinema.

martedì 6 febbraio 2018

THE POST E IL RUOLO DELLA STAMPA

Nel 1971 il New York Times prima e il Washington Post dopo entrarono in possesso dei famosi “quaderni del pentagono” e decisero di rendere pubblici decenni di menzogne perpetrate dal governo americano sulle guerre in Corea e in Vietnam. La ricostruzione storica degli eventi, per quanto accurata e convincente, è un pretesto per entrare nelle falle del nostro presente. Il fulcro del film è attuale: Spielberg tratta due temi sociali che oggi sono quanto mai vivi e scottanti. I due protagonisti si spartiscono il compito di portare avanti tali problematiche: da una parte Kay Graham, proprietaria del Post, tocca il tema della posizione delle donne in ambito lavorativo, mentre il direttore del giornale, Ben Bradley, entra a fondo della questione sul ruolo della stampa nel sistema mediatico. La storia della rivincita sul maschilismo e sulla misoginia della società americana sarebbe certamente interessante da narrare e rielaborare, ma è sull’altra storia - quella sviluppata attraverso il personaggio interpretato da Tom Hanks - che vorrei soffermarmi.


The Post liquida rapidamente le ragioni ovvie di una parte della società rispetto al conflitto vietnamita, perché il film è il racconto di una notte e di una scelta che cambia il corso della storia del giornalismo. La questione non si pone rispetto al comportamento del governo, ma in relazione ai rapporti tra due organi fondamentali del modello liberale. Il problema si manifesta su schermo quando l’amicizia tra Kay, interpretata da Meryl Streep, e il capo di gabinetto della Casa Bianca all’epoca dei fatti svelati dai “quaderni del pentagono” si scontra con i doveri del giornalismo. Il film sottolinea la distanza necessaria tra la politica e il racconto del reale perché la stampa possa assolvere la sua funzione sociale.


La stampa è il Quarto potere e una democrazia che tende ad accentrarsi nelle mani di pochi, che sopravvive grazie alle conoscenze e alle amicizie, che chiude la verità nel cerchio dei soliti noti ha fallito il compito più puro della democrazia, la partecipazione. La stampa - come ribadisce il film in chiusura - è lo strumento attraverso cui il popolo controlla l’operato dei politici. È una funzione dal basso per la sua provenienza e dall’alto per il suo scopo ultimo; è sporca e trasparente, osteggiata e vitale.
La rivolta del Post e degli altri giornali americani contro lo strapotere mediatico di un governo ostruzionista aprì una stagione di slancio ideologico, sulla spinta del ’68. Accessibilità della verità, cooperazione a bilanciare il potere, mutamento sociale. Grande trasporto per una democrazia tangibile in cui ognuno compartecipa della cosa pubblica. Oggi più che mai è necessario riscoprire il valore della parola e la posizione che si deve alla stampa nella scala che va dal primo all’ultimo cittadino.



Una stampa asservita, sensazionalista, rivolta alla parte istintuale dell’uomo, alla ricerca del guadagno più facile, una stampa che rifugge sempre più la sua funzione sociale ha contribuito a generare una democrazia frammentata. La verità è in crisi dietro i proclami di partito nascosti tra le colonne più autorevoli; le fondamenta della ricostruzione civile devono essere i fatti. Una base di fatti su cui non possiamo avere un’opinione che rompa la struttura logica delle cose stesse. L’innovazione tecnologica non ha giovato all’incremento della funzione politica che la stampa ha in grembo fin dal suo concepimento, fin dalla nascita della parola. La stampa è sì propaganda, è anche doxa, ma mantiene sempre saldo un fil rouge con i fatti e proprio attraverso la parola scritta è possibile ritrovare la verità sul reale, sulla politica, sui rapporti sociali. Gli uomini hanno prima abusato del Quarto potere per poi finire a cacciare la verità più sistematicamente efficace. Le ultime scene di The Post toccano l’animo dello spettatore perché sono in grado di mostrare attimi di un mondo ideale in cui la gente coopera per la verità, prima della democrazia del televoto.

giovedì 1 febbraio 2018

TRE MANIFETSI A EBBING, MISSURI

Nelle sue produzioni, Martin Mcdonagh ha sempre approfondito il tema della violenza nel tessuto sociale attraverso una macabra ironia, molto vicina a quella coeniana. Dopo un interessante esordio e una conferma ad alti livelli, con Tre manifesti ad Ebbing, Missouri arriva la consacrazione mondiale di uno stile fresco e intelligente. I tre film finora diretti da Mcdonagh sono diversi tra loro per la capacità di intrattenere un rapporto verosimile con la realtà, e proprio su questa linea possiamo notare la definitiva maturazione del pensiero cinematografico dell’autore.


La violenza di Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è reale, tangibile, calata perfettamente nella quotidianità dell’America contemporanea. Non si tratta più di sette psicopatici o di due criminali sui generis, ma di una donna matura e disillusa la cui figlia è stata prima stuprata, poi brutalmente uccisa e infine arsa. Il film non si risparmia alcun tipo di immagine, e la realtà della finzione non viene mai edulcorata né filtrata. Attraverso il dramma interiore della protagonista, l’autore mostra uno spaccato dell’animosità americana. La stessa premessa è radicata in una comunità scossa dall’azione brutale e razzista della polizia locale. Vendetta, dissenso e odio sono all’ordine del giorno. 

Raped while dying

And still no arrests?

How come, chief Willoughby?

La campagna mediatica di Mildred si scaglia quindi contro la polizia, contro le istituzioni incapaci di garantire anche una parvenza di giustizia.


L’altro pilastro su cui si regge Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è l’ironia: tutto il quadro realistico precedentemente descritto è presentato attraverso un sottile velo di profonda e soprattutto contestualizzata ironia, legata alla caratterizzazione dei personaggi. Questa particolare scrittura, che arriva a compimento di un’evoluzione ben precisa dell’autore, ha la doppia funzione di alleggerire il peso concettuale di alcuni eventi e contemporaneamente di esaltarne per contrasto la drammaticità. Il modo in cui il regista ha scelto di trattare il tema della violenza, unito al gusto dell’opera, rappresenta la peculiarità più significativa della produzione. In molti, nel corso degli anni, hanno tentato di accendere il dramma con l’ilarità e viceversa, Martin Mcdonagh ci è riuscito appieno. Raramente Hollywood aveva visto un dramma agrodolce con momenti d’ilarità così irresistibili a cui corrispondono picchi di tragicità talmente bui. Tre manifesti ad Ebbing, Missouri lascia senza fiato in ogni situazione, per l’uno o l’altro aspetto. Sorprende, gioca con lo spettatore e non perde mai la bussola morale.


Il finale appeso arriva a conclusione di un’epopea di emozioni, una valanga che lentamente termina la sua corsa nella silenziosa vallata. La violenza iniziale è ormai esplosa in scatti d’ira che hanno drasticamente modificato la situazione di partenza. Nel corso dell’opera la rabbia si è costantemente consumata, convertendosi in dolore da interiorizzare e portare con sé. Ferite del corpo e dell’anima. E dopo la manifestazione della violenza più assurda, incontrollabile e per questo spaventosa, resta un dolore comune che riavvicina e riunifica.

Distrutta l’America dell’odio di Trump c’è ancora lo spazio e il modo per costruire una nuova società. Insieme.

giovedì 4 gennaio 2018

FLOP 5 FILM 2017

Eccoci arrivati alla seconda parte dell’appuntamento più atteso dell’anno per i lettori di Insidemad, la temibilissima flop 5 dei film più ignobili dell’anno solare appena trascorso. Vi ricordo che in molti casi ci troviamo di fronte ad una qualità palesemente scadente, in altri invece è stato il mio gusto personale a decidere le sorti della classifica. Per questo motivo, se vi trovate in disaccordo con quanto scritto, o apprezzate l’orrido, e il problema è vostro, o semplicemente abbiamo gusti differenti, e il problema non sussiste.


Cominciamo con una menzione d’onore: Valerian, la città dei mille pianeti, film di Luc Besson che aspettavo con una certa trepidazione per le premesse che avevano anticipato il rilascio del titolo. L’opera è anticipata da un’introduzione spettacolare, alla quale però non segue uno sviluppo degno. Se dal punto di vista degli effetti speciali Valerian segna un altro standard qualitativo per le opere fantasy, la scrittura dei personaggi e dell’intreccio rasenta l’imbarazzante. Nulla va per il verso giusto e la noia sopraggiunge troppo presto. Senza patos, senza trasporto, senza spirito d’avventura. Mero esercizio di stile per un autore in declino.
E qui voi direte: “Ma ci hai appena parlato di un sesto film, quindi questa diventa una flop 6?”
Sì, in realtà la menzione d’onore serviva a nascondere una flop 6. E no, questa resta una flop 5. Sono ossessionato dall’ordine, sono ossessionato dai multipli di 5.



5 - La torre nera di Nikolaj Arcel
Peggio di Valerian ha saputo fare la prima trasposizione cinematografica della storica saga di Stephen King, La torre nera. Un film per riassumere un epopea di otto corposi volumi. L’opera del regista danese non centra la messa in scena, non azzecca i personaggi e non segue uno sviluppo degno di nota. La produzione ha deciso di puntare tutta la campagna marketing sui due volti di punta, Idris Elba e Matthew MacConaughey, dimenticandosi di porre le basi per una degna trasposizione, ripescando nell’immaginario dei film d’avventura per ragazzi anni ’90 per riempire delle evidenti mancanze strutturale. Alla fine il film si riduce ad una scorribanda dimenticabile di un bambino problematico e del suo amico pistolero.
È uno dei pochi casi in cui ho desiderato che un film venisse esteso per farne un franchise, aprendo così ad uno sviluppo più complesso dei personaggi e di una trama troppo banale per essere vera nel 2017. E invece la storia del piccolo Jake si conclude dopo appena 90 minuti, senza nessun tipo di guizzo. Se fosse durata mezz’ora in meno nessuno se ne sarebbe accorto. Alcuni elementi della saga letteraria balzano all’occhio per la loro originalità, come le figure dei pistoleri, ma la materia madre è stata ammattita a tal punto da risultare fastidiosa, quando con la stessa si sarebbe potuta realizzare una saga quantomeno degna e rispettosa dell’opera di partenza.
Il finale poi è da pelle d’oca, uno dei peggiori mai realizzati negli ultimi anni, superato solamente da un altro film presente in questa classifica. La semplicità con cui vengono risolte alcune dinamiche è imbarazzante, un insulto all’intelligenza.



4 - La cura dal benessere di Gore Verbinski
Adoro Gore Verbinski per come ha trattato la materia piratesca nella prima trilogia di Pirati dei Caraibi, per quel capolavoro d’animazione che è Rango e per il remake di The Ring, che ha portato un certo horror orientale nelle produzione statunitensi. Adoro Gore Verbiski per la prima parte de La cura dal benessere, curata, meticolosa, ansiogena, a tratti meravigliosa. Odio Gore Verbinski per la seconda parte de La cura dal benessere. Il film precipita improvvisamente nel trash gratuito. La regia e la messa in scena risentono di questo calo generale abbassando il loro livello qualitativo e il finale raggiunge vette di squallore inimmaginabili che gettano alle ortiche quanto di ottimo fatto in precedenza. Scorsese lascia il posto al peggior Uwe Boll e una visione perfetta diventa presto un incubo dal quale è impossibile uscire se non strappando il biglietto e scappando dalla sala.
La cura dal benessere è la dimostrazione che egregie doti registiche non possono nulla se non supportate da una sceneggiatura all’altezza.


3 - King Arthur - il potere della spada di Guy Ritchie
Guy Ritchie ritenta la magia di Sherlock, ma fallisce miseramente, dando vita ad un prodotto mediocre in cui il tipico montaggio dell’autore britannico mal si sposa con una messa in scena videoludica, il tutto condito da una trama inconsistente e piena zeppa di buchi narrativi. Gli schemi attraverso i quali Ritchie tenta il recupero dell’epica cavalleresca sono i medesimi dell’operazione Sherlock Holmes: musiche, irriverenza, temporalità sconnesse. Stavolta però la fase di scrittura non ha saputo cogliere l’anima delle opere di riferimento e il risultato è stato un vuoto di emozioni carico di riferimenti persi nel nulla. I personaggi non reggono l’impostazione del regista e la trama passa presto in secondo piano. Poche sequenze riuscite aumentano il rammarico per quella che Guy Ritchie aveva pensato come un’esalogia e invece si limiterà a questo sconclusionato primo capitolo. Non vedremo mai Merlino, non vivremo mai la storia d’amore tra Artù e “la maga” (personaggio tanto misterioso da non avere un nome).
L’immenso Guy Ritchie di Snatch è stato in grado di confezionare un film in cui il cinema non c'è.


2 - Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar di Joachim Ronning e Espen Sandberg
Altra enorme delusione. Da amante della prima trilogia mi sono lasciato sedurre da due buoni trailer, e sono finito abbandonato su una spiaggia. Il quinto capitolo della saga dei Pirati Disney non coglie il motivo per il quale i fan di vecchia data avevano amato e ancora osannano la prima trilogia: l’avventura, la voglia di scoprire sempre cose nuove. Dei precedenti capitoli sembra essere rimasta solo la ricerca della risata facile che, portata allo stremo, ha finito per fagocitare anche la trama. Personaggi storici tornano sullo schermo senza le caratteristiche psicologiche che li avevano resi grandi; i nuovi protagonisti invece non reggono il confronto con la precedente generazione e, senza le giuste basi, finiscono per scivolare nel calderone della mediocrità nonostante buone premesse.
La trama dimostra di avere degli spunti discreti, come il flashback del giovane Jack Sparrow, persi in un vortice che gira su se stesso e disperde tutta l’energia di una saga molto fisica. L’obiettivo di andare dal punto A al punto B per ottenere un certo oggetto finisce per essere un pretesto per mandare avanti una narrazione povera, confusa e poco contestualizzata nella mitologia della saga. Mancano epicità, esplorazione, meraviglia, intrigo e la naturale comicità alla quale eravamo abituati. Ha ancora senso sperare nel sesto capitolo?


1 - Justice League di Zack Snyder
Non sarà il film peggiore dell’anno, ma è quello che mi ha fatto uscire dalla sala più infastidito, scontento. Il mio rapporto con il genere supereroistico non è più un mistero, e questo ha influenzato certamente la decisione di mettere al primo posto questo fallimento annunciato, però è innegabile che Justice league rappresenti il mediocre livellamento verso il basso del cinema d’intrattenimento americano. La copia mal riuscita di un film già vecchio anni fa che tenta di rilanciare quattro ragazzi poco carismatici nella corsa ai coloratissimi ed inutili eroi Marvel. Comicità spicciola, prevedibilità infinita e tante, troppe situazioni che sanno di già visto. L’opera di Snyder/Whedon non è ciò di cui il cinema ha bisogno, semplicemente perché il cinema non alberga lì. Se il cinema è la realizzazione visiva di un’idea, Justice League tenta il colpaccio gobbo con qualche spunto recuperato in giro e pochissima verve. Semplicemente non c’è l’idea dietro questo film, semplicemente non c’è il cinema. E chi va in sala per immergersi in un’altra realtà, per sognare, per emozionarsi, per vivere la vita di qualcun altro, non potrà che disprezzare questo fondo bucato dell’intrattenimento contemporaneo. Basta.

Finisce così un anno ricolmo di delusioni, prodotti nati male e finiti peggio. Franchise pronti al rilancio e sprofondati nell’abisso. E quindi alla fine siamo riusciti a punire ancora il buon vecchio Snyder, ancora i film coi i supereroi. Chiamami scemo, chiamami anplagghed, ma sono fatto così.