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martedì 30 ottobre 2018

CUCCARINI, MONTESANO E LA DISUMANITÀ DALL'ALTO


Dopo il gioco delle parti e un nuovo governo che punta costantemente ad abbassare l’asticella della dignità ideologica, iniziano a formarsi delle fazioni pubbliche. Non confondiamo: qui non si sta discutendo del ruolo dell’intellettuale nel panorama politico odierno, ma non dobbiamo sminuire un processo in atto che coinvolge figure considerate di spicco per l’orizzonte popolare italiano. Una svolta c’è stata: se prima il mondo dello spettacolo amava schierarsi con l’apertura e con la mondialità, tanto che ricordiamo maggiormente le poche eccezioni alla regola - leggi Buzzanca e Lauzi -, oggi è decaduto il timore di abbracciare un pensiero populista e per l’attuale governo gialloverde si sono spalancate le porte del consenso che conta.


Prima Lorella Cuccarini si è scoperta fine statista (perfino lei), poi Francesco DJ Facchinetti che inneggia alla ghigliottina più reazionaria e infine Enrico Montesano, storico personaggio pubblico di Sinistra che giustifica pensieri, parole, opere e omissioni del vicepremier Salvini. Non si tratta di giudizi assoluti che spostano l’opinione pubblica, né di autorevoli interventi utili a sbrogliare la matassa indefinita dell’attuale situazione economica italiana, ma le parole delle persone più in vista riescono nell’intento di normalizzare una linea di pensiero. Si tratta dello stesso processo inconscio che Salvini porta avanti attraverso le sue pagine social, quando tra una notizia fake sugli immigrati e un’assunzione di merito ingiustificata ci regala il suo volto rilassato a fine serata, posta foto della sua cena, si dice vicino ad un bambini rimasto senza amici. Se non ci fosse anche questo Salvini, probabilmente saremmo concordi nel parlare di un invasato. E invece Salvini è questo e quello, e quello serve abilmente a normalizzare questo. È un pensiero retrogrado, fascista, violento, pericoloso, razzista, sessista, ma viene da uno di loro che è uno di noi, allora tutto va bene. Il Ministro dell’Intero riesce ad essere contemporaneamente un leader dal pugno di ferro e un amabile genitore. Un esponente dell’upper class che la pensa come noi. 
Lo stesso processo mentale segue le dichiarazioni dei presunti vip di cui sopra, che mostrano come dall’alto della loro posizione privilegiata la faccia dell’Italia sia la stessa e sia quindi naturale, se non necessario, sposare una linea di pensiero reazionaria a tal punto. Quando invece la posizione di rilievo è sempre andata a braccetto con una visione estemporanea che potesse cogliere le reali necessità del paese, ed è dunque accettabile che la rabbia personale di una famiglia disagiata possa rivolgersi ad un pensiero populista, lo è meno quando il populismo viene invocato da chi ha avuto la possibilità di conoscere meglio il mondo. Perché la risposta resta NON il populismo, checché ne dicano i cugini brasiliani.


Enrico Montesano, nell’intervista rilasciata al programma “Confessioni” di Peter Gomez ha dichiarato riguardo l’integrazione culturale:

È bello dirlo a parole però mettiti vicino a uno che tutti i giorni cucina con l’aglio forte forte e ti entra dentro casa […] L’integrazione è molto bella a parole, poi nella pratica…

Ed è subito il 1980, ed è subito un mondo di barriere che l’umanità ha cercato, non senza difficoltà, di trasformare negli ultimi decenni. In questo caso specifico la discussione regredisce su un piano fuori tempo massimo, senza possibilità di ribattere rimanendo ancorati ad un presente universale. E per rispondere ad un gretto qualunquismo quale quello mostrato da Montesano bisognerebbe scendere ad un livello di umanità troppo inferiore rispetto a quello a cui potremmo ambire per una discussione pubblica.
Bisogna combattere la battaglia ideologica del progresso sociale anche per chi non ha i mezzi per affrontarla. Quindi è difficile colpevolizzare chi non potrebbe pensarla diversamente, perché ogni vita è una storia differente e alcune terminano per non lasciare alternative; ma è impossibile giustificare chi, dato un ventaglio di possibilità più ampio, reale, sceglie autonomamente di rinnegare un pensiero di umanità per normalizzare per sé e per gli altri una disumanità di fondo che sta lentamente corrodendo le nostre coscienze. Quello è razzismo, all’occorrenza fascismo, come quello mostrato dallo stesso Montesano in merito alla figura di Mussolini:

Pensi sia stato un uomo che ha voluto bene agli Italiani, che li voleva aiutare, ma ha una macchia indelebile troppo grave che sono le leggi razziali, su questo non lo perdono. Ed essersi alleato con un pazzo furioso che ha portato l’Italia in guerra. Sapeva benissimo che non eravamo in grado, voleva solo sedersi al tavolo della pace, pensando che Hitler avrebbe vinto.

Quindi da oggi diventa normale anche riscoprirsi fascisti oltre che razzisti?

lunedì 15 ottobre 2018

IDLES – RESISTERE NEL/AL 2018

Partiamo da una premessa: parlare di politica – o anche “solo” di attualità – con la musica è complicato.



Prendiamo gli anni ‘70 e ‘80, gli anni in cui si può individuare forse l’epoca d’oro del cantautorato italiano  politicamente impegnato. Guccini, De Andrè, per citare banalmente i più celebri. Ora, nel 2018 ciò che rimane nel pubblico – oltre alla memoria – di quelle canzoni è ben poco. Più che altro una tendenza latente, da parte della generazione dei nostri genitori – ho 23 anni – a considerare buona la musica che porta con sé un significato in qualche modo “alto” in contrapposizione alla musica “leggera”. Al punto che a volte in alcuni si nota quasi un certo imbarazzo nell’ascoltare quelle che in altri momenti avrebbero definito canzonette, e un ingarbugliarsi in improbabili ragionamenti per mostrarne il senso profondo, come a volersi giustificare. Insomma, c’è una certa tendenza nostrana a valutare la musica basandosi sull’”impegno”.
D’altra parte però quando *inserire nome di una band o un artista* prende posizione su una vicenda durante un suo concerto o in altra occasione si trova accerchiato dall’orda virtuale degli italianissimi fatevigliaffarivostri-sti capitanati dal guru Rita Pavone.
  


(Nota di mezzo: mentre scrivo penso che ci sarebbero una miriade di diramazioni che questo discorso potrebbe intraprendere, tutte interessanti. Il punk italiano, l’hip hop italiano, Salmo, Iosonouncane; ma anche l’ingenuità da parte di alcuni, un certo anti-intellettualismo da parte di altri, la sovra-interpretazione di alcune opere e altre parole con prefissi interessanti. Ma di tutto questo non parlerò oggi.)

La verità è che il nodo gordiano dell’impegno politico nella musica non è mai stato sciolto. Il risultato di questo groviglio di contraddizioni sono canzoni rivolte a nessuno, che mettono d’accordo tutti e musicalmente oscene. Tipo Non mi avete fatto niente, ecco. Ve la ricordate, ve? Ma non si può dare troppa colpa ai due ragazzetti perché ripeto, mettere la politica in musica è complicato.
I più cinici direbbero che il motivo per cui da noi è complicato è che siamo la terra del “chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni” e che moriremo tutti democristiani. E probabilmente avrebbero ragione.
Questo da noi. E altrove?


A settembre è uscito il secondo album degli IDLES, Joy as an Act of Resistance. Più spigoloso, più sfaccettato, più aggressivo perfino, del suo predecessore Brutalism – uscito appena un anno fa – è balzato dritto tra gli album recenti più interessanti. “Idle” significa “insofferente”, “accidioso”, ma la band di Joe Talbot fa tutto meno che stare con le mani in mano: nel disco si toccano freneticamente i temi più vari, dalla mascolinità all’omofobia passando per la brexit e l’immigrazione. Niente che non sia già stato sviscerato da altre band, vero, ma c’è qualcosa di più.
Due cose in particolare portano Joy as an Act of Resistance ad un livello più alto rispetto al resto della musica di questo 2018: la prima è l’accordo tra le parti. Tutto l’album è un manifesto, un invito alla coesione –

He's made of bones, he's made of blood
He's made of flesh, he's made of love
He's made of you, he's made of me
Unity!

– e allo scontro –

I'll sing at fascists 'til my head comes off
I am Dennis Skinner's molotov;

quando il testo è più criptico e sembra nasconderlo la musica lo rende palese, che sia nel ritornello di Danny Nedelko o nel crescendo finale di Colossus. Una compattezza stilistica e di significato totale, che in pochi album si ritrova. La seconda cosa è il prendere posizione. Né coesione totale, né scontro totale: gli IDLES tracciano una linea. Che è qualcosa di impopolare a dire il vero, ai tempi dei presunti superamenti vari di destra e sinistra e dei “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”.
In definitiva Joy as an Act of Resistance è squisitamente – in tutti i sensi – punk. È il punk che rispolvera gli stivali e si aggiusta le spille. È il punk che cessa di essere stereotipo, che acquista la dignità che hanno le cose quando rappresentano, quindi uniscono. È il punk che può urlare, sputare idee nude e pulsanti come un bambino appena uscito dall’utero. 
La musica degli IDLES al contempo domanda e risponde alla necessita di fare politica e lo fa ripartendo dalla base, data per scontata fino a ieri.

E questo è altrove. Da noi?

mercoledì 16 maggio 2018

BERLUSCONI BY SORRENTINO


Il dato di fatto da cui partire è il malcontento generale, la mancanza di appagamento che questa doppia opera del regista premio oscar ha lasciato nel pubblico italiano. Loro non è stato il capolavoro di Sorrentino, né un film spartiacque sulla rappresentazione del politico più influente della Seconda Repubblica; ma entriamo nel merito della delusione popolare e cerchiamo di intercettare il momento in cui Loro (1+2) ha infranto le aspettative che gravavano sul suo capo.


Innanzitutto l’approccio al personaggio che, nella sequela di festini a base di donne svestite mostrati nei vari trailer, si presentava come il presupposto adatto per la rappresentazione lirica propria di Sorrentino da La grande bellezza a questa parte. L’autore ha invece scelto la via del materialismo estremo mescolata ad una preponderante componente ironica che ha ridotto di molto la portata della critica sociale che si sarebbe potuto poggiare sulle spalle della narrazione di “Loro”, costruita sulla messa in scena. Ma, d’altra parte, nelle varie interviste rilasciate negli ultimi mesi, l’autore ha sempre sottolineato l'uso universale che Loro fa della figura di Berlusconi, elevando la relazione con gli Italiani al gioco storico del potere, la vicenda con Veronica Lario a storia d’amore per antonomasia. Allora emerge forte una contraddizione tra una resa terrena, molto vicina alla realtà della politica e della società italiana tra il 2006 e il 2009, e la volontà di parlare dell’umanità attraverso il singolo. Si percepisce la spinta centrifuga ed estendere le questioni personali, ma quel Tony Servillo che pare di gomma, con un accento che trascende l’imitazione verso l’interpretazione, incarna la figura per eccellenza della politica, dell’imprenditoria, dello sport e dello spettacolo italiano, e questo fa sì che le pretese di universalità vengano fagocitate sullo schermo da una figura troppo ingombrante. E lentamente, dalla venuta di Silvio in poi, l’impianto dell’opera va via via focalizzandosi sulle imprese terrene dell’ex primo ministro, tradendo le premesse e la volontà esplicitata dall’autore. È indubbiamente una grande epopea, ma è l'epopea di Silvio Berlusconi e forse di nessun altro.


Fondamentale nell’analisi di quest’opera è il passaggio necessario attraverso The Young Pope. Checché se ne dica, nonostante Netflix tenti di continuo di limare le distanze, c’è uno scarto ancora palese tra la scrittura televisiva e quella cinematografica. Sorrentino è riuscito egregiamente a superare le difficoltà del passaggio dal grande al piccolo schermo - avendo oltretutto fatto esperienza di fiction italiana prima di approdare al cinema nel 2001 - ma il ritorno dalla serie con Jude Law sembra aver lasciato delle scorie e, dietro il tentativo dichiarato di riprodurre la frammentaria quotidianità dell’ex cavaliere, si cela una scrittura dei personaggi tipica dei racconti gestiti in uno spazio maggiore. Cosa ne è dei caratteristi della prima parte? Quasi tutta la costruzione dell’attesa di Loro 1 viene accantonata per fare posto a quello che a tratti sembra un altro film, un’altra puntata di una serie antologica. E alcuni momenti tendono davvero ad imitare i tempi e le modalità della televisione, con  personaggi abbozzati che sarebbero certamente stati più utili e tridimensionali in uno sviluppo seriale a 8/10 ore. Vedi Morra, Kira, Santino Recchia, Cupa, Riccardo Pasta e molti altri.


Tornando alla struttura episodica della doppia opera, ciò che davvero è mancato e ha fatto sì che tutto l’impianto tendesse a precipitare su se stesso è una trama orizzontale degna di un’opera da 200 minuti sulla vita di Berlusconi e dell’Italia nell’ultima età dell’oro prima della crisi economica. Per fare un esempio restando nella filmografia dell’autore: anche This must be the place - opera passata in sordina che io reputo il vero capolavoro di Sorrentino - era strutturato per eventi sconnessi in un road movie sui generis, ma ogni momenti criptico era legato all’altro dalla volontà del protagonista di arrivare in fondo ad un viaggio simbolico e fisico per vendicare il padre e ridare senso ad una vita perduta. E voi potrete obiettare che la vita, il tema principale di Loro secondo il suo autore, non ha una trama. Su questo devo darvi ragione, e il tentativo di avvicinarsi ad una frammentarietà del genere è interessante, ma ciò non toglie che il risultato scada spesso nella confusione e nella dispersione più totale. Per cui non basta l’intento a fare del cinema arte.


Il registro utilizzato rappresenta un altro punto a sfavore: l’alternanza di scene romantiche, scene drammatiche, momenti d’ilarità e ricostruzione storia tende a produrre una sfumatura schizofrenica di un parlato comune, un impostato teatrale, espressioni semplici, allusioni velate e un numero notevole di frasi ad effetto che stonano terribilmente con l’interno del film, soprattutto rispetto alla cornice che lo stesso regista aveva delineato con il lungo preambolo della prima parte dell’opera. Forse l’ironia è l’unica chiave di lettura attraverso cui sorvolare sull’eclettismo di una pellicola che, nella sua universalità, ha perso anche la sua linea stilistica definitiva.


Ma facciamo un accenno all’interpretazione della seconda parte dell’opera dopo aver approfondito la prima poche settimane fa. Nonostante la seconda parte, nel suo materialismo, tende a lasciare meno spazio all’interpretazione, sono rimasto incollato alla poltrona del cinema quando ai titoli di coda e alla scritta “Loro” si sono sovrapposte delle meravigliose immagini di ipotetici italiani sfollati dopo il sisma dell’Aquila del 2009. Nulla mi potrà far cambiare idea sul fatto che questi Loro, questo pronome che avevamo prima attribuito ad una classe alta di emuli, poi ad una casta, ricada infine su di noi, che guardiamo ora ad un ventennio dai colori ingialliti, ma che è tornato vivo nelle feste di Sorrentino proprio per il fatto di non essere mai ingiallito davvero. Noi che tentiamo di dare un’immagine razionale di un periodo idilliaco e vitale che ci ha avuti, nel bene e nel male. Noi che ora restiamo seduti tra le macerie di una cultura storica, mentre la storia del circo italiano prosegue incessantemente e ha costruito le sue fondamenta ipocrite proprio tra le macerie dell’Aquila e dell’Italia. Noi che abbiamo perorato da sempre la causa dell’antiberlusconismo e una volta al giorno ci ritroviamo a vestire i suoi panni, o almeno vorremo farlo, nel silenzio del nostro dissenso. E proprio a quel punto ho ricevuto la più grande delusione da Loro e da Sorrentino, perché le prospettive di una grande opera politica e universale c’erano tutte, ma la figura di Berlusconi ha fagocitato pure quelle.

venerdì 10 febbraio 2017

GRILLO VS GRILLO E LA POLITICA SU NETFLIX

Ha suscitato un contenuto scalpore l’arrivo sulla piattaforma Netflix dell’ultimo spettacolo partorito dalla mente scissa del comico più politico - sicuramente non del politico più comico - nostrano. Grillo vs Grillo è una summa definitiva dell’esperienza che ha portato il comico genovese a traslare verso il mondo che per anni aveva canzonato nei suoi spettacoli. Da questo mutamento il titolo: Grillo contro Grillo, perché i grilli sono due, i grillini molti di più.


Attraverso un racconto aneddotico, l’anziano Beppe tenta in qualche modo di giustificare la necessità della sua svolta politica, passando soprattutto dalla volontà popolare che, a detta sua, l’avrebbe col tempo portato a dare una forma partitica - si può dire partitica? - alle sue speculazione comiche. Sono due, ma è uno. O trino, se vogliamo coinvolgere in questo percorso l’uomo che ha introdotto la risorsa più importante, la rete. Senza il compianto Casaleggio, infatti, oggi il movimento avrebbe una forma differente e la conformazione della democrazia del (tele)voto concepita da Grillo sarebbe ancora un’utopia lontana nel panorama della nostra maleodorante politica.
Grillo non si scinde nella sola persona nel tempo, ma anche sul palco, con una serie di interventi registrati e proiettati sullo sfondo attraverso i quali squarcia i veli e prende una posizione netta dal punto di vista politico. Lo spettacolo, breve ma intenso, si gioca principalmente su questo dualismo gravido di concetti triti e ritriti, mantra ormai dei comizi pentastellati del Grillo politico. Se fossimo sul canale youtube del movimento, tutto ciò sarebbe nella norma. Se fossimo sul blog di Grillo, questi interventi mirati fatti durate lo spettacolo sarebbero leggere carezze. Ma siamo su Netflix e il punto è un altro: dove si ferma il valore comico e che peso dare a quello politico dello spettacolo?


La comicità che caratterizza lo show è la medesima che Grillo porta avanti da decine d’anni di onorata carriera, ma se negli anni ’90 era possibile godere di uno spettacolo ottenendo come risposta un quadro generalmente realistico dell’Italia dei tempi, in questo caso l’intera struttura è canalizzata nel dare una risposta definitiva al dipinto graffiante offerto dall’autore. C’è una soluzione politica che sorregge ogni battuta e senza di essa lo spettacolo crollerebbe a pezzi, distrutto dal peso degli anni di una carriera che avrebbe limitato il livello comico di chiunque. Se Grillo è ancora in grado di sfoggiare una certa verve è perché il suo ruolo su quel palcoscenico non è solamente di far ridere e riflettere, ma anche e soprattutto di fare proseliti. Gli interventi più divertenti, infatti non coinvolgono in minima parte il politico, ma si concentrano sulla gioventù del comico: dall’esperienze scolastiche alla figura del padre, dall’ingresso nel mondo del lavoro al furto a Pippo Franco. Ma questi interventi si contano sulle dita di una mano. C’è dunque una pesantezza di fondo che impedisce di godere dell’ilarità di un giullare moderno per la sua spiccata indole polemica.


Siamo di fronte ad una domanda narrata con leggerezza che ha però in sé già la risposta, e si tratta di una risposta fortemente violenta, come era la natura del comico, com’è quella del politico. È una risposta che si compone di falsi miti, dati poco attendibile, una generalizzazione colposa e un accanimento mirato contro tutto e tutti. Si tratta di un programma politico che va dalla democrazia diretta della rete al reddito di cittadinanza, passando per l’immancabile complottismo delle macchine ribelli. Perché in questo spettacolo c’è tutto Grillo, il comico e il politico. E godere di una risposta così forte potrebbe risultare complicato, se le basi di partenza immaginano un’altra politica.
È giusto dunque che un prodotto così politicizzato sia su una piattaforma libera come Netflix? Assolutamente sì. Perché la censura è un’arma che abbiamo abbandonato da tempo e la comicità può esprimersi nelle forme più disparate, anche attraverso la politica satira. Se questo spettacolo di un Grillo calante è ciò che il nostro paese è in grado di produrre per stare al passo con la comicità mondiale, che ha ormai da tempo adottato il format dello stand up comedy, è giusto esprimerci per ciò che siamo, anche e soprattutto nei nostri limiti. Con la consapevolezza però di trovarsi di fronte ad un comizio politico del Movimento 5 Stelle, che, come ogni comizio politico che si rispetti, manca della risposta dell’altra parte. È un tentativo finale di slegare il movimento dalla sua figura, ma il carisma dell'uomo renderà vano lo scopo ultimo.

Questo è il sacro Grill, mangiatene tutti. Amen.

sabato 3 settembre 2016

CIRCLE, UN FILM POLITICO

In questi anni abbiamo perso interesse per l’attivismo diretto e la tecnologia ci ha resi sedentari a discapito di una voce popolare che si affievolisce. Il cinema è sempre stato specchio della realtà, con alcune eccezioni: nei primi anni settanta, in Italia abbandonavamo la commedia nostrana, ormai vuota, per ridere con gli spaghetti western e riflettere con i film più impegnati, politicamente attivi sotto una veste educata ed elegante. Pellicole storiche come “Indagine su un Cittadini al di Sopra di Ogni Sospetto”, “Amici Miei” e le opere di Pasolini. Anche le produzioni straniere non erano da meno, forti della possibilità di spaziare in diversi generi per tradizione e questioni finanziarie. Anche l’America capitalistica riusciva a proporre un dibattito politico sostenuto da capolavori della cinematografia, ormai pezzi di storia.


Ma i tempi corrono e le società mutano costantemente verso un equilibrio instabile, ma accettabile per la maggioranza della popolazione. Ci siamo così ritrovati a credere di poter separare la vita dal continuo e acceso fuoco dell’impegno politico. Abbiamo pensato di costruire uno strato superficiale fatto di superficialità che ci allontanasse dalla preoccupazione del futuro condensata nella mancanza di certezze, che emerge dalla funzione dialettica di un confronto acceso in cui non pare esistere una risposta univoca. E questo scudo di cartone è diventato il nostro modo di vivere il mondo, allontanando le questioni cocenti e limitando il raggio d’azione delle nostre possibilità di pensiero. Preferendo la bassezza vicina alla magnificenza lontana dalle nostre menti. In questo frangente, anche il cinema, specchio del reale, ha risentito pesantemente della nostra chiusura, abbandonando lentamente l’impegno politico e sociale per una funzione di puro intrattenimento che non richiede particolari sforzi allo spettatore. Esistono però delle eccezioni, esistono sempre delle menti che scelgono di andare controcorrente e di infrangere il fiume di incoscienza in cui navighiamo senza meta né consapevolezza. “Circle” è un esempio delle eccezioni che dimostrano la vita cerebrale del genere umano sotto tonnellate di pubblicità, disinformazione disinteressata e ignoranza ostentata.
La struttura è molto semplice: cinquanta persone si risvegliano in una stanza circolare e ad ognuna di loro è assegnato un posto in piedi che non possono lasciare per nessun motivo, pena la morte immediata. Ogni due minuti un timer comincia a scandire il tempo che passa in maniera sempre più frenetica, per poi uccidere uno dei cinquanta con una scarica elettrica. Poco dopo l’inizio del massacro, i malcapitati individui si rendono conto di poter controllare le uccisioni attraverso un sistema di votazione anonima. Da quel momento in poi si apre il dibattito più acceso riguardante il ruolo degli persone intrappolate, la loro collocazione e l’utilità che essi possono avere al di fuori della stanza circolare. Il cerchio ha la capacità di far emergere la realtà bruta e violenta sopita sotto le maschere che l’uomo giornalmente indossa. Un volto animalesco fondato sull’istinto di sopravvivenza.


All’interno della stanza della morte spiccano personalità di ogni razza, ceto sociale e religione, quasi a voler confermare la presunta natura sperimentale dello straordinario evento. La multiculturalità che oggi fiancheggiamo con orgoglio o denigriamo con lo sdegno che si confà alla situazione corrente, potrebbe mettere alle strette i malcapitati, presi nella necessità di trovare alleati nella composizione dei cinquanta per cercare di arrivare vivi alla fine o per far valere la propria umana posizione. L’avvicinarsi della morte ridà alle personalità presenti nella stanza circolare un’aura politica, intesa nel senso più lato del termine di rapporto tra individuo all’interno di un gruppo, una società, una comunità prossima al collasso. Emergono così limiti, paure e maschere ormai incastrate a vita sui volti dei più finti. Attraverso questa struttura relativamente semplice, “Circle” rimette in gioco la necessità di dare voce alle dinamiche relazionali presenti nella nostra società, al di là degli slogan di partito e delle avventure che vogliono lo spettatore esule sull’isola della noncuranza. Perché la natura propria del dibattito è la curiosa capacità di autoalimentarsi all’infinito, mostrando problematicità sempre nuove, ma sempre ricorrenti, nella storia dell’uomo. Perché, se non abbiamo imparato dal Secolo Breve, c’è ancora bisogno di parlarne e di tenere viva la voglia di un futuro migliore, la speranza di una società rinnovata.


Chi sopravvivrà al cerchio? Il padre di famiglia, la coppia misteriosa, il politico del sud o la bambina? Chi merita di vivere quando ne deve rimanere solo uno? Cosa sareste disposti a fare pur di rivedere la luce del Sole?