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mercoledì 6 dicembre 2017

RENZI CONTRO LE FAKE FAKE NEWS

Domenica sera mi è capitato di imbattermi nell’intervento di Renzi ospite da Fazio. Anche se definirlo intervento sarebbe riduttivo; azzarderei comizio, intervallato da brevi e imbarazzanti siparietti comici. Matteo Renzi è solo uno standup comedian che non ci ha creduto fino in fondo. L’imitazione di Berlusconi vince il premio cringe dell’anno.
Tra i vari argomenti toccati dall’ex premier anche un’aperta condanna delle fake news. Le fake news esistevano anche prima della rilevanza mediatica che il fenomeno ha assunto negli ultimi anni; erano le bufale urbane che giravano nei luoghi di aggregazione e spesso finivano sulle testate giornalistiche con molti meno allarmismi. L’ondata di informatizzazione ha però permesso alle fake news di ingrandire la loro portata e sistematizzarsi all’interno della rete.


Esistono fondamentalmente due matrici che danno vita alle fake news, una di tipo goliardico, l’altra a scopo di lucro. Jessica Jones sorella di Laura Boldrini appartiene al primo gruppo, la notizia per cui le due ragazze rapite in Siria nel 2014 avrebbero avuto rapporti sessuali consenzienti con i loro rapitori al secondo. A prescindere dagli intenti però questo fenomeno ha aperto una crisi dell’informazione fatta di indignazione e soprattutto del dibattito aperto sul valore della postverità nella società contemporanea. Il Renzi politico è arrivato alla questione delle fake news attraverso una notizia falsa diffusa sui social che lo riguardava in prima persona: un video in cui il segretario del PD guida semplicemente una Lamborghini azzurra per pochi secondi. L’origine del video ci suggerisce anche il suo scopo. Esso è infatti stato realizzato dalla pagina Facebook “Generatore di immagini gentiste di bassa qualità” che si dedica proprio alla derisione del fenomeno delle fake news creando immagini e video palesemente ironici, basti pensare alla musica di sottofondo nel video specifico di Renzi. L’ex sindaco di Firenze era stato in realtà invitato a prendere parte ad una celebrazione del marchio automobilistico. Eppure la notizia ha iniziato a circolare per il web, lasciandosi alle spalle una scia d’indignazione verso un personaggio politico polarizzante. Eppure è stato necessario per Renzi rivolgersi alla nazione per smascherare una fake news nata dall’ironia. Proprio dall’ironia arriva l’appello di Renzi ad un controllo sistematico delle notizie sui social media. Ma quanta distanza passa dal controllo delle fake news alla censura? Quanto è pericoloso conferire un potere del genere ad un organo parastatale?

Avanguardia NERA sempre sul pezzo

Per affrontare questo argomento scindiamo per un attimo il risultato immediato delle fake news, quella sana indignazione che è la chiave per la vita digitale, e il conseguente dibattito relativo alla postverità. Personalmente non mi ritengo vittima sistematica delle fake news. Non è la mia generazione, la stessa delle figlie di Renzi, a sventolare la bandiera dell’indignazione, ma, in larga scala, una diffusione capillare di false informazioni può effettivamente produrre uno sbilanciamento nell’umore dell’opinione pubblica. Per scongiurare il pericolo delle fake news è necessario affrontare le dinamiche dell’era digitale con la giusta consapevolezza che nasce sempre da una formazione, da un’istruzione, intesa sia in senso classico che come un’educazione informatica. La mia generazione ha maturato e sta ancora processando un atteggiamento attento attraverso l’esperienza di vita vissuta in rete. Esperienza che manca però alla generazione dei nostri genitori, i quali hanno magari una base culturale ma mancano del linguaggio proprio dell’era digitale, non sono interni alle dinamiche e si trovano in difficoltà nell’approccio al mezzo. Due forme d’istruzione sono indispensabili per affrontare i pericoli dell’informazione digitale con le giuste difese.


L’unica arma per sconfiggere una falsa informazione è una vera istruzione. I pericoli della disinformazione, ieri come oggi, si combattono investendo nella scuola, nell’università e nella ricerca. Formando gli adulti del domani e offrendo la possibilità agli adulti di oggi di correggere le loro defezioni. Un’istruzione più profonda e completa che possa anche rispondere alle esigenze impellenti. Per arrivare ad affrontare con più consapevolezza il dibattito sulla postverità.

La soluzione non è mettere i paraocchi ad uno sguardo socchiuso, ma illuminare ciò che abbiamo di fronte con la luce della cultura.

domenica 23 aprile 2017

MAGALLI, I CALABRESI E IL VALORE DELL’INDIGNAZIONE

Giancarlo Magalli, Presidente eletto della Repubblica, Filottete, Re Louie, Luigi dei Pills e a tempo perso autore televisivo. Balzato recentemente agli onori della cronaca per gli epiteti con cui si è rivolto alla collega Adriana Volpe, rea di aver rivelato l’età del conduttore de “I Fatti Vostri”. Attenta Adriana, mai rivelare l’età di un satiro addestratore di eroi!

O Presidente, mio Presidente!

Manco a dirlo, l’incidente diplomatico dell’uomo solo al comando ha generato un'immancabile indignazione pubblica, che ha portato il grande match a colonizzare anche le reti Mediaset.
Pochi mesi fa lo stesso Magalli era stato coinvolto in un episodio simile: nella medesima cornice del programma di Rai 1, durante un gioco a premi in cui gli spettatori, per vincere, avrebbero dovuto solamente alzare la cornetta di casa, in risposta ad un potenziale concorrente assente, proveniente dalla provincia di Reggio Calabria, Magalli disse testualmente: “Ci abbiamo provato anche oggi. Se poi voi andate in giro a scippare le vecchie non è colpa nostra”.


Delirio, putiferio e indignazione. Magalli rimbalzato dalle maggiori testate giornalistiche online, “Magalli contro i Calabresi”, lo scontro del secolo. Lo stesso Pino Aprile, autore di testi di denuncia contro le differenze storiche di trattamento tra Nord e Sud, fu chiamato ad un intervento sull’argomento. Andato in onda su Telenorba, il giornalista pugliese, data per assodata la malafede di Magalli, spostò la lente d’ingrandimento sulle discriminazioni territoriali, sulla sua campagna di promozione di “Terroni” e su Calderoli. La polemica non accennava a placarsi e Magalli si vide anche obbligato a mostrarsi in video per spiegare le sue ragioni e cercare di arginare l’indignazione dei "permalosi" Calabresi.


Tutto questo un teatrino costruito sul nulla, sulla parola giocosa di un conduttore storico della televisione italiana, intento ad ironizzare in maniera molto divertente sulla singola esperienza del signore che non aveva alzato la cornetta in tempo. Battuta di spirito eventualmente allargabile alla cerchia di coloro che negli anni non hanno risposto al gioco di Rai 1, non alla regione d’appartenenza del singolo concorrente. Siparietto divertente, Magalli incontestabile, polemica spenta sul nascere. Eppure decine e decine di commenti profondamente toccati nell’orgoglio dalle parole del conduttore dicono il contrario. Dicono che nel 2017, nella vita virtuale che animiamo ogni giorno su internet ogni momento è buono per indignarsi ed esprimere il proprio dissenso verso questo o quell’evento specifico.
Ecco a voi una carrellata dei migliori - e relativamente meno spinti - commenti che potreste trovare sotto i video di Magalli:


Pollentoni

Buuu

Il tridente d'acciaio


In cosa consiste questo sentimento d’indignazione che ci pervade e ci orienta nelle scelte sociali? Che peso possiamo dare allo sdegno espresso su internet? L’evoluzione tecnologica e sociale ci ha portati ad un bombardamento di notizie senza eguali e la conseguente possibilità di prendere a cuore specifiche campagne attraverso i social. Spesso però queste rivolte da tastiera sono l’espressione di un attimo in cui abbiamo sentito vicino un avvenimento . Non è indignazione, è il trasporto del momento, favorito dall’immediatezza della multimedialità della rete. Resta però la tendenza a definirsi anche attraverso le proteste contro ignoti che popolano la vita irreale, e non possiamo tralasciare senza conseguenze un fenomeno di questa portata, ma va assegnato un valore alla parola espressa sbadatamente in questa modalità spersonalizzante. Ogni giorno le notizie che vengono diffuse dai media, costruite appositamente per generare uno strascico di protesta, sono sì molte, ma di numero finito, allora potremmo valutare il peso di un’indignazione sulla base di quali eventi un individuo sceglie di sentire propri.

Dimmi per cosa ti indigni e ti dirò chi sei.

Si sta diffondendo a macchia d’olio questa modalità di definizione dell’essere che lo relega a stomaco del mondo: parlante, innocente, immobile, perfetto. Ma la verità della realtà sta dietro ciò che ci viene proposto giornalmente, dietro l’evento di cronaca, la rapina, la legittima difesa, Magalli e Adriana Volpe. Sta nei fenomeni visti da lontano, nella loro progettualità e devastante pienezza. I quali fenomeni si traducono in un sottobosco di notizie ben più profonde, più shockanti, più oscure. Ampliando in questo modo lo spettro degli eventi appare evidente che un’analisi della scelta nello scarto delle notizie del mondo non basta per definire la portata dell’indignazione di cui tanto amiamo servirci. È probabilmente più significativo ciò che resta sullo sfondo in un mondo di storie silenziose di cui nessuno sussurra. Potremmo provare a valutare le persone per ciò per cui non s’indignano o non lo fanno abbastanza. 

Dimmi per cosa chiudi gli occhi e ti dirò chi sei.

In questo modo tutto l’apparato delle indignazioni e delle proteste inutili avrebbe un peso più definito, misurabile.

Stando ai dati del 2016, 1/9 della popolazione mondiale vive in condizioni di fame

Ti indigni per Magalli e sputi sui profughi a Lampedusa?
Oppure tieni alla salvaguardia del mondo, ti opponi alle manovre di Trump e tralasci gli agnelli di Cruciani?
Non riesci a tollerare il totalitarismo turco e ritieni superfluo discutere di Selvaggia Lucarelli.
Oppure ti indigni per la sudditanza psicologica a favore della Juve ma ignori completamente la situazione siriana?

Ah

In questo modo spiccherebbero per contrasto le mancanze, gli eventi che non si trascinano dietro una polemica infinita. E i nostri giudizi sarebbero più rilevanti alla luce di un quadro generale completo o tendente ad una visione d’insieme. A fare da contraltare ad un sentimento d’indignazione che ha, allo stato attuale delle cose, la stessa valenza del ricordo che lascia nell’indignato a distanza di anni, c’è però l’agire, che in una scala di valori condivisi spicca al di sopra del pensiero e dell’espressione impersonale. Che l’indignazione sia il motore, non la tomba di ogni slancio d’azione.

Non è tanto chi sei quanto quello che fai che ti qualifica.

domenica 27 novembre 2016

DAREDEVIL, SALVINI E LA PISTOLA DI BUONANNO

Mesi fa si è fatto un gran parlare della legittima difesa, della possibilità di scaricare un intero caricatore nella schiena di un presunto rapinatore per poi essere completamente assolti. Il dibattito di un momento, che aveva risvegliato l’opinione pubblica in difesa dei soliti pensionati, dei soliti braccati da Equitalia, dei soliti ultimi incappati nella medesima situazione tipo. Una serie di sfortunati eventi aveva aperto le porte ad un confronto tra diverse fazioni: chi voleva una revisione della legislazione in merito, chi cercava di avere una visione più ampia degli eventi e chi invece aveva approfittato ancora della situazione per carezzare con sguardo avido, bramante di potere, la pancia ignara dell’elettorato più reazionario, quello che non è né di destra né di sinistra, ma genuinamente fascista nell’animo.


Noi di InsideMAD siamo sempre sul Pezzo, sulla cresta dell’onda, come avrete intuito, ma talvolta ci prendiamo dei tempi per riflettere e per cercare di capire le cause e gli effetti collegati ad una complessa situazione e riuscire ad avere un’opinione quantomeno coerente, quantomeno non determinata in toto dalla somma del momento e di ruggini ammuffite nel profondo. Quegli scheletri che ci abitano e aspettano le piccole porte della realtà per mostrare i denti digrignati alla luce della luna. Ma facciamo un passo indietro: Daredevil, seconda stagione.
Personalmente ho apprezzato maggiormente la prima stagione di Daredevil, serie Netflix che ha ristabilito la giusta posizione per i supereroi sul piccolo schermo, per una coerenza narrativa maggiore, per la tangibilità della minaccia corrente e per lo sviluppo controllato e incentrato soprattutto sulla vita da avvocato cieco di Matt Murdock. Ma anche la seconda, pur vivendo di alti e bassi, raggiunge dei picchi notevoli, che presi singolarmente magari potrebbero apparire finanche più intensi rispetto alle sequenze più cariche di pathos della prima stagione. Uno di questi picchi è indubbiamente il duello verbale (e a tratti fisico) tra Daredevil e The Punisher sui tetti in buio e mattoni rossi di Hell’s Kitchen. I due personaggi, contrapposti seppur schierati sostanzialmente dalla medesima parte, si scontrano sul valore della giustizia e sul rapporto che essa instaura con la vita privata del cittadino; come si coniuga la legge scritta rispetto alla realtà che da essa dipende negli effetti. Ci troviamo di fronte a due paradigmi differenti alla base, che propongo due concezioni diverse di giustizia inevitabilmente condizionate dagli sviluppi personali dei due vigilanti della notte. Daredevil, alias Matt Murdock, si rifiuta, nei suoi agguati notturni, di colpire per uccidere, perché ritiene ancora sacro il valore della giustizia come elemento super partes riconosciuto da una comunità che si rifà ad uno stemma,una bandiera un segno comune. Questa scelta di vita lo porta a collaborare con le autorità e a legare indissolubilmente il suo lavoro notturno con quello diurno di avvocato presso la Nelson and Murdock. Dall’altra parte invece, The Punisher, all’anagrafe Frank Castle, segnato profondamente dall’esperienza personale tra la Guerra del Golfo e la morte violenta dei familiari, sceglie di farsi giustizia da sé, seminando il terrore per le strade di New York alla ricerca dei mandanti del massacro che ha coinvolto la moglie e il piccolo figlio. La sua terribile ira sanguinolenta non sarà placata finché la causa del suo inferno in vita non avrà un volto e un nome.
Ci si para dinanzi uno scontro gerarchico tra due modelli societari: uno, quello dell’eroe, pone in cima la legge e da essa fa derivare il comportamento dei cittadini, anche quando questi scelgono di vestire i panni dei vigilantes, l’altro invece, quello dell’antieroe, inverte l’ordine appena descritto ponendo il singolo uomo al di sopra della convenzione comune perché l’unico in grado di esercitare realmente una forma consona di giustizia, quanto più vicina a quella divina.

Giustizia è anche avere le mani legate

Con le dovute proporzioni, senza vigilanti, palazzi insanguinati e avvocati ciechi che combattono orde di ninja, credo possa reggere un paragone tra lo scontro ideologico proposto nella serie tv e il dibattito diffusosi in Italia pochi mesi fa, e mai realmente sedatosi, in attesa di altra legna per alimentare il fuoco dello slogan politico. Abbiamo visto uomini di legge indignarsi davanti alle telecamere perché agli uomini fosse riconosciuta la possibilità di oltrepassare quel limite della giustizia penale in casi particolari, perché fosse invertito l’ordine del reale, per finire in un immaginario in cui la legge non è assoluta, ma muta nel rapporto con l’individuo di situazione in situazione. Abbiamo visto orde di cittadini, non più accomunati dalla bandiera della legalità, ma neanche da quella dell’anarchia, accogliere a braccia aperte queste proposte superficiali perché il momento non ci offriva nient’altro che la rabbia di morti ingiuste.

Non voglio in nessun modo giustificare un individuo che, magari armato, si introduce a casa di altri con l’intento di sottrarre beni materiali che magari hanno avuto bisogno di giornate di fatica e sudore per essere acquistati, anzi. Non voglio neanche colpevolizzare coloro che, in presenza di una presenza estranea in casa loro, hanno ceduto alla paura del momento e hanno fatto fuoco ferendo, uccidendo un altro essere umano. Esiste però una precisa legislazione e, che voi possiate considerarla giusta o sbagliata, modificabile o migliorabile, essa deve sempre essere al di sopra della situazione corrente, per permettere l’uguaglianza, la giustizia e il rispetto di ogni parte coinvolta, anche quando sembra che la ragione sia sbilanciata in maniera assoluta. Perché questa è la società che abbiamo e questo il modello scelto. E se non ci piace, la via è un’altra, quella dell’uomo con la pistola in TV che propone ai suoi concittadini di armarsi per poter essere un giorno in grado di vestirsi di divinità e giustizia per scacciare l’invasore. La vecchia favola, polvere e mandirani del defunto West.