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lunedì 6 novembre 2017

STRANGER THINGS - COSA ACCADRÀ NELLA TERZA STAGIONE?

Lo specchietto per le allodole sta in una scena similare alla prima stagione in cui viene mostrata la minaccia che farà da traino per la prossima stagione. Stranger Things 2 nasconde in realtà un sottobosco di indizi rivelati in corso d’opera che lasciano lavorare la fantasia nell’immaginazione di una terza stagione. Analizziamo per punti cinque elementi che costituiranno, a mio parere, la spina dorsale della trama della terza stagione. È doveroso avvisare coloro i quali non hanno ancora visto la seconda stagione che questo articolo vive di spoiler, attenzione quindi a proseguire nella lettura.



THE MIND FLAYER
Come non cominciare dalla scena conclusiva della seconda, quella in cui siamo resi partecipi che la minaccia del mostro d’ombra non sia in realtà sconfitta, ma limitata nell’upsidedown. Sarebbe un errore confondere i poteri dimensionali di El (Jane) con la capacità di annullare l’essenza del mondo negativo, la materia oscura che governa le azioni e i pensieri dell’intera realtà parallela. Lo sforzo compiuto da El è servito a ripristinare una condizione di equilibrio tra le due dimensioni, ma la scena finale che vede il Mind Flayer scrutare la scuola, nonostante esso sia relegato all’upsidedown, denota una consapevolezza certamente maggiore; e la sola Eleven potrebbe non bastare contro un’offensiva ragionata delle forze d’ombra.



I NUOVI VECCHI ESPERIMENTI
Ed è qui che entrano in gioco gli esperimenti precedenti - ed eventualmente successivi - ad El. Nella seconda stagione abbiamo fatto la conoscenza di Kali (Eight), ragazza dotata di poteri, scampata alle grinfie degli esperimenti governativi e finita nel giro di losche azioni vendicative. È presumibile che insieme a lei altri ragazzi siano riusciti ad evadere da un futuro già scritto e potrebbe essere proprio grazie all’intervento di queste nuove forze paranormali che il Mind Flyer torni ad essere una minaccia contrastabile. Una scelta narrativa di questo tipo potrebbe però replicare l’esperienza dell’episodio 7, collocato al di fuori dei confini di Hawkins e universalmente bistrattato per essere troppo lontano dalla linea stilistica della serie. Starà agli sceneggiatori far convivere queste due anime, contro la nostalgia della nostalgia.
 
Joker


UN RITORNO ANNUNCIATO
Che il Mind Flayer sia in grado di riaprire un varco per il nostro mondo o avrà ancora bisogno dell’intervento delle tecnologie umane per scatenare la sua ira subdola? Un ritorno gradito potrebbe essere fare al caso del mostro d’ombra, si tratta del Dr. Brenner, solamente citato nell’episodio 7, sul quale aleggia ancora un alone di mistero. Matthew Modine è un attore di spessore che nella prima stagione veniva ridotto al villain umano della serie, ma un ritorno del suo personaggio potrebbe restituire all’attore lo spazio che egli merita. Inoltre il personaggio di Brenner non è mai stato realmente collocato in uno scacchiere più definito, rimanendo sempre in una zona grigia tra operazioni federali antiterrorisstiche e mire personali. La sua posizione di ritorno potrebbe coincidere con un nuovo punto di contatto tra il nostro mondo e l’upsidedown.
 
Guarda mamma, come Will!


EPIDEMIA DI MASSA
Arrivati a questo punto della narrazione, con un gruppo che ha imparato a dare il meglio di sé proprio nel momento di coesione massima, è prevedibile una scissione forzata per tornare poi nuovamente a ricreare di slancio l’atmosfera dell’unità. I due personaggi che hanno dimostrato di avere un’integrità assoluta nel corso delle prime due stagioni sono sicuramente Dustin per il gruppo dei ragazzi e Jim Hopper per quello degli adulti. I due condividono la scomoda casualità di essere entrati in contatto con le spore dell’upsidedown, le quali - come sappiamo - contengono una parte dell’essenza assoluta del luogo e rispondono alla volontà del Mind Flayer. Abbiamo visto come il mostro d’ombra sia in grado di controllare la mente di coloro che sono entrati in contatto con la vegetazione viva del mondo negativo e quello dei voltagabbana inaspettati sarebbe un ottimo espediente per rimescolare le carte in tavola pur mantenendo pressoché identico il parco interpreti. Siete preparati ad un Dustin malvagio? E se l’epidemia di massa non si limitasse ai soli personaggi citati ma si espandesse come in un zombie movie?



PUBERTÀ
Come dimenticare la componente propriamente seriale che riguarda i personaggi e il loro sviluppo? La scena conclusiva del ballo invernale con le varie coppie che si ritrovano, i Police e Dustin laccato ha rapito tutti; la crescita di ciò a cui siamo affezionati ha sempre un posto speciale nei nostri cuori, crea empatia, fidelizza. E il luogo ideale dove siamo diretti e proprio quello degli ormoni incontrollabili, dei primi amori e di Big Mouth. Prevedo una terza stagione ancor più focalizzata sui rapporti tra i ragazzi del gruppo dei protagonisti, con un occhio di riguardo al triangolo amoroso Nancy-Steve-Weirdo. Io ve lo dico, tifo per Steve, ha la lacca migliore.

Epic lacca guy


Le speculazioni cominciano a delinare una trama ben definita, ma, se queste si rivelassero anche solo in parte vere, cosa ne sarebbe dell’effetto sorpresa? Le premesse gettate nel corso della seconda stagione sembrano accantonare sempre più l’effetto sorpresa per lasciare spazio allo sviluppo dei protagonisti. In realtà questa tendenza arriva a compimento di un percorso intrapreso già nella seconda stagione. Dalla progettualità che ne è stata fatta, sarebbe forse più corretto riferirsi a Stranger Things come ad una stagione autonoma più una trilogia ideale che lima se stessa per rientrare nei canoni della serialità televisiva. Riusciranno i Duffer a replicare la magia della prima stagione o dovremo accontentarci di una bellissima serie normale?

venerdì 3 novembre 2017

STRANGER THINGS 2 - SU E GIÙ DALL’UPSIDEDOWN

Chiariamo subito: la prima stagione di Stranger Things non era il capolavoro che il pubblico ha osannato, ma una grande serie capace di sfruttare appieno i suoi punti di forza, seppur non esente da difetti. Il più grande punto di forza della prima stagione era indubbiamente l’effetto nostalgia mischiato ad una buona dose di novità nel panorama delle serie tv. Il merito dell’esordio dei Duffer Brothers è stato invece quello di scrivere una storia caratterizzata da una spiccata coerenza narrativa dall’inizio alla fine. Il fil rouge sono infatti la scomparsa di Will e le indagini che scoprono un mondo fatto di materia oscura nel tentativo di ritrovare il ragazzino. Una trama orizzontale e lineare che ha sempre guidato i personaggi nelle loro azioni organizzate con piccole ricompense lungo il cammino per poi giungere alla ricompensa definitiva del ritrovamento di Will. Nulla è lasciato al caso nella prima stagione e l’effetto imbuto delle varie storyline appare quanto più naturale possibile per via del fatto che tutto in origine era pensato per terminare in un dato punto.


Con quali aspettative ci siamo approcciati alla seconda stagione? Fraintendendo le reali possibilità della prima stagione, abbiamo inconsapevolmente assecondato l’effetto collaterale della nostalgia, ossia quello di fagocitare il resto della costruzione narrativa, richiedendo a gran voce altra nostalgia. Un circolo vizioso destinato ad estinguere prima lo sviluppo di nuove idee, infine la nostalgia stessa. I Duffer, al contrario delle aspettative errate del pubblico, hanno saputo sostenere con compostezza il peso del ritorno ad Hawkins, Indiana, ma appare evidente fin da subito che la seconda stagione non era nelle corde degli sceneggiatori all’epoca dell’ideazione della prima. I creatori della serie non sapevano come Stranger Things sarebbe stata accolta e avevano strutturato la prima stagione come un unicum narrativo compatto e completo. Abbiamo già ampiamente discusso della posticcia presenza delle ultime scene dopo il salvataggio di Will nella prima stagione, sequenze che aprivano le possibilità degli sceneggiatori, piuttosto che indirizzarle sulla falsa riga della linearità della prima stagione.


La seconda stagione rivoluziona la struttura narrativa, passando dall’orizzontalità ad uno schema ad albero i cui intricati rami dispersivi tendono infine a tornare verso una conclusione unitaria. In questo modo, gli sviluppi narrativi che avevamo lasciato in una situazione di quiete si allontanano sempre più durante lo svolgimento della trama, rischiando spesso di perdere il centro focale dell’opera. Si perde così l’unicum che aveva legato tutte le storyline della prima stagione - la scomparsa di Will Byers - per andare in contro ad una costruzione più tipicamente seriale. Qual è l’unicum della seconda stagione? Gli strascichi della permanenza di Will nell’Upsidedown, la ricerca personale di El o ancora lo svelamento della verità sulla morte di Barb?  È probabilmente su questo dubbio che si gioca la più grande differenza tra le due stagione di Stranger Things.


Se da una parte abbiamo dovuto rinunciare alla grande coerenza narrative della prima stagione, dall’altra la struttura tipicamente seriale assunta da Stranger Things ha spalancato le porte ad una riqualificazione dei personaggi, che sono diventati il fulcro attorno al quale la serie ha cominciato a gettare la basi di una continuità più a lungo termine. E proprio questa programmazione porta alcuni personaggi a risaltare più di altri, magari invertendo il trend della prima stagione, grazie alla certezza di uno sviluppo nel tempo. Le new entry sono ad esempio perfette, così come Dustin e Lucas. Calano invece, soprattutto nella prima metà di questa seconda stagione, Mike e Eleven.

Bob Newby, superhero

La posizione di Eleven rispetto agi eventi narrati è un argomento cardine per la valutazione della serie: l’assenza forzata del personaggio interpretato da Millie Bobby Brown è negli interessi della serie, ma in questo modo i Duffer mostrano il fianco ad una trama fiacca e balbettante, che, senza l’attesa del deus ex-machina finale, si sarebbe ridotta ad una miniserie di quattro episodi. Il ritardo di El allunga palesemente il brodo in un calderone di eventi che tendono troppo spesso a complicare pochi momenti significativi, ma al contempo è fondamentale per l’evoluzione della serie, sia in termini televisivi che dal punto di vista della scrittura per le prossime stagioni.



Il bilancio finale parla di una maturazione che evita disfatte clamorose rispetto alla prima stagione e all’attenzione che essa aveva generato; la seconda stagione sceglie volutamente di non riproporre un banale more-of-the-same della prima, ma differenzia abilmente struttura e sviluppo, pur rimanendo ancorata ai capisaldi che avevano fatto grande la prima caccia al demogorgone. Stranger Things 2 è quello che noi fan di “vecchia” data desideravamo e non possiamo che gioire per questo ritorno, perché l’anima della serie è rimasta la stessa. Restano dei difetti, si perde forse la magia della prima stagione, ma tornare ad Hawkins con quei cinque ragazzi è sempre un’emozione fantastica.

giovedì 13 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 9

Con questo nono episodio alcuni filoni narrativi cominciano a giungere ad una conclusione. Si tirano le somme sugli eventi descritti, si cercano di riallacciare i rapporti tra la prima interessante stagione, la seconda confusionaria e il passato dal quale tutto ha avuto origine. È proprio dal passato che arriva il più importante colpo di scena di questa seconda stagione, ovvero la parentela stretta, e quindi l’incesto, che si cela dietro il rapporto tra Jason e Kerry. Il twist è, come detto, d’effetto: prende, coinvolge e lascia per qualche attimo interdetti; ma allo stesso tempo dimostra ancora una volta le scarse abilità di scrittura degli sceneggiatori. Fino a quel momento infatti il punto chiave della situazione era stato il futuro imminente della popolazione di Wayward Pines, costretta al ricongelamento a causa della minaccia degli Abby. Il problema però sorgeva in merito alla mancanza di capsule sufficienti a garantire un sonno tranquillo a tutta la popolazione. La questione era stata portata avanti con un certo raziocinio, producendo uno scontro ideologico vivissimo tra l’etica del bene comune e la scelta del bene individuale. Tutto ruotava attorno alla figura di Kerry, legata sentimentalmente al despota incaricato di censire la popolazione, ma contemporaneamente inadatta a riprodursi e quindi considerata un peso morto da una società in necessaria espansione. Tutto è ruotato attorno a lei fino al successivo colpo di scena, quello della maternità, che, con le sue conseguenze, ha totalmente distrutto il dilemma etico. La creazione e la devastazione di uno spunto narrativo intelligente in così breve tempo sottolinea ancora una volta lo spreco di capacità che questa serie rappresenta.


I collegamenti col passato, stavolta gestiti in maniera accettabile, sono però passati da una forzatura nel ritmo della puntata. Se nel precedente episodio eravamo stati lasciati sul più bello, quando si prospettava uno scontro aperto tra le tre fazioni, la scelta di concentrarsi nuovamente su Pilcher attraverso l’espediente del flashback ha inevitabilmente gravato sul ritmo delle azioni dei protagonisti nel futuro. Gli Abby sono stati accantonati per lunghi tratti, la popolazione ha dimenticato inspiegabilmente di avere gli strumenti necessari a rivoltarsi contro le autorità e l’intera narrazione futura ha cominciato ad assumere una direzione lenta e prevedibile. Sembra quasi che gli eventi si siano quasi fermati per un’intera puntata, per lasciare allo spettatore la possibilità di assimilare le notizie provenienti dal passato. Un’altra serie che negli ultimi tempi ha fatto un uso discutibile dei flashback è Stranger Things, capolavoro di Netflix in salsa anni ’80. Nel caso di quest’ultima, i flashback, importanti e significativi a livello di trama per lo sviluppo presente dei personaggi, sono stati dilazionati e hanno sempre rappresentato un punto attivo della trama, un movimento ritmicamente in linea con gli eventi presenti. In Wayward Pines ciò non accade, e ogni flashback è sinonimo di momento morto, talvolta anche inutile ai fini di una conclusione delle vicende.
La morte di Jason è avvenuta in circostanze casuali e per niente credibili. Non è ben chiaro come sia possibile che una coppia arrivi allo scontro fisico pochi attimi dopo l’ammissione del loro amore. Possiamo in qualche modo giustificare una tensione di fondo per i nervi a fior di pelle causati da un lato dalla mancanza di capsule sufficienti, e dall’altro dall’avanzata degli Abby, ma ciò che accade è improbabile per dinamiche e tempistiche. Sulla scia di Game of Thrones e delle nuove serie tv che non sarebbero all’altezza senza un giusto quantitativo di defunti illustri, Wayward Pines ha cercato la strada dell’empatizzazione emotiva, fallendo miseramente per l’incapacità di gestire le morti. La morte è un momento sacro nella televisione, è il momento di massimo pathos, è il momento in cui un personaggio al quale siamo affezionati esce definitivamente di scena. In questa seconda stagione invece la morte è stata solamente utilizzata come cesura rispetto ai personaggi chiave della prima stagione e come colpo di scena. Le premesse però non hanno retto rispetto agli eventi, e Wayward Pines ha eliminato se stessa insieme ai suoi personaggi, lasciando visibile una scarna struttura di fondo che non può resistere senza il sostegno dei volti noti.


Con la morte di Jason si aprono alcune vie percorribili, non tutte battute ma molte rischiose. Da quello che ci viene mostrato non riusciamo a dire con certezza se Kerry sia rimasta ferita gravemente dallo scontro con l’amore della sua vita (in tutti i sensi). Appare intrigante la posizione di Theo e di CJ, ultimi due elementi dotati di un minimo di leadership. Se anche Kerry dovesse ristabilirsi dallo scontro, credo che la sua posizione possa combaciare con quella del dottor Yedlin, almeno rifacendoci alla fiducia con cui avvenivano i dialoghi tra i due personaggi. Restare dunque o lasciare tutto e incontrarci tra cent’anni? Cosa sarà della popolazione prima dell’arrivo dell’apocalisse?

domenica 28 agosto 2016

WAYWARD PINES - COSA ASPETTARSI DALLA SECONDA STAGIONE

All’alba dell’esordio italiano della seconda stagione di Wayword Pines, visto il successo della serie di commenti ospitata la scorsa estate su questo blog, ho deciso di ricalcare l’articolo dedicato all’eventualità di un seguito di Strager Things per fare il punto della situazione sulla serie prodotta e diretta da M. Night Shyamalan.

Come scrivevo anche un anno fa di questi tempi, è emblematico come il capitolo conclusivo di una serie potenzialmente interessante si sia rivelato essere probabilmente l’atto peggiore dell’intera opera: sconclusionato, anacronistico e soprattutto chiuso a qualsivoglia seguito improntato sulla stessa linea narrativa. Mi spiego meglio: ciò che mi aveva colpito dei primi passabili episodi di Waward Pines era stato il mistero, l’aura di non detto che aleggiava sulla sperduta città mascherata, la volontà, incarnata nel protagonista Ethan Burke, di trovare un senso alle anomalie, alle stranezze e ai sotterfugi celati dietro i volti felici. C’era inizialmente una quantità consistente di elementi oscuri che avrebbero potuto portare la serie a caratterizzarsi in qualsiasi forma e che inizialmente era stata incanalata in una struttura solida, rodata in anni di serial mistery e produzioni televisive simili, sapientemente citate con gusto dal cinefilo produttore.


I problemi della prima stagione sono però diversi, e tra questi spicca la mancata valorizzazione delle risorse derivate dall’opera cartacea a cui la serie si ispira. Ogni scelta di sceneggiatura lasciava con l’amaro in bocca, con la sensazione che le cose sarebbero potute andare in una maniera differente, più alta, più ricercata e meno scadente. A tratti abbiamo visto un cinema di serie C atteggiarsi a grande produzione per meriti di contorno che non riempivano le falle lasciate da una scellerata evoluzione della situazione. Errori prima passabili, poi pesati e infine compromettenti, che hanno reso il finale della prima stagione un tripudio di bassezze improponibili. Nel finale infatti muore il mistero, e con esso il futuro.
Immagino sempre le serie mistery come due vasi comunicanti. Nel primo, quello di sinistra, sono inseriti i misteri, le zone oscure, i personaggi e le loro relazioni; una somma dell'incipit e delle introduzioni ad opera in corso, insomma. Il collegamento tra i due recipienti è lo svolgimento narrativo. In questo modo, nel secondo vaso confluisce la sostanza del primo, ricombinata dalla trama, che si fa atto. In Wayward Pines, a differenza di nomi illustri della televisione quali Lost, Twin Peaks e X-Files, non è stata considerata affatto questa metafora dei vasi comunicati e, partendo da una situazione in cui il vaso di sinistra traboccava di elementi d’interesse, siamo mestamente giunti ad una situazione finale in cui tutto è stato ricombinato e filtrato nell’atto, lasciando nulla in potenza e rendendo sterile il collegamento della narrazione futura. Sappiamo ormai tutto: sappiamo degli Abi, sappiamo della crioincubazione per il viaggio nel futuro, sappiamo della natura salvifica della città e dei progetti di Pilcher. Nulla ci è dato ancora da scoprire, ma tutto può evolversi solo sulla linea retta dell’azione, tra situazioni già viste in altre produzioni action e una caratterizzazione dei personaggi sempre più piatta, stereotipata e antica. Venendo a mancare le basi del mistero che avevano retto l’inizio della prima stagione e sulle quali erano stati costruiti i personaggi, crolla anche l’interesse relativo a questi e si va a creare un prodotto dissimile dal suo atto d’esorsio, qualcosa di diverso che però punta ad un livello più basso d’intrattenimento, più semplice e immediato ma decisamente meno accattivante e immersivo. Esiste una differenza abissale dal lasciarsi coinvolgere nella ricerca di una verità celata e la visione sterile di una storia di sopravvivenza in un futuro postapocalittico. Il postapocalittico funziona con le storie, le fazioni e i drammi personali, non con i mostri mangia-uomini, la prima generazione di ragazzini a cui la società ha insegnato questo e un protagonista senza l’ombra di un carisma.


Un progetto, quello della seconda stagione, che nasce quindi con poche pretese, senza neanche la voglia di stupire che aveva contraddistinto la prima stagione. Una serie ormai riservata ai pochi fan che ancora hanno voglia di lasciarsi annoiare da un cinema non cattivo, ma quantomeno banale. Nulla di nuovo dunque, ma non posso esimermi dal tentare di ridare un senso a tutto quello che accadrà nei prossimi mesi nella ridente Wayward Pines. Quantomeno in memoria dei vecchi tempi, quando Matt Dillon sembrava Jim Carrey e si aspettava una settimana per scoprire chi avesse piazzato le cimici per la città. Si stava meglio quando si stava meglio.

domenica 24 luglio 2016

STRANGER THINGS - COSA ASPETTARSI DALLA SECONDA STAGIONE?

Nell’ultimo commento agli episodi conclusivi della prima stagione avevo posto l’attenzione sugli ultimi dieci minuti dell’ottavo capitolo in cui, in maniera a dire il vero un po’ raffazzonata, gli sceneggiatori hanno tentato di inserire una serie di elementi di continuità interrotta che potessero dare un senso ad una seconda stagione e che generassero un sentimento d’attesa nel pubblico. In questo articolo, dopo aver sviscerato gli elementi significativi del finale, fino alla scena della scomparsa di El, vorrei focalizzarmi sulla preparazione della seconda stagione, ipotizzando ciò che potrebbe essere dei nostri ragazzini preferiti.


Innanzi tutto la gestione della logicità temporale: riguardando l’ultimo episodio mi sono accorto del particolare montaggio di un paio di scene in successione. Se volessimo prendere in un tempo continuato, caratterizzato dalla successione naturale, le scene che ci vengono mostrate, avremmo l’azione telecinetica ultima di El antecedente al ritrovamento di Will nell’Upside down. In seguito a questo evento, veniamo direttamente trasportati all’istante in cui i genitori riabbracciano i figli scappati e Will si ritrova in ospedale con la madre e il fratello. Dobbiamo quindi presupporre che Hop, Joyce e Will siano usciti dall’Upside down attraverso un portale soltanto dopo la scomparsa di El, la quale non avrebbe definitivamente chiuso i collegamenti fisici tra le due dimensioni, ma soltanto scacciato e probabilmente ucciso il mostro che minacciava i protagonisti. Per cui, nella seconda stagione, i legami con l’alta dimensione sarebbero ancora presenti e significativi, al di là della presenza dei mostri (o del mostro) che prima popolavano il bosco negativo. Una scelta complessa, quella di voler mantenere in piedi l’elemento giustificatore del filone narrativo della prima stagione in questo modo, senza dare spiegazioni chiare, ma lasciando degli indizi nel montaggio delle scene.


Dopo la fantastica scena in cui i ragazzini si ritrovano finalmente attorno al letto d’ospedale di Will per raccontare all’amico scomparso i fantastici eventi occorsi in sua assenza, la telecamera si sposta su Hopper, incamminatosi presumibilmente sulla via di casa. Lo sceriffo viene fermato da due uomini in nero che riportano inevitabilmente il pensiero ad un’organizzazione statele, come quella del dottor Brenner. Questi uomini lo invitano a salire in macchina con loro e l’azione si sposta ad un mese dagli eventi correnti. Per capire questa scena, anche noi ci spostiamo in avanti nel tempo per vedere Hopper lasciare delle provviste e dei pancakes in una scatola di legno fissata nel bosco, probabilmente lo stesso bosco che era stato cornice degli eventi del mese precedente. I pancakes ci ricordano volontariamente una delle ossessioni di El, facendoci intendere che la ragazzina sia ancora viva e che si aggiri per il bosco. A questo punto possiamo dedurre che gli uomini in nero avrebbero assegnato a Hopper il compito di vegliare su El, lasciandola allo stato brado nella boscaglia, ma perché tutto ciò? Sorvolando sulla questione della scomparsa di El, evento che, in una serie incentrata sul paranormale, può trovare spiegazioni altre che noi non riusciremmo mai ad immaginare prima di averle viste sullo schermo, perché lasciare che una bambina, seppur dotata di poteri sovrannaturali, passi un rigido inverno dell’Indiana sola nel bosco, quando, attraverso le ricerche di Hopper e Joyce, siamo venuti a conoscenza dell’esistenza della madre di El e soprattutto della zia, decisamente più adatta ad occuparsene? Probabilmente devono esserci dei motivi per trattenere la ragazzina in zona, nello stesso luogo in cui i portali si sono aperti per la prima volta e non sono mai stati richiusi. Riflettendo sulla questione ho ipotizzato che El possa essere la chiave attraverso cui l’organizzazione statale riesca a tenere a freno le incursioni di esseri dall’altra dimensione, una sorta di tappo tra i due mondi, ma per fare ciò è necessaria la sua presenza nella zona esatta della comparsa del primo portale. L’isolamento invece potrebbe essere una scelta della ragazzina stessa, probabilmente intimorita dai suoi stessi poteri, manifestatisi nel momento della scomparsa, durante l’attacco del mostro, e per questo intenzionata a preservare l’incolumità dei suoi giovani amici e delle loro famiglie tentando di vegliare su di loro senza davvero intrattenere dei rapporti diretti con la civiltà locale.


Presa per plausibile questa teoria, ci troveremmo in una situazione di stallo abbastanza delineata, la quale potrebbe essere rotta solamente da un evento improvviso e inaspettato, un’incursione dell’altra dimensione attraverso un canale secondario e imprevisto. Per cercare di spiegare anche quest’ultimo elemento, ci viene in aiuto la sequenza finale dell'ultimo episodio, in cui vediamo la famiglia Byers riunita per celebrare il Natale. In questa circostanza, l’equilibrio venutosi a creare nelle scene ambientate un mese dopo la resa dei conti si rompe inesorabilmente nel momento in cui Will, assentatosi momentaneamente dalla cena, sputa una sorta di tentacolo che ricorda molta da vicino quello attraverso cui era stato intubato nell’Upside down, prima che Joyce e Hopper lo trovassero. Questo significa che qualcosa, di quella vegetazione viva, è ancora dentro di lui e, anche se al momento non lo condiziona nella quotidianità, potrebbe farlo in futuro. Interessante è anche la scena in cui, per qualche attimo, Will rivede le pareti del suo bagno come se si trovasse all’intero dell’altra dimensione. Questo particolare si ricollega alla necessità, espressa poc'anzi, di avere un elemento di rottura nell’equilibrio delle dimensioni, qualcosa che rompa gli schemi che avevamo ormai imparato a conoscere nel corso della prima stagione. Non so se questa presenza nel corpo di Will si rivelerà un principio di trasformazione, se faranno di lui un prototipo del mostro ma certo è che sarà il suo personaggio a portare la serie ad una seconda stagione, aggiungendo il mistero e riallacciando i rapporti tra i nostri piccoli eroi e l’Upside down. In ogni caso questo trapianto all’interno del corpo del ragazzino rapito potrebbe spiegare perché il mostro abbia scelto di non uccidere subito Will, ma di risparmiarlo, a differenza di Barb. Un interrogativo che ci trasciniamo da qualche tempo.

Stranger Things, una serie conclusa in maniera frettolosa, che potrebbe in realtà mostrare un potenziale di mistero ancora inespresso, tra nuovi portali, nuovi mostri e vecchi meravigliosi protagonisti.

sabato 23 luglio 2016

STRANGER THINGS - COMMENTO EPISODI 7 E 8

È difficile definire una serie come “Stranger Things”, o come “Lost”, o come “Wayward Pines”, o come “Flash Forward”. Potremmo dire che il comun denominatore di tutti i prodotti citati sia il mistero, che sta alla base delle premesse, sorregge lo svolgimento, ma inevitabilmente si scontra con le necessità narrative del finale di una storia, e tende quindi a scemare per lasciare posto all’azione. L’azione che sostituisce progressivamente la contemplazione scopica dello spettatore curioso. L’azione che contraddistingue le parti finali dello storie fondate sul mistero si pone come l’esplosione cinetica del potenziale accumulato: più mistero ha alimentato la costruzione del finale, più azione verrà liberata nel tentativo di riordinare un universo televisivo complicato e sconclusionato. Ma non mancano le eccezioni: talvolta il cattivo uso delle potenzialità del mistero porta le serie a subire una sorta di effetto imbuto, per cui, nell’equazione proposta, rimane uno scarto di mistero perduto, che lascia l’amaro in bocca. Qualcosa di rimasto incompiuto, che poteva trasformarsi in combustibile per alimentare un finale di portata maggiore, ma che è rimasto nel mistero. Anche Stranger Things dimostra di subire lo stesso effetto imbuto di Wayward Pines, ma in maniera decisamente più lieve, riuscendo dopotutto a restituire un doppio episodio di qualità elevata, coinvolgente, emozionante.
Queste ultime due punate hanno dimostrato la bipolarità del ritmo di questa serie: da un lato, fino al quarto episodio, una determinata densità di contenuti ed eventi significativi, dall’altro, dopo la scoperta da parte di Hopper del mistero relativo all’operato del dottor Brenner, abbiamo assistito ad una relativa diluizione della concentrazione. Il passaggio significativo del contatto tra lo sceriffo e i loschi esperimenti statali ha rappresentato il punto di svolta in cui le domande hanno iniziato a farsi risposte. Stranger Things ha retto l’urto, proponendo un ultimo episodio incentrato sulle missioni di recupero: quella di Hopper e Joyce e quella del dottor Brenner, terminate fortunatamente in maniera diametralmente opposta.


Purtroppo il ruolo dei bambini, che qualcuno sul web aveva banalmente etichettato come lo stereotipo degli eroi nei film d’avventura, è stato quello più schiacciato dagli eventi. Protagonisti di una litigata che poco ha apportato di significativo allo sviluppo della trama, Mike, Dustin e Lucas sono passati in breve tempo dall’impersonare degli spassosi investigatori dell’occulto a fare da spalla alla protagonista El, tra professori di scienze e budini al cioccolato. Vittime dell’effetto imbuto. Ad ereditare questo spirito d’avventura che per lunghi tratti ha guidato per mano la serie verso la risoluzione delle questioni più misteriose è stato il duo Hopper-Joyce, ormai consolidatisi come cacciatori di mostri, che, in cambio di El, hanno ottenuto la facoltà di tentare la disperata manovra di salvataggio di Will, nel frattempo scovato del mostro senza volto ed intubato con un tentacolo vivo. In questo frangente qualcosa è mancato a livello logico. Fino a quel momento abbiamo creduto che l’Upside down fosse un negativo del nostro mondo popolato da mostri antropomorfi senza volto. Vorrei sottolineare "mostri", al plurale. Nell’ultimo episodio invece la situazione del fronte mostruoso è apparsa abbastanza confusa. Era un solo mostro? Erano due? Abbiamo visto su schermo tutti i mostri presenti nell’altra dimensione o solo quelli che popolavano la zona del bosco limitrofo alla casa dei Byers? Perché Nancy, Jonathan e Steve sono riusciti a tenere testa ad un mostro utilizzando soltanto una rivoltella, una mazza ferrata e una trappola, mentre il corpo di agenti statali al seguito di Brenner è dovuto soccombere nonostante la dotazione militare? Si trattava dello stesso essere? Se Quindi si trattava di un solo mostro assetato di sangue, perché l’organizzazione non ha pianificato spedizioni più numerose all’interno del portale? Una serie di interrogativi che vengono spazzati via dall’exploit finale della giovane El.


Dal punto di vista stilistico invece l’ultimo episodio ha raggiunto l’apice dell’intera stagione. Ultimo episodio che io definirei “Le Luci” visto la perpetrata volontà di riprendere un elemento chiave, e tuttora ancora misterioso della serie, per sfruttarlo dal punto di vista registico e per dare un tocco di autorialità alle scene d’azione che hanno contraddistinto gli scontri finali tra le varie fazioni. Due momenti su tutti: la steadycam rotante tra i colori natalizi nell’affumicata casa Byers e le luci stroboscopiche della scuola nell’attacco dei giganti mostri, anche se in questo secondo frangente il limite dell’attacco epilettico è stato quasi sfiorato. Una scelta,quella di dare uno spazio scenico da protagonista alle luci, che ha dato personalità a dei momenti che senza avrebbero magari peccato di poca originalità.
Questo finale, tutto sommato coerente, piacevole e adrenalinico, è però purtroppo finito nel classico difetto dei finali multipli, di quelli alla “Signore degli Anelli”, per intenderci. Dopo la scomparsa di El in seguito all’azione finale che ha scacciato definitivamente il mostro, scena che io considero il vero finale della prima stagione, si sono susseguite diverse sequenze riguardanti la ripresa di Will e i momenti successivi alla fine dei mostri senza volto, fino ad arrivare alla narrazione di eventi distanti un mese dal termine ultimo delle ricerche di Joyce. Una scelta in controtendenza con l’uso dei tempi sostenuto fino al quel momento, contraddistinto da un presente lineare e un sistema di flashback atto a ricostruire un passato burrascoso. Credo che questa scelta sia stata fatta alla luce di una seconda stagione, e in quest’ottica emergono alcuni errori di scrittura che hanno appiattito l’interesse per un’eventuale, probabile seguito: limitandoci alla scena dello scontro tra El e il mostro, possiamo affermare con certezza che ogni mistero proposto era stato portato per mano ad una risoluzione accettabile, coesa con la svolta finale presa dagli eventi. In questo modo la suspance era ormai scemata, gli interrogativi risolti, la pace riacquistata. A questo punto l’errore, il voler forzatamente rimescolare le carte per andare a posizionale furbescamente le basi per una seconda stagione nel corso degli ultimi minuti utili. Gettare legna su un braciere morente. Probabilmente potrebbe attecchire ancora una fiammella, la quale potrebbe anche poi espandersi ed incendiare il mondo (l’altro), ma fondamentalmente è stata una mossa meno elegante rispetto allo stile mantenuto dagli sceneggiatori e dai Duffers nel corso di sette episodi e quaranta minuti.



Volendo fare un bilancio generale della prima stagione di Stranger Things, non è possibile affossare le immense qualità di un fulmine estivo a ciel serenissimo muovendo critiche a partire dalle ultime scelte del finale di stagione. La serie dei fratelli Duffer, figlia degli anni ’80, citazionistica, celebrativa e nostalgica, è stata la vera sorpresa di questo 2016. Un prodotto fondato sulla qualità, sulla recitazione, sul mistero abilmente giostrato e sulle fiction italiane(?). Esatto, le fiction italiane. Qualche giorno fa mi è capitato di leggere questo articolo di serialminds.com che ha scherzosamente paragonato Stranger Things ad una fiction di Rai Uno, di quelle tranquille, rilassate, in cui i cattivi non sono cattivi, davvero. Il loro intento, come esplicitamente dichiarato, non era tanto quello di denigrare aspramente la serie Netflix, di cui hanno saggiamente riconosciuto il livello, quanto quello di proporre una riflessione sull’atmosfera di Hawkins. Ciò che contraddistingue Stranger Things è la leggerezza, l’aria di famiglia, la tranquillità che quel gruppo di bambini, quella coppia improbabile, lo sceriffo burbero e la madre considerata pazza riescono a trasmettere nel caos del mistero interdimensionale. Stiamo in tensione senza mai angosciarci, respiriamo il profumo della nostra vecchia casa, ci divertiamo e soprattutto vorremmo che gli episodi non finissero mai. Perché ci stiamo bene in quella situazione, che ci ricorda un altro mondo, non alternativo, ma passato. Quello di quando eravamo più piccoli e ci piaceva immaginare, vedevamo i giocattoli prendere vita, macinavamo chilometri con le nostre biciclette e vivevamo esperienze anche oltre il paranormale, nella nostra mente, e in quella degli altri bambini che condividevano con noi un’amicizia incondizionata e disinteressata, come quella di Will, Mike, Dustin e Lucas, il vero fulcro di quest’omaggio fantastico alle nostre fantasie.



Anzi, ora che mi ci fate pensare un dubbio mi è rimasto, qualcosa che in verità non ci è stata mostrata: siete sicuri che il portale sia chiuso?

venerdì 22 luglio 2016

STRANGER THINGS - COMMENTO EPISODI 5 E 6

Stranger Things rallenta, comincia a prendere delle pause e diluisce i colpi di scena. Esempi di questo lieve cambio di rotta sono la chiamata di Hopper nel quinto episodio e la reazione di Mike contro il letto improvvisato di El nel sesto. Un leggero cambio di rotta che dà il tempo allo spettatore di assimilare gli eventi delle due puntate in questione e anche quelli rimasti in sospeso; risulta più semplice infatti interrogarsi riguardo la natura e le cause degli eventi paranormali che vengono mostrati sullo schermo. In questo modo sorgono dei dubbi propriamente logici rispetto agli eventi che hanno portato alla situazione corrente, e a questi dubbi la serie risponde con l’ormai usuale espediente del flashback in seguito ad un particolare che richiama un momento passato. Una tecnica che non spicca per originalità e probabilmente non rientra perfettamente nei canoni del tempo prefissati dalla narrazione contemporanea, ma indubbiamente corrobora la struttura della trama complessiva, andando ad espandere indietro nel tempo le fondamenta delle azioni presenti.
Questi due episodi vedono il trio di amici girare senza una precisa meta, Nancy e Jonathan sperimentare il paranormale e Hopper e Joyce proseguire la loro indagine sull’organizzazione statale retta dal dottor Brenner. I primi due casi dimostrano come in realtà le strade percorse dai vari gruppi di personaggi stiano confluendo verso un’unica direzione che prende il nome di multidimensionalità. Confermando le nostre supposizione sollevate nel precedente commento, dobbiamo in qualche modo chiarire a questione terminologica. Appare a questo punto errato continuare a riferirsi agli abitanti dell’Upside down come “alieni”. Si tratta infatti di piani paralleli, l’intracorda o l’altra faccia della corda del professore di scienze. Esseri in parte umanoidi, violenti e predatori che dominano il negativo del nostro mondo, un regno in tutto e per tutto simile, contraddistinto da una tonalità bluastra e da residui organici nell’aria. Come intuito nel quinto episodio e confermato nel sesto, El è stata, attraverso il suo potenziale telecinetico, la causa dell’apertura del portale principale che ha permesso alle due dimensioni di entrare in contatto. La bambina scomparsa, ormai ricondotta ad un presunto rapimento avvenuto dodici anni prima, sarebbe dunque la matita che ha avvicinato i fogli spaziotemporali e li ha forati, creando un collegamento diretto.


Resta però in piedi una questione fondamentale riguardo il funzionamento di queste porte dimensionali, in particolar modo legata al rapimento di Will. Nella prima puntata vediamo infatti un cambio drastico nell’atmosfera di casa Byers e non sembra esserci nessuno in casa, all’infuori del cane. La colorazione blu che domina le scene lascerebbe pensare che il ragazzino si trovi già nell’Upside down al momento del rapimento, ma, seguendo la regia dei fratelli Duffer, non siamo stato spettatori di un passaggio in una porta. Le cose si complicano ulteriormente se consideriamo il rapporto tra i cosiddetti “mostri” e le porte: la loro capacità di comparire a piacimento sembra andare contro la teoria pseudoscientifica del professore secondo cui per aprire un varco spaziotemporale c’è bisogno di un’ingente quantità di energia. A questo punto vorrei focalizzarmi sulla fisionomia di queste porte o portali, che sembrano godere di vita propria. Sono esseri organici che possono aprirsi e chiudersi a piacimento, e la loro esteriorità sembra propendere più per una vicinanza al mondo mostruoso. Come se queste porte stessero al volere dei mostri che abitano l’Upside down. Certo però che, come evidenziato nel sesto episodio, la loro capacità presenta dei limiti legati alla zona d’azione, finora confinata al bosco adiacente la casa dei Byers. Cosa si cela dietro questa limitazione palese? Forse la presenza della piccola El garantisce alle porte l’energia necessaria per aprirsi a piacimento, ma nel primo episodio, seguendo l’ordine cronologico, prima Will è stato rapito nella rimessa degli attrezzi, e poi El ha fatto la sua comparsa nella tavola calda, braccata dalla squadra di finti assistenti sociali ed elettricisti della zona. Potrebbe essere la presenza della porta “madre”, la prima ad essere stata aperta dal potere della bambina, ma ancora non mi è chiara la geografia del posto e la collocazione del laboratorio sotterraneo rispetto al bosco.


Dagli eventi narrati in questi due episodi appare relativamente chiaro il rapporto iniziale tra Brenner e i bambini dell’esperimento, gruppo di prescelti di cui El è solo l’undicesima, come indica il nome. Quello che risulta meno chiaro è lo scopo del gruppo di ricerca: certamente inizialmente il loro obiettivo era quello di sfruttare una serie di capacità sovraumane per rintracciare e tenere d’occhio specifiche personalità, ma, una volta assodato l’incontro spiacevole occorso alla ragazzina, perché continuare a tentare di stabilire un contatto con gli esseri senza volto? C’è soltanto l’amore per la scoperta a spingere l’equipe di Brenner o quest’altra dimensione negativa potrebbe conservare in sé un’energia superiore legata alla materia oscura e all’energia oscura appunto? Se ciò che non vediamo avesse un potenziale esponenzialmente maggiore rispetto a ciò che vediamo, credete che lo spietato Modine non tenti di appropriarsi di questa risorsa? Una risorsa energetiche che in qualche modo altera il normale funzionamento della corrente elettrica nel nostro mondo. Questo spiegherebbe le spedizioni suicida nell’altra dimensione attraverso il portale principale, la necessità di nascondere le prove della scomparsa di Will e la volontà di non chiudere il portale per tornare ad una situazione precedente. In questo modo i due schieramenti, quello dei ragazzi e dello sceriffo e quello del governo sarebbero opposti su tutta la linea. Uno scontro aperto che lascia molti dubbi sulle pieghe che il finale potrebbe prendere.


Piccola postilla sulle questioni amorose: in generale l’intera serie non sembra spiccare per originalità, ma per una commistione originale di costruzioni ampiamente sfruttate. In questo complesso non poteva certo mancare la componente amorosa, che  stata presente fin dall’inizio con la relazione sempliciotta tra il bullo Steve e l’innocente Nancy. In queste ultime puntate invece, come introdotto da alcuni segnali e piccoli sguardi, gli sceneggiatori sembrano aver dato spazio alla coppia Nancy-Jonathan. A dire il vero questa unione sembra, a dispetto del resto della costruzione “di contorno” davvero eccessivamente stereotipata, sia nei tempi che nelle modalità di sviluppo: lo scopo comune, i pareri cangianti, la litigata con un filo di passione  di verità, la rivalità con l’ex. Tutti elementi purtroppo eccessivamente inflazionati che, aggiunti alla trama in questa forma, non riescono ad emergere e anzi sanno di già visto, come se alcune scene fossero davvero prese da una serie tv anni ’80. Il vero twist sarebbe se quest’annunciata storia d’amore non finisse come da copione. Ancora una sorpresa prima della fine?

giovedì 21 luglio 2016

STRANGER THINGS - COMMENTO EPISODI 3 E 4

Stranger Things, creatura figlia di Spielberg e delle tenebre, comincia a stabilizzarsi su un ritmo ben preciso che affascina e lascia col fiato sospeso ogni due/tre scene. I twist narrativi sono molto ravvicinati e non lasciano allo spettatore il tempo di ragionare, di introiettare e di speculare autonomamente. È tutto un forsennato coinvolgimento in uno schema che sembra infittirsi, come una buia radura, piuttosto che diradarsi. Arrivati ormai a metà di questa sorprendente prima stagione, notiamo l’apertura di un altro fronte rispetto ai tre presentati nel primo commento, ovvero quello formato dalla strana coppia Nancy-Jonathan, accomunata dalla necessità di fare luce sulla questione aliena per ritrovare Barb e Will. Come detto in precedenza, è nell’incastro la forza di Stranger Things: la folle teoria delle luci, sostenuta ostinatamente dal personaggio di Winona Ryder, viene confermata agli occhi del figlio Jonathan da un personaggio che, da quanto ricordi, non ha mai avuto un contatto diretto con la stessa madre di Will. Una precisione notevole nella tessitura di una trama complessa e misteriosa. La teoria delle luci, forse il più grande mistero di questo doppio episodio. In che modo le luci sono collegato alla sparizione di Will, e come può questo riuscire a comunicare con la madre? Ma facciamo un passo indietro: alla luce di quanto visto nel quarto episodio, che legame fisico sussiste tra il nostro mondo e gli alieni? Attraverso gli esperimenti del team governativo gestito da Modine veniamo a conoscenza della natura dell’escrescenza organica sul muro del laboratorio. Essa è una sorta di portale tra due differenti dimensioni, probabilmente due piani irregolari, secanti in differenti punti, che sono poi quei luoghi sinistri in cui li alieni riescono ad evadere dalla loro dimensione, o il punto nel muro da cui Will riesce a rivedere la madre. Le dinamiche di questa doppia dimensione attraverso cui gli alieni riuscirebbero a spiegare anche la particolare atmosfera che si respirava nella scena del rapimento di Will, come se il mondo fosse lo stesso ma non fosse il suo, quello conosciuto, come se fosse un negativo della realtà dato da un ingresso alternativo. Le luci dunque rappresenterebbero un canale di comunicazione interdimensionale a cui ricorre il piccolo Will, ma, al contempo, le fonti luminose subiscono delle anomalie anche nel momento in cui i cosiddetti “alieni” si palesano agli umani o sono in procinto di farlo, come è successo per Will nel primo episodio e per Barb nel secondo.


A questo punto però sorge spontanea una domanda: assodato che Barb sia stata uccisa da questi esseri senza volto nelle bellissima sequenza d’apertura del terzo episodio, per quale motivo Will dovrebbe essere stato risparmiato? Come avrebbe potuto sfuggire ad una razza del genere solo con le sue forze per poi ritrovarsi a nascondersi per sfuggire a morte certa? Perché gli alieni dovrebbero rapire gli esseri umani? Non so dare una risposta a quest’ultima domanda, ma credo che un indizio per risolvere le prime due, simili questioni, debba essere ricercato nell’organizzazione dei “Bad” e nel loro forsennato tentativo di insabbiare la scomparsa di Will inscenandone una morte fittizia. Dalla sequenza in cui viene mandato un ragazzo ad esplorare l’altra dimensione, personaggio poi drammaticamente strappato dal suo cavo di salvataggio, scopriamo che l’organizzazione statale ha interesse nella ricerca su ciò che si situa all’interno del portale semovente. Essi allora potrebbero avere in Will una sorgente di informazioni dall’altra dimensione, un elemento di continuità tra due mondi utile alle loro ricerche. Altra ipotesi rivaluterebbe in parte la figura del dottor Brenner: e se invece essi stessero cercando di recuperare il piccolo Will con missioni quasi suicida? In questo modo la spedizione del ragazzo a cui abbiamo accennato sopra avrebbe un nuovo senso, ma tutto ciò striderebbe parzialmente con la volontà di nascondere le prove e di allontanare Hopper dal caso. Una situazione complessa che rivela il vero tassello mancante della serie finora, ossia i collegamenti. Se da una parte infatti abbiamo molti pezzi del puzzle, molte personalità differenti, schieramenti abbastanza delineati, quello che manca sono i legami tra i vari personaggi e le differenti situazioni in cui sono implicati. Una mancanza che amplifica la suspance e lascia libera l’immaginazione.


Come previsto, l’episodio delle foto compromettenti scattate da Jonathan ha portato a due situazioni decisamente interessanti: in primo luogo la scoperta delle figure degli alieni e quindi la conferma, come detto, delle teorie di Joyce agli occhi del figlio più grande, in secondo luogo l’avvicinamento di due personaggi differenti, che fino a quel momento di erano sfiorati solo in occasione delle parole di conforto di Nancy. Continuo a rimanere dell’opinione che l’evento alla base di questi sviluppi della trama non sia stato giustificato a dovere e che quindi questa collaborazione tra il ragazzo e la ragazza nasca con premesse tutt’altro che credibili. Nonostante si tratti di una serie incentrata sui rapimenti alieni e sugli esperimenti governativi, credo debba essere sempre mantenuta una credibilità logica. Che si traduce nella necessità che i protagonisti operino seguendo le indicazioni generate dalla domanda “Cosa farei io in quella situazione?”.


Nonostante in questo doppio capitolo non ci sia stato spazio di discussione per l’argomento specifico, perché quando si opta per un doppio commento, inevitabilmente qualcosa si perde nel prosieguo della trama, va fatto un plauso enorme alla gestione del colpo di scena conclusivo del terzo episodio. Esso arriva in un momento inaspettato, quando io personalmente mi sarei atteso il copro di Barb. Una sequenza toccante, emozionante, profonda, che si sposa alla perfezione con la cover di Heroes di Bowie scelta per la sequenza. Un pathos crescente che produce indubbiamente uno dei momenti più alti della televisione degli ultimi anni. Al livello della conclusione delle peripezie di John Tackery al Knick, ma ancora un gradino sotto rispetto al finale della terza stagione di Lost. “Not Penny’s Boat”. Charlie, ancora ti pensiamo.

mercoledì 20 luglio 2016

STRANGER THINGS - COMMENTO EPISODI 1 E 2

Stranger Things, nuova serie originale Netflix che sceglie di collocarsi in un contesto storico ben preciso per poter attingere appieno da un filone narrativo ormai (de)evolutosi, quello dei film d’avventura per ragazzi. C’è Spielberg, indubbiamente padre di quel movimento che fu con “E.T. - L’Extraterrestre” manifesto di una generazione, ma non mancano riferimenti palesi a Donner e Columbus, a Joe Dante, a Reiner e King. Un filone che ha vissuta la propria golden age proprio nel pieno degli anni ’80, tra musicassette, manubri di biciclette con nastrini, giochi in scatola e cabinati Atari. La ricostruzione storica dei fratelli Duffer è impeccabile e ricca di riferimenti spesso velati che creano quel legame di esclusività con lo spettatore attento in grado di coglierli e di stabilire quindi una sorta di dialogo divertito con gli sceneggiatori. Buona parte dell’atmosfera vintage è data però dalla scelta della colonna sonora (originale e non) e dalla sua implementazione nelle singole situazione descritte sullo schermo. Dolce e nostalgica la scena con “Africa” dei Toto nel primo episodio; coinvolgente e immersiva quella accompagnata dai “Clash” nel secondo.


Al di là dell’ambientazione, perfettamente riprodotta, la storia si presenta in maniera semplice e discretamente lineare: un gruppo di ragazzini si divide, dopo un’interminabile partita ad un gioco da tavolo, e, sulla strada verso casa, Will, il ragazzo che a prima vista sembrava più pacato, giudizioso e fedele nei confronti dell’amicizia con gli altri protagonisti, scompare in seguito ad un incontro ravvicinato del terzo tipo. Da questo momento in poi la narrazione si spacca su tre fronti: quello dei tre ragazzini rimasti che incarnano in loro lo spensierato e innocente spirito dei protagonisti dei film a cui questa serie si ispira, quello della madre di Will, dello sceriffo e delle ricerche “usuali” e quello dei misteriosi uomini collegati alla presenza aliena fin dal primo frame del primo episodio. Quando la situazione pare assestarsi su una narrazione tripartita e ordinata, seppur con delle falle volute per quanto riguarda la storia dell’organizzazione misteriosa, le carte vengono rimescolate dall’arrivo di una bambina silenziosa di nome Eleven, che scopriremo essere dotata di poteri sovrannaturali. Dal flashback nell’armadio di Mike, veniamo a sapere che la bambina è la figlia del bianco Joker, Matthew Modine (che sta portando vanti una mutazione esteriore verso la figura somma di David Lynch). A questo punto emerge una frattura anche all’interno del fronte dei “Bad”, dei “Cattivi”, che sembrano sì essere la causa dei poteri della piccola El, ma potrebbero non essere in controllo della forza aliena che si aggira per la quieta Hawkins, nonostante i loro tentativi di controllarla, o probabilmente studiarla. Sulle intenzione invece non avrei dubbi, soprattutto dopo l’uccisione a sangue freddo del proprietario della tavola calda in cui si era rifugiata la bambina dal taglio corto, soprattutto perché a farne le spese è stato l’amato Tom Cleary, autista del defunto Knick. Attraverso la stessa morte dell’uomo, fatta passare come suicidio, scopriamo di più sulla personalità dello sceriffo e i fili narrativi legati alla bambina braccata dai “Cattivi” e alla scomparsa di Will si riallacciano senza sbavature sul calare del secondo episodio. In questa minuziosa e attenta tessitura di una trama intricata e unita emerge il livello artistico di questa serie, già evento televisivo estivo. Stessa minuziosità che mi ha portato a rivalutare il ruolo di un personaggio secondario, fino a quel momento utilizzato al pari di un supporto scenico per la creazione della scenografia anni ’80. Mi riferisco a Nancy, sorella maggiore di Mike, presentataci inizialmente come lo stereotipo della ragazza casa e scuola, ma evolutasi coerentemente nel corso di appena due puntate. il colpo di scena non-visto alla fine del secondo episodio rimette anche lei sulla mappa dei personaggi interessati alla questione della presenza aliena. un’immagine statica attaccata allo sfondo che si è invece rivelata tridimensionale, in grado di spostarsi autonomamente all’interno della complessità dei fili della trama.


In relazione al resto della costruzione, pressoché perfetta, due scelte specifiche mi hanno però fatto storcere il naso: la volontà di costruire una doppia narrazione ricorrendo a flashback che ho trovato talvolta forzati e la presenza del fratello di Will nell’ultima scena del secondo episodio. In questo frangente infatti l’introduzione di questo personaggio e soprattutto le sue azione nel frangente specifico non sembrano giustificate da motivazioni reali e presumibilmente giustificabili, ma quelle foto, realizzate con una Pentax di un’altra generazione, risulteranno certamente utili allo sviluppo della trama e ciò potrebbe rappresentare, per certi versi una forzatura, una stonatura rispetta al perfetto incastro di tutti gli altri pezzi del puzzle.

Nel mondo abbiamo già prodotto molto, quasi tutto in campo artistico. Credere di realizzare qualcosa di nuovo e di originale al giorno d’oggi sarebbe forse un atto di superbia, un’ostinata menzogna senza maschera, ma riuscire a far rivivere un mondo sepolto che aveva regalato sogni ed emozioni ai ragazzi di un tempo, sostituire E.T. con una bambina di nome Eleven, questa è magia.

I primi due episodi di Stranger Things giganteggiano rispetto alla massa di serie che va a rimpinguare giornalmente il calderone della mediocrità. Emerge per qualità, scrittura, recitazione, atmosfera e soprattutto mistero, che in una struttura come quella della nuova serie Netflix d’amare è sempre al centro della questione. Cose ne è stato di Will? Cosa sono quei rumori al telefono? Cosa accade quando le luci impazziscono? In cosa consistono gli esperimenti della misteriosa organizzazione? Cosa è capitato all’amica tradita di Nancy? Chi ha ucciso Laura Palmer?


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