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lunedì 16 ottobre 2017

BIG MOUTH È UN ALTRO AMERICAN PIE?

Big Mouth racconta l’ingresso di un gruppo di adolescenti nel mondo della pubertà con una forte dose di ironia e senza aver paura di mostrare gli aspetti più indicibile di un periodo complesso. Come si valuta un prodotto del genere? Il metro di giudizio deve essere la gratuità degli argomenti trattati. Se il contesto creato richiama un lessico spinto e una costruzione esplicita, allora è corretto che venga utilizzato un registro adulto. Molte produzioni - sia cinematografiche che televisive - hanno tentato questa strada in passato, ma spesso il risultato non è stato all’altezza perché il complesso delle interazioni sessuali e potenzialmente divertenti è così ricco che collocare la giusta esagerazione nel posto corretto è talvolta un’opera difficile da realizzare. D’altra parte c’è da considerare la sensibilità del pubblico, che indubbiamente rischia di creare uno schermo di imbarazzo tra lo spettatore e il piano linguistico e allusivo in gado di inficiare la fruizione del prodotto. Il rischio costante per una serie del genere è di cadere in una forzatura senza fondamento, ma Big Mouth ha saputo individuare una base solida da cui sviluppare una comicità istrionica e viscerale: la pubertà. L’elemento cardine della nuova serie animata Netflix è anche quello che regge meglio la costruzione del nonsense e dell’esagerazione cercata. Ma questo, d’altra parte, palesa anche delle difficoltà quando l’argomento tende ad evadere troppo dal focus principale. In generale quindi le sequenze con i ragazzi funzionano a meraviglia, grazie anche ad un’atmosfera che ricalca alla perfezione quella della pubertà più celata, mentre le situazione create attorno a personaggi secondari quali genitori e professori perdono il senso dell’opera e lasciano percepire uno scarto di contestualizzazione comica rispetto alle precedenti. Questi momenti rallentano il ritmo e lasciano entrare un nonsense che non contribuisce allo sviluppo di una trama lineare. Seppure si tratti di una serie di episodi sostanzialmente autoconclusivi, l’elemento amoroso e le situazioni che vengono a crearsi tendono naturalmente a richiamarsi nel corso delle puntate, creando una velata narrazione orizzontale. È l’argomento della pubertà stessa a richiedere un’evoluzione della situazione presente; un fine verso cui tendere. In questo senso si percepisce che gli sceneggiatori avrebbero potuto osare molto di più, introducendo una narrazione continua, intervallata da momenti episodici, perché proprio nella continuità delle storie dei protagonisti sta il vantaggio di una serie animata di questo tipo e il punto a favore attorno al quale potrebbe svilupparsi in modo originale.


Oltre una narrazione con molti picchi e alcune lacune, gli sceneggiatori hanno dimostrato di essere in grado di confezionare un prodotto completo, maturo, arricchendo le gag con rimandi continui alla cultura pop e ad episodi stessi della serie, canzoni che tendono a scimmiottare miti della storia della musica (Freddie Mercury e Prince su tutti) ed esilaranti momenti di rottura della quarta parete. Il tutto a confermare la cura con cui Big Mouth è stata confezionata dai due creatori.
A rimanere nel cuore degli spettatori è però l’hormon monster, personificazione del demone della pubertà che saprà regalare momenti di televisione tanto squallidi quanto divertenti. Una vera e propria calamita di attenzioni che dimostra di avere anche dei caratteri in comune con il sommo scienziato Rick, entrando di diritto nel novero dei personaggi iconici delle serie tv animate in accoppiata con la sua versione femminile Connie.



Big Mouth non è da prendere dunque come un delirio sessuale alla stregue dei vari American Pie ai quali ci ha abituato il mercato statunitense, perché in questo caso è il contesto a fare la differenza e a rendere ogni scelta forte perfettamente in linea con la scelta iniziale. La coerenza però non basta a mascherare alcune lacune, anche se la possibilità, solo sperimentata in questa prima stagione, di una linea narrativa continua a cui aggiungere tasselli totalmente deliranti e sconnessi - come la metafora della pornografia presente nell’ultimo episodio - lascia ben sperare per una seconda stagione che proponga il definitivo salto di qualità. Il consiglio sulla visione di Big Mouth dipende da voi, se siete in grado di ridere di ciò che tenete nascosto anche a voi stessi e di un passato condiviso ormai sepolto è assolutamente la serie che fa per voi. Da guardare rigorosamente da soli però, una visione in compagnia sarebbe davvero troppo.

martedì 30 maggio 2017

TWIN PEAKS 3 - EPISODI 3 & 4

Dopo una premier esaltante, Lynch sceglie di rallentare il corso degli eventi per focalizzarsi principalmente su un filone narrativo, quello che vede l’agente Cooper in giacca e cravatta tornare indietro al tempo reale per recuperare la sua identità. Nello spazio lasciato dalla singola trama si inserisce finalmente l’ironia caratteristica delle prime due stagioni, con i suoi toni sopra le righe, talvolta nonsense, talvolta kitsch.


Il terzo episodio si apre con un’appendice del viaggio onirico di Coop verso il mondo reale. Se nella puntata precedente avevamo visto l’agente dell’FBI materializzarsi per pochi frangenti all’interno della misteriosa scatola di vetro, qui possiamo seguire il suo effettivo ritorno nel mondo reale, la personificazione dello spirito. Questo momento cardine è anticipato da una sequenza che spinge molto sull’astrattismo surrealista del visionario regista: Cooper si ritrova in un luogo al limite del sogno e segue le indicazioni dei personaggi che incontra per entrare all’interno di un macchinario e tornare - senza scarpe - al mondo reale. Il protagonisti incrocia tre personaggi all’interno di questo spazio astratto: la donna cieca, il volto del maggiore Briggs e la donna sul divano. Per tutti e tre mancano probabilmente i mezzi per riuscire a raccapezzarsi nell’analisi degli eventi, ma il volto fluttuante del maggiore richiama un elemento ricorrente della serie: la rosa blu. Rosa blu che rimanda lo spettatore direttamene al film prequel del ’92 “Fuoco cammina con me” (FWWM). Nella pellicola in questione, l’elemento della rosa blu veniva solamente menzionato per muovere l’agente speciale Desmond a tornare sui suoi passi. Il significato specifico della rosa blu è ancora avvolto da un denso strato di mistero, ma appare palese rientri nel codice utilizzato dall’FBI. Immagino quindi che personaggi storici dell’associazione come Gordon e Albert possano svelare il mistero non appena si presenti l’occasione. 


Tornando alla comprensione degli avvenimenti nello spazio astratto, due dettagli hanno colpito la mia attenzione:  i rumori che anticipano la comparsa del “padrone” dell’area e l’orologio che segna le 2:53. I rumori sono palesemente quelli della scatola di vetro che si rimpicciolisce e si ingrandisce con un sistema meccanico. Non è chiaro quale collegamento ci sia tra la scatola a New York e il piano metafisico della donna cieca. Non è chiaro se l’essere apparso dopo Cooper nella scatola possa essere lo stesso di cui la donna sul divano teme l’arrivo. Questa versione proverebbe la teoria secondo cui quell’essere sia stato inviato da qualcuno al fine di fermare il ritorno di Cooper ne mondo reale. L’orologio invece ci indirizza verso una conclusione certa: il piano metafisico mostrato nei primi minuti del terzo episodio è la loggia nera per gli abitanti che parlano al contrario, ma non è la loggia nera per il tempo che scorre come sulla Terra. Si tratta a mia parere di un piano intermedio, adibito propriamente al ritorno della anime nel mondo reale attraverso l’apposito macchinario.


Attraverso il macchinario della personificazione, Coop si sarebbe dovuto riappropriare del suo corpo, quello posseduto da Bob per venticinque anni. In realtà le cose non vanno come previsto e l’anima di Coop finisce nel corpo di un terzo doppelganger, Dougie Jones, in Nevada, mentre l’anima di questo nuovo personaggio fa ritorno nella loggia nera per sgonfiarsi come un palloncino e rivelare la sua vera identità di essere farlocco, creato per uno scopo preciso. Questa pratica all’apparenza mistica coinvolge una sfera d’oro e soprattutto l’anello della loggia, che fa il suo ritorno sulla scena dopo essere brevemente apparso nel film FWWM. Il suo funzionamento, rispetto a quanto potevamo attenderci, sembra essere variato: se il pubblico aveva ricostruito le vicende dell’intricato film equiparando l’anello ad una sorta di talismano contro le possessioni demoniache, qui la situazione si complica. L’anello potrebbe essere allo stesso tempo lo strumento utilizzato per la creazione di un terzo doppelganger  o l’elemento attraverso cui è stato possibile deviare il ritorno dell’anima di Coop. In entrambi i casi le possibilità dell’oggetto si allargano a dismisura rispetto alle premesse. Io propendo più per la seconda ipotesi, la quale potrebbe in qualche modo spiegare la reazione di Mr C. al ritorno di Cooper. Lo scambio di corpi del terzo episodio riporta sullo schermo anche la garmonbozia, elemento inventato da Lynch per spiegare il comportamento degli enti della loggia e introdotto per la prima volta in FWWM.


Dopo il ritorno nel mondo reale, il personaggio di Cooper, sostituitosi a Dougie Jones, soffre il tempo passato fuori dal tempo e risente della durata della sua assenza. Pur rimanendo in contatto con Mike, Coop non riesce a collegare il momento presente con periodo passato nella loggia e finisce per aggirarsi come un automa per le vie del Nevada, non riuscendo ad interpretare i segnali della loggia nera e risultando estremamente ilare, anche se il finale con la storica tazza di caffè lasica intendere un rinsavimento. Dal momento della personificazione in poi la trama si focalizza soprattutto sul girovagare di Cooper, con una breve parentesi a Twin Peaks per mostrare vecchi (Bobby) e nuovi personaggi (il nuovo sceriffo, Waldo). Pochi indizi realmente necessari e una dose di fan service che non guasta.


È con l’opera dell’FBI che la trama torna a galoppare verso uno sviluppo sempre più frastagliato che coinvolge anche Philip Jeffries, personaggio comparso nel film FWWM e interpretato dal compianto David Bowie. Gordon e Albert, accompagnati dall’avvenente agente Tamara, si dirigono in South Dakota dopo aver ricevuto la notizia del ritrovamento di Dale Cooper, ma l’incontro tra gli agenti e l’uomo posseduto da Bob lascia emergere tutte le perplessità dei federali, amplificate dall’incidente riguardante Philip. Se da una parte la narrazione sembra muoversi in maniera lineare, andando a ricostruire frammanti di questi venticinque anni passati senza Dale Cooper, il personaggio di Philip Jeffries continua a destare curiosità per le sue sparizioni e per il legame che sembra avere con la loggia. Il questo episodio di conclude quindi con Albert e Gordon intenzionati a ripartire per Twin Peaks per avere un colloquio con una donna misteriosa. Che sia la signora ceppo o potrebbe essere la donna vestita di rosso del film? Potrebbe trattarsi di un altro personaggio femminile storico della saga?



In questo doppio episodio Lynch torna ad un’impostazione più classica della serie senza però tralasciare le tonalità cupe e la maturità dell’operato del regista. Lynch è quello del ’91, ma allo stesso tempo ha evolutola sua estetica trascendentale verso lidi superiori.
Il merito di Twin Peaks 3 è continuare a stuzzicare la mente dello spettatore con rimandi precisi e scelte apparentemente fuori dalle logiche possibili. Per condurlo in una trama senza spiegazioni facili, per rendere tangibile un’esperienza metafisica. Il tutto coinvolge e porta lo spettatore a chiederne sempre di più. un episodio richiama subito quello successivo e più aumenta la complessità, più aumenta la gratificazione della comprensione personale. Interpretazione.

Alla prossima settimana. Hellooooooo!

mercoledì 24 maggio 2017

TWIN PEAKS 3 - EPISODI 1 & 2

La via che porta verso casa dopo un interminabile esilio durato venticinque anni potrà essere ripida, sconnessa, ma avrà sempre quell’odore caratteristico, lo stesso che ci aveva fatto innamorare dei luoghi natii. Per Lynch l’odore è quello dell’olio bruciato, il luogo natio la loggia nera.


Twin Peaks torna ad imporsi come prodotto reale della mente visionaria del suo autore, stavolta non costretto dal gusto comune e da logiche di produzione, ma libero semplicemente di esprimere la sua visione metafisica attraverso una forma oltretelevisiva. Il ritorno è dolce quanto amaro, segnato dalla tragica conclusione della seconda stagione che vedeva il corpo dell’agente Cooper posseduto dallo spirito malvagio di Bob. La narrazione riprende venticinque anni dopo, con l’escamotage di una lieve retrodatazione, per muoversi in maniera del tutto contraria al senso comune. Se altri revival famosi in questi ultimi anni hanno riaperto un capitolo chiuso con il classico espediente della presentazione delle storie presenti, Lynch sceglie di alterare il corso temporale e di presentare anticipatamente una galleria di personaggi e situazioni nuove, indubbiamente distanti dalla conclusione della seconda stagione. Il tempo ha cambiato anche i luoghi, i modi, i volti, ma non i tempi dell’azione, attraverso i quali Lynch ricostruisce un cordone ombelicale con la ricerca della loggia nera e chiude, al termine del secondo episodio, un cerchio di visioni che apre finalmente le porte al ritorno fisico dei protagonisti di Twin Peaks (fan service della scena al Bang Bang Bar). Con questa scelta narrativa, Lynch allarga a dismisura la sua narrazione, fortifica la trama e fonda delle basi solidissime per costruire una serie profonda, stratificata.


La serie si apre con l’immancabile gigante, a colloquio con Dale Cooper in una cupa atmosfera grigia. L’entità, come suo solito, si esprime attraverso tre indovinelli - celebri quelli del primo episodio della seconda stagione. I nuovi, che ci terranno svegli per notti, sono:

Remember 4-3-0

Richard and Linda

Two birds with one stone

Gli ultimi due in realtà potrebbero far parte del medesimo inciso (“Richard and Linda, Two birds with on estone”). Se il terzo indizio del gigante al momento lascia poco spazio alla speculazione, i primi due potrebbero già trovare una spiegazione.
Remember 4-3-0. Tre numeri, di sui due già comparsi nel corso delle prime due stagioni. Si tratta di due numeri legati al personaggio di Hawk, rappresentato spesso con una tessera del domino in mano, prima raffigurante tre punti, successivamente quattro. Inizialmente i fan avevano cercato di spiegare il cambiamento di numero legandolo alle uccisioni dell’agente di polizia, in quanto, effettivamente, il cambio coincide con un’uccisione compiuta dal personaggio. Non è chiaro però il riferimento allo zero, ma credo sia indubbio il legame tra questo indizio e Hawk, successivamente centrale in un paio di frangenti in questi primi episodi.


Richard and Linda potrebbero invece essere due personaggi all’interno della serie, o il riferimento voluto di Lynch a due artisti del folk internazionale, i quali divennero famosi negli anni ’70 per alcuni successi che richiamavano il tema delle luci: “I want to see the bright lights tonight”, “Shoot out the lights”. Il riferimento potrebbe essere calzante, alla luce dell’attenzione particolare che Lynch dimostra di avere per il posizionamento e per l’effettiva funzionalità delle fonti luminose, come ad esempio nella scena ormai classica dei fari dell’auto che illuminano il percorso o nelle sequenze ambientate a New York.


Se le prime due stagioni di Twin Peaks avevano subito con il tempo un effetto albero, andando così a sviluppare sottotrame sempre più lontane tra loro, questa terza stagione sembra più orientata verso il modello ad imbuto, che vede differenti narrazioni ritrovare dei punti di contatto per poi effettivamente ricostruire un quadro unico, coerente e definito. In particolare spiccano tre filoni narrativi principali: l’omicidio della bibliotecaria di Buckhorne, il risveglio di Cooper nella loggia nera e la scatola di vetro. Se le ultime due sottotrame scoprono un legame profondo verso la fine del secondo episodio, l’omicidio di Ruth Davenport sembra seguire una tematica più immanente, sulla scia dello stile di Fargo, ma è anche il pretesto per portare sullo schermo il personaggio del Doppelganger di Dale Cooper, uscito dalla loggia nera nell’ultimo episodio della seconda stagione e probabilmente guidato ancora dallo spirito di Bob. Per venticinque anni Bob si sarebbe quindi aggirato tra gli umani con le sembianze dell’agente dell’FBI, ma qualcosa viene a reclamare il conto: è la loggia nera che chiede indietro il suo figlio più violento. Questo è probabilmente il motivo della presa di coscienza dello spirito di Coop, ancora rinchiuso nella loggia nera, che, aiutato da alcuni personaggi storici presenti come spiriti all’interno della loggia, tenta di sfuggire al piano metafisico prima che Bob vi faccia ritorno. Non è chiaro se lo sviluppo contorto della sua vicenda sia effettivamente il decorso naturale della scadenza dei venticinque anni o se la mediazione degli spiriti abbai contribuito ad infrangere le norme della loggia. Io propendo più per la seconda ipotesi e successivamente vi spiegherò le mie motivazioni, ma per farlo è necessario introdurre la scatola di vetro. Probabilmente l’elemento più enigmatico di questi primi due episodi, della teca in questione sappiamo che è uno strumento voluto da un magnate misterioso, che alcuni ragazzi sono stati assoldati per osservarla incessantemente e che uno di loro, prima di lasciare l’impiego, ha visto qualcosa entrare dall’oblò sulla città di New York. Al di là di una realizzazione tecnica degli interni meravigliosa, lo strumento assume un significato in seguito all’ultima sequenza riguardante il ritorno dell’originale Dale Cooper, il quale precipita nel pavimento della loggia e si ritrova a fluttuare al di fuori dell’oblò, per poi entrare nella teca e subire una serie di mutamenti meccanici prima di scomparire nuovamente. E su quello che accade dopo che vorrei concentrarmi, ossia sulla comparsa dello spirito nero che uccide brutalmente i due amanti. Una somiglianza anatomica con il “volto” dell’albero potrebbe legare l’essere alla loggia e quindi spiegare la natura dell’uscita di Coop dal piano metafisico. In questa teoria sperimentale, l’agente Cooper avrebbe infranto l’ordine della loggia riuscendo ad evadere e l’albero avrebbe assunto delle sembianze umanoidi per poter inseguire la pecorella smarrita. L’essere oscuro che appare nella teca potrebbe essere una personificazione reale dell’albero, concepita allo scopo di eliminare coloro che infrangono la legge della loggia. L’albero, come escrescenza autonoma del braccio di Mike, potrebbe essere puro male, una delle entità più influenti all’interno della loggia nera, in contrasto con Bob per la supremazia all’interno del piano metafisico o in combutta con più noto spirito maligno. In ogni caso avrebbe molte ragioni per inseguire il vero Dale Cooper, perché solo se Bob rientra nella loggia nera Dale può tornare alla realtà.


All’esterno del trittico narrativo sul quale si fondano queste due puntate, vengono presentate diverse situazioni apparentemente autonome, che nascondono dei collegamenti diretti con la trama principale che sembra essere quella legata al ritorno di Bob nella loggia nera. Tra le sottotrame più interessanti ricordiamo l’opera di Hawk, che potrebbe essere entrato nella loggia in salvaguardia della sua eredità.


Twin Peaks è tornato, Lynch è tornato e lo ha fatto con arte pura a servizio di una magnifica narrazione. Il momento nostalgico del ritorno dei protagonisti delle prime due stagioni c’è stato, ma è stato intelligentemente diluito nel corso dei primi due episodi per sfociare nell’ultima meravigliosa sequenza sulle note di “Shadows”.

“James is still cool,
He’s always been cool.”

Quello che gli autori hanno promesso di realizzare, quello che avevano da sempre rivendicato contro una chiusura anticipata si sta effettivamente concretizzando. E questa serie, oltre la dimensione televisiva che la lega alle due precedenti stagioni, si pone come summa definitiva dell’opera filosofica-artistica del maestro David Lynch. Se queste prime due puntate fossero un film, staremmo parlando della rivelazione cinematografica dell’anno, della mano più posata del cinema. Allora riconosciamo a Lynch la superiorità palese che ogni sua inquadratura esprime. Non tutti potranno seguirlo, in pochi potranno capirlo, nessuno potrà scalfirlo.


Note sparse a margine:


Da un dialogo tra il doppelganger di Dale Cooper e la moglie del preside di Buckhorne veniamo a sapere che quest'ultima è stata guidata da uno spirito per un periodo indefinito. Lo spirito in questione potrebbe essere quello completamente nero che si intravede per pochi secondi nella cella accanto a quella del preside.
In ogni caso possiamo affermare che se muore il corpo che ospita uno spirito mentre questo vi alloggia, anche lo spirito subisce la stessa sorte.

Le entità che abitano la loggia sotto le sembianze di personaggi reali delle prime due stagioni (Laura e Leland Palmer) hanno probabilmente mantenuto una forma umana all'interno del piano metafisico, ma non possono esistere al di fuori di esso. La mancanza di un tempo causerebbe l'impossibilità della dipartita delle anime. La scena in cui Laura si mostra confusa sulla sua identità e successivamente svela la sua vera natura mistica togliendosi il volto mostra l'essenza globale a cui le anime appartengono quando vengono rinchiuse nella loggia e successivamente perdono i loro corpi umani. Un'entità unica che si manifesta con le forme degli spiriti rimasti rinchiusi nella loggia.


Catherine E. Coulson, l'attrice che interpreta la signora ceppo, è venuta a mancare nel settembre 2015 dopo una lunga malattia. La scene che la vedono protagonista in queste due puntate sono state girate proprio nel 2015, poco prima che morisse, prima ancora che Lynch iniziasse a girare la terza stagione. Lo stato di salute del personaggio era, all'epoca, probabilmente lo stato di salute della donna, ma la malattia non ha arginato la voglia di essere parte di questo storico progetto, e l'amicizia decennale con il regista ha fatto il resto. Questa storia mi ha convinto di due cose: Lynch ha sempre avuto in mente la sua creatura, non aveva bisogno d'altro che dei mezzi per realizzare la sua arte, e Twin Peaks vale più di cento Black Mirror.

venerdì 28 ottobre 2016

DIGIMON ADVENTURE TRI - DETERMINAZIONE

Se Dragon Ball Super la stanno guardando in pochi, il ritorno dei primi digiprescelti è cosa da eletti visionari. Riprendiamo un attimo il filo del discorso per chi non avesse la più pallida idea di cosa sia Digimon Adventure Tri: dopo quindici anni dalla prima messa in onda della serie d’esordio incentrata sui mostri digitali, la Toei ha deciso di realizzare un seguito diretto delle avventure di Tai e compagni. Il problema fondamentale è però il formato di questa operazione un po’ commerciale, cioè la fruizione cinematografica. Quella che infatti si presenta come una comune serie ad episodi sui peggiori siti di pirataggio streaming, è in verità la riproposizione di quattro lungometraggi animati andati in scena nella sale nipponiche. O per meglio dire, che sono andati e andranno in scena nelle sale del sol levante, visto che l’ultimo capitolo - in italiano “Perdita” - è atteso per febbraio del nuovo anno. questa scelta alquanto infelice ha portato ad una dilatazione dei tempi deleteria per il ritmo di una serie animata che vive di scontri e trame lineari. Dopo aver visto il primo film, quindi i primi quattro episodi, quasi in contemporanea con il mondo, ho recuperato il secondo film solamente pochi giorni fa, sentendo inevitabilmente lo stacco temporale tra le due visioni. Le serie si dicono tali perché il collegamento tra le varie parti di cui sono composte richiama ad una visione unica e regalora, in modo da tenere a mente una continuità di spazio, tempo e azione. Davvero non riesco a spiegarmi il senso di una proposta del genere, che certamente da più tempo agli sviluppatori e agli animatori di lavorare con la giusta calma, ma, almeno nel civilizzato Occidente, questo format ha allontanato anche i fan di vecchia data dal glorioso ritorno dei nostri amati digimon.


Ma parliamo del secondo film, “Determinazione”. Dopo la riunione del primo capitolo, ci si sarebbe potuti aspettare più movimento da parte dei protagonisti e delle loro controparti digitali, ma così non è stato e i quattro episodi si sono succeduti nell’inutilità generale. Quando si prospettava un ritorno a Digiworld e un rinato conflitto tra digiprescelti e forze del male, gli sceneggiatori della Toei hanno pensato bene di sfruttare tre, e dico TRE, episodi dei quattro a disposizione per raccontare l’organizzazione di una festa scolastica. Hai centinaia di mostri con facoltà di digievolversi facendo emozionare grandi e piccini, hai un mondo parallelo al nostro ancora sconosciuto nelle sue dinamiche più profonde, hai le basi di una trama interessante con vecchie glorie e nuovi personaggi e scegli di focalizzarti sulla festa scolastica. Vediamo quindi Mimi e Meiko spendersi anima e corpo per trovare il vestito adatto, le stesse ragazze gestire un bar per la festa scolastica e - udite udite - i digimon protagonisti vincere un concorso per il miglior costume venendo scambiati per bambini travestiti. Tutto questo poco in appena settanta minuti. Un uso oculato del tempo. Soltanto del finale dell’ultimo episodio la situazione sembra finalmente incendiarsi con l’arrivo nostalgico del vecchio Ken e lo scontro nella distorsione digitale.
Facciamo però un passo indietro, perché qualcosa di salvabile nei primi tre episodi c’è. Si tratta della condizione di Joe, che prosegue e viene approfondita continuando quanto di buono fatto nel primo lungometraggio. Joe è l’unico del gruppo a dissociarsi dalla riunione per perseguire i suoi obiettivi professionali. Con un solo forte gesto, i creatori sono riusciti a mettere in dubbio l’immediatezza e la spontaneità dl rapporto tra creature e digiprescelti e a muovere una pesante critica al sistema nipponico, il quale porta all’estremo una meritocrazia lavorativa schiacciante che annulla il resto dell’individuo. Anche il rapporto tra Taichi e Yamato (che io continuerò a chiamare Tai e Matt), dopo lo scontro ideologico della fine del primo capitolo, è riuscito a svilupparsi in maniera intelligente, anche se la fine delle ostilità, segnata da un solo cenno col viso, mi è sembrata un ritorno all’età preadolescente della prima serie.

Rosemon, che non ci crede nessuno che questo è un "mostro digitale". Dai. Nessuno.

Vikemon


Tornando quindi allo scontro finale, devo dire che esso è riuscito a coinvolgermi come facevano le emozionanti battaglie tra i primi cari amici digitali. Le digievoluzioni di Zudomon e Lillimon in Vikemon e Rosemon mi sono sembrate un po’ forzate, anche se effettivamente anche i digiprescelti secondari richiedevano a gran voce un’ulteriore forma evolutiva. Se riuscissero a spiegare in maniera credibile il fatto che queste nuove evoluzioni siano state rese possibili dalla frattura digitale tutto assumerebbe un senso. Nel design ho preferito decisamente Vikemon a Rosemon, ormai destinata ad avvicinarsi ad una prosperosa ragazza umana piuttosto che al cactus antropomorfo che era Togemon. Il colpo di scena finale finalmente, dopo otto episodi, ricollega le trame presenti e spalanca le porte all’azione pura e agli scontri epici a colpi di bolle d’aria. Finalmente la storia si infittisce e la serie è chiamata a rivelarsi per le sue reali possibilità. Che sia un grande ritorno. Patamon in the way.

martedì 25 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO FINALE

“È decisamente emblematico come l’episodio peggiore dell’intera serie coincida esattamente con l’epilogo.”
E ci risiamo. Passano gli anni ma non passa la speranza di vivere qualcosa di indimenticabile, un’esperienza come Lost. Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, con i problemi di una serie mediocre e l’effettiva povertà di questa seconda stagione. Nonostante alcuni episodi ben riusciti, soprattutto nel momento in cui è stato introdotto il personaggio di Margareth, il finale di questa seconda stagione è il modo peggiore con cui poteva chiudersi l’intero spettacolino imbarazzante. Attendevamo da settimane uno scontro aperto tra le varie fazioni, aspettavamo con ansia che si svelassero i misteri più segreti delle aberrazioni e della loro organizzazione sottotraccia, invece tutto ciò che abbiamo ottenuto è una serie di consultazioni pedanti e inconcludenti che simulano l’attesa di qualcosa di ingestibile, ma che culminano in poche scene antiadrenaliniche e molte, troppe scelte sbagliate.


Jason era sembrato spacciato già dalla fine del nono episodio, ma gli sceneggiatori hanno deciso di trascinarlo in fin di vita per altri dieci minuti di spettacolo, giusto per allungare il brodo e mostrare Theo Yedlin infrangere il giuramento di Ippocrate. Come volevasi dimostrare, Jason muore in sala operatoria e la serie perde malamente un altro dei suoi protagonisti. A questo punto, senza che io riuscissi bene a comprenderne il motivo, Theo diventa padrone indiscusso della scena e comincia a decidere per il futuro di coloro che dovranno essere incapsulati. Ad un certo punto siede anche al tavolo delle trattative con CJ, il quale, senza fare una piega, gli riconosce la responsabilità e il potere di decidere per la razza umana. Dov’è la gerarchia nazista che vigeva alle spalle di Jason? Dov’è l’armata militare? Dov’è la prima generazione che, nel finale della prima stagione, aveva completamente capovolto gli esiti della rivolta di Matt Dillon? Perché CJ, l’uomo del tempo, colui che ha sempre agito all’ombra del potere portando avanti le proprie battaglie, cede così alle decisioni del medico appena scongelato? In questo modo crolla tutta la credibilità di una struttura militare e paramilitare che aveva tenuto soggiogata la popolazione per l’intera durata della serie. Non ricordavo buchi di trama così enormi da Flash Forward.


Intanto Margareth, che era morta nel precedente episodio, ma non era morta nel precedente episodio, raduna un’orda di aberrazioni pronte ad assalire la ridente cittadina di Wayward Pines per vendicare l’invasione del territorio e gli ultimi compagni uccisi da Jason. Tenete bene a mente che questo esercito è già ben attrezzato all’inizio dell’episodio. Nel mentre, in città si diffonde la notizia che le capsule non basteranno per tutti e gli esclusi cominciano a fomentare la rivolta. A questo punto le mie aspettative, fino a quel momento davvero rasenti allo zero, hanno cominciato a subire un lieve rialzamento: si prospettava l’atteso scontro tra le varie fazioni che avevo ipotizzato tempo fa. Poi Theo dà ascolto alle parole dell’ex moglie Rebecca, torna in città a prendere Xavier e il ragazzino gay (di cui effettivamente avevamo perso le tracce), viene attaccato da un paio di rivoltosi e Xavier colpisce con un proiettile una molotov che uno dei due era in procinto di lanciare, la molotov scoppia e i due assalitori rimangono uccisi. FINE DELLA RIVOLTA. Finisce così. Basta.
Intanto Margareth incita l’orda di aberrazioni che risponde con grida animalesche e Theo decide di sacrificarsi per il bene dell’umanità, ma viene sostituito da Kerry, che deve espiare la colpa di aver cercato di procreare un figlio col figlio. I nostri eroi scelgono di alsciare a CJ la scelta della destinazione temporale e si congelano.

Qualcuno ha detto terza stagione?

Intanto Margareth continua a gridare contro il suo esercito per spronarlo a combattere strenuamente contro il nemico invasore. Così vediamo Kerry attraversare il cancello degli inferi, Xavier e Rebecca darsi un appuntamento a lungo termine e CJ titubare un po’ sul da farsi, tra mogli fantasma e orizzonti di gloria. E la serie si conclude così. Senza lampi, senza azione, senza colpi di scena finali. Non ci sono stati i ritorni che attendevamo, non ci sono stati colpi di scena degni di nota che non fossero strascichi dell’episodio precedente. Non c’è stato lo scontro tra la popolazione di WP e gli Abby, che sono rimasti per l’intera puntata in attesa di un segnale da parte di Margareth, il che potrebbe assomigliare ad una serie incentrate sulla preparazione per un’importantissima partita di calcio senza che questa abbia mai luogo, per dirla alla Karim. E cosa resta degli abitanti rimasti fuori dal programma di congelamento della razza umana? Non ci è dato saperlo. l’unico elemento che avrebbe potuto creare una sorta di interesse nello spettatore viene bellamente omesso.

Toby Jones che "Chissà come ci sono finito in questo obbrobrio"

C’è poco altro di cui parlare perché poco altro ha rappresentato questa seconda stagione, che non è riuscita in nessun modo a ricalcare le orme dell’accettabile ma controversa prima. Le avventure di Theo, Rebecca e Jason sono state inconcludenti, noiose, prive di mistero e soprattutto inutili. Tutto ciò che è successo nell’ultimo episodio poteva tranquillamente essere messo in atto solo un paio di puntate e ci saremmo risparmiati un’agonia terribile. Il modo in cui sono stati trattati poi i personaggi che avevano retto la prima stagione è aberrante, morti uno dopo l’altro per questione probabilmente esterne alla produzione della serie, immagino avessero altri impegni improrogabili, anche se, rispetto a WP 2 anche la capatina mattutina al bagno può essere considerata un impegno improrogabile. Tutto ciò che non volevamo fosse è stato, e mi dispiace per coloro che ci hanno creduto e per coloro che hanno prestato il loro volto affinché questo abominio avesse una parvenza di credibilità, uno su tutti Toby Jones. Una serie da buttare in toto, senza elementi positivi che mitighino la tristezza di aver perso e tempo e speranze.

Il logo. L'unica cosa salvabile in questo scempio

Ma prima dei titoli di coda viene mostrato un neonato umano mentre piange in braccio ad un Abby. Questo potrebbe voler dire l’intenzione di produrre una terza stagione, ma l’errore l’ho già commesso una volta, dando fiducia alla seconda stagione. Non accadrà di nuovo.

COMMENTI WAYWARD PINES. FINE. PUNTO.

domenica 16 ottobre 2016

SERIE DI CUI NON PARLERÒ: LOVE

Netflix è sinonimo di qualità, ma qualità non è sinonimo di buona riuscita, o almeno non sempre.
Love è una serie che si muove nel quotidiano delle vite dei due protagonisti, e vorrebbe narrare in maniera realistica le dinamiche della nascita dell’amore tra due individui molto diversi tra loro. Gus è un ragazzo impacciato, perennemente fuoriposto. Non segue le mode, non frequenta i posti più quotati e vive le sue giornate nella periferia, rischiando poco, sporgendosi poco. Mickey è invece una sfacciata ragazza del ventunesimo secolo: un po’ depressa, un po’ infelice, un po’ distaccata dalle sue coetanee più in vista, un po’ frustrata dalle situazioni che le sono sfuggite di mano. Due personaggi diversi, sì, ma accomunati dalla stessa estrazione sociale, quella degli emarginati dalla comunità fondata sull’esibizione e sull’esibizionismo. Sboccerà l’amore tra i due, ma sarà qualcosa di indefinitamente spigoloso, lontano dalle correnti comuni e distante dalle concezioni moderne di relazione fissa.


Alla luce delle premesse, Love poteva essere un’altra bella sorpresa targata Netflix, ma alla fine dell’ottavo capitolo - di dieci - ho deciso che non avrei portato a termine la serie. Il problema è molto semplice: pur riuscendo a centrare il clima e il realismo, Love non ha in sé la vis comica per riuscire a intrattenere. La scelta di puntare tutto sul realismo della relazione ha portato ad un’esagerazione delle dinamiche che volevano allontanarsi dai canoni televisivi e cinematografici. In questo modo però anche i tempi comici hanno perso di valore, producendo soltanto una serie di situazioni disdicevoli, allungate e boriose, caratterizzate unicamente da dialoghi inconcludenti. Questa politica seriale è stata portata avanti in particolar modo attraverso il personaggio di Gus che, con la sua inevitabile inappropriatezza, riesca a risultare imbarazzante in ogni situazione. Ogni contesto, battuta, dialogo con un personaggio secondario è un ottimo pretesto per scatenare nello spettatore e nello stesso protagonista un senso di assoluto imbarazzo. Proviamo realmente vergogna per ciò che Gus fa e dice, vorremmo essere con lui per evitare il peggio e fermarlo prima che smarrisca la faccia, e con essa la dignità; ma ciò non è possibile e ci troviamo inevitabilmente invischiati in un processo per cui la vergogna diventa quasi la nostra. Nulla da dire sulla costruzione di questi frangenti, se non che non riescono mai a scatenare ilarità. Ci si guarda attorno in uno stato confusionale cercando di capire se siamo noi a non aver colto la battuta, se siamo noi a reagire su tempi comici sbagliati e obsoleti, o se sia la serie a mancare evidentemente in questa sua componente, che suppongo sia quantomeno fondamentale se si parla di una serie comedy.
A lungo andare queste situazione scabrose diventano fastidiose e a tratti insopportabili. Si è spinti a guardare non per le emozioni che lo spettacolo riesce a trasmettere, ma solamente per cercare di capire dove gli sceneggiatori vogliano andare a parare con una trama che mostra comunque pochi guizzi. Diventa una noiosa agonia scoprire cosa si celi nel futuro dei due innamorati emarginati.
Eppure la serie era partita con il piglio giusto, un episodio davvero ben riuscito nel quale venivano presentati i personaggi in situazioni probabilmente più caricaturali. In contesti simili, le loro qualità imbarazzati parevano meglio inserite nel tessuto complessivo e lo spettatore poteva ridere di una festa di vicinato finita male o di un triangolo incestuoso. Ma da quel momento in poi la serie ha sparato molti colpi a salve, come la questione della cena per farli conoscere e la serata magica. Elementi che in questo mood generale non hanno fatto altro che allontanare l’interesse comune.

Non tutte le serie Netflix escono col buco.

mercoledì 5 ottobre 2016

SERIE DI CUI NON PARLERÒ: MASTER OF NONE

Fino a poco tempo fa, per me Aziz Ansari era il medico svogliato di Scrubs, quello che faceva penare Cox per le sue capacità sprecate a causa dell’innata pigrizia. Solo qualche settimana fa, grazie al mio abbonamento-sanguisuga a Netflix, ho potuto scoprire il vero volto del comedian statunitense, che ha avuto la brillante idea di ricalcare le orme dell’irresistibile Louie e di proporre una serie TV originale Netflix in cui egli impersona una sorta di sua controparte televisiva. Dev Shah infatti non è altro che una versione romanzata dello stesso Ansari, e ciò lo si nota da alcuni punti di contatto notevoli tra le due figure, che vanno a creare i veri e propri pilastri su cui si regge la serie. Per questo, eliminando ogni sorta di espediente narrativo creato ad hoc per Dev, rimane il vero Aziz, con le sue manie, le sue preoccupazioni, le sue radici e le sue ambizioni. Ed è proprio questa veridicità di fondo a dare quel tocco di autorialità che caratterizza la serie e porta a pensare che il vero Master of None del titolo non sia tanto Dev, quanto Aziz, quanto una generazione schiacciata dalla globalizzazione e dalle aspettative, dalla convenzione sociale e da un futuro in regressione.



La serie si struttura saldamente attorno al protagonista, tanto da tralasciare spesso i personaggi principali, ma tutto è funzionale alla traduzione televisiva del fumo grigio e viola che ispira i creatori della serie. Attraverso Dev veniamo trasportati con molta leggerezza ed eleganza nella New York dei giorni nostri, e ci ritroviamo a seguire le vicende professionali e personali di un giovane aspirante attore. I temi principali di questa prima stagione dello show sono legati principalmente alla realizzazione dell’autore nell’ambiente spesso ostico in cui si trova. Discriminazioni, sciacalli, feste al sapore di nulla e ancora discriminazioni. Nel complesso, la prima stagione potrebbe essere presa come uno spaccato della vita di un semplice trentenne in una città che comprime. Il punto più alto della prima stagione, almeno a mio parere, è l’episodio in cui ripercorriamo medi di relazione con Rachel, la ragazza del preservativo bucato nella prima sequenza del primo episodio. In trenta minuti riusciamo a scorgere la passione, l’amore incondizionato, l’arrivo della routine, la fine delle emozioni travolgenti e ancora l’amore. Il perfetto bilanciamento di questi momenti produce un grande spettacolo per il piccolo schermo, e conferma ancora le incredibili capacità di scrittura del duo Ansari-Yang, senza le quali Master of None sarebbe un’altra sitcom, l’ennesima. E invece Master of None non è una Sitcom, è qualcosa di più dal punto di vista intellettuale, ma non qualcosa di meno da quello comico. La comicità di Ansari è irriverente, sfacciata, scorretta e comunque perfettamente allineata con la natura dello show, che rimane critica e intelligente. In questo ha pesato molto l’attività di stand-up comedian dello stesso autore, il quale ha travasato il suo estro per plasmare una commistione di elementi poco innovativi e dare vita a qualcosa di unico.

Le puntate di Master of None scorrono senza che ci si accorga del tempo che passa; lasciano lo spettatore incollato allo schermo. Sono divertenti, leggere e scanzonate, ma trasmettono anche qualcosa di indefinitamente oppressivo . È il disagio che si prova ad immedesimarsi in una generazione schiacciata dal mondo, quelli che stanno vivendo cambiamenti epocali senza una preparazione adatta, e si sentono a loro agio solo quando si sentono persi nel caos che li circonda. Perché, se per far piangere non c’è bisogno di piangere, riflettere non è l’unica via per generare riflessione, ma un sorriso nasconde il mondo.

lunedì 26 settembre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 6

Ci eravamo lasciati la scorsa settimana con il momento morto continuo che ancora cammina. Non si può dire che la tendenza sia stata invertita in toto, ma indubbiamente questo sesto capitolo spicca sul livello medio della seconda stagione per coerenza narrativa e capacità di costruire una storia su una serie di non detti. Fondamentalmente si tratta di ciò che finora era mancato alla serie: la capacità di intrigare lo spettatore e di fargli credere di avere qualcosa da dire prima della fine. ora qualcosa da dire potrebbe esserci; non intendo sbilanciarmi ma potremmo essere di fronte ad un finale in crescendo.
Il problema della costruzione frammentata è stato parzialmente ridotto attraverso i tagli ad alcune linee ben precise, come quella dei due ragazzi, fratello e sorella, invischiati nei loro problemi sessuali. In questo frangente gli sceneggiatori anno saputo concentrare le loro forze sull’attacco degli Abby, e tutte le sottotrame portate avanti in questo sesto episodio hanno saputo collegarsi in maniera accettabile con il filone principale. Il problema del protagonista invece continua a rappresentare uno dei maggiori punti a sfavore dell’intera seconda stagione. Rispetto alla prima, in cui era Ethan Burke a fare da mattatore, qui non riusciamo ad empatizzare appieno con qualcuno dei protagonisti, sia per questioni di scrittura che, soprattutto, per questioni di tempo. Non seguiamo nessuno nello specifico e non arriviamo ad immedesimarci nelle situazioni vissute da Theo Yedlin, sostituto ideale del compianto Ethan.


Ancora una volta la serie ha peccato nelle scelte relative ai rapporti tra le due stagione, ancora una volta la morte di un personaggio cardine della prima stagione è stata trattata come un momento di poco peo, andando ulteriormente a sfaldare la struttura portante della serie. Non è possibile costruire un progetto su basi solide e poi liquidare queste basi su due piedi. Era necessaria una scrittura più ragionata, più attenta alle risposte del pubblico al termine del primo atto. Ancora una volta la serie ha dimostrato di smarrirsi facilmente senza la guida diretta dei romanzi di Crouch. Ricreare e ricamare sopra un tessuto usato non è cosa da tutti.

Wayward Pines si è decisa a lasciare aperte delle porte per rinnovare l’interesse del pubblico. Il mistero principale è indubbiamente quello di Margareth, unico Abby femmina che, dai test effettuati, ha dimostrato di possedere un’intelligenza superiore a quella umana. D’altro canto però non possiamo affermare che questi nuovi Abby organizzati siano un’evoluzione repentina della razza dominatrice, quanto più che, parafrasando le parole di CJ, essi imitino gli atteggiamenti umani in un brevissimo periodo. Ma cosa si cela dietro l’aberrazione dell’aberrazione? Cosa nascondono i segni in rilievo sulla mano dell’unica donna? A mio parere potrebbe essere nel gene femminile la soluzione all’aberrazione e quindi lo sviluppo della razza degenerata verso la civiltà, oppure potrebbero essere le Abby femmine a comandare gli spostamenti e le azioni di quelli maschi, meno evoluti per una questione naturale.

Altro grande interrogativo è relativo al ruolo di Rebecca e ai suoi rapporti con il gruppo dei rivoltosi che ha tenuto in scacco la città per anni. Credo che prima della fine sia plausibile vedere un revival del finale della prima stagione, con scontri aperti in città tra prima generazione, ribelli e aberrazioni. In ogni caso la sensazione, rispetto al calare della prima stagione, è che sé una verità esiste, essa è là fuori, oltre le divisioni politiche e i dissapori tra coniugi. Le basi per un finale passabile sono state poste, speriamo che Wayward Pines riesca ad accendere una scintilla nel buio prima della fine.

giovedì 8 settembre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODI 3 E 4

La seconda stagione di Wayward Pines viaggia spedita verso un luogo sconosciuto, ma è il percorso sconnesso a preoccupare. Il terzo episodio, tra alti e bassi, e con un ritmo rivedibile, a reinserito nel cast un personaggio chiave della prima stagione, Pam Pilcher, che io davo erroneamente per defunta, e che invece viveva ai margine della società per aver ucciso il fratello durante l’insurrezione guidata da Ethan Burke. In realtà l’intera narrazione trova una conclusione fine a se stessa nell’arco dei quarantacinque minuti dell’episodio, facendo sembrare l’intera sottotrama del tutto non indispensabile. La breve apparizione dell’ex infermiera vuole essere lo slancio per narrare la storia del primo bambino nato a Wayward Pines e cresciuto con la convinzione di essere il responsabile del futuro della razza umana. Quel bambino era Jason e personalmente non ho disprezzato né la scelta di ampliare in questo modo il personaggio, né la caratterizzazione data al nuovo reggente. Detto ciò non posso esimermi dal rendere pubblici alcuni problemi evidenti: innanzitutto la figura di Jason appare sempre più come sconnessa dallo stesso ambiente che lui ha costruito sulle volontà del patrigno, poiché una caratterizzazione così approfondita di un personaggio chiave non può essere anticipata da un’intera stagione, la prima, in cui Jason sostanzialmente non esiste. Quasi a voler confermare il fatto che l’idea di inserire questo personaggio sia nata dopo alcuni avvenimenti della prima stagione, probabilmente addirittura dopo l’ultimo episodio. Sembra che ogni sfumatura che viene data con vigore a questo dispotico leader voglia in qualche modo rattoppare gli errori di sceneggiatura compiuti nella prima stagione. Non ho apprezzato poi, in linea generale, l’uso dei personaggi chiave della serie in questi primi episodi: finora tutti coloro che erano sopravvissuti fortunosamente all’avvento della prima generazione stanno malauguratamente morendo, chi suicidandosi, chi divorato dagli abby, chi strangolato. Anche in questo caso, un personaggio tridimensionale, una colonna portante dell’intera serie poteva essere trattata con più riguardo.
Sono rimasto contrariato anche dalla posizione assunta da Yedlin nel caso dell’episodio di Pam. Non riesco ancora ad inquadrare dalla giusta distanza il nuovo medico di Wayward Pines, ma in ogni caso il suo comportamento nei confronti del regime sembrerebbe avere più di qualche incongruenza: da una parte il sospetto e la volontà di rovesciare il sistema autoritario, dall’altra un collaborazionismo silenzioso, nonostante il coltello dalla parte del manico rappresentato dal fatto di essere l’unico medico qualificato in città. Ethan Burke, che a questo punto possiamo definire più acuto del suo alter ego Theo Yedlin, non avrebbe gettato al vento la possibilità di indagare sulla misteriosa rivoluzione d’ottobre attraverso le parole della testimone oculare Pam.



Ma, se nel complesso sono riuscito a godere della costruzione gerarchica e delle attitudini reazionarie con cui sono stati caratterizzati gli uomini d’ordine nel terzo episodio - facendo ancora riferimenti espliciti all’epoca dei totalitarismi - non posso dire lo stesso del quarto episodio. In questo caso il problema principale è stato la mancanza di un protagonista. Finora abbiamo seguito le vicende da diversi punti di vista, e il fatto che nessuno di essi sia ancora riuscito a prendere il sopravvento porta inevitabilmente la serie ad un saliscendi si ritmi poco interessante, piatto e soporifero. Si passa rapidamente dalla storia del sopravvissuto alle spedizioni alla moglie di Theo alle prese con le bambine feconde. Tanti spunti, poco pathos, nessuna struttura portante attorno alla quale costruire una narrazione solida e innovativa. Lo spettatore salta di palo in frasca, continuando  perdere interesse per tutto ciò che riguarda la civiltà del futuro. Se dovessi però indicare una trama, tra le altre, che abbia attirato minimamente la mia attenzione, quella è l’evoluzione e l’organizzazione degli abby. Appare evidente che dietro la migrazione delle aberrazioni e dietro la frase enigmatica del sopravvissuto riguardante le abitudini dell’altra linea evolutiva ci sia una sviluppo psicologico di quelle che finora sembravano essere delle bestie, guidate unicamente dall’istinto animale e dalla legge della natura. Ora, tralasciando le sottotrame che da qui in poi si svilupperanno - momenti di televisione, aimè, sempre più bassi - risulta interessante il discorso etico. E se, come pare, gli abby si evolveranno in un futuro prossimo in una razza simile a quella che li ha preceduti, se la mutazione degli abby fosse solo una deviazione nella linea evolutiva e il futuro fosse ancora in mano ai nuovi umani, che senso avrebbe l’intera impresa dell’arca? Pilcher potrebbe aver sbagliato i suoi calcoli, cancellando così completamente la vita di migliaia di persone appartenenti per natura all’anno 2014. E se gli abitanti di Wayward Pines, indottrinati e non, scoprissero di essere stati parte di un piano globale in parte inutile e in parte mortalmente pericoloso, cosa sarebe dall’ultima roccaforte della vecchia umanità? Questi interrogativi, insieme al destino di Ben, restano gli unici motivi per continuare a credere nel progetto morente di Shyamalan.

martedì 6 settembre 2016

SERIE DI CUI NON PARLERÒ: BROADCHURCH

Perché voi non pensiate che io abbia una vita sociale attiva al di fuori del blog, dello studio e delle serie di cui abitualmente vi parlo, ho deciso di parlarvi anche delle serie che ho visto in questi mesi e delle quali non vi ho ancora parlato. Che Dio ti maledica, Netflix!

Leggendo sul web di questa serie inglese, ormai datata 2013, mi ero imbattuto in recensioni entusiaste e pareri non richiesti di anonimi utenti che paragonavano Broadchurch a Twin Peaks. Così mi si è accesa una lampadina, come la scintilla che ti prende quando senti il nome di una persona cara che non vedi da tempo e vieni pervaso subito da una voglia irrefrenabile di riscoprire quella relazione. Ma la gente cambia e non torna mai alla stessa maniera. Complice l’uscita su Netflix della serie e vista la breve durata di due stagioni da otto episodi ciascuna, ho deciso quindi di fiondarmi a capofitto su Broadchurch e di cercare il mio Lynch nei sorrisi degli altri che non sorridono mai come te. Ebbene, quanto c’è dei Picchi Gemelli in questa serie? Poco, quasi nulla. Qualche similitudine per quanto riguarda l’incipit incentrato sulla figura del bambino ritrovato sulla spiaggia e poso altro. Niente FBI, niente Logge, niente gufi, né giganti, né nani. Niente di tutto quell’apparato metafisico che faceva di Twin Peaks l’opera lynchana per eccellenza. Non ho quindi trovato ciò che mi aspettavo, ma mi sono imbattuto in una grandissima produzione, una perla degli anni duemiladieci (si dice così, no?). La struttura semplice viene man mano ampliata andando a scavare nelle vite dei personaggi che risultano essere indagati nel merito dell’operato di Hardy e Miller, in particolare ho empatizzato molto con Gazza di Hogworts, vittima indiretta degli eventi.
Ciò che colpisce di questa serie è la precisione con cui si incastrano gli eventi, la cura con cui i dialoghi dipingono i personaggi e le relazioni che intercorrono tra essi in maniera impeccabile. A tenere in piedi tutto il complesso di sospetti, indizi e false pisce costruite ad hoc ci sono i due protagonisti, interpretati da David Tennant e Olivia Colman, perfetti in ogni frangente, dall’odio iniziale, alla collaborazione forzata all’amicizia più sincera.


La prima stagione si sviluppa su una linea retta, lasciando al passato ciò che ribolle dal passato e concentrandosi sugli eventi mirati alla scoperta dell’assassino. In questa struttura viene sapientemente introdotto l’effetto Scream, ossia viene lasciata allo spettatore la possibilità di speculare sugli eventi mostrati e di formulare tesi alternative. Come l’opera cardine della serie di Wes Craven, anche Broadchurch pretende e ottiene che gli spettatori costruiscano una mappa investigativa nella loro mente, tengano un block notes virtuale degli eventi, degli indizi e dei sospetti. Proprio in questo senso, il duo di sospettati che emergerà circa a metà della prima stagione saprà rimescolare le carte in tavola per sbaragliare ogni aspirante detective nella conclusione finale. Questa scelta dinamica degli sceneggiatori porta lo spettatore ad entrare fisicamente nella cittadina costiera di Broadchurch per ottenere informazioni di prima mano e giungere al nome dell’assassino del piccolo Denny Latimer prima dei protagonisti, prima che sia troppo tardi, come fu per un altro caso.


La seconda stagione invece non si fossilizza sullo schema che aveva fatto le fortune della prima, ma riesce ad estrarre qualcosa di totalmente nuovo dal cilindro: ciò che è stato ritorna, e ciò che poteva essere non sarà, per ciò che nel passato ci è sfuggito di mano. In questo caso la situazione si sviluppa su due frangenti differenti, entrambi molto lontani dalla quieta ma angusta composizione della prima stagione. Da una parte abbiamo il processo all’assassino di Danny, i nuovi indimenticabili personaggi legati al processo e gli sviluppi di una sentenza non scontata, mentre dall’altro i nostri protagonisti tornano ad investigare sul caso che aveva quasi distrutto la carriera di Hardy mesi prima che egli venisse spedito in punizione a Broadchurch. I fili si ricollegano e chi pensavano che fosse la vittima si rivela il carnefice di un duplice scempio che ha lasciato solchi indelebili sulle fronti corrugate di molti. Il nuovo modello adottato dalla serie abbandona l’indagine interattiva per aumentare la qualità dei colpi di scena e il ritmo di un’indagine frenetica, spezzato solamente dalle sequenza ambientate in tribunale. Un’altra stagione perfettamente riuscita, coinvolgente e impeccabile.

Si prospetta ora la possibilità di una terza stagione, dopo il flop del remake statunitense. Sinceramente, dopo le belle parole spese ad elogiare i primi due atti di quest’opera riuscitissima, devo dissentire; spero infatti che Broadchurch si limiti a ciò che ha mostrato finora, tra moltissimi picchi e bassi trascurabili. Mi auguro, nel caso in cui venga prodotta una terza stagione, che gli sceneggiatori sappiano trovare un’altra struttura, ancora nuova e differente dalle precedenti, per dare ancora una volta un tocco di personalità, un elemento di unicità al terzo atto di un piccolo gioiello. Una serie già cult.

mercoledì 31 agosto 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODI 1 E 2

C’era bisogno di una seconda stagione di Wayward Pines? No. La conclusione frettolosa della prima stagione aveva un bisogno naturale di un seguito che sviscerasse ulteriormente dinamiche sterili? No. Questa seconda stagione merita una chance nonostante le premesse? Forse; bypassando però virtualmente le falle che avevano caratterizzato il calante calare dell’anno passato. I Dubbi erano maggiormente relativi alla maniera attraverso cui gli sceneggiatori avrebbero collegato una narrazione moribonda ad una nuova e presumibilmente accattivante. Ricordiamo infatti che la prima stagione si era chiusa con Ben trasportato tre anni nel futuro, nella piena era della dittatura schiavista della prima generazione, e suo padre appeso ad un palo come deterrente verso le possibile rivolte della popolazione di Wayward Pines contro il regime di Jason.



La seconda stagione si apre invece con un flashback rispetto all’anno corrente in cui fa la sua comparsa come guest star anche Terrence Howard. In questo frangente ci viene presentato quello che a tutti gli effetti si propone come in nuovo protagonista della serie, ovvero Theo, medico rapito e crioconservato per essere destinato al blocco C. da qui ha inizio la nuova avventura nell’ultima roccaforte del pianeta nell’anno 4000.
Devo essere sincero: inizialmente avevo sopravvalutato la produzione e credevo che avessero optato per una narrazione retrospettiva rispetto alle sequenze conclusive della prima stagione, ovvero un racconto riguardante gli anni in cui Ben è rimasto congelato e la prima generazione ha preso il sopravvento sulla fazione dei ribelli, sugli Abby e sulla popolazione di pecorelle smarrite dopo la dipartita del mentore e padre della nuova razza umana Pilcher. Questa teoria avrebbe avuto più senso nell’ordine logico degli avvenimenti, considerando il risveglio di Theo in un momento fatidico nel quale la sorella di Pilcher, unica dottoressa della città, era passata a miglior vita a causa delle divergenze progettuali di fondo. Nella versione poi portata su schermo invece lo scongelamento di Theo sarebbe avvenuto solamente quattro anni dopo la morte di Pilcher e dell’ultima dottoressa. In questo periodo però la prima generazione avrebbe continuati ad impratichirsi nell’arte medica senza alcun mentore o insegnante qualificato, ma fondandosi unicamente sulla fortuna e sul numero di tentativi possibili (vista la possibilità di rimpiazzare le persone con i surgelati Findus). Tornando quindi al nuovo protagonista, egli si mostra in tutto e per tutto, fin da primissimo istante come una copia sputata del primo protagonista, ovvero Ethan Burke, colui che aveva tentato di sovvertire l’ordine sociale di una società succube del despota. Una somiglianza tra personaggi forse troppo spiccata.


La nuova situazione che ci viene presentata nell’ormai pienezza dell’operato della prima generazione è forse l’elemento più interessante di tutti i primi due episodi. Ci si para dinnanzi uno spaccato postapocalittico e futuristico, ma molto reale, di una situazione di conflitto in cui una delle due fazioni ha soggiogato la popolazione con la forza delle armi e ha piegato la volontà comune attraverso il terrore. Un regno dispotico che non prevede un dialogo alla base della politica comune, ma richiede la sacra ubbidienza in nome del padre fondatore dell’arca. In questo sistema vige severa la caccia all’uomo: gli abitanti vengono spinti dalla paura, dalle circostanze e dall’indottrinamento che ha luogo fin dalla tenera età a denunciare i propri vicini di casa perché possibili rivoluzionari, perché appartenenti ad una nuova classe sociale diversa di colore nell’anima. Questa situazione, davvero ben caratterizzata attraverso sfumature di sguardi, silenzi ed episodi specifici fatti passare per quotidianità, potrebbe ricordare da vicino la spasmodica ricerca di un colpevole rosso durante la Guerra Fredda in Occidente o la condizione di sfiducia alla quale erano costrette le popolazioni su cui si abbatté la furia omicida di Hitler. Emerge qualcosa di storicamente plausibile da questa ricostruzione totalitaria all’interno della quale l’asserzione volontaria silenziosa è guidata da un’altra banalità del male, l’ennesima.


Se da un lato però le circostanze riescono a rendere accattivante lo svolgimento dei trattati di guerra e pace all’interno della città, dall’altro le vicende di quelli che furono i protagonisti della prima stagione appaiono fin troppo abbozzate, esageratamente caricate di un pathos che non sussiste e non resiste ai colpi della noia. Ben si presenta come il capo della fazione rivoluzionaria per la sola dote innata di essere figlio del padre valoroso che fu, ma ciò non basta a caratterizzare la nuova veste che dovrebbe ricoprire e un attimo dopo lo si ritrova in piazza a costituirsi per salvare la vita a tre militanti della congrega di rivoltosi, rendendo improponibile una storia non detta in cui questi ragazzacci avrebbero tenuto in scacco l’intera prima generazione e quindi l’intera città per poi arrendersi subitamente, senza pretese di accordi. La stessa Kate, motivo immotivato dello scongelamento di Theo, resta in scena per poche sequenze, prima di togliersi la vita perché “Questo futuro non è il suo mondo”. Notevole l’attaccamento dei rivoltosi alla causa. Ma il culmine dell’inutilità e della contro produttività in merito alle relazioni tra la prima e la seconda stagione si ha nell’attimo esatto in cui Ben, giovane leader dei rivoltosi, si arrende al regime e agli Abby, lasciandosi divorare in malo modo e segnando definitivamente il solco tra le due stagioni, ch ora si presentano davvero come due corpi estranei, rinnovati nel cast, ma non nelle dinamiche. La paura è infatti una copia poco originale e con meno suspance della prima stagione, con Theo il medico paladino della giustizia a sostituire Ethan paladino della giustizia. Le variabili che potrebbero incrementare l’interesse relativo a questo prodotto mediocre nella scrittura, ma passabile dal punto di vista tecnico, si riducono ormai all’osso, lasciandoci prospettare una serie pomeridiana, di quelle da guardare con la coda dell’occhio mentre ci si diletta a svolgere attività più produttive, quali l’ozio. Dov’è finito il mistero di Lynch?

mercoledì 17 agosto 2016

PERCHÈ LA PRIMA STAGIONE DI SCREAM È “NÌ”

Ci sono le vacanze. Il corpo va in vacanza e lo spirito e la mente si accodano. Ma, quando ti prende la passione per le serie tv, te le porti dietro anche se vai dall’altra parte del mondo. Cambiando lo stato mentale, deve cambiare però anche il tipo di serie tv; e allora si passa dalle complicate "The Knick" e "Mr. Robot" a sitcom leggere, a teen drama, a serie appena appena horror, di quegli horror che le porte cigolano. In quest’ottica, l’incontro di mistero, teen drama, slasher e gore costituito da “Scream” rappresenta il massimo che un appassionato di serie tv potrebbe desiderare da un prodotto fresco, estivo e al gusto di limone. Mi correggo: Scream “rappresentava” il massimo, prima che arrivasse l’immensità di Stranger Things; ma quella è un’altra storia.


Non è tutto oro però quello che ha trovato l’uomo zoppo che ha imparato a zoppicare andando con la gatta a lardo nella mezza stagione che non esiste più, e nel corso della prima stagione di “Scream” alcuni elementi che ne determinavano l’immediatezza e la leggerezza, marchi di fabbrica propri della serie, sono degenerati nella loro semplicità, andando talvolta ad inficiare la qualità dello show. I personaggi in primis non sono riusciti a manifestare un’evoluzione degna di nota, sembrando spesso delle copie di loro stessi nel tempo. Difficilmente si sono scrollati di dosso lo stereotipo a cui erano stati associati nel corso della presentazione iniziale dei vari protagonisti. Anche quelli che sembrerebbero aver subito i cambiamenti più significativi, come Emma, in realtà paiono incastrati in uno sviluppo ciclico che li riporta sempre nella medesima condizione e li spinge a voler ricercare un equilibri che appartiene ad una situazione passata. Questa tendenza porta i protagonisti a svolgere spesso le medesime attività, a formulare pensieri sempre molto simili in situazioni differenti, e ciò non giova affatto allo sviluppo differenziato e originale di una storia più complessa nel corso di una serie.
Associata alla staticità delle personalità coinvolte nella serie, emerge la questione della gestione dei tempi, probabilmente il tasto più dolente che si possa toccare nell’analisi di questo prodotto giovanile. Se valutate con un minimo di raziocinio, le reazioni dei protagonisti sono completamente sbagliate nei tempi. personaggi che subiscono un lutto molto prossimo e la scena dopo si aprono alla vita perché la stessa è breve e non può essere sprecata a piangere i defunti, altri che dubitano di un loro caro per poi riabbracciarlo come se niente fosse appena trenta secondi dopo, gente che continua a dare feste da centinaia di invitati, tutti rigorosamente minorenni, nonostante ci sia in giro un assassino da ben OTTO puntate. Direi che OTTO puntate - che, tradotte in tempo terrestre narrato nella serie, sarebbero qualcosa come tre mesi - potrebbero bastare a farti assumere un comportamento leggermente differente da quello delle bionde sprovvedute nei film horror anni ’90. O dei neri, quelli in qualsiasi teen slasher, che muoino per primi. Molti dettagli, reazioni, relazioni e stati d’animo non collimano e mai potrebbero farlo con la realtà dei fatti che vorrebbero presentarci sullo sfondo delle vicende adolescenziali dei giovani abitanti di Lakewood.
Ma la vera scelta che mi ha fatto storcere il naso di circa 180° è stata quella relativa al finale, all’assassino, alle sue motivazioni e allo svolgimento successivo alla risoluzione del caso che ha aperto le porte alla seconda stagione. A questo punto però devo avvertirvi della presenza di spoiler, pericolosi, vista la tenera età della prima stagione in questione, conclusasi appena un anno fa.


SPOILER ALERT

Scream, la serie di film, è sempre stata fondata sul gioco che si instaurava tra il regista e lo spettatore, invitato a crearsi una sua idea sull’identità dell’assassino, idea che sarebbe poi stata smontata sistematicamente ogni pochi minuti, per essere poi riformulata in un continuo duello cerebrale. Il primo film, quello del 1996, è senza dubbio il migliore dell’intera quadrilogia, perché riusciva perfettamente a far dubitare di tutti e il finale lasciava spiazzati perché, attraverso l’espediente del doppio, psicopatico serial killer, venivano automaticamente smontate tutte le ipotesi “usuali” formulate dal pubblico. Un espediente narrativo unico, che infatti, sfruttato nel primo film, ha relegato tutti gli alti capitoli successivi della serie ad un gradino inferiore. In ogni caso, nonostante la scelta doppia, gli spettatori ebbero comunque la soddisfazione della scoperta piena del serial killer, senza appendici o strascichi forzati.
Nella prima stagione della serie tv il gioco si è ripetuto, con gli spettatori chiamati ad aguzzare la vista in cerca di indizi nei momenti cardine, ossia quelli degli agguati dell’assassino vestito da Brandon James. Nel mio caso, dopo un inizio titubante, mi sono deciso a prendere carta e penna e segnare, per ogni apparizione del serial killer, il luogo in cui sarebbero dovuti essere tutti gli altri personaggi, per verificare poi, a conti fatti, alibi, versioni e situazioni. Secondo i miei calcoli l’assassino sarebbe dovuto essere il professor Branson, ma l’espediente già usato nel primo film della serie ha vanificato ogni gioco d’ipotesi. Se per il film però l’essere sostanzialmente canzonati per un’ora e mezza poteva essere anche divertente, per quanto riguarda una serie di dieci episodi il gioco scherzoso comincia a farsi pesante se riletto sotto queste luci posteriori. E così perde d’interesse l’assassino con tutti i suoi perché. A contribuire a questo momento non all’altezza, una costruzione delle sequenze finali non all’altezza: tutto si è svolto in maniera eccessivamente veloce, non abbiamo capito i dubbi riguardanti l’identità di genere del figli di Daisy e Brandon né i piani della psicopatica giornalista. Tutto è sfumato sul più bello, lasciandoci frettolosamente alle consuete scene riappacificanti, rotte infine dal riassunto del nuovo indagatore dell’incubo di Lakewood e dalle sue supposizioni.

FINE SPOILER


Si potrebbe però anche parlare del divertimento, dei riferimenti ai capisaldi del genere, del meta cinema e delle citazioni dalla serie originale, di Noah e di Audrey e di tutti gli aspetti positivi che fanno di Scream una serie appassionante e coinvolgente, ma nel titolo c’è scritto “NÌ” e di “nì” vi ho parlato. La serie di Netfix è comunque riuscita a tenermi incollato allo schermo con leggerezza, dosando perfettamente momenti a diverse velocità per non stancare mai. E così facendo è volata in un lampo, allietando pomeriggi e serate afose. Per cui, se avete amato l’omonima serie di film, non potete assolutamente lasciarvi sfuggire questo piccolo cult televisivo, con tutti i problemi e le umane imperfezioni; se invece cercate solamente una serie d’intermezzo per passare le vuote giornate d’agosto, Scream potrebbe fare al caso vostro. E se invece avete già visto la prima stagione cosa ne pensate? Siete rimasti soddisfatti dalle scelte conclusive? Pensate anche voi che i Lakewood Six tramano ancora qualcosa? Ops, rispoiler.