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martedì 30 ottobre 2018

CUCCARINI, MONTESANO E LA DISUMANITÀ DALL'ALTO


Dopo il gioco delle parti e un nuovo governo che punta costantemente ad abbassare l’asticella della dignità ideologica, iniziano a formarsi delle fazioni pubbliche. Non confondiamo: qui non si sta discutendo del ruolo dell’intellettuale nel panorama politico odierno, ma non dobbiamo sminuire un processo in atto che coinvolge figure considerate di spicco per l’orizzonte popolare italiano. Una svolta c’è stata: se prima il mondo dello spettacolo amava schierarsi con l’apertura e con la mondialità, tanto che ricordiamo maggiormente le poche eccezioni alla regola - leggi Buzzanca e Lauzi -, oggi è decaduto il timore di abbracciare un pensiero populista e per l’attuale governo gialloverde si sono spalancate le porte del consenso che conta.


Prima Lorella Cuccarini si è scoperta fine statista (perfino lei), poi Francesco DJ Facchinetti che inneggia alla ghigliottina più reazionaria e infine Enrico Montesano, storico personaggio pubblico di Sinistra che giustifica pensieri, parole, opere e omissioni del vicepremier Salvini. Non si tratta di giudizi assoluti che spostano l’opinione pubblica, né di autorevoli interventi utili a sbrogliare la matassa indefinita dell’attuale situazione economica italiana, ma le parole delle persone più in vista riescono nell’intento di normalizzare una linea di pensiero. Si tratta dello stesso processo inconscio che Salvini porta avanti attraverso le sue pagine social, quando tra una notizia fake sugli immigrati e un’assunzione di merito ingiustificata ci regala il suo volto rilassato a fine serata, posta foto della sua cena, si dice vicino ad un bambini rimasto senza amici. Se non ci fosse anche questo Salvini, probabilmente saremmo concordi nel parlare di un invasato. E invece Salvini è questo e quello, e quello serve abilmente a normalizzare questo. È un pensiero retrogrado, fascista, violento, pericoloso, razzista, sessista, ma viene da uno di loro che è uno di noi, allora tutto va bene. Il Ministro dell’Intero riesce ad essere contemporaneamente un leader dal pugno di ferro e un amabile genitore. Un esponente dell’upper class che la pensa come noi. 
Lo stesso processo mentale segue le dichiarazioni dei presunti vip di cui sopra, che mostrano come dall’alto della loro posizione privilegiata la faccia dell’Italia sia la stessa e sia quindi naturale, se non necessario, sposare una linea di pensiero reazionaria a tal punto. Quando invece la posizione di rilievo è sempre andata a braccetto con una visione estemporanea che potesse cogliere le reali necessità del paese, ed è dunque accettabile che la rabbia personale di una famiglia disagiata possa rivolgersi ad un pensiero populista, lo è meno quando il populismo viene invocato da chi ha avuto la possibilità di conoscere meglio il mondo. Perché la risposta resta NON il populismo, checché ne dicano i cugini brasiliani.


Enrico Montesano, nell’intervista rilasciata al programma “Confessioni” di Peter Gomez ha dichiarato riguardo l’integrazione culturale:

È bello dirlo a parole però mettiti vicino a uno che tutti i giorni cucina con l’aglio forte forte e ti entra dentro casa […] L’integrazione è molto bella a parole, poi nella pratica…

Ed è subito il 1980, ed è subito un mondo di barriere che l’umanità ha cercato, non senza difficoltà, di trasformare negli ultimi decenni. In questo caso specifico la discussione regredisce su un piano fuori tempo massimo, senza possibilità di ribattere rimanendo ancorati ad un presente universale. E per rispondere ad un gretto qualunquismo quale quello mostrato da Montesano bisognerebbe scendere ad un livello di umanità troppo inferiore rispetto a quello a cui potremmo ambire per una discussione pubblica.
Bisogna combattere la battaglia ideologica del progresso sociale anche per chi non ha i mezzi per affrontarla. Quindi è difficile colpevolizzare chi non potrebbe pensarla diversamente, perché ogni vita è una storia differente e alcune terminano per non lasciare alternative; ma è impossibile giustificare chi, dato un ventaglio di possibilità più ampio, reale, sceglie autonomamente di rinnegare un pensiero di umanità per normalizzare per sé e per gli altri una disumanità di fondo che sta lentamente corrodendo le nostre coscienze. Quello è razzismo, all’occorrenza fascismo, come quello mostrato dallo stesso Montesano in merito alla figura di Mussolini:

Pensi sia stato un uomo che ha voluto bene agli Italiani, che li voleva aiutare, ma ha una macchia indelebile troppo grave che sono le leggi razziali, su questo non lo perdono. Ed essersi alleato con un pazzo furioso che ha portato l’Italia in guerra. Sapeva benissimo che non eravamo in grado, voleva solo sedersi al tavolo della pace, pensando che Hitler avrebbe vinto.

Quindi da oggi diventa normale anche riscoprirsi fascisti oltre che razzisti?

martedì 21 marzo 2017

10 MINUTI SU RADIO PADANIA

Dov’è finita Carmen Sandiego? Ma soprattutto, che fine ha fatto la pagina “Leggere i post di Salvini per sentirsi una persona migliore”?
Ieri, tornando dall’università e premendo compulsivamente il tasto per cercare una stazione radio che trasmettesse musica orecchiabile, mi sono imbattuto in Radio Padania - che poi sarebbe l’abbreviazione catchie di Radio Padania Libera, dove libera sta per "Secessioneh". Non che fosse la prima volta: in altre occasioni, vivendo in zona, mi ero trovato ad ascoltare casualmente qualche falso storico condito con una spruzzatina di xenofobia, poi era iniziato un coro celtico molto convinto e avevo rapidamente cambiato stazione. Stavolta però, avendo qualche minuto a disposizione causa traffico cittadino, mi sono soffermato ad ascoltare.


Programma delle 14.
L’Arruffapopolo. Nome programmatico.
Sintonizzo e sento: “Radio Padania Libera, la vostra radio populista”.
Ah.
Poi viene mandato in onda un collage di discorsi famosi dei film hollywoodiani incentrati sul tema della difesa dei territori e della ribellione del popolo alle autorità oppressive e dispotiche. Molte fuori contesto. Mi chiedo da che parte stia la rivoluzione.


Terminato il montaggio, il regista del programma mantiene la colonna sonora epica-cavalleresca anche sotto le parole del conduttore Sammy Varin che apre con la lettura di una missiva pervenutagli in redazione. La lettera è di un quarantaquattrenne che quest’anno non andrà a messa a Pasqua per protesta contro l’operato di Papa Francesco, reo di aver venduto la cristianità al terrorismo. Millenni di esegesi buttati.
Sammy è nella parte, cerca anche di tenere la voce bassa per stare in linea con il sottofondo musicale.
Parafrasando: l’apertura del Papa alle altre religioni rappresenta il crollo delle certezze per il popolo dei fedeli, che ritenevano fino a ieri la loro credenza fosse migliore delle altre. I cristiani stanno vivendo il Novecento.

E questo è Sammy Varin? Questo è Sammy Varin? E va bene.

Terminata la lettura, accantonata la canzone, il conduttore passa agli interventi da casa. Una signora lombarda propone un sondaggio da casa per verificare l’apprezzamento popolare al Papa. La signora ha sbagliato partito. Un uomo di Lecce dice invece che il suo amico prete, ad una richiesta di confronto sulle politiche del pontefice, avrebbe risposto con: “Viviamo tempi bui”. Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.
Poi devo essermi distratto per una frazione di secondo, ma si è arrivati immediatamente a discutere di immigrazione e gender. Per il conduttore, se un immigrato clandestino non riesce a dimostrare di provenire da un paese colpito dalla guerra, può sempre dichiarare di essere omosessuale e ricevere così ugualmente i TRENTACINQUE - enfasi non mia - euro al giorno. Non ho capito la battuta.
Ma l’apice è stato raggiunto indubbiamente con il pezzo in tema: hit senza tempo dell’immenso Nicola Comparato il cantante ruspante dal titolo esplicativo “Ruspa”.

(Il testo che vedete, inesistente in forma scritta sul web, è frutto della mia trascrizione. Lo faccio per voi!)

Italiani ruspanti
È un nostro diritto la legittima difesa

RIT
Qualcuno mi ha rubato la Vespa
Oggi mi compro la ruspa
X2

Spacciatori sono ratti
Lavorano indisturbati
Io in tasca ho zero contanti
Stanno meglio i migranti
Con le leggi non scherziamo
Il popolo è sovrano
Stiamo sprofondando nell’abisso
Non si tocca il crocifisso

RIT x2

Qui vediamo Sammy Varin intento a.. Ah no, ho sbagliato foto
Questa canzone
Per la mia nazione
Ma arriverò alla pensione?
Il posto fisso è monotono
Secondo me no
Meno alberghi per i clandestini
Asilo gratis per i nostri bambini
Faccio testi scomodi
Laggiù c’è un campo nomadi
Qui c’è troppo disordine
Onore alle forze dell’ordine
Stare al mondo come si fa?
Ma il pompiere paura non ne ha
Io e la mia donna non ci siamo più visti
 Ascoltaci signore lo sappiamo che esisti
Leggo notizie troppo tristi
Io sto coni tassisti

RIT x2

Sono un falso profeta
Rivogliamo la nostra moneta
Per una piccolezza nessuno ti perdona
Chiudi il ladro in casa sequestro di persona
Tiriamo su le mani
Vengono prima gli Italiani
Risolvo da solo il mio guaio
Pago l’affitto e faccio l’opraio

RIT x4

Lui invece non fa opraio

Insomma il programma elettorale dell’uomo tutto felpa e virilità in due minuti.
Tornati in studio, il conduttore elogia il pezzo del cantante ruspante aggiungendo che non passa su radio maggiori perché l’establishment della musica italiana è gestito dai buonisti. Mi voglio fidare.
Poi la mia radio ha scelto di scioperare in nome del buon senso. E del buon gusto musicale, ascoltare per credere.

Mi mancate


Dieci minuti per scoprire gente che non esisteva più. Dieci minuti per ritrovare la pagina “Leggere i post di Salvini per sentirsi una persona migliore”. Grazie Radio Padania Libera, grazie di esistere.

domenica 27 novembre 2016

DAREDEVIL, SALVINI E LA PISTOLA DI BUONANNO

Mesi fa si è fatto un gran parlare della legittima difesa, della possibilità di scaricare un intero caricatore nella schiena di un presunto rapinatore per poi essere completamente assolti. Il dibattito di un momento, che aveva risvegliato l’opinione pubblica in difesa dei soliti pensionati, dei soliti braccati da Equitalia, dei soliti ultimi incappati nella medesima situazione tipo. Una serie di sfortunati eventi aveva aperto le porte ad un confronto tra diverse fazioni: chi voleva una revisione della legislazione in merito, chi cercava di avere una visione più ampia degli eventi e chi invece aveva approfittato ancora della situazione per carezzare con sguardo avido, bramante di potere, la pancia ignara dell’elettorato più reazionario, quello che non è né di destra né di sinistra, ma genuinamente fascista nell’animo.


Noi di InsideMAD siamo sempre sul Pezzo, sulla cresta dell’onda, come avrete intuito, ma talvolta ci prendiamo dei tempi per riflettere e per cercare di capire le cause e gli effetti collegati ad una complessa situazione e riuscire ad avere un’opinione quantomeno coerente, quantomeno non determinata in toto dalla somma del momento e di ruggini ammuffite nel profondo. Quegli scheletri che ci abitano e aspettano le piccole porte della realtà per mostrare i denti digrignati alla luce della luna. Ma facciamo un passo indietro: Daredevil, seconda stagione.
Personalmente ho apprezzato maggiormente la prima stagione di Daredevil, serie Netflix che ha ristabilito la giusta posizione per i supereroi sul piccolo schermo, per una coerenza narrativa maggiore, per la tangibilità della minaccia corrente e per lo sviluppo controllato e incentrato soprattutto sulla vita da avvocato cieco di Matt Murdock. Ma anche la seconda, pur vivendo di alti e bassi, raggiunge dei picchi notevoli, che presi singolarmente magari potrebbero apparire finanche più intensi rispetto alle sequenze più cariche di pathos della prima stagione. Uno di questi picchi è indubbiamente il duello verbale (e a tratti fisico) tra Daredevil e The Punisher sui tetti in buio e mattoni rossi di Hell’s Kitchen. I due personaggi, contrapposti seppur schierati sostanzialmente dalla medesima parte, si scontrano sul valore della giustizia e sul rapporto che essa instaura con la vita privata del cittadino; come si coniuga la legge scritta rispetto alla realtà che da essa dipende negli effetti. Ci troviamo di fronte a due paradigmi differenti alla base, che propongo due concezioni diverse di giustizia inevitabilmente condizionate dagli sviluppi personali dei due vigilanti della notte. Daredevil, alias Matt Murdock, si rifiuta, nei suoi agguati notturni, di colpire per uccidere, perché ritiene ancora sacro il valore della giustizia come elemento super partes riconosciuto da una comunità che si rifà ad uno stemma,una bandiera un segno comune. Questa scelta di vita lo porta a collaborare con le autorità e a legare indissolubilmente il suo lavoro notturno con quello diurno di avvocato presso la Nelson and Murdock. Dall’altra parte invece, The Punisher, all’anagrafe Frank Castle, segnato profondamente dall’esperienza personale tra la Guerra del Golfo e la morte violenta dei familiari, sceglie di farsi giustizia da sé, seminando il terrore per le strade di New York alla ricerca dei mandanti del massacro che ha coinvolto la moglie e il piccolo figlio. La sua terribile ira sanguinolenta non sarà placata finché la causa del suo inferno in vita non avrà un volto e un nome.
Ci si para dinanzi uno scontro gerarchico tra due modelli societari: uno, quello dell’eroe, pone in cima la legge e da essa fa derivare il comportamento dei cittadini, anche quando questi scelgono di vestire i panni dei vigilantes, l’altro invece, quello dell’antieroe, inverte l’ordine appena descritto ponendo il singolo uomo al di sopra della convenzione comune perché l’unico in grado di esercitare realmente una forma consona di giustizia, quanto più vicina a quella divina.

Giustizia è anche avere le mani legate

Con le dovute proporzioni, senza vigilanti, palazzi insanguinati e avvocati ciechi che combattono orde di ninja, credo possa reggere un paragone tra lo scontro ideologico proposto nella serie tv e il dibattito diffusosi in Italia pochi mesi fa, e mai realmente sedatosi, in attesa di altra legna per alimentare il fuoco dello slogan politico. Abbiamo visto uomini di legge indignarsi davanti alle telecamere perché agli uomini fosse riconosciuta la possibilità di oltrepassare quel limite della giustizia penale in casi particolari, perché fosse invertito l’ordine del reale, per finire in un immaginario in cui la legge non è assoluta, ma muta nel rapporto con l’individuo di situazione in situazione. Abbiamo visto orde di cittadini, non più accomunati dalla bandiera della legalità, ma neanche da quella dell’anarchia, accogliere a braccia aperte queste proposte superficiali perché il momento non ci offriva nient’altro che la rabbia di morti ingiuste.

Non voglio in nessun modo giustificare un individuo che, magari armato, si introduce a casa di altri con l’intento di sottrarre beni materiali che magari hanno avuto bisogno di giornate di fatica e sudore per essere acquistati, anzi. Non voglio neanche colpevolizzare coloro che, in presenza di una presenza estranea in casa loro, hanno ceduto alla paura del momento e hanno fatto fuoco ferendo, uccidendo un altro essere umano. Esiste però una precisa legislazione e, che voi possiate considerarla giusta o sbagliata, modificabile o migliorabile, essa deve sempre essere al di sopra della situazione corrente, per permettere l’uguaglianza, la giustizia e il rispetto di ogni parte coinvolta, anche quando sembra che la ragione sia sbilanciata in maniera assoluta. Perché questa è la società che abbiamo e questo il modello scelto. E se non ci piace, la via è un’altra, quella dell’uomo con la pistola in TV che propone ai suoi concittadini di armarsi per poter essere un giorno in grado di vestirsi di divinità e giustizia per scacciare l’invasore. La vecchia favola, polvere e mandirani del defunto West.

martedì 4 ottobre 2016

FUOCOAMMARE, O L’ESSERE AL DI SOPRA DI ALTRI

Con imperdonabile ritardo ho recuperato uno dei film italiani più discussi dell’ultima stagione cinematografica. Fuocoammare non è un film, non è un documentario. È uno schiaffo, e una carezza. È la cruda realtà che sta oltre le coste e gli sbarchi, ed è la storia di un bambino innocente, che si muove nella sua isola, vive in maniera semplice la sua età e ci dimostra le ipocrisie che si celano dietro l’abito delle occasioni importanti che stiamo indossando. Noi che continuiamo a curarci di noi.


Rosi mostra visi segnati, voci rotte dal pianto, volti senza speranza. I viaggiatori della morte che tentano il salto nel vuoto sono ragazzi della mia età, bambini, donne, anziani. Uomini che hanno visto la fine nel mare e sono scampati ad essa, ma non alla vita che comunque ha vinto. Non sono tutti Siriani, non tutti scappano dalla guerra. Ma sono tutti uomini che hanno attraversato l’Africa per cercare una via di vita. Quanti sono i Siriani nel numero complessivo dei migranti non mi interessa, se una persona, bianca, nera o gialla che sia, ha avuto il coraggio di affrontare, o si è sentita costretta a guardare così da vicino la morte, essa non merita la gogna mediatica a cui sono costrette le persone che arrivano nel nostro paese. Non meritavano la morte coloro che ancora giacciono sul fondo del Mediterraneo o nella comodità di una bara senza vista. Ci troviamo di fronte ad una tragedia umanitaria e le nostre preoccupazioni sono altre, sono economiche, sono secondarie al cuore del problema. Esiste una criticità nella gestione di coloro che cercano salvezza, è innegabile, ma la criticità nasce e si alimenta anche di un’incapacità tipicamente nostrana.


A volte credo che tutto nasca da noi. Da una paura più sporca di quella del diverso, una paura inconfessabile. È la paura di essere inferiori. Abbiamo un tremendo bisogno di essere superiori, perché solo così ci sentiamo bene con noi e con la nostra ristretta comunità plutocentrica. Viviamo nella costante ricerca di un avanzamento nella nostra ideale scala sociale, che si compone di falsi miti, velleità e mancanze nascoste. Ma spesso la scala mondiale non è quella che ci prefiguriamo in mente, e mentre il globo gira, non siamo in grado di dare una spinta al nostro avatar, che perde di visibilità, si incaglia sul fondo della mediocrità. Rimane dunque la soluzione più semplice: se non posso elevarmi al di sopra di qualcuno, per poter dire anch’io di guardare gli altri dall’alto, posso sempre cercare di affossare i più deboli. Posso cercare di evitare con tutte le mie forze che una popolazione universalmente meno considerata raggiunga uno status sociale comparabile al mio. Posso scavare con un’infida pala sotto i piedi di chi barcollando muore. I paesi più poveri dell’Africa, la Siria, l’Afghanistan e tutti i luoghi da cui in questo momento emigrano persone in difficoltà sono diventati per noi, gente perbene, lo slancio sociale per superare il limite dell’ultimo gradino della scala. Oltre il quale c’è il fango, misto a lacrime di sangue nel quale abbiamo relegato un mondo inferiore e dal quale non deve uscire nessuno.


Se prendete una persona e la chiudete in una stanza senza pareti, con il soffitto molto alto, non riuscirete a dirne con esattezza la statura. Non saprete dire se tale individuo sia alto o basso o nella norma. Mettendo invece al suo fianco una secondo individuo, potrete dire molto di più sulle stature dei due. Il mondo non ha finestre, né muri, e noi siamo ricchi perché qualcun altro è povero. Ed è bene che le disparità rimangano tali, per preservare la natura privilegiata di una parte di noi.


Ci troviamo di fronte ad una tragedia umanitaria e stiamo attenti alla carta e al metallo che emette suoni soavi nelle nostre tasche. Abbiamo creduto di difendere i valori, i diritti dei pensionati nostrani, quando stavamo nominando diversamente il razzismo e il classismo. Se quei migranti non fossero stati neri, sporchi e affamati, cosa sarebbe cambiato?



Fuocoammare è questo: una sequenza di toccanti immagini vere che ci mostrano la realtà mortifera che sta dietro discorsi di partito, questioni pecuniarie e oltranzismo interessato. Perché si può essere solo contro di loro, a quanto pare. Ma Fuocoammare è anche una metafora, e sta a voi interpretarla: potreste vederci la fine dell’umanità nella traversata del mare che si fa rosso, oppure potreste scorgere un manipolo di delinquenti pronti a portare disordine e povertà diffusa nel paese che invaderanno. A voi l’interpretazione del “Film strappalacrime della Rai”, perché la realtà è un punto di vista.

domenica 12 giugno 2016

TRAUMI INFANTILI - LA BICICLETTA

Piove. Almeno una volta al giorno, qui piove. Manco fossimo a Londra. Ma nonostante questa pioggia torrentizia, che talvolta ti invita a desistere dall’andare a vedere Motta a Padova - e magari ci volevi andare perché magari t’era piaciuta assai la sua performance al MI AMI - l’estate sta iniziando e la gente comincia ad aver bisogno di cose nuove, cose fresche e leggere. Tipo i gelati, i bagni al largo, gli estathé in fondo al banco frigo e le nuove rubriche dei vostri blog preferiti. Tipo questo blog, che è sicuramente uno dei vostri preferiti. Tipo questa nuova rubrica, fresca e gggiovane. Che magari la gente ad un certo punto si stanca di leggere che siamo tutti uguali, tutti bellini, viva la pace e abbasso Salvini. Lo so, devo aggiornare il repertorio. Ho pensato quindi di proporre questi brevi articoletti da giornalino scolastico per raccontarvi quelli che a posteriore ho riconosciuto come i miei traumi infantili, che poi magari sono anche i vostri. E da dove cominciare se non dal più classico: perché tutti ci siamo caduti da quella maledetta bicicletta.



 Sarà stata la primavera del ’99 e a mio padre gli era presa la fissa che quella bellissima bicicletta blu fiammante (perché c’aveva le fiamme attaccate sopra - anche se erano adesivi, no proprio fiamme vere) aveva avuto le rotelle per troppo tempo. All’epoca abitavo al quinto piano di un palazzo di una serie di palazzi di una serie di due “parchi” (anche se di verde se ne vedeva pochino) appena fuori una città mediamente grande; quindi “andare in giro in bici” equivaleva a fare un paio di giretti nel parco di cui sopra, schivare le colonne e gareggiare con i pari età circumnavigando antiestetici palazzoni di periferia. Un sabato quindi mio padre, che il sabato non lavora e gli piace mettere in ordine le cose che trova sulla sua strada, prese la mia piccola bici dal garage, la portò in casa, le tolse le rotelle nere, plasticose, consumate ma ancora affidabilissime, e mi condusse appena sotto casa nostra. Sull’erba? No. Sulla terra morbidosa? Neanche. Sulla pavimentazione bollente in terracotta, con una mattonella mancante ogni due e spuntoni infernali che avrebbero intimorito anche Pantani. Che è comunque meglio del ghiaino, ma comunque non è il massimo per cominciare a cadere (ups - spoiler!).
Scendemmo. Io, mio padre e mia madre. Mio fratello doveva essere già nato, ma quello era ancora il periodo in cui ero padrone indiscusso della scena, quindi per ora dimentichiamocelo. Inforcai titubante la mia bicicletta e mi diedi una spinta; ma più mi spingevo e ci credevo, e più mettevo i piedi a terra per frenarmi e tornare a guardare “La Carica dei 101”. Ero assai combattuto. Allora mia madre mi prese per il sellino e cominciò a reggere la bicicletta in modo da evitare che si schiantasse con violenza contro le mattonelle rotte a spuntoni , sporchi del sangue degli altri bambini che avevano provato a togliere le rotelle. Un giro, due giro, tre giri, con lei tutto occhei. Quarto giro: mia madre mi teneva stretto come sempre e io cominciai a pedalare con più vigore, più sicuro di me e della vita, della bellezza del mondo. Embè? A quattro anni facevo già pensieri profondi e globali. Presi un po’ più di velocità rispetto ai primi giri, pedalavo davvero come se non ci fosse un domani.

“Mamma, guarda! Mamma, guarda che velocità! Mamma, guarda! Mamma! Mamma!? MAMMA?!?”

Mi girai e vidi mia madre e mio padre sorridenti mentre mi salutavano con la manina. Bravi loro! Chè così si fanno i genitori? Che quando ti prende la fissa che uno deve andare senza rotelle gliele togli? E sorridevano, perché per loro il bimbo s’era fatto grande. Io però intanto c’avevo il panico. Iniziai ad agitarmi, a perdere il controllo del mezzo, a muovere nervosamente il manubrio manco fosse una di quelle bici fatte al contrario che giri a destra per andare a sinistra. E caddi, male anche. Una bella strisciata a terra, qualcosa che all’epoca mi parve come cinquanta metri, forse cento. Ma che forse era solo qualche centimetro. Però sono traumi, quando ti giri e non c’è più nessuno a sostenerti. E quindi cadi. Però mà, mi potevi sostenere un altro po’, te possino. M’hai fatto scorticare tutto il ginocchio.

E quando i vostri genitori vi hanno detto la classica frase “Macchè ti lamenti? Io alla tua età mi facevo male apposta”, sappiate che non è vero. e questo l’ho capito solo quando ho deciso che, se un giorno dovessi diventare genitore anch’io - magari un giorno lontano -, lo dirò a mio volta. E gli farò imparare ad andare in bici a tradimento.

lunedì 18 aprile 2016

ASTENSIONISMO E MILITARISMO AI TEMPI DEL REFERENDUM

Un referendum al veleno che ha fatto trepidare il quorum ad alcuni (pochi), lasciando indifferenti altri (troppi). E qui è necessario aprire una digressione importante: l’importanza del voto. Nel sistema democratico che abbiamo scelto, o che comunque ci siamo trovati ad affrontare, emerge spesso la mancanza di coinvolgimento pubblico nella “Cosa Nostra”, che sta diventando troppo spesso privata. I giovani si scontrano con un sistema difficile da contrastare e da penetrare, mentre i più adulti paiono ormai rassegnati che le cose vadano come stiano andando. E quando dico più adulti intendo quei giovincelli sulla quarantina con IPhone e risvoltino, i figli del capitalismo anni ‘90 che hanno un orticello rigogliosissimo. Ecco dunque spiegato il successo di quel movimento che sembra riaccendere la speranza in un futuro diverso, ma che ancor più velocemente la spegne. Ma ci torniamo dopo. Il punto è l’assunzione di responsabilità e l’annullamento del campo. L’ultimo baluardo della democrazia diretta, in un paese governato secondo un piano mai approvato, è il referendum abrogativo. Che sinceramente sembra poca cosa, e infatti è poca cosa, e proprio perché trattasi dell’ultima poca cosa democratica rimasta in una democrazia traballante, è bene non nascondersi dietro l’ombra della diffidenza e dell’indifferenza, che poi insieme coprono meno di un mignolo. Se questi Turisti della Democrazia cominciassero ad accogliere invece il peso della responsabilità di chiamarsi “cittadini” e riprendessero la posizione che gli spetta di dovere avremmo meno assenteisti e più campo. Così che, se un giorno questo fosse tutto campo, anziché tutta campagna, quelli che un tempo si fregiavano della loro discesa, verrebbero schiacciati dall’interesse degli ex disinteressati e non ci sarebbero più Self-made man salvatori della patria e di se stessi, e di se stessi.
L’indifferenza, la rinuncia al voto sono il più grande smacco per un sistema fondato sui cittadini, e non sui signori che siedono in poltrona. Perché se oggi siamo un piccolo paesino in recessione continua è anche grazie a coloro che “Tanto non cambia niente”. Perché abbiamo provato che girandoci di spalle non cambia niente. Proviamo invece ad affrontare la realtà dei fatti, a riprendere in mano il nostro paesino naufragato coi naufraghi, il nostro presente e di conseguenza il nostro futuro. Basta poco. Basta cominciare ad essere parte della macchina chiamata Stato.


Digressione importante chiusa. Perché tutto questo astensionismo per un referendum? Senza voler andare a scavare nella storia contemporanea del nostro paese, senza voler tirare in ballo numeri, Almiranti e Berlinguers, vorrei soffermarmi su due atteggiamenti differenti, ma altrettanto deleteri per la politica italiana: Renzi (o Napolitano) e Grillo.
Renzi, in qualità di Primo Ministro italico, ha bollato qualche giorno fa il referendum del 17 aprile come una bufala, invitando gli elettori all’astensione per favorire il partito del NO in vista del quorum. Ha insomma rimandato ancora il confronto, ha indicato ancora la via della rinuncia. E ci troviamo nuovamente a voltare le spalle alla cosa pubblica. Anche l’ex Presidente della Repubblica aveva espresso idee simili in un’intervista precedente. Questo atteggiamento condiviso è oltraggioso, inaccettabile. Quando due figure così importanti per la politica e il funzionamento della macchina statale guidano il carro del non voto, abbiamo fallito come paese, come congregazione di menti. Qualcosa ha fallito e siamo naufragati come complesso di vuoti in cui non arde più la gioia di creare qualcosa di stabile e vitale insieme, uomini soli. Le trivelle hanno trivellato anche noi, lasciandoci esanimi in balia di quello che vorrebbe essere chiamato stato e che ci spinge a non reagire, ad accontentarci di andare a fondo lentamente.
Per motivi simili vanno condannate le parole pronunciate da Grillo in quest’intervista al portale Fanpage.it. Riassumendo il discorso del comico, che torna a fare il comico dopo aver costruito un movimento, che poi in realtà è un partito (ma non ditelo ad alta voce), egli invita gli elettori ad andare alle urne per il referendum non perché interessati alla questione, non perché sensibili all’ambiente o convinti che un mondo diverso sia possibile a partire da queste piccole, insignificanti vittorie, ma perché lo dice lui, Grillo. Egli esorta a non soffermarsi tanto sulle questioni, quanto sui volti che cercano di convincere l’elettorato. Se da una parte il suo atteggiamento non andrebbe messo sullo stesso piano dell’astensionismo del cosiddetto “Premier” (virgolette sia per il termine improprio che per la figura), non è possibile accettare che nel 2016, dopo 155 anni dall’unità, in Italia si debba ancora andare a votare sulla fiducia. È la fiducia nelle facce perbene che ha annullato lo spirito critico, è la massificazione che ha cancellato l’identità politica e lasciato spazio al grande Centro in cui ogni giorno sembra una Guerra del Vietnam infinita e poi si taglia sempre lì, si nega sempre lì. E muore la dignità. Questo invito, che si avvicina di più ad un ordine da parte del generale Grillo, richiama quel periodo lontano in cui i diversamente pensanti del movimento venivano estradati e messi alla gogna mediatica e non. Andare a votare senza informarsi è tramutarsi completamente nell’ingranaggio che da anni cerchiamo di estirpare, è diventare quello che erano gli elettori di Berlusconi, che raccontava barzellette, e di Bossi, che raccontava barzellette. Ma in realtà non abbiamo mai smesso di trasformarci in meccanismo della macchina che non va dove dovrebbe e Berlusconi è ancora a piede libero e al posto di Bossi c’è Salvini. Quando si usa impropriamente il termine “evoluzione” (virgolette perché l’ultima evoluzione che ricordi è quella dal sapiens al sapiens al quadrato).


Probabilmente non era importante andare a votare per raggiungere il quorum e far vincere il partito del SI, di quelli che vorrebbero tamponare il violento accanimento dell’uomo su una Natura succube. Probabilmente era più importante andare a votare per dimostrare di voler ancora essere parte di qualcosa, di tenere al paese che ci ha dato i natali o che ci ospita, talvolta di cattivo grado, talvolta di cattivissimo. Ma così non è Stato, abbiamo ancora abbassato la testa. E allora forse ci meritiamo una classe amministrativa incompetente e inconcludente, un revisionismo storico forsennato volto ad innalzare la sva figura, un paese in declino, un futuro appannato, la disoccupazione giovanile al 38%, il Mezzogiorno desolato, l’odio razziale, la mala sanità, la mafia, la terra dei fuochi, le mazzette in Lombardia e questa natura morta che ci resta. We get the world we deserve. Ancora True Detective 2, che era una serie bellissima, e non l’avete capita, e anche questo paese era bellissimo, e non l’abbiamo capito.

martedì 29 settembre 2015

COSÍ PARLÓ NAPOLI

Nord e Sud. Sud e Nord.
Qualunque paese si osservi le differenze tra meridione e settentrione sono più o meno rilevanti e, nei casi più estremi, queste possono sfociare in manifestazioni di razzismo e violenza. È il caso dell’Italia, o almeno dell’Italia fino ad un paio di anni fa, prima che il Matteo Felpato cambiasse la politica del suo partito passando dalla xenofobia verso il terrone a quella verso l’immigrato clandestino, nuovo nemico del vero popolo padano. Semplice scelta politica. Convenienza. La discriminazione verso il Mezzogiorno però, a mio parere, è rimasta immutata perché sono rimaste immutate le differenze strutturali e culturali tra Nord e Sud.


Proprio su queste differenze si basa “Così Parlò Bellavista”, pellicola del 1984 scritta e diretta da Luciano De Crescenzo; Nastro d’Argento e David di Donatello al miglior regista esordiente l’anno successivo. Il film, ambientato a Napoli, descrive lo scombussolamento che l’arrivo del milanese Cazzaniga porta nella vita di Gennaro Bellavista e dei suoi squattrinati amici. Bellavista è un professore di filosofia in pensione che, non riuscendo a rinunciare alla passione per l’insegnamento, organizza giornaliere lezioni gratuite nel soggiorno di casa sua per gli amici di cui sopra: il portiere, il sostituto portiere, lo spazzino e il poeta; quattro personaggi secondari che nel loro piccolo rappresentano alcune sfaccettature della capitale del Sud.
La trama segue contemporaneamente anche le disavventure di Patrizia, figlia del professore, e del suo compagno Giorgio, disoccupati in dolce attesa. Se da un lato Bellavista filosofeggia sulla vita, la religione e le differenze tra Nord e Sud, dall’altro la storia della coppia di sposini in crisi economica approfondisce le problematiche di Napoli in maniera ironica, convincente e intelligente. Disoccupazione, Camorra, teatralità, superstizione, lotto. Tutte queste sono riassunte in poche ma significative scene, talvolta apparentemente slegate le une dalle altre, come quella del cavalluccio rosso, esilarante, veritiera e poetica.


Questa doppia narrazione restituisce un ritratto di Napoli a due facce, Harvey Dent. Città da una parte storica, poetica, evocativa, filosofica, culturalmente superiore e dall’altra problematica, degradata, poco curata, abbandonata a se stessa. Un ritratto completo e tristemente veritiero che molti prodotti più alti e pretenziosi non eguaglieranno mai in efficacia e veridicità.
Il vero fulcro del film è però rappresentato dai discorsi ispirati del professor Bellavista. Dubbi e certezze, Stoici ed Epicurei. Fondamentale per lo sviluppo della trama quello sugli “Uomini d’amore e uomini di libertà”, interessante e sempre attuale la pacata invettiva contro la vita mafiosa. Tutte perle da gustare e assimilare. “… in questo mondo in cui regna il caos Napoli è ancora l’ultima speranza dell’umanità”.
Dalle parole del protagonista però emergono anche dei preconcetti legati alle persone del Nord; preconcetti non discriminatori e razzisti, ma superiori, legati al modo di intendere vita, impiego e relazioni interpersonali. Questa situazione muta nel finale quando, dopo un intero film passato ad inseguirsi senza mai incontrarsi, Bellavista e il dottor Cazzaniga si ritrovano bloccati in ascensore per diverse ore. Qui hanno l’occasione di confrontarsi e mettere sul piatto della conversazione i pregiudizi positivi e negativi che avevano l’uno verso l’altro per poi scoprire che niente è come sembra. Cade il Nord. Cadono le etichette. Cade il sud. Cadono i pregiudizi.



Un film a metà tra critica di costume e intrattenimento; comicità e poesia. Filosofia. Prodotto che nasconde lo spirito malinconico, lo splendore e le contraddizioni, la vera sofferenza straziante di una popolazione dietro un velo di semplicità e immediatezza. Altro che “Benvenuti su e giù”. “Dove è meglio che nasca un bambino?”, a Nord o a Sud? A voi il lauto gusto di scoprirlo. Siamo uomini d’amore o di libertà? Terroni o Polentoni? No, siamo Uguali. Posate le armi, posate la lingua. Siamo umani. “Si è sempre meridionali di qualcuno”.

martedì 19 maggio 2015

#HARAGIONESALVINI

Parliamoci chiaro: l’immigrazione di massa rappresenta una delle più grandi piaghe degli ultimi anni. In particolare quella dei ROM, che arrivano nel nostro paese, impongono la loro becera cultura di nomadi e vivono sulle spalle degli italiani perbene scippando, stuprando e uccidendo. Non voglio essere razzista, voglio essere obiettivo. I ROM minacciano apertamente la nostra cultura, formata e difesa nel corso degli anni, e la nostra società. È arrivato quindi il momento di dire BASTA, basta all’immigrazione, basta ai ROM, basta a quei politici sinistroidi, come la Boldrini, che continuano a difendere una popolazione parassita indifendibile. Basta, Salvini ha ragione su tutta la linea, (#haragionesalvini) abbiamo superato il limite, è arrivato il momento che la gente italiana perbene come noi si ribelli a tutto ciò, è arrivato il momento della #Ruspa.


Ho immaginato quindi un giorno in Italia senza più il peso dei ROM e dei loro sudici campi e ho fatto un elenco di tutto ciò che riusciremmo a risolvere in sole ventiquattro ore senza quel popolo di clandestini.


Se li mandassimo tutti a casa le strade sarebbero più pulite;
se li mandassimo tutti a casa ci sarebbe più lavoro per gli Italiani che amano la patria;
se li mandassimo tutti a casa ci sarebbe più legalità e meno scippi;
… ci sarebbero meno tasse da pagare per tutti;
… si abolirebbe la legge Fornero e gli anziani (nel 2015 “non più giovani”) potrebbero andare in pensione a 60 anni;
… i parlamentari rinuncerebbero agli stipendi monstre, alle maxipensioni e a tutti gli agi di cui godono;
… i parlamentari voterebbero finalmente per la diminuzione drastica del numero di deputati e senatori;
… Belsito restituirebbe i 40 milioni sottratti;
… il Trota straccerebbe la sua laurea albanese e ne conseguirebbe una più qualificante in Italia, magari in ingegneria dei materiali e delle nanotecnologie al Politecnico di Milano;
… Berlusconi smetterebbe di andare a prostitute (minorenni ma lui non sa niente, un po’ come Jon Snow);
… l’ex Cavaliere smetterebbe di “scendere in campo” ogni volta che ha bisogno di una legge ad personam;
… Silvio venderebbe il Milan e la tanto invischiata Fininvest al fantomatico mister Bee;
… Ruby sarebbe davvero la nipote di Mubarak;
… Ruby ammetterebbe di soffrire della sindrome di Benjamin Button;
… Renzi comincerebbe a fare le riforme del lavoro consultando prima quelli che del lavoro vivono;
… Renzi imparerebbe l’Inglese;
… Shish;
… la Juve smetterebbe di rubare gli scudetti ai poveri lupetti (non gli scout, i romanisti);
… il gol di Muntari sarebbe valido e lo scudetto del 2011 sarebbe assegnato al Milan;
… Conte ammetterebbe di avere un gatto morto in testa;
… tornerebbe Sarabanda con Enrico Papi;
… Moooseca;
… Civati tornerebbe nel PD;
… Civati uscirebbe di nuovo dal PD perché Matteo non si sopporta, dai, non si può;
… gli amici di Maria ammetterebbero che sta Maria non è che la sopportano troppo dopotutto;
… Renzi comincerebbe a fare una politica di sinistra….. ahahahah no scherzo, questo è impossibile;
… il canone RAI smetterebbe di essere una tassa altamente anticostituzionale;
… Mattarella diventerebbe un uomo notabile;
… Don Matteo continuerebbe a fare Don Matteo;
… Giurato ammetterebbe di averci trollati tutti per anni;
… si smetterebbe di continuare a tagliare i fondi alla cultura e alla ricerca, aspetti basilari che formano una popolazione e la salvano dal baratro dell’ignoranza;
… ci sarebbero più case vuote, altre case vuote, solo case vuote;
… la distribuzione cinematografica italiana smetterebbe di passare i film dello studio Ghibli trentordici anni dopo che sono usciti in Giappone;
… Fede Moccia finirebbe la trilogia di “Scusa ma…”;
… gli amici di facebook ti saluterebbero se li incontri per strada;
… tutti i cittadini scenderebbero in piazza per manifestare contro la criminalità organizzata che dopo anni ancora resiste e persiste, chissà perché, Eh Giulio? Giulio sapeva, a differenza di Silvio e soprattutto di Jon;
… Barbara D’Urso smetterebbe di guadagnare attraverso le tragedie degli altri;
… Barbara D’Urso smetterebbe di scrivere libri, cioè spero abbia già smesso, me lo auguro;
… Bruno Vespa smetterebbe di giocare coi plastici;
… gli Italiani comincerebbero a capire che democrazia è partecipazione e partecipazione vuol dire che devi partecipare anche tu se poi vuoi lamentarti come già fai;
… Pannella farebbe lo sciopero della fame, ah no aspetta, mi pare che già lo faccia, ma non si capisce bene perché;
… l’Expo sarebbe finalmente pronto;
… si ammetterebbe che il ventennio Berlusconi, caratterizzato da leggi ad personam, immobilismo e proibizionismo, mirato a distruggere psicologicamente una popolazione per renderla incapace di ribellarsi ad una politica che nulla ha a che vedere con la rappresentanza della volontà popolare, forse e solo forse non è stato una buona cosa;
… Grillo smetterebbe di vedere complotti a destra e a manca e valorizzerebbe le buone idee che i five stars con un po’ di cervello hanno proposto in questi due anni;
… Zelig, Colorado e Made in Sud verrebbero cancellate perché delitto contro l’intelligenza umana;
… la Chiesa Cattolica pagherebbe l’IMU;
… Lory Del Santo chiuderebbe la produzione di “The Lady 2”;
… le carceri sarebbero messe a norma secondo le leggi imposte dall’UE;
… la Chiesa Cattolica ammetterebbe di essere un’impresa;
… ci sarebbe finalmente la libertà di espressione e di satira, che sostanzialmente non c’è mai stata (“Oggi cerco Luttazzi e non lo trovo sul canale”);
… Papa Francesco smetterebbe di istigare Denis a delinquere;
… la Chiesa Cattolica smetterebbe di influenzare e condizionare l’italiano medio così tanto;
… la domenica in chiesa ci andrebbero solo quelli che davvero ci credono e vivono secondo gli insegnamenti di Cristo non quelli che vanno perché gli altri vedano che ci sono andati o per avere la coscienza pulita da retaggi culturali ormai banali;
… se firmi contro una donna che offre il suo alloggio ai poveri e ai bisognosi solo perchè questi sono Africani, non credo tu sia un vero cristiano;
… la Boldrini ammetterebbe di avere origini congolesi, in realtà è albina;
… si tornerebbe a credere negli ideali politici che hanno dato voce a milioni di Italiani in passato e si smetterebbe di continuare a sostenere un “Grande Centro” che va dal PD a FI e che prevede una linea di pensiero comune a tutti;
… il Sud smetterebbe di essere più arretrato del Nord. Il Nord che lavora, il Nord che produce mentre al Sud ci sono quelli a cui piace farsi mantenere, quelli che dormono dalla mattina alla sera, Io sono stanco di pagarele tasse anche per…. Eh? Come? Ah non va più di moda il secessionismo e il razzismo verso il Sud? Ah niente allora;
… Salveenee finirebbe gli argomenti e, non potendo tornare indietro sui suoi passi (federalismo razzista verso il Sud), concentrerebbe la sua politica sui tombini di ghisa.


Se per un giorno li mandassimo tutti a casa loro (anche se molti o non hanno una casa o ce l’hanno ed è in Italia) ci accorgeremmo finalmente che il nostro problema, il problema degli Italiani perbene sono gli Italiani perbene, gli stessi che dietro una tastiera e l’anonimato di un nickname sparano a zero sugli immigrati auspicando il ritorno delle camere a gas. Gli stessi che oggi sono deputati, ma ieri erano i dipendenti, gli imprenditori che volevano sovvertire il sistema. Il problema siamo tutti, un meccanismo che non cambia e non impara dalla storia, un popolo che, come un certo Adolfo SS, continua a cercare un capro espiatorio per tutti i problemi che affliggono il paese.
Se state ancora guardando il ROM, l’immigrato o il debole in generale giratevi, il problema è altrove, il problema siamo noi.