domenica 17 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 11-17 MAGGIO

Voglio essere sincero con voi, miei fedelissimi seguaci, non ho resistito oltre, troppe persone me ne hanno parlato e nel bene o nel male questa è la serie degli ultimi 5/6 anni (dopo quella con l’aereo, l’isola e la botola mi pare). “Game Of Thrones” mi ha preso molto e ho divorato le prime due stagioni in una settimana. Ciò ha inevitabilmente influito sulla quantità di materiale di cui fruisco settimanalmente, quindi mi scuso se le Recensioni della Settimana di oggi si presentano a voi in forma diversa, ridotta e per certi versi alternativa (ma continuate a leggere se siete curiosi). Comunque della serie tratta dalle opere di Giorgio Martino ne parleremo e ne parleremo assai. State pronti, Winter is Coming.



FILM: 21 Jump Street (2012)
Hill e Tatum, opposti che in un certo senso si attraggono e funzionano come coppia comica. La trasposizione cinematografica dell’omonima serie tv degli anni ’80 porta sul grande schermo una comicità che a tratti sfiora la demenzialità di Seth Griffin, ma si ferma prima e non riesce ad essere pienamente una commedia nonsense. La struttura è la solita: due poliziotti appena assunti vengono scelti per infiltrarsi in un liceo locale alla ricerca di informazioni riguardanti il fornitore di un gruppetto di giovani spacciatori.
Il film scorre bene in alcuni tratti, ma si dilunga e si ripete in altri. Buono l’inizio, buone le scene legate alla prova della nuova droga, buone le sequenze della festa a casa di Hill. La pellicola si perde leggermente nella parte centrale, ma soprattutto nel finale attraverso un lungo e ripetitivo inseguimento e un’infinita sparatoria. L’unico elemento che salva il finale dalla noia totale è un grandissimo ed esilarante cameo legato alla serie originale (che purtroppo non ho visto) che non voglio spoilerare, ma merita.
Tutto sommato un film con qualche picco di comicità degna di nota e troppi momenti morti in cui le risate mancano o dovrebbero esserci ma le battute sono scontate e poco originali. La coppia funziona, aspettiamo quindi di vedere se il seguito “22 Jump Street” riesce a risolvere quei piccoli problemi che limita il prodotto. VOTO: 6


ALBUM: The Magic Wihp (2015)
Mancavano, e mancavano tantissimo. Dopo 12 anni i Blur tornano con un album per certi versi classico che riprende le sonorità classiche della band inglese. Torna anche la voce ovattata, intima e personale di Damon Albarn che ha servito in prestito in questi anni quella band virtuale tanto famosa. Come detto l’album si presenta in maniera molto classica, molto, troppo classica. La musica è di qualità, ma manca di picchi interessanti che elevino il livello del prodotto. Una linea teorica seguita troppo strettamente probabilmente. Non siamo però di fronte ad un prodotto scadente o poco godibile, siamo di fronte ai Blur e questo non si discute. “Pyongyang” movimenta un po’, “Lonesome Street” singolo di qualità, da ascoltare e riascoltare, “There Are Too Many of Us” testo intelligente e ritmo coinvolgente. Un ritorno gradito e indubbiamente promettente. Blur is back. VOTO: 7.5


FUMETTO: Scottecs Magazine 1&2 (2015)
Si, da oggi parliamo anche di albi a fumetti che mi hanno particolarmente impressionato nella settimana corrente. Oggi è il turno di Scottecs Magazine, trasposizione cartacea delle migliori strisce e storie brevi brevissime dell’osannato yotuber italiano (quello che traduce le hit del momento con google translate; “Così mi chiamano forse” per capirci). Se ve lo foste persi, il Veronese Simone Albrigi, in arte Sio, ha comiciato una serializzazione trimestrale per Shockdom (casa produttrice che valorizza intelligentemente i fenomeni letterari e di costume giovanili) nella quale raccoglie le fiabe brevi che finiscono malissimo di Muzzopappa, le ricette della signora Mariangiongiangela, Avventur Land e molto molto altro.
Il livello è medio-alto e, nonostante siano solo 64 pagine che scorrono in brevissimo tempo, il costo dei volumi è più che giustificato. Se amate una comicità nonsense intelligente e citazionistica, questo è il prodotto che fa per voi. Il secondo albo probabilmente supera anche il primo. Ho provato davvero a completare la sezione di enigmistica, ma ho avuto non poche difficoltà; sfido voi a farlo. VOTO: 8


FILM: Lo Stravagante Mondo di Greenberg (2011)
Il regista cult Noah Baumbach dirige Ben Stiller in una commedia decisamente alternativa e lontana dagli schemi classici a cui siamo abituati. Qui non si ride molto, ma quando capita lo si fa in maniera intelligente e mai banale. Il punto forte della pellicola è indubbiamente lo “stravagante” protagonista che da solo regge tutta la trama senza voler però rientrare in una veste predefinita che gli garantisca il successo tra il pubblico medio; Greenberg è Greenberg, è umano, eccentrico, sopra le righe, antipatico, scontroso e indubbiamente realistico. Egli impersona un individuo non proprio al passo coi tempi che soffre di un principio di alienazione dalla società che lo circonda e non riesce ad intrattenere rapporti sani e naturali con gli altri. La svolta arriva quando conosce una ragazza più giovane di lui che, afflitta anche lei da problemi legati ai rapporti interpersonali, decide di provare a costruire con Ben un’improbabile storia d’amore.
Se da una parte il protagonista convince e funziona, dall’altra la trama scade troppo spesso nel grottesco e nel ridicolo abbassando il livello di un prodotto che sarebbe potuto essere una grande commedia agrodolce molto riflessiva. Ci si chiede per buona parte del film dove il regista-sceneggiatore voglia andare a parare. Peccato. Occassione sprecata per Noah. Rimandato. VOTO: 5.5


PS: Boromir non doveva morire.  

giovedì 14 maggio 2015

NBT: FURY

Sta per finire ma è più brutale che mai.

In “Fury” (2014) la seconda guerra mondiale volge al termine nel modo più cruento possibile e noi ne siamo spettatori sbalorditi.



1945. Germania. Le colonne di carri armati Sherman, di gran lunga inferiori ai Tiger tedeschi, si fanno largo verso la vittoria passando per una terra devastata tanto quanto gli ideali ai quali fu così fanaticamente devota. La Germania sarà anche martoriata ma i tedeschi non hanno nessuna intenzione di cedere il passo alle truppe alleate con facilità. Lotteranno con ogni mezzo rimasto, sparando fino all’ultimo proiettile arrugginito e sacrificando anche i  bambini della Hitlerjugend pur di evitare che la loro patria finisca nelle mani dei nemici del Reich.
Hitler ha ordinato ai suoi soldati di combattere fino alla fine. Per il Führer la sconfitta semplicemente non è contemplata. Sconfitta significa condannare il glorioso volk tedesco ad una fine definitiva. Gli eserciti alleati di conseguenza si trovano di fronte ad un avversario allo sbando che continua a combattere con la forza della disperazione.
Il film si focalizza in particolare sull’equipaggio di un carro Sherman (soprannominato Fury). Don 'Wardaddy' Collier (Brad Pitt) è il comandante del carro, ai suoi ordini ci sono:
1)l’artigliere Boyd "Bible" Swan (Shia LaBeouf)
2) il meccanico Grady "Coon-Ass" Travis (Jon Bernthal)
3)il guidatore Trini "Gordo" Garcia (Michael Peña)
4)la recluta Norman Ellison (Logan Lerman).



“Fury” è un film crudo, impietoso e a tratti crudele. Questo film mostra la guerra senza romanticismi, la mostra per quello che è senza adornarla d’un manto epico. “Fury” ha uno stile diretto e deciso che mi è piaciuto molto. E’ un war movie particolare in quanto il regista sceglie un approccio il più possibile realistico evitando le artificiosità tipicamente hollywoodiane. La cosa che più di ogni altra ho apprezzato in questo film è stata l’assoluta assenza dell’elemento patriottico. In un film del genere sarebbe stato facile inserire il classico patriottismo made in U.S.A. ma qui per fortuna il regista non l’ha ritenuto necessario e si è allontanato dai vecchi cliché del genere. Questo è molto raro in un film di guerra americano e l’ho apprezzato molto. Nel finale purtroppo si scade un po’ nel melodrammatico e  le ultime scene del film sembrano non essere in linea con il tono generale della pellicola. Peccato perché mi sarebbe piaciuto che il film avesse sottolineato ancor di più l’orrore della guerra con un finale duro e spietato che avesse reso ancor più chiaro il messaggio centrale del film: la guerra è sempre sporca. Anche quando sta per finire. Anche quando un esercito sta avanzando inarrestabile verso la vittoria. La guerra è SEMPRE sporca.
Questo concetto è ribadito anche dell’uso che viene fatto del fango. Il fango è onnipresente in questo film: le strade sono fiumi di fango, i carri sono ricoperti di fango, i soldati sono sporchi di fango. Il pantano, la fanghiglia che permeano ogni cosa non sono solo elementi scenografici ma a mio avviso rivestono anche un importante significato simbolico. In un paesaggio così melmoso anche il viaggiatore più attento finirà per sporcarsi e allo stesso modo in una guerra così brutale anche il soldato più leale finirà col corrompersi. Il fango rappresenta tutti gli aspetti più infamanti della guerra e in una guerra simile è impossibile non sporcarsi.


“Fury” è stato scritto e diretto da David Ayer. La regia di Ayer mi ha convinto pianamente, questo regista non è particolarmente noto (fino ad ora infatti era famoso principalmente per essere lo sceneggiatore di Training Day) ma con questo Fury dimostra di essere abile e capace. Penso quindi che sia lecito aspettarsi qualche altro buon film da lui in futuro.
Una menzione speciale va fatta al direttore della fotografia, il russo Roman Vasyanov.
Penso che la fotografia sia l’aspetto che più di ogni altro mi è rimasto impresso in questo film. Mediante una fotografia grigia, con colori spenti e bigi ci viene mostrata con maestria la bellezza terribile dei paesaggi della campagna tedesca dilaniata dalla guerra.

Parliamo un po’ delle performance attoriali. Direi che anche da questo punto di vista non ci si può lamentare. Secondo alcuni questa sarebbe addirittura la migliore interpretazione di Brad Pitt di tutta la sua carriera. Secondo me non è la sua miglior interpretazione in assoluto ma comunque in “Fury” dà di certo un’ottima prova del suo talento e  ci ricorda ancora una volta che non è solo una faccia da copertina. Gli anni passano (ormai ne ha 51) e Brad Pitt non è più un giovincello come negli anni 90, di conseguenza è ovvio che cambino anche i suoi ruoli: non interpreta più giovani scavezzacollo come un tempo, ora i suoi personaggi sono maturi e burberi (come in “Fury” ma anche come in “The Tree of Life”). Per quanto riguarda il resto del cast se la cavano tutti bene. Incredibile ma vero anche il buon Shia LaBeouf (che ultimamente sembra avere la popolarità di un cane in chiesa) dà buona prova di sé in questo film.

L’uscita di “Fury” è stata posticipata a causa del fallimento della Miramax e quindi nonostante negli Stati Uniti sia uscito lo scorso ottobre in Italia uscirà nelle sale solo il 3 giugno 2015. Vi consiglio fortemente di andarlo a vedere al cinema se siete amanti del genere, questo film è uno spettacolo per gli occhi.
 Antonio Margheriti

mercoledì 13 maggio 2015

L’ULTIMA FRONTIERA

La storia delle serie tv affonda le sue radici negli anni ’50 quando venne prodotta la prima sitcom in assoluto: “I Love Lucy”. Questa, nonostante il budget risicato, ottenne un enorme successo di pubblico e spalancò le porte a quel fenomeno televisivo che oggi sta spopolando sia oltremanica che nel vecchio continente. 


Passando per Batman, con quell’Adam West tanto parodiato da Seth Macfarlane, il capitano Kirk e Fonzie si arriva agli anni ’80 in cui vennero gettate le basi per la rivoluzione dei serial del decennio successivo. È infatti negli anni Novanta che si manifesta in tutte le sue potenzialità il fenomeno delle serie tv. Ricordiamo i Picchi Gemelli di Lynch (di cui dovremo assolutamente discorrere un giorno, presto, molto presto *facciaghignanteemalefica), suo figlio X-Files, Friends, i gialli di Matt e 90210.


In questo periodo i serial smettono di essere cinema di serie b e cominciano ad assumere dei connotati ben precisi che rappresentano ancora oggi canoni fondamentali per la buona riuscita di un nuovo prodotto televisivo. Si arriva poi ai giorni nostri in cui tale format ha ormai raggiunto, se non addirittura superato, il suo corrispettivo cinematografico. La vera rivoluzione verificatasi sta nel classico triangolo pubblico - guadagni - investimento: le serie hanno ottenuto nel tempo sempre maggiori consensi che si traducono in maggiori guadagni, e i grandi produttori televisivi sono riusciti a reinvestire questi guadagni e a far elevare il livello dei prodotti stessi, riscrivendo i canoni che avevano portato il successo agli albori del fenomeno. Questione di soldi e di idee insomma. L’esempio più lampante degli enormi budget di cui dispongono le serie tv è Friends: DIECI (O.O) milioni di dollari ad episodio (ciascuno della durata di soli venti minuti).


Negli ultimi anni è poi salito alla ribalta il fenomeno delle miniserie, un buon connubio tra cinema puro e serial. Nuovo format che ha saputo portare linfa vitale al settore e ha saputo dare la spinta definitiva alla televisione verso nuove frontiere. L’allievo che supera il maestro.


È a questo filone che appartiene l’opera in oggetto oggi, ossia “True Detective”, miniserie di 8 episodi del 2014 scritta dal giallista Pizzolatto e diretta da Fukunaga. La trama ripercorre le vite dei due protagonisti, Rust e Marty, detective alle prese con una complicata caccia ad un serial killer durata quasi venti anni. L’intreccio funziona alla perfezione. La narrazione parallela tra il ’95 e il 2012, anno in cui viene riaperto il caso, mantiene sempre alta l’attenzione dello spettatore e dà la possibilità di approfondire la psiche dei personaggi principali attraverso l’evidente evoluzione umana che questi subiscono nei vent’anni che intercorrono tra le due linee temporali dell’intreccio. Il thriller psicologico per eccellenza. I punti di forza però non risiedono solamente nella trama e nello sviluppo di questa, ma anche nei personaggi e nella realizzazione tecnica. I due attori protagonisti dimostrano qualità da Emmy, specialmente Rust, interpretato da uno straordinario Matthew McConaughey che riesce a superare se stesso, cioè l’interpretazione in “Dallas Buyers Club” che lo aveva consacrato definitivamente al grande pubblico e qualche premio glielo aveva fatto vincere (*coffcoffoscar). Ogni sguardo carico di straziante sofferenza, ogni espressione del volto, ogni battuta breve recitata con una roca e flebile voce, ogni monologo profondamente nichilista. Ogni aspetto che riguarda Rust è un capolavoro; brividi dall’inizio alla fine. Il nuovo standard per la caratterizzazione dei personaggi nelle serie drammatiche.


La regia e la fotografia rendono poi True Detective un capolavoro indiscusso. Fukunaga dà prova delle sue straordinarie abilità coniugando con precisione introspezione e azione, sovrannaturale e suspance da noir. Cura maniacale in ogni piccolo dettaglio. Il piano sequenza della retata alla fine del quinto episodio è da antologia, farà stropicciare gli occhi dalla meraviglia al cinefilo che è in voi. Superamento degli standard classici e consolidati per le serie tv. Scene memorabili che rimarranno sicuramente nella vostra mente per molto tempo. Opera indimenticabile.


L’arte è soggettiva, o meglio lo è il gusto artistico, ma questo piccolo capolavoro, forse poco valorizzato dai vari Emmy e Golden Globe, entra di diritto nell’olimpo dei serial e del cinema in generale. L’”Amore e Psiche” delle serie tv. Piacevole levigatezza al servizio di un intrattenimento profondo e maturo che vi trasporterà in un turbinio di misteri e sentimenti struggenti e realistici.
Il cinema, quello vero, è arte.


E in Italia? Beh in Italia c’è Don Matteo

domenica 10 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 4-10 MAGGIO


FILM: Clown (2014)
Horror new wave, di quegli horror che non fanno paura. Più che altro questo Clown punta allo stomaco dello spettatore con qualche scena un po’ più forte delle altre, come quella del naso o quella del boyscout a cui il protagonista tende un agguato. Ciò che più convince di questo film è la natura di vittima-killer del protagonista; arrivati a circa metà della pellicola, quando il clown comincia a soffrire ma anche a compiere efferati omicidi, lo spettatore rimane confuso, non sa più se sperare che il povero Ken guarisca (e quindi la profezia della bestia nordica si compia) o venga fermato. A parte questa trovata poco originale ma comunque convincente, il film si compone di sequenze al limite del ridicolo: situazioni molto forzate e poco credibili, improbabile la scelta di nascondere un abito demoniaco in una soffitta random, improbabile il modo in cui il protagonista lo trova e lo indossa, improbabile la figura del clown guariti che porta solo ilarità in un film che di ilarità dovrebbe averne ben poca. I dialoghi poi sono fastidiosi, inutili e uccidono quel poco di tensione che si viene a creare nei momenti di silenzio. Ben fatte invece l’evoluzione progressiva dell’aspetto del mostro e la scena finale.
Sostanzialmente un film da vedere senza pretese, magari in compagnia di amici, per passare in maniera alternativa un paio d’ore. VOTO: 5.5


ALBUM: Unknown Pleasures (1979)
La scorsa settimana abbiamo parlato (molto bene) del film biografico Control, oggi invece analizziamo l’album di debutto degli stessi Joy Division. Il lavoro in questione mostra fin da subito i caratteri distintivi della band inglese: la voce bassa di Curtis, la chitarra suonata con foga in modo da creare un suono non sempre piacevole, i toni cupi i brani quasi unicamente strumentali che esaltano quei pochi versi persenti a pura poesia. Un prodotto figlio dei tempi che risente degli anni ’70, del punk e della decadenza della generazione contemporanea. Una pezzo della storia della musica, della storia del mondo. Copertina fantastica (vero Arctic?)
Disorder, Shadowplay e She’s Lost Control pietre miliari. Un prodotto che tutti dovrebbero aver ascoltato almeno una volta nella vita. VOTO: 9



FILM: Ogni Maledetto Natale (2014)
Film visto due volte in due giorni per capire bene se fosse una grottesca ma classica commedia italiana o un prodotto rivoluzionario e decisamente fuori dagli schemi. Beh, nessuna delle due. Sono presenti elementi innovativi degni di nota, ma alcuni dettagli abbassano il livello globale. Ottima la scelta di dividere il film in due parti e di utilizzare gli stessi attori in ruoli diametralmente opposti; i doppi personaggi più riusciti risultano quindi i Guzzanti (Corrado due spanne sopra Caterina) e Giallini (“Chi se la sente può cominciare”). I meno riusciti invece sono decisamente quelli che non hanno un doppione, cioè i due protagonisti, abbozzati, superficiali e pretenziosi.
Nella prima parte alcune situazioni sembrano meno ispirate e quindi meno comiche; anche la critica alla società fallisce parzialmente creando un contesto troppo grottesco ed eccessivo per richiamare il mondo reale; più azzeccata invece la seconda parte che punta il dito contro una classe altolocata ipocrita e superficiale. Esilarante e tristemente riflessiva la scena in cui la Morante ricca si accorge che Jimmy non è Johnny.
Un film che vive insomma di alti e bassi, di luci e ombre, ma che sicuramente non è la solita commedia (inferno, per esempio). Fallisce parzialmente ma intrattiene e diverte. Una chance la merita anche solo per il fatto che il cast e i registi sono gli stessi di Boris. VOTO: 6.5



FILM: Source Code (2011)
Uno di “quei film ce ci si capisce ma non ci si capisce”. La trama è intricata ma semplice nella struttura ripetitiva: un soldato viene scelto per essere parte del source code che gli consente di rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un uomo su un treno prima che questo venga disintegrato da una bomba. Il suo compito è quindi quello di trovare il terrorista che ha piazzato l’ordigno in questione prima che questo esploda. In realtà poi la narrazione si sviluppa anche al di fuori del source code andando a scavare nel passato da valoroso militare interpretato da un ottimo Jake Gyllenhaal.
Il film intrattiene tenendo attivo il cervello attraverso colpi di scena inaspettati e paradossi spazio-temporali e riesce anche a muovere una critica neanche tanto velata verso l’apparato militare e paramilitare americano rappresentato dal creatore del source code stesso.
Nella stessa pellicola si mescolano il thriller-poliziesco, negli ultimi anni per certi versi decaduto, e la fantascienza classica. Quella chiamata nel finale poi emoziona e arricchisce a dismisura il protagonista. Film scritto molto bene e girato in maniera impeccabile. VOTO: 8.5



FILM: Ovosodo (1997)
Opera prima di uno dei migliori registi italiani degli ultimi venti anni, Paolo Virzì. Film che presenta tutti i connotati tipici che un prodotto indipendente dovrebbe avere: basso budget, attori esordienti (il protagonista, Edoardo Gabriellini, fu “provinato” in spiaggia dallo stesso regista), storia poco pretenziosa, ambientazione rustica e poco ricercata. La trama ripercorre circa quindici anni della vita di Piero, dalla morte della madre alla scoperta del vero amore. Il fulcro del film non è però il protagonista, ma tutti gli altri personaggi che gli ruotano attorno, come ad esempio il finto povero Tommaso, la professoressa o Lisa, il primo contatto di Piero con l’amore.
Una pellicola che con semplicità mostra le tappe più significative di una vita pervasa da un’enorme tristezza di fondo. Le difficoltà di un ragazzo solo, senza una famiglia solida alle spalle, che si trova ad affrontare una serie di eventi più grandi di lui. Uno di quei film, come ad esempio Inside Llewin Davis, che non ha un vero inizio e una vera fine, ma copre un lasso di tempo definito riuscendo anche a trovare una conclusione agli archi narrativi e alle sottotrame aperte.
A dispetto dei mezzi un film ben fatto, profondo e autoironico, come il protagonista. VOTO:7.5

venerdì 8 maggio 2015

TOP 15 CLASSICI DISNEY - FINALE

Eccoci arrivata alla fine di un lungo excursus sui classici Disney durato ben cinque settimane. Spero che questa serie di articoli v’abbia garbato perché penso di realizzare in futuro altre classifiche inerenti a temi vari ed eventuali, magari qualcosina sui cinecomics (SPOILER!!!).
Prima di passare ai cinque classici di cui vorrei parlare oggi però ci terrei a precisare ancora una volta che la scelta delle posizioni e l’analisi dei titoli sono solamente opinioni personali. Inoltre sappiate che, arrivati a questo punto, tutti i film analizzati rasentano la perfezione, e forse qualcuno la raggiunge, quindi la differenza tra due posizioni limitrofe è davvero ridicola. Ipoteticamente avrei anche potuto capovolgere questa TOP 5 senza stravolgere il senso della classifica, per cui se ho deciso di mettere un film al quarto posto e un altro al terzo è solo per quel piccolo dettaglio che me l’ha fatto apprezzare di più. Finiti i convenevoli addentriamoci per l’ultima volta nel fantastico mondo dei cartoni animati targati Disney.


5° POSIZIONE: Aladdin (1992)
Si vola a bordo del tappeto magico muto più espressivo della storia del cinema fino nell’antico mondo incantato tratto da “Le Mille e una Notte”. L’atmosfera orientaleggiante è indubbiamente una delle più riuscite: ogni nota usata come sottofondo, ogni punta arricciolata delle calzature tipiche richiama il mondo arabo. Anche i protagonisti vengono resi attraverso una tonalità di colore più scura per la pelle e ciò rappresenta una novità eccezionale, Jasmine, protagonista femminile, infatti è la prima principessa Disney a non essere raffigurata con la pelle candida, come era stato per Biancaneve, Cenerentola e Ariel.
La più grande novità introdotta è forse però la comicità del Genio (doppiato in originale da un neo speaker Robin Williams e in italiano da Gigi Proietti). Irriverente, logorroico e dissacrante. Impossibile non amarlo. Attraverso questa spalla comica inoltre viene introdotta una forte vena citazionista che diverrà poi uno dei marchi di fabbrica della Disney del nuovo millennio.
La storia d’amore tra Aladdin e la principessa Jasmine è sì interessante e ben costruita, ma a tratti pecca di poca originalità, nelle meccaniche della relazione sembra già vista. Il cattivo invece merita un plauso particolare; Jafar infatti è un diabolico stratega senza scrupoli, uno dei più amati personaggi dell’animazione statunitense.
Ottime, evocative e decisamente azzeccate nell’ambientazione orientale le musiche (su tutte “A Whole New World”), anche se decisamente non all’altezza di quelle del film alla prossimo posizione.


4° POSIZIONE: Il Re Leone (1994)
Uno dei titoli giustamente più amati di sempre. Un tuffo nella savana, nel mondo degli animali selvaggi in cui alla legge del più forte è associata anche un’organizzazione gerarchica della società che vede al potere il re leone. Paesaggi mozzafiato, scene ampie e corali dal taglio cinematografico come la sequenza d’apertura (“Azibegna”, la più bella Africa in libertà), quella del battesimo di Simba o la tragica morte di Mufasa. Ottima trasposizione animata dell’Amleto di Shakespeare e buone anche le altre citazioni alle opere del misterioso autore anglosassone. La storia non è però il punto forte di questo film, sembra a tratti un pretesto per l’introduzione di personaggi indimenticabili e la giustificazione di canzoni meravigliose; per cui un pretesto più che giustificato. I personaggi, sia quelli principali che secondari, sono tutti fantastici, ben caratterizzati, colorati e simpatici fin da subito. Timon e Pumba storiche e insostituibili spalle comiche. Rafiki; non serve aggiungere altro. Se dovessi però indicare la vera eccezione della pellicola direi sicuramente le musiche, composte dal sempreverde Hans Zimmer, e le scene a queste correlate: “Voglio Diventar Presto un Re”, “Hakuna Matata”, “Can You Feel The Love Tonight” e soprattutto “Il Cerchio della Vita”, epicità pura.
Un film attraverso cui da piccolo ho assimilato il concetto di morte. Quante lacrime versate su quella cassetta. Peccato che tutte le sfaccettature del capolavoro indiscusso abbiano preso vagamente ispirazione da “Kimba, il Leone Bianco” del celebre mangaka Osamu Tetzuka. Peccato.


3° POSIZIONE: Mulan (1998)
La Cina, il paese più popoloso al mondo, in tutto il suo splendore: tradizioni, folklore, architetture inimitabili e paesaggi diversificati. Viene però puntato il dito anche contro la chiusura mentale, la divisione in classi sociali e soprattutto contro la forte misoginia che regna sovrana. Un film che rilancia la figura della donna in una chiave molto moderna e aiuta i bambini a sviluppare un’idea di uguaglianza tra sessi che porteranno con loro per il resto della vita. Un insegnamento molto prezioso e profondo.
Il tratto del disegno richiama gli ideogrammi e i disegni tipici cinesi, i personaggi risultano ironici e simpatici, soprattutto i tre soldati caratterizzati. Mushu esilarante quasi come il Genio (peccato per la voce della mooseca), Cri Kee e il cavallo riescono a far ridere senza parlare, dote di pochi. Villain perfido, minaccioso, silenzioso e astuto, uno dei migliori di sempre.
I protagonisti della Disney troppo spesso vengono relegati a collante di altre situazioni comiche o di insegnamenti poco interessanti, Mulan invece si impone come figura centrale e portante dell’intero film. Cosa rimarrebbe a questo prodotto se gli venisse tolta l’eroina con gli occhi a mandorla? Poco, quasi nulla. Mulan è il centro indiscusso dell’opera e infatti, quando viene allontanata per un lasso di tempo breve a causa del suo sesso, la situazione precipita rapidamente. Personalità dirompente. Fantastica.
Il film si compone di molte sequenze azzeccate e ispirate, ma tre di queste emergono decisamente sulle altre sottolineando la qualità del prodotto: l’addestramento sulle note di “Farò di Te un Uomo” che carica in maniera indescrivibile lo spettatore, a prescindere dalla sua età, la valanga provocata dalla strategia di Fa Mulan e lo scontro finale tra i fuochi d’artificio con annessa citazione epica al nostro caro cavaliere oscuro.
Peccato per una lentezza a tratti eccessiva in alcuni frangenti, come ad esempio all’inizio, ma comunque eccezionale.



2° POSIZIONE: Le Follie Dell’Imperatore (2001)
Il primo film analizzato nelle prime Recensioni dellaSettimana, già storia di questo blog secolare. Cosa aggiungere allora a ciò che avevo già detto riguardo questo titolo quasi due mesi fa? Potrei elogiare Kronk in quanto spalla comica non-sense più riuscita di sempre, potrei sottolineare la maturità del prodotto, privo di morali banali ed edulcorate (se non nel finale), potrei ribadire l’ondata di novità portata da Kuzco, cinico e spietato protagonista che stravolge totalmente i canoni classici, potrei cominciare a citare le battute più divertenti del film ma finirei per riportare qui tutta la sceneggiatura e ciò allungherebbe un po’ troppo questo articolo, potrei ricordare tutte le comparse che aiutano a sostenere una pellicola che si presenta senza molte pretese ma che vola altissimo, potrei ribadire la scena con i giaguari nella giungla, quella del ponte o quella dell’inseguimento finale condito da esilaranti trasformazioni (l’uomo-mucca su tutte).
Potrei, sì, ma non credo ce ne sia bisogno. Mi limito solo a dire Capolavoro.


1° POSIZIONE: Hercules (1997)
Come superare il Capolavoro con la C maiuscola? Semplice, con la Perfezione, anche questa con la lettera maiuscola ovviamente. Sarà a causa del mio debole per l’epica e la mitologia greca, ma obiettivamente non riesco a trovare difetti in questo film. Tutti gli ingredienti che in passato avevano garantito alla Disney i grandi successi che conosciamo vengono ripresi, ingigantiti con intelligenza e mescolati abilmente per creare IL film d’animazione americana per eccellenza.
A partire dal protagonista tutti i personaggi, principali e secondari sono caratterizzati alla perfezione magari attraverso pochi dettagli esteriori o volatili battute fugaci. Phil (cioè dai, il nostro amato Presidente della Repubblica Giancarlo Magalli che doppia un satiro tozzo ma abile nell’addestrare gli eroi deve essere l’epicità fatta personaggio), Pena e Panico, Pegaso. Tutti meravigliosi. Un discorso a parte va fatto per Ade, allo stesso tempo esilarante e diabolico, ridicolo e minaccioso. “Chi mi ha spento i capelli?”. Semplicemente il miglior cattivo Disney e uno dei migliori della storia del cinema, sicuramente tra i più iconici.
Altro grande punto a favore di Hercules è la trama, stavolta davvero interessante, coinvolgente, movimentata e ricca di colpi di scena: prima le origini dell’eroe, poi l’adolescenza con gli allenamenti, il time skip, le fatiche, la gigantomachia, la storia d’amore e il successo. Densità unica per i film Disney che in passato ci avevano abituato a film molto più vuoti, anche se altrettanto godibili (Robin Hood, La Spada nella Roccia, Il Libro della Giungla, ecc…). Le musiche si rivelano tutte ispirate, ma le canzoni delle muse, utili alla narrazione, si presentano come una scelta azzeccata e memorabile.
Epicità in ogni singolo frame. Con la triste sensazione che un film d’animazione d’intrattenimento così perfettamente bilanciato e completo non vedrà la luce ancora per molti anni.


Dopo aver analizzato, magari molto poco oggettivamente, venticinque film (uff, che fatica!) direi che per i classici è tutto. E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con le mie scelte e i miei giudizi? Ma soprattutto: qual è il vostro classico preferito in assoluto? E la vostra TOP 5? Ditelo con un commento qui sotto o nei social. A presto con una nuova classifica.

Lunga vita alla Disney, creatrice di storie magiche e sogni senza tempo.

giovedì 7 maggio 2015

NBT: CANZONI CHE PROBABILMENTE NON CONOSCETE (PERCHÉ SIETE UN PO’ STRONZI)

Quante canzoni esistono al giorno d’oggi? Migliaia? Milioni? Adirittura miliardi? E voi cosa fate? Ma ascoltate sempre il disco di Emma Marrone ovviamente. Non vi sto giudicando, non arrabbiatevi, era solo per stuzzicarvi un pochettino, in realtà il vero punto della questione e quindi la domanda che vi chiedo di porvi è: ma quante canzoni esistono che non ho mai ascoltato? Pensateci, spesso capolavori potrebbero passarvi sotto gli occhi, su Youtube o su Spotify, e voi li ignorereste perché troppo interessati ad artisti che già conoscete (e anche perché siete un po’ stronzi). Quindi quale momento migliore di questo per dare orecchio a qualcosa di nuovo? Non credo vi costi molto tempo e non credo che quel tempo l’avreste speso comunque meglio, visto che siete sempre su internet a cazzeggiare. Insomma, senza ulteriori giri di parole, eccovi alcuni pezzi che dovreste ascoltare senza indugiare un secondo!


Qualcuno ha detto anni ottanta? Beh ci avete azzeccato, Living Out Of Touch è una canzone che più eighties di così non potrebbe essere. Un riff serrato, ripetuto all’infinito e scintillante esplode dallo stereo e da inizio ad un pezzo cadenzato e sostenuto per l’appunto da una chitarra fantastica, caratterizzata da un suono che si alterna tra ruvido e melodico, spesso anche molto bombastico. La voce del cantante, Lenny Wolf, è particolarmente intensa in questa traccia, raggiungendo l’apice nel chorus; l’intera canzone risplende di un’ aura indescrivibilmente passionale, cosa che raramente si riscontra ai giorni odierni, e rappresenta al 100% quello che io intendo per feeling anni 80. Un piccolo pezzo di storia hard’n heavy di un gruppo che è rimasto fin troppo sottovalutato nel corso degli anni.



Grezzo, sporco e melodico, il pezzo in questione è forse il miglior esempio del genere sleaze, così come i Faster Pussycat sono uno dei migliori esempi di gruppi fin troppo poco considerati oggi giorno, nonostante la loro influenza sull’hard rock  sia stata decisamente importante. Le chitarre sono ruvide, graffianti, la batteria pesta che è un piacere, il basso è rombante e groovy e la inconfondibile voce di Taime Downe stride come delle unghie sulla lavagna. Il ritornello prende fin dal primo ascolto, è azzeccatissimo e molto allusivo, in classico stile sleaze. Un fantastico esempio di rock’n roll suonato con la giusta dose di aggressività mescolata con una fantastica eleganza nelle scelte di songwriting. Slip Of The Tongue è tagliente come un rasoio e appiccicosa come una gomma da masticare attaccata sotto un banco; in poche parole: fantastica.



Let Me Be The One, dei Tattoo Rodeo, è forse la ballad più bella che io abbia mai ascoltato. Sul serio, l’intensità di questo pezzo è qualcosa di straordinario, da pelle d’oca. Come come? Chi sono i Tattoo Rodeo dite? Beh uh... Ecco, non ne ho idea nemmeno io. Tutto ciò che so è che sono un gruppo hard’n heavy attivo nei primi anni 90 e che hanno rilasciato due album in quell’arco di tempo; ma questo ora non ci interessa. Let Me Be The One è orgasmica, davvero, è stata scritta con una perizia ed una cura nei dettagli degni dei migliori gruppi di sempre. E poi che voce, che cantato fantastico, dalla prima parola fino all’ultima, tutto sorretto da delle tastiere dolcissime e da un sound di sottofondo deliziosamente country. Un pezzo direi totale, bellissimo, incredibile. Non ho altre parole per descriverla, davvero, ascoltatela subito, senza attendere un secondo.



Ed ecco qua un altra ballad; e che ballad! I britannici Quireboys (gruppo sottovalutatissimo, che avrebbe meritato dieci volte l’attenzione che ha ricevuto) con questa canzone danno una dimostrazione cristallina di tutta la loro classe: il pezzo di per sé è molto semplice, molto melodico e con un pianoforte davvero piacevole. La voce di Spike, il carismatico vocalist, è tanto rauca quanto inconfondibile; mi chiedo quante sigarette abbia fumato prima di registrare la traccia. L’intensità del suo cantato e le lyrics azzeccate rendono il pezzo dannatamente bello ed intenso, per non parlare della chitarra, che accompagna il crescendo con eleganza minimalistica e deliziando le nostre orecchie con un assolo grezzo e scintillante allo stesso tempo. Una delle migliori canzone d’amore di sempre, secondo il sottoscritto.


Se dovessi descrivere il gruppo inglese dei Ten con una parola sola, quella parola sarebbe eleganza. Ascoltate i primi venti secondi di The Name Of The Rose, e provate a darmi torto. Questa è una di quelle canzoni che rispecchiano al 120% la definizione di arte: un’intro acustica e medievaleggiante apre le danze trasportandoci verso luoghi lontani e fantastici, per poi precipitare brutalmente al suolo in un riff granitico ed aggressivo che irrompe improvvisamente. Passano pochi secondi ed ecco che la voce calda di Gary Hughes ci risolleva fino al paradiso, narrandoci nel frattempo alcune parti del famosissimo romanzo di Umberto Eco, Il Nome Della Rosa, a cui il pezzo si è ovviamente ispirato. Gary Hughes canta come un dio, ha un timbro fantastico che in questo pezzo in particolare risplende in tutta la sua bellezza; le sei corde sono sempre in primo piano, macinando riff su riff fino allo strepitoso assolo.  La canzone è stata congegnata in una maniera tale da risultare fluida, melodica ed espressiva, centrando in pieno l’obbiettivo di colpire chi la ascolta. Un vero gioiello di canzone che vi invito a non perdervi!



I Grand Theft Culture sono un quartetto svedese che, dopo essere stati scoperti su youtube da quell’essere inquietante di nome Skrillex, si sono trasferiti a Los Angeles per registrare il loro primo album (che deve ancora uscire). La caratteristica di questi ragazzi sta nel sound davvero originale: esso infatti mescola l’aggressività e la melodia dell’hard rock più classy con l’ignoranza della musica dubstep. Il risultato è geniale e Down The Line è a mio parere il loro pezzo meglio riuscito: La melodia prende dopo neanche mezzo secondo, la voce del cantante è veramente bella e caratteristica e le parti dubstep non sono invasive e sono posizionate nei giusti spazi: insomma, questi ragazzi non si limitano a premere tasti a caso, questa è musica seria e per certi versi a tratti sperimentale. Down The Line è un singolo perfetto, ha un ritornello bellissimo e sono sicuro che piacerebbe a tutti, se solo venisse ascoltata. Insomma, I Grand Theft Culture sono l’unica cosa decente che quell’ameba di Skrillex sia mai riuscito a tirar fuori dal cilindro! Ascoltateli!



Per oggi direi che queste sei canzoni siano sufficienti. Spero che le ascoltiate, davvero, sarebbe davvero bello pensare di avervi fatto conoscere qualcosa di nuovo e di interessante. A proposito, avrete notato che tutti i brani sono hard rock. Beh è il genere che amo di più di tutti, che volete, e condividere le mie passioni con voi è il massimo che possa fare, sperando che valga davvero qualcosa. Grazie per la lettura, a presto guys.
Cristiano Chignola

lunedì 4 maggio 2015

O CAPITANO! MIO CAPITANO!

Quanto dura una vita? Quanto vale una vita? Quanto dura una vita rispetto alla storia del Mondo? Nulla. La vita di un singolo uomo è un soffio impercettibile in un vento infinito, un granello nel deserto, la goccia dell’oceano. Nulla. L’unica soluzione per riuscire a godere comunque di una vita il cui significato potrebbe anche non esistere è dare importanza ad ogni singolo momento, vivere intensamente ogni secondo succhiando tutto il midollo della vita, cogliere l’attimo. Cogli l’attimo, Carpe Diem.


 Lo diceva il poeta latino Orazio mescolando Stoicismo ed Epicureismo, lo diceva il professore di letteratura John Keating mescolando passione e informalità. Il signor Keating dell’Academy Welton, teatro degli eventi de “L’Attimo Fuggente”, pellicola del 1989 diretta da Peter Weir ed interpretata da un indimenticabile e purtroppo compianto Robin Williams che riprende la storia di un gruppo di ragazzi diciassettenni in mezzo a due fuochi tra loro opposti: da una parte il conformismo e il tradizionalismo imposti dalla società che li circonda e dall’altra l’apertura mentale e la ventata di libertà di pensiero portate dal nuovo insegnante, Keating appunto.


Forti di una nuova consapevolezza artistica, filosofica e soprattutto vitale acquisita attraverso lezioni alternative, alcuni ragazzi decidono di comune accordi di rifondare la “Setta dei Poeti Estinti” (“Dead Poets Society”), un gruppo segreto di studenti dediti alla lettura, alla scrittura, alla poesia, all’arte della vita. Un gruppo che si riunisce nei boschi per poter coltivare tale passione lontano dalla rigidità dell’ala conservatrice della società americana degli anni ’50. La ricerca della libertà di opinione e di espressione volta alla scoperta del vero significato dell’esistenza porterà però questi giovani a confrontarsi con un domani che non risponde alle aspettative dell’oggi giovane e sognante, con un destino che cerca di opporsi a loro in ogni modo. Una realtà dura, triste, non in linea con i grandi ideali del Carpe Diem. Una linea drammatica crescente che sfocerà in un finale tragico e toccante che non potrà lasciarvi impassibili se avete un minimo di sensibilità. O Capitano! Mio Capitano!

Il vero protagonista del film non è quindi il professor Robin Williams, molto convincente e ispirato nel ruolo che lo ha consacrato ad attore pop simbolo degli anni ’80 e ’90, ma i giovani studenti repressi e insicuri, talentuosi e poetici; la gioventù, la vita in tutto la sua imponente forza trainante, la stessa forza che muove il Mondo.


Pars destruens e pars construens, come per Francis. Esistono film che distruggono un modello e altri che lo propongono. È difficile trovare un prodotto che riesca a conciliare e bilanciare alla perfezione questi due aspetti fondanti della critica sociale e di costume, “L’Attimo Fuggente” ci riesce eccome dimostrando così di essere un vero e proprio capolavoro senza tempo, un film complesso e denso di allegorie, messaggi e significati, un film che cambia a seconda dello spettatore e a seconda del momento che questi sta vivendo. Weir mescola abilmente l’accesa critica al partito repubblicano e all’istruzione scolastica contraria alla libertà, la passione per l’arte e una serie di profonde riflessioni sul senso della vita e sull’antropologia in generale. Cinema puro.



Quanto dura una vita? Quanti siamo su questa Terra? Quanti ne sono passati? Lasciarsi trasportare dalla mediocrità della banalizzazione sarebbe facile, sarebbe facile abbattere le proprie aspettative e i propri sogni convincendosi di non valere, di non avere nulla da dire, di essere inferiori al resto delle persone che vive il Mondo. Sarebbe facile, ma non è così. “L’Attimo Fuggente” insegna che noi nasciamo unici e la difficoltà della vita sta nel mantenere questa unicità fino alla fine, nel non cedere al conformismo e al qualunquismo. Rendere ogni giorni unico, vivere l’attimo significa mantenere viva la natura stessa dell’uomo, raschiare dalla superficie la corteccia di falsità e convenzione. Vivere appieno. “Oh, fare della propria esistenza un poema di nuove gioie”. Carpe Diem.

Ciao Robin, maestro di vita e di risata.

domenica 3 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 27 APRILE - 3 MAGGIO


FILM: Song ‘e Napule (2014)
“Dimostrare che un’altra televisione in Italia è possibile”. Questo il motto ferrettico che hanno probabilmente adottato anche i talentuosi Manetti Bros. I due registi romani portano al cinema ciò che di buono avevano fatto vedere in quattro stagioni di Coliandro con una commedia ben costruita, girata, recitata e montata. La storia segue le vicende di un giovane pianista, entrato in polizia tramite raccomandazione, scelto per essere l’infiltrato ad un matrimonio tra figli di boss camorristi. Per far sì che l’intricato piano funzioni però Pino Dinamite, interpretato da un fantastico e credibilissimo Venturi di 1992, dovrà riuscire ad entrare nella band del cantante neomelodico Lollo Love (esilarante Giampaolo Morelli) che si esibisce al matrimonio incriminato.
Personaggi sopra le righe che non stonano rispecchiando una città, un popolo sopra le righe. Comicità dissacrante che gli amanti dell’ispettore di Rai 3 non potranno fare a meno di apprezzare. Dietro il velo di semplicità e allegria si cela però una profonda critica sia alla città di Napoli che all’Italia intera. La sequenza iniziale sulle raccomandazioni è da antologia, fantastica.
 Ad una prima occhiata potrebbe sembrare che della città di Napoli vengano presentati solo gli aspetti negativi (camorra, sporcizia, violenza), ma non è così; proprio nelle scene più lente e riflessive infatti la macchina da presa si sofferma a mostrare splendidi scorci, paesaggi mozzafiato e vicoli caratteristici della controversa metropoli. Tirando le somme Napoli esce rafforzata nell’immagine da questo film italiano molto intelligente. Un popolo che potrebbe esistere solo lì, all’ombra del Vesuvio. VOTO: 8



FILM: Control (2007)
Film biografico sulla vita di Ian Curtis, cantante e leader dei Joy Division nella loro breve attività. La prima cosa che salta all’occhio è la scelta stilistica del bianco e nero, scelta quanto mai azzeccata che restituisce in maniera credibile sia gli anni ’70 che la complessa psicologia del protagonista. Il film copre l’intera carriera musicale dell’immenso cantante, dai dischi di Bowie nella cameretta alla tragica fine passando per il successo e le crisi di epilessia. Lo sceneggiatore, consapevole di non poter includere l’intera vita dell’artista in due ore di pellicola, decide di tagliare sul rapporto tra Curtis e gli altri membri del gruppo; ciò risulta anche funzionale nel delineamento del carattere schivo, fragile e solitario del protagonista.
Control è un film in cui non si parla molto, in cui ci sono molti silenzi alternati a brani degli stessi Joy Division; molti passaggi sono oscuri o comunque non avvengono direttamente davanti alla macchina da presa, quasi si volesse lasciare comunque una sorta di riservatezza alla figura di Ian. La sequenza finale nella sua semplice forza dirompente commuove e lascia un gusto molto amaro in bocca, si ha la sensazione che la grave perdita si sarebbe potuta evitare, ma non è stato così. Quando “Atmosphere” parte senza però coprire le grida strazianti della povera Deborah Curtis si ha un tuffo al cuore, un nodo in gola. Scena magnifica.
Da questo film emergono e si mescolano rabbia, dolore, sofferenza, depressione, angoscia e voglia di farla finita. Uno spaccato realistico della vita del giovane frontman poeta che, unito ad una fotografia spettacolare e ad una regia statica e riflessiva, contribuisce a dare vita ad un prodotto imperdibile per gli amanti del punk e della new wave. Uno dei migliori film biografici di sempre. VOTO: 9



FILM: We Are The Best (2013)
Film svedese passato decisamente in sordina qui in Italia. Le protagoniste sono tre ragazzine tredicenni anticonformiste e ancora convinte che nel 1982 si possa prendere il punk come modello anche al di fuori della pura musica, anche come stile di vita. La pellicola, tratta da una graphic novel, si struttura come una serie di episodi quasi slegati tra loro che riescono comunque a creare una storia organica, uno sviluppo credibile dei personaggi che, scoperta una sala prove aperta a tutti nella loro scuola, decidono di comporre musica nonostante la penuria di conoscenze tecniche e di strumenti.
Non si riesce bene a comprendere se il regista volesse fotografare le difficoltà dell’adolescenza, dell’anticonformismo giovanile o i valori delle generazioni cresciute con il punk. Il prodotto si presenta come una via di mezzo, un ibrido che non sempre riesce nel suo scopo. A tratti sembra volare più alto, a tratti più basso senza mai affondare il colpo. Dal mio punto di vista ho interpretato la storia delle tre ragazzine come un ritratto degli ultimi, quelli che la società non considera, quelli che non riescono ad esprimere loro stessi in schemi ben definiti ma che devono romperli e quindi essere visti in maniera negativa dalle persone che li circondano. Spesso è più facile chiudersi e nascondersi dietro ciò che la società vuole piuttosto che esprimere se stessi e risultare estraneo alla società stessa.
Fotografia e regia scolastiche, molto convincenti le interpretazioni delle tre protagoniste. VOTO: 6.5



ALBUM: L’Italia Peggiore (2014)
Dopo aver elogiato il primo album de “Lo Stato Sociale” nelle scorse Recensioni della Settimana, oggi parliamo del secondo lavoro in studio, uscito lo scorso anno. Con “L’Italia Peggiore” il quintetto bolognese si conferma come il più commerciale ed accessibile gruppo indie elettronico di critica sociale italiano. Al secondo tentativo Lodo e compagni curano più l’aspetto musicale dando vita a motivetti ancor più orecchiabili e azzeccati, ma tralasciano talvolta i testi o eccedono nel luogo comune; “C’eravamo Tanto Sbagliati” ad esempio somiglia più ad un’accozzaglia di frasi da stato di Facebook piuttosto che ad un brano socialmente e politicamente scorretto. A parte due o tre brani poco ispirati però l’album conferma quanto di buono si era intravisto in “Turisti della Democrazia”: testi acidi (“La Rivoluzione Non Passerà in TV”) e critica di costume (“In Due è Amore in Tre è una Festa”). “Linea 30” la vera perla; coraggiosa, dura, alternativa, poco invasiva. La strage di Bologna vista da vicino, così vicino che non ci si accorge nemmeno di ciò che sta accadendo.
Molto buone anche le collaborazioni con Piotta, l’enorme Arianna Dell’Arti e Scottecs, ormai idolo di grandi e piccini. Un gradino sotto il primo album ma comunque un prodotto godibile da chiunque. VOTO: 7.5