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mercoledì 24 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - FINALE

Il giorno era arrivato. Il mio ultimo giorno da immaturo, almeno per legge, almeno per loro. Mi svegliai molto presto con l’ansia di non alzarmi in tempo e di ritrovarmi la commissione intera in camera per un colloquio a domicilio. Ancora adesso ogni tanto nella notte scambio l’ammasso di vestiti che caratterizza la sedia di un under 30 moderno per la silouette del professore di astronomia. Ah quel professore di astronomia, quante me (ce) ne ha fatte passare per poi non riconoscerci nelle visite successive alla maturità. Che smemorato! Comunque mi alzai alle 7 per essere a scuola alle 11. Diciamo che mi piace fare le cose per tempo. Doccia, shampoo, profumo, acqua, nausea, basta acqua per piacere, rinuncerò alla colazione. Dopo aver caricato a forza una mia amica nella mia spaziale autovettura (a forza per le ridotte dimensioni dell’abitacolo, non per sua volontà) mi apprestai a raggiungere il luogo dell’apocalisse. Voglio essere sincero: se le tre precedenti prove non le avevo particolarmente sentite dal punto di vista emotivo, quel giorno ero particolarmente agitato; il fatto di dover esporre un argomento, la possibilità di non convincere, la possibilità di avere una sincope, quella di svenire, quella di vomitare sulla commissione. Tutte ipotesi da tenere presente se si soffre d’ansia e io con l’ansia ormai c’ho fatto amicizia.


Superata l’agitazione iniziale mi accorsi di essere arrivato a scuola anche prima dei professori. Notevole direi. Arrivai così presto da avere il tempo di entrare a vedere il primo orale di giornata (il mio era il quarto) fingendo di essere un estraneo disinteressato (barba finta e occhiali da sole). Il mio intento era invece quello di tastare con mano l’umore della commissione, che, se fosse stato anche solo parzialmente negativo, avevo già pronto un biglietto per “Altrove”, la città di Leone il Cane Fifone, quello che vive con Giustino e Marilù. Che poi Giustino è l’italianizzazione dell’anglofono Justin, come Justin Timberlake o Justin Bieber. Che storia! Si vede che sto prendendo tempo per evitare di parlare del mio orale?
Non ricordo con esattezza chi fosse il torturato della prima ora e che domande gli furono rivolte, ricordo solamente che mi stupì dei miei evidenti miglioramenti: avrei saputo rispondere a tutto, ecco la cartina tornasole di cui avevo bisogno. Ora ero più sicuro.
Breve recup: testa, ce l’ho, chiavetta con power point triste (bianca e scientificamente asettica in realtà), ce l’ho, sorriso piacione di chi sa che passerà ma lo dà a vedere poco, ce l’ho, documenti per identificazione alla polizia dopo violenta crisi nervosa ai danni di tutti i presenti, ce l’ho. Avevo tutto. Mi mancava forse un briciolo di maturità per potermi definire tale, ma poi avevo tutto.
Intanto, mentre io ripassavo italiano e astronomia insieme (che poi Astolfo va comunque sulla Luna), salì le scale un ex professore in pensione che, dopo due chiacchiere ansiose, mi chiese il permesso di entrare a sentire il mio orale. A questi si aggiunsero poi due amici, tre compagni, un parente alla lontana, un bidello, un mago, un gatto, un topo e un elefante. Non mancava più nessuno insomma. A parte gli scherzi, ricordo una folla indefinitamente densa intonare cori da stadio alle mie spalle durante l’esame, ma forse ho sofferto di allucinazioni in quei giorni. Il tempo passava con le stagioni a passo di Giava e mancava mezzora alla fine dell’orale precedente al mio quando, apparizione celeste, uscì la professoressa di matematica e fisica a chiedere chi fosse il prossimo. Alzai timidamente la mano. Venne da me e mi disse che quella di lettere (esterna e appassionata di cinema - ma quest’ultima cosa non centra) avrebbe chiesto entro la fine della giornata Leopardi. Leopardi. LEOPARDI? Il gobbo di Recanati?!? Io non sapevo Leopardi, e poi cosa vuol dire “sapere” Leopardi? Io il mio amico Tommaso posso conoscerlo, ma come faccio a saperlo? Via astronomia, via storia dell’arte. Solo italiano. Cominciai a leggere, ripetere e immagazzinare dati. Tentai di tatuarmi con ago e inchiostro bic e le date di nascita e di morte del gioioso Jack sulla mano senza riuscirci (gli aghi mi incutono timore), ma niente, troppe cose. Una la imparavo e tre le dimenticavo. Passai quindi ai cari vecchi riassunti di fine capitolo - Dio li benedica. Non sapevo quindi nulla dei brani. Poi uscì il mio compagno di classe e chiamarono me, me e tutta la squadra. Sulla porta mi fermò il professore di storia e filosofia per abbracciarmi. Esistono tanti abbracci nella vita di un uomo, tanti. Pochi sono quelli che il tempo non dimentica, questo è uno di quelli.


Entrai, salutai e strinsi mani a destra e a manca. Mi sedetti con le mani nelle mani tese e feci il riconoscimento. Solite frasi di alleggerimento del presidente tipo “Ma chi è questo giovine nella foto? Non sei tu vero?”. Risatina ebete di circostanza, magari anche tirando su col naso che è peggio. Era tutto pronto, dovevo cominciare a parlare. Mi recai come un alcolista alla lim e cominciai a discorrere. Inizialmente le parole uscivano a fatica, come quando passi una serata fuori e ci sono meno di meno dieci gradi. Poi la mascella cominciò a sciogliersi e le parole a fluire meno problematicamente. Arrivai ad un certo punto in cui, legato al tema dei wormhole, avrei dovuto citare Donnie Darko, ma il fato volle che la mia mente si svuotasse completamente in quel momento.
“E quindi troviamo il tema dei paradossi temporali anche in… ehm, in…” panico, silenzio, panico ancora. Goccioline di sudore che scendono già ghiacciate. Guardai il pubblico in cerca di aiuti, tipo il 50:50, ma niente. Guardai la commissione. I cinque secondi (d’estate - ma non volevo scriverla questa) più lunghi della mia vita. “In Donnie Darko!”. Il mio esame era ancora in carreggiata, solo una piccola deviazione.


Finì la mia esposizione e la professoressa di lettere mi chiese da dove volessi cominciare, ambito scientifico o umanistico? Alla commissione dissi che era indifferente, ma dentro mi sentivo come Harry quando si sottopone alla prova del cappello. “Non Serpeverde, non Serpeverde”, “Non scientifico, non scientifico” e infatti cominciai dall’umanistico. Il cappello non sbaglia.
Bene storia e filosofia, meno italiano. Leopardi. Parlai dieci minuti ininterrottamente della vita e degli aneddoti dei gelati killer, poi cominciarono le domande e anche i rumori dei vetri su cui mi arrampicavo. Tutto sommato però, a parte una diatriba maligno-matrigno, italiano andò più che discretamente. Di inglese mi chiese un argomento di quarta che fortunosamente ricordavo e quella di arte si limitò a farmi riconoscere qualche opera di Picasso. Tutto bene. Tutto perfetto fino ad astronomia. Dieci minuti di un uomo sulla sessantina che cerca di far dire ad un diciottenne “Lingue di fuoco” mimandolo a gesti mentre questo, in preda alla disperazione, butta l’occhio qua e là in ricerca di una rivoltella, preferibilmente carica. Non voglio dire disastro, ma quasi: un intero colloquio in cui il professore parlava della sua materia e io intervenivo di tanto in tanto per dire qualche parola, tipo telequiz, magari anche sbagliata. Che vergogna.
Poi arrivò fisica. Ah fisica, praticamente la mia mappa. Avrei dovuto saperla a menadito, e invece…
Mattia, devo dirti la verità, a me Donnie Darko non è piaciuto”.
E qui si vede il maturando in crisi che apre la bocca senza pensare.
“È perché è difficile, si deve capire per apprezzare”
“Mi stai dicendo che non capisco di cinema? Che sono stupida?”
“Ma noooooo. Cioè anche mia mamma non capisce”.
Fine della frittata e vergogna che sale a dismisura. Volevo nascondermi. Poi domande sulle risposte che avevo inventato una settimana prima e silenzi infiniti. Non sapevo rispondere, come per astronomia, solo che almeno qui la professoressa si limitò a trattenermi un paio di minuti.
Il colloquio era finito; già lo sentivo, quel vento di libertà che soffiava fuori dall’aula. Dopo le solite domande di rito e una stretta di mano generale guardai la commissione e vidi uomini. Coloro che mi avevano intimorito per un quasi un mese ora erano padri e madri, semplicemente persone come me, come i miei genitori, che nulla avrebbero mai fatto per mettermi in difficoltà. Paure superflue. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo catene sciogliersi e ali aprirsi al vento della vita. Quelle mura mi sarebbero mancate sempre; quei volti, quei voti, quelle gite, quelle emozioni condivise. Tutto, tutto già mi mancava.


Ragazzi, la maturità non conta niente. È un voto, un numero come tanti che qualche mese dopo dimenticherete. Una passerella per i più meritevoli e un’agonia ingiustificata per i sessantini. Quello che ricorderete saranno gli anni passati in quel posto magico fuori dal mondo chiamato Scuola, o casa se lo vivete nel modo giusto. Perché finché siete lì quel posto può essere casa vostra, i professori i vostri genitori e i compagni i vostri fratelli. Un momento che non tornerà più. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo che il termine "maturità" non faceva al caso mio. Su quella soglia, per l’ultima volta, non potevo dire di sentirmi maturo, ma forse un po’ meno immaturo di prima sì.

venerdì 19 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - SECONDA PARTE

Dove eravamo rimasti? Stavamo ripassando per la terza prova mi pare. A volte mi stupisco di quanti dati sia riuscito ad infilare in questa testa mediamente proporzionata per quell’esame. Intanto la Costa Rica aveva battuto in rimonta l’Uruguay mentre io seguivo uno spettacolo amatoriale per rilassare la mente (ma neanche tanto, vista la complessità della trama dello spettacolo - qualcosa come Romeo e Giulietta tra presente e futuro).


Arrivò poi la vigilia della temuta terza prova. La prima cosa da non fare il giorno prima di un esame è cercare di buttare a forza nella mente nozioni a palate; si rischia di sotterrare le conoscenze pregresse e arrivare alla prova senza ricordare il proprio nome o addirittura dimenticandosi di avere un esame da sostenere, che è peggio. La seconda cosa da non fare è studiare in coppia. Sicuramente voi avrete delle lacune e anche il vostro compagno le avrà; ciò non farà altro che aumentare l’agitazione, specialmente quando realizzerete che tutte quelle lacune non si colmeranno in una notte. Terza cosa da non fare è messaggiare con i vostri compagni di classe. Anzi, spegnere il cellulare è cosa buona e giusta. È scientificamente provato che alle 00:14 qualcuno scriverà sul gruppo di Whatsapp qualcosa tipo: “Ma il trafiletto in basso a pagina 763 del terzo libro di filosofia l’abbiamo fatto?”. Quando scriverà ciò metà classe vorrà linciarlo e l’altra metà si appresterà a scrivere: “Ma secondo voi lo chiede?”. Ecco, il maturando in crisi. Dopo aver diffidato dei pareri altrui per cinque anni , confidando solo nel suo buonsenso, crederà a qualsiasi banalità gli verrà detta, purché questa sia in linea con la sua preparazione. Ma sarà troppo tardi per ripassare o per schierarsi pro o contro il maledetto compagno dell’ultimo secondo. La notte porta consiglio. Dormite bene.

Il giorno della terza prova l’ansia è forse maggiore perché non si ha la più pallida idea di ciò che potrebbe capitare. Potrebbero chiedere la scontata tettonica a placche o l’evitabilissima “Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in Compendio” di Hegel. Tutto è appeso ad un filo, alla scelta del vostro rappresentante di classe tra la busta A, la B e la C, come in un quiz di Carlo Conti.
Il giorno della terza prova mi sedetti nuovamente in fondo, attorniato dai soliti fedelissimi. Dopo la consegna dei fogli avevo paura di girare pagina e scoprire la dura verità. Da cosa cominciare? Ricordai le parole dei professori “Cominciate dalle materie più difficili”. Cominciai dalle materie più facili: arte e filosofia. In mezzora avevo finito di riempire quelle asfissianti dieci righe. Passai ad inglese. Con calma la feci, con molta calma. Rimanevano fisica ed astronomia. La prima la inventai, la seconda la inventai con fantasia. Una di quelle fantastiche risposte in cui viene riproposta la domanda mescolata ad un lungo e vuoto giro di parole. Quanto mi mancano quelle risposte. Peccato che poi il giorno dell’orale mi avrebbero chiesto delucidazioni in merito alla mia fervida immaginazione. Considerando però il 13 della terza prova, forse a qualche invenzione hanno creduto.
Finito di riempire tutte le mie righe mi dedicai ad opere di carità mimando risposte improbabili e inducendo all’errore anche altri ignari studenti. È il karma: se infrangi volontariamente le regole per ottenere un paio di punti in più può capitare che il karma ti punisca con suggerimenti sbagliati.
Però i professori avranno pensato a quanto fossimo uniti come classe; inventare tutti la stessa fantasiosa risposta alla stessa domanda è dono raro. Azzarderei telepatia.
Una volta un ragazzo sosteneva che solo durante la seconda prova è concesso copiare. Quel ragazzo si sbagliava. Ricordo ancora un mio compagno di classe che mi chiedeva di suggerirgli una risposta infinita nei pochi secondi in cui i nostri sguardi si incrociavano mentre uno dei due andava in bagno. Doti circensi.


Finita la terza prova ebbi un momento di rilassatezza. Dai miei conti avrei potuto raggiungere il tanto agognato 60 prima di entrare all’orale e ciò mi avrebbe anche permesso di raccontare storie divertenti alla commissione anziché rispondere alle domande. Intanto mi avevano comunicato la data del mio orale; avevo la bellezza di nove giorni per dimenticare tutto il programma. Da un lato così tanti giorni sono un aspetto positivo; ci si rilassa e si ricaricano le batterie. Ma dall’altro si ha il tempo per fare i pensieri più strani, come quello di scappare in Messico su un pickup degli anni ’60 con la paglia e i maiali e lasciare la maturità agli altri. Non volevo essere “maturo”, quei giorni li avrei vissuti all’infinito. La stupenda tensione nell’attesa della fine.

Intanto, mentre Casa Azzurri (casa mia che quando gioca la nazionale si tinge d’azzurro) si riempiva e si svuotava di persone che non avrei più rivisto, avevo deciso che avrei seguito più orali possibili in attesa del mio. Il primo giorno alle 8:30 io c’ero. Il cielo era triste, forse non voleva che lasciassimo quelle mura accoglienti. Entrai a vedere il secondo del giorno. Ricordo i vassoi di dolci appoggiati sul davanzale della finestra. Tutto sommato questi professori non è che si trattano poi tanto male. Forse da grande voglio fare il professore. O il vassoio di dolci, devo ancora decidere.
Sarà che il ripasso full immersion dovevo ancora affrontarlo, ma nella mia testa pensai che non avrei saputo rispondere a metà delle domande rivolte all’interrogato. Ma non allarmatevi: ad ogni esame che vedrete prima del vostro non saprete rispondere a metà delle domande. È fisiologico. Il giorno del vostro colloquio sarete così saturi di informazioni e stremati dallo stress che le parole usciranno dalle vostre bocca senza nemmeno pensarci. Purtroppo davvero senza pensarci. Poi capirete cosa intendo.
Al primo seguirono altri esami orali e, mentre avevo fatto ormai amicizia con l’intera commissione (ah, le briscole con quello di astronomia e col presidente) e avevo invitato anche loro a Casa Azzurri, il mio orale era ormai alle porte. Cosa fare la sera prima della fine? Prima dell’ultima volta in cui avrei varcato quella soglia da immaturo? La tentazione di riririvedere il professor Faletti era forte, ma avevo bisogno di essere originale, unico. Di esprimere il mio Io per rilassarmi. Optai allora per Scrubs: niente è meglio di JD per divertirsi e riflettere allo stesso tempo. E conclusi la serata originalità con una carrellata di canzoni strappalacrime, tipo quella dell’addio di Bear e Luna nella grande casa blu. Lacrimoni.


Altro problema insormontabile che emergerà la notte prima dell’ultimo esame sarà “Come mi vesto domani?”. Come se l’abito facesse il monaco maturo. E invece l’abbigliamento conta, o meglio contribuisce a creare l’immagine con cui vi presenterete alla commissione, la quale dovrà essere sobria e trasmettere tranquillità. Per cui evitate maglie psichedeliche o pantaloni con trame ipnotiche, evitate abiti col Che o con simboli satanici; forse è meglio schierarsi a parole e argomentando piuttosto che lasciar partire prevenuta la commissione. Siate voi ma siatelo moderatamente.
Alla fine scelsi una camicia viola a righe (molto hipster invero) e jeans. Ma poi quello che conta davvero sarete voi, anche se nudi. Cioè nudi magari no o almeno non se la tartaruga l’avete mangiata a colazione e nella frenetica scalata alla maturità avete dimenticato la fantomatica prova costume. E mentre pensavo a me, ai miei compagni, alla macchina del tempo, al professore di filosofia e a Supermario Balotelli che tanto super non era, mi assopì come un gatto tra le braccia di Morfeo, non quello di Matrix, il Dio. Mancava solo un passo, non potevo più inciampare.

Continua… prestissimo



martedì 16 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - PRIMA PARTE

Alla vigilia della prima prova mi sento in dovere di rinfrancare i giovani maturandi che stanno passando le loro ultime ore prima dell’esame studiando (si spera) e ascoltando Venditti (si spera di no). E quale miglior modo per tirarci su di morale se non raccontandovi la mia personalissima esperienza?


Correva l’anno 2014; l’estate si prospettava quantomeno fresca (tanto che poi avremmo festeggiato Pasquetta a Ferragosto), l’ebola era ancora un miraggio lontano e i campi ROM c’erano ma non se ne parlava tanto. Qualcuno comprava maglie azzurre perché ci credeva, ma poi la Costa Rica e Godin ci hanno fatto cambiare idea un po’ troppo presto. Mentre l’Italia del mai eletto premier si apprestava a succedere alla Grecia per il semestre di presidenza europea, io e i miei coetanei preparavamo gli esami di stato. Dopo mesi di voci, pettegolezzi e finte tracce spacciate per rivelazioni celesti, finalmente tutto stava per finire. Dopo aver smaltito la delusione per la cocente sconfitta nella finale del torneo di calcetto scolastico contro i Mercenari (8-1. ndr), avevo apportato le ultime modifiche alla tesina; che poi in realtà doveva essere finita a maggio, che poi in realtà doveva essere finita ad aprile, che poi in realtà doveva…
Ero abbastanza sicuro che la mia figura l’avrei fatta: mappa concettuale sul viaggio nel tempo e sui wormhole partendo dalla DeLorean. solo mesi dopo mi sarei reso conto della banalità delle mie argomentazioni, ma almeno in quel momento ero convinto e tanto bastava. rimaneva il problema delle prove, ma si sa: per la prima non bisogna studiare, per la seconda ormai è tardi per imparare nuove formule complesse e la terza va a fortuna. Forte di quest’ottica speranzosa mi dedicai al recupero di OC (4 stagioni nel solo mese di giugno). A distanza di un anno, forse, ammetto, forse, che avrei potuto fare di più. Ma il quinto anno ti porta allo stremo prima della fine, non posso rimproverarmi nulla.


Arrivò quindi il giorno della prima prova. Facce tese, sorrisi tirati e vocabolari sotto braccio. L’agitazione era nell’aria, ma io non avevo paura. Ci accomodammo in un lungo corridoio di cui non riuscivo a vedere il fondo. Una classe a destra e una a sinistra. Noi a destra, ma dipende dai punti di vista. Ci consegnarono dei plichi infiniti che per farne uno credo abbiano abbattuto ettari di foreste. Tracce banali e per niente stimolanti (io scrissi qualcosa sulla violenza, credo), mai il vero problema fu l’analisi del testo, che mai ho scelto in cinque anni di liceo. Quasimodo. Bravo è bravo eh, nessuno lo mette in dubbio, ma se lo avessimo studiato durante l’anno magari avremmo potuto affrontare anche la tipologia A. E tutti furono costretti a virare forzatamente su altro. Tipo quello del dono. Scontato. Vi auguro il meglio per quest’anno, almeno qualche traccia interessante.
Finita la prima prova finito un ciclo: niente più temi per il resto della vita, o meglio, niente più temi se scegliete di non aprirvi un blog. Finita la prima prova tutti a casa a matematicare in allegria. La disperazione dell’ultimo secondo. Dopo aver perso ore a far nulla si perdono ore a rimpiangere le ore perse a far nulla e, mentre in casa si preparavano solo insalate di riso e piatti freddi, io mi dedicavo a perdere tempo e ad ipotizzare situazioni di vita improbabili, mio passatempo prediletto. Finita la prima prova comincia il giro di messaggi: “Quale hai fatto?”,  “Quanto hai scritto”, ma soprattutto “Domani ci sediamo vicini?”. Comincio a dubitare del disinteresse delle prime due domande.
Mentre si avvicinava la seconda prova, le due bocche si comportavano in maniera diversa: quella dello stomaco si chiudeva per lasciare posto a quella del linguaggio che sparava a zero su tutto e tutti in preda al panico. Guai a voi, genitori, che cercate di comunicare con i vostri figli la sera prima della seconda prova. Sarete dannati, o almeno insultati.


Il secondo giorno di esami mi sedetti in fondo, dove occhio non vede e cuore non duole. Ora non voglio dire che qualcuno potrebbe aver copiato durante la seconda prova, ma se dovessi dire il contrario potrei anche macchiarmi di menzogna. Sia ben chiaro, non voglio istigare i maturandi due-zero-quindici a delinquere, anzi, contate solo sulle vostre forze così che un giorno potrete raccontare la vostra storia con due punti in meno, ma con la testa altissima. Poi l’occhio ci scappa sempre, quello non è peccato. Se Dio ha fatto due occhi è perché uno deve guardare il foglio del vicino, sperando non sia vuoto.
Il primo problema. Il primo. Solo il primo. Il secondo non lo calcolò nessuno in tutta Italia. Primo problema e cinque quesiti di quelli banali, perché ci sono sempre quelli banali, fidatevi.
Fino alla seconda prova pensavo che un paio dei miei compagni di classe non avessero il dono della parola, ma, miracolo dei miracoli, in quelle sei interminabili ore ho sentito parlare anche loro. Ed erano a chilometri di distanza.
Finita anche la prova di matematica sembrava che quel macigno, nutrito in un anno con ansia e preoccupazioni inutili, alimentato da professori catastroficamente esagerati, si stesse sgretolando sotto i colpi del tempo e della fatica. Dopo poche chiacchiere con gli amici andai subito a casa a mangiare, perché in quella maratona che è la seconda prova riuscire a mangiare è cosa da pochi eletti dallo stomaco ferreo, e i wafer al cioccolato, con trenta gradi all’ombra, divengono un po’ meno invitanti a dirla tutta.
La pausa tra la seconda e la terza prova è salvifica e rinvigorente, come un bagno caldo dopo una lunga e stressante maratona di Game of Thrones, ma mentre sarete con la testa immersa nell’acqua e Atmosphere pervaderà la stanza comincerete a pensare a Calvino e a Van Der Rohe, a Kierkegaard e a Tacito, alla parallasse e a Sassoon. A quel punto uscirete di fretta dalla vasca e correrete nudi e bagnati verso la vostra scrivania, noncuranti degli estranei ospiti che vostra madre ha accolto poco prima in cucina. Ora dovete prepararvi, non abbassate la guardia. Terza prova is coming.

Continua... presto



giovedì 14 maggio 2015

NBT: FURY

Sta per finire ma è più brutale che mai.

In “Fury” (2014) la seconda guerra mondiale volge al termine nel modo più cruento possibile e noi ne siamo spettatori sbalorditi.



1945. Germania. Le colonne di carri armati Sherman, di gran lunga inferiori ai Tiger tedeschi, si fanno largo verso la vittoria passando per una terra devastata tanto quanto gli ideali ai quali fu così fanaticamente devota. La Germania sarà anche martoriata ma i tedeschi non hanno nessuna intenzione di cedere il passo alle truppe alleate con facilità. Lotteranno con ogni mezzo rimasto, sparando fino all’ultimo proiettile arrugginito e sacrificando anche i  bambini della Hitlerjugend pur di evitare che la loro patria finisca nelle mani dei nemici del Reich.
Hitler ha ordinato ai suoi soldati di combattere fino alla fine. Per il Führer la sconfitta semplicemente non è contemplata. Sconfitta significa condannare il glorioso volk tedesco ad una fine definitiva. Gli eserciti alleati di conseguenza si trovano di fronte ad un avversario allo sbando che continua a combattere con la forza della disperazione.
Il film si focalizza in particolare sull’equipaggio di un carro Sherman (soprannominato Fury). Don 'Wardaddy' Collier (Brad Pitt) è il comandante del carro, ai suoi ordini ci sono:
1)l’artigliere Boyd "Bible" Swan (Shia LaBeouf)
2) il meccanico Grady "Coon-Ass" Travis (Jon Bernthal)
3)il guidatore Trini "Gordo" Garcia (Michael Peña)
4)la recluta Norman Ellison (Logan Lerman).



“Fury” è un film crudo, impietoso e a tratti crudele. Questo film mostra la guerra senza romanticismi, la mostra per quello che è senza adornarla d’un manto epico. “Fury” ha uno stile diretto e deciso che mi è piaciuto molto. E’ un war movie particolare in quanto il regista sceglie un approccio il più possibile realistico evitando le artificiosità tipicamente hollywoodiane. La cosa che più di ogni altra ho apprezzato in questo film è stata l’assoluta assenza dell’elemento patriottico. In un film del genere sarebbe stato facile inserire il classico patriottismo made in U.S.A. ma qui per fortuna il regista non l’ha ritenuto necessario e si è allontanato dai vecchi cliché del genere. Questo è molto raro in un film di guerra americano e l’ho apprezzato molto. Nel finale purtroppo si scade un po’ nel melodrammatico e  le ultime scene del film sembrano non essere in linea con il tono generale della pellicola. Peccato perché mi sarebbe piaciuto che il film avesse sottolineato ancor di più l’orrore della guerra con un finale duro e spietato che avesse reso ancor più chiaro il messaggio centrale del film: la guerra è sempre sporca. Anche quando sta per finire. Anche quando un esercito sta avanzando inarrestabile verso la vittoria. La guerra è SEMPRE sporca.
Questo concetto è ribadito anche dell’uso che viene fatto del fango. Il fango è onnipresente in questo film: le strade sono fiumi di fango, i carri sono ricoperti di fango, i soldati sono sporchi di fango. Il pantano, la fanghiglia che permeano ogni cosa non sono solo elementi scenografici ma a mio avviso rivestono anche un importante significato simbolico. In un paesaggio così melmoso anche il viaggiatore più attento finirà per sporcarsi e allo stesso modo in una guerra così brutale anche il soldato più leale finirà col corrompersi. Il fango rappresenta tutti gli aspetti più infamanti della guerra e in una guerra simile è impossibile non sporcarsi.


“Fury” è stato scritto e diretto da David Ayer. La regia di Ayer mi ha convinto pianamente, questo regista non è particolarmente noto (fino ad ora infatti era famoso principalmente per essere lo sceneggiatore di Training Day) ma con questo Fury dimostra di essere abile e capace. Penso quindi che sia lecito aspettarsi qualche altro buon film da lui in futuro.
Una menzione speciale va fatta al direttore della fotografia, il russo Roman Vasyanov.
Penso che la fotografia sia l’aspetto che più di ogni altro mi è rimasto impresso in questo film. Mediante una fotografia grigia, con colori spenti e bigi ci viene mostrata con maestria la bellezza terribile dei paesaggi della campagna tedesca dilaniata dalla guerra.

Parliamo un po’ delle performance attoriali. Direi che anche da questo punto di vista non ci si può lamentare. Secondo alcuni questa sarebbe addirittura la migliore interpretazione di Brad Pitt di tutta la sua carriera. Secondo me non è la sua miglior interpretazione in assoluto ma comunque in “Fury” dà di certo un’ottima prova del suo talento e  ci ricorda ancora una volta che non è solo una faccia da copertina. Gli anni passano (ormai ne ha 51) e Brad Pitt non è più un giovincello come negli anni 90, di conseguenza è ovvio che cambino anche i suoi ruoli: non interpreta più giovani scavezzacollo come un tempo, ora i suoi personaggi sono maturi e burberi (come in “Fury” ma anche come in “The Tree of Life”). Per quanto riguarda il resto del cast se la cavano tutti bene. Incredibile ma vero anche il buon Shia LaBeouf (che ultimamente sembra avere la popolarità di un cane in chiesa) dà buona prova di sé in questo film.

L’uscita di “Fury” è stata posticipata a causa del fallimento della Miramax e quindi nonostante negli Stati Uniti sia uscito lo scorso ottobre in Italia uscirà nelle sale solo il 3 giugno 2015. Vi consiglio fortemente di andarlo a vedere al cinema se siete amanti del genere, questo film è uno spettacolo per gli occhi.
 Antonio Margheriti

domenica 10 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 4-10 MAGGIO


FILM: Clown (2014)
Horror new wave, di quegli horror che non fanno paura. Più che altro questo Clown punta allo stomaco dello spettatore con qualche scena un po’ più forte delle altre, come quella del naso o quella del boyscout a cui il protagonista tende un agguato. Ciò che più convince di questo film è la natura di vittima-killer del protagonista; arrivati a circa metà della pellicola, quando il clown comincia a soffrire ma anche a compiere efferati omicidi, lo spettatore rimane confuso, non sa più se sperare che il povero Ken guarisca (e quindi la profezia della bestia nordica si compia) o venga fermato. A parte questa trovata poco originale ma comunque convincente, il film si compone di sequenze al limite del ridicolo: situazioni molto forzate e poco credibili, improbabile la scelta di nascondere un abito demoniaco in una soffitta random, improbabile il modo in cui il protagonista lo trova e lo indossa, improbabile la figura del clown guariti che porta solo ilarità in un film che di ilarità dovrebbe averne ben poca. I dialoghi poi sono fastidiosi, inutili e uccidono quel poco di tensione che si viene a creare nei momenti di silenzio. Ben fatte invece l’evoluzione progressiva dell’aspetto del mostro e la scena finale.
Sostanzialmente un film da vedere senza pretese, magari in compagnia di amici, per passare in maniera alternativa un paio d’ore. VOTO: 5.5


ALBUM: Unknown Pleasures (1979)
La scorsa settimana abbiamo parlato (molto bene) del film biografico Control, oggi invece analizziamo l’album di debutto degli stessi Joy Division. Il lavoro in questione mostra fin da subito i caratteri distintivi della band inglese: la voce bassa di Curtis, la chitarra suonata con foga in modo da creare un suono non sempre piacevole, i toni cupi i brani quasi unicamente strumentali che esaltano quei pochi versi persenti a pura poesia. Un prodotto figlio dei tempi che risente degli anni ’70, del punk e della decadenza della generazione contemporanea. Una pezzo della storia della musica, della storia del mondo. Copertina fantastica (vero Arctic?)
Disorder, Shadowplay e She’s Lost Control pietre miliari. Un prodotto che tutti dovrebbero aver ascoltato almeno una volta nella vita. VOTO: 9



FILM: Ogni Maledetto Natale (2014)
Film visto due volte in due giorni per capire bene se fosse una grottesca ma classica commedia italiana o un prodotto rivoluzionario e decisamente fuori dagli schemi. Beh, nessuna delle due. Sono presenti elementi innovativi degni di nota, ma alcuni dettagli abbassano il livello globale. Ottima la scelta di dividere il film in due parti e di utilizzare gli stessi attori in ruoli diametralmente opposti; i doppi personaggi più riusciti risultano quindi i Guzzanti (Corrado due spanne sopra Caterina) e Giallini (“Chi se la sente può cominciare”). I meno riusciti invece sono decisamente quelli che non hanno un doppione, cioè i due protagonisti, abbozzati, superficiali e pretenziosi.
Nella prima parte alcune situazioni sembrano meno ispirate e quindi meno comiche; anche la critica alla società fallisce parzialmente creando un contesto troppo grottesco ed eccessivo per richiamare il mondo reale; più azzeccata invece la seconda parte che punta il dito contro una classe altolocata ipocrita e superficiale. Esilarante e tristemente riflessiva la scena in cui la Morante ricca si accorge che Jimmy non è Johnny.
Un film che vive insomma di alti e bassi, di luci e ombre, ma che sicuramente non è la solita commedia (inferno, per esempio). Fallisce parzialmente ma intrattiene e diverte. Una chance la merita anche solo per il fatto che il cast e i registi sono gli stessi di Boris. VOTO: 6.5



FILM: Source Code (2011)
Uno di “quei film ce ci si capisce ma non ci si capisce”. La trama è intricata ma semplice nella struttura ripetitiva: un soldato viene scelto per essere parte del source code che gli consente di rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un uomo su un treno prima che questo venga disintegrato da una bomba. Il suo compito è quindi quello di trovare il terrorista che ha piazzato l’ordigno in questione prima che questo esploda. In realtà poi la narrazione si sviluppa anche al di fuori del source code andando a scavare nel passato da valoroso militare interpretato da un ottimo Jake Gyllenhaal.
Il film intrattiene tenendo attivo il cervello attraverso colpi di scena inaspettati e paradossi spazio-temporali e riesce anche a muovere una critica neanche tanto velata verso l’apparato militare e paramilitare americano rappresentato dal creatore del source code stesso.
Nella stessa pellicola si mescolano il thriller-poliziesco, negli ultimi anni per certi versi decaduto, e la fantascienza classica. Quella chiamata nel finale poi emoziona e arricchisce a dismisura il protagonista. Film scritto molto bene e girato in maniera impeccabile. VOTO: 8.5



FILM: Ovosodo (1997)
Opera prima di uno dei migliori registi italiani degli ultimi venti anni, Paolo Virzì. Film che presenta tutti i connotati tipici che un prodotto indipendente dovrebbe avere: basso budget, attori esordienti (il protagonista, Edoardo Gabriellini, fu “provinato” in spiaggia dallo stesso regista), storia poco pretenziosa, ambientazione rustica e poco ricercata. La trama ripercorre circa quindici anni della vita di Piero, dalla morte della madre alla scoperta del vero amore. Il fulcro del film non è però il protagonista, ma tutti gli altri personaggi che gli ruotano attorno, come ad esempio il finto povero Tommaso, la professoressa o Lisa, il primo contatto di Piero con l’amore.
Una pellicola che con semplicità mostra le tappe più significative di una vita pervasa da un’enorme tristezza di fondo. Le difficoltà di un ragazzo solo, senza una famiglia solida alle spalle, che si trova ad affrontare una serie di eventi più grandi di lui. Uno di quei film, come ad esempio Inside Llewin Davis, che non ha un vero inizio e una vera fine, ma copre un lasso di tempo definito riuscendo anche a trovare una conclusione agli archi narrativi e alle sottotrame aperte.
A dispetto dei mezzi un film ben fatto, profondo e autoironico, come il protagonista. VOTO:7.5

giovedì 26 marzo 2015

NBT: VIZIO DI FORMA

Sono veramente onorato, per me è uno piacere grande piacere ospite di avere ospite...insomma sono contento di essere ospite di questo blog. Nel mio primo articolo vorrei parlare di un film molto intrigante uscito quest’anno  che però a quanto pare non è stato particolarmente apprezzato dal pubblico né in Italia né nel resto del mondo.
Vizio di Forma” (Inherent Vice) è un film del 2014 scritto e diretto da Paul Thomas Anderson. Prima di parlare del film in sé è bene inquadrare a dovere questo straordinario regista. Paul Thomas Anderson è uno dei registi più interessanti della sua generazione ma purtroppo è generalmente sottovalutato, alcuni suoi film sono vere e proprie meraviglie cinematografiche, basti pensare a “Il petroliere”, altri invece sono forse meno riusciti ma nessuno dei sette film che ha girato finora ha fatto cilecca. PTA è un grande del cinema moderno che con “Vizio di forma” prende il romanzo omonimo di Thomas Pynchon e lo trasforma in una splendida sceneggiatura riuscendo a darci ulteriore prova del suo talento.


Il film, ambientato nel 1970 a Los Angeles racconta la storia di Doc Sportello (Joaquin Phoenix ) un detective privato che viene incaricato della sua ex fidanzata (Katherine Waterston) di sbrogliare un caso particolarmente ingarbugliato. La storia, che si dipana con la lentezza a cui Anderson ci ha abituato, in realtà è molto più complessa e aggrovigliata.
 La trama  volutamente fumosa e labirintica confonde lo spettatore ma il protagonista spesso sembra capirne ancora meno di noi quindi meglio rinunciare a seguire quello che succede, meglio immergersi semplicemente nel mondo groovy del film. A ben vedere in questo film la trama è totalmente in secondo piano, quasi un pretesto. Un pretesto per mostrarci le mille contraddizioni di una città e di una società in mutamento incessante.  Ecco la vera protagonista del film: la città Los Angeles o meglio l’atmosfera che si respirava nella città di Los Angeles a quei tempi. Che atmosfera era? Era un’atmosfera strafatta e fricchettona ma allo stesso tempo c'era una diffusa paranoia dato che era in atto una metamorfosi, un’epoca stava volgendo al termine una nuova stava nascendo.” Vizio di Forma” racconta di una città in trasformazione, in bilico tra sixties e seventies: la Los Angeles hippie degli anni sessanta ora deve fare i conti con il presidente Nixon e il governatore Reagan che vogliono tagliarle i capelli e mandarla a lavorare.  
La regia di Anderson è superba:  come sempre PTA non delude mai chi apprezza il suo modo di fare cinema. Il regista con “Vizio di forma”  sembra quasi sotto molti aspetti ritornare alle origini riprendendo i suoi primi lavori in particolare “Boogie Nights”, però ATTENZIONE perché il suo stile può non piacere a tutti. Difatti molti  considerano i suoi film troppo fiacchi, noiosi e soporiferi. A questo riguardo posso dire che chi odia Paul Thomas Anderson odierà “Vizio di forma” in quanto anche in questo film il regista non abbandona il suo tocco caratteristico.


Merita un plauso l’interpretazione di Joaquin Phoenix che riesce a rendere il suo personaggio credibile e allo stesso tempo caricaturale, la sua è una performance apprezzabile che convince appieno, anche qui come nel caso di PTA si può dire che Phoenix sia in linea di massima snobbato come attore, il pubblico lo ricorda principalmente per il ruolo di Commodo ne “Il gladiatore” ma in realtà ha recitato in numerosi altri film e ci ha regalato delle grandi interpretazioni (come nel suo penultimo film “Her”).  Anche il resto del cast è di qualità eccelsa: Josh Brolin, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Benicio del Toro sono nomi ben noti ma anche la meno conosciuta Katherine Waterston se la cava bene nella parte della ex fidanzata di Doc e ci delizia con una scena di nudo molto gradevole.
In questo film PTA come già aveva fatto in Boogie Nights inserisce nel cast una pornostar, si tratta di Belladonna, ma il suo è solo un veloce cameo che non lascia il segno.



Difficile inquadrare il genere di appartenenza di “Vizio di forma”, il film è un mix riuscito tra un film noir, una commedia nera e un film drammatico con qualche accenno romantico. Questo film era molto atteso e forse le aspettative che si erano create su quest’opera erano troppo alte e sono state in parte disattese: infatti “Vizio di forma” pur essendo un film di ottima qualità non riesce ad essere il capolavoro che ci si aspettava. Un passo falso di PTA? Assolutamente no, non si tratta affatto di un film mediocre anzi questo è Cinema con la C maiuscola ma le speranze che questo film potesse essere il migliore di Anderson si sono infrante. Ricordo comunque che come tutti i film di questo regista anche “Vizio di forma” va visto almeno due volte per poterlo apprezzare al meglio. Sì certo cooooome no! So benissimo che non lo guarderete neppure una volta distratti dai vostri numerosi impegni comunque è mio dovere informarvi che vi state perdendo un film notevole.

Antonio Margheriti