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lunedì 10 luglio 2017

LA PEGGIOR COVER DELL’ANNO

Le cover, quelle serie, quelle curate - non quelle amatoriali di Asia Ghergo -, non sono affatto da disprezzare. Talvolta possono essere in grado di riabilitare un brano, riportarlo in auge dopo decenni di anonimato o addirittura ridare ad un pezzo un senso che non aveva mai avuto. Bisogna però rispettare alcuni principi e soprattutto rispettare il valore storico e musicale che alcuni brani si portano dietro fin dalla loro composizione. Non è possibile riproporre un pezzo esattamente identico all’originale, perché, anche da un punto di vista discografico, una manovra di questo tipo non avrebbe senso, e allo stesso tempo bisogna prestare attenzione a non allontanarsi eccessivamente dal concept di partenza, qualora questo fosse il cardine del brano. Stravolgere l’arrangiamento è possibile finché la coscienza del pezzo lo permette ma quando sono le note stesse, oltre al testo, a rappresentare il senso del successo di un pezzo della storia della musica, allora sarebbe il caso di rivolgersi altrove se si è alla ricerca di cover facili. Non tutti gli album si prestano perfettamente all’opera di coverizzazione e non basta la volontà di ridare senso al tempo a giustificare una mossa commerciale del genere. 


Un autore affermato, dotato di una certa cifra stilistica, è chiamato a rispettare al contempo l’oggetto della cover e se stesso per lasciare la sua impronta al di sopra del brano da reinterpretare. In questo modo il campo si restringe ancora di più, sacrificando tutti gli album che non possono idealmente rientrare in uno stile compositivo senza causare delle difficoltà superiori. Michael Bublé ha nel suo repertorio una serie di cover che hanno raggiunto il successo mondiale proprio perché l’autore italo-canadese è stato in grado di coniugare la sua cifra stilistica pop-blues con il rispetto dei mostri sacri ai quali si è avvicinato.


Ma gli esempi si sprecano; uno fra tutti, Johnny Cash, che si rilanciò negli ultimi anni di carriera con la serie “American Recordings”. Questi album, di cui due postumi, contenevano alcune cover famose, tra cui spicca certamente “Hurt”, incisa originariamente dai Nine Inch Nails. “Hurt” è la summa di una carriera, di una vita e di uno stile, nel rispetto del capolavoro, che questa volta deve essere attribuito a Trent Reznor.


Valutare un’opera “in prestito” deve quindi esulare dalle categorie classiche di giudizio e focalizzarsi su aspetti ritenuti secondari, che guardano dietro la musica, al passato, alle esperienze e alle individualità.


Pochi giorni fa, navigando tra le novità di Deezer, mi sono imbattuto in un nuovo album di Passenger, artista folk statuniteste famoso per la sublime “Let her go”. Avendo apprezzato i precedenti lavori dell’artista, ho concesso una possibilità a “Sunday night session” nonostante si trattasse di una raccolta di brani non originali. E mi duole ammettere che Passenger, a mio parere, sia andato totalmente fuori tema: nel tentativo apprezzabile di condividere le musiche della sua maturazione nel suo stile particolare - caratterizzato dalla predominanza del binomio voce-chitarra - l’autore ha mancato di confrontarsi con la grandezza dei suoi avi artistici, schiantandosi clamorosamente a bordo di pezzi mediocri, banali e inutili. Ma vorrei soffermarmi in particolar modo su “Love will tear us part”, cover dello storico brano del 1980 dei Joy Division.


“Love will tear us apart” fu un manifesto assoluto di ciò che i Joy Division avevano rappresentato nella loro breve storia. Il brano fu scritto nel 1979 dallo stesso Ian Curtis, ma venne pubblicato come singolo solo nel giugno del 1980, stampato su un 7’’, ad un mese di distanza dalla morte dell’autore. Divenne quindi in brevissimo tempo il volto di una band senza volto. Il più grande successo commerciale dei Joy Division.

Cover del 7'' 

Nelle parole della canzone erano presenti diretti richiami alla catastrofica situazione sentimentale di Ian Curtis nel 1979, situazione che avrebbe contribuito poi a maturare in lui l’idea del suicidio, come raccontato minuziosamente nel film biografico “Control”. Ma è dall’interpretazione che emerge il senso delle parole di Curtis: rabbiosa e rassegnata, triste e malinconica, profonda, fredda e solitaria, come l’anima di Ian Curtis. In un brano racchiusa l’essenza di un uomo.



Passenger è stato in grado di ammorbidire il senso della canzone, di privarla della sua forza dirompente, di estirpare da essa la matrice Joy Division e lo spirito di Curtis, producendo un pezzo inconsistente, più vicino ad essere una canzone da mettere in sottofondo nelle afose serate in spiaggia piuttosto che il manifesto d’amore di una generazione sovversiva. E questa per me rimane, al di là della questione musicale, la peggior cover dell’anno. Ubi maior minor cessat.

venerdì 4 marzo 2016

FIVE BY FIVE #11 - PUNK NEVER DIES

Normalmente l’idea che si ha del punk è quella della cosiddetta ondata del ’77: ragazzi a torso nudo, magri e scarni come la musica che suonano, borchie, mohawk, fiumi di eroina ecc. Immagine in parte reiterata dai gruppi punk revival a cavallo tra secondo e terzo millennio. Di per sé non è un’idea sbagliata, ma è decisamente superficiale, nel significato letterale del termine: riguarda solo la superficie, ciò che ha abbandonato il sottobosco della giungla sonora, il mainstream, insomma (mainstream che, non mi fraintendete, non ha necessariamente una connotazione negativa, i Nirvana erano mainstream).
Il fatto è che all’interno di un genere come il punk, nato nei bassifondi, tra i figli di operai con poche alternative e tanta rabbia, chi ha l’ardire di allontanarsi dal cuore del movimento e raggiungere luoghi dove scorrono i soldi ma meno il sangue, difficilmente sopravvive a lungo. I Sex Pistols sono implosi, i Clash sono riusciti a riacciuffare lo spirito originario per i capelli suonando in giro per i pub di mezza Gran Bretagna sul finire della loro carriera, senza Curtis i Joy Division hanno cambiato nome e genere e per finire, in tempi più recenti, i Green Day si sono ammosciati. Fate attenzione non sto dicendo che sia stato un loro demerito (ok, per quanto riguarda i Green Day sì), anzi, di questi gruppi ho apprezzato le evoluzioni, probabilmente anche perché le ho conosciute col senno di poi. Quello che sto dicendo è che i cambiamenti di cui sopra sono conseguenze naturali, fisiologiche. Il fulcro creativo/distruttivo del punk sta alla base del punk stesso, in quel sottobosco musicale, nel terreno sudicio e per questo fertile della società.
In effetti fin dall’inizio il termine “punk”, letteralmente “teppistello”, aveva un significato diverso. Innanzitutto nasce ben prima del genere vero e proprio, nel ’71, citato per la prima volta da Dave Marsh sulla storica rivista Creem, ma soprattutto ha un’accezione ben più ampia di quella che si tende ad attribuirgli, riferendosi a un’attitudine nei confronti della musica, del Rock ‘N’ Roll, a uno stile grezzo, a volte rabbioso, rumoroso e proiettato verso di se, indifferente e forse un po’ cinico verso il mondo. Perché è questo che è il punk, un modo di (es)porsi, un sentimento, e sia esso di rabbia, di noia, di sconfitta, rassegnazione o paura, viene vomitato in faccia al mondo o a chiunque stia ad ascoltare non per comunicarlo o perché sia la cosa giusta da fare (contrariamente all’apparenza siamo lontani dalla politica), ma perché si può fare. Un urlo viscerale, primigenio, e non intendo quello di Gillespie ma quello di Cobain, incompreso e incomprensibile, a prescindere da quanti documentari gli dedichino, al punto da farsi esplodere il cranio. Un grido angoscioso il cui eco si propaga ciclicamente, assumendo, sì, varie sfumature a seconda delle orecchie attente, ma senza mai cambiare davvero. Il punk non cresce, brucia per poi rinascere dalle ceneri con la stessa rabbia e lo stesso destino di autodistruzione. Fa per il gusto di disfare. È proprio questa indole da eterno sconfitto, quindi certamente vivo, che ha permesso al punk di perdurare forgiando una quantità di pesciolini d’oro dalle infinite forme e colori. Oggi ve ne propongo cinque come sempre, nuovi, classici, conosciuti e meno. Buon ascolto!



Guerilla Toss – Flood Dosed (2015)
I Guerilla Toss sono un gruppo punk nel senso più puro del termine. I suoi componenti sono ex studenti d’arte e la band è nata proprio con lo scopo di ironizzare e magari sovvertire la struttura e i metodi dell’istituzione scolastica. La loro musica è eterogenea e caotica, inteso positivamente, ascoltatevi il singolo Polly’s Crystal per rendervene conto. Schitarrate post-punk si mescolano a testi un po’ parlati, un po’ urlati, basso e batteria funkeggiante e sintetizzatori dalle esplorazioni cosmiche. Non sono un ascolto facile, può lasciare perplessi i puristi e non convincere chi non bazzica i questi “ambienti sonori”, ma sono un gruppo da tenere d’occhio e soprattutto d’orecchio.  



Viet Cong – Viet Cong (2015)
Perla inspiegabilmente ignorata dai più e accolta tiepidamente da pochi, il debutto dei canadesi Viet Cong  è uno di quei dischi che andrebbero ascoltati e riascoltati all’infinito. Le radici sono chiare: la precedente esperienza dei Women con i loro arpeggi dissonanti e nebbiosi, il suono pulito dei Wire. Il clima che si respira è quello del post-punk, non più così rabbioso ma più consapevole, disilluso, cinico, forse nichilista, costretto ad un progresso insensato. I testi sono un gioiello di frasi ed espressioni criptiche ma estremamente evocativi. Dopo numerosi ascolti l’album lascia infatti vuoti di senso e pieni di immagini e suoni e la sensazione è che bastino quelle immagini e quei suoni per stare bene.



Streetlight Manifesto – Everything Goes Numb (2003)
Non tutto il punk è però così cupo e grigio. Soprattutto quando si va a pescare nell’ambiente tutto patricolare dello ska-punk, le atmosfere sono ben diverse. Gli Streetlight Manifesto si distanziano a loro volta dal classico ska-punk: abbandonano quasi del tutto le chitarre in levare, il ritmo è sempre molto sostenuto, rimangono e si fanno sentire anche parecchio i fiati, regalando a tutto il loro album d’esordio una coerenza gioiosa caratteristica. È un genere questo diametralmente opposto, concettualmente, dal post-punk dei suddetti Viet Cong, a dimostrazione di come partendo da uno stesso punto si possa giungere a destinazioni differenti con idee e intenti differenti. Dipende molto dall’indole di ognuno credo, ma anche la voglia di trovarsi in un posto migliore, in un tempo migliore, può essere il giusto modo di affacciarsi al mondo.



Refused – The Shape of Punk To Come (1998)
Su quest’album è stato detto tutto ormai: le infinite influenze, dallo straight edge alla techno passando per il jazz, la batteria orgasmica di Sandström, le fantastiche linee di basso di Björklund, la dinamica irripetibile (e irripetuta ahimè); c’è tutto, perfettamente bilanciato e tenuto insieme da tanta, tanta rabbia. TSOPTC è uno di quegli album “nodo”, è un punto di arrivo per innumerevoli correnti e un punto di partenza per altrettante. Il merito più grande di questo grande album è però più profondo. È la ridefinizione di un non-genere come il punk, è la ricerca di un New Noise, di un rinnovamento in aperto conflitto con il punk-revival che spopolava in quegli anni. L’obiettivo, se ne esiste uno, era quello di dare una nuova forma al punk, mantenendone lo sprito. Ci sono riusciti? No, e proprio per questo, .



G.L.O.S.S. – DEMO (2015)
Per concludere questa carrellata, non potevo non citare l’ultima significativa incarnazione di questo genere. G.L.O.S.S. sta per Girls Living Otside Society’s Shit che di per sé è già eloquente. Sadie, Jake, Julaya e Corey sono quattro transessuali cresciute nell’underground di Boston da cui hanno assorbito tutta la rabbia che esplode poi nella loro musica. DEMO è il loro debutto, pubblicato a Gennaio 2015 ma che ci ha messo un annetto buono a farsi notare al di fuori della nicchia del queer-punk. Sono appena otto minuti di musica che però rimarranno per ben maggiore tempo incastrati nel vostro bel cranio. È impossibile infatti rimanere indifferenti di fronte alla forza suonata e urlata da queste ragazze:

They told us we were girls / How we talk, dress, look and cry
They told us we were girls / So we claimed our female lives
Now they tell us we aren’t girls / Our femininity doesn’t fit
We’re fucking future girls / Living outside society’s shit

Se c’è qualcuno a cui può essere dato il triste titolo di sconfitto in questi anni, quel qualcuno sono queste ragazze e ciò che rappresentano.
Se c’è qualcuno che può essere chiamato punk in questi anni, quel qualcuno sono queste ragazze e ciò che fanno.

Marsha Bronson

    



                

domenica 21 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 15-21 GIUGNO

"Buonasera, questa edizione delle Recensioni della Settimana andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostra capacità mentali" semicit.


ALBUM: In Colour (2015)
Secondo lavoro solista di Jamie XX, membro degli XX, di cui sinceramente non conoscevo l’esistenza fino a qualche giorno fa. L’album si presenta con una copertina ipnotica ma soprattutto molto colorata e già questo dovrebbe suggerire, a mio parere, la moltitudine di generi e influenze presenti. Nello stesso prodotto possiamo riconoscere la new wave dei Joy Division, l'elettronica del nuovo millennio, il pop e l'hip-pop. Una commistione di generi che non sempre funziona alla perfezione, ma quando lo fa porta un'ondata di freschezza non indifferente. Purtroppo alcuni brani sembrano troppo lontani da un'idea di fondo che possa fare da collante per l'intero album e ciò stride lievemente, senza però intaccare la bontà del prodotto. Buone idee e discrete doti musicali danno vita ad un prodotto alternativo nel suo essere vicino alle tendenze che hanno segnato il panorama pop degli ultimi due decenni. VOTO: 7.5


 FILM: The Prestige(2007)
Ammettiamolo. Nolan è sinonimo di qualità. Regia eccelsa sempre all’altezza e fotografia mozzafiato che in pochi possono permettersi al mondo. A questo punto pare inutile soffermarsi ad analizzare gli aspetti tecnici dei suoi film, concentriamoci quindi sulla sceneggiatura e su alcune scelte del regista statunitense.
Se l’intento del film in questione fosse solo ed unicamente quello di intrattenere lo spettatore per due ore, allora esso ha centrato l’obiettivo. Il grande problema di questa pellicola è che, se analizzata attentamente, mostra delle lacune e delle crepe che potrebbero rovinare parzialmente l’esperienza visiva degli occhi più attenti. Purtroppo troppo spesso i Nolan Bros. deficitano in fase di scrittura nel tentativo di abbondare e di rendere la storia sempre più ricca di colpi di scena. A tratti sembra quasi che alcune scelte siano state fatte in seguito alla scrittura della sceneggiatura per arginare almeno in parte i buchi di trama o per sostituire elementi davvero campati in aria. Parliamo ad esempio delle magie di David Bowie, del voltagabbana della Johansson e del telefonatissimo finale. Una serie di lacune che abbassano il livello del prodotto a semplice intrattenimento per famiglie, quando alcuni temi trattati e alcune citazioni storiche accurate e interessanti avrebbero potuto sancire la grandezza del capolavoro. VOTO: 7.5


ALBUM: Megalithic Symphony (2010)
La scorsa settimana avevamo analizzato in maniera parzialmente negativa il secondo lavoro della band alternative statunitense AWOLNATION (che ho scoperto scriversi tutto maiuscolo, come quando si grida nei forum); oggi invece parliamo - spero meglio - dell’album d’esordio di Bruno e soci. Megalithic Symphony convince mescolando abilmente alternative, pop, rock, elettronica e quel pizzico di sonorità originalmente fastidiosa tipica del gruppo. Le canzoni troppo spessi si somigliano, soprattutto nella struttura compositiva, ma ad un ascolto più attento emergono 5/6 brani davvero ben riusciti, sia nelle musiche che nei testi.
Il pezzo che salta più all’orecchio (perché all’occhio no, non si poteva dire) è "Sail", singolo pluripremiato e passato molto in radio all’epoca dell’uscita. Altre canzoni degne di nota sono “Wake Up” e “Kill Your Heroes”. Album discreto e molto estivo, da ascoltare senza pretese eccessive e con voglia di lasciarsi trasportare da melodie molto pop. VOTO: 7



ALBUM: La Testa Indipendente (2001)

I Tre Allegri Ragazzi Morti, che se dovessi valutarli per il nome del gruppo vincerebbero il premio tristezza ma anche quello originalità. La Testa Indipendente, album del lontano 2001, cela già nel titolo alcune caratteristiche della musica che troveremo all’interno: le sonorità rientrano perfettamente nell’ambito indie italiano e i testi denotano una cura intelligente e la volontà di esprimere concetti ben più complessi attraverso metafore ragionate, ispirate, ma anche semplici e accessibili. L’inizio è intimo, lento e avvolgente, l’album poi tocca vari temi di critica sociale accompagnandoli con melodie sempre valide, ma sempre in linea con il tema del prodotto. “Ogni Adolescenza” e “Prova a Star Con Me Un Altro Inverno a Pordenone” le più convincenti. Una piacevole scoperta. VOTO: 7.5

domenica 10 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 4-10 MAGGIO


FILM: Clown (2014)
Horror new wave, di quegli horror che non fanno paura. Più che altro questo Clown punta allo stomaco dello spettatore con qualche scena un po’ più forte delle altre, come quella del naso o quella del boyscout a cui il protagonista tende un agguato. Ciò che più convince di questo film è la natura di vittima-killer del protagonista; arrivati a circa metà della pellicola, quando il clown comincia a soffrire ma anche a compiere efferati omicidi, lo spettatore rimane confuso, non sa più se sperare che il povero Ken guarisca (e quindi la profezia della bestia nordica si compia) o venga fermato. A parte questa trovata poco originale ma comunque convincente, il film si compone di sequenze al limite del ridicolo: situazioni molto forzate e poco credibili, improbabile la scelta di nascondere un abito demoniaco in una soffitta random, improbabile il modo in cui il protagonista lo trova e lo indossa, improbabile la figura del clown guariti che porta solo ilarità in un film che di ilarità dovrebbe averne ben poca. I dialoghi poi sono fastidiosi, inutili e uccidono quel poco di tensione che si viene a creare nei momenti di silenzio. Ben fatte invece l’evoluzione progressiva dell’aspetto del mostro e la scena finale.
Sostanzialmente un film da vedere senza pretese, magari in compagnia di amici, per passare in maniera alternativa un paio d’ore. VOTO: 5.5


ALBUM: Unknown Pleasures (1979)
La scorsa settimana abbiamo parlato (molto bene) del film biografico Control, oggi invece analizziamo l’album di debutto degli stessi Joy Division. Il lavoro in questione mostra fin da subito i caratteri distintivi della band inglese: la voce bassa di Curtis, la chitarra suonata con foga in modo da creare un suono non sempre piacevole, i toni cupi i brani quasi unicamente strumentali che esaltano quei pochi versi persenti a pura poesia. Un prodotto figlio dei tempi che risente degli anni ’70, del punk e della decadenza della generazione contemporanea. Una pezzo della storia della musica, della storia del mondo. Copertina fantastica (vero Arctic?)
Disorder, Shadowplay e She’s Lost Control pietre miliari. Un prodotto che tutti dovrebbero aver ascoltato almeno una volta nella vita. VOTO: 9



FILM: Ogni Maledetto Natale (2014)
Film visto due volte in due giorni per capire bene se fosse una grottesca ma classica commedia italiana o un prodotto rivoluzionario e decisamente fuori dagli schemi. Beh, nessuna delle due. Sono presenti elementi innovativi degni di nota, ma alcuni dettagli abbassano il livello globale. Ottima la scelta di dividere il film in due parti e di utilizzare gli stessi attori in ruoli diametralmente opposti; i doppi personaggi più riusciti risultano quindi i Guzzanti (Corrado due spanne sopra Caterina) e Giallini (“Chi se la sente può cominciare”). I meno riusciti invece sono decisamente quelli che non hanno un doppione, cioè i due protagonisti, abbozzati, superficiali e pretenziosi.
Nella prima parte alcune situazioni sembrano meno ispirate e quindi meno comiche; anche la critica alla società fallisce parzialmente creando un contesto troppo grottesco ed eccessivo per richiamare il mondo reale; più azzeccata invece la seconda parte che punta il dito contro una classe altolocata ipocrita e superficiale. Esilarante e tristemente riflessiva la scena in cui la Morante ricca si accorge che Jimmy non è Johnny.
Un film che vive insomma di alti e bassi, di luci e ombre, ma che sicuramente non è la solita commedia (inferno, per esempio). Fallisce parzialmente ma intrattiene e diverte. Una chance la merita anche solo per il fatto che il cast e i registi sono gli stessi di Boris. VOTO: 6.5



FILM: Source Code (2011)
Uno di “quei film ce ci si capisce ma non ci si capisce”. La trama è intricata ma semplice nella struttura ripetitiva: un soldato viene scelto per essere parte del source code che gli consente di rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un uomo su un treno prima che questo venga disintegrato da una bomba. Il suo compito è quindi quello di trovare il terrorista che ha piazzato l’ordigno in questione prima che questo esploda. In realtà poi la narrazione si sviluppa anche al di fuori del source code andando a scavare nel passato da valoroso militare interpretato da un ottimo Jake Gyllenhaal.
Il film intrattiene tenendo attivo il cervello attraverso colpi di scena inaspettati e paradossi spazio-temporali e riesce anche a muovere una critica neanche tanto velata verso l’apparato militare e paramilitare americano rappresentato dal creatore del source code stesso.
Nella stessa pellicola si mescolano il thriller-poliziesco, negli ultimi anni per certi versi decaduto, e la fantascienza classica. Quella chiamata nel finale poi emoziona e arricchisce a dismisura il protagonista. Film scritto molto bene e girato in maniera impeccabile. VOTO: 8.5



FILM: Ovosodo (1997)
Opera prima di uno dei migliori registi italiani degli ultimi venti anni, Paolo Virzì. Film che presenta tutti i connotati tipici che un prodotto indipendente dovrebbe avere: basso budget, attori esordienti (il protagonista, Edoardo Gabriellini, fu “provinato” in spiaggia dallo stesso regista), storia poco pretenziosa, ambientazione rustica e poco ricercata. La trama ripercorre circa quindici anni della vita di Piero, dalla morte della madre alla scoperta del vero amore. Il fulcro del film non è però il protagonista, ma tutti gli altri personaggi che gli ruotano attorno, come ad esempio il finto povero Tommaso, la professoressa o Lisa, il primo contatto di Piero con l’amore.
Una pellicola che con semplicità mostra le tappe più significative di una vita pervasa da un’enorme tristezza di fondo. Le difficoltà di un ragazzo solo, senza una famiglia solida alle spalle, che si trova ad affrontare una serie di eventi più grandi di lui. Uno di quei film, come ad esempio Inside Llewin Davis, che non ha un vero inizio e una vera fine, ma copre un lasso di tempo definito riuscendo anche a trovare una conclusione agli archi narrativi e alle sottotrame aperte.
A dispetto dei mezzi un film ben fatto, profondo e autoironico, come il protagonista. VOTO:7.5

domenica 3 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 27 APRILE - 3 MAGGIO


FILM: Song ‘e Napule (2014)
“Dimostrare che un’altra televisione in Italia è possibile”. Questo il motto ferrettico che hanno probabilmente adottato anche i talentuosi Manetti Bros. I due registi romani portano al cinema ciò che di buono avevano fatto vedere in quattro stagioni di Coliandro con una commedia ben costruita, girata, recitata e montata. La storia segue le vicende di un giovane pianista, entrato in polizia tramite raccomandazione, scelto per essere l’infiltrato ad un matrimonio tra figli di boss camorristi. Per far sì che l’intricato piano funzioni però Pino Dinamite, interpretato da un fantastico e credibilissimo Venturi di 1992, dovrà riuscire ad entrare nella band del cantante neomelodico Lollo Love (esilarante Giampaolo Morelli) che si esibisce al matrimonio incriminato.
Personaggi sopra le righe che non stonano rispecchiando una città, un popolo sopra le righe. Comicità dissacrante che gli amanti dell’ispettore di Rai 3 non potranno fare a meno di apprezzare. Dietro il velo di semplicità e allegria si cela però una profonda critica sia alla città di Napoli che all’Italia intera. La sequenza iniziale sulle raccomandazioni è da antologia, fantastica.
 Ad una prima occhiata potrebbe sembrare che della città di Napoli vengano presentati solo gli aspetti negativi (camorra, sporcizia, violenza), ma non è così; proprio nelle scene più lente e riflessive infatti la macchina da presa si sofferma a mostrare splendidi scorci, paesaggi mozzafiato e vicoli caratteristici della controversa metropoli. Tirando le somme Napoli esce rafforzata nell’immagine da questo film italiano molto intelligente. Un popolo che potrebbe esistere solo lì, all’ombra del Vesuvio. VOTO: 8



FILM: Control (2007)
Film biografico sulla vita di Ian Curtis, cantante e leader dei Joy Division nella loro breve attività. La prima cosa che salta all’occhio è la scelta stilistica del bianco e nero, scelta quanto mai azzeccata che restituisce in maniera credibile sia gli anni ’70 che la complessa psicologia del protagonista. Il film copre l’intera carriera musicale dell’immenso cantante, dai dischi di Bowie nella cameretta alla tragica fine passando per il successo e le crisi di epilessia. Lo sceneggiatore, consapevole di non poter includere l’intera vita dell’artista in due ore di pellicola, decide di tagliare sul rapporto tra Curtis e gli altri membri del gruppo; ciò risulta anche funzionale nel delineamento del carattere schivo, fragile e solitario del protagonista.
Control è un film in cui non si parla molto, in cui ci sono molti silenzi alternati a brani degli stessi Joy Division; molti passaggi sono oscuri o comunque non avvengono direttamente davanti alla macchina da presa, quasi si volesse lasciare comunque una sorta di riservatezza alla figura di Ian. La sequenza finale nella sua semplice forza dirompente commuove e lascia un gusto molto amaro in bocca, si ha la sensazione che la grave perdita si sarebbe potuta evitare, ma non è stato così. Quando “Atmosphere” parte senza però coprire le grida strazianti della povera Deborah Curtis si ha un tuffo al cuore, un nodo in gola. Scena magnifica.
Da questo film emergono e si mescolano rabbia, dolore, sofferenza, depressione, angoscia e voglia di farla finita. Uno spaccato realistico della vita del giovane frontman poeta che, unito ad una fotografia spettacolare e ad una regia statica e riflessiva, contribuisce a dare vita ad un prodotto imperdibile per gli amanti del punk e della new wave. Uno dei migliori film biografici di sempre. VOTO: 9



FILM: We Are The Best (2013)
Film svedese passato decisamente in sordina qui in Italia. Le protagoniste sono tre ragazzine tredicenni anticonformiste e ancora convinte che nel 1982 si possa prendere il punk come modello anche al di fuori della pura musica, anche come stile di vita. La pellicola, tratta da una graphic novel, si struttura come una serie di episodi quasi slegati tra loro che riescono comunque a creare una storia organica, uno sviluppo credibile dei personaggi che, scoperta una sala prove aperta a tutti nella loro scuola, decidono di comporre musica nonostante la penuria di conoscenze tecniche e di strumenti.
Non si riesce bene a comprendere se il regista volesse fotografare le difficoltà dell’adolescenza, dell’anticonformismo giovanile o i valori delle generazioni cresciute con il punk. Il prodotto si presenta come una via di mezzo, un ibrido che non sempre riesce nel suo scopo. A tratti sembra volare più alto, a tratti più basso senza mai affondare il colpo. Dal mio punto di vista ho interpretato la storia delle tre ragazzine come un ritratto degli ultimi, quelli che la società non considera, quelli che non riescono ad esprimere loro stessi in schemi ben definiti ma che devono romperli e quindi essere visti in maniera negativa dalle persone che li circondano. Spesso è più facile chiudersi e nascondersi dietro ciò che la società vuole piuttosto che esprimere se stessi e risultare estraneo alla società stessa.
Fotografia e regia scolastiche, molto convincenti le interpretazioni delle tre protagoniste. VOTO: 6.5



ALBUM: L’Italia Peggiore (2014)
Dopo aver elogiato il primo album de “Lo Stato Sociale” nelle scorse Recensioni della Settimana, oggi parliamo del secondo lavoro in studio, uscito lo scorso anno. Con “L’Italia Peggiore” il quintetto bolognese si conferma come il più commerciale ed accessibile gruppo indie elettronico di critica sociale italiano. Al secondo tentativo Lodo e compagni curano più l’aspetto musicale dando vita a motivetti ancor più orecchiabili e azzeccati, ma tralasciano talvolta i testi o eccedono nel luogo comune; “C’eravamo Tanto Sbagliati” ad esempio somiglia più ad un’accozzaglia di frasi da stato di Facebook piuttosto che ad un brano socialmente e politicamente scorretto. A parte due o tre brani poco ispirati però l’album conferma quanto di buono si era intravisto in “Turisti della Democrazia”: testi acidi (“La Rivoluzione Non Passerà in TV”) e critica di costume (“In Due è Amore in Tre è una Festa”). “Linea 30” la vera perla; coraggiosa, dura, alternativa, poco invasiva. La strage di Bologna vista da vicino, così vicino che non ci si accorge nemmeno di ciò che sta accadendo.
Molto buone anche le collaborazioni con Piotta, l’enorme Arianna Dell’Arti e Scottecs, ormai idolo di grandi e piccini. Un gradino sotto il primo album ma comunque un prodotto godibile da chiunque. VOTO: 7.5