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giovedì 23 luglio 2015

NBT: MÖTLEY CRÜE - PRIMA PARTE

So che è abbastanza scontato parlare dei Crüe nel duemilaquindici, ma considerato il mare di parole spese a caso su internet per quanto riguarda i quattro boyz di L.A. credo sia meglio cercare di fare un po’ di chiarezza riguardo alla loro storia. Il 2015 rappresenta infatti il capitolo conclusivo per il gruppo (almeno teoricamente, poi si sa che il richiamo dei ca$h torna a farsi sentire prima o dopo), che concluderà ufficialmente la propria avventura ultra trentennale il 31 dicembre con un concertone di capodanno nella città degli angeli, che è sempre stata nel bene e nel male come un grembo materno per i Crüe. La fine è vicina quindi? Beh a quanto pare sì; non che non fosse nell’aria, diciamo la verità, il feeling tra i quattro è andando scemando già dai primi anni novanta, dopo il doloroso split con Vince di cui parleremo prossimamente, e la fine è stata rimandata forse fin troppo. Ma questi sono discorsi francamente inutili in luce a quanto avvenuto alcuni mesi fa, quando il gruppo ha firmato un contratto, poco prima di intraprendere l’ultimo tour ufficiale, dove tutti i quattro componenti hanno siglano ufficialmente la parola FINE sopra ogni loro futura apparenza dal vivo come gruppo. Dispiace molto, è vero, ma era tutto sommato inevitabile; potranno tuttavia esserci futuri album o singoli sotto l’insegna dei Crüe, ma sinceramente non sono molto fiducioso e non ne vedrei nemmeno l’utilità.


Nikki, Tommy, Mick e Vince hanno dato molto alla causa dell’hard rock made in U.S.A. e sono riusciti, soprattutto con i loro primi cinque LP, a definire un proprio stile, stile che ha influenzato un numero così elevato di band che pare impossibile mettersi a contarlo, visto che continuano a nascere gruppi simil-Crüe tutt’oggi! Quello che ho intenzione di fare ora è una veloce analisi in due puntate della discografia dei bad boys losangelini. In questo articolo analizzeremo l’ascesa del gruppo fino al gigantesco Dr. Feelgood (1989), mentre tra due settimane osserveremo cosa accadde al gruppo negli anni successivi arrivando fino ai Motley Crüe di oggi. Diamo un’occhiata assieme quindi  in ordine cronologico ai primi cinque dischi dei Mötley Crüe, partendo dal grezzissimo esordio datato 1981!



Too Fast For Love (1981)
L’inizio di tutto. Un calderone ignorante di influenze punk, glam rock e heavy metal, esaltato da una produzione sporca, marcia e poco attenta, proprio ciò che ci si aspetta da un esordio di quattro sbandati capelloni senza un soldo e che quei pochi che guadagnavano li spendevano in spray per capelli e quaaludes. Too Fast For Love è un album frizzante, fresco e divertente ancora oggi, dopo trentaquattro anni dalla sua uscita, grazie a pezzi semplici ed aggressivi come la titletrack, On With The Show ed ovviamente la celeberrima Live Wire (per cui è stato realizzato un video indimenticabile). Da notare la copertina che fa il verso a Sticky Fingers degli Stones, dove qua al posto del pacco di Mick Jagger ci viene sbattuto in faccia quello di Vince Neil; ma pacchi a parte questo è proprio un gran disco, uno dei migliori esordi di sempre.



Shout At The Devil (1983)
La consacrazione. Dopo due anni di puro delirio, in cui Nikki Sixx si dà all’esoterismo (senza mai abbandonare il suo amore per la droga, ovviamente), o almeno crede di farlo, i quattro cazzoni rilasciano Shout At The Devil, disco di una importanza colossale per ogni rocker futuro, un’uscita imprescindibile per ogni amante dell’hard rock e del glam metal. Un album che prende tutti gli aspetti migliori del precedente e li innalza alle stelle, grazie soprattutto al songwriting sopraffino di Nikki Sixx, capace di tirare fuori il meglio da ogni membro della band. SATD è storia, un LP ruvido e sporco, cattivo e sanguinoso come le scenografie messe in atto dal gruppo durante il tour; Looks That Kill, la titletrack, Ten Seconds to Love (hanno scritto un pezzo sull’eiaculazione precoce, davvero) ed il singolo magico Too Young To Fall in Love (presente anche in GTA Vice City) sono le tracce che spiccano maggiormente, ma in fondo sono tutte belle. Discone.



Theatre Of Pain (1985)
Dopo altri due anni di attesa ecco finalmente il terzo LP dei ragazzi, Theatre of Pain. Il modo perfetto per riassumerne il contenuto, soprattutto paragonandolo al suo grandioso predecessore, è con un gigantesco MEH. La produzione è diventata all’improvviso cristallina, il che non è necessariamente un difetto ma Cristo, qui se n’è andata tutta la cattiveria dei precedenti LP, in favore di un sound radio-oriented e levigato in una maniera quasi imbarazzante per i cicciosissimi fan americani. Ok, Theatre  of Pain non è un brutto disco, alcuni pezzi sono carini ed i due celeberrimi singoli, Smokin’ in The Boys Room e Home Sweet Home, resero il gruppo un fenomeno mondiale (in particolare il video di Home Sweet Home venne richesto dai fan talmente tante volte da essere mandato praticamente in loop per settimane su MTV); il problema fondamentale sta nel fatto che questo disco non incide come i precedenti, proprio perché è un disco di transizione, il passaggio da un suono sporco ed heavy ad uno più definito ed hard rock. Il gruppo in sé inoltre non se la passava di certo bene, tra i soliti problemi di droga di Sixx e di Lee, l’alcolismo senza freni di Mars e l’irresponsabilità di Vince che lo aveva portato, solo un anno prima, a causare la morte di Razzle, il batterista degli Hanoi Rocks, in un incidente stradale,  sancendo di fatto la fine del gruppo finlandese. Nonostante tutto Theatre of Pain fu un enorme successo commerciale, il tour mondiale registrò record di incassi e fruttò ai Crüe vari dischi d’oro e di platino; ma era ancora niente in confronto a ciò che stava per arrivare...



Girls, Girls, Girls (1987)
Un album della madonna, un successo senza precedenti, un concentrato di sesso, droga e rock’n roll nella sua forma più eccessiva. Proprio mentre il livello di eroina nel sangue di Niki Sixx sta raggiungendo livelli astronomici ecco piombare sugli scaffali dei negozi Girls, Girls,Girls, il disco glam metal per eccellenza, con un titolo geniale ispirato dal nome di uno strip club di L.A. ed una copertina fantastica, con i nostri che fanno gli sboroni  sulle loro tamarre Harley Davidson. I quattro solidificano il loro sound e lo rendono massiccio, pomposo, da stadio, con cori da cantare a squarciagola e riff di chitarra freschi e soprattutto più diversificati rispetto al passato. In Girls, Girls, Girls troviamo infatti un sacco di influenze che trascendono il solo ambiente hard rock e attingono a generi quali il gospel ed il blues, mantenendo sempre ad alti standard il lato pesante del tutto. Wild Side, la prima traccia, è ancora oggi un inno hard rock  con un coro trascinante a dir poco ed un videoclip brillante (il drumkit rotante di Tommy Lee è storia), mentre la titletrack possiede uno dei riff di chitarra più famosi di sempre. E poi si susseguono una dietro l’altra canzoni meravigliose, Five Years Dead, Dancing on Glass, Smuthin’ For Nuthin’ e la ballata apparentemente dolcissima You’re All I Need che racconta in realtà una stora d’amore dal punto di vista di un serial killer. Girls, Girls, Girls trasuda anni ottanta da ogni poro, è edonismo messo in musica, e proprio gli eccessi del gruppo portarono Nikki ad una overdose letale che gli sarebbe costata la vita, se non fosse stato per una decisiva scarica d’adrenalina al cuore (in puro stile Mia Wallace) a salvargli la vita. Dopo questa esperienza i Crüe decisero di non poter andare avanti così, ed entrarono tutti in riabilitazione, dalla quale uscirono puliti e rinsaviti (circa). Ma ciò sarebbe bastato per ripetersi ancora una volta ?



Dr. Feelgood (1989)
Non credo che questo disco abbia bisogno di molte presentazioni. Semplicemente, è il miglior LP che i Mötley Crüe abbiano mai realizzato. Un successo senza pari, che garantì ai quattro una fama planetaria. Un capolavoro da dieci e lode, un album talmente bello che se non avesse un titolo potrebbe essere scambiato per un Best Of. Ogni pezzo è memorabile, ogni canzone è stata realizzata e prodotta in maniera impeccabile; in Dr.Feelgood c’è tutto, adrenalina (Kickstart My Heart), sentimento (Without You), droga (Dr. Feelgood), sesso (Rattlesnake Shake) e via così. Slice Of Your Pie dà i brividi, con un chorus geniale, Same Ol’ Situation è irruenta, frizzante e come sempre con un ritornello indimenticabile (ed un video fantastico tra l’altro), mentre She Goes Down è pura glammaggine, tanto da iniziare con il suono di una zip che si abbassa. E non abbiamo ancora citato le due ballad che concludono questo capolavoro: Don’t Go Away Mad (Just Go Away) e Time For Change. Che dire, la prima è talmente bella che si spiaccica in testa in mezzo minuto, con un ritmo crescente orchestrato alla perfezione dal quartetto; la seconda è più diretta, con un coro che vede la presenza di nomi altisonanti quali Sebastian Bach e Steven Tyler al microfono, dove i Motley Crüe forse inconsapevolmente  presagiscono ciò che da lì a pochi anni sarebbe avvenuto, ovvero un cambiamento che forse Nikki Sixx sentiva ormai come necessario. Ma questa è un’altra storia.


Io vi ringrazio tantissimo per la lettura, vi mando un abbraccio forte forte e ci vediamo tra due settimane con la seconda parte di questo speciale sui Crüe! 

Cristiano Chignola

giovedì 18 giugno 2015

NBT: FRONTGIRLS

Ciao bimbi, come va? Fatta la seconda prova? Avete copiato come dei luridi? Bene, bene, mi auguro che l’abbiate passata tutti. Ora però passiamo alle cose serie, partendo con una domanda: tra i gruppi che ascoltate, quanti sono fronteggiati da una ragazza? Da una donna? Da una femmina? Pochissimi, ne sono certo; il 5% ad essere generosi. Ed è una cosa assolutamente normale purtroppo, il mondo dell’hard rock e del metal è prevalentemente un mondo di dominanza maschile; spesso e volentieri tuttavia si fanno notare gruppi dove alla voce (o in altri ruoli, anche se più raramente) è presente una fimmina. E non sto parlando del classico gruppo da copertina tutto fumo niente arrosto, no, qui intendo musica con le palle fumanti, roba che conta insomma. Ho qui per voi quindi una lista, in ordine completamente casuale, dei miei preferiti tra questi gruppi, che spaziano tra generi e periodi completamente diversi, quindi non cagate il cazzo e godetevi l’articolo.


Halestorm
Partiamo col botto: gli Halestorm sono una band statunitense formatasi nell’ormai lontanissimo 1998, quando i componenti erano degli ingenui quattordicenni, ma che ha raggiunto un ampio consenso solo negli ultimi quattro anni grazie a due dischi davvero ottimi. La band è capitaneggiata dalla mitica Lzzy Hale (senza la i), dotata di un timbro graffiante ed aggressivo, di una potenza incredibile, che dà il suo meglio nei pezzi più aggressivi. L’hard rock suonato si addice perfettamente alla voce della cantante, che in sede live è semplicemente fenomenale, ascoltare per credere. Il loro ultimo lavoro, Into The Wild Life, è uscito il mese scorso ed dannatamente ben riuscito, ascoltate i due singoli Apocalyptic e Amen sul tubo al più presto. Per quanto riguarda i dischi precedenti, i pezzi del gruppo sono uno più coinvolgente dell’altro, e i miei preferiti sono assolutamente Freak Like Me e I Miss The Misery, ma alla fin fine sono quasi tutti grandiosi. Un gran gruppo, gli Halestorm.


The Pretty Reckless
Altro gruppo famosissimo: ve la ricordate Cindy Lou nel Grinch? Beh se vi state chiedendo come sia adesso è la ragazza nella foto. Quando si dice la pubertà fa miracoli eh? L’attrice Taylor Momsen, famosa soprattutto per il ruolo già citato e per aver recitato in quell’aborto di Gossip Girl, si trasforma in una bad girl e mette su la sua band hard rock personale. Ombretto nero come la pece, extension lunghe fino al culo ed una voce calda ed abrasiva sono ciò che hanno portato la Momsen ad essere una delle frontgirl più famose dei nostri tempi. Le canzoni dei Pretty Reckless sono molto particolari, più cupe rispetto agli Halstorm, ma sempre incisive e d’impatto, ed il timbro  della cantante migliora album dopo album. Nonostante io stesso fossi piuttosto scettico al primo approccio (credevo che il loro successo fosse dettato semplicemente dal fatto che lei è strafiga) mi sono dovuto ricredere. Fucked up World, Going to Hell e soprattutto Heaven Knows sono dei pezzi realizzati benissimo, e sono curioso di vedere cosa combineranno Taylor e compagni in futuro.


Joan Jett
La bad girl per eccellenza: Joan Jett è stata un’icona dei tempi andati ed ancora oggi spacca il culo a tutti dal vivo. Prima membro delle Runaways, poi solista con il suo progetto Joan Jett and The Blackhearts, la frontgirl ha rilasciato pezzi che ancora oggi sono tra i più ascoltati da teenagers rockettari e non: Bad Reputation, tanto per fare un esempio, la conosciamo tutti benissimo ed è un pezzo che definirei intramontabile. Per non parlare poi di I Love Rock’n Roll (che in realtà è una cover, ma a noi ci importa una sega), praticamente un inno hard rock, o della ancor più bella I Hate Myself For Loving You, pezzo dotato di una melodia che semplicemente si spiaccica in testa e non se ne va più. Niente da dire, Joan Jett è una donna con le palle.


Heart
Le Heart sono state uno dei gruppi anni settanta ad aver riscontrato il maggior successo commerciale, con più di 30 milioni di album venduti in tutto il mondo. E non potrebbe essere stato altrimenti: l’alchimia tra la cantante Ann Wilson e la sorella chitarrista Nancy Wilson è formidabile, ed i live del gruppo durante i primi anni di attività sono davvero fantastici, soprattutto per quanto riguarda Ann, che è forse una delle migliori voci femminili rock di tutti i tempi. I loro primi due album, Little Queen e Dog & Butterfly, sono ottimo hard rock settantiano che sprizza vitalità da ogni accordo, e non si può non citare infatti il loro singolo più famoso, Barracuda, quando si parla dei pezzi di maggior successo degli anni settanta. Purtroppo le sorelle Wilson negli anni ottanta si sono un po’ perse per strada, ma gli album realizzati nella seconda metà dei seventies restano tra i migliori album hard rock di sempre, senza alcun dubbio.



Jefferson Airplane
Praticamente il gruppo psychedelic rock migliore di sempre. I loro album Surrealistic Pillow e After Bathing At Baxter’s restano tutt’oggi capolavori della musica, una fantastica espressione su vinile della cultura hippie anni sessanta. E poi c’è Grace Slick: sarò di parte, ma io la ritengo la miglior voce femminile di tutti i tempi, la preferisco persino a Janis Joplin; un timbro che passa dal caldo e morbido all’ acuto ed incisivo con una facilità disarmante, una capacità espressiva che va oltre l’immaginabile. La voce della Slick è la perfetta rappresentazione di una cultura che purtroppo non esiste più e che raramente viene apprezzata come si dovrebbe. Jefferson Airplane, semplicemente i migliori.


Lita Ford
Lita è un’icona degli eighties, che raggiunse un successo strepitoso sia con le Runaways (assieme alla già citata Joan Jett) sia da solista, grazie a pezzi iper coinvolgenti e zuccherosi. Come non citare la famosissima Close My Eyes Forever, in cui la biondona duetta con nientepocodimenoche Ozzy Osbourne, realizzando uno dei brani più famosi degli anni ottanta. Altri grandi pezzi della Ford sono Falling In And Out of Love e la iper zuccherosa ma coinvolgente oltre ogni limite Kiss Me Deadly. E poi Fatal Passion, Dancing on The Edge, Hungry, Shot of Love, la maggior parte delle tracce dell’anglo-americana sono diventate delle super hit da classifica. Lita Ford si guadagnò anche un sacco di fama per aver avuto relazioni con praticamente ogni singola rockstar esistente al tempo, da Niki Sixx a Chris Holmes, da Lemmy Kilmister a Joe Lynn Turner. E brava Lita, insomma.


Blues Pills
Dagli anni ottanta torniamo ai giorni nostri, con gli svedesi Blues Pills. Pur avendo un solo disco in studio all’attivo, la band fronteggiata dall’angelica Elin Larsson è già stata in grado di guadagnarsi ampi consensi in tutta Europa, grazie alla suo proposta consistente in un hard rock psichedelico che richiama in tutto e per tutto quello delle migliori compagini anni sessanta. I Blues Pills sono un gruppo fantastico e la voce di Elin è meravigliosa, capace di raggiungere note altissime tanto quanto riesce a destreggiarsi nei momenti più caldi e psichedelici. Dal vivo sono una delle migliori band del loro genere, il mio consiglio è quello di ascoltarvi le interpretazioni di Devil Man e No Hope Left For Me in sede live, robe così non si vedono spesso. Sono gruppi come i Blues Pills che riescono a farti vedere il futuro della musica con ottimismo.

Come avete notato, le cantanti di cui abbiamo parlato sono tutte dei gran pezzi di figa. Una coincidenza? Si, una coincidenza.E voi? Quali sono le vostre cantanti preferite? Fatemelo sapere, o non fatelo, tanto non è che me ne frega più di tanto. Un abbraccio dal vostro Chigno.

Cristiano Chignola


giovedì 7 maggio 2015

NBT: CANZONI CHE PROBABILMENTE NON CONOSCETE (PERCHÉ SIETE UN PO’ STRONZI)

Quante canzoni esistono al giorno d’oggi? Migliaia? Milioni? Adirittura miliardi? E voi cosa fate? Ma ascoltate sempre il disco di Emma Marrone ovviamente. Non vi sto giudicando, non arrabbiatevi, era solo per stuzzicarvi un pochettino, in realtà il vero punto della questione e quindi la domanda che vi chiedo di porvi è: ma quante canzoni esistono che non ho mai ascoltato? Pensateci, spesso capolavori potrebbero passarvi sotto gli occhi, su Youtube o su Spotify, e voi li ignorereste perché troppo interessati ad artisti che già conoscete (e anche perché siete un po’ stronzi). Quindi quale momento migliore di questo per dare orecchio a qualcosa di nuovo? Non credo vi costi molto tempo e non credo che quel tempo l’avreste speso comunque meglio, visto che siete sempre su internet a cazzeggiare. Insomma, senza ulteriori giri di parole, eccovi alcuni pezzi che dovreste ascoltare senza indugiare un secondo!


Qualcuno ha detto anni ottanta? Beh ci avete azzeccato, Living Out Of Touch è una canzone che più eighties di così non potrebbe essere. Un riff serrato, ripetuto all’infinito e scintillante esplode dallo stereo e da inizio ad un pezzo cadenzato e sostenuto per l’appunto da una chitarra fantastica, caratterizzata da un suono che si alterna tra ruvido e melodico, spesso anche molto bombastico. La voce del cantante, Lenny Wolf, è particolarmente intensa in questa traccia, raggiungendo l’apice nel chorus; l’intera canzone risplende di un’ aura indescrivibilmente passionale, cosa che raramente si riscontra ai giorni odierni, e rappresenta al 100% quello che io intendo per feeling anni 80. Un piccolo pezzo di storia hard’n heavy di un gruppo che è rimasto fin troppo sottovalutato nel corso degli anni.



Grezzo, sporco e melodico, il pezzo in questione è forse il miglior esempio del genere sleaze, così come i Faster Pussycat sono uno dei migliori esempi di gruppi fin troppo poco considerati oggi giorno, nonostante la loro influenza sull’hard rock  sia stata decisamente importante. Le chitarre sono ruvide, graffianti, la batteria pesta che è un piacere, il basso è rombante e groovy e la inconfondibile voce di Taime Downe stride come delle unghie sulla lavagna. Il ritornello prende fin dal primo ascolto, è azzeccatissimo e molto allusivo, in classico stile sleaze. Un fantastico esempio di rock’n roll suonato con la giusta dose di aggressività mescolata con una fantastica eleganza nelle scelte di songwriting. Slip Of The Tongue è tagliente come un rasoio e appiccicosa come una gomma da masticare attaccata sotto un banco; in poche parole: fantastica.



Let Me Be The One, dei Tattoo Rodeo, è forse la ballad più bella che io abbia mai ascoltato. Sul serio, l’intensità di questo pezzo è qualcosa di straordinario, da pelle d’oca. Come come? Chi sono i Tattoo Rodeo dite? Beh uh... Ecco, non ne ho idea nemmeno io. Tutto ciò che so è che sono un gruppo hard’n heavy attivo nei primi anni 90 e che hanno rilasciato due album in quell’arco di tempo; ma questo ora non ci interessa. Let Me Be The One è orgasmica, davvero, è stata scritta con una perizia ed una cura nei dettagli degni dei migliori gruppi di sempre. E poi che voce, che cantato fantastico, dalla prima parola fino all’ultima, tutto sorretto da delle tastiere dolcissime e da un sound di sottofondo deliziosamente country. Un pezzo direi totale, bellissimo, incredibile. Non ho altre parole per descriverla, davvero, ascoltatela subito, senza attendere un secondo.



Ed ecco qua un altra ballad; e che ballad! I britannici Quireboys (gruppo sottovalutatissimo, che avrebbe meritato dieci volte l’attenzione che ha ricevuto) con questa canzone danno una dimostrazione cristallina di tutta la loro classe: il pezzo di per sé è molto semplice, molto melodico e con un pianoforte davvero piacevole. La voce di Spike, il carismatico vocalist, è tanto rauca quanto inconfondibile; mi chiedo quante sigarette abbia fumato prima di registrare la traccia. L’intensità del suo cantato e le lyrics azzeccate rendono il pezzo dannatamente bello ed intenso, per non parlare della chitarra, che accompagna il crescendo con eleganza minimalistica e deliziando le nostre orecchie con un assolo grezzo e scintillante allo stesso tempo. Una delle migliori canzone d’amore di sempre, secondo il sottoscritto.


Se dovessi descrivere il gruppo inglese dei Ten con una parola sola, quella parola sarebbe eleganza. Ascoltate i primi venti secondi di The Name Of The Rose, e provate a darmi torto. Questa è una di quelle canzoni che rispecchiano al 120% la definizione di arte: un’intro acustica e medievaleggiante apre le danze trasportandoci verso luoghi lontani e fantastici, per poi precipitare brutalmente al suolo in un riff granitico ed aggressivo che irrompe improvvisamente. Passano pochi secondi ed ecco che la voce calda di Gary Hughes ci risolleva fino al paradiso, narrandoci nel frattempo alcune parti del famosissimo romanzo di Umberto Eco, Il Nome Della Rosa, a cui il pezzo si è ovviamente ispirato. Gary Hughes canta come un dio, ha un timbro fantastico che in questo pezzo in particolare risplende in tutta la sua bellezza; le sei corde sono sempre in primo piano, macinando riff su riff fino allo strepitoso assolo.  La canzone è stata congegnata in una maniera tale da risultare fluida, melodica ed espressiva, centrando in pieno l’obbiettivo di colpire chi la ascolta. Un vero gioiello di canzone che vi invito a non perdervi!



I Grand Theft Culture sono un quartetto svedese che, dopo essere stati scoperti su youtube da quell’essere inquietante di nome Skrillex, si sono trasferiti a Los Angeles per registrare il loro primo album (che deve ancora uscire). La caratteristica di questi ragazzi sta nel sound davvero originale: esso infatti mescola l’aggressività e la melodia dell’hard rock più classy con l’ignoranza della musica dubstep. Il risultato è geniale e Down The Line è a mio parere il loro pezzo meglio riuscito: La melodia prende dopo neanche mezzo secondo, la voce del cantante è veramente bella e caratteristica e le parti dubstep non sono invasive e sono posizionate nei giusti spazi: insomma, questi ragazzi non si limitano a premere tasti a caso, questa è musica seria e per certi versi a tratti sperimentale. Down The Line è un singolo perfetto, ha un ritornello bellissimo e sono sicuro che piacerebbe a tutti, se solo venisse ascoltata. Insomma, I Grand Theft Culture sono l’unica cosa decente che quell’ameba di Skrillex sia mai riuscito a tirar fuori dal cilindro! Ascoltateli!



Per oggi direi che queste sei canzoni siano sufficienti. Spero che le ascoltiate, davvero, sarebbe davvero bello pensare di avervi fatto conoscere qualcosa di nuovo e di interessante. A proposito, avrete notato che tutti i brani sono hard rock. Beh è il genere che amo di più di tutti, che volete, e condividere le mie passioni con voi è il massimo che possa fare, sperando che valga davvero qualcosa. Grazie per la lettura, a presto guys.
Cristiano Chignola

giovedì 16 aprile 2015

NBT: MALINCONIA

Esistono pochi sentimenti potenti come la Malinconia, e altrettanto pochi sono quelli carichi di poesia come la stessa. Basti pensare all’enorme numero di poeti, scrittori e registi che hanno affrontato questo tema e le opere d’arte che (spesso) ne sono scaturite; stiamo parlando d’altronde di un qualcosa che può accompagnare grandi parti della nostra esistenza, un senso di profonda tristezza che almeno una volta ha colpito ciascuno di noi, per motivi sempre diversi. Ci sono individui malinconici di natura, altri che in alcuni frangenti si sentono inadeguati, altri ancora che non trovando il mondo là fuori conforme a quello che sentono dentro si chiudono in sé stessi, angosciati e terribilmente rassegnati. Ma la malinconia non scaturisce solo da questioni così grandi, può sorgere anche da una semplice delusione d’amore, da una lite con qualcuno caro o da un amicizia interrotta. 


Spesso questo tipo di sentimento viaggia parallelamente ad una grandissima nostalgia, di cosa non lo sappiamo nemmeno noi; semplicemente ci terrorizza pensare che i migliori momenti della nostra vita possano essere già passati, che nulla sarà bello come è stato in precedenza. Ed è proprio questo pesante senso d’angoscia che numerosissimi artisti sono riusciti a tramutare in musica, dando vita a piccole opere d’arte rispecchianti tutti queste terribili sensazioni; sono sicuro che ognuno di voi ha in mente vari titoli, tutte tracce che vi hanno accompagnato nei momenti più bui. Io ora vorrei proporvene cinque, cinque canzoni a cui sono particolarmente attaccato e che sono sicuro possano piacere anche a voi. 


SENTENCED – NO ONE THERE (2002)
No One There è una delle tracce più cupe e malinconiche che io abbia mai avuto la fortuna di ascoltare, e non per nulla è anche una delle canzoni più belle mai scritte. I finlandesi Sentenced hanno con questo pezzo costruito la gemma più nera della loro discografia, una traccia che lascia addosso un senso di rassegnazione gigantesco, una spaventosa angoscia nei confronti della vita e della solitudine. “When the wind blows to my heart, it shivers me one last time, as I reach out in the dark, no one there...” Difficile resistere alla magia di questi versi, difficile resistere alla magia di questa canzone.


GHOST BRIGADE – INTO THE BLACK LIGHT (2009)
Esistono gruppi apparentemente sconosciuti che in realtà sono capaci di sfornare pezzi che rasentano il capolavoro. I Ghost Brigade sono uno di questi gruppi: molto simili per stile ai Sentenced, anche loro provengono dalla fredda Finlandia e praticano un doom metal caratterizzato da atmosfere mistiche e cupe. La canzone in questione, Into The Black Light, è tratta dal loro secondo album, Isolation Songs , ed alla stessa maniera della canzone precedente questo pezzo ha la capacità di penetrare il nostro animo, trasudando malinconia e desolazione e possedendo un finale a dir poco maestoso. Into The Black Light non lascia spazio ad alcuna speranza, ad alcun raggio di luce, se non a quella nera. “I have waited all my life, for someone to get me out of here, I never knew the view from the edge of the world would look like this”.


BLACK SABBATH – SOLITUDE (1971)
Solitude rappresenta una delle canzoni più singolari che i Black Sabbath abbiano scritto. La sua aura mistica, il cantato morbido e malinconico di Ozzy Osbourne e le dolci sei corde di Iommi costruiscono una splendida caricatura di un animo solitario ed errante, alla ricerca disperata di una qualsiasi forma di felicità, che quasi certamente non arriverà mai. “Il mondo è un luogo solitario” dice il testo “sei da solo”; rassegnato, solo e pieno di angoscia, l’unico sollievo che il protagonista trova sta nel sedersi a casa e pensare. Tuttavia proprio questo fatto lo porta alla sconvolgente realizzazione che tutto ciò che gli rimane di certo sono solo memorie, solo pensieri, fatto che lo riempie di nostalgia. Solitude è un pezzo storico tanto quanto il gruppo che l’ha creato, non perdetevi l’opportunità di ascoltarlo. “My future is shrouded in dark wilderness, sunshine is far away, clouds linger on, everything I possessed, now they are gone”.


BURZUM – DET SOM ENGANG VAR (1994)
L’oscurità fatta a musica, la depressione e l’odio verso questo mondo tutto racchiuso in una magica, terribile e lunghissima canzone. Quello che Varg Vikernes (unico membro del progetto Burzum) ha realizzato è forse il suo pezzo migliore, quello che meglio rappresenta il suo animo perverso e disturbato. “Det Som Engang Var” significa letteralmente “Ciò che una volta era”, ed infatti il breve testo rispecchia macabramente le sensazioni di nostalgia, la perdita di ogni speranza, di ogni amore e di ogni gioia. La fantasia di ogni ascoltatore genererà le immagini che preferisce, ma di certo non saranno immagini di felicità o di qualsivoglia momento gioioso; perché Det Som Engang Var rappresenta una discesa nel Maelström più oscuro che il mondo della musica abbia mai visto, una caduta libera negli abissi più profondi del nostro animo. La canzone più oscura che io riesca ad immaginare. “Vi døde ikke...Vi har aldri levd” (“Non siamo morti... Non abbiamo mai vissuto”).


NINE INCH NAILS – HURT (1994)
Probabilmente tutti conoscete la versione di questa canzone realizzata da Johnny Cash, ma forse in molti meno sapete che la versione originale è dei Nine Inch Nails, gruppo industrial americano capitanato da Trent Reznor, che a mio modestissimo parere è uno dei migliori songwriter degli ultimi trent’anni. La traccia è l’ultima del loro disco capolavoro, The Downward Spiral, un manifesto di rabbia antisociale e di profonda introversione; l’album racconta la lenta discesa nella pazzia e nella disperazione di un uomo che non riuscendo a conformarsi trova come ultimo e unico sollievo il suicidio. Le frustrazioni dell’individuo medio, la vita in un contesto meccanico e malsano che trascinano il protagonista in un abisso; Hurt sono le sue ultime parole, dove vediamo questo personaggio lanciare un ultimo disperato segnale di speranza, poco prima di uccidersi: “If I could start again, a million miles away, I would keep myself, I would find a way”. L’ultimo barlume di luce poco prima della più profonda oscurità.


Cinque canzoni sono poche, pochissime, ce ne sarebbero migliaia da analizzare e su cui discutere. Io ho cercato di estrapolare quelle che trovo le più caratteristiche e che hanno soprattutto accompagnato me durante la mia vita; credo che la musica sia una parte importante nella crescita di una persona, soprattutto nei momenti in cui sentiamo il disperato bisogno di aggrapparci a qualcosa.

Spero di non avervi tediato con eccessive divagazioni, alla prossima.

Cristiano Chignola

giovedì 19 marzo 2015

NBT: H.E.A.T

Era da tempo che volevo parlare di questo gruppo e mi fa molto piacere poterlo fare qui su questo blog. Ciò di cui vorrei discorrere oggi è quella che senza ombra di dubbio è una delle compagini musicali migliori, se non la migliore, nell’ambito dell’ hard rock commerciale, ovvero quello che fece il botto in pieni anni 80. Gli H.E.A.T tuttavia sono un gruppo giovanissimo, avendo rilasciato il loro primo disco nel 2007; potrà sembrarvi assurdo, soprattutto se non siete molto vicini a questo tipo di sound, eppure è da circa una decina di anni che i paesi scandinavi hanno preso le redini di un genere che sembrava morto facendolo rinascere dalle sue ceneri ancora più splendente di prima. Gli H.E.A.T infatti sono svedesi o, come piace loro affermare prima di ogni show, “rappresentano” la Svezia, in quanto essi sono uno dei gruppi più importanti di questo “revival” musicale. 





Raramente riesco ad affezionarmi ad un gruppo nella stessa maniera in cui l’ho fatto per gli H.E.A.T, ma ve l’assicuro, i ragazzi sono eccezionali: non solo hanno saputo riprendere tutti gli aspetti migliori del rock melodico dei tempi andati ma sono stati in grado oltretutto di costruirsi parallelamente il proprio sound, che risulta assolutamente freschissimo. I primi due album, l’omonimo H.E.A.T e Freedom Rock, sono stati registrati con al microfono il singer Kenny Leckremo (nome imbarazzante, lo so), dotato di un timbro gradevolissimo e più che perfetto per il sound del gruppo. Soprattutto in Freedom Rock, un piccolo capolavoro a mio parere, possiamo assaporarne la maestria in ogni singolo pezzo, dalla meravigliosa e sognante We’re Gonna Make It To The End (https://www.youtube.com/watch?v=YPHp82TqyVI), passando per le assurde Beg Beg Beg, Everybody Wants To Be Someone e la mia preferita in assoluto High On Love. Le chitarre sono cristalline, la voce è magica e basso e batteria affettano il ritmo che è un piacere. Poi ci sono tante di quelle citazioni e reminescenze che è un piacere andare a ricercarsele tutte: Toto, Europe, Motley Crue, Guns ‘n’ Roses e chi più ne ha più ne metta...





Dopo quel gran discone di Freedom Rock Leckremo lascia il gruppo; la dichiarazione ufficiale è a causa di divergenze artistiche, ma molto probabilmente è stato dovuto allo scarso carisma del cantante in fase live. Nonostante il dispiacere viene scelto il miglior rimpiazzo possibile: Erik Grönwall, il vincitore dell’edizione 2009 di Swedish Idol. Ecco che qui occorre aprire una parentesi: in Svezia chi vince questi tipi di reality show ha sempre ottenuto un ottimo successo in seguito (come per esempio lo stesso Grönwall oppure il grande Jay Smith,vincitore dell’edizione 2010), mentre in Italia i vincitori con un grande potenziale finiscono inevitabilmente con l’eclissarsi o alla peggio a fare squallidi spot pubblicitari per compagnie telefoniche. Ma comparare Svezia ed Italia in ambito musicale è un po’ come paragonare un leone ad un gatto domestico, quindi conviene andare oltre.




Con Grönwall gli H.E.A.T incidono altri due album: Address The Nation nel 2012 e Tearing Down The Walls nel 2014; la voce del nuovo singer è più aggressiva e tirata di quella di Leckremo, così che in fase di songwriting i sei (poi diventati cinque a causa dell’abbandono del chitarrista Dave Dalone) si sono sbizzarriti nel creare i pezzi più trascinanti che mai siano riusciti a comporre. Vogliamo parlare del singolo Living On The Run, che sprizza anni 80 da ogni accordo? O della sbalorditiva In And Out Of Trouble, con quel sassofono che la rende un pezzo praticamente perfetto. E poi ancora It’s All About Tonight, Inferno, Mannequin Show, Tearing Down The Walls... Tutti singoli che anni addietro avrebbero scalato in un batter d’occhio le classifiche (cosa che hanno effettivamente fatto in Svezia nel 2009). La loro ultima release, Live In London (uscito un mese fa), è assolutamente una visione obbligatoria per chi ami l’hard rock: il DVD infatti mostra un gruppo in forma eccezionale e assolutamente sulla cresta dell’onda, non avendo mai sbagliato un colpo fino ad ora. La qualità svedese si sente sempre...





Non credo serva aggiungere altro, penso di aver descritto con sufficiente enfasi quanta ammirazione provo per questi svedesi. Gli H.E.A.T sono un gruppo che chiunque dovrebbe ascoltare, non solo perché sono tecnicamente delle bestie, ma anche e soprattutto per l’incredibile energia trasmessa sia negli spettacoli dal vivo sia in studio. Se poi siete dei nostalgici delle grandi hit anni ’80, beh, che minchia state aspettando ad andare ad ascoltarli?

Cristiano Chignola