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lunedì 15 ottobre 2018

IDLES – RESISTERE NEL/AL 2018

Partiamo da una premessa: parlare di politica – o anche “solo” di attualità – con la musica è complicato.



Prendiamo gli anni ‘70 e ‘80, gli anni in cui si può individuare forse l’epoca d’oro del cantautorato italiano  politicamente impegnato. Guccini, De Andrè, per citare banalmente i più celebri. Ora, nel 2018 ciò che rimane nel pubblico – oltre alla memoria – di quelle canzoni è ben poco. Più che altro una tendenza latente, da parte della generazione dei nostri genitori – ho 23 anni – a considerare buona la musica che porta con sé un significato in qualche modo “alto” in contrapposizione alla musica “leggera”. Al punto che a volte in alcuni si nota quasi un certo imbarazzo nell’ascoltare quelle che in altri momenti avrebbero definito canzonette, e un ingarbugliarsi in improbabili ragionamenti per mostrarne il senso profondo, come a volersi giustificare. Insomma, c’è una certa tendenza nostrana a valutare la musica basandosi sull’”impegno”.
D’altra parte però quando *inserire nome di una band o un artista* prende posizione su una vicenda durante un suo concerto o in altra occasione si trova accerchiato dall’orda virtuale degli italianissimi fatevigliaffarivostri-sti capitanati dal guru Rita Pavone.
  


(Nota di mezzo: mentre scrivo penso che ci sarebbero una miriade di diramazioni che questo discorso potrebbe intraprendere, tutte interessanti. Il punk italiano, l’hip hop italiano, Salmo, Iosonouncane; ma anche l’ingenuità da parte di alcuni, un certo anti-intellettualismo da parte di altri, la sovra-interpretazione di alcune opere e altre parole con prefissi interessanti. Ma di tutto questo non parlerò oggi.)

La verità è che il nodo gordiano dell’impegno politico nella musica non è mai stato sciolto. Il risultato di questo groviglio di contraddizioni sono canzoni rivolte a nessuno, che mettono d’accordo tutti e musicalmente oscene. Tipo Non mi avete fatto niente, ecco. Ve la ricordate, ve? Ma non si può dare troppa colpa ai due ragazzetti perché ripeto, mettere la politica in musica è complicato.
I più cinici direbbero che il motivo per cui da noi è complicato è che siamo la terra del “chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni” e che moriremo tutti democristiani. E probabilmente avrebbero ragione.
Questo da noi. E altrove?


A settembre è uscito il secondo album degli IDLES, Joy as an Act of Resistance. Più spigoloso, più sfaccettato, più aggressivo perfino, del suo predecessore Brutalism – uscito appena un anno fa – è balzato dritto tra gli album recenti più interessanti. “Idle” significa “insofferente”, “accidioso”, ma la band di Joe Talbot fa tutto meno che stare con le mani in mano: nel disco si toccano freneticamente i temi più vari, dalla mascolinità all’omofobia passando per la brexit e l’immigrazione. Niente che non sia già stato sviscerato da altre band, vero, ma c’è qualcosa di più.
Due cose in particolare portano Joy as an Act of Resistance ad un livello più alto rispetto al resto della musica di questo 2018: la prima è l’accordo tra le parti. Tutto l’album è un manifesto, un invito alla coesione –

He's made of bones, he's made of blood
He's made of flesh, he's made of love
He's made of you, he's made of me
Unity!

– e allo scontro –

I'll sing at fascists 'til my head comes off
I am Dennis Skinner's molotov;

quando il testo è più criptico e sembra nasconderlo la musica lo rende palese, che sia nel ritornello di Danny Nedelko o nel crescendo finale di Colossus. Una compattezza stilistica e di significato totale, che in pochi album si ritrova. La seconda cosa è il prendere posizione. Né coesione totale, né scontro totale: gli IDLES tracciano una linea. Che è qualcosa di impopolare a dire il vero, ai tempi dei presunti superamenti vari di destra e sinistra e dei “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”.
In definitiva Joy as an Act of Resistance è squisitamente – in tutti i sensi – punk. È il punk che rispolvera gli stivali e si aggiusta le spille. È il punk che cessa di essere stereotipo, che acquista la dignità che hanno le cose quando rappresentano, quindi uniscono. È il punk che può urlare, sputare idee nude e pulsanti come un bambino appena uscito dall’utero. 
La musica degli IDLES al contempo domanda e risponde alla necessita di fare politica e lo fa ripartendo dalla base, data per scontata fino a ieri.

E questo è altrove. Da noi?

venerdì 21 settembre 2018

LOVE - THEGIORNALISTI


Io e i Thegiornalisti.


Nel 2015 andai al MI AMI, all’idroscalo a Milano, e sul Rizla stage - il secondo per importanza - assistetti all’esibizione di Tommaso Paradiso che “performava” (che è la traduzione italiana di “performing”) Bollicine del Pio Vasco Rossi. Entrò in scena e disse: “Famola sta cafonata”. E non gli si poteva non volere bene.

Nel 2015 venivamo dal grande Fuoricampo, che aveva cambiato rotta e aveva portato i Thegiornalisti al successo “indie”. Fuoricampo era un album mio. Non erano più i ragazzi alternative rock, tristi e disillusi degli inizi, ma sembravano più a loro agio in una dimensione scanzonata. E andava bene così.

Nel 2015 stavamo andando verso Completamente Sold Out. Erano usciti come singoli Tra la strada e le stelle e Il tuo maglione mio, che non mi avevano fatto impazzire. Tommy suonò anche quelli in solitaria sul palco del Miami, e anche il live pareva fiacco, posticcio.

Nel 2016 uscì Completamente Sold Out,che consacrò il gruppo romano a faro del pop italiano. Mi dissociai. Da quel momento i poi il mio rapporto con i Thegiornalisti è stato a senso unico: più Tommaso Paradiso andava verso il suo personaggio televisivo, più sentivo meno mia la loro musica. Anche retroattivamente, anche Fuoricampo.



Mia madre e i Thegiornalisti.
Era il 2017, estate. Eravamo in auto durante un viaggio abbastanza lungo. Per radio passa Riccione - hit definitiva - e mia madre, seduta al posto del passeggero, alza il volume a quello che era stato indipendente anche dalla “loro” musica leggera per cantare dell’aquila reale e del mezzo panino di Berlino.

Era il 2018, giugno. Mia madre, cinquant’anni, prende e va ai Wind music award senza dire niente ai figli che magari volevano andarci anche loro. Prende l’acqua - perché le colpe vanno espiate - e quando torna, mezza assonnata mi fa: “Ma sai, ho visto pure i Thejournlist”. All’inglese, perché pure a lei pareva che Thegiornalisti - mezzomezzo - suonava male.



LOVE.
Così abbiamo eliminato ogni dubbio. Fuoricampo è il luogo figurato da cui cantavano e stare fuori era sinonimo di sincerità, naturalezza. Oggi Tommaso Paradiso è completamente al centro di questo vortice amoroso che chiamano successo.
Non c’è nulla da svelare: è stata fatta una scelta, suggerita dal cuore o dalla moda, questo non è importante. Non dobbiamo smascherare la culla di cultura pop da cui i Thegiornalisti attingono per acciuffare la loro ispirazione più profonda. Da Verdone a Vacanze di Natale, dalle serie americane al pop italiano anni ’80. Ma il pop italiano anni ’80, visto oggi, era un po’ triste. Musicalmente arretrato, stilisticamente imbarazzante. A volte Tommaso Paradiso non rende giustizia ai grandi del passato che tira in ballo in sbiascicate interviste. A volte sembra voler prendere il peggio di una decade variegata, valida e confusa. E a prendere il peggio, a volte, i pezzi dei Thegiornalisti sembrano delle divertentissime parodie.

Love bissa Completamente Sold Out. Molti effetti, molti synth, molti sussurri al cuore, molto amore. Poco o nulla di nuovo. Non ho mai atteso quest’album, non c’ho mai davvero creduto, ma paradossalmente i primi due singoli - una buona, classica canzone d’amore al piano come Questa nostra stupida canzone d’amore e la frivola ma estiva e divertente Felicità puttana - avevano alleviato la mia amarezza. Poi Overture, che apre l’album con una dose di pura autoironia. Poi Zero stare sereno, che pare  un pezzo scartato in extremis da Fuoricampo. Con la nostalgia, ancora quella giusta. Un brano con poche pretese da ascoltare volentieri in radio.


E invece tornano gli anni ’80, la decadenza e i testi improbabili. Con l’aggiunta di qualche effetto trap o dance. Ma almeno ci siamo risparmiati il reggaeton, almeno per ora.


In questo locale dove tutti s’innammòu
E le canzoni
E le canzoni cadono dagli occhi


Sto cercando su Google i nei sulla pelle


A qualcuno di voi piacerà questa musica e va bene così. Nessuno giudica gli ascoltatori, e alla fine non giudichiamo neanche la musica. Queste erano considerazioni su un momento, un paio di ascolti, sulle interviste al personaggio che ha divorato la persona e io potrei avere torto. Potrei essere io lontano da questo revival anni ’80. Potrei non essere in grado di apprezzare ciò che voi amerete, e va bene così.
Ma la canzone dedicata al Dr. House è imbarazzante.
Basta.

È un brutto mondo

Per chi la pensa come me, invece, spero che le cose cambino prima o poi, che ci sia spazio per qualcos'altro. Ma finché mia madre ascolterà i Thejournalist…

Sto
Sto pensando a te
Come non ho mai
Pensato a te
E sinceramente come non ho mai
Pensato ad altro

mercoledì 19 settembre 2018

VIITO - ITALIANI TRA INSTAGRAM E LEXOTAN

Questa è sublimazione dell’arte.

Dall’indie alle major al it-pop al mashup definitivo. Viito arriva per dare il colpo di grazia al gusto e rendere reale una nuvola di pensieri sparsi.

Dall’anno zero dell’indie, a volerlo ancora chiamare così - facciamo per capirci -, facciamo il 2015, anno di pubblicazione di Mainstream di Calcutta, il mercato del sottobosco discografico è andato consapevolmente in contro ad un imbuto che ha contribuito ad indirizzare il gusto verso un certo genere musicale, un certo personaggio, un certo sottotesto sociale. Viito è il primo - non l’ultimo - prodotto perfetto dell’imbuto indie.


Troppoforte è la summa definitiva di questi anni amari, giovani e meno giovani, di un paese che si è adattato. E forse la rabbia e la carica mezze rock dell’adattamento tutta questa rabbia e tutta questa carica non le possiedono davvero. Il primo lavoro di Viito e Giuseppe, direttamente from Capital City, è un po’ come Rimini, che è come il blues: dentro c’è tutto; ma di tutto di quello che già c’era, che già avevamo dentro.
Il sound anni ’80, con tutti i suoi synth, è ripreso pari pari dagli ultimi due album dei Thegiornalisti, quelli che hanno consacrato Tommaso Paradiso a personaggio nazionalpopolare. E di Tommy Paradise si ritrovano anche i bridge sbiascicati, che prima erano di Jovanotti e adesso appartengono all’indie.
I testi dei Viito corrono abilmente sul filo di lana che separa lo sfarzo della vita digitale su Instagram e la fine della storia giovanile, annegata in un cocktail di Redbull e lexotan. Il lexotan era proprio uno dei cavalli di battaglia dei Cani più pop-punk di Glamour. Il precariato invece arriva direttamente dagli Ex-Otago e dalle loro dispute tra giovani e matusa. In generale Troppoforte porta con sé - o almeno tenta di farlo - il fardello del disagio giovanile, delle mode scadenti, della vita priva di prospettive ed obiettivi, del mondo degli adulti che ha prosciugato le risorse e di una postadolescenza complicata. Ma arriveranno tempi migliori.
C’è l’industria porno, c’è la nazionale del duemilessei ma dentro casa, molto alcool, qualche serie su Netflix, le coste libiche, la droga giusta. E poi c’è Roma, culla dell’indie. Imprescindibile in ogni album che voglia passare in fretta dal baretto dell’amico di papà al Palalottomatica, o all’Arena, se vi gira particolarmente bene.


Il punto più alto del disco è però il campionamento dell’Inno di Mameli in chiave dance anni 2000 presente in Mondiali. Ed è subito Materazzi è caduto / perché ha preso una testata / la testata gliel’ha data / Zinedine Zinedine Zidane, e le suonerie per i primi cellulari con lo schermo a colori, i servizi in abbonamento, quando si stava peggio ma si stava meglio, aridatece la Ggioconda!!! Nun c'avete manco er bidè!!!


Nel complesso Troppoforte è un album musicalmente scadente. Nostalgico ma idiomatico. Rappresenta l’italianità e il gusto che abbiamo acquisito negli ultimi tre anni. Ma è il nostro gusto ad aver rovesciato l’industria musicale o ci siamo adattati fin troppo bene, senza pretese, senza fare storie? Sta di fatto che ora siamo questi, la mia generazione di ossimori. Scappati di casa che vivono con i genitori. E torniamo idealmente su noi stessi in una storia che ha smesso di scorrere dal tempo e forse va all’indietro o forse si è fermata. L’eterno ritorno dei Mondiali del 2006 è il nostro momento di libidine quotidiano.
I Viito prendono fin dal primo ascolto, sanno come farsi voler bene, perché non sono loro, loro siamo noi. Stiamo ascoltando noi stessi, ma non ci si stanca mai di ascoltarsi?

Può un uomo collocarsi fuori dalla sua storia [... ]? No, non lo può. Questo uscire dalla storia, adottando una falsa e bugiarda ottica di postero o di cherubino, è un atto caro ai reazionari, e i giornali di destra sono pieni di scrittori che si prestano a simili ascesi, atte a soddisfare il bisogno spiritualistico dei piccoli borghesi

E io sarò pure piccolo borghese di nascita, ma di sicuro non sono reazionario, né tantomeno un giornale di destra. Quindi cerco di criticare le cose con poche competenze e poi ascolto i Viito da una settimana ogni volta che salgo in auto, quando faccio la doccia, quando ramazzo la stanza servile. Sorrido quando dice “Se facciamo l’amore, l’industria porno muore” e canto a squarciagola il ritornello di Compro oro.


E quando sono triste vado a rivedere il gol di Del Piero contro la Germania:

Arriva il pallone, lo mette fuori Cannavaro! Poi ancora insiste Podolski, CANNAVARO! Via il contropiede con Totti, dentro il pallone per Gilardino. Gilardino la può tenere anche vicino alla bandierina. Cerca l’uno contro uno, Gilardino dentro Del Piero, Del Pieroooo! Gooooooooooool!!! Aleeeeeeeeex Del Pierooooooooooooo!!! Chiudete le valigie, andiamo a Berlino! Andiamo a Berlino! Andiamo a prenderci la coppa! Andiamo a Berlino!

E andiamo a Berlino. Magari è meglio di qua e di quando guardavamo Roma.

mercoledì 4 luglio 2018

SONO ANDATO AL CONCERTO DI COEZ, MA NON VOLEVO. GIURO

Questa storia parte da lontano. A gennaio mio fratello è tornato dal freddo islandese con qualche dollaro in più. Anche io in quel periodo godevo di buona salute economica, perché sono del sud e al sud natale fa rima con rifornimento di soldi. Era anche il periodo in cui Coez andava ancora, il suo tour invernale era andato tutto sold out e Renzi faceva i video in cui cantava “La musica non c’è”. Nella frenesia del vil denaro, nel pacchetto di quattro o cinque biglietti acquistati convulsivamente in pochi minuti, ci sono capitati anche due ingressi per una data di Coez a un’ora e mezza da casa. Comodità.



E il problema non si è posto fino ad una settimana prima del concerto, quando ci siamo ricordati di aver comprato i biglietti, ci siamo resi conto che di andare a sentire Silvano Coez non ne avevamo assolutamente voglia, che noi si conosce due canzoni o tre, e abbiamo cercato disperatamente di cedere i nostri ingressi. Non ci siamo riusciti.



Concerto alle 21 secondo ticketone, alle 22 secondo facebook.
Alle 19 partiamo da casa.
Alle 20:20 parcheggiamo nel posto adibito a parcheggio, poi una lunga camminata fino al luogo del concerto. Cosa c’entra la passeggiata col resto? Lo scoprirete dopo.
Alle 20.40 siamo dentro.
Alle 20:45 ci sediamo a 20 metri dal palco.
Alle 21 un ragazzo si alza per sgranchirsi le gambe e tutta la gente seduta pensa sia il momento di alzarsi per non perdere il posto. Ci alziamo anche noi, veniamo schiacciati verso il palco. Ci aspetta un’ora e mezza di dolore alla schiena e sudore altrui. Bene così.
Comincia a muoversi qualcosa sul palco e i fonici mettono in loop alcuni pezzi, ovviamente non di Coez, che da una parte è positivo, dall’altra avremmo potuto imparare qualche canzone per il concerto. E invece no.
Il mix scelto per scaldare il pubblico sembra una playlist personale di spotify. Completamente random. Talmente random che ad un certo punto parte la sigla di Stranger Things e un po’ mi emoziono.
Io e mio fratello cominciamo a guardarci un po’ attorno, per quello che possiamo, perché siamo schiacciati da ogni lato. E nel guardarci attorno ci accorgiamo che la fauna silvana è così composta:

- 50% ragazzin* adolescenti della zona che potrebbero aver raggiunto il posto del concerto anche in bici
- 30% coppie mal assortite di cui lei conosce tutte le canzoni a memoria. Lui l’abbraccia da dietro per non farle scoprire che non sa manco “Faccio un casino”.
- 15% bambine in età preadolescenziale accompagnate dai padri che se li guardi in faccia puoi capire le bestemmie che stanno pensando dentro.
- 5% gente come noi, che è capitata lì e non sa neanche come.

Una ragazza alla nostra sinistra scruta il palco con sguardo corrucciato. Probabilmente è il suo sguardo classico, ma a me e a mio fratello piace pensare stia disapprovando il concerto. Che poi in realtà è quello che stiamo facendo noi, dentro.
A destra invece un padre tiene la figliola sulle spalle. La figliola di dieci anni. Io ne ho quasi 23. Vedrò ancora del pogo, ma non oggi.
Intanto si sono fatte le 22 e direi che il concerto non era alle 21. E direi anche che non ci sarà nessuno ad aprire Coez.


Alle 22:15 si spengono le luci. Gridiamo. Guardiamo con desiderio carnale il palco. E poi lieve dalle casse parte “Africa” dei Toto. E dapprima confuso, il pubblico così eterogeneo inizia a cantare “Africa” e ci abbracciamo in un turbinio di sentimenti e nostalgia. E le ragazze dietro di noi sbiascicano parole che se non sai manco il ritornello di “Africa” dei Toto ti meriti Coez Ebbasta.
Alle 22:30, dopo un’ora e mezza di dolori o odori, dopo tre ore e mezza da quando abbiamo lasciato i nostri alloggi, finalmente arriva Coez sul palco, col cappellino, con gli occhiali da sole, con le sue canzoni così nazionalpopolari.

Canta “Siamo morti insieme”, non la sappiamo. Speriamo nella seconda.
Canta “Forever Alone” (che il mood ormai è proprio da suicidio), non la sappiamo. Ci avviamo verso l’uscita.
E invece canta “Le luci della città”. Torniamo al nostro posto.

Dopo tre canzoni Silvano saluta il pubblico che lo acclama e io e mio fratello ci rendiamo conto di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’atmosfera è simpatica, fresca, estiva. Ma stiamo assistendo ad uno spettacolo per regazzini. Questo è certo. E anche gli intermezzi parlati sembrano rivolti ad un pubblico adolescente.
“Chi vi piace di più, Banana o Passerotto (due membri della band, ndr)?”
“A chi volete più bene, a mamma o a papà?”

Banana che cucina per Coez

E la serata va avanti così finché non mi viene in mente di spoilerarmi la scaletta per prepararmi meglio alle poche canzoni che so e che ho voglia di cantare. Verso la fine scorgo una “Barceloneta”.
(Ora, dovete sapere che io e mio fratello abbiamo gusti musicali molto differenti e un nostro passatempo è insultare l’altro per quello che ascolta sotto la doccia. Ma su Franco e Carlo siamo d’accordo. Non è che siamo proprio fan. Non è che abbiamo imparato le canzoni a memoria. È proprio che quando siamo in macchina ci facciamo i duetti. Lui fa Carl Brave, che si è comprato pure le camice uguali. Io, per esclusione, Franco 126, che è un po’ quello meno dotato del duo. Ci doppiamo pure, facciamo pure “Eh eeh”. È tutto molto imbarazzante.)

Ci mettiamo allora ad aspettare impazienti la canzone con il duo romano, ma quando è il momento Coez la salta a piè pari. E questo ci rattrista molto. Se aveva bisogno di due voci per sostituire Carl e Franco potevamo salire noi sul palco.

Risultati immagini per coez concerto padova

Poi i pezzi quelli più famosi, un paio di bis e il concerto termina a mezzanotte. Io e mio fratello ci affrettiamo verso l’uscita . Nell’impeto inforco una borsetta poggiata a terra col piede e me la trascino per qualche metro. Tutto normale.
Dall’uscita seguiamo la folla che dovrebbe dirigersi verso il nostro stesso, enorme parcheggio. Ma inaspettatamente ci mettiamo la metà del tempo impiegato all’andata. Arrivati al parcheggio ci dirigiamo dove ricordiamo di aver lasciato la macchina, ma non riusciamo a trovarla. E intanto la folla che abbiamo lasciato indietro ci ha quasi recuperati.
Qualcosa non quadra: le macchine sono tutte girate di 90°.


“Simò, qua due sono le cose: o qualcuno ha girato tutte le macchine o abbiamo sbagliato parcheggio.”
“E che ci sono due parcheggi ugualidentici?”
Io rido, lui perde una goccia di sudore freddo dalla fronte.
Lui: “Mo fermo uno con la pettorina e gli chiedo se c’è un altro parcheggio così”
Intanto le macchine hanno cominciato a muoversi e ci troviamo nel caos più totale.
Sempre lui: “Aspé, ma  noi da che parte siamo entrati?”
“Eh, non abbiamo fatto tutta la strada dell’andata”
“Quello è l’ingresso del parcheggio. Noi siamo andati di là prima. Quindi la macchina deve essere là”.
E girandoci di 90°, effettivamente il parcheggio torna ad essere quello di cinque ore prima. Camminiamo un altro po’ tra la confusione e infine arriviamo alla mia santa Punto rossa.
Saliamo in macchina, riusciamo ad uscire con un po’ di fatica. Prendiamo l’autostrada per tornare a casa e mettiamo “Barceloneta”.
Non ti preoccupare Silvano, noi ci sappiamo arrangiare. La tua parte la cantiamo insieme io e mio fratello. Grazie lo stesso.


Da sinistra a destra: io, Simone e l'amico Silvano. Eh eeh

P.S. ma le ragazze che cantano la strofa de "La musica non c'è" nell'orecchio del ragazzo proprio mentre Coez la sta intonando sul palco a tutto volume, che problemi hanno in realtà? C'è ancora speranza per loro?

domenica 13 maggio 2018

QUANTO È BRAVO DONALD GLOVER

Come testimonia il successo di Tommaso Paradise, sono da tempo tornati di moda – o forse non se ne erano mai andati – gli 80s con le loro 808, i synth e per fortuna non le acconciature. Ha i suoi lati divertenti questo revival, per quanto abbia un retrogusto di revisionismo storico: non tutto quello che veniva suonato in quegli anni merita di essere ricordato ma soprattutto, guardandola a posteriori, la new wave assume i contorni di un prodotto. Un pezzo di punk asportato dall’industria discografica, schiacciato, stirato e modellato dalla stessa in una forma che appagasse un più vasto pubblico, che fosse più pop. Ok, ma che c’entra Donald Glover?  


Qualche giorno fa è uscito il video del singolo This Is America di Childish Gambino a.k.a. Donald Glover, a.k.a. Lando Calrissian, a.k.a. altre cose, che ha monopolizzato le discussioni nell’etere come raramente succede. Ok no, succede sempre, ma raramente in questo modo. E non c’è da stupirsene: Donald Glover non è mai stato limpido nelle sue creazioni; ti stuzzica con immagini e suoni, ti fa intuire che c’è un ulteriore livello di lettura e ti spinge, idealmente, a scoprirlo. È un modo di fare arte profondamente del nostro tempo, dell’epoca dei social, di reddit, del citazionismo sfrenato. Childish Gambino è indubbiamente figlio del suo tempo – lo stesso moniker, “Childish Gambino” è una creatura di internet – a volte anche troppo: ve lo ricordate because the internet? Manco a dirlo, il filo conduttore di quel suo secondo lavoro in studio era il linguaggio del web e la sua sintassi universale. Ciò che tuttavia non è sempre universale è la frase con il suo significato: di fatto quell’album farcito di riferimenti vari era incomprensibile a chiunque non fosse particolarmente “woke”, figurarsi ad un europeo. Da allora sono passati cinque anni, un album e due stagioni di Atlanta e forse abbiamo più strumenti per addentrarci nelle circonvoluzioni di uno dei personaggi più eclettici di questo decennio. Su internet si trovano innumerevoli articoli che spiegano o tentano di spiegare ciò che si vede nel video, tutte interpretazioni valide che qui non ripeterò. Quello su cui vorrei concentrarmi non è tanto ciò che accade sullo sfondo ma la figura di Gambino. Tutti sembrano concordare su due cose: il riferimento a Jim Crow – maschera ottocentesca, personificazione satirica e razzista degli stereotipi legati agli afroamericani – e il fatto che in qualche modo quel modo di muoversi serva a catalizzare l’attenzione spostandola da ciò che succede dietro. Sono entrambi spunti importanti, a cui però si può aggiungere un passaggio.


In una puntata di Atlanta: Robbin’ Season Darius ha una conversazione con quel capolavoro di personaggio che è Teddy Perkins, il quale afferma “Rap never quite grew out of his adolescence.”. (È l’ultima volta che cito Atlanta, giuro). Il ballare di Gambino nel video è sì stereotipato, grottesco quasi ma, unito al testo, rimanda anche a balli demenziali realmente esistenti, attuali, e in generale a quella “cultura di internet” tanto cara a Glover; una cultura che è in effetti immatura, adolescente appunto. L’impressione è che sia proprio quella cultura a dettare le mosse di quella danza. Insomma Childish Gambino nel video rappresenterebbe – il condizionale è d’obbligo – una sorta di personificazione dell’hip-hop di oggi, costretta a muoversi secondo le regole del contesto pop nel quale si è trovato immerso, più o meno consapevolmente alla ricerca di approvazione da parte del pubblico – in tal senso fa specie l’insistenza con la quale guarda in camera. Sullo sfondo la realtà, violenta, drammatica e impossibile da raccontare, non per mancanza di volontà ma perché non ha sufficiente presa su di un’audience che non è direttamente coinvolta da essa.


All’affermazione di Teddy Perkins, Darius risponde che “Sometimes people just want to have a good time.” ed è vero: la comunità afroamericana non ha bisogno di sentirsi predicare ciò che già sa. La realtà violenta e drammatica la vivono quotidianamente, loro, ma tutti gli altri? L’hip-hop è uscito dalla sua nicchia da tempo ormai, è ascoltato in modo trasversale e per molti ha per forza di cose perso un contesto, associabile solo a notizie vaghe lette di sfuggita nel feed di Instagram. È anacronistico parlare di colpe dell’industria discografica nel 2018, ma ci sono un buon numero di analogie con quello che successe al punk negli anni ’80: un genere di nicchia, nato all’interno di una minoranza, fagocitato dal pop per poi essere rigurgitato senza spigoli, innocuo. In altri termini, un’appropriazione culturale. La differenza è che mentre la parola punk è ormai diventata di per sé uno stereotipo, direttamente associata ad un’immagine privata di contenuto, l’hip-hop conserva ancora la sua capacità di rappresentare una cultura, seppur minoritaria, in tutti i suoi aspetti. This Is America sembra voler avvertire che per far sì che questa sua capacità si conservi anche fuori dalla sua nicchia ecologica originaria serve impegno attivo da parte di chi narra e da parte di chi ascolta.
E se era veramente questo l’intento be’, non poteva essere reso in maniera migliore. Chapeau.


Davide Quercia

lunedì 30 aprile 2018

IL PROBLEMA DI CHI HA PROBLEMI CON KANYE


I più anziani di voi ricorderanno i tempi, ed erano bei tempi, in cui questo illustre blog ospitava di tanto in tanto i miei discorsi improbabili su musica e dintorni. Ebbene, l’eterno ritorno dell’uguale mi riporta qui, a scrivere di altri discorsi ancora più improbabili. Ringrazio l’Accademy e tutti quelli che hanno creduto in me. (Ri)Cominciamo.
Questo articolo doveva essere su Kendrick, che ha vinto il Pulitzer e tutto quanto, ma più andavo avanti a scrivere più mi tornava in mente una puntata di Atlanta in cui Paper Boi è ospite di un talk show surreale alla fine del quale tutti sono d’accordo tra loro e il conduttore non sa che pesci pigliare per rendere interessante il dibattito. Perché la verità è che in fondo tutti sono d’accordo sul Pulitzer a Kendrick: ha vinto perché è bravo, fine. Dovevo quindi trovare qualcosa su cui la pensavo differentemente, almeno un poco; quanto basta per scuotere la testa leggendo le opinioni altrui, come i politici nei talk show reali. E poi è arrivato lui: “The savior of Chicago” come lo chiamano – e con “lo chiamano” intendo “lui chiama sé stesso” – Kanye West.

Se in queste ultime due settimane non avete vissuto in una caverna per sfuggire a mandati esplorativi e/o spoiler di Infinity War, avrete di sicuro sentito parlare della frenetica attività del buon (ma lo sarà davvero buon? Eh eh.) Kanye su Twitter. Da quando è tornato sul social network – un paio di settimane fa – al momento in cui sto scrivendo queste righe, ha twittato circa 280 volte. Duecentocinquanta cinguettii che, quando letti tutti d’un fiato (se no lo avete fatto, fatelo), provocano come reazione più immediata un “Qualcuno gli tolga il telefono dalle mani per carità di dio”.
L’inizio della fine è stato l’annuncio del suo libro di filosofia, su Twitter. No, non l’annuncio su Twitter, proprio il libro. In comode pillole di saggezza kanyeana di 140 280 caratteri ciascuna. Fin qui tutto divertente, direte, finche:


AH. Bene. Bene così. Un bel cappellino “MAKE AMERICA GREAT AGAIN” con tanto di autografo del Donald. Che ovviamente non perde l’occasione per ringraziare: “Hey guardate, un personaggio dello spettacolo che non mi odia! Un altro grande successo della mia amministrazione!”
Da qui in poi Paura e Delirio. Polemiche. Articoli (questo, ad esempio). Facciamo un passo indietro. Come ha detto anche John Legend in uno scambio di messaggi condiviso su Twitter – e dove sennò – Kanye è l’artista più influente della sua generazione. Ha rivoluzionato il modo di intendere l’hip-hop e se nel 2018, Spotify alla mano, esiste l’equazione hip-hop = pop (in senso lato) è anche conseguenza del suo approccio ad entrambi questi mondi. Non mi spingo a dire che Kanye sia un genio, né tantomeno che questo possa giustificare un endorsement ad uno dei personaggi più discutibili e discussi del momento, ma penso possiamo essere tutti concordi nel dire che Kanye è un personaggio unico. Ed il suo pensiero non può essere che tale: Kanye West vive per essere unico, per fare di testa sua, per rompere i meccanismi di qualunque cosa si trovi davanti, per stupire, infine. Da campionare i King Krimson a dire in diretta tv “Bush doesn’t care about black people”, tutto nella sua carriera è una dichiarazione fatta con lo scopo di dimostrare il suo essere non sostituibile, più reale degli altri (semicit.). Peraltro, ascoltando il testo del suo ultimo brano “ye vs the people” (che trovate qui) appare palese quanto lui sia consapevole della sua stessa natura “perturbatrice” (oltre che messianica, ma ormai di quello ce ne siamo fatti una ragione):

I feel a obligation to show people new ideas
And if you wanna hear 'em, there go two right here
Make America Great Again had a negative perception
I took it, wore it, rocked it, gave it a new direction
Added empathy, care and love and affection
And y'all simply questionin' my methods

Un altro dettaglio importante è che Kanye non è Morrissey. Ha reso esplicito il suo appoggio al personaggio Trump, non alle sue idee o alla suo operato (per ora). Ha twittato anche apprezzamenti nei confronti di Donald Glover e sono sufficienti dieci secondi di Atlanta (ma voi guardatene più di dieci secondi, mi raccomando) per accorgersi che le sue idee non coincidono esattamente con quelle dell’amministrazione Trump. L’ammirazione verso il quarantacinquesimo presidente non ha, forse in modo un po’ naif, connotati politici, ma è un’attrazione culturale: sono entrambe figure importanti, influenti, da sempre controverse e soprattutto di primo piano della cultura pop americana di oggi. È sufficiente vedere il numero di meme a loro dedicati. Tutto si misura in meme nel 2018.



Proprio per questo anche l’argomentazione “non è obbligato ad essere democratico in quanto nero” è fiacca – non me ne voglia Chance the Rapper – perché viziata dalla stessa visione dicotomica “noi vs. loro” che ha ormai contagiato ogni dibattito rendendo qualsiasi posizione intermedia o ambigua difficile da accettare e comprendere. Insomma, lasciate che Kanye rimanga Kanye. E vogliateli bene sempre, che ne ha bisogno.

Davide Quercia

domenica 8 aprile 2018

MOTTA - VIVERE O MORIRE È UN MEZZO FALLIMENTO


Dopo la vittoria della targa Tenco per il miglior album d’esordio con La fine dei vent’anni, Motta era chiamato ad una conferma, all’esaltazione delle grandi capacità che aveva dimostrato prima nei Criminal Jokers e poi nel suo lavoro da solista: freschezza generazionale, personalità, energia.


Avendolo visto più volte dal vivo, posso dire con certezza che il cuore del Motta artista sia proprio nella dimensione del palcoscenico, dove la rabbia e la passione sfrenata animano un’esibizione travolgente. L’autore pisano aveva potuto sfogare la sua vena artistica anche grazie al mezzo del primo album, che si prestava alla perfezione ad una certa interpretazione del live. Una volta sul palco, Motta era La fine dei vent’anni e La fine dei vent’anni era Motta, in un perfetto connubio di creatura e creatore, che aveva forse realizzato il suo vestito migliore. Ma un lavoro come quello d’esordio nasce da una congiunzione astrale che collega l’esperienza di vita dell’autore, il momento storico della nostra meglio gioventù e una produzione illuminata, Riccardo Sinigallia. 


A discapito delle premesse generate dai due singoli rilasciati in anticipo rispetto all’uscita dell’album (“Ed è un po’ come essere felice” e “La nostra ultima canzone”) e in controtendenza rispetto al percorso artistico intrapreso da Motta, Vivere o Morire si presenta al pubblico come un significativo passo indietro dell’autore e della ricercatezza di un certo sottogenere musicale, il cantautorato indie. Alla carica emotiva, alla scrittura a tratti ardita, ad un sound casalingo ma nuovo subentrano elementi piatti, comuni e ripetuti che tradiscono due anni di attesa e di lavoro. L’amore sopra ogni cosa riempie testi non sempre ispirati e copre una componente musicale che meritava altri trattamenti. L’esperimento di un nuovo cantautorato italiano diventa troppo presto la copia di decine di altri artisti venuti prima e qualcosa che avevamo creduto esistere già scema improvvisamente per tornare indietro di alcuni anni.


Ma ciò che manca davvero in Vivere o Morire - e che più mi rattrista per il prossimo tour di Motta - è l’energia primitiva che l’autore aveva saputo infondere nel primo album e che aveva portato avanti serate che potevano fondarsi su pochi brani. Era una voglia di rivalsa sociale, per certi versi anche politica, che ritraeva un rimorso collettivo e un dispiacere; ma che ora si nasconde dietro un dialogo troppo soggettivo, troppo parlato tra un lui e una lei di finzione. Non basta qualche passaggio accettabile a salvare un lavoro nato male nella sua intenzione - certamente artistica e condivisibile - di non spingere sulla forza dell’autore. Non c’è mordente, né sperimentazione sonora. Per cercare di raccontare in maniera più approfondita il cuore, Motta ha dimenticato il suo cuore di artista.

lunedì 5 febbraio 2018

COSMOTRONIC PER PERDERSI

L’ultima festa era il cuore di Cosmo finora. Un momento d’estasi in cui tutti erano protagonisti, tutti sul palco a saltare senza sosta. Ma quella festa non era l’ultima, anzi, proprio su quel modello nasce e si sviluppa Cosmotronic, che è sì una festa, ma assolutamente diversa rispetto al passato. Cosmotronic nasce dall’esperienza dell’Ivreatronic, festival di musica elettronica organizzato dallo stesso Cosmo nella sua città natale. Uno spazio di libertà in cui far rivivere un sound passato e mai vecchio.


Il doppio album nasconde un doppio target d’ascolto, che non necessariamente va a pescare da due contesti differenti, ma può benissimo trattarsi degli stessi individui presi in momenti diversi della giornata, o addirittura della stessa “festa”. Nella scrittura, Cosmo si allontana da Battisti e dal cantautorato italiano classico, specialmente per i temi toccate nei suoi testi. Se L’ultima festa si basava principalmente su un forte sentimento di nostalgia che guardava al passato e su una certa critica sociale che non può fare a meno di puntare al futuro, Cosmotronic non è “nient’altro che questo, sempre questo”. È un lavoro che parla di presente.

Non è il vomito sul passato
Rinnegato
Dimenticato
Piuttosto è che 2018, 19, 20…

Non è un caso che il brano più sentimentale, più attaccato alla radici anche storiche dell’autore - Sei la mia città - sia stato pubblicato come primo singolo ormai nel maggio dello scorso anno; e che appaia quasi come un corpo estraneo all’interno dell’ultimo album. Il presente di Cosmo è quel meraviglioso istante in cui non c’è nient’altro che la musica, il ritmo primordiale, il sentimento, il movimento, e tutto il resto non conta più nulla. Cosmotronic si presenta quindi come un album da ballare senza pause, ad occhi chiusi, sentendo il contatto con la terra e con i corpi che ci stanno attorno.

Ho voglia di ballare, solo di ballare

Con l’intento di abbandonare ogni pretesa di verità assoluta resta la realtà che si dà appieno e nella quale viviamo senza esitazione le nostre emozioni. Passato e futuro sono l’eco e l’ombra di questo istante senza freni. Così facendo, Cosmo riporta alla luce una musica italiana frivola, fine a se stessa ed estremamente divertente, da Turbo - nella quale lo stesso autore ride con noi - a Tristan Zarra, manifesto della semplice elettronica italiana. Con il lato B poi l’autore rincara la dose entrando nell’elettronica più pura, alla ricerca di “una hit senza il ritornello”.



Cosmotronic è musica di qualità con premesse ideali spicciole. Avanti anni luce rispetto alla media del panorama indie italiano, Cosmo ha saputo ritagliarsi il suo spazio nel suo genere, portando avanti un’idea musicale e maturando lavoro dopo lavoro. Il terzo album è un salto nel buio del gradimento di un pubblico mediocre e contemporaneamente un passo verso la definitiva consacrazione. Cosmotronic per ballare, divertirsi e cancellare la paura, per perdersi.

lunedì 2 ottobre 2017

CAPAREZZA - UN PASSO OLTRE

Spingersi oltre i limiti di una forma d’arte è l’obiettivo di chiunque intenda imporsi come punto cruciale dell’evoluzione di un genere, sia esso musicale o letterario. Caparezza torna come il messia per indicare la strada ai neofiti perduti nel lasso temporale tra Museica e Prisoner 709.


Dopo aver sviluppato un’idea di musica attraverso la forma del concept album, Caparezza, al secolo Michele Salvemini fu Mikimix, tenta una strada alternativa, ancora vergine ma indubbiamente ricca di potenziale. Il nuovo lavoro rappresenta il tentativo di importare la ricerca introspettiva nell’ambito rap. Le rime dunque tornano indietro dalla strada lercia e malfamata per rientrare nel soggetto e sviscerarne le problematiche fondanti. È Caparezza il soggetto del suo stesso lavoro, rinunciando stavolta alla possibilità dell’alterego, già utilizzata ne Le dimensioni del mio caos. Questo espediente realistico connota il messaggio di fondo dell’opera in maniera molto personale, facendo incontrare l’ascoltatore con una parte problematica dell’artista.


Caparezza non nasconde il suo stato d’essere, esplicitato a partire dal titolo dell’album e confermato dal primo singolo estratto: egli sente di essere prigioniero di se stesso, scisso costantemente tra due dimensioni, una pratica e una teoretica (7o9). Sono costanti i riferimenti al mondo della psicanalisi, citata esplicitamente in Forever Jung. La profondità di questo sottotesto, nella novità di un autore che si apre in questo modo al suo pubblico, rendendo pubblico il lavoro di psicanalisi che l’ha portato alla scrittura come elemento di cura, esalta ulteriormente il senso di un’opera speciale, unica. In questo senso Caparezza sposta ulteriormente l’asticella per i suoi successivi lavori e soprattutto per le produzioni altrui.


Oltre il contenuto di senso resta un confezionamento stellare a dare lustro all’opera: dalla qualità del comparto musicale - rara in un genere in cui la musica è funzionale, non primaria - alla cura maniacale della scrittura. Un intero album basato sulla numerologia e sulla simbologia ha aperto all’autore la possibilità di esagerare nella costruzione delle rime più articolate, tirando in ballo eventi di cronaca, storia della musica e classici della letteratura, senza preoccuparsi di spingersi oltre il dissing comune e senza l’annosa consapevolezza di sapere di sapere. Questa atemporalità di Caparezza, lontano dal gusto comune che tende al basso e al trash, rende eccellente ogni sua rima e sottolinea ancora una volta - se ce ne fosse bisogno - che l’artista non scrive per piacere, ma piace perché scrive. Prisoner 709 è quanto di più lontano e anacronistico dal panorama rap/trap/hip-hop, eppure riesce a farsi apprezzare anche da chi ha perso l’abitudine ad ascoltare delle perle, perché la grandezza complessiva dell’opera investe lo spettatore senza che egli sia conscio della profondità in principio e lo guida alla scoperta dell’uomo alla ricerca di sé, colui che non si riconosce quando sente chiamare il suo nome.


In sé le problematicità esistenziali sollevate da Caparezza - eccezion fatta per la questione acufene - potrebbero toccare ciascuno di noi, indipendentemente dal nostro vissuto o eventuale percorso artistico, perche in fin dei conti le perplessità umane sul senso della vita tendono a ritornare ciclicamente. L’eccezionalità del poeta pugliese sta nella modalità e nella postura con cui lui avvicina il tema, personalizzando problemi della morale storica in modo inconfondibile.


L’ultimo gioiello di Caparezza è un’opera costruita su molteplici dimensioni e necessita di svariati ascolti perché sia possibile cominciare a coglierne la profondità, celata anche nella più semplice rima sfuggita. E quando un’opera richiede un tale sforzo per poter essere avvicinata potrebbe davvero nascondere un senso superiore sull’uomo e sulla realtà. Paure, incitamenti, critiche e riflessioni. Mancano le soluzioni all’enigma dell’essere, ma per quelle ci sarà tempo. In attesa del prossimo capolavoro annunciato.

Parlare semplicemente di Prisoner 709 e dell’unicita di questo creativo fuori tempo basta per sminuire tutto l’altro rumore, che a confronto sembra solo un fastidioso fischio nell’orecchio. Fischia l’orecchio, infuria l’acufene.

venerdì 22 settembre 2017

CHESTER BENNINGTON E IL SUICIDIO DI KUTNER

È stato un colpo durissimo. Parlarne ora non vuol dire aver dimenticato di farlo prima, ma aver aspettato di maturare alcune idee costruttive, per quanto sia possibile ragionare a mente fredda sul suicidio. La chiave di lettura della vicenda, dal nostro punto di vista, nasce dalla convinzione errata di conoscere le persone celate dietro maschere dello show business. Crediamo di comprendere i sentimenti di un individuo sulla base di una sua produzione, di un suo atteggiamento, quando nella teatralità dei vari ambiti artistici essere se stessi diventa ogni giorno più complesso.



La notizia ci ha colpiti con violenza inaudita e subitamente ci siamo mossi per comprendere le cause del gesto. Abbiamo fornito le più disparate argomentazioni, che tendevano tutte a convergere verso uno stato di depressione diffuso e duraturo. È stato il divorzio con la seconda moglie a dargli il colpo di grazia. No, è stata la morte dell’amico Chris Cornell a spingerlo al suicidio. Neanche, sono sicuro siano stati gli stupri subiti in gioventù. Era segnato da tempo, non ha mai superato i drammi di un’infanzia tragica. Ecco la nostra risposta - o le nostre, a seconda dell’ipotesi a cui scegliete di credere. Credevamo di conoscerlo in vita e abbiamo mantenuto la stessa presunzione anche dopo la morte. Perché il cantante dei Linkin Park era nostro, di quelli che anni fa si passavano gli AMV di Dragon Ball con il bluetooth, di quelli che impararono per la prima volta un testo inglese a memoria con Numb, ma Chester Bennington era solamente di Chester Bennington e forse neanche suo.



Pochi giorni fa è uscito sul canale YouTube dei Linkin Park il video ufficiale del singolo che dà anche il nome all’ultimo album: “One more light”. Si tratta di un tributo al frontman scomparso, un video che lo vede protagonista tra passato recente e remoto, tra l’uomo che era e il ragazzo che era stato. Biondo come Justin Timberlake, poi rasato. Senza le fiamme sugli avambracci, poi con. Sorridente e scherzoso, emozionale, eppure malinconico. In alcune immagini gioioso, in altre pensieroso, come Kutner.
Lawrence Kunter è stato uno dei più atipici membri del team del Dr. House. Solare, energico, ingenuo, magnanimo. Eppure, nel ventesimo episodio della quinta stagione, viene ritrovato da Foreman e Tredici riverso sul pavimento del suo appartamento con un foro di proiettile in testa e una pistola in mano. House non riesce a capacitarsi del gesto del collega e spende la maggior parte del tempo in servizio a cercare una spiegazione alternativa che contempli l’omicidio, ma nessuna delle sue ipotesi riesce a stare in piedi per più di pochi secondi, nonostante le abilità deduttive del personaggio. House quindi comincia a scavare negli effetti privati di Kutner per dare un senso ad una perdita insensata, e solo infine, tra centinaia di immagini che lo ritraggono sorridente, riesce a trovare una foto in cui il ragazzo abbassa lo sguardo, pensando probabilmente di non essere notato. Non serve aggiungere altro: House intende di non essere stato in grado di comprendere l’oscurità celata dentro Kutner, un’oscurità che non nasce da un evento in particolare, ma che si sviluppa a partire da una vita e cresce al passo con essa. Non resta che ammettere il muro del senso che ci impedisce di arrivare fino in fondo ad una soggettività, che sia essa quella di Kutner, che sia la nostra.




A volte la depressione, il suicidio nascono da uno stato di cose, non da un evento che noi esterni possiamo catalogare per rendere più comprensibile la realtà. La logicità calcolatrice fredda e ingiuriosa di chi è spettatore lascia solo una fastidiosa scia di parole che non sono in grado di spiegare questa realtà. A volte bisogna accettare la propria limitatezza e non violentare la memoria collettiva per convincersi ancora di conoscere chi ormai non è più. Possiamo solo limitarci ad onorare una grande voce in un essere umano complesso.

giovedì 20 luglio 2017

PERCHÉ L’INDIE ITALIANO È GIÀ MORTO

Il 2016 è stato l’anno della svolta: centinaia di migliaia di giovani mossi da nuove sonorità, nuovi idoli, nuovi orizzonti. È possibile che questo movimento abbia già esaurito il suo slancio vitale? Ma facciamo un passo indietro: cos’è l’indie? Potremmo dire che individuare una data d’inizio del genere indie sia pressoché impossibile, sia perché esso è nato contemporaneamente alla musica prodotta dalle major discografiche, sia perché definire l’indie un “genere” sarebbe alquanto improprio. Se per indie intendiamo tutto ciò che esula dalle produzioni maggiori, allora si perde il senso di univocità musicale per una definizione puramente tecnica. Culturalmente siamo abituati ad identificare un possibile genere musicale indie con la scena britpop o quella dell’underground americano anni ’90. Ma il 2016 italiano ha avuto il merito di riscrivere questo genere in un’accezione propriamente nostrana.


Il 2016 è stato l’anno di Calcutta e di Motta, degli Ex Otago e dei Cani. L’anno di Cosmo. Artisti che hanno saputo esprimere un pop italiano che andasse fuori dai canoni della musica leggera, esaudendo i desideri di una larga schiera di ascoltatori alla ricerca di una rappresentazione musicale nostrana in cui ritrovarsi. Avevano compreso il senso della musica indipendente: slegata da un commercio intensivo, ormai ristagnante, e libera nell’espressione di un gusto artistico nuovo per il pubblico italiano meno abituato ad un ascolto internazionale. Non avevamo compreso noi il senso di un anno zero per la musica, confondendo l’arte e la modalità di fruizione del prodotto.
L’esempio che ha rotto gli argini della finzione è stato “Cambogia”, artista indie in rampa di lancio, rivelatosi un troll costruito fin dalle prime note per sperimentare la facilità dell’ambiente indie italiano, ormai assuefatto da prodotti troppi simili per poter essere ancora l’espressione di quella genuina libertà iniziale. La rivelazione sulle pagine di Noisey, a metà tra sfottò e venerazione per quello che a tutti gli effetti è diventato realmente un punto di riferimento del genere musicale.

"Cambogia non esiste. Cambogia è un personaggio di fantasia creato da Ground's Oranges. Il progetto nasce ad agosto 2016 come estremizzazione della figura del cantante indie e come esperimento sociale volto a sottolineare la maggiore importanza attribuita all'hype rispetto alla reale proposta musicale. Andrea, che voi identificate come Cambogia, non sa cantare e non sa suonare, non è nemmeno un attore, è solo un amico che ha prestato il volto giusto a questa causa. [...]”

Cambogia ha smascherato un’industria florida, alimentata dalla necessità popolare di un nuovo canone obsoleto. Il movimento indie è esondato, ha  trasceso l’essenzialità della componente musicale - ormai riconducibile un modello standardizzato - per rispecchiarsi in un canone umano in linea con i tempi. E questa semplificazione della realtà che sta dietro la composizione artistica ha definitivamente affossato l’originalità degli artisti che si affacciano nel mondo indipendente. Non è più lo sfogo artistico di una generazione oppressa in un paese immobile, ma il nuovo canone “artistico” che ha cristallizzato nuovamente il movimento giovanile, impedendogli un progresso rilevante. E qui muore il movimento indie, quando non è più in grado di rappresentare l’innovazione della scena musicale pop, ma contribuisce solamente ad affossare l’aspirazione di una nuova discografia. I legami che potevano rendere l’ambiente unito da nord a sud, si sono rivelati catene dell’anonimato, le maschere bruciate da Cambogia.


Ma tanta parte di questo fallimento artistico nostrano è da attribuire al pubblico di questa nuova ondata musicale, nel quale, per certi versi, mi includo, avendo creduto, agli albori di questa realtà, che l’indie, inteso come contenitore, potesse risollevare le sorti di un mercato senza futuro. Noi fruitori abbiamo trasceso la musica alla ricerca di una forma di riconoscimento sociale che ci portasse verso il futuro, e invece siamo caduti nella melma del riciclo di un mondo passato, che nulla propone di nuovo, se non un paio di synth. Avevamo bisogno di identificarci in qualcosa, invidiosi del metal sottobosco e della crescente ondata trap, ma altrettanto altezzosi da non ammettere le nostre necessità.



Il movimento indie italiano, sia come contenitore di sperimentazioni che come genere vero e proprio, è già morto. Restano però alcuni artisti, coloro che sono stati inclusi in questo fallimento che arranca e che invece meritano di sopravvivere alla fine del genere. Che probabilmente sono sempre stati mossi da un’altra aspirazione: la musica. Iosonouncane, Cosmo, Populous, Motta.