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venerdì 21 settembre 2018

LOVE - THEGIORNALISTI


Io e i Thegiornalisti.


Nel 2015 andai al MI AMI, all’idroscalo a Milano, e sul Rizla stage - il secondo per importanza - assistetti all’esibizione di Tommaso Paradiso che “performava” (che è la traduzione italiana di “performing”) Bollicine del Pio Vasco Rossi. Entrò in scena e disse: “Famola sta cafonata”. E non gli si poteva non volere bene.

Nel 2015 venivamo dal grande Fuoricampo, che aveva cambiato rotta e aveva portato i Thegiornalisti al successo “indie”. Fuoricampo era un album mio. Non erano più i ragazzi alternative rock, tristi e disillusi degli inizi, ma sembravano più a loro agio in una dimensione scanzonata. E andava bene così.

Nel 2015 stavamo andando verso Completamente Sold Out. Erano usciti come singoli Tra la strada e le stelle e Il tuo maglione mio, che non mi avevano fatto impazzire. Tommy suonò anche quelli in solitaria sul palco del Miami, e anche il live pareva fiacco, posticcio.

Nel 2016 uscì Completamente Sold Out,che consacrò il gruppo romano a faro del pop italiano. Mi dissociai. Da quel momento i poi il mio rapporto con i Thegiornalisti è stato a senso unico: più Tommaso Paradiso andava verso il suo personaggio televisivo, più sentivo meno mia la loro musica. Anche retroattivamente, anche Fuoricampo.



Mia madre e i Thegiornalisti.
Era il 2017, estate. Eravamo in auto durante un viaggio abbastanza lungo. Per radio passa Riccione - hit definitiva - e mia madre, seduta al posto del passeggero, alza il volume a quello che era stato indipendente anche dalla “loro” musica leggera per cantare dell’aquila reale e del mezzo panino di Berlino.

Era il 2018, giugno. Mia madre, cinquant’anni, prende e va ai Wind music award senza dire niente ai figli che magari volevano andarci anche loro. Prende l’acqua - perché le colpe vanno espiate - e quando torna, mezza assonnata mi fa: “Ma sai, ho visto pure i Thejournlist”. All’inglese, perché pure a lei pareva che Thegiornalisti - mezzomezzo - suonava male.



LOVE.
Così abbiamo eliminato ogni dubbio. Fuoricampo è il luogo figurato da cui cantavano e stare fuori era sinonimo di sincerità, naturalezza. Oggi Tommaso Paradiso è completamente al centro di questo vortice amoroso che chiamano successo.
Non c’è nulla da svelare: è stata fatta una scelta, suggerita dal cuore o dalla moda, questo non è importante. Non dobbiamo smascherare la culla di cultura pop da cui i Thegiornalisti attingono per acciuffare la loro ispirazione più profonda. Da Verdone a Vacanze di Natale, dalle serie americane al pop italiano anni ’80. Ma il pop italiano anni ’80, visto oggi, era un po’ triste. Musicalmente arretrato, stilisticamente imbarazzante. A volte Tommaso Paradiso non rende giustizia ai grandi del passato che tira in ballo in sbiascicate interviste. A volte sembra voler prendere il peggio di una decade variegata, valida e confusa. E a prendere il peggio, a volte, i pezzi dei Thegiornalisti sembrano delle divertentissime parodie.

Love bissa Completamente Sold Out. Molti effetti, molti synth, molti sussurri al cuore, molto amore. Poco o nulla di nuovo. Non ho mai atteso quest’album, non c’ho mai davvero creduto, ma paradossalmente i primi due singoli - una buona, classica canzone d’amore al piano come Questa nostra stupida canzone d’amore e la frivola ma estiva e divertente Felicità puttana - avevano alleviato la mia amarezza. Poi Overture, che apre l’album con una dose di pura autoironia. Poi Zero stare sereno, che pare  un pezzo scartato in extremis da Fuoricampo. Con la nostalgia, ancora quella giusta. Un brano con poche pretese da ascoltare volentieri in radio.


E invece tornano gli anni ’80, la decadenza e i testi improbabili. Con l’aggiunta di qualche effetto trap o dance. Ma almeno ci siamo risparmiati il reggaeton, almeno per ora.


In questo locale dove tutti s’innammòu
E le canzoni
E le canzoni cadono dagli occhi


Sto cercando su Google i nei sulla pelle


A qualcuno di voi piacerà questa musica e va bene così. Nessuno giudica gli ascoltatori, e alla fine non giudichiamo neanche la musica. Queste erano considerazioni su un momento, un paio di ascolti, sulle interviste al personaggio che ha divorato la persona e io potrei avere torto. Potrei essere io lontano da questo revival anni ’80. Potrei non essere in grado di apprezzare ciò che voi amerete, e va bene così.
Ma la canzone dedicata al Dr. House è imbarazzante.
Basta.

È un brutto mondo

Per chi la pensa come me, invece, spero che le cose cambino prima o poi, che ci sia spazio per qualcos'altro. Ma finché mia madre ascolterà i Thejournalist…

Sto
Sto pensando a te
Come non ho mai
Pensato a te
E sinceramente come non ho mai
Pensato ad altro

domenica 8 aprile 2018

MOTTA - VIVERE O MORIRE È UN MEZZO FALLIMENTO


Dopo la vittoria della targa Tenco per il miglior album d’esordio con La fine dei vent’anni, Motta era chiamato ad una conferma, all’esaltazione delle grandi capacità che aveva dimostrato prima nei Criminal Jokers e poi nel suo lavoro da solista: freschezza generazionale, personalità, energia.


Avendolo visto più volte dal vivo, posso dire con certezza che il cuore del Motta artista sia proprio nella dimensione del palcoscenico, dove la rabbia e la passione sfrenata animano un’esibizione travolgente. L’autore pisano aveva potuto sfogare la sua vena artistica anche grazie al mezzo del primo album, che si prestava alla perfezione ad una certa interpretazione del live. Una volta sul palco, Motta era La fine dei vent’anni e La fine dei vent’anni era Motta, in un perfetto connubio di creatura e creatore, che aveva forse realizzato il suo vestito migliore. Ma un lavoro come quello d’esordio nasce da una congiunzione astrale che collega l’esperienza di vita dell’autore, il momento storico della nostra meglio gioventù e una produzione illuminata, Riccardo Sinigallia. 


A discapito delle premesse generate dai due singoli rilasciati in anticipo rispetto all’uscita dell’album (“Ed è un po’ come essere felice” e “La nostra ultima canzone”) e in controtendenza rispetto al percorso artistico intrapreso da Motta, Vivere o Morire si presenta al pubblico come un significativo passo indietro dell’autore e della ricercatezza di un certo sottogenere musicale, il cantautorato indie. Alla carica emotiva, alla scrittura a tratti ardita, ad un sound casalingo ma nuovo subentrano elementi piatti, comuni e ripetuti che tradiscono due anni di attesa e di lavoro. L’amore sopra ogni cosa riempie testi non sempre ispirati e copre una componente musicale che meritava altri trattamenti. L’esperimento di un nuovo cantautorato italiano diventa troppo presto la copia di decine di altri artisti venuti prima e qualcosa che avevamo creduto esistere già scema improvvisamente per tornare indietro di alcuni anni.


Ma ciò che manca davvero in Vivere o Morire - e che più mi rattrista per il prossimo tour di Motta - è l’energia primitiva che l’autore aveva saputo infondere nel primo album e che aveva portato avanti serate che potevano fondarsi su pochi brani. Era una voglia di rivalsa sociale, per certi versi anche politica, che ritraeva un rimorso collettivo e un dispiacere; ma che ora si nasconde dietro un dialogo troppo soggettivo, troppo parlato tra un lui e una lei di finzione. Non basta qualche passaggio accettabile a salvare un lavoro nato male nella sua intenzione - certamente artistica e condivisibile - di non spingere sulla forza dell’autore. Non c’è mordente, né sperimentazione sonora. Per cercare di raccontare in maniera più approfondita il cuore, Motta ha dimenticato il suo cuore di artista.

lunedì 5 febbraio 2018

COSMOTRONIC PER PERDERSI

L’ultima festa era il cuore di Cosmo finora. Un momento d’estasi in cui tutti erano protagonisti, tutti sul palco a saltare senza sosta. Ma quella festa non era l’ultima, anzi, proprio su quel modello nasce e si sviluppa Cosmotronic, che è sì una festa, ma assolutamente diversa rispetto al passato. Cosmotronic nasce dall’esperienza dell’Ivreatronic, festival di musica elettronica organizzato dallo stesso Cosmo nella sua città natale. Uno spazio di libertà in cui far rivivere un sound passato e mai vecchio.


Il doppio album nasconde un doppio target d’ascolto, che non necessariamente va a pescare da due contesti differenti, ma può benissimo trattarsi degli stessi individui presi in momenti diversi della giornata, o addirittura della stessa “festa”. Nella scrittura, Cosmo si allontana da Battisti e dal cantautorato italiano classico, specialmente per i temi toccate nei suoi testi. Se L’ultima festa si basava principalmente su un forte sentimento di nostalgia che guardava al passato e su una certa critica sociale che non può fare a meno di puntare al futuro, Cosmotronic non è “nient’altro che questo, sempre questo”. È un lavoro che parla di presente.

Non è il vomito sul passato
Rinnegato
Dimenticato
Piuttosto è che 2018, 19, 20…

Non è un caso che il brano più sentimentale, più attaccato alla radici anche storiche dell’autore - Sei la mia città - sia stato pubblicato come primo singolo ormai nel maggio dello scorso anno; e che appaia quasi come un corpo estraneo all’interno dell’ultimo album. Il presente di Cosmo è quel meraviglioso istante in cui non c’è nient’altro che la musica, il ritmo primordiale, il sentimento, il movimento, e tutto il resto non conta più nulla. Cosmotronic si presenta quindi come un album da ballare senza pause, ad occhi chiusi, sentendo il contatto con la terra e con i corpi che ci stanno attorno.

Ho voglia di ballare, solo di ballare

Con l’intento di abbandonare ogni pretesa di verità assoluta resta la realtà che si dà appieno e nella quale viviamo senza esitazione le nostre emozioni. Passato e futuro sono l’eco e l’ombra di questo istante senza freni. Così facendo, Cosmo riporta alla luce una musica italiana frivola, fine a se stessa ed estremamente divertente, da Turbo - nella quale lo stesso autore ride con noi - a Tristan Zarra, manifesto della semplice elettronica italiana. Con il lato B poi l’autore rincara la dose entrando nell’elettronica più pura, alla ricerca di “una hit senza il ritornello”.



Cosmotronic è musica di qualità con premesse ideali spicciole. Avanti anni luce rispetto alla media del panorama indie italiano, Cosmo ha saputo ritagliarsi il suo spazio nel suo genere, portando avanti un’idea musicale e maturando lavoro dopo lavoro. Il terzo album è un salto nel buio del gradimento di un pubblico mediocre e contemporaneamente un passo verso la definitiva consacrazione. Cosmotronic per ballare, divertirsi e cancellare la paura, per perdersi.

giovedì 20 luglio 2017

PERCHÉ L’INDIE ITALIANO È GIÀ MORTO

Il 2016 è stato l’anno della svolta: centinaia di migliaia di giovani mossi da nuove sonorità, nuovi idoli, nuovi orizzonti. È possibile che questo movimento abbia già esaurito il suo slancio vitale? Ma facciamo un passo indietro: cos’è l’indie? Potremmo dire che individuare una data d’inizio del genere indie sia pressoché impossibile, sia perché esso è nato contemporaneamente alla musica prodotta dalle major discografiche, sia perché definire l’indie un “genere” sarebbe alquanto improprio. Se per indie intendiamo tutto ciò che esula dalle produzioni maggiori, allora si perde il senso di univocità musicale per una definizione puramente tecnica. Culturalmente siamo abituati ad identificare un possibile genere musicale indie con la scena britpop o quella dell’underground americano anni ’90. Ma il 2016 italiano ha avuto il merito di riscrivere questo genere in un’accezione propriamente nostrana.


Il 2016 è stato l’anno di Calcutta e di Motta, degli Ex Otago e dei Cani. L’anno di Cosmo. Artisti che hanno saputo esprimere un pop italiano che andasse fuori dai canoni della musica leggera, esaudendo i desideri di una larga schiera di ascoltatori alla ricerca di una rappresentazione musicale nostrana in cui ritrovarsi. Avevano compreso il senso della musica indipendente: slegata da un commercio intensivo, ormai ristagnante, e libera nell’espressione di un gusto artistico nuovo per il pubblico italiano meno abituato ad un ascolto internazionale. Non avevamo compreso noi il senso di un anno zero per la musica, confondendo l’arte e la modalità di fruizione del prodotto.
L’esempio che ha rotto gli argini della finzione è stato “Cambogia”, artista indie in rampa di lancio, rivelatosi un troll costruito fin dalle prime note per sperimentare la facilità dell’ambiente indie italiano, ormai assuefatto da prodotti troppi simili per poter essere ancora l’espressione di quella genuina libertà iniziale. La rivelazione sulle pagine di Noisey, a metà tra sfottò e venerazione per quello che a tutti gli effetti è diventato realmente un punto di riferimento del genere musicale.

"Cambogia non esiste. Cambogia è un personaggio di fantasia creato da Ground's Oranges. Il progetto nasce ad agosto 2016 come estremizzazione della figura del cantante indie e come esperimento sociale volto a sottolineare la maggiore importanza attribuita all'hype rispetto alla reale proposta musicale. Andrea, che voi identificate come Cambogia, non sa cantare e non sa suonare, non è nemmeno un attore, è solo un amico che ha prestato il volto giusto a questa causa. [...]”

Cambogia ha smascherato un’industria florida, alimentata dalla necessità popolare di un nuovo canone obsoleto. Il movimento indie è esondato, ha  trasceso l’essenzialità della componente musicale - ormai riconducibile un modello standardizzato - per rispecchiarsi in un canone umano in linea con i tempi. E questa semplificazione della realtà che sta dietro la composizione artistica ha definitivamente affossato l’originalità degli artisti che si affacciano nel mondo indipendente. Non è più lo sfogo artistico di una generazione oppressa in un paese immobile, ma il nuovo canone “artistico” che ha cristallizzato nuovamente il movimento giovanile, impedendogli un progresso rilevante. E qui muore il movimento indie, quando non è più in grado di rappresentare l’innovazione della scena musicale pop, ma contribuisce solamente ad affossare l’aspirazione di una nuova discografia. I legami che potevano rendere l’ambiente unito da nord a sud, si sono rivelati catene dell’anonimato, le maschere bruciate da Cambogia.


Ma tanta parte di questo fallimento artistico nostrano è da attribuire al pubblico di questa nuova ondata musicale, nel quale, per certi versi, mi includo, avendo creduto, agli albori di questa realtà, che l’indie, inteso come contenitore, potesse risollevare le sorti di un mercato senza futuro. Noi fruitori abbiamo trasceso la musica alla ricerca di una forma di riconoscimento sociale che ci portasse verso il futuro, e invece siamo caduti nella melma del riciclo di un mondo passato, che nulla propone di nuovo, se non un paio di synth. Avevamo bisogno di identificarci in qualcosa, invidiosi del metal sottobosco e della crescente ondata trap, ma altrettanto altezzosi da non ammettere le nostre necessità.



Il movimento indie italiano, sia come contenitore di sperimentazioni che come genere vero e proprio, è già morto. Restano però alcuni artisti, coloro che sono stati inclusi in questo fallimento che arranca e che invece meritano di sopravvivere alla fine del genere. Che probabilmente sono sempre stati mossi da un’altra aspirazione: la musica. Iosonouncane, Cosmo, Populous, Motta.

domenica 24 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 18-24 MAGGIO


FILM: Mad Max: Fury Road (2015)
Lo so, lo so. Abbiamo già parlato approfonditamente di questo film nella rubrica del giovedì con Antonio Margheriti ma, essendo un prodotto molto discusso e avendolo visto in settimana, ho pensato di integrare all’articolo del mio emerito collega con qualche impressione personale. Vi invito quindi a leggere prima questo articolo per capire i riferimenti fatti.

Sostanzialmente penso che il film in questione non sia un capolavoro, ma probabilmente questo giudizio é influenzato dal fatto che il genere action non mi appartiene come altri. Penso però anche di aver visto uno dei migliori film d'azione di sempre. L'azione é la parte centrale del film, occupa circa il 70/80% della pellicola. La regia é dinamica e curata. La fotografia realistica ma al contempo eccessiva e spettacolare. Tutto sembra sopra le righe. L'ambientazione e i personaggi, dal primo all'ultimo, funzionano alla perfezione. L'innovazione del genere femminile al centro di una pellicola culturalmente maschilista alza il livello del prodotto. Finalmente una ventata di novità in un settore per certi versi stantio.
Questa pellicola però presenta dei problemi evidenti che impediscono di raggiungere la perfezione. Il film infatti convince molto più nella prima parte, quando i protagonisti non parlano. Quando invece si raggiunge la prima tregua dalla fuga si ha l'introduzione dei tipici dialoghi stereotipati e improbabili hollywoodiane. Non sono poi d'accordo con Antonio quando dice che il film non eccede mai. Secondo me alcune scene sono volutamente tamarre, ma troppo. A tratti alcune scelte stridono con la durezza e il realismo dell'ambientazione post apocalittica e della carenza di risorse. La trama poi risulta nel suo complesso troppo allungata: non ho apprezzato ad esempio l'introduzione delle donne-guerriere e l'intermezzo inutile con le moto. Alcune imperfezioni che però non intaccano i punti forti del film. Un grande film d'azione. VOTO: 9



ALBUM: The Desired Effect (2015)
Apprezzo molto i Killers, secondo me hanno ottenuto un successo meritato con il loro primo album, Hot Fuss, ma hanno poi smarrito la retta via perdendosi in prodotti molto meno validi, ripetitivi ed inutilmente pomposi. Detto questo devo però ammettere che ogni volta che viene annunciato un nuovo lavoro della band di Las Vegas attendo sempre curioso di vedere il risultato sperando in un’inversione di tendenza.
Brandon Flowers, cantante, frontman e principale fondatore del gruppo, ha iniziato nel 2010 una carriera parallela da solista con la pubblicazione di Flamingo, album vuoto e dimenticabile, senza infamia né lodi. Nel 2015 però ci riprova e stavolta il risultato è anche peggiore. The Desired Effect è a tutti gli effetti uno dei peggiori album che io abbia mai ascoltato: una serie di canzoni pessime, ripetitive, dai toni alti e prive di elementi che possano renderle interessanti. Riff di chitarra sovrastati da tastiere che sintetizzano suoni tipici degli anni ’80. Sfarzo e pomposità esagerati per testi e strutture che non reggono affatto. Molto più vicino ad un album di canzoni di Gardaland, ma neanche di quelle accattivanti che si ascoltano in fila per Raptor o per Oblivion, no, di quelle che portano alla pazzia nella Casa di Prezzemolo. Forse un giudizio condizionato dalle aspettative e dell’amore incondizionato che provo per l’opera prima degli Assassini, ma questo album non voglio ascoltarlo mai più. VOTO: 3.5



ALBUM: Wilder Mind (2015)
Con il primo avevano stupito, con il secondo confermato. Con i terzo album invece i Mumford and Sons cambiano e deludono. La chitarra acustica che aveva fatto la fortuna del gruppo lascia il posto ad una elettrica meno ispirata e meno amalgamata con il resto delle sonorità proposte dall’album. Tutto sembra più forzato, tutto sembra più artificioso e anche i punti forti del gruppo che avevamo imparato a conoscere, quali la voce del cantante, non vengono valorizzati da questo cambio di rotta.
Le canzoni che si alternano sono simili e poco ispirate, manca la verve, manca l’innovazione e manca anche la tradizione. Tutto ciò che rimane è mediocrità, pop poco interessante e poco accattivante. Solo il singolo Believe e Hot Gates ricordano i fasti dei precedenti album.
Cambiare non vuol dire per forza peggiorare. Apprezzo molto gli artisti che rischiano e decidono di abbandonare una strada battuta per esplorare l’inesplorato, ma molto spesso questi commettono evidenti passi falsi, come in questo caso. Il problema di fondo è l’eccessivo avvicinamento ad un pop orecchiabile che non appartiene alla band e che stona inevitabilmente. Sarebbe stata più interessante una sperimentazione ragionata all’interno dello stesso ambito indie. Peccato, aspettiamo però il prossimo album quando sicuramente si tornerà alle origini. VOTO: 5



ALBUM: Wanted on Voyage (2014)
Senti la sua voce profonda e potente e immagini un omone sulla trentina, magari nero, magari sovrappeso, alla Berry White per intenderci. Lo vedi cantare dal vivo e ti ritrovi di fronte un ragazzino di vent’anni con la chitarra, mediamente alto e decisamente molto magro. È difficile pensare che da quel corpicino esca una voce così poco adatta all’idea che l’immagine suggerisce, ma l’abito non fa il monaco e il primo album del giovane artista inglese esalta degnamente le sue doti canore e cantautoriali. George Ezra confeziona un prodotto fresco e classico, un buon mix tra innovazione della nuova generazione e classico indie folk britannico. La chitarra si sente e sovrasta gli altri strumenti. Semplicità è la parola d’ordine che garantisce a questo primo lavoro di Ezra un successo inaspettato ma giustificato. I singoli risultano i brani più orecchiabili e immediati. Una bella scoperta molto promettente. VOTO: 7



ALBUM: Drones (2015)
E voi direte: “Ma quest’album deve ancora uscire. Come fa a receimpressionarlo già?”. E avete ragione, l’album deve ancora uscire e noi oggi parliamo solo dei singoli finora estratti per tenere alto l’hype. I singoli in questione sono tre, in ordine d’uscita, “Psycho”, “Dead Inside” e “Mercy”.
Premetto che nessuno dei tre mi sembra assolutamente da bocciare, ma, già con soli tre brani, la band inglese ha dato prova delle sue potenzialità e ha palesato il fatto che il nuovo album conterrà influenze assai diverse, influenze vecchie e nuove.
Mi duole ammetterlo ma Psycho è forse la meno ispirata delle tre ma anche la meno Muse, la più nuova. Le chitarre elettriche risuonano con potenza e sovrastano tutto il resto, purtroppo anche la voce di Bellamy. Il riff ripetuto però funziona, anche se non coinvolge e prende come al solito. Buoni il testo e il video.
Dead Inside ripropone già una struttura più consona allo stile dei Muse. Le chitarre del singolo precedente vengono affiancate da una batteria imponente e convincente. La voce del frontman è più libera di esprimersi e il testo risulta il migliore dei tre brani estratti finora.
Mercy è invece la migliore, decisamente la migliore. Sembra di essere tornati ai fasti di Starlight. Un prodotto che mescola alla perfezione chitarre, piano, basso, batteria e soprattutto voce. Il cantante è libero di spaziare e mostrare tutte le sue abilità regalando una delle sue migliori performance canore che non vedo l’ora di sentire live. I cori sul ritornello fanno molto anni ’80 ma funzionano ed esaltano. La migliore.

Ovviamente non posso dare un voto su tre soli brani, ma la via è quella giusta. Potrebbe essere un grande album. L’hype aumenta.

giovedì 23 aprile 2015

NBT: ARCADE FIRE

Buon pomeriggio gente! Superato il lungo momento di completo e assoluto panico derivato dalla notizia di essere stato prescelto per avere l’onore di scrivere su questo blog, ho deciso di buttarmimici… buttarmicici… di accettare la sfida. Cominciamo.


Conoscete gli Arcade Fire? No? Male! Continuate a leggere. Si? Bravi! Continuate a leggere.
È difficile definire uno stile musicale per una band eclettica come questa. Le sonorità variano da un album all’altro, ogni volta sintetizzando “vecchi” suoni e nuove influenze. Ciò che li caratterizza e li rende davvero unici è il loro suono. Sette (o più) musicisti polistrumentisti che creano una moltitudine di sfumature sonore spesso così diverse ma amalgamate insieme così bene tra loro che risulta difficile per chi ascolta scindere le varie componenti. È come ascoltare un unico flusso sonoro proveniente da un qualche magico strumento. Forse sto esagerando, o forse no. Quando la musica riesce a catturarti, a “muoverti dentro”, credo che chiunque l’abbia composta possa ritenersi soddisfatto. È qualcosa di metafisico, in un certo senso,  che va al di là della bravura tecnica che pure non manca all’eptetto(?) canadese.
Ora però bando a tutta questa filosofia, prendete un bel respiro profondo e tuffiamoci in questo “Ocean of Noise”.


Funeral. Due parole: uno dei migliori album d’esordio di sempre. Sono 8 parole, dite? Be’ fa lo stesso. Dopo i buonissimi risultati di critica dell’Ep eponimo, Win, Will e tutta la compagnia debuttano con un vero e proprio album. Se non avete mai ascoltato gli Arcade Fire (sciagura a voi!), questo è il punto di partenza perfetto. Funeral sintetizza alla perfezione tutto ciò che è il loro suono: barocco ma allo stesso tempo leggero e piacevolissimo all’ascolto. Ci sono tracce energiche (“Wake Up”, “Neighborhood #3”, “Rebellion (lies)”),  veri e propri muri sonori che investono e trascinano fino alla fine con quell’entusiasmo che pochi sanno dare alla propria musica; altre (“Haiti”) in cui si fa sentire la grande influenza della musica caraibica (Régine Chassagne, violinista, voce, ecc.ecc. della band nonché moglie di Win, è nata ad Haiti) e che riescono dolcemente a portare la mente in quei luoghi. Il tutto amalgamato alla perfezione.
Giusto per essere chiari, gli Arcade Fire sono stati “sponsorizzati” sia da David Bowie che da Chris Martin (che si contendono la bella scoperta), sono prodotti dalla Merge Records (la stessa dei Neutral Milk Hotel e degli Spoon) e Funeral compare praticamente in tutte le classifiche dei migliori album del decennio 2000/2010. Nella top 10. Insomma, ragazzi, sono da ascoltare. Punto.


Dopo ben tre anni (che diventeranno una pausa “canonica” tra i vari lavori) la band si riunisce in una chiesetta in Canada riarrangiata a studio di registrazione, e qualche mese dopo viene alla luce il loro secondo album: Neon Bible. È  un album che spiazza specialmente al primo ascolto, sia musicalmente che tematicamente, molto diverso dal precedente e proprio per questo forse più interessante e affascinante. Spiazza perché è sostanzialmente un album americano e, aggiungo, un album americano di una band canadese. La musica è fortemente influenzata dalla cultura stelle e strisce e dai suoi cantautori, uno su tutti Bruce Springsteen (ascoltate “(Antichrist Television Blues)” e ditemi se non starebbe benissimo in un album del Boss), e lo sono, in modo diverso, i testi. L’idea tematica di fondo è l’analogia tra l’Oceano e la Televisione, entrambi “enti” impossibili da controllare che risucchiano in maniera più o meno figurata l’individuo. Ciò che rende l’album a mio parere indimenticabile è però la poesia di alcune delle canzoni, e non parlo solo delle liriche, ma di tutto l’insieme. “My Body Is a Cage” e, soprattutto, “Ocean  of noise” più di tutte rappresentano quello che lo stesso Win Butler ha definito “il rumore di una notte nell’oceano”.


Bisogna però aspettare il 2011 per vedere riconosciuto il loro talento. La Recording Accademy ha un istante di lucidità e The Suburbs, terzo lavoro in studio dei canadesi, vince il Grammy come album dell’anno. Non gridate troppo presto al miracolo però. The Suburbs, pubblicato nel 2010 (ricordate i 3 anni?) è infatti il più accessibile tra tutti i lavori in studio della band. Le influenze esotiche sono minori, gli strumenti utilizzati più tradizionali, gli arrangiamenti meno sperimentali, in linea con lo spirito dell’album: un ritorno ideale all’infanzia e quindi alle origini (Win e Will sono cresciuti in periferia). Il risultato è in ogni caso ottimo: quasi un’ora di musica che fila piacevolmente tra pezzi più tranquilli (“Wasted Hours”, “Modern Man”) e pezzi più veloci (“Ready to Start”) o addirittura frenetici (“Month of May”). Poi ci sono veri e propri capolavori, due su tutti “City With no Children” e “We Used to Wait”.


Reflektor. L’ultima fatica dell’eptetto (lo so, lo so, non esiste questa parola ma mi piace troppo) è probabilmente il loro lavoro più inusuale. Frutto di un ritiro in un castello in Jamaica, è zeppo di influenze a prima vista inconciliabili tra loro. Da una parte, ancora una volta, la musica caraibica, in particolare haitiana, e a voler essere proprio pignoli la cosiddetta “Rara music” (musica popolare haitiana, suonata con trombe, campane e altri oggetti metallici), dall’altra la musica elettronica/new wave. Ciò che ne risulta, neanche a dirlo, è un altro stupendo album da tutti i punti di vista. La musica riporta ai primi anni ’80 (New Order, B-52) con quel tocco di esotico che rende tutto più intrigante, mentre le temtiche e i testi sono più cupi: amore e morte, esemplificati dal mito di Orfeo e Euridice, in qualche modo protagonisti del doppio album. Un insieme di componenti opposte che si completano nell’ennesimo bellissimo lavoro.

Che posso dire, il miglior gruppo del nuovo millennio? Be’ ditemelo voi.


Davide Quercia