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mercoledì 14 ottobre 2015

MILANO EXPO È GARDALAND?

Ma come? L’Expo 2015 è ormai finito, tutti ne hanno già parlato, ormai non puoi neanche più criticare l’organizzazione italiana per i ritardi nei lavori e per il fatto di aver aperto l’esposizione con più cantieri che padiglioni finiti e tu scrivi solo ora la tua sull’evento mondiale? Si. Ho avuto la possibilità di andare a Milano soltanto sabato scorso e quindi ne parlo ora, anche rischiando di ripetere cose dette da altri, anche rischiando di essere ormai fuori tempo massimo.
Ma quindi questa esposizione internazionale assomiglia davvero a Gardaland? Per certi versi sì, ma purtroppo si discosta dal parco divertimenti per altri.


Feed the Planet, Energy for Life. Questa la tagline dell’evento. Nutrire il pianeta, energia per la vita. Da questi due brevi incisi è possibile cogliere al volo lo spirito che anima (o dovrebbe animare) una manifestazione di questa portata. Il tema centrale è dunque quello dell’alimentazione e dello sviluppo di questa nel mondo, cercando di far fronte alle mancanze strutturali ed economiche di alcuni paesi, in particolar modo quelli del terzo mondo. L’obiettivo pratico era quello di mettere a confronto in un evento del genere la moltitudine dei modelli dell’agricoltura mondiale per valorizzare le differenze e mettere in evidenza le falle che alcuni paesi avrebbero ovviamente presentato nell’esposizione della loro realtà. A ciò si sarebbe potuta aggiungere una componente effettivamente utile in un futuro prossimo, una sorta di trattato che modificasse parzialmente gli standard economici mondiali per andare in contro a quei paesi più  deboli che non riescono a provvedere da soli al sostentamento della popolazione. Perché ogni giorno muoiono ancora 26000 persone al mondo per cause legate alla fame e alla malnutrizione. Decisamente troppe per una società sedicente avanzata e attenta ai fabbisogni vitali di ognuno come la nostra. In questo senso riconosco il discreto lavoro svolto dalla Carta di Milano; questa deve però essere firmata dalle maggiori potenze mondiali e soprattutto non dovrà rimanere nei prossimi anni un insieme di belle parole scritte su pergamena. C’è bisogno che parole come ecosostenibilità o uguaglianza non siano solo uno specchietto per le allodole, una convincente campagna vuota. Basta proclami.


Una volta entrato, dopo minuti di cammino dovuti all’agevole distanza tra l’uscita della metro e l’ingresso della manifestazione, ho notato un piccolo stand improvvisato dell’Onu e uno leggermente più grande in cui i bambini erano invitati a disegnare sbizzarrendo la loro fantasia per poi appendere in bella mostra  i prodotti del loro lavoro, un’iniziativa consueta che mi ha dato però la possibilità di fare delle foto carine. Poi ho perso di vista le organizzazioni mondiali no profit, se non con qualche sporadica eccezione come Save the Children. Dal quel punto in poi sono cominciate l’autocelebrazione e la pubblicità. Per più di un chilometro non ho visto altro che paesi benestanti e benpensanti specchiarsi col loro vestito migliore, magari prestato, e multinazionali che approfittano della mancanza di fondi altrui per riempire i vuoti con irresistibile reclame.
Esiste la componente patriottica e quella realistica. Il fatto che queste due siano talvolta in contrasto non implica l’esclusione di una di esse dall’esposizione. Ho visto padiglioni scarni vantarsi di meriti futili mostrando omertà verso quelli che sono davvero i problemi della popolazione. L’Expo era una grande opportunità per conoscere nuove culture lontane dalla nostra, e sotto questo punto di vista tutte le potenzialità sono state sfruttate appieno o quasi, ma anche per i paesi ospiti di mostrare a noi europei la realtà che si vive ogni giorno in zone meno agiate della nostra. E invece no. Tutto questo non l’ho visto e, in qualsiasi padiglione si entri, sembra di vedere il nazionalismo americano, la precisione e il rispetto delle regole tedesco e la puntualità svizzera. Se tutti tirano l’acqua al proprio mulino i secchi si riempiono e da fuori sembrano tutti uguali.
Poi gli sponsor: padiglioni enormi che nulla hanno a che vedere con il tema principale della manifestazione ma che puntano unicamente a pubblicizzare il loro marchio. Passabile Beretta e Coca Cola, fastidioso ma sopportabile il McDonald, ma inaccettabile la Ferrero. Tre o quattro stand identici in cui lo spettatore può unicamente sedersi o sdraiarsi e guardare video promozionali proiettati sul soffitto. La nuova frontiera del marketing. Non si riesce a fare un passo che l’occhio cade inevitabilmente su un marchio conosciuto che poi ricorderemo a vita. I pubblicitari sanno il fatto loro. Ma c’è qualcosa che va oltre tutto questo squallore commerciale e commerciabile, ossia i padiglioni (o stand) dedicati ad aziende che non riguardano minimamente il cibo. Sto parlando di Alitalia/Ethiad e Technogym. Inspiegabili e ingiustificabili.



La mia giornata Expo, purtroppo rallentata dall’eccessivo numero di persone presenti domenica, si è conclusa con la visita di pochi padiglioni interessanti e quell’amaro in bocca che lasciano le situazioni attese e sperate ma dimostratesi una sorta di bluff. Quindi Milano Expo 2015 è una manifestazione da visitare e supportare? Assolutamente si. Il privilegio di averla quest’anno in Italia rappresenta un’occasione imperdibile e non tutto ciò che ho visto era da disprezzare. Le architetture ad esempio mi hanno colpito molto, in particolar modo quelle che sono riuscite a rispettare le peculiarità del paese che volevano rispettare; per fare un esempio, Argentina bocciata, Angola promosso. Il flusso di persone accorse nella capitale della moda in questi mesi e l’interesse mondiale che l’evento ha generato ne aumentano inoltre l’appetibilità per il grande pubblico. L’Expo non è pessimo, neanche disprezzabile nella sua forma, certo però dà l’idea di un killer professionista che insegue la sua preda per anni, la pedina, la studia, ne comprende le abitudini per poterle sfruttare a proprio favore e infine la bracca. Ce l’ha all’angolo, ormai è fatta. Dopo il classico discorso in cui svela la propria identità non deve far altro che premere il grilletto e scrivere la parola fine col sangue, ma clamorosamente manca il bersaglio, colpisce un parabolico coperchio metallico alle spalle della vittima e rischia di essere addirittura colpito dal suo stesso proiettile di riflesso. Ecco l’Expo 2015: inquadrare il bersaglio e mancarlo platealmente. Una passerella ricolma di sponsor dalla dubbia utilità. Un peccato e forse uno spreco. 

mercoledì 24 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - FINALE

Il giorno era arrivato. Il mio ultimo giorno da immaturo, almeno per legge, almeno per loro. Mi svegliai molto presto con l’ansia di non alzarmi in tempo e di ritrovarmi la commissione intera in camera per un colloquio a domicilio. Ancora adesso ogni tanto nella notte scambio l’ammasso di vestiti che caratterizza la sedia di un under 30 moderno per la silouette del professore di astronomia. Ah quel professore di astronomia, quante me (ce) ne ha fatte passare per poi non riconoscerci nelle visite successive alla maturità. Che smemorato! Comunque mi alzai alle 7 per essere a scuola alle 11. Diciamo che mi piace fare le cose per tempo. Doccia, shampoo, profumo, acqua, nausea, basta acqua per piacere, rinuncerò alla colazione. Dopo aver caricato a forza una mia amica nella mia spaziale autovettura (a forza per le ridotte dimensioni dell’abitacolo, non per sua volontà) mi apprestai a raggiungere il luogo dell’apocalisse. Voglio essere sincero: se le tre precedenti prove non le avevo particolarmente sentite dal punto di vista emotivo, quel giorno ero particolarmente agitato; il fatto di dover esporre un argomento, la possibilità di non convincere, la possibilità di avere una sincope, quella di svenire, quella di vomitare sulla commissione. Tutte ipotesi da tenere presente se si soffre d’ansia e io con l’ansia ormai c’ho fatto amicizia.


Superata l’agitazione iniziale mi accorsi di essere arrivato a scuola anche prima dei professori. Notevole direi. Arrivai così presto da avere il tempo di entrare a vedere il primo orale di giornata (il mio era il quarto) fingendo di essere un estraneo disinteressato (barba finta e occhiali da sole). Il mio intento era invece quello di tastare con mano l’umore della commissione, che, se fosse stato anche solo parzialmente negativo, avevo già pronto un biglietto per “Altrove”, la città di Leone il Cane Fifone, quello che vive con Giustino e Marilù. Che poi Giustino è l’italianizzazione dell’anglofono Justin, come Justin Timberlake o Justin Bieber. Che storia! Si vede che sto prendendo tempo per evitare di parlare del mio orale?
Non ricordo con esattezza chi fosse il torturato della prima ora e che domande gli furono rivolte, ricordo solamente che mi stupì dei miei evidenti miglioramenti: avrei saputo rispondere a tutto, ecco la cartina tornasole di cui avevo bisogno. Ora ero più sicuro.
Breve recup: testa, ce l’ho, chiavetta con power point triste (bianca e scientificamente asettica in realtà), ce l’ho, sorriso piacione di chi sa che passerà ma lo dà a vedere poco, ce l’ho, documenti per identificazione alla polizia dopo violenta crisi nervosa ai danni di tutti i presenti, ce l’ho. Avevo tutto. Mi mancava forse un briciolo di maturità per potermi definire tale, ma poi avevo tutto.
Intanto, mentre io ripassavo italiano e astronomia insieme (che poi Astolfo va comunque sulla Luna), salì le scale un ex professore in pensione che, dopo due chiacchiere ansiose, mi chiese il permesso di entrare a sentire il mio orale. A questi si aggiunsero poi due amici, tre compagni, un parente alla lontana, un bidello, un mago, un gatto, un topo e un elefante. Non mancava più nessuno insomma. A parte gli scherzi, ricordo una folla indefinitamente densa intonare cori da stadio alle mie spalle durante l’esame, ma forse ho sofferto di allucinazioni in quei giorni. Il tempo passava con le stagioni a passo di Giava e mancava mezzora alla fine dell’orale precedente al mio quando, apparizione celeste, uscì la professoressa di matematica e fisica a chiedere chi fosse il prossimo. Alzai timidamente la mano. Venne da me e mi disse che quella di lettere (esterna e appassionata di cinema - ma quest’ultima cosa non centra) avrebbe chiesto entro la fine della giornata Leopardi. Leopardi. LEOPARDI? Il gobbo di Recanati?!? Io non sapevo Leopardi, e poi cosa vuol dire “sapere” Leopardi? Io il mio amico Tommaso posso conoscerlo, ma come faccio a saperlo? Via astronomia, via storia dell’arte. Solo italiano. Cominciai a leggere, ripetere e immagazzinare dati. Tentai di tatuarmi con ago e inchiostro bic e le date di nascita e di morte del gioioso Jack sulla mano senza riuscirci (gli aghi mi incutono timore), ma niente, troppe cose. Una la imparavo e tre le dimenticavo. Passai quindi ai cari vecchi riassunti di fine capitolo - Dio li benedica. Non sapevo quindi nulla dei brani. Poi uscì il mio compagno di classe e chiamarono me, me e tutta la squadra. Sulla porta mi fermò il professore di storia e filosofia per abbracciarmi. Esistono tanti abbracci nella vita di un uomo, tanti. Pochi sono quelli che il tempo non dimentica, questo è uno di quelli.


Entrai, salutai e strinsi mani a destra e a manca. Mi sedetti con le mani nelle mani tese e feci il riconoscimento. Solite frasi di alleggerimento del presidente tipo “Ma chi è questo giovine nella foto? Non sei tu vero?”. Risatina ebete di circostanza, magari anche tirando su col naso che è peggio. Era tutto pronto, dovevo cominciare a parlare. Mi recai come un alcolista alla lim e cominciai a discorrere. Inizialmente le parole uscivano a fatica, come quando passi una serata fuori e ci sono meno di meno dieci gradi. Poi la mascella cominciò a sciogliersi e le parole a fluire meno problematicamente. Arrivai ad un certo punto in cui, legato al tema dei wormhole, avrei dovuto citare Donnie Darko, ma il fato volle che la mia mente si svuotasse completamente in quel momento.
“E quindi troviamo il tema dei paradossi temporali anche in… ehm, in…” panico, silenzio, panico ancora. Goccioline di sudore che scendono già ghiacciate. Guardai il pubblico in cerca di aiuti, tipo il 50:50, ma niente. Guardai la commissione. I cinque secondi (d’estate - ma non volevo scriverla questa) più lunghi della mia vita. “In Donnie Darko!”. Il mio esame era ancora in carreggiata, solo una piccola deviazione.


Finì la mia esposizione e la professoressa di lettere mi chiese da dove volessi cominciare, ambito scientifico o umanistico? Alla commissione dissi che era indifferente, ma dentro mi sentivo come Harry quando si sottopone alla prova del cappello. “Non Serpeverde, non Serpeverde”, “Non scientifico, non scientifico” e infatti cominciai dall’umanistico. Il cappello non sbaglia.
Bene storia e filosofia, meno italiano. Leopardi. Parlai dieci minuti ininterrottamente della vita e degli aneddoti dei gelati killer, poi cominciarono le domande e anche i rumori dei vetri su cui mi arrampicavo. Tutto sommato però, a parte una diatriba maligno-matrigno, italiano andò più che discretamente. Di inglese mi chiese un argomento di quarta che fortunosamente ricordavo e quella di arte si limitò a farmi riconoscere qualche opera di Picasso. Tutto bene. Tutto perfetto fino ad astronomia. Dieci minuti di un uomo sulla sessantina che cerca di far dire ad un diciottenne “Lingue di fuoco” mimandolo a gesti mentre questo, in preda alla disperazione, butta l’occhio qua e là in ricerca di una rivoltella, preferibilmente carica. Non voglio dire disastro, ma quasi: un intero colloquio in cui il professore parlava della sua materia e io intervenivo di tanto in tanto per dire qualche parola, tipo telequiz, magari anche sbagliata. Che vergogna.
Poi arrivò fisica. Ah fisica, praticamente la mia mappa. Avrei dovuto saperla a menadito, e invece…
Mattia, devo dirti la verità, a me Donnie Darko non è piaciuto”.
E qui si vede il maturando in crisi che apre la bocca senza pensare.
“È perché è difficile, si deve capire per apprezzare”
“Mi stai dicendo che non capisco di cinema? Che sono stupida?”
“Ma noooooo. Cioè anche mia mamma non capisce”.
Fine della frittata e vergogna che sale a dismisura. Volevo nascondermi. Poi domande sulle risposte che avevo inventato una settimana prima e silenzi infiniti. Non sapevo rispondere, come per astronomia, solo che almeno qui la professoressa si limitò a trattenermi un paio di minuti.
Il colloquio era finito; già lo sentivo, quel vento di libertà che soffiava fuori dall’aula. Dopo le solite domande di rito e una stretta di mano generale guardai la commissione e vidi uomini. Coloro che mi avevano intimorito per un quasi un mese ora erano padri e madri, semplicemente persone come me, come i miei genitori, che nulla avrebbero mai fatto per mettermi in difficoltà. Paure superflue. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo catene sciogliersi e ali aprirsi al vento della vita. Quelle mura mi sarebbero mancate sempre; quei volti, quei voti, quelle gite, quelle emozioni condivise. Tutto, tutto già mi mancava.


Ragazzi, la maturità non conta niente. È un voto, un numero come tanti che qualche mese dopo dimenticherete. Una passerella per i più meritevoli e un’agonia ingiustificata per i sessantini. Quello che ricorderete saranno gli anni passati in quel posto magico fuori dal mondo chiamato Scuola, o casa se lo vivete nel modo giusto. Perché finché siete lì quel posto può essere casa vostra, i professori i vostri genitori e i compagni i vostri fratelli. Un momento che non tornerà più. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo che il termine "maturità" non faceva al caso mio. Su quella soglia, per l’ultima volta, non potevo dire di sentirmi maturo, ma forse un po’ meno immaturo di prima sì.

venerdì 19 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - SECONDA PARTE

Dove eravamo rimasti? Stavamo ripassando per la terza prova mi pare. A volte mi stupisco di quanti dati sia riuscito ad infilare in questa testa mediamente proporzionata per quell’esame. Intanto la Costa Rica aveva battuto in rimonta l’Uruguay mentre io seguivo uno spettacolo amatoriale per rilassare la mente (ma neanche tanto, vista la complessità della trama dello spettacolo - qualcosa come Romeo e Giulietta tra presente e futuro).


Arrivò poi la vigilia della temuta terza prova. La prima cosa da non fare il giorno prima di un esame è cercare di buttare a forza nella mente nozioni a palate; si rischia di sotterrare le conoscenze pregresse e arrivare alla prova senza ricordare il proprio nome o addirittura dimenticandosi di avere un esame da sostenere, che è peggio. La seconda cosa da non fare è studiare in coppia. Sicuramente voi avrete delle lacune e anche il vostro compagno le avrà; ciò non farà altro che aumentare l’agitazione, specialmente quando realizzerete che tutte quelle lacune non si colmeranno in una notte. Terza cosa da non fare è messaggiare con i vostri compagni di classe. Anzi, spegnere il cellulare è cosa buona e giusta. È scientificamente provato che alle 00:14 qualcuno scriverà sul gruppo di Whatsapp qualcosa tipo: “Ma il trafiletto in basso a pagina 763 del terzo libro di filosofia l’abbiamo fatto?”. Quando scriverà ciò metà classe vorrà linciarlo e l’altra metà si appresterà a scrivere: “Ma secondo voi lo chiede?”. Ecco, il maturando in crisi. Dopo aver diffidato dei pareri altrui per cinque anni , confidando solo nel suo buonsenso, crederà a qualsiasi banalità gli verrà detta, purché questa sia in linea con la sua preparazione. Ma sarà troppo tardi per ripassare o per schierarsi pro o contro il maledetto compagno dell’ultimo secondo. La notte porta consiglio. Dormite bene.

Il giorno della terza prova l’ansia è forse maggiore perché non si ha la più pallida idea di ciò che potrebbe capitare. Potrebbero chiedere la scontata tettonica a placche o l’evitabilissima “Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in Compendio” di Hegel. Tutto è appeso ad un filo, alla scelta del vostro rappresentante di classe tra la busta A, la B e la C, come in un quiz di Carlo Conti.
Il giorno della terza prova mi sedetti nuovamente in fondo, attorniato dai soliti fedelissimi. Dopo la consegna dei fogli avevo paura di girare pagina e scoprire la dura verità. Da cosa cominciare? Ricordai le parole dei professori “Cominciate dalle materie più difficili”. Cominciai dalle materie più facili: arte e filosofia. In mezzora avevo finito di riempire quelle asfissianti dieci righe. Passai ad inglese. Con calma la feci, con molta calma. Rimanevano fisica ed astronomia. La prima la inventai, la seconda la inventai con fantasia. Una di quelle fantastiche risposte in cui viene riproposta la domanda mescolata ad un lungo e vuoto giro di parole. Quanto mi mancano quelle risposte. Peccato che poi il giorno dell’orale mi avrebbero chiesto delucidazioni in merito alla mia fervida immaginazione. Considerando però il 13 della terza prova, forse a qualche invenzione hanno creduto.
Finito di riempire tutte le mie righe mi dedicai ad opere di carità mimando risposte improbabili e inducendo all’errore anche altri ignari studenti. È il karma: se infrangi volontariamente le regole per ottenere un paio di punti in più può capitare che il karma ti punisca con suggerimenti sbagliati.
Però i professori avranno pensato a quanto fossimo uniti come classe; inventare tutti la stessa fantasiosa risposta alla stessa domanda è dono raro. Azzarderei telepatia.
Una volta un ragazzo sosteneva che solo durante la seconda prova è concesso copiare. Quel ragazzo si sbagliava. Ricordo ancora un mio compagno di classe che mi chiedeva di suggerirgli una risposta infinita nei pochi secondi in cui i nostri sguardi si incrociavano mentre uno dei due andava in bagno. Doti circensi.


Finita la terza prova ebbi un momento di rilassatezza. Dai miei conti avrei potuto raggiungere il tanto agognato 60 prima di entrare all’orale e ciò mi avrebbe anche permesso di raccontare storie divertenti alla commissione anziché rispondere alle domande. Intanto mi avevano comunicato la data del mio orale; avevo la bellezza di nove giorni per dimenticare tutto il programma. Da un lato così tanti giorni sono un aspetto positivo; ci si rilassa e si ricaricano le batterie. Ma dall’altro si ha il tempo per fare i pensieri più strani, come quello di scappare in Messico su un pickup degli anni ’60 con la paglia e i maiali e lasciare la maturità agli altri. Non volevo essere “maturo”, quei giorni li avrei vissuti all’infinito. La stupenda tensione nell’attesa della fine.

Intanto, mentre Casa Azzurri (casa mia che quando gioca la nazionale si tinge d’azzurro) si riempiva e si svuotava di persone che non avrei più rivisto, avevo deciso che avrei seguito più orali possibili in attesa del mio. Il primo giorno alle 8:30 io c’ero. Il cielo era triste, forse non voleva che lasciassimo quelle mura accoglienti. Entrai a vedere il secondo del giorno. Ricordo i vassoi di dolci appoggiati sul davanzale della finestra. Tutto sommato questi professori non è che si trattano poi tanto male. Forse da grande voglio fare il professore. O il vassoio di dolci, devo ancora decidere.
Sarà che il ripasso full immersion dovevo ancora affrontarlo, ma nella mia testa pensai che non avrei saputo rispondere a metà delle domande rivolte all’interrogato. Ma non allarmatevi: ad ogni esame che vedrete prima del vostro non saprete rispondere a metà delle domande. È fisiologico. Il giorno del vostro colloquio sarete così saturi di informazioni e stremati dallo stress che le parole usciranno dalle vostre bocca senza nemmeno pensarci. Purtroppo davvero senza pensarci. Poi capirete cosa intendo.
Al primo seguirono altri esami orali e, mentre avevo fatto ormai amicizia con l’intera commissione (ah, le briscole con quello di astronomia e col presidente) e avevo invitato anche loro a Casa Azzurri, il mio orale era ormai alle porte. Cosa fare la sera prima della fine? Prima dell’ultima volta in cui avrei varcato quella soglia da immaturo? La tentazione di riririvedere il professor Faletti era forte, ma avevo bisogno di essere originale, unico. Di esprimere il mio Io per rilassarmi. Optai allora per Scrubs: niente è meglio di JD per divertirsi e riflettere allo stesso tempo. E conclusi la serata originalità con una carrellata di canzoni strappalacrime, tipo quella dell’addio di Bear e Luna nella grande casa blu. Lacrimoni.


Altro problema insormontabile che emergerà la notte prima dell’ultimo esame sarà “Come mi vesto domani?”. Come se l’abito facesse il monaco maturo. E invece l’abbigliamento conta, o meglio contribuisce a creare l’immagine con cui vi presenterete alla commissione, la quale dovrà essere sobria e trasmettere tranquillità. Per cui evitate maglie psichedeliche o pantaloni con trame ipnotiche, evitate abiti col Che o con simboli satanici; forse è meglio schierarsi a parole e argomentando piuttosto che lasciar partire prevenuta la commissione. Siate voi ma siatelo moderatamente.
Alla fine scelsi una camicia viola a righe (molto hipster invero) e jeans. Ma poi quello che conta davvero sarete voi, anche se nudi. Cioè nudi magari no o almeno non se la tartaruga l’avete mangiata a colazione e nella frenetica scalata alla maturità avete dimenticato la fantomatica prova costume. E mentre pensavo a me, ai miei compagni, alla macchina del tempo, al professore di filosofia e a Supermario Balotelli che tanto super non era, mi assopì come un gatto tra le braccia di Morfeo, non quello di Matrix, il Dio. Mancava solo un passo, non potevo più inciampare.

Continua… prestissimo



giovedì 30 aprile 2015

NBT: AVENGERS: AGE OF ULTRON

Avengers: Age of Ultron è un film del 2015 scritto e diretto da Joss Whedon. Si farebbe prima a dire quali attori non comprende il cast invece di elencare tutti quelli compresi ma comunque gli interpreti principali sono: Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Chris Evans, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Samuel L. Jackson eccetera eccetera eccetera. Il film è stato prodotto dalla Marvel Studios e distribuito dalla Walt Disney Studios Motion Pictures ed è costato circa 280 milioni di dollari.

La trama in breve: Ultron un robot senziente creato da Tony Stark sfugge al controllo del suo creatore e minaccia di distruggere ogni forma di vita organica sul pianeta. Mettiamo subito le cose in chiaro: "Avengers: Age of Ultron" fallisce miseramente. Le mie aspettative per questo film in realtà erano molto basse ma ero andato a vederlo per curiosità dato che è il film supereroistico dell’anno e quindi mi aspettavo almeno di vedere un film gradevole. Tra l’altro avevo visto il primo The Avengers che pur non essendo memorabile era riuscito comunque a farmi passare due ore piacevoli e con questo sequel speravo di replicare, purtroppo non è stato così.

Si comincia subito con una scena d’azione con gli Avengers già assemblati per bene, a differenza del primo film in cui se non ricordo male nella parte iniziale le sequenze d’azione erano ridotte (si fa per dire) perché si doveva prima riunire la squadra, qui invece si parte da subito con una battaglia di gruppo e si vedono subito gli Avengers in formazione d’attacco che combattono tra le nevi di una cittadina dell’Europa dell’est. Si continua così per tutta la durata del film con molte lunghe scene d’azione frenetiche che però non lasciano il segno. Secondo me con meno scene d’azione ma collocate meglio e soprattutto realizzate meglio si sarebbe potuto raggiungere un livello di epicità maggiore, le battaglie sono sì convulse ma non mi sento di definirle spettacolari o epiche: sanno troppo di già visto.
Inoltre a mio parere le scene d’azione soffrono di una grave pecca: sono collocate in un setting sbagliato. Nel primo Avengers le scene di battaglia si svolgevano a New York quindi il setting era perfettamente adatto per un cinefumetto mentre in questo secondo capitolo le battaglie più importanti si svolgono in questa piccola città dell’Europa dell’est (nel film si parla di Europa dell'est ma in realtà le rispese si sono svolte in una cittadina della Val d'Aosta) , questo a mio avviso non è il luogo adatto dove ambientare un film di questo tipo: una città così piccina e insignificante è inadeguata per ospitare uno scontro tra titani com'è quello tra gli Avengers e i robot di Ultron. E’ anche vero che uno dei combattimenti è ambientato a Seul ma le parti più importanti del film sono in un paesotto della Val d'Aosta e questo toglie molto all'epicità complessiva.

Il regista di Age of Ultron è lo stesso del primo Avengers e mantiene lo steso stile registico che aveva usato nel primo film. Se parliamo della regia di questi due film è opportuno distinguere le scene d’azione dalle scene “statiche”. Le scene statiche (o stitiche?) sono girate in maniera triste con primi piani sulle facce dei personaggi e praticamente senza movimento di macchina, una regia degna delle migliore puntate di Tempesta d’amore . Nelle scene d’azione il film si risolleva con una regia molto più dinamica e tutto sommato adatta ad un film di questo tipo ma anche se queste parti sono realizzate molto meglio delle scene statiche dal punto di vista registico comunque non sono sufficientemente epiche e sanno di già visto.
Questo film è stato una vera delusione. Penso che ora lascerò perdere i cinecomics per lungo tempo. Incurante delle mie decisioni il calendario dei film supereroistici è già pronto e prevede da ora fino al 2019-2020 una marea di film. E’ da 15 anni che dobbiamo sorbirci film di supereroi tutti uguali a sé stessi e da qui al 2020 sembra non ci sia speranza di invertire la tendenza. Oramai dopo anni e anni di film fotocopia avremo pure il diritto di chiedere anche in questo filone cinematografico un po' di innovazione o no?

La prima volta che ho visto un cinefumetto è stato nel lontano 2002 e il film era  il primo Spider-Man della trilogia Sam Raimi e...WOW quello sì che era un film fantastico! Vi posso assicurare che mi sono esaltato da bambino vedendo le scene di Tobey Maguire vestito da Spider-Man che volteggia tra i grattaceli di New York, mi sono emozionato forse perché erano scene realizzate molto bene, forse perché erano scene che non si erano mai viste, forse perché ero un BAMBINO.
Ed ecco che abbiamo finalmente centrato il punto della questione. The Avengers: Age of Ultron  non ha saputo divertire me (un ventenne) ma lo scopo del film non era quello di far divertire i ventenni, a vent’anni penso che sia ora di smettere di guardare gente in costumino e calzamaglia che vola. Questi sono film che nascono e sono pensati prevalentemente per i bambini/preadolescenti/adolescenti (che poi ci siano persone di trent'anni che si esaltano per questi film è un'altra storia) e valutarli con troppa severità o con troppa cattiveria (Dove sono i movimenti della macchina da presa? La fotografia è mediocre! Sembra una punta di Tempesta d’amore LOL LOL) è sbagliato. E’ tempo che si capisca che ogni film va analizzato calandolo nel proprio contesto: non è possibile analizzare un cinefumetto con gli stessi metri di valutazione con cui si analizza un film di Stanley Kubrick. I difetti che si possono imputare ad un cinefumetto sono diversi dai difetti imputabili ad un film d’autore e questo troppo spesso lo si dimentica. Quando ho visto il film al cinema domenica scorsa  la sala era stracolma, durante la proiezione il pubblico si è entusiasmato e alla fine del film è partito un fragoroso applauso.
Gli autori di questo film non avevano intenzione di creare un film impegnato, sapevano che The Avengers: Age of Ultron non sarebbe diventato il nuovo Quarto potere, il loro obbiettivo era quello di far divertire e di intrattenere gli spettatori per due ore. Quindi VAFFANCULO! Se il pubblico in sala durante la proiezione si è divertito allora il film ha vinto.

Antonio Margheriti

sabato 25 aprile 2015

1992 - FINALE

La notizia migliore delle ultime due puntate è che “1992” è finalmente finito. Non mi aspettavo che il trend cambiasse e di fatto non è cambiato, anche se qualcosa di salvabile c’è, ad esempio la storia della decadenza della DC o la morte di Venturi (c’avevo preso la scorsa settimana, eh?), ma se questi vengono paragonati a tutto ciò che non funziona il bilancio è decisamente negativo. Sostanzialmente non ci si accorge che si tratta degli episodi conclusivi fino a quando mancano ormai pochi minuti e una canzone discretamente azzeccata comincia a sovrastare le parole dei personaggi che intanto si muovono e cercano di mettere più di una pezza su un finale abbozzato. La sequenza in sé non è cattiva, ma a parte la vicenda legata a Bettino Craxi e Di Pietro, le altre storie sembrano avere una conclusione insoddisfacente, in particolare quella di Bosco e della Castello.
Discreta anche la scelta di far riassumere Pastore nel pool di Tangentopoli per poter riallacciare un rapporto interessante con la realtà degli eventi di quell’anno.


Ecco, gli aspetti positivi sono finiti a mio parere, quindi proporrei di passare a quelli negativi.
Non credo di aver capito bene il rapporto tra Bibi e Leo Notte: perché si frequentano? Cos’hanno in comune? Stanno insieme o è un rapporto di amicizia o è un rapporto di interesse? Non si capisce. Il loro legame è giustificato unicamente dal seppellimento del cadavere di Venturi nella proprietà Mainaghi, per il resto sembra tutto forzato, irreale e di conseguenza fastidioso. Non viene poi fatta luce sul rapporto tra l’azienda della Falco e le organizzazioni mafiose milanesi; intendiamo alla fine che tutto emerga poi fragorosamente, ma la serie non indaga oltre sulla faccenda.
Pastore improvvisamente lascia perdere la sua battaglia personale contro il traffico di sangue e plasma infetti e decide di tornare sui suoi passi per contribuire attivamente all’inchiesta Mani Pulite. Ciò in parte funziona perché la fissazione del personaggio per la storia delle trasfusioni dannose stava diventando pesante e ripetitiva, ma abbandonarla così, da un momento all’altro, rischia di risultare controproducente.


La storia di Bosco e della Castello è forse la peggiore delle ultime due puntate. Una gravidanza da “Gli Occhi del Cuore” che allunga il brodo e tenta di approfondire ulteriormente due personaggi già ampiamente definiti quando ormai la fine è vicina e bisognerebbe tirare le somme piuttosto che aggiungere elementi. Un errore abbastanza grave degli sceneggiatori, errore banale. Una sottotrama che non porta a nulla di interessante se non alla separazione di due personaggi che per storie e personalità era evidente sarebbe avvenuta. Una sottotrama che almeno si può definire conclusa, non come quelle di Stefano Accorsi. Buio, non smetterò mai di dirlo, rappresenta in pieno tutta l’inutilità della serie: storie non concluse (come quella del vicino spacciatore), relazioni capate in aria e dialoghi imbarazzanti (tutti quelli con Bibi). Ma l’incontro con Silvio che tutti (si fa per dire) stavamo aspettando? La figlia showgirl? La relazione con la minorenne in Sardegna? Il rapporto con la Castello? L’assassinio di Venturi? Bah. Quanta futilità.


Anche stavolta a salvarsi è il solo Di Pietro che, con una scena in un bar in cui ordina due drink di fila, riesce a risultare credibile, ben caratterizzato e decisamente interessante.
Dopo dieci lunghi e strazianti episodi possiamo analizzare in la serie nel suo complesso. Sicuramente, se non si fosse chiamata “1992”, nessuno si sarebbe accorto dell’ambientazione vintage. Una fotografia curata ma a tratti irrealistica ed eccessiva allontana molto dall’idea di anni ’90 a cui siamo abituati e qualche canzone caratteristica o qualche riferimento sporadico non possono cambiare la cosa. Il comparto tecnico rimane comunque di livello medio-alto per il nostro paese. Peccato per la recitazione di alcuni personaggi decisamente non all’altezza. Un plauso ad Alessandro Roja e Guido Caprino, Messinese nelle vesti del deputato della Lega Nord, attori più che all’altezza, quasi sprecati.


I veri problemi della serie però sono due: il nome troppo pesante che porta consapevolmente e la scrittura. Inizialmente la serie si era proposta come un affresco della situazione politico-economica italiana, un affresco duro e crudo, cattivo ma realistico. Niente di tutto ciò. “1992” perde dopo due episodi il contatto con la realtà dei fatti e l’attenzione si sposta sulla finzione, sulla fiction, perché checché se ne dica la scrittura dei personaggi e lo sviluppo della trama si discostano ben poco da quelli della fiction italiana. Se fosse stato un prodotto meno pretenzioso, ma più umile, se si fosse presentato fin dall’inizio senza la volontà di denunciare la situazione italiana dei primi anni Novanta, senza la volontà di stupire e di proporsi come nuovo punto di riferimento, sarebbe potuto essere discreto, quantomeno una delle migliori fiction italiane. Peccato che in un’analisi complessiva pesa molto anche come una serie si propone.
Indubbiamente scalinate sotto “Gomorra - la serie” e “Romanzo Criminale - la serie”, e quindi incomparabile con i migliori prodotti oltreoceano.


Le premesse per un prodotto di livello c’erano tutte e da parte mia le aspettative erano alte, forse troppo. Nessun alto, solo qualche picco medio che nella pochezza generale sembra più di quello che è. Peccato, potenzialità e risorse sprecate. Ora spero che Accorsi torni a gridare per la sua Giulia e la Falco a fare foto, Roja a produzioni più decenti e la miss a Uno Mattina.

Dimentichiamoci in fretta di una serie dimenticabile.

domenica 12 aprile 2015

1992 - Episodi 5 e 6

Lo scorso martedì stavo guardando “1992 - La Serie” e durante la pubblicità tra le due puntate ho avuto una strana sensazione; mi sono sentito come se fossi su Rai Uno piuttosto che su Sky Atlantic.
Se la scorsa settimana avevo ravvisato un calo della qualità del prodotto, soprattutto alla luce delle aspettative, con questi nuovi episodi il calo verso il basso è ormai evidente, il calo verso la fiction italiana da cui le produzioni dell’emittente satellitare prendono sempre le distanze, sia a parole che con i fatti. Tradimenti, amori, sesso, trama banale, mediocrità. Gli ingredienti della fiction ci sono tutti. I mezzi tecnici, tra cui una fotografia precisa e realistica e una regia discreta, sono gli unici aspetti che rimangono del timbro tipico di Sky e delle sue serie evento tanto acclamate da pubblico e critica. Il vero problema di questo prodotto è quindi una scrittura non all’altezza che fatica a sorreggere una realizzazione di livello medio-alto.


Lo sviluppo della narrazione sta gradualmente diventando borioso, futile, noioso, ripetitivo e soprattutto completamente estraneo a Tangentopoli e al 1992 in generale. Che fine ha fatto Tangentopoli? Specialmente nel quinto episodio mancano completamente agganci all’inchiesta Mani Pulite che francamente era l’unico oggetto d’interesse riguardo questa serie.


Guido Caprino nel quinto episodio si conferma un buon caratterista e la storia legata ai proiettili contenenti uranio impoverito scorre piacevolmente seppur senza lasciare grande traccia nel complesso. La vera nota dolente si sente nel sesto episodio, quando la storia del parlamentare leghista si lega nuovamente a quella della Leone: il personaggio mostra altre sfaccettature meno interessanti che rischiano di minare la credibilità mantenuta fino a quel momento. La trasformazione di Bosco in ubbidiente soldatino agli ordini dell’aspirante attrice allontana lo spettatore dagli eventi parlamentari decisamente più interessanti. Ridicola la scena della proposta di matrimonio in spiaggia. Calo.
La Castello è un pesce fuor d’acqua. Un personaggio molto più vicino a Beautiful che ad una serie evento di Sky.  Con la morte di Mainaghi si è optato per legare la protagonista agli “eventi politici” narrati attraverso Bosco, una scelta quantomeno discutibile. La luce accesa sul passato della ragazza nella scena della confessione al gruppo di teatro rende la Leone un personaggio a metà l’odio e la compassione. Non si riesce mai a provare una di questi due sentimenti fino in fondo. “1992” senza questo personaggio perderebbe solo la bellezza dell’ex miss Italia e nulla più.


Si scopre finalmente la verità sul presunto omicidio commesso da Notte, una storia di droga e morte in età giovanile. Accorsi recita in maniera monotona, mostrando un po’ di espressività solo con gli occhi ipnotici. Poco credibile l’incontro iniziale con Roja, licenziamento interessante reso vano da una riassunzione immediata, imbarazzante ed evitabile il cameo di Giovanni Rana. Come già detto nel precedente commento, Leo Buio incarna l’inutilità della serie, in questi episodi rappresentata dalle “liaisons dangereuses” tra il pubblicitario, la sua amica rifatta e la figlia quindicenne di questa in Sardegna. Il personaggio che in partenza aveva più implicazioni con il mondo dell’imprenditoria milanese e con quello della marcia politica fallisce miseramente. Potenzialmente interessante l’incontro Notte - Silvietto nazionale nel finale della sesta puntata, percepibile nell’aria fin dall’inizio della serie.


Tea Falco si conferma la “Cagna Maledetta” di 1992. Relazione discreta quella con Pastore e molto interessante l’implicazione della mafia nella società Mainaghi, ma la recitazione della Fotografa Siciliana rovina tutto. Appunto, Fotografa. Doveva proprio dedicarsi alla recitazione? Stavamo per perderla nel quinto episodio, stavo già stappando lo champagne, ma il Buio aveva altri progetti.
Diele sembra aver imparato bene il mestiere dal monocorde Accorsi. A parte la recitazione sottotono, il personaggio si arricchisce di sfaccettature attraverso rivelazioni sul passato e sull’HIV. La relazione utile con l’Imprenditrice Mainaghi porta avanti una storia che a mio parere sarebbe stata realmente più accattivante e graffiante se avessero concentrato le attenzioni dell’ufficiale della polizia giudiziaria solo sul supporto diretto all’operato di Antonio Di Pietro. Comunque uno dei personaggi più convincenti finora.
Roja rivela la propria natura di giocatore d’azzardo e lascia intendere il doppiogiochismo che compie sistematicamente nei confronti del pool di Mani Pulite. Un personaggio che nasconde nella sua natura di comprimario il segreto dell’interesse che riesce a suscitare nello spettatore.
Di Pietro funziona in quanto fittizio e lontano dal reale ex magistrato. Scelta inizialmente azzardata ma che alla lunga si è rivelata azzeccata.



Se nel precedente commento avevo chiuso con un inno alla speranza nei confronti di questa serie, ora la speranza residua è minima. Sempre meno interessante, puntuale, precisa e di denuncia. Sempre più italiana, inutile. Sempre più Rai. Ad oggi uno spreco di potenziale e di risorse enorme.

giovedì 9 aprile 2015

NBT: HUMANDROID

Ciao facce di merda. Oggi vorrei parlarvi di "Humandroid" (non temete non ci vorrà molto tra poco potrete riprendere ad ascoltare Fedez). Humandroid (Chappie) è un film del 2015 diretto da Neill Blomkamp e scritto da Neill Blomkamp e Terri Tatchell. Dopo District 9 ed Elysium il regista Neill Blomkamp con il suo terzo film si concentra sul problema dell’intelligenza artificiale e sulla possibilità per i robot di sviluppare una coscienza come gli esseri umani.


Il film è ambientato a Johannesburg in Sudafrica in un futuro prossimo. Questo setting futuristico nel quale si svolgono le vicende sembra avere poca coerenza. Se da un lato infatti la tecnologia robotica sembra essere era ben sviluppata, in quanto sono presenti dei robot da combattimento così avanzati da aver quasi soppiantato gli umani nelle forze di polizia, dall’altro tutto il resto delle tecnologie (computer, cellulari, auto eccetera) sembra fermo ai giorni nostri. L’unica vera differenza con il presente sembra essere che i criminali in questa Sudafrica del futuro hanno una predilezione per le armi colorate di giallo. VABEH



Vediamo la trama in breve: un nerdaccio “di quelli giusti” riesce a creare un’intelligenza artificiale capace di esercitare il libero arbitrio ma un gruppo di criminali lo rapisce e ruba il robot sul quale ha impiantato la coscienza, i criminali sono in debito con il rastone più cattivo di Johannesburg e usano il robot per cercare di guadagnare denaro in fretta, la storia si complica quando interviene un ingegnere militare che vuole disabilitare tutti i robot della città per poter…. Ok basta così non mi piace rivelare troppo la trama ma vi posso dire che la coppia Neill e Terri che pure aveva fatto un bel lavoro con la sceneggiatura di District 9 questa volta ci consegna una storia fiacchetta anzichenò.
Il nerdaccio in questione è coso (come si chiama?) il protagonista di The Millionaire, in questo film troviamo anche Hugh Jackman che interpreta il villain di turno (secondo me poteva essere usato meglio, qui è solo un personaggio bidimensionale), nel film recitano anche due membri del gruppo elettrorap sudafricano Die Antwoord (mi ha colpito molto la somiglianza impressionante del cantante con Enzo Salvi ).



Il punto centrale del film riamane comunque la coscienza del robot Chappie: la sua capacità di distinguere tra il bene e il male e la sua capacità di provare emozioni umane.  Appena viene attivato Chappie si comporta esattamente come un bambino perché proprio come un bambino deve ancora capire e comprendere il mondo che lo circonda ma la sua capacità di apprendimento è prodigiosa e presto inizia a parlare e ad elaborare concetti anche complessi come “promessa” oppure “crimine”. Chappie ha un modello di apprendimento che si basa sull’imitazione ma qui sta il problema: gli unici modelli che può imitare sono i suoi rapitori, questi cercano di inculcargli il loro stile di vita insegnandogli come sparare, come muoversi e come camminare come un gangsta. Qui troviamo uno degli aspetti meglio riusciti del film: mostrare come chiunque se messo in un certo ambiente finirà con il conformarsi ai modelli comportamentali di quell’ambiente. Da qui il film prende anche degli spunti comici: è assurdo vedere un robot con al collo 4/5 collane d’oro che parla con il gergo del ghetto e cammina con le movenze di un rapper.



Per quanto riguarda la realizzazione del robot in sé a mio avviso su questo punto non si possono trovare pecche. Chappie è stato costruito molto bene, ha dei movimenti credibili e pur non avendo una faccia prettamente antropomorfa è in grado di trasmetterci i suoi stati d’animo mediante delle espressioni del volto molto caratteristiche. E’ un peccato che non vi possa parlare del finale che per certi versi rappresenta la parte più stimolante del film, ma siccome non voglio fare spoiler vi rileverò solo che nel finale si esplorano le possibili frontiere della robotica e vengono posti degli interessanti interrogativi su quali possano essere i confini tra ciò che è umano e ciò che è meccanico.


Questo film ha delle idee interessanti che però non sono sufficienti per poterlo definire un prodotto completo. In generale, secondo me, non funziona appieno; siamo di fronte ad un buon film che però a mio parere non è stato sviluppato completamente e avrebbe potuto essere migliorato sotto molti punti di vista primo fra tutti quello narrativo. Peccato perché il regista con i suoi primi due film aveva intrigato anche me che non sono un amante dello sci-fi, con Humandroid invece non riesce ad entusiasmarmi. Spero che con i prossimi lavori si faccia perdonare.
Vi linko il trailer del film così se avete voglia potete dare un’occhiata e vedere se vi può interessare.

Antonio Margheriti




martedì 7 aprile 2015

1992 - Episodi 3 e 4

Dopo aver visto i primi due episodi confesso di essere rimasto piacevolmente sorpreso: la serie funzionava anche se le promesse iniziali erano state parzialmente infrante dalle scelte narrative degli sceneggiatori. In questi due episodi invece il livello del prodotto precipita vertiginosamente verso la mediocrità a siamo abituati da anni in Italia.


La doppia narrazione vista la scorsa settimana aveva portato lo spettatore ad identificarsi con i protagonisti e ad appassionarsi agli avvenimenti legati allo scandalo Mani Pulite. Queste due componenti, correttamente bilanciata, avevano reso la serie interessante e coinvolgente, ma, venuta a mancare quasi completamente una delle due, il risultato è deludente. 1992 manca clamorosamente il bersaglio perdendo di vista quello che almeno in partenza era l’obbiettivo annunciato della serie, ossia quello di raccontare in maniera fresca e trasversale l’alba di Tangentopoli e la corruzione dilagante nell’anno in cui il serial è ambientato.  A parte un paio di scene incentrate su Antonio Di Pietro, sempre meno credibile rispetto all’originale, e sul dottor Mainaghi (uno dei pochi personaggi che mantengono un’aria di credibilità), la serie si focalizza unicamente sui sei personaggi immaginari. Alcune idee discrete come quella di introdurre Falcone e il pool antimafia, vengono rese inconsistenti da una realizzazione poco precisa e da tempistiche del tutto inaccettabili. Miriam Castello Leone impersona una ragazza troppo lontana dal mondo di mani pulite per risultare interessante agli occhi di uno spettatore critico; fortunatamente però il livello di recitazione dell’attrice siciliana si mantiene a livelli più che discreti, come nella scena della morte di Mainaghi (una delle più ispirate finora).


Il Dandi si conferma un ottimo caratterista impersonando un personaggio intrigante, misterioso e accattivante che non ha ancora rivelato la sua vera natura, solamente intravista nel rapporto tra il suddetto personaggio e Stefano Accorsi.
Bibi risulta la meno azzeccata dei protagonisti finora dal punto di vista recitativo. Tea Falco sembra sempre fuori posto, ogni frase un fastidioso, monotono lamento e ciò influisce decisamente sull’empatia che lo spettatore può sviluppare nei confronti di un simile insulto recitativo. Le premesse fanno pensare ad uno sviluppo interessante della storia della novella imprenditrice milanese, stavolta davvero invischiata in faccende più importanti delle semplici disavventure di una viziata figlia di papà, ma l’errore madornale nella scelta dell’attrice al casting potrebbe seriamente compromettere questo braccio della narrazione.


Pietro Bosco è invece la sorpresa positiva della prima parte della serie: l’interpretazione molto convincente e credibile regalata dall’ispettore Manara si accompagna ad uno sviluppo della trama assai interessante legato strettamente alla politica italiana del tempo. La corruzione e le meccaniche sporche che regolano la vita parlamentare emergono in maniera chiara e ben congeniata. Lo spettatore è portato a provare simpatia per il deputato, nonostante questo faccia parte di una Lega macchiata. Uno dei pochi motivi che spingono ad attendere i prossimi episodi.
Diele soffre della sindrome Falco, ossia la totale assenza di espressività e ciò emerge in maniera meno pesante per il ruolo che l’attore interpreta. Il vero problema sta nella costruzione del personaggio: con il potenziale dato dal legame diretto di Pastore con Di Pietro ci si aspettava decisamente un’implicazione maggiore del procuratore aggiunto nella vicenda Mani Pulite, invece questa è pesantemente ed ingiustificatamente oscurata da un AIDS inserito forzatamente nella trama e da una vendetta misteriosa che, se non lo ha già fatto fino ad ora, rischia davvero di stancare e rendere insopportabile il personaggio in questione.


Leonardo Notte è invece l’emblema della mediocrità mostrata da “1992” nelle ultime puntate. Ottime potenzialità gettate al vento nella caratterizzazione di un personaggio che non va da nessuna parte: troppe sfaccettature, troppi eventi tra loro sconnessi (come la mancata espulsione della figlia, evitabile) che cercano di sviluppare una personalità interessante ma che falliscono generando confusione, noia, inutilità. La storia del presunto assassinio funziona ancora ma ha ben poco a che fare, almeno finora, con Tangentopli. Accorsi  poi non aiuta con il solito sguardo vacuo e il sorrisetto irritante.


L’ambientazione non ricorda quasi mai il 1992. Altra pecca della serie.
Delusione profonda, viste soprattutto le potenzialità mostrate nelle prime due puntate. Il tempo per fare meglio non manca ma la via è completamente sbagliata. Speriamo cambi e speriamo lo faccia presto.

martedì 31 marzo 2015

1992 - Episodi 1 e 2

Dopo aver visto i primi due episodi della serie 1992 in onda su Sky ho pensato di aprire questa nuova rubrica, con cadenza settimanale, nella quale analizzo il prosieguo della narrazione e lo sviluppo dei protagonisti. Ovviamente non mi prendo responsabilità per eventuali spoiler necessari per analizzare al meglio la serie, quindi la lettura di questi articoli è consigliata principalmente a coloro che hanno già visto gli episodi in questione. Oltre un’analisi delle singole puntate ho pensato di cogliere l’occasione per presentare il prodotto e farne un’analisi qualitativa. Scusate la lunghezza. Cominciamo…



Sky colpisce ancora nel segno con 1992, la nuova serie evento in esclusiva su Sky Atlantic nata da un’idea di Stefano Accorsi. Dopo “Romanzo Criminale - la Serie” e “Gomorra -la Serie” l’emittente satellitare torna a produrre un serial televisivo di alto livello. Il fatto che i primi due episodi siano stati trasmessi in prima tv in contemporanea in vari altri paesi europei denota le alte aspettative riposte nella serie che possiamo definire “di punta” per Murdoch e soci.


Gli argomenti trattati sono ormai noti a tutti. Quattro soli numeri riportano alla mente di tutti gli Italiani quell’inizio. L’arresto per corruzione del senatore Mario Chiesa, il 17 Febbraio dell’anno fulcro della serie, apre la famosa stagione di Mani Pulite. Un vero e proprio terremoto che scuoterà le fondamenta di un sistema politico-economico ben collaudato e porterà alla luce il marcio che si cela sotto. Allo stesso modo comincia anche “1992”: un giovane ufficiale della polizia giudiziaria, Luca Pastore, interpretato da Domenico Diele, scopre il senatore del PSI intento a gettare nel water alcune banconote segnate dal pool di Antonio Di Pietro (esageratamente eroico in questi primi episodi) e il vaso di Pandora è scoperchiato. Ci sono tutti: il sopracitato Chiesa, Craxi, Dell’Utri nominato a più riprese, Silvio che con una battuta (“Pulisci sempre l’asse, mi raccomando, altrimenti chi viene dopo pensa che sia stato tu a sporcare”) riesce a riassumere lo spirito del sistema di cui è uno dei pilastri, Bossi e molti altri.


Gli sceneggiatori, tra cui lo stesso Freccia, optano però per una scelta diversa dal solito: decidono di narrare le vicende di tangentopoli attraverso le vicissitudini di sei personaggi di fantasia, forse in cerca d’autore, che intrecciano le loro strorie personali con l’inchiesta in maniera indissolubile. Fin dall’inizio ci vengono quindi presentati gli ufficiali giudiziari Pastore e Venturi (Dandi), entrambi impegnati con Di Pietro alla ricerca di prove contro i politici e gli imprenditori coinvolti in Tangentopoli ed entrambi spinti da uno spirito di vendetta, su cui aleggia un velo di mistero, e per cui sono disposti a tutto pur di incastrare determinati personaggi pubblici. Si passa poi alla presentazione del personaggio più ambiguo della serie finora, ossia Leonardo Notte, interpretato da Accorsi, che, in veste di dipendente dell’ormai celebre Publitalia ’80, viene spinto ad intrattenere rapporti di lavoro con Dell’Utri e con la Fininvest. Notte risulta cinico e deciso nel suo lavoro e con le donne, ma non sembra mai convinto del suo operato quando si tratta di lavorare a braccetto con la politica, tanto che nel secondo episodio abbandona stizzito una convention a Roma organizzata dalle lobby politiche per discutere delle elezioni imminenti. Egli intrattiene anche rapporti occasionali con un’altra protagonista: Veronica Castello, interpretata da una più che mai convincente Miss Miriam Leone. Questa rappresenta una generazione di avvenenti ragazze entrata nel mondo dello spettacolo attraverso le conoscenze giuste. In questo caso specifico la Leone interpreta l’amante di Mainaghi, potente industriale milanese, invischiato fino al collo nell’inchiesta. La ragazza riesce quindi ad ottenere una parte da protagonista a “Domenica In” poco prima che il sopracitato imprenditore venga incastrato da un’abile mossa fuorilegge di Pastore. Questo porta la Castello ad affrontare il suo nuovo futuro, prima radioso, senza le spalle coperte. Altri due protagonisti degni di nota sono Bosco, ex militare interpretato da un irriconoscibile Manara, che per una serie di coincidenze diviene deputato per la Lega e Bibi Mainaghi, figlia dell’imprenditore, che finora ha avuto un ruolo marginale. Il grande merito di questi personaggi è la naturale umanità con cui reagiscono agli eventi. Chiunque di noi potrebbe immedesimarsi in queste figure più ombre che luci.


La scelta è quindi quella di rendere il ’92, Tangentopoli, lo sfondo di queste vicende che si intrecciano; uno sfondo mobile però, perché in soli due episodi la storia ingrana e la narrazione scorre piacevolmente senza che lo spettatore avverta lo stacco tra realtà e finzione.
Dopo due puntate, della durata di cinquanta minuti ciascuna, è già possibile tirare le somme relative al comparto tecnico della serie: la regia è curata ma a tratti ripetitiva, soprattutto nelle riprese sfocate, fotografia iperrealistica e moderna che funziona ma allontana l’ambientazione proposta da quella anni ’90 a cui il serial dovrebbe rifarsi, le prove attoriali sono discrete, con pochi alti e qualche basso di troppo per una serie Sky (il Freddo ci aveva abituati meglio). Il grande problema di questo prodotto è l’audio, decisamente sotto le aspettative: alcuni dialoghi risultano incomprensibili e necessitano di due, tre ascolti e alcune battute sono state ridoppiate successivamente creando un fastidioso effetto ventriloquo. Spero i fonici si riprendano nel corso delle prossime puntate.



In sostanza prodotto medio-alto che sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, che la qualità nostrana respira ancora sepolta sotto chilometri di fiction. Se come me non avete vissuto in prima persona questo tragico momento storico per il nostro paese è bene che recuperiate i primi episodi e vi mettiate al passo con la serie, se invece non siete più giovincelli e volete avere una nuova versione dei fatti, raccontata da un punto di vista diverso, questo potrebbe essere il prodotto che fa per voi. Intrattiene fornendo contenuti. Quando tutto cambiò per tornare ad essere come prima. Si scrive 1992, si legge 2015.