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martedì 6 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA - SPECIALE ZALONE

La scorsa settimana ho avuto il piacere/onore di rivedere Cado Dalle Nubi, esordio cinematografico del comico pugliese Checco Zalone. E fin qui nulla di nuovo. Sabato, come da programma, mi sono dedicato alla stesura delle consuete Recensioni della Settimana che voi tanto amate, o almeno a cui volete bene. Un po’ di bene non si nega a nessuno. Partito con l’idea di rimanere all’interno delle consuete dieci righe di schermo elettronico, la mia mente è deragliata andando a toccare temi più profondi della semplice e piatta recensione. Ecco a voi dunque RdS - Speciale Zalone, una parentesi nel nostro percorso.



FILM: Cado dalle Nubi (2009)
Checco Zalone è una realtà ormai consolidata del cinema italiano. Ogni suo film viene pubblicizzato oltremodo e monopolizza l’intero palinsesto cinematografico per un determinato periodo. Questo aspetto, unito all’ignoranza di fondo di noi Italiani riguardo la cultura cinematografica, ha fatto sì che le pellicole del Dottor Luca Medici (laureato in giurisprudenza) siano osannate e segnino sempre nuovi record in termini di incassi. Ma sarà tutto oro quello che luccica? Bastano questi elementi a decretare il capolavoro? Parliamone.
Checco Zalone nasce dalla tv, da quello che una volta era un discreto programma di Cabaret come Zelig. Zalone fu uno dei primi comici di successo che non provenivano dal milanese e che quindi approfittarono della “nazionalizzazione” del programma di Claudio Bisio a metà degli anni 2000; altri ad esempio furono Ficarra e Picone, che non sono affatto sfuggiti alle mie critiche (cliccare perscoprire). Il primo Checco era un quasi simpatico ragazzo Barese che si spacciava per cantante e divertiva il pubblico attraverso brevi monologhi sgrammaticati, ma soprattutto attraverso le parodie e le imitazioni, forse vero cavallo di battaglia dell’artista. Non la mia odierna comicità, ma comunque non per forza disprezzabile all’epoca della messa in onda (non biasimatemi; dieci anni sono pochi). A Zelig si aggiunsero partecipazioni a vari programmi Mediaset, qualche comparsata in Rai, la canzone dei mondiali 2006 e uno squallido programma musicale con Amadeus ("La donna rossa"). Poi il salto sul grande schermo. Il tentativo di riproporre quanto fatto vedere in pochi minuti di cabaret in novanta minuti di pellicola e di bissare l’enorme successo ottenuto in tv. Poteva funzionare tutto ciò? Probabilmente no, ma, dati alla mano, ha funzionato eccome.
Il suo primo film, risalente all’ormai lontano 2009, fu Cado dalle Nubi, commedia semplice e immediata che vede Checco, bigotto disoccupato del Sud, lasciare la sua città d’origine per trovare fortuna come cantante a Milano. A grandi linee una caricatura di quella che potrebbe essere davvero stata la storia di Luca Medici. Sketch già visti, recitazione bassa e molto caricaturale, scrittura banale e regia pessima. Sostanzialmente la regia, nei film di Zalone, è pressoché assente. Tutto sembra lo svolgersi di siparietti di Cabaret davanti ad una macchina da presa che svolge il suo ruolo senza lasciare il segno. Tutto scialbo, forse già visto. Eppure il suo miglior film, eppure un successo enorme di pubblico e, in alcuni casi, anche di critica. Forse la novità, chissà.
Gli unici punti a Favore di Cado dalle Nubi sono i momenti di critica sociale inseriti in maniera poco velata dall’autore pugliese: discriminazioni contro il Sud,bigottismo dell’Italiano Medio, omosessualità, disoccupazione ed altro. Tutto è però troppo caricato e infantile per riuscire a colpire la mente dello spettatore e a godere dello spettacolo rimane solo lo stomaco. Anche i successivi film di Zalone non perdono occasione per parlare di temi scottanti come riforma del lavoro e terrorismo, ma sempre con uno stile che non fa uscire dalla sala con un sorriso amaro, agrodolce. Esistono tanti altri modi di fare critica sociale. D’altro canto però, sorvolando sullo stile, le scrittura, la tecnica e gli intenti, rimane la comicità. Sotto questo punto di vista il film funziona discretamente mostrando buoni tempi comici e discrete trovate per mandare avanti una linea comica che altrimenti sarebbe davvero sterile. Un bilancio insomma negativo a livello complessivo, ma che denota quanto in realtà un talento cabarettistico sia effettivamente presente dietro l’ignoranza di un personaggio televisivo che sarebbe potuto rimanere tale. Qualche potenzialità a metà tra grettezza e intelligenza che ha virato troppo facilmente verso il primo modello. Una carrellata di battute sì divertenti, buffe, ma a tratti vuote e legate male tra loro e al contesto non è per forza cinema. Spazio in Italia non ce n’è molto, lasciatelo a chi sa fare cinema e vuole provare a cambiare le cose. Lo specchio dei nostri tempi. VOTO: 5



P.S.: vogliamo poi parlare di come verremo obbligati a guardare il suo prossimo lavoro con la forza della mancanza di alternative? Star Wars uscirà poi in linea con il resto del mondo o dovremo aspettare? Ecco un boccone troppo amaro che quasi mai riesco a buttare giù: la mancanza di alternative è uno dei problemi che hanno portato il cinema italiano dov’è oggi. Guardo Zalone oppure niente? Ah no, aspettate: guardo Zalone oppure i Vanzina? Ora sì che ragioniamo.


martedì 19 maggio 2015

#HARAGIONESALVINI

Parliamoci chiaro: l’immigrazione di massa rappresenta una delle più grandi piaghe degli ultimi anni. In particolare quella dei ROM, che arrivano nel nostro paese, impongono la loro becera cultura di nomadi e vivono sulle spalle degli italiani perbene scippando, stuprando e uccidendo. Non voglio essere razzista, voglio essere obiettivo. I ROM minacciano apertamente la nostra cultura, formata e difesa nel corso degli anni, e la nostra società. È arrivato quindi il momento di dire BASTA, basta all’immigrazione, basta ai ROM, basta a quei politici sinistroidi, come la Boldrini, che continuano a difendere una popolazione parassita indifendibile. Basta, Salvini ha ragione su tutta la linea, (#haragionesalvini) abbiamo superato il limite, è arrivato il momento che la gente italiana perbene come noi si ribelli a tutto ciò, è arrivato il momento della #Ruspa.


Ho immaginato quindi un giorno in Italia senza più il peso dei ROM e dei loro sudici campi e ho fatto un elenco di tutto ciò che riusciremmo a risolvere in sole ventiquattro ore senza quel popolo di clandestini.


Se li mandassimo tutti a casa le strade sarebbero più pulite;
se li mandassimo tutti a casa ci sarebbe più lavoro per gli Italiani che amano la patria;
se li mandassimo tutti a casa ci sarebbe più legalità e meno scippi;
… ci sarebbero meno tasse da pagare per tutti;
… si abolirebbe la legge Fornero e gli anziani (nel 2015 “non più giovani”) potrebbero andare in pensione a 60 anni;
… i parlamentari rinuncerebbero agli stipendi monstre, alle maxipensioni e a tutti gli agi di cui godono;
… i parlamentari voterebbero finalmente per la diminuzione drastica del numero di deputati e senatori;
Belsito restituirebbe i 40 milioni sottratti;
… il Trota straccerebbe la sua laurea albanese e ne conseguirebbe una più qualificante in Italia, magari in ingegneria dei materiali e delle nanotecnologie al Politecnico di Milano;
Berlusconi smetterebbe di andare a prostitute (minorenni ma lui non sa niente, un po’ come Jon Snow);
… l’ex Cavaliere smetterebbe di “scendere in campo” ogni volta che ha bisogno di una legge ad personam;
… Silvio venderebbe il Milan e la tanto invischiata Fininvest al fantomatico mister Bee;
… Ruby sarebbe davvero la nipote di Mubarak;
… Ruby ammetterebbe di soffrire della sindrome di Benjamin Button;
Renzi comincerebbe a fare le riforme del lavoro consultando prima quelli che del lavoro vivono;
… Renzi imparerebbe l’Inglese;
Shish;
… la Juve smetterebbe di rubare gli scudetti ai poveri lupetti (non gli scout, i romanisti);
… il gol di Muntari sarebbe valido e lo scudetto del 2011 sarebbe assegnato al Milan;
… Conte ammetterebbe di avere un gatto morto in testa;
… tornerebbe Sarabanda con Enrico Papi;
Moooseca;
Civati tornerebbe nel PD;
… Civati uscirebbe di nuovo dal PD perché Matteo non si sopporta, dai, non si può;
… gli amici di Maria ammetterebbero che sta Maria non è che la sopportano troppo dopotutto;
… Renzi comincerebbe a fare una politica di sinistra….. ahahahah no scherzo, questo è impossibile;
… il canone RAI smetterebbe di essere una tassa altamente anticostituzionale;
Mattarella diventerebbe un uomo notabile;
Don Matteo continuerebbe a fare Don Matteo;
… Giurato ammetterebbe di averci trollati tutti per anni;
… si smetterebbe di continuare a tagliare i fondi alla cultura e alla ricerca, aspetti basilari che formano una popolazione e la salvano dal baratro dell’ignoranza;
… ci sarebbero più case vuote, altre case vuote, solo case vuote;
… la distribuzione cinematografica italiana smetterebbe di passare i film dello studio Ghibli trentordici anni dopo che sono usciti in Giappone;
… Fede Moccia finirebbe la trilogia di “Scusa ma…”;
… gli amici di facebook ti saluterebbero se li incontri per strada;
… tutti i cittadini scenderebbero in piazza per manifestare contro la criminalità organizzata che dopo anni ancora resiste e persiste, chissà perché, Eh Giulio? Giulio sapeva, a differenza di Silvio e soprattutto di Jon;
… Barbara D’Urso smetterebbe di guadagnare attraverso le tragedie degli altri;
… Barbara D’Urso smetterebbe di scrivere libri, cioè spero abbia già smesso, me lo auguro;
… Bruno Vespa smetterebbe di giocare coi plastici;
… gli Italiani comincerebbero a capire che democrazia è partecipazione e partecipazione vuol dire che devi partecipare anche tu se poi vuoi lamentarti come già fai;
… Pannella farebbe lo sciopero della fame, ah no aspetta, mi pare che già lo faccia, ma non si capisce bene perché;
… l’Expo sarebbe finalmente pronto;
… si ammetterebbe che il ventennio Berlusconi, caratterizzato da leggi ad personam, immobilismo e proibizionismo, mirato a distruggere psicologicamente una popolazione per renderla incapace di ribellarsi ad una politica che nulla ha a che vedere con la rappresentanza della volontà popolare, forse e solo forse non è stato una buona cosa;
… Grillo smetterebbe di vedere complotti a destra e a manca e valorizzerebbe le buone idee che i five stars con un po’ di cervello hanno proposto in questi due anni;
… Zelig, Colorado e Made in Sud verrebbero cancellate perché delitto contro l’intelligenza umana;
… la Chiesa Cattolica pagherebbe l’IMU;
… Lory Del Santo chiuderebbe la produzione di “The Lady 2”;
… le carceri sarebbero messe a norma secondo le leggi imposte dall’UE;
… la Chiesa Cattolica ammetterebbe di essere un’impresa;
… ci sarebbe finalmente la libertà di espressione e di satira, che sostanzialmente non c’è mai stata (“Oggi cerco Luttazzi e non lo trovo sul canale”);
… Papa Francesco smetterebbe di istigare Denis a delinquere;
… la Chiesa Cattolica smetterebbe di influenzare e condizionare l’italiano medio così tanto;
… la domenica in chiesa ci andrebbero solo quelli che davvero ci credono e vivono secondo gli insegnamenti di Cristo non quelli che vanno perché gli altri vedano che ci sono andati o per avere la coscienza pulita da retaggi culturali ormai banali;
… se firmi contro una donna che offre il suo alloggio ai poveri e ai bisognosi solo perchè questi sono Africani, non credo tu sia un vero cristiano;
… la Boldrini ammetterebbe di avere origini congolesi, in realtà è albina;
… si tornerebbe a credere negli ideali politici che hanno dato voce a milioni di Italiani in passato e si smetterebbe di continuare a sostenere un “Grande Centro” che va dal PD a FI e che prevede una linea di pensiero comune a tutti;
… il Sud smetterebbe di essere più arretrato del Nord. Il Nord che lavora, il Nord che produce mentre al Sud ci sono quelli a cui piace farsi mantenere, quelli che dormono dalla mattina alla sera, Io sono stanco di pagarele tasse anche per…. Eh? Come? Ah non va più di moda il secessionismo e il razzismo verso il Sud? Ah niente allora;
Salveenee finirebbe gli argomenti e, non potendo tornare indietro sui suoi passi (federalismo razzista verso il Sud), concentrerebbe la sua politica sui tombini di ghisa.


Se per un giorno li mandassimo tutti a casa loro (anche se molti o non hanno una casa o ce l’hanno ed è in Italia) ci accorgeremmo finalmente che il nostro problema, il problema degli Italiani perbene sono gli Italiani perbene, gli stessi che dietro una tastiera e l’anonimato di un nickname sparano a zero sugli immigrati auspicando il ritorno delle camere a gas. Gli stessi che oggi sono deputati, ma ieri erano i dipendenti, gli imprenditori che volevano sovvertire il sistema. Il problema siamo tutti, un meccanismo che non cambia e non impara dalla storia, un popolo che, come un certo Adolfo SS, continua a cercare un capro espiatorio per tutti i problemi che affliggono il paese.
Se state ancora guardando il ROM, l’immigrato o il debole in generale giratevi, il problema è altrove, il problema siamo noi.

domenica 26 aprile 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 20-26 APRILE




FILM: ZODIAC (2007)
Bryan Singer conferma ancora una volta le proprie doti registiche confezionando un prodotto stilisticamente impeccabile. La sola sequenza iniziale, con movimenti di macchina classici ma ben realizzati, vale da sola il prezzo del biglietto. L’ambientazione anni ’60 è resa in maniera azzeccata attraverso una precisa cura del particolare, meno ispirata quella anni ’70, ma comunque accettabile. Le interpretazioni dei tre protagonisti sono discrete ma nulla più; se dovessi premiarne una sceglierei quella di Mark Hulk Ruffalo perché più convincente, anche se non supportata da un doppiaggio italiano all’altezza. Il vero problema del film è la lentezza: da un thriller-giallo-poliziesco ci si aspetterebbe una dose di adrenalina decisamente maggiore, invece, complice anche la lunghezza eccessiva della pellicola, i momenti di tensione risultano essere due o tre, nulla più. Per il resto è calma piatta, solo investigazione su investigazione. Ovviamente stiamo parlando di una scelta stilistica e registica, non di una mancanza del film. Singer ha voluto esplicitamente rifarsi ad un genere di cinema che si riprende i polizieschi degli anni in cui la pellicola è ambientata, quei polizieschi realizzati con poco budget e quindi privi di scene d’azione e inseguimenti al cardiopalma, ma fondati sui dialoghi, sul carisma dei personaggi e sulla scoperta progressiva di nuovi indizi. Tutto in verità è lineare, coerente e credibile, ma troppo lontano dalla frenetica realtà odierna per riuscire a coinvolgere appieno lo spettatore. Un film di nicchia, un film d’altri tempi. La pecca più grande rimane però il finale mozzato, una mancanza che abbassa inesorabilmente il livello del prodotto facendo sfociare nel nulla quella poca tensione che si era accumulata in due ore e mezza di visione. Iron Man sfruttato male. VOTO: 6.5



FILM: I FRATELLI GRIMM E L’INCANTEVOLE STREGA (2005)
Terry Gilliam. Dicono di lui sia un regista visionario, un genio del cinema moderno, e a dirla tutti i suoi grandi film li ha girati (“Brazil” e “La Leggenda del Re Pescatore”), ma stavolta pecca di presunzione nella riproposizione romanzata della storia dei due fratelli tedeschi scrittori di fiabe per bambini. La trama sa di già visto e a tratti fa acqua ma tutto sommato è godibile nella sua semplicità e immediatezza, i protagonisti invece sono stati rielaborati in maniera interessante e più moderna, Il genio ribelle e il Joker riescono poi a caratterizzarli in maniera soddisfacente. I problemi sono da ricercarsi altrove: la comicità quasi sempre banale ad esempio non strappa mai neanche un sorriso abbozzato, sembra quasi diretta ad un pubblico infantile (quello delle fiabe dei Grimm appunto), ma alcune scene crude e le ambientazioni cupe allontanano i bambini dal prodotto. I personaggi secondari sono sempre eccessivi e macchiettistici e ciò risulta fastidioso alla lunga. La regia è monotona e stancante, Gilliam ripropone sempre le stesse inquadrature che potrebbero sembrare azzardate e innovative solo la prima volta che vengono realizzate, alla seconda cominciano a sembrare pesanti, alla terza il regista ha ormai definitivamente superato il limite. Variare e spaziare senza mai far sentire la propria mano sull’opera in maniera eccessiva. La fotografia inoltre ha degli sbalzi improvvisi e inspiegabili, per non parlare dell’uso della computer grafica, forse l’unico motivo di riso in tutto il film.
Gillian ci propone poi delle "finissime" citazioni alle fiabe classiche, come Raperonzolo e l’omino di marzapane, ma sono fatte in maniera così grezza e superficiale che riescono a diventare una pecca per il film anziché elevarne il livello. A tratti il restista sembra temporeggiare sulle inquadrature relativa alle citazioni, come a voler dire: “Ehi! Avete visto tutti, vero? Avete visto tutti che magistrale citazione che ho fatto?”. Irritante e presuntuoso. VOTO: 4.5



ALBUM: DEMON DAYS (2005)
La band virtuale più famosa al mondo si conferma con questo secondo lavoro in studio ancora più eclettico, ancora più coinvolgente. Stavolta Damon Albarn decide di puntare prevalentemente sull’elettronica applicata all’alternative rock classico dei Blur senza però trascurare influenze pop, hip-hop e rap. Il risultato di questa commistione è un disco complesso, musicalmente particolare e indubbiamente di qualità. Ogni brano dimostra di avere una linea di fondo che non viene mai stravolta del tutto, una sorta di coerenza musicale che contraddistingue l’opera in toto. I suoni non sono mai esasperati e ridondanti, ma sottili e ricercati anche se faticano a raggiungere un livello di introspezione tale da risultare diversi a seconda dell’ascoltatore. A tratti quest’album sembra non voler andare incontro all’acquirente, ma aspetta che sia questo a porsi nel giusto stato d’animo per poter gustare ciò che il prodotto ha da offrire. “Feel Good Inc.” funziona splendidamente perché è la più pop e accessibile delle canzoni presenti, ma anche “DARE” segue la stessa linea. I brani che invece colpiscono maggiormente un individuo ben disposto all’ascolto potrebbero essere “Kids With Guns”, “Dirty Harry” e “Damon Days”. Le collaborazioni sono quasi tutte valide e interessante, leggermente meno ispirate quelle legate al mondo dell’hip-hop.
 Un lavoro innovativo, coraggioso e non immediato. Un album di nicchia ben riuscito. VOTO: 8



ALBUM: TURISTI DELLA DEMOCRAZIA (2012)
Il panorama indie in Italia negli ultimi anni è decisamente in crescita. Sempre più gruppi, meno pop di quelli famosi, nel loro piccolo producono lavori molto validi e interessanti che purtroppo non riescono ad emergere e raggiungere la notorietà. È questo il caso de “Lo Stato Sociale” che con due album hanno ottenuto un successo notevole a livello nazionale. Oggi parliamo del primo, “Turisti della Democrazia” che già dalla copertina suggerisce l’irriverenza che caratterizza l’intero prodotto. Le sonorità spaziano dall’elettronica, al pop, all’indie rock rimanendo però sempre orecchiabili e accessibili a tutti. L’accessibilità è infatti uno dei punti cardini della musica del quintetto bolognese; l’obiettivo principale infatti è quello di far risaltare i testi, vera anima dell’album, e quindi l’aspetto musicale è sì curato, ma non vuole eccedere per rischiare di allontanare un determinato pubblico dal messaggio che ogni canzone porta con sé. Come detto i testi sono il veri protagonisti dell’opera; testi intelligenti, acuti, ironici e acidi che denunciano la politica italiana, le nuove tendenze giovanili, l’ipocrisia della classe media-borghese e in generale tutto il marcio che si nasconde nello stivale. Testi che aumentano il valore del prodotto e invitano a riflettere accompagnati da motivetti coinvolgenti. Una conferma che i luoghi comuni sulla mancanza di valore artistico oggi in Italia lasciano il tempo che trovano. VOTO: 8

martedì 7 aprile 2015

1992 - Episodi 3 e 4

Dopo aver visto i primi due episodi confesso di essere rimasto piacevolmente sorpreso: la serie funzionava anche se le promesse iniziali erano state parzialmente infrante dalle scelte narrative degli sceneggiatori. In questi due episodi invece il livello del prodotto precipita vertiginosamente verso la mediocrità a siamo abituati da anni in Italia.


La doppia narrazione vista la scorsa settimana aveva portato lo spettatore ad identificarsi con i protagonisti e ad appassionarsi agli avvenimenti legati allo scandalo Mani Pulite. Queste due componenti, correttamente bilanciata, avevano reso la serie interessante e coinvolgente, ma, venuta a mancare quasi completamente una delle due, il risultato è deludente. 1992 manca clamorosamente il bersaglio perdendo di vista quello che almeno in partenza era l’obbiettivo annunciato della serie, ossia quello di raccontare in maniera fresca e trasversale l’alba di Tangentopoli e la corruzione dilagante nell’anno in cui il serial è ambientato.  A parte un paio di scene incentrate su Antonio Di Pietro, sempre meno credibile rispetto all’originale, e sul dottor Mainaghi (uno dei pochi personaggi che mantengono un’aria di credibilità), la serie si focalizza unicamente sui sei personaggi immaginari. Alcune idee discrete come quella di introdurre Falcone e il pool antimafia, vengono rese inconsistenti da una realizzazione poco precisa e da tempistiche del tutto inaccettabili. Miriam Castello Leone impersona una ragazza troppo lontana dal mondo di mani pulite per risultare interessante agli occhi di uno spettatore critico; fortunatamente però il livello di recitazione dell’attrice siciliana si mantiene a livelli più che discreti, come nella scena della morte di Mainaghi (una delle più ispirate finora).


Il Dandi si conferma un ottimo caratterista impersonando un personaggio intrigante, misterioso e accattivante che non ha ancora rivelato la sua vera natura, solamente intravista nel rapporto tra il suddetto personaggio e Stefano Accorsi.
Bibi risulta la meno azzeccata dei protagonisti finora dal punto di vista recitativo. Tea Falco sembra sempre fuori posto, ogni frase un fastidioso, monotono lamento e ciò influisce decisamente sull’empatia che lo spettatore può sviluppare nei confronti di un simile insulto recitativo. Le premesse fanno pensare ad uno sviluppo interessante della storia della novella imprenditrice milanese, stavolta davvero invischiata in faccende più importanti delle semplici disavventure di una viziata figlia di papà, ma l’errore madornale nella scelta dell’attrice al casting potrebbe seriamente compromettere questo braccio della narrazione.


Pietro Bosco è invece la sorpresa positiva della prima parte della serie: l’interpretazione molto convincente e credibile regalata dall’ispettore Manara si accompagna ad uno sviluppo della trama assai interessante legato strettamente alla politica italiana del tempo. La corruzione e le meccaniche sporche che regolano la vita parlamentare emergono in maniera chiara e ben congeniata. Lo spettatore è portato a provare simpatia per il deputato, nonostante questo faccia parte di una Lega macchiata. Uno dei pochi motivi che spingono ad attendere i prossimi episodi.
Diele soffre della sindrome Falco, ossia la totale assenza di espressività e ciò emerge in maniera meno pesante per il ruolo che l’attore interpreta. Il vero problema sta nella costruzione del personaggio: con il potenziale dato dal legame diretto di Pastore con Di Pietro ci si aspettava decisamente un’implicazione maggiore del procuratore aggiunto nella vicenda Mani Pulite, invece questa è pesantemente ed ingiustificatamente oscurata da un AIDS inserito forzatamente nella trama e da una vendetta misteriosa che, se non lo ha già fatto fino ad ora, rischia davvero di stancare e rendere insopportabile il personaggio in questione.


Leonardo Notte è invece l’emblema della mediocrità mostrata da “1992” nelle ultime puntate. Ottime potenzialità gettate al vento nella caratterizzazione di un personaggio che non va da nessuna parte: troppe sfaccettature, troppi eventi tra loro sconnessi (come la mancata espulsione della figlia, evitabile) che cercano di sviluppare una personalità interessante ma che falliscono generando confusione, noia, inutilità. La storia del presunto assassinio funziona ancora ma ha ben poco a che fare, almeno finora, con Tangentopli. Accorsi  poi non aiuta con il solito sguardo vacuo e il sorrisetto irritante.


L’ambientazione non ricorda quasi mai il 1992. Altra pecca della serie.
Delusione profonda, viste soprattutto le potenzialità mostrate nelle prime due puntate. Il tempo per fare meglio non manca ma la via è completamente sbagliata. Speriamo cambi e speriamo lo faccia presto.

martedì 31 marzo 2015

1992 - Episodi 1 e 2

Dopo aver visto i primi due episodi della serie 1992 in onda su Sky ho pensato di aprire questa nuova rubrica, con cadenza settimanale, nella quale analizzo il prosieguo della narrazione e lo sviluppo dei protagonisti. Ovviamente non mi prendo responsabilità per eventuali spoiler necessari per analizzare al meglio la serie, quindi la lettura di questi articoli è consigliata principalmente a coloro che hanno già visto gli episodi in questione. Oltre un’analisi delle singole puntate ho pensato di cogliere l’occasione per presentare il prodotto e farne un’analisi qualitativa. Scusate la lunghezza. Cominciamo…



Sky colpisce ancora nel segno con 1992, la nuova serie evento in esclusiva su Sky Atlantic nata da un’idea di Stefano Accorsi. Dopo “Romanzo Criminale - la Serie” e “Gomorra -la Serie” l’emittente satellitare torna a produrre un serial televisivo di alto livello. Il fatto che i primi due episodi siano stati trasmessi in prima tv in contemporanea in vari altri paesi europei denota le alte aspettative riposte nella serie che possiamo definire “di punta” per Murdoch e soci.


Gli argomenti trattati sono ormai noti a tutti. Quattro soli numeri riportano alla mente di tutti gli Italiani quell’inizio. L’arresto per corruzione del senatore Mario Chiesa, il 17 Febbraio dell’anno fulcro della serie, apre la famosa stagione di Mani Pulite. Un vero e proprio terremoto che scuoterà le fondamenta di un sistema politico-economico ben collaudato e porterà alla luce il marcio che si cela sotto. Allo stesso modo comincia anche “1992”: un giovane ufficiale della polizia giudiziaria, Luca Pastore, interpretato da Domenico Diele, scopre il senatore del PSI intento a gettare nel water alcune banconote segnate dal pool di Antonio Di Pietro (esageratamente eroico in questi primi episodi) e il vaso di Pandora è scoperchiato. Ci sono tutti: il sopracitato Chiesa, Craxi, Dell’Utri nominato a più riprese, Silvio che con una battuta (“Pulisci sempre l’asse, mi raccomando, altrimenti chi viene dopo pensa che sia stato tu a sporcare”) riesce a riassumere lo spirito del sistema di cui è uno dei pilastri, Bossi e molti altri.


Gli sceneggiatori, tra cui lo stesso Freccia, optano però per una scelta diversa dal solito: decidono di narrare le vicende di tangentopoli attraverso le vicissitudini di sei personaggi di fantasia, forse in cerca d’autore, che intrecciano le loro strorie personali con l’inchiesta in maniera indissolubile. Fin dall’inizio ci vengono quindi presentati gli ufficiali giudiziari Pastore e Venturi (Dandi), entrambi impegnati con Di Pietro alla ricerca di prove contro i politici e gli imprenditori coinvolti in Tangentopoli ed entrambi spinti da uno spirito di vendetta, su cui aleggia un velo di mistero, e per cui sono disposti a tutto pur di incastrare determinati personaggi pubblici. Si passa poi alla presentazione del personaggio più ambiguo della serie finora, ossia Leonardo Notte, interpretato da Accorsi, che, in veste di dipendente dell’ormai celebre Publitalia ’80, viene spinto ad intrattenere rapporti di lavoro con Dell’Utri e con la Fininvest. Notte risulta cinico e deciso nel suo lavoro e con le donne, ma non sembra mai convinto del suo operato quando si tratta di lavorare a braccetto con la politica, tanto che nel secondo episodio abbandona stizzito una convention a Roma organizzata dalle lobby politiche per discutere delle elezioni imminenti. Egli intrattiene anche rapporti occasionali con un’altra protagonista: Veronica Castello, interpretata da una più che mai convincente Miss Miriam Leone. Questa rappresenta una generazione di avvenenti ragazze entrata nel mondo dello spettacolo attraverso le conoscenze giuste. In questo caso specifico la Leone interpreta l’amante di Mainaghi, potente industriale milanese, invischiato fino al collo nell’inchiesta. La ragazza riesce quindi ad ottenere una parte da protagonista a “Domenica In” poco prima che il sopracitato imprenditore venga incastrato da un’abile mossa fuorilegge di Pastore. Questo porta la Castello ad affrontare il suo nuovo futuro, prima radioso, senza le spalle coperte. Altri due protagonisti degni di nota sono Bosco, ex militare interpretato da un irriconoscibile Manara, che per una serie di coincidenze diviene deputato per la Lega e Bibi Mainaghi, figlia dell’imprenditore, che finora ha avuto un ruolo marginale. Il grande merito di questi personaggi è la naturale umanità con cui reagiscono agli eventi. Chiunque di noi potrebbe immedesimarsi in queste figure più ombre che luci.


La scelta è quindi quella di rendere il ’92, Tangentopoli, lo sfondo di queste vicende che si intrecciano; uno sfondo mobile però, perché in soli due episodi la storia ingrana e la narrazione scorre piacevolmente senza che lo spettatore avverta lo stacco tra realtà e finzione.
Dopo due puntate, della durata di cinquanta minuti ciascuna, è già possibile tirare le somme relative al comparto tecnico della serie: la regia è curata ma a tratti ripetitiva, soprattutto nelle riprese sfocate, fotografia iperrealistica e moderna che funziona ma allontana l’ambientazione proposta da quella anni ’90 a cui il serial dovrebbe rifarsi, le prove attoriali sono discrete, con pochi alti e qualche basso di troppo per una serie Sky (il Freddo ci aveva abituati meglio). Il grande problema di questo prodotto è l’audio, decisamente sotto le aspettative: alcuni dialoghi risultano incomprensibili e necessitano di due, tre ascolti e alcune battute sono state ridoppiate successivamente creando un fastidioso effetto ventriloquo. Spero i fonici si riprendano nel corso delle prossime puntate.



In sostanza prodotto medio-alto che sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, che la qualità nostrana respira ancora sepolta sotto chilometri di fiction. Se come me non avete vissuto in prima persona questo tragico momento storico per il nostro paese è bene che recuperiate i primi episodi e vi mettiate al passo con la serie, se invece non siete più giovincelli e volete avere una nuova versione dei fatti, raccontata da un punto di vista diverso, questo potrebbe essere il prodotto che fa per voi. Intrattiene fornendo contenuti. Quando tutto cambiò per tornare ad essere come prima. Si scrive 1992, si legge 2015.