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sabato 16 luglio 2016

ATTENTATI, TRENI, OPERE E OMISSIONI

Ogni tanto mi interrogo sul mio ruolo. Sono giovane, ho ancora diversi anni di studio davanti e un blog, piccolo. Ogni tanto mi interrogo sull’utilità di ciò che scrivo, sulle modalità e sulla profondità possibile delle analisi che cerco di proporre. Mi hanno detto scherzosamente che sarei un blogger perché scrivo sul mio blog; rimango un ragazzo giovane con ancora diversi anno di studio davanti. Però, interessandomi al mondo della cultura popolare, alla scrittura e alle modalità d’espressione di questo paese, credo di aver compreso una distinzione fondamentale tra diversi livelli di evento, o meglio diversi modi in cui noi accadiamo nell’evento. Esistono infatti realtà e situazioni con cui ci rapportiamo in maniera differente non tanto per la nostra capacità di giudizio, quanto per la portata dei fatti. Esistono realtà che comprendiamo appieno perché le viviamo in prima persona o perché non necessita di un completamento immaginativo e situazioni altre che presentano invece delle falle contenutistiche o formali, ma esse sono per loro natura aperte al confronto e alla possibilità dell’individuo di intervenire attivamente aggiungendo del proprio. A questa seconda tipologia ho associato il mio lavoro di scrittura critica sul blog: gli argomenti che tratto spesso si sposano perfettamente con la necessità che l’individuo elabori l’oggetto e, contemporaneamente di riflesso, che l’oggetto venga parzialmente rielaborato da un individuo, andando a creare un connubio che potremmo banalmente definire “interpretazione”. Esistono però altri eventi ancora che ci sfuggono quasi totalmente , che non riusciamo a comprendere perché non possiamo, perché sono troppo imponenti rispetto alla nostra mole. Sono momenti complessi, enormi e distanti dalla nostra limitatezza naturale. Limitatezza che emerge in relazione alla posizione che assumiamo e manteniamo all’interno della nostra struttura societaria. In questi casi una forma di interpretazione immaginativa è più che mai deleteria.



Nonostante ciò, gli ultimi complessi giorni sono stati un recipiente senza fondo di ideologie basse applicate a forza a circostanze lontane dalla realtà che tocchiamo con mano. Questo recipiente è stato ed è tuttora facebook, che ha dato la possibilità a tutti di esprimere opinioni su eventi che non necessitavano affatto della parola di elementi esterni per essere nella loro compiutezza, ma che spesso si nutrono dell’irragionevolezza dell’ignoranza che vuole riempire le falle delle realtà individuali con la violenza dell’opinione. La questione della libertà di pensiero è deragliata da tempo, rovesciando l’ordine del reale, manipolando la distinzione di cui parlavo poc'anzi e ponendo ingiustamente al centro il singolo individuo, che apre la bocca per parlare, la richiude e scrive. In nome della libertà di pensiero ci siamo convinti della veridicità di tutto ciò che crediamo vero. E in questo marasma di banali soluzioni ad incompresi problemi, abbiamo perso di vista l’importanza del fatto nella sua forma e nel suo rapporto mancato con l’individuo che vive la periferia della politica mondiale.

Questa nuova frontiera della disinformazione individuale e nuclearizzata è però estendibile anche ad una tipologia di politici che tenta instancabilmente di fronteggiare l’altra parte fondandosi sulla libertà di pensiero e sforando le conoscenze oggettive del momento. Un esempio recente di questa tendenza (appartenente già alla vecchia scuola, ma evolutasi col l’avvento della tecnologia, rimanendo al passo coi tempi) è lo sciacallaggio politico venutosi a creare in seguito all’incidente mortale avvenuto il tredici luglio scorso in Puglia. Incidente che è costato la vita a ventisette persone. In questo caso il MoVimento 5 Stelle non ha perso l’occasione di attribuire le responsabilità dell’incidente a Renzi, al ministro Delrio e all’attuale governo tutto con un esplicito post sulla pagina facebook del partito. In tal modo il movimento di Grillo ha approfittato delle falle di un evento complesso per saltare a piè pari l’iter naturale della disgrazia, per giungere repentinamente alla caccia al colpevole. Perché abbiamo sempre bisogno di un colpevole. Riempire le mancanze di informazioni tragiche con dati economici e speculazioni tendenzialmente faziosi per cavalcare l’onda del fenomeno mediatico è una pratica becera e deplorevole, specialmente quando messa in atto da un aggregazione che dovrebbe spingersi al di là delle limitazioni dei singoli in virtù della differente qualità delle informazioni pervenute e della posizione occupata nella macchina statale.
Se questa mossa politica bassa, fondata sulla libertà d’espressione, ha avuto però un senso, seppur maleodorante, volto ad attaccare l’elettorato di centrosinistra per convertirlo alla causa grillina, ben più esemplificativa è stata la risposta della comunità virtuale alla strage di Nizza. Migliaia di comizi deserti, tutti simili, tutti rabbiosi, imbruttiti e propensi a soluzioni drastiche. Tutti violenti verso una realtà sfuggevole che ci colpisce e scappa. In questo il terrorismo si differenzia da problematiche che sentiamo in toto lontane dai nostri lidi: nel caso degli attentati percepiamo di essere sì coinvolti in prima persona, vista la vicinanza geografica e culturale dei luoghi colpiti, ma allo stesso tempo qualcosa manca nel nostro puzzle mentale per riuscire ad avere una visione chiara e distinta della situazione attuale. Questa opacizzazione della vicinanza, questa sorta di astigmatismo dell’informazione, non scoraggia però i più, sempre pronti ad aggiungere, a ribellarsi nelle parole di un post per debellare definitivamente l’annosa piaga del terrorismo. Sempre pronti a dire "basta" per qualcosa che non comprendono e di cui hanno enormemente paura. Pronti ad assalire verbalmente un credo religioso, pronti a proporre soluzioni drastiche per annientare completamente una civiltà, pronti a cacciarli via tutti in nome della pace e del futuro, pronti alle bombe. Sempre pronti a tirare in ballo la mistica Fallaci, che aveva ragione su tutto.



In un'intervista pubblicata su The New Yorker nel maggio 2006, la Fallaci si dichiarò indignata per la costruzione di una moschea Colle Val d'Elsa dichiarando: «Se sarò ancora viva andrò dai miei amici di Carrara, la città dei marmi. Lì sono tutti anarchici; con loro prendo gli esplosivi e lo faccio saltare per aria. Non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto, quando io nei loro paesi non posso neppure indossare una croce o portare una Bibbia. Quindi, lo faccio saltare per aria!».

“Quando io nei loro paesi non posso neppure indossare una croce o portare una Bibbia”. È questo rabbioso livellamento verso il basso della chiusura che accomuna gli individui incapaci di fronteggiare la realtà superiore senza invadere i vuoti che inevitabilmente si vengono a creare.
Qual è dunque la soluzione a tutto ciò, ai conflitti, al mondo di ingiustizie, alle morti innocenti che continuiamo ad esperire? Non lo so, non me la invento. Non posso saperla. Non sono neanche un blogger, pur avendo un blog, come potrei avere una soluzione da questa posizione defilata? Accetto la mia limitatezza conoscitiva, riconosco le falle di questo mondo, ma non le riempio e fortifico con giudizio violento. Le lascio essere vuoti. Cosa possiamo fare allora noi, periferia della democrazia? Dobbiamo continuare ad indignarci, a prendere a cuore le situazioni critiche del mondo senza voltarci, lasciare che questi giorni lascino il calco e pensare che le bombe intelligenti che un giorno cadranno sulla terra arida del Medio Oriente e sulle scuole non saranno mai la fine, solo la morte, con la quale l’ideologia vive. E continuare a sperare, che la speranza, nell’indignazione e nel tetro disappunto, è l’ultima cosa che ci resta prima del baratro dell’odio. E quando sentirete ancora l’impulso irrefrenabile di scrivere nel nuovo parlamento dell’agorà di facebook che il corano incita alla guerra, che l’Islam è una religione da fronteggiare, che dovremmo bombardare il mondo per portare la pace, ricordatevi di non sapere. Che non potete sapere. Non lasciatevi trasportare dai castelli erranti d’odio eretti dai personaggi che popolano la scena aperta del nuovo millennio, ma rimanete in silenzio. Ricordando, sempre.

domenica 15 maggio 2016

MOWGLI DELLA GIUNGLA

Appena uscito dalla sala mi sono sforzato di trovare qualcosa di intelligente da dire, ma non ce l’ho fatta, e la nuova versione live action de “Il Libro della Giungla” è finita rapidamente nel dimenticatoio. Non ero riuscito a collocare nel mio immaginario il messaggio del film, l’avevo colto solo nella sua apparenza legata alla maestosa facciata di una CGI in grande spolvero, e mi ero rassegnato ad accogliere l’idea di una bella pellicola MA indirizzata un pubblico infantile. Strutturata quindi in modo da risultare fruibile da chiunque, quasi allo stesso livello interpretativo e per questo poco stimolante, soprattutto per un ventenne che cerca di spiegare perché sotto l’ala dell’idrovolante di Marco Pagot di “Porco Rosso” ci sia un tricolore (vi prego, fermatemi!). Credevo non facesse per me, e invece mi sbagliavo. C’ho riflettuto ultimamente, ho riguardato il cartone animato originale del 1967 e ho maturato una concezione differente dell’opera di Jon Favreau. Non ho cambiato però opinione sulla facciata, che considero ancora semplice, immediata, leggera e libera. Il messaggio di fondo, che non avevo notato in prima battuta, si nasconde invece bene sotto le immagini mozzafiato, ed emerge sono in presenza di un’empatia profonda con la situazione di apolide spirituale del piccolo Mowgli. Non ci troviamo di fronte alla solita e riciclata lezione di vita sull’essere se stessi o sul trovare un posto nel mondo - in ogni caso non quello dell’amato Volo - ma, concentrandoci in particolar modo sul confronto tra il Mowgli del film appena uscito e quello della prima opera disneyana, possiamo completamente sovvertire quest’ultima interpretazione.


Il nuovo protagonista non ricerca nel mondo il contesto a lui più affine per poter esprimere le proprie doti e poter finalmente diventare quello che è sempre stato, cerca invece di crearsi un contesto di realtà e situazioni in cui poter continuare ad essere se stesso senza dover rinunciare ad una parte del suo carattere scisso per sopravvivere. Egli si trova diviso tra un’esteriorità umana e un’interiorità animalesca legata alla legge della giungla e alla famiglia di lupi che l’ha cresciuto e accudito. La società della giungla non gli permette di esprimersi per quello che sente di essere e al contempo il villaggio degli uomini appare come una realtà troppo distante dalla filosofia libera che scorre ormai nelle sue vene. Mowgli è la metafora di coloro che scappano per trovare loro stessi quando non si riconoscono neanche in una pozzanghera; coloro che si sentono asfissiati dalle mura della loro natalità e contemporaneamente perderebbero loro stessi se decidessero di fare quel grande passo. Mowgli è coloro che non combaciano mai con la situazione che li circonda, che mostrano sempre uno scarto di personalità, che sono fuori posto e che non riescono ad esprimersi per quello che sentono di poter dare in libertà. Una sorta di esilio interiore che porta le persone a combaciare forzatamente con il mondo per riuscire a rientrare in un sistema di produttività che in realtà non gli appartiene. Realtà comune che spinge ad andare avanti per inerzia e addolora ogni volta che gli angoli vengono smussati per sottostare agli standard del modello che dovremmo essere, quella persona che non esiste, a cui dovremmo assomigliare e mai saremo appieno. Mowgli è chiamato a mutilarsi l’anima per restare nella giungla o a perdere se stesso per stare con i suoi simili, e la sua reazione a questo bivio è il vero messaggio fondante e costruttivo dell’opera. La terza via della giungla è la svolta per l’evoluzione oppressiva del personaggio.


La chiave di lettura del significato del film appena uscito sta nel confronto tra il finale di quest’ultimo e di quello del film del 1967: se nel caso del cartone animato Mowgli usciva per certi versi cambiato nel profondo e maturato dell’esperienza del viaggio al punto da abbracciare la civiltà degli umani, nel film di Favreau il protagonista rifiuta ogni sorta di forzatura e, passando per pericolose peripezie, riesce ad affermare la sua natura al di sopra della natura stessa. Riesce infine ad imporsi sulla società animale facendo valere le sue doti derivate dalla sua specificità. È questa l'alternativa che cambia le carte in tavola rispetto ad un messaggio infantile: la capacità di imporre il proprio spazio di necessità in una dimensione mezzana, in una propria collocazione specifica e inimitabile. L’unicità di Mowgli, che poi gli vale il raggiungimento dello stato personale agognato fin dal primo inseguimento con Baghera all’inizio della pellicola, sta proprio nell’alchimia personale con cui combina il suo dualismo interiore per ergersi al di sopra delle divisioni sociale, al di sopra degli schemi prefissati e degli stereotipi, al di sopra di ciò che gli animali si aspettano dalla sua posizione. Egli va oltre la modernità e la chiusura di un mondo che colloca inevitabilmente ognuno in un contesto di utilità produttiva e ciò mette inizialmente in crisi la società della giungla, ma alla lunga, la tenacia, la volontà di imporre la propria voce perennemente inadatta valgono al piccolo Mowgli la libertà della diversità. Perché lui non è mai stato un uomo del villaggio, né un lupo a quattro zampe, ma è e sarà sempre Mowgli della Giungla

martedì 25 agosto 2015

LIGABUE QUANDO NON CANTA

Luciano Ligabue, nato a Correggio, in Emilia, nel 1960. Professione? Cantante, ma non solo, perché tra la fine degli anni ’90 e i primi Duemila l’artista ha firmato anche due lungometraggi passati in sordina ma colmi di spunti interessanti da approfondire. I film in questione sono Radiofreccia del 1998 e Da Zero a Dieci, uscito nelle sale quattro anni più tardi e presentato fuori concorso al festival di Cannes. Anche se ambientati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, i due film nascondono un sottile collegamento: il protagonista di Radiofreccia è  infatti Ivan Benassi, fratello maggiore di Giovanni Benassi, fulcro della seconda opera; ma ciò poco conta, perché, a parte un'evidente e malinconica citazione iniziale, i due prodotti esplorano aree dell’immenso animo umano totalmente opposte e legate a momenti di vita, sogni, aspirazioni e debolezze diverse.


Prima di addentrarci nella profonda psiche del Rocker di Correggio, consiglio la visione di “Ligastory - Aspettando Campovolo - Parte Prima” che indaga i primi passi nel mondo della musica per l’artista emiliano e restituisce una visione a tutto tondo della giovinezza in provincia negli anni ’70, tema centrale del primo film. Interessante anche il docufilm di Piergiorgio Gay “Niente Paura” che invece mostra dei connotati più generali, politici, nazionali e attuali dell’artista.
Freccia è un ragazzo di Correggio che passa le sue giornate tra un lavoro in fabbrica che non lo realizza affatto e la compagnia dei soliti amici, quelli del Bar di Adolfo (un grande Guccini all’acido muriatico). Sembra che la vita vada in una certa direzione e che le delusioni e i rammarichi siano costretti solo ad accumularsi su una schiena già piegata dal tempo e dagli stenti, quando entra in gioco l’eroina. In punta di piedi. Entra ma non la si vede, si intuisce qualcosa o quasi tutto, ma ciò che viene mostrato è solo l’effetto che ha sul protagonista quando questi non ne fa uso da troppo ed è costretto a tradire, rubare per procurarsi una dose. Ma il film non è solo questo: l’altro tema centrale, come suggerito dal titolo, è quello della nascita delle radio libere in Italia, nello specifico Radio Raptus, poi Radio Raptus International e infine Radiofreccia in onore alla figura del giovane e scapestrato Ivan. In realtà lo scopo di Luciano era quello di indagare la mente di un gruppo di giovani ricchi di spirito ma oppressi dalla realtà rurale e dalla società bigotta e conformista dell’epoca. Ragazzi che hanno la loro da dire al mondo, ma, purtroppo o per fortuna, la loro non corrisponde a ciò che il mondo vorrebbe che fosse, e allora non rimane che rifugiarsi nelle radio, simbolo universale di libertà e freschezza, allora non rimane che sfogarsi, essere se stessi  e continuare a vivere nonostante il mondo. Emblematico e indimenticabile il monologo di Freccia in cui cerca di mettere in circolo il suo pensiero. Forse non è in grado di credere in ciò in cui gli dicono di credere, ma comunque Crede. Ligabue era un ragazzo ribelle e disilluso negli anni ’70 e lui stesso ha vissuto in prima persona il fenomeno delle radio, lui stesso ha tentato di scappare da un paesino di ventimila abitanti (che poi è come scappare da se stessi). Tutto ciò che vediamo in questo lungometraggio è la trasposizione dell’analisi più matura di un uomo che guarda nostalgicamente e capisce l’importanza di quel periodo per la formazione di un uomo e vuole esprimere questo pensiero attraverso le musiche degli Who e una storia di trasgressione e morte.


Da Zero a Dieci invece si apre vent’anni dopo con una fantastica sequenza incentrata sui voti della vita sulle note di Baba O’Riley. I voti sono infatti il tema centrale dell’opera, o meglio l’emblema della crisi di una generazione che non si riconosce più nei giovani, ma non ha ancora ceduto il passo alla maturità, quella degli ultratrentenni, giovani dentro ma non per le mode, non per gli altri, solo dei consumatori meno interessanti. Quattro amici decidono quindi di concludere un week end a Rimini dopo due decenni e, per fare ciò, contattano le ragazze che all’epoca avevano conosciuto sulla riviera romagnola e si affidano ai bizzarri non-compleanni di Libero, frustrato e in dialisi, ma ancora in transito. Il film però nasconde un doppio fondo abbastanza evidente: Ligabue ha infatti cercato di unire alle tematiche generazionali la strage di Bologna dell' 80’, onestamente con fortune alterne. In alcuni frangenti sembra poterci stare l’aspetto storico e socialmente impegnato, in altri stona terribilmente.


Due prodotti quindi molto complessi a dispetto di un facciata semplice e popolare, in scia con il pop-rock dell’artista emiliano. I film in sé peccano non poco dal punto di vista della scrittura e della realizzazione tecnica. Troppo frequentemente si sente la mano di un regista che non nasce regista e, se prese dal verso sbagliato, le due opere potrebbero sembrare un’accozzaglia di luoghi comuni, battute surreali e personaggi sopra le righe. A volte sembra che entrambi siano più delle raccolte di racconti, aneddoti particolari e simbolicamente importanti narrati su pellicola. In questo si nota la pecca nella scrittura dei personaggi da parte del regista. Altro punto a sfavore delle due pellicole è la totale assenza di personaggi femminili degni di nota. In Radiofreccia questi mancano totalmente, mentre in Da Zero a Dieci dovrebbero rappresentare la controparte dei protagonisti maschili, ma alla lunga mostrano delle lacune enormi e vengono relegate a semplici fantocci, comparse utili all’espressione di problematiche più grandi legate al genere umano in generale.  A tratti, per il pesante simbolismo usato,i due film del Rocker di Correggio, con le dovute proporzioni del caso, si avvicinano a quelli del premio oscar Paolo Sorrentino. Perché allora preferire Ligabue al genio napoletano? Premettendo di anteporre su tutta la linea i film del regista di Gomorra (o forse no, eh Boris?), anche le opere del Lucianone nazionale meritano un’attenta visione, poiché rappresentano la semplicità nella complessità. Sono opere cariche di messaggi, situazioni e citazioni prese dalla cultura popolare media italiana. Tutti possono riconoscersi nei dubbi esistenziali di Giove o nei “Perché no” di Freccia, due personaggi vicini a noi, semplici, comuni. Sicuramente meno complessi, complessati e altezzosi di Jep Gambardella (che ho comunque amato). Due film per tutti o per nessuno, dipende dalla capacità dello spettatore di scavare a fondo nell’uso di metafore semplici e quotidiane appartenenti alla ruralità italiana.



La vera chiave di lettura è quindi lo stesso Ligabue, o meglio come egli vede e ha vissuto determinati momenti cruciali della vita di un uomo. Per comprendere a fondo i messaggi di due opere nate dal cuore sincero di un acuto osservatore della realtà, bisogna immedesimarsi nella figura del cantante e pensare che in ogni film egli c’è ma non c’è. Egli non è fisicamente presente in scena (camei esclusi), ma tutte le immagini, le sensazioni, le parole, le opinioni sono filtrate dalla sua mente e dal suo bagaglio culturale. Un uomo che da sempre si interroga e ci interroga sul senso di smarrimento dell’uomo di fronte ad una società e ad una vita che non lo rispecchiano. Solo l’uomo e la vita. Semplice ma complesso. Anticonformista o forse solo sincero. Riguardando i due film dopo aver approfondito la figura dell’artista mi accorgo di quanto lui quel viaggio a Rimini l’abbia fatto, di quanto le radio libere le abbia viste nascere, crescere e morire, di quanto abbia sentito la strage di Bologna e di quanto si distacchi dal mondo del successo che lo sfiora da sempre ma non lo prende mai. Lui c’era e c’è sempre stato. Sempre dalla parte di chi non giudica la vita degli atri, dalla parte di chi non si sente appartenere a nessun gruppo, di chi è stanco dei voti, dei commenti, di chi sposa Ilaria, di chi non vive di etichette ma non vince quasi mai. Di chi Crede, chi crede che non sia tutto qua, però, prima di credere in qualcos’altro, bisogna fare i conti con quello che c’è qua e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio, ma intanto buona vita soci.

mercoledì 24 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - FINALE

Il giorno era arrivato. Il mio ultimo giorno da immaturo, almeno per legge, almeno per loro. Mi svegliai molto presto con l’ansia di non alzarmi in tempo e di ritrovarmi la commissione intera in camera per un colloquio a domicilio. Ancora adesso ogni tanto nella notte scambio l’ammasso di vestiti che caratterizza la sedia di un under 30 moderno per la silouette del professore di astronomia. Ah quel professore di astronomia, quante me (ce) ne ha fatte passare per poi non riconoscerci nelle visite successive alla maturità. Che smemorato! Comunque mi alzai alle 7 per essere a scuola alle 11. Diciamo che mi piace fare le cose per tempo. Doccia, shampoo, profumo, acqua, nausea, basta acqua per piacere, rinuncerò alla colazione. Dopo aver caricato a forza una mia amica nella mia spaziale autovettura (a forza per le ridotte dimensioni dell’abitacolo, non per sua volontà) mi apprestai a raggiungere il luogo dell’apocalisse. Voglio essere sincero: se le tre precedenti prove non le avevo particolarmente sentite dal punto di vista emotivo, quel giorno ero particolarmente agitato; il fatto di dover esporre un argomento, la possibilità di non convincere, la possibilità di avere una sincope, quella di svenire, quella di vomitare sulla commissione. Tutte ipotesi da tenere presente se si soffre d’ansia e io con l’ansia ormai c’ho fatto amicizia.


Superata l’agitazione iniziale mi accorsi di essere arrivato a scuola anche prima dei professori. Notevole direi. Arrivai così presto da avere il tempo di entrare a vedere il primo orale di giornata (il mio era il quarto) fingendo di essere un estraneo disinteressato (barba finta e occhiali da sole). Il mio intento era invece quello di tastare con mano l’umore della commissione, che, se fosse stato anche solo parzialmente negativo, avevo già pronto un biglietto per “Altrove”, la città di Leone il Cane Fifone, quello che vive con Giustino e Marilù. Che poi Giustino è l’italianizzazione dell’anglofono Justin, come Justin Timberlake o Justin Bieber. Che storia! Si vede che sto prendendo tempo per evitare di parlare del mio orale?
Non ricordo con esattezza chi fosse il torturato della prima ora e che domande gli furono rivolte, ricordo solamente che mi stupì dei miei evidenti miglioramenti: avrei saputo rispondere a tutto, ecco la cartina tornasole di cui avevo bisogno. Ora ero più sicuro.
Breve recup: testa, ce l’ho, chiavetta con power point triste (bianca e scientificamente asettica in realtà), ce l’ho, sorriso piacione di chi sa che passerà ma lo dà a vedere poco, ce l’ho, documenti per identificazione alla polizia dopo violenta crisi nervosa ai danni di tutti i presenti, ce l’ho. Avevo tutto. Mi mancava forse un briciolo di maturità per potermi definire tale, ma poi avevo tutto.
Intanto, mentre io ripassavo italiano e astronomia insieme (che poi Astolfo va comunque sulla Luna), salì le scale un ex professore in pensione che, dopo due chiacchiere ansiose, mi chiese il permesso di entrare a sentire il mio orale. A questi si aggiunsero poi due amici, tre compagni, un parente alla lontana, un bidello, un mago, un gatto, un topo e un elefante. Non mancava più nessuno insomma. A parte gli scherzi, ricordo una folla indefinitamente densa intonare cori da stadio alle mie spalle durante l’esame, ma forse ho sofferto di allucinazioni in quei giorni. Il tempo passava con le stagioni a passo di Giava e mancava mezzora alla fine dell’orale precedente al mio quando, apparizione celeste, uscì la professoressa di matematica e fisica a chiedere chi fosse il prossimo. Alzai timidamente la mano. Venne da me e mi disse che quella di lettere (esterna e appassionata di cinema - ma quest’ultima cosa non centra) avrebbe chiesto entro la fine della giornata Leopardi. Leopardi. LEOPARDI? Il gobbo di Recanati?!? Io non sapevo Leopardi, e poi cosa vuol dire “sapere” Leopardi? Io il mio amico Tommaso posso conoscerlo, ma come faccio a saperlo? Via astronomia, via storia dell’arte. Solo italiano. Cominciai a leggere, ripetere e immagazzinare dati. Tentai di tatuarmi con ago e inchiostro bic e le date di nascita e di morte del gioioso Jack sulla mano senza riuscirci (gli aghi mi incutono timore), ma niente, troppe cose. Una la imparavo e tre le dimenticavo. Passai quindi ai cari vecchi riassunti di fine capitolo - Dio li benedica. Non sapevo quindi nulla dei brani. Poi uscì il mio compagno di classe e chiamarono me, me e tutta la squadra. Sulla porta mi fermò il professore di storia e filosofia per abbracciarmi. Esistono tanti abbracci nella vita di un uomo, tanti. Pochi sono quelli che il tempo non dimentica, questo è uno di quelli.


Entrai, salutai e strinsi mani a destra e a manca. Mi sedetti con le mani nelle mani tese e feci il riconoscimento. Solite frasi di alleggerimento del presidente tipo “Ma chi è questo giovine nella foto? Non sei tu vero?”. Risatina ebete di circostanza, magari anche tirando su col naso che è peggio. Era tutto pronto, dovevo cominciare a parlare. Mi recai come un alcolista alla lim e cominciai a discorrere. Inizialmente le parole uscivano a fatica, come quando passi una serata fuori e ci sono meno di meno dieci gradi. Poi la mascella cominciò a sciogliersi e le parole a fluire meno problematicamente. Arrivai ad un certo punto in cui, legato al tema dei wormhole, avrei dovuto citare Donnie Darko, ma il fato volle che la mia mente si svuotasse completamente in quel momento.
“E quindi troviamo il tema dei paradossi temporali anche in… ehm, in…” panico, silenzio, panico ancora. Goccioline di sudore che scendono già ghiacciate. Guardai il pubblico in cerca di aiuti, tipo il 50:50, ma niente. Guardai la commissione. I cinque secondi (d’estate - ma non volevo scriverla questa) più lunghi della mia vita. “In Donnie Darko!”. Il mio esame era ancora in carreggiata, solo una piccola deviazione.


Finì la mia esposizione e la professoressa di lettere mi chiese da dove volessi cominciare, ambito scientifico o umanistico? Alla commissione dissi che era indifferente, ma dentro mi sentivo come Harry quando si sottopone alla prova del cappello. “Non Serpeverde, non Serpeverde”, “Non scientifico, non scientifico” e infatti cominciai dall’umanistico. Il cappello non sbaglia.
Bene storia e filosofia, meno italiano. Leopardi. Parlai dieci minuti ininterrottamente della vita e degli aneddoti dei gelati killer, poi cominciarono le domande e anche i rumori dei vetri su cui mi arrampicavo. Tutto sommato però, a parte una diatriba maligno-matrigno, italiano andò più che discretamente. Di inglese mi chiese un argomento di quarta che fortunosamente ricordavo e quella di arte si limitò a farmi riconoscere qualche opera di Picasso. Tutto bene. Tutto perfetto fino ad astronomia. Dieci minuti di un uomo sulla sessantina che cerca di far dire ad un diciottenne “Lingue di fuoco” mimandolo a gesti mentre questo, in preda alla disperazione, butta l’occhio qua e là in ricerca di una rivoltella, preferibilmente carica. Non voglio dire disastro, ma quasi: un intero colloquio in cui il professore parlava della sua materia e io intervenivo di tanto in tanto per dire qualche parola, tipo telequiz, magari anche sbagliata. Che vergogna.
Poi arrivò fisica. Ah fisica, praticamente la mia mappa. Avrei dovuto saperla a menadito, e invece…
Mattia, devo dirti la verità, a me Donnie Darko non è piaciuto”.
E qui si vede il maturando in crisi che apre la bocca senza pensare.
“È perché è difficile, si deve capire per apprezzare”
“Mi stai dicendo che non capisco di cinema? Che sono stupida?”
“Ma noooooo. Cioè anche mia mamma non capisce”.
Fine della frittata e vergogna che sale a dismisura. Volevo nascondermi. Poi domande sulle risposte che avevo inventato una settimana prima e silenzi infiniti. Non sapevo rispondere, come per astronomia, solo che almeno qui la professoressa si limitò a trattenermi un paio di minuti.
Il colloquio era finito; già lo sentivo, quel vento di libertà che soffiava fuori dall’aula. Dopo le solite domande di rito e una stretta di mano generale guardai la commissione e vidi uomini. Coloro che mi avevano intimorito per un quasi un mese ora erano padri e madri, semplicemente persone come me, come i miei genitori, che nulla avrebbero mai fatto per mettermi in difficoltà. Paure superflue. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo catene sciogliersi e ali aprirsi al vento della vita. Quelle mura mi sarebbero mancate sempre; quei volti, quei voti, quelle gite, quelle emozioni condivise. Tutto, tutto già mi mancava.


Ragazzi, la maturità non conta niente. È un voto, un numero come tanti che qualche mese dopo dimenticherete. Una passerella per i più meritevoli e un’agonia ingiustificata per i sessantini. Quello che ricorderete saranno gli anni passati in quel posto magico fuori dal mondo chiamato Scuola, o casa se lo vivete nel modo giusto. Perché finché siete lì quel posto può essere casa vostra, i professori i vostri genitori e i compagni i vostri fratelli. Un momento che non tornerà più. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo che il termine "maturità" non faceva al caso mio. Su quella soglia, per l’ultima volta, non potevo dire di sentirmi maturo, ma forse un po’ meno immaturo di prima sì.

martedì 31 marzo 2015

I HOPE

La giustizia non è divina, almeno non quella che regola la nostra società. A volte, per una serie di coincidenze al limite del credibile, vengono incarcerate persone innocenti e spesso vengono trattenute per anni prima che le loro volatili parole siano seriamente prese in considerazione e il caso venga riaperto. Alcune esempi illustri sono il pugile Hurricane Carter, accusato di triplice omicidio, condannato a due ergastoli e scarcerato solamente diciannove anni dopo, o Gerry Conlon, arrestato nel ’74 con l’accusa di attentato ad un pub inglese e rilasciato quindici anni più tardi con annessa lettera di scuse di Tony Blair, allora Premier britannico.


Ma cosa succederebbe se un uomo notoriamente rispettabile, un direttore di banca, venisse ritenuto ingiustamente colpevole di aver ucciso la moglie e l’amante di questa? E se venisse mandato in un carcere di massima sicurezza, tra i più violenti e duri al mondo? Questa è la storia de “Le Ali della Libertà”, titolo originale “The Shawshank Redemption”. Il film in questione è la trasposizione cinematografica del racconto “Rita Hayworth e la Redenzione di Shawshank” di Stephen King, contenuto nella meravigliosa raccolta “Stagioni diverse”. Un must per ogni amante del maestro della suspance, forse la sua migliore opera. La pellicola del ’94, diretta da Daranbont, vede protagonista Tim Robbins che, accusato ingiustamente di doppio omicidio, viene rinchiuso nel penitenziario di Shawshank dove stringe un legame molto profondo con Morgan Red Freeman e si trova a fare i conti con stupri, guardie violente e direttori tirannici. Film perfetto: riprende ogni evento chiave del racconto originale e lo riadatta in un’atmosfera più poetica, profonda. I protagonisti ripentono spesso che a Shawshank “sono tutti innocenti ”, e dopo poco ci si convince di ciò. I detenuti hanno sicuramente (o quasi, in questo caso) commesso un grave crimine, ma nel penitenziario più duro al mondo sono le vittime, vittime di loro stessi, del sistema, delle guardie, dell’”istituzionalizzazione”, del tempo, della vita. Il regista mostra, con una maestria incredibile, tutte le debolezze, le paure di chi ha perso tutto e tutti, di chi non ha più un domani.


L’empatia con i protagonisti è notevole fin dalle prime battute e cresce con il prosieguo della storia attraverso frasi profonde e veritiere riprese del racconto e scene indimenticabili come quelle legate a Brooks (critica perfettamente riuscita al sistema penitenziario americano), quella lirica del grammofono, la birra sul tetto e la scena finale. Appunto, il finale. A volte alcuni film racchiudono tutta la loro poesia, il loro significato più profondo nella scena finale. È il caso di questo capolavoro. Dagli ultimi venti minuti della pellicola si evince che il tema centrale non è la vita nelle carceri, né la violenza, né tantomeno la corruzione degli organi federali, ma la Speranza; tutto ruota intorno ad essa. Quando un uomo viene privato della dignità, della forza, del sorriso, del futuro, la Speranza è l’unica cosa che lo tiene ancora attaccato alla vita. A quel punto quindi è una scelta: “o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire”; e la prima è decisamente la strada più difficile, ma la Speranza dà forza, dà vita. Quando si spengono le luci, e fuori è buio, quando il gelo circonda l’uomo, quando questo barcolla senza una meta, la Speranza può riaccendere una flebile fiammella in lontananza; una guida per uscire dall’oscurità della morte spirituale.


Un film che rasenta la perfezione. La forza dei dialoghi toccanti, le grandi interpretazioni degli attori e una colonna sonora da oscar tengono in piedi un capolavoro istruttivo e meravigliosamente profondo. Uno dei pochi casi in cui la trasposizione cinematografica supera il testo originale. Una storia che cambia il modo di guardare la vita, un film che riaccende la Speranza nell’uomo, nel futuro.



 “La Speranza è una cosa buona. Forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai”. Se perdete la bussola chiudete gli occhi e puntate Zihuatanejo, la vita, puntate la speranza. "Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. Spero.