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mercoledì 10 ottobre 2018

ROMOLO + GIULY = IL POTERE DELLE IDEE

Romolo + Giuly - la guerra mondiale italiana è la serie rivelazione di questo inizio autunno. Fin dal primo trailer la serie targata Fox e Wildside mi aveva incuriosito per una certa cripticità: a metà tra la critica di costume e una parodia molto pop, molto nostrana. E le premesse sono state rispettate in pieno, nel bene e nel male.


Romolo + Giuly è in grado di abbracciare diverse forme di comicità - dalla più bassa alla satira, passando per la nuova comicità del web - e di fonderle in un contesto tutto italiano. Si va dal recupero di personaggi storici della cultura pop, come Mastrota o Umberto Smaila, fino al boss camorrista interpretato da Fortunato Cerlino che ironizza sul personaggio da lui stesso impersonato in Gomorra - la serie rifacendosi alla celebre parodia dei The Jackal. Si toccano anche vette notevoli di nonsnese; per fare un esempio: Mastrota sta tramando contro la centralità di Roma nella società italiana e invita Don Alfonso a recarsi a Milano per organizzare un colpo di stato. Il boss mafioso lo raggiunge durante le riprese di una televendita di materassi e si scopre che il luogo in cui si riunisce la setta segreta di Mastrota si trova sotto gli studi di registrazione e vi si può accedere solo sollevando un materasso e scendendo la scalinata nascosta sotto di esso.

Don Alfonso

Romolo + Giuly è sì una storia d’amore, come suggerisce il titolo citazionistico, e una metafora satirica dell’attuale eterno scontro tra nord e sud, ma è anche e soprattutto un grande contenitore per le idee comiche più disparate che gli autori hanno saputo trovare. Sono le idee comiche la vera fonte di sostentamento della serie, il motivo che spinge lo spettatore ad attendere con trepidazione l’episodio successivo. In questo calderone multiforme, insieme a citazioni più o meno velate e una grande attenzione ai dettagli, è presente anche una dose massiccia di comicità gretta, spesso tendente al trash gratuito, soprattutto quando si tratta dello scontro tra Roma nord e Roma sud. Se state quindi cercando qualcosa di raffinato e intellettualmente elevato, potreste avere da ridire su Romolo + Giuly; se invece siete aperti a confrontarvi anche con una forma di comicità che potrebbe non appartenervi, ma siete incuriositi dalle idee che stanno dietro una serie così istrionica, allora Romolo + Giuly potrebbe essere manna dal cielo per voi.


Dal punto di vita satirico invece la serie, dopo un pilota velatamente impegnato e alcuni richiami in corso d’opera, arriva solo nel finale ad affrontare la questione meridionale, l’avanzata dei partiti populisti e la contraddizione di fondo che spinge gli italiani a nascondersi dietro un dito per non affrontare le falle di un sistema notoriamente bacato. Anche in questo frangente Romolo + Giuly coglie nel segno e tocca una critica sociale simile, seppur inferiore a quella proposta dall’intramontabile Boris.


Non stiamo certo parlando di un capolavoro: l’alternanza tra diversi registri comici e la futilità di alcuni momenti tendono troppo spesso a creare alti e bassi evidenti all’interno della stessa puntata. Ma con il giusto atteggiamento è possibile “setacciare” dalla serie alcuni momenti nuovi, freschi ed estremamente ilari per la televisione italiana. Non posso spoilerarvi nulla, né della trama né delle singole gag, altrimenti rischierei di rovinarvi il piacere della scoperta dell’idea, che a tratti supera anche la vis comica del momento preso singolarmente. Posso solo dirvi che nella tana della setta di Mastrota è lo stesso Mastrota col suo pollicione instagrammabile a segnare le ore. L’idea più ricercata si trova anche nei dettagli nascosti.


La chiusa aperta dà l’appuntamento alla seconda stagione, che, per superare alcuni inciampi della prima, dovrà certamente alzare la posta e realizzare premesse e promesse, magari distanziandosi maggiormente da una comicità più televisiva, più anni 2000 per lanciarsi verso un compendio generale della risata.

mercoledì 31 agosto 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODI 1 E 2

C’era bisogno di una seconda stagione di Wayward Pines? No. La conclusione frettolosa della prima stagione aveva un bisogno naturale di un seguito che sviscerasse ulteriormente dinamiche sterili? No. Questa seconda stagione merita una chance nonostante le premesse? Forse; bypassando però virtualmente le falle che avevano caratterizzato il calante calare dell’anno passato. I Dubbi erano maggiormente relativi alla maniera attraverso cui gli sceneggiatori avrebbero collegato una narrazione moribonda ad una nuova e presumibilmente accattivante. Ricordiamo infatti che la prima stagione si era chiusa con Ben trasportato tre anni nel futuro, nella piena era della dittatura schiavista della prima generazione, e suo padre appeso ad un palo come deterrente verso le possibile rivolte della popolazione di Wayward Pines contro il regime di Jason.



La seconda stagione si apre invece con un flashback rispetto all’anno corrente in cui fa la sua comparsa come guest star anche Terrence Howard. In questo frangente ci viene presentato quello che a tutti gli effetti si propone come in nuovo protagonista della serie, ovvero Theo, medico rapito e crioconservato per essere destinato al blocco C. da qui ha inizio la nuova avventura nell’ultima roccaforte del pianeta nell’anno 4000.
Devo essere sincero: inizialmente avevo sopravvalutato la produzione e credevo che avessero optato per una narrazione retrospettiva rispetto alle sequenze conclusive della prima stagione, ovvero un racconto riguardante gli anni in cui Ben è rimasto congelato e la prima generazione ha preso il sopravvento sulla fazione dei ribelli, sugli Abby e sulla popolazione di pecorelle smarrite dopo la dipartita del mentore e padre della nuova razza umana Pilcher. Questa teoria avrebbe avuto più senso nell’ordine logico degli avvenimenti, considerando il risveglio di Theo in un momento fatidico nel quale la sorella di Pilcher, unica dottoressa della città, era passata a miglior vita a causa delle divergenze progettuali di fondo. Nella versione poi portata su schermo invece lo scongelamento di Theo sarebbe avvenuto solamente quattro anni dopo la morte di Pilcher e dell’ultima dottoressa. In questo periodo però la prima generazione avrebbe continuati ad impratichirsi nell’arte medica senza alcun mentore o insegnante qualificato, ma fondandosi unicamente sulla fortuna e sul numero di tentativi possibili (vista la possibilità di rimpiazzare le persone con i surgelati Findus). Tornando quindi al nuovo protagonista, egli si mostra in tutto e per tutto, fin da primissimo istante come una copia sputata del primo protagonista, ovvero Ethan Burke, colui che aveva tentato di sovvertire l’ordine sociale di una società succube del despota. Una somiglianza tra personaggi forse troppo spiccata.


La nuova situazione che ci viene presentata nell’ormai pienezza dell’operato della prima generazione è forse l’elemento più interessante di tutti i primi due episodi. Ci si para dinnanzi uno spaccato postapocalittico e futuristico, ma molto reale, di una situazione di conflitto in cui una delle due fazioni ha soggiogato la popolazione con la forza delle armi e ha piegato la volontà comune attraverso il terrore. Un regno dispotico che non prevede un dialogo alla base della politica comune, ma richiede la sacra ubbidienza in nome del padre fondatore dell’arca. In questo sistema vige severa la caccia all’uomo: gli abitanti vengono spinti dalla paura, dalle circostanze e dall’indottrinamento che ha luogo fin dalla tenera età a denunciare i propri vicini di casa perché possibili rivoluzionari, perché appartenenti ad una nuova classe sociale diversa di colore nell’anima. Questa situazione, davvero ben caratterizzata attraverso sfumature di sguardi, silenzi ed episodi specifici fatti passare per quotidianità, potrebbe ricordare da vicino la spasmodica ricerca di un colpevole rosso durante la Guerra Fredda in Occidente o la condizione di sfiducia alla quale erano costrette le popolazioni su cui si abbatté la furia omicida di Hitler. Emerge qualcosa di storicamente plausibile da questa ricostruzione totalitaria all’interno della quale l’asserzione volontaria silenziosa è guidata da un’altra banalità del male, l’ennesima.


Se da un lato però le circostanze riescono a rendere accattivante lo svolgimento dei trattati di guerra e pace all’interno della città, dall’altro le vicende di quelli che furono i protagonisti della prima stagione appaiono fin troppo abbozzate, esageratamente caricate di un pathos che non sussiste e non resiste ai colpi della noia. Ben si presenta come il capo della fazione rivoluzionaria per la sola dote innata di essere figlio del padre valoroso che fu, ma ciò non basta a caratterizzare la nuova veste che dovrebbe ricoprire e un attimo dopo lo si ritrova in piazza a costituirsi per salvare la vita a tre militanti della congrega di rivoltosi, rendendo improponibile una storia non detta in cui questi ragazzacci avrebbero tenuto in scacco l’intera prima generazione e quindi l’intera città per poi arrendersi subitamente, senza pretese di accordi. La stessa Kate, motivo immotivato dello scongelamento di Theo, resta in scena per poche sequenze, prima di togliersi la vita perché “Questo futuro non è il suo mondo”. Notevole l’attaccamento dei rivoltosi alla causa. Ma il culmine dell’inutilità e della contro produttività in merito alle relazioni tra la prima e la seconda stagione si ha nell’attimo esatto in cui Ben, giovane leader dei rivoltosi, si arrende al regime e agli Abby, lasciandosi divorare in malo modo e segnando definitivamente il solco tra le due stagioni, ch ora si presentano davvero come due corpi estranei, rinnovati nel cast, ma non nelle dinamiche. La paura è infatti una copia poco originale e con meno suspance della prima stagione, con Theo il medico paladino della giustizia a sostituire Ethan paladino della giustizia. Le variabili che potrebbero incrementare l’interesse relativo a questo prodotto mediocre nella scrittura, ma passabile dal punto di vista tecnico, si riducono ormai all’osso, lasciandoci prospettare una serie pomeridiana, di quelle da guardare con la coda dell’occhio mentre ci si diletta a svolgere attività più produttive, quali l’ozio. Dov’è finito il mistero di Lynch?

venerdì 10 giugno 2016

DOV’È MARIO? - COMMENTO EPISODIO 3

“Vent’anni di berlusconismo. Ecco cosa succede dopo vent’anni di berlusconismo”

Alla fine Guzzanti è uscito allo scoperto, con una frase semplice, diretta, che non maschera la satira dietro altra satira, ma che dichiara le intenzioni di una miniserie e connota ulteriormente il quadro generale, aggiungendo un filo logico che alza notevolmente il livello tecnico della scrittura, seppur questo non riesca complessivamente a riempire tutte le falle di cui avevamo parlato la scorsa settimana, nel commento al secondo episodio della serie.
Questo terzo capitolo, nella sua precisione e con una dose notevole di coinvolgimento, si presenta come turning point della miniserie. Lo spettro di Bizio Capoccetti infatti sembra aver preso il sopravvento, come per l’ultimo Hyde, sia nell’aspetto esteriore che nella personalità. Se prima infatti eravamo abituati a scontrarci col rozzo comico solo nelle sudate notti all’Odeon, ora, complice la mancanza della badante-infermiera rumena, le parti si sono invertite: Capoccetti gira a piede libero anche di giorno al grido di “Nummero uno!” (tormentone già cult - almeno per me). Questo capovolgimento dei ruoli si è manifestato anche nella seconda linea narrativa, quella del sogno che affligge il povero Bambea e che, presumibilmente, precede il risveglio della “bestia”. Nel ricordo onirico dell’incidente, infatti, non v’è più traccia dell’ultimo intellettuale italiano.


Si è detto per anni che Guzzanti fosse eccessivamente influenzato dal suo credo politico nella scrittura dei suoi pezzi satirici. Nel caso di “Dov’è Mario?”, con il protagonista sdoppiato nella personalità, il comico romano riesce a colpire con la stessa efficacia i figli del berlusconismo arrogante subito in questi anni e i finti intellettuali di sinistra che vorrebbero guardare il mondo da una posizione soprelevata, data dal loro bagaglio culturale. Due realtà coesistenti nella nostra società, due manifestazioni della decadenza. Esilarante e drammatica la scena in cui l’equipe di #massimiesperti realizza che la scoperta del disturbo di Bambea causerebbe la fine della sinistra in Italia. Una verità, per una sinistra antica che non c’è davvero più, ma che sopravvive nelle parole benpensanti di giovani attempati che non ci credono più da tempo.
Il vero punto a favore di questo episodio è il ritorno alla risata, quella amara e realistica che aveva caratterizzato alla perfezione il primo episodio, ma che era stata in parte oscurata dalle problematiche della serie nel secondo. Stavolta i tempi sono invece bilanciati in maniera più intelligente. Mancano così tempi morti o situazioni-riempitivo talvolta passabili, talvolta evitabili. Restano ancora alcune scelte discutibili, come quella di virare spesso verso il trash, non solo contenutistico, ma anche visivo. Scelta che sarebbe giustificata dalla volontà di trasporre per immagini un modello, quello del neoberlusconismo, centrale nella critica satirica e nella narrazione, ma che in alcuni frangenti appare esagerato e rischia di abbassare il livello medio di una produzione che invece, in termini tecnici sta mostrando, puntata dopo puntata, nuovi spunti interessanti che l’avvicinerebbero più a serie blasonate che ad alcune comedy, magari nostrane, magari scadenti.

Ciò che è emerso da questo terzo episodio è la volontà di Corrado Guzzanti di tirare le fila, di riprendere da dove aveva lasciato e di rispondere al quesito lasciato insoluto: “Dove eravamo?”. “Dov’è Mario?” è sostanzialmente questo: un aggiornamento del momento, uno specchio sull’Italia, per capire dove eravamo quando Berlusconi cominciava a massificare nel basso dello squallore sociale, politico e televisivo, e dove siamo arrivati oggi, quando la società non vede di buon occhio ciò che esula il caro e amato berlusconismo. Una serie che appare in una maniera, ma nasconde ben altro. Non come noi, che appariamo superficiali e tentiamo in tutti i modi di trasmettere questa superficialità anche al nostro interno.

martedì 23 giugno 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODIO 1

Dopo mesi di estenuante attesa finalmente ci siamo. La serie rivelazione dello scorso anno è tornata in una nuova veste: nuovi personaggi, nuove ambientazioni, nuovi casi misteriosi da risolvere, nuove scomode verità da portare alla luce. Al timone ancora il giallista Pizzolatto e il regista dal nome esotico Fukunaga. Paragonare la seconda stagione di True Detective alla prima sarebbe quantomeno scorretto e controproducente; la perfezione è solamente eguagliabile. Questo l’hanno capito anche i creatori e i produttori della serie che hanno voluto dare vita ad un prodotto che si allontanasse totalmente dal capolavoro dello scorso anno. Ma saranno riusciti comunque a creare qualcosa di indimenticabile senza cavalcare l’onda del successo di Rust e Marty? Scopriamolo insieme.
Prima di addentrarci nella complessa trama del primo episodio vorrei però soffermarmi a parlare dell’opening, elemento troppo spesso sottovalutato. Se la sigla della prima stagione bucava lo schermo e riusciva a trasportare lo spettatore direttamente all’interno delle contorte menti dei protagonisti, quella della seconda convince meno. Sembra essere poco in linea con il tono della serie; meno incisiva, meno azzeccata, ma non per questo deprecabile.


La puntata si apre con Ray Velcoro, agente di polizia della città di Vinci, che accompagna il figlio a scuola. Egli è divorziato e insicuro riguardo l’effettiva paternità del bambino visto in precedenza. La storia si sposta poi nel passato, quando il giovane agente si lascia convincere da un Vince Vaughn tanto astuto quanto losco nelle sue azioni che la moglie sia stata violentata da un uomo dai capelli scuri di cui il suddetto Frank ha casualmente una fotografia a portata di mano. In verità credo che sia stato lo stesso Vaughn a stuprare la moglie del protagonista, o forse è completamente estraneo alla faccenda, ma in ogni caso il suo obiettivo era quello di intrattenere un rapporto stabile con un membro della polizia di Vinci. Ray decide quindi, in preda a tutte le furie, di farsi giustizia da solo. Verremo poi a sapere che, a distanza di anni, il rapporto di amicizia-utilità tra i due personaggi perdura anche al tempo in cui si svolgono gli eventi principali. Piccola parentesi: l’uso dei flashback è stato volutamente ridimensionato rispetto alla prima stagione e ciò, a mio parere, rappresenta un elemento a favore della serie in quanto grande punto di rottura con il passato.
Vengono presentati poi gli altri due protagonisti della serie: Rachel McAdams (già a lavoro con Vaughn in “Due Single a Nozze”) e Taylor Kitsch. La prima è un’agente di polizia di una cittadini vicino Vinci. Ha una sorella che lavora nel settore del porno nonostante il dissenso dei familiari e un padre santone mistico oltre che una discreta dote di prevenzione nei confronti del genere maschile. Ciò che emerge maggiormente di questo personaggio femminile è la vacuità di una vita che si rifugia nell’alcool e nel lavoro per cercare una compiutezza impalpabile e passeggera. Il secondo protagonista, interpretato da Kitsch, è invece un tormentato agente biker affetto di impotenza e coperto di vistose cicatrici che rischia il licenziamento dal corpo di polizia per aver usufruito di alcuni favori sessuali abusando della divisa. Woodrugh è evidentemente depresso, tanto da tentare il suicidio in moto verso la fine dell’episodio.


Inizialmente il collante tra i tre protagonisti è sconosciuto e in realtà la molteplicità di storie si rivela leggermente destabilizzante per lo spettatore medio in cerca di puro intrattenimento, ma col passare dei minuti alcune elementi cominciano ad essere comuni ai tre mondi fino a quel momento paralleli e indipendenti.  Altro personaggio degno di nota è il sopracitato Franky Vaughn Semyon, uomo della malavita locale e gestore di una serie di locali tra cui un casino. Si intuisce chiaramente che Semyon sia invischiato nell’omicidio che sorregge la puntata, ovvero quello del politico di Vinci Ben Caspar, anch’egli probabilmente coinvolto nel giro di tangenti e nel riciclaggio di denaro estero.
La prima puntata si conclude con i tre protagonisti nell’atto di riconoscere il cadavere di Caspar sul bordo di una fredda e buia strada statale. Velcoro è il responsabile delle indagini legate al cadavere trovato da Woodrugh nel territorio di competenza dalla Bezzerides. Un’intricata rete che collega i tre.
Ancora una volta Pizzolatto si conferma abile scrittore di persone; a risaltare sono infatti le personalità dei singoli personaggi che talvolta potrebbero sembrare eccessivamente sopra le righe (vedi Farrell), ma nel complesso si dimostrano decisamente molto umane. Le pause, le espressioni, le difficoltà esistenziali, i silenzi. Tutto molto bello, tutto molto vero. Il problema è che se una serie vuole definirsi un crime ha bisogno di una trama. La trama di questo primo episodio convince, tiene accessi i cervelli degli spettatori ed appassiona quanto deve, ma due enormi buchi di sceneggatura non possono passare inosservati: il primo si ha quando la McAdams capita casualmente nella casa di una signora ispanica per consegnarle una lettera di sfratto e questa le chiede di trovare la sorella che poi scopriremo essere l’amate di Kitsch. Un volo pindarico eccessivamente forzato per collegare due personaggio che altrimenti sarebbero rimasti estranei l’uno all’altra. L’altro buco di trama riguarda appunto Kitsch, o Woodrugh, che dir si voglia. Questi, nel tentativo di suicidarsi in moto, alla velocità di 110 mph (175 km/h) e con i fari spenti, incredibilmente evita miracolosamente lo schianto e scopre ancor più miracolosamente il cadavere del politico scomparso, così, dal nulla. Male Nic, sai fare di meglio, lo sappiamo.


Per il resto la regia si ripete un po’ troppo spesso ma rimane comunque di alto livello, soprattutto nelle suggestive riprese dall’alto, e la fotografia mostra più colori rispetto a quella della prima stagione, in linea con l’ambientazione e la variazione di temi portanti. Tutto sommato un pilot convincente ma non eccelso, lineare ma anche confuso, semplice ma anche complesso. Un episodio che introduce dei nuovi meravigliosamente problematici personaggio e da il via a otto settimane che ci terranno inevitabilmente col fiato sospeso. True Detective è tornato, fate spazio ai maestri.


Breve puntualizzazione: a causa di impegni e della serializzazione contemporanea dei commenti su Wayward Pines (che vi invito a leggere qui, fatelo, sul serio, vi controllo), ho deciso di analizzare gli episodi di True Detective due alla volta, fino ad arrivare all’ottavo e ultimo, di cui parleremo singolarmente e più approfonditamente per fare anche un bilancio finale della seconda stagione. Per cui, per quei pochi stolti che seguiranno questo blog solo per questa miniserie di commenti, ci vediamo tra due settimane. Intanto buon caldo a tutti e buoni orali (panico).

venerdì 22 maggio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 1

Dopo l’enorme successo degli articoli-commento dedicati alla deprecabile 1992 ho deciso di buttarmi nuovamente nel mondo delle serie tv settimanalmente. Ma quale scegliere? Di quale parlare? A dirla tutta la “mia” serie comincia a Giugno e davvero non sapevo come occupare il tempo che rimane.
Daredevil? Nah, è già uscita tutta in un colpo grazie a Netflix. Non avrebbe senso analizzare ogni puntata di una stagione già terminata. Barcollavo nel buio quando mi ha chiamato mio fratello. “Hanno istallato MySky, ora abbiamo tutte le serie che vogliamo On Demand”. A quel punto mi sono deciso: era giunta l’ora di Wayward Pines.


L’occhio si apre e la menta va inevitabilmente a Lost. Il protagonista si sveglia ed entra in una tavola calda in una cittadina dello stato di Washington e la menta va inevitabilmente a Twin Peaks (vagamente citato anche nella struttura del titolo). L’FBI complotta contro il malcapitato agente attorno a cui ruota la trama e la mente va inevitabilmente a X-Files. La barista della tavola calda avverte il protagonista della presenza di telecamere ovunque e la mente va inevitabilmente a The Truman Show.
Diciamo che, tralasciando il fatto che questa mente vada troppo spesso in giro, le ispirazioni del celebre M. Night Shyamalan non sono affatto male e già i piccoli dettagli del primo episodio possono catalogare questa miniserie in un filone ben preciso che mescola elementi noir ad altri soprannaturali, il tutto tenuto insieme dall’immancabile velo di mistero.
Appena dopo i titoli di testa veniamo immediatamente catapultati all’interno dell’azione. Non sappiamo quasi nulla del protagonista, né un background né una presentazione, solo un uomo ferito che vaga per una città semideserta. La storia di fondo ci viene spiegata a mano a mano che la narrazione prosegue: l’agente Ethan Burke, sposato, con un figlio e un’amante, era stato inviato a Wayward Pines per investigare sulla scomparsa di due colleghi, ma, una volta arrivato sul posto deve aver subito un “incidente stradale” che è costato la vita all’altro agente che era stato inviato con lui nella sinistra cittadina. Da questo punto in poi entrano in gioco nuovi personaggi locali che dimostrano di sapere indubbiamente qualcosa più di Burke, interpretato da un convincente Matt Dillon, e che portano il protagonista a dubitare della facciata di quella tipica cittadina rustica americana.


Le serie di questo tipo vivono di tensione e in questo episodio essa è sempre alta grazie a due particolari non da poco: le musiche ritmate, mixate alla perfezione e posizionate nel momento giusto e le scelte registiche di Shyamalan, oltretutto produttore e supervisore del progetto. Il regista de Il Sesto Senso (e davvero poco altro degno di nota) decide di dare un tono misterioso e personale all’opera preferendo l’uso di primi piani e telecamere fisse. L’autore di origini indiane opta inoltre per mettere a fuoco unicamente i volti dei personaggi e ciò tende a creare un effetto etere sfocato in tutti gli sfondi delle inquadrature; molto misterioso e sovrannaturale. La regia però può definirsi scolastica nella maggior parte delle scelte e alla lunga l’effetto appena citato potrebbe risultare pesante. Speriamo che i registi che si alterneranno nei prossimi episodi osino un po’ di più conferendo una personalità più interessante all’opera.


Le serie di questo tipo vivono di colpi di scena e questi non mancano: la scoperta del cadavere del compagno, l’intrigo internazionale ordito dallo psichiatra e dall’agente dell’FBI e la scena finale con la telecamera che, spostandosi verso l’alto, mostra una muraglia cinese che circonda la città.
Nonostante non venga esplicitamente mostrata, la componente metafisica della serie, che riprende chiaramente quella di David Lynch, è ben presente e immagino risulterà alla lunga fondamentale per la risoluzione di alcuni misteri presentati in queste prime battute. Il tempo ad esempio; il tempo sembra scorrere in maniera diversa tra la città e il resto del mondo, altrimenti non si spiegherebbe il cambiamento della collega del protagonista nel giro di cinque settimane. Qualcosa legata al tempo non quadra.


Cosa sta succedendo qui? È tutto frutto della mente del protagonista in seguito al presunto incidente o davvero esiste una comunità di persone costrette a vivere in una bolla facendo finta che tutto sia normale? La scene ambientate al di fuori della città suggeriscono più la seconda e anche io spero sia così. Certamente tutti sanno tutto e lo dimostra la barista che cerca di aiutare il protagonista, solo non sappiamo se tutto ciò che vediamo sia effettivamente vero. Mi dispiacerebbe se dopo dieci episodi si venisse a sapere che è stato tutto un sogno dell’agente Burke, ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe se tutto si limitasse ad una semplice teoria del complotto ordita contro il protagonista o contro una branca attiva dell’FBI, ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe se l’elemento fantastico e misterioso venisse esagerato e quindi tutta la serie perdesse di credibilità. Credo che la buona riuscita di questo prodotto, evidentemente commerciale e rivolto ad un pubblico occasionale, dipenda dal costante equilibrio di queste tre componenti fondamentali.


Per ora posso dire che come prodotto d’intrattenimento funzione, ma ciò è dovuto principalmente al fatto che si basi sul calco fatto dai suoi predecessori. Poche novità e molti clichè che, se mescolati bene, possono dare vita a qualcosa di piacevole. Speriamo bene.

sabato 25 aprile 2015

1992 - FINALE

La notizia migliore delle ultime due puntate è che “1992” è finalmente finito. Non mi aspettavo che il trend cambiasse e di fatto non è cambiato, anche se qualcosa di salvabile c’è, ad esempio la storia della decadenza della DC o la morte di Venturi (c’avevo preso la scorsa settimana, eh?), ma se questi vengono paragonati a tutto ciò che non funziona il bilancio è decisamente negativo. Sostanzialmente non ci si accorge che si tratta degli episodi conclusivi fino a quando mancano ormai pochi minuti e una canzone discretamente azzeccata comincia a sovrastare le parole dei personaggi che intanto si muovono e cercano di mettere più di una pezza su un finale abbozzato. La sequenza in sé non è cattiva, ma a parte la vicenda legata a Bettino Craxi e Di Pietro, le altre storie sembrano avere una conclusione insoddisfacente, in particolare quella di Bosco e della Castello.
Discreta anche la scelta di far riassumere Pastore nel pool di Tangentopoli per poter riallacciare un rapporto interessante con la realtà degli eventi di quell’anno.


Ecco, gli aspetti positivi sono finiti a mio parere, quindi proporrei di passare a quelli negativi.
Non credo di aver capito bene il rapporto tra Bibi e Leo Notte: perché si frequentano? Cos’hanno in comune? Stanno insieme o è un rapporto di amicizia o è un rapporto di interesse? Non si capisce. Il loro legame è giustificato unicamente dal seppellimento del cadavere di Venturi nella proprietà Mainaghi, per il resto sembra tutto forzato, irreale e di conseguenza fastidioso. Non viene poi fatta luce sul rapporto tra l’azienda della Falco e le organizzazioni mafiose milanesi; intendiamo alla fine che tutto emerga poi fragorosamente, ma la serie non indaga oltre sulla faccenda.
Pastore improvvisamente lascia perdere la sua battaglia personale contro il traffico di sangue e plasma infetti e decide di tornare sui suoi passi per contribuire attivamente all’inchiesta Mani Pulite. Ciò in parte funziona perché la fissazione del personaggio per la storia delle trasfusioni dannose stava diventando pesante e ripetitiva, ma abbandonarla così, da un momento all’altro, rischia di risultare controproducente.


La storia di Bosco e della Castello è forse la peggiore delle ultime due puntate. Una gravidanza da “Gli Occhi del Cuore” che allunga il brodo e tenta di approfondire ulteriormente due personaggi già ampiamente definiti quando ormai la fine è vicina e bisognerebbe tirare le somme piuttosto che aggiungere elementi. Un errore abbastanza grave degli sceneggiatori, errore banale. Una sottotrama che non porta a nulla di interessante se non alla separazione di due personaggi che per storie e personalità era evidente sarebbe avvenuta. Una sottotrama che almeno si può definire conclusa, non come quelle di Stefano Accorsi. Buio, non smetterò mai di dirlo, rappresenta in pieno tutta l’inutilità della serie: storie non concluse (come quella del vicino spacciatore), relazioni capate in aria e dialoghi imbarazzanti (tutti quelli con Bibi). Ma l’incontro con Silvio che tutti (si fa per dire) stavamo aspettando? La figlia showgirl? La relazione con la minorenne in Sardegna? Il rapporto con la Castello? L’assassinio di Venturi? Bah. Quanta futilità.


Anche stavolta a salvarsi è il solo Di Pietro che, con una scena in un bar in cui ordina due drink di fila, riesce a risultare credibile, ben caratterizzato e decisamente interessante.
Dopo dieci lunghi e strazianti episodi possiamo analizzare in la serie nel suo complesso. Sicuramente, se non si fosse chiamata “1992”, nessuno si sarebbe accorto dell’ambientazione vintage. Una fotografia curata ma a tratti irrealistica ed eccessiva allontana molto dall’idea di anni ’90 a cui siamo abituati e qualche canzone caratteristica o qualche riferimento sporadico non possono cambiare la cosa. Il comparto tecnico rimane comunque di livello medio-alto per il nostro paese. Peccato per la recitazione di alcuni personaggi decisamente non all’altezza. Un plauso ad Alessandro Roja e Guido Caprino, Messinese nelle vesti del deputato della Lega Nord, attori più che all’altezza, quasi sprecati.


I veri problemi della serie però sono due: il nome troppo pesante che porta consapevolmente e la scrittura. Inizialmente la serie si era proposta come un affresco della situazione politico-economica italiana, un affresco duro e crudo, cattivo ma realistico. Niente di tutto ciò. “1992” perde dopo due episodi il contatto con la realtà dei fatti e l’attenzione si sposta sulla finzione, sulla fiction, perché checché se ne dica la scrittura dei personaggi e lo sviluppo della trama si discostano ben poco da quelli della fiction italiana. Se fosse stato un prodotto meno pretenzioso, ma più umile, se si fosse presentato fin dall’inizio senza la volontà di denunciare la situazione italiana dei primi anni Novanta, senza la volontà di stupire e di proporsi come nuovo punto di riferimento, sarebbe potuto essere discreto, quantomeno una delle migliori fiction italiane. Peccato che in un’analisi complessiva pesa molto anche come una serie si propone.
Indubbiamente scalinate sotto “Gomorra - la serie” e “Romanzo Criminale - la serie”, e quindi incomparabile con i migliori prodotti oltreoceano.


Le premesse per un prodotto di livello c’erano tutte e da parte mia le aspettative erano alte, forse troppo. Nessun alto, solo qualche picco medio che nella pochezza generale sembra più di quello che è. Peccato, potenzialità e risorse sprecate. Ora spero che Accorsi torni a gridare per la sua Giulia e la Falco a fare foto, Roja a produzioni più decenti e la miss a Uno Mattina.

Dimentichiamoci in fretta di una serie dimenticabile.

domenica 12 aprile 2015

1992 - Episodi 5 e 6

Lo scorso martedì stavo guardando “1992 - La Serie” e durante la pubblicità tra le due puntate ho avuto una strana sensazione; mi sono sentito come se fossi su Rai Uno piuttosto che su Sky Atlantic.
Se la scorsa settimana avevo ravvisato un calo della qualità del prodotto, soprattutto alla luce delle aspettative, con questi nuovi episodi il calo verso il basso è ormai evidente, il calo verso la fiction italiana da cui le produzioni dell’emittente satellitare prendono sempre le distanze, sia a parole che con i fatti. Tradimenti, amori, sesso, trama banale, mediocrità. Gli ingredienti della fiction ci sono tutti. I mezzi tecnici, tra cui una fotografia precisa e realistica e una regia discreta, sono gli unici aspetti che rimangono del timbro tipico di Sky e delle sue serie evento tanto acclamate da pubblico e critica. Il vero problema di questo prodotto è quindi una scrittura non all’altezza che fatica a sorreggere una realizzazione di livello medio-alto.


Lo sviluppo della narrazione sta gradualmente diventando borioso, futile, noioso, ripetitivo e soprattutto completamente estraneo a Tangentopoli e al 1992 in generale. Che fine ha fatto Tangentopoli? Specialmente nel quinto episodio mancano completamente agganci all’inchiesta Mani Pulite che francamente era l’unico oggetto d’interesse riguardo questa serie.


Guido Caprino nel quinto episodio si conferma un buon caratterista e la storia legata ai proiettili contenenti uranio impoverito scorre piacevolmente seppur senza lasciare grande traccia nel complesso. La vera nota dolente si sente nel sesto episodio, quando la storia del parlamentare leghista si lega nuovamente a quella della Leone: il personaggio mostra altre sfaccettature meno interessanti che rischiano di minare la credibilità mantenuta fino a quel momento. La trasformazione di Bosco in ubbidiente soldatino agli ordini dell’aspirante attrice allontana lo spettatore dagli eventi parlamentari decisamente più interessanti. Ridicola la scena della proposta di matrimonio in spiaggia. Calo.
La Castello è un pesce fuor d’acqua. Un personaggio molto più vicino a Beautiful che ad una serie evento di Sky.  Con la morte di Mainaghi si è optato per legare la protagonista agli “eventi politici” narrati attraverso Bosco, una scelta quantomeno discutibile. La luce accesa sul passato della ragazza nella scena della confessione al gruppo di teatro rende la Leone un personaggio a metà l’odio e la compassione. Non si riesce mai a provare una di questi due sentimenti fino in fondo. “1992” senza questo personaggio perderebbe solo la bellezza dell’ex miss Italia e nulla più.


Si scopre finalmente la verità sul presunto omicidio commesso da Notte, una storia di droga e morte in età giovanile. Accorsi recita in maniera monotona, mostrando un po’ di espressività solo con gli occhi ipnotici. Poco credibile l’incontro iniziale con Roja, licenziamento interessante reso vano da una riassunzione immediata, imbarazzante ed evitabile il cameo di Giovanni Rana. Come già detto nel precedente commento, Leo Buio incarna l’inutilità della serie, in questi episodi rappresentata dalle “liaisons dangereuses” tra il pubblicitario, la sua amica rifatta e la figlia quindicenne di questa in Sardegna. Il personaggio che in partenza aveva più implicazioni con il mondo dell’imprenditoria milanese e con quello della marcia politica fallisce miseramente. Potenzialmente interessante l’incontro Notte - Silvietto nazionale nel finale della sesta puntata, percepibile nell’aria fin dall’inizio della serie.


Tea Falco si conferma la “Cagna Maledetta” di 1992. Relazione discreta quella con Pastore e molto interessante l’implicazione della mafia nella società Mainaghi, ma la recitazione della Fotografa Siciliana rovina tutto. Appunto, Fotografa. Doveva proprio dedicarsi alla recitazione? Stavamo per perderla nel quinto episodio, stavo già stappando lo champagne, ma il Buio aveva altri progetti.
Diele sembra aver imparato bene il mestiere dal monocorde Accorsi. A parte la recitazione sottotono, il personaggio si arricchisce di sfaccettature attraverso rivelazioni sul passato e sull’HIV. La relazione utile con l’Imprenditrice Mainaghi porta avanti una storia che a mio parere sarebbe stata realmente più accattivante e graffiante se avessero concentrato le attenzioni dell’ufficiale della polizia giudiziaria solo sul supporto diretto all’operato di Antonio Di Pietro. Comunque uno dei personaggi più convincenti finora.
Roja rivela la propria natura di giocatore d’azzardo e lascia intendere il doppiogiochismo che compie sistematicamente nei confronti del pool di Mani Pulite. Un personaggio che nasconde nella sua natura di comprimario il segreto dell’interesse che riesce a suscitare nello spettatore.
Di Pietro funziona in quanto fittizio e lontano dal reale ex magistrato. Scelta inizialmente azzardata ma che alla lunga si è rivelata azzeccata.



Se nel precedente commento avevo chiuso con un inno alla speranza nei confronti di questa serie, ora la speranza residua è minima. Sempre meno interessante, puntuale, precisa e di denuncia. Sempre più italiana, inutile. Sempre più Rai. Ad oggi uno spreco di potenziale e di risorse enorme.

martedì 31 marzo 2015

1992 - Episodi 1 e 2

Dopo aver visto i primi due episodi della serie 1992 in onda su Sky ho pensato di aprire questa nuova rubrica, con cadenza settimanale, nella quale analizzo il prosieguo della narrazione e lo sviluppo dei protagonisti. Ovviamente non mi prendo responsabilità per eventuali spoiler necessari per analizzare al meglio la serie, quindi la lettura di questi articoli è consigliata principalmente a coloro che hanno già visto gli episodi in questione. Oltre un’analisi delle singole puntate ho pensato di cogliere l’occasione per presentare il prodotto e farne un’analisi qualitativa. Scusate la lunghezza. Cominciamo…



Sky colpisce ancora nel segno con 1992, la nuova serie evento in esclusiva su Sky Atlantic nata da un’idea di Stefano Accorsi. Dopo “Romanzo Criminale - la Serie” e “Gomorra -la Serie” l’emittente satellitare torna a produrre un serial televisivo di alto livello. Il fatto che i primi due episodi siano stati trasmessi in prima tv in contemporanea in vari altri paesi europei denota le alte aspettative riposte nella serie che possiamo definire “di punta” per Murdoch e soci.


Gli argomenti trattati sono ormai noti a tutti. Quattro soli numeri riportano alla mente di tutti gli Italiani quell’inizio. L’arresto per corruzione del senatore Mario Chiesa, il 17 Febbraio dell’anno fulcro della serie, apre la famosa stagione di Mani Pulite. Un vero e proprio terremoto che scuoterà le fondamenta di un sistema politico-economico ben collaudato e porterà alla luce il marcio che si cela sotto. Allo stesso modo comincia anche “1992”: un giovane ufficiale della polizia giudiziaria, Luca Pastore, interpretato da Domenico Diele, scopre il senatore del PSI intento a gettare nel water alcune banconote segnate dal pool di Antonio Di Pietro (esageratamente eroico in questi primi episodi) e il vaso di Pandora è scoperchiato. Ci sono tutti: il sopracitato Chiesa, Craxi, Dell’Utri nominato a più riprese, Silvio che con una battuta (“Pulisci sempre l’asse, mi raccomando, altrimenti chi viene dopo pensa che sia stato tu a sporcare”) riesce a riassumere lo spirito del sistema di cui è uno dei pilastri, Bossi e molti altri.


Gli sceneggiatori, tra cui lo stesso Freccia, optano però per una scelta diversa dal solito: decidono di narrare le vicende di tangentopoli attraverso le vicissitudini di sei personaggi di fantasia, forse in cerca d’autore, che intrecciano le loro strorie personali con l’inchiesta in maniera indissolubile. Fin dall’inizio ci vengono quindi presentati gli ufficiali giudiziari Pastore e Venturi (Dandi), entrambi impegnati con Di Pietro alla ricerca di prove contro i politici e gli imprenditori coinvolti in Tangentopoli ed entrambi spinti da uno spirito di vendetta, su cui aleggia un velo di mistero, e per cui sono disposti a tutto pur di incastrare determinati personaggi pubblici. Si passa poi alla presentazione del personaggio più ambiguo della serie finora, ossia Leonardo Notte, interpretato da Accorsi, che, in veste di dipendente dell’ormai celebre Publitalia ’80, viene spinto ad intrattenere rapporti di lavoro con Dell’Utri e con la Fininvest. Notte risulta cinico e deciso nel suo lavoro e con le donne, ma non sembra mai convinto del suo operato quando si tratta di lavorare a braccetto con la politica, tanto che nel secondo episodio abbandona stizzito una convention a Roma organizzata dalle lobby politiche per discutere delle elezioni imminenti. Egli intrattiene anche rapporti occasionali con un’altra protagonista: Veronica Castello, interpretata da una più che mai convincente Miss Miriam Leone. Questa rappresenta una generazione di avvenenti ragazze entrata nel mondo dello spettacolo attraverso le conoscenze giuste. In questo caso specifico la Leone interpreta l’amante di Mainaghi, potente industriale milanese, invischiato fino al collo nell’inchiesta. La ragazza riesce quindi ad ottenere una parte da protagonista a “Domenica In” poco prima che il sopracitato imprenditore venga incastrato da un’abile mossa fuorilegge di Pastore. Questo porta la Castello ad affrontare il suo nuovo futuro, prima radioso, senza le spalle coperte. Altri due protagonisti degni di nota sono Bosco, ex militare interpretato da un irriconoscibile Manara, che per una serie di coincidenze diviene deputato per la Lega e Bibi Mainaghi, figlia dell’imprenditore, che finora ha avuto un ruolo marginale. Il grande merito di questi personaggi è la naturale umanità con cui reagiscono agli eventi. Chiunque di noi potrebbe immedesimarsi in queste figure più ombre che luci.


La scelta è quindi quella di rendere il ’92, Tangentopoli, lo sfondo di queste vicende che si intrecciano; uno sfondo mobile però, perché in soli due episodi la storia ingrana e la narrazione scorre piacevolmente senza che lo spettatore avverta lo stacco tra realtà e finzione.
Dopo due puntate, della durata di cinquanta minuti ciascuna, è già possibile tirare le somme relative al comparto tecnico della serie: la regia è curata ma a tratti ripetitiva, soprattutto nelle riprese sfocate, fotografia iperrealistica e moderna che funziona ma allontana l’ambientazione proposta da quella anni ’90 a cui il serial dovrebbe rifarsi, le prove attoriali sono discrete, con pochi alti e qualche basso di troppo per una serie Sky (il Freddo ci aveva abituati meglio). Il grande problema di questo prodotto è l’audio, decisamente sotto le aspettative: alcuni dialoghi risultano incomprensibili e necessitano di due, tre ascolti e alcune battute sono state ridoppiate successivamente creando un fastidioso effetto ventriloquo. Spero i fonici si riprendano nel corso delle prossime puntate.



In sostanza prodotto medio-alto che sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, che la qualità nostrana respira ancora sepolta sotto chilometri di fiction. Se come me non avete vissuto in prima persona questo tragico momento storico per il nostro paese è bene che recuperiate i primi episodi e vi mettiate al passo con la serie, se invece non siete più giovincelli e volete avere una nuova versione dei fatti, raccontata da un punto di vista diverso, questo potrebbe essere il prodotto che fa per voi. Intrattiene fornendo contenuti. Quando tutto cambiò per tornare ad essere come prima. Si scrive 1992, si legge 2015.