sabato 17 ottobre 2015

COMMENTO FARGO 2 - EPISODIO 1

Dopo mesi di inattività in questo preciso settore ci risiamo. Ecco la serie da commentare che stavo cercando e che ci accompagnerà per i prossimi due mesi su questo blog. Dopo mesi di vani tentativi (TheWhispers) o di pilot troppo belli per essere poi criticati in questa sede (The Brink), la seconda stagione di Fargo è venuta in mio soccorso. Volendo essere totalmente sincero, preso dagli studi e dal recupero di serie più datate, all’epoca dell’uscita della prima stagione non ebbi il tempo di seguirla con costanza e quindi, a parte qualche spezzone sporadico su Sky Atlantic posso dire di averla completamente persa. Avrei certamente potuto recuperarla negli oziosi mesi estivi appena trascorsi, ma il distacco, sia temporale che logico, tra la prima e la seconda stagione mi ha portato a desistere. Ciò non vuol dire che non recupererò mai la prima, la cui solidità e accuratezza sono ormai note a tutti, ma solo che il mio personalissimo percorso sarà inverso e tutto dipenderà da questa seconda stagione.
Come al solito vi avverto della presenza di eventuali spoiler voluti ma non cercati, funzionali alla costruzione delle mie argute tesi. Ricordo inoltre che, come fu per True Detective, esclusi il primo e l’ultimo episodio che verranno analizzati separatamente, tutte le altre puntate saranno oggetto di commento due alla volta per evitare articoli troppo lenti rispetto ad altri e per avere il tempo materiale di trattare altre due serie (sorpresa delle sorprese). Quindi non mi rimane che cominciare.


Il primo episodio si apre con un’esilarante piano sequenza che simula una scena d’intermezzo delle riprese di uno show televisivo o di un film dell’epoca. In meno di tre minuti veniamo immersi nel mondo dei Cohen e della loro particolare comicità. Serietà, rigore, studio delle inquadrature e dialoghi surreali che in realtà sono molto più vicini alla quotidianità di quanto possa sembrare. Personalmente mi sono rivisto abbastanza e ho facilmente empatizzato con il regista che osa troppo dando dell’indiano ad un indiano e poi cerca di rimediare accennando alla Shoah. Semplicemente i Cohen. L’attenzione si sposta poi su quelli che sembrano essere i protagonisti della nostra storia ma che si riveleranno essere solo una parte del tutto. Un poco credibile malvivente deve dei soldi ad un uomo ben più minaccioso che si presenta poi come suo fratello. Inizialmente queste sequenze risultano un po’ confuse e poco accattivanti in quanto lo spettatore non riesce a cogliere il senso di tutto quello che passa sullo schermo, come se ci fossero dettagli non detti che in realtà darebbero senso al tutto. Un tipo narrazione per certi versi di nicchia e meno commerciale che potrebbe annoiare i più. Questa lentezza narrativa si prolunga fino alla metà dell’episodio circa, quando la scena nella tavola calda rivolta tutto e accelera l’intera puntata. Le interpretazioni magistrali del malvivente, un certo Bear (ma non ebreo) e soprattutto del giudice che cita Giobbe (al pari di un certo Samuel qualche anno fa) tengono altissima la tensione dello spettatore che rimane allo stesso tempo estasiato e turbato dalla tragedia che si sviluppa in due minuti. Poi comincia davvero il giallo e ci viene presentato l’agente che si occuperà delle indagini, o forse no, perché pochi minuti dopo lo vediamo lasciare le indagini al più anziano suocero. Da qui in poi la puntata rallenta nuovamente, senza però toccare gli abissi di prima, in attesa dell’esplosivo finale in cui viene introdotta una nuova coppia (il cui elemento maschile è quell’infame di Todd di Breaking Bad, ingrassato per l'occasione) legata in maniera meravigliosa con le altre linee narrative. Alle spalle di tutto ciò una famiglia mafiosa in lutto (doppio, ma questo ancora non è dato saper loro) che vede i propri averi minacciati dall’emergere di nuove famiglie poco raccomandabili.


Comincia così quest’avventura targata Cohen, e di Cohen ce n’è a bizzeffe. Ogni personaggio presentato in questo pilot è, a mio parere, ricollegabile ad un altro già visto e apprezzato nelle pellicole dei due fratelli registi. La coppia finale che scopre il malvivente intento a scappare dal loro garage potrebbe essere paragonata alla strana coppia Pitt-McDormand di Burn After Reading ad esempio. L’agente di polizia, attorno al quale ruoterà probabilmente l’intera serie, invece ricorda da vicino la stessa McDormand in Fargo, film da cui tutto ciò ha avuto origine. Maschere quindi consone al cinema dei due registi che stranamente non hanno inserito i loro nomi tra quelli degli scrittori, ma che evidentemente influenzano molto in qualità di produttori esecutivi.
Quello che ci si para davanti dopo circa cinquanta minuti è un dipinto ad olio crudo ma colorato, un dipinto con molte sfumature, assai grande e variegato. I personaggi presentati non sono pochi considerando che trattasi di miniserie giallo-noir, genere che spesso addossa sulle spalle dei soli protagonisti le responsabilità dell’intera narrazione e che abbozza soltanto i personaggi secondari limitandoli a macchiette utili allo sviluppo del caso. In questo frangente invece sembra che gli autori abbiano tentato di fare il contrario: il più caratterizzato è infatti Bear Gerhardt, ossia il mafioso che viene ucciso alla fine dell’episodio. Quello che invece dovrebbe essere il protagonista, ovvero l’agente Solverson (interpretato dal padre di Insidious), ci viene invece mostrato attraverso veli di stereotipi legati al genere che non lo rendono attivo, tridimensionale, ma piatto e passivo in attesa che la storia, in particolare la sua, ingrani. Sembra che questa serie faccia il contrario di quello che ci si aspetti e per questo la mia prima impressione è stata particolarmente positiva. Tutto quello che accade è impensabile e imprevedibile, e ciò contribuisce molto a creare il clima giusto perchè un prodotto così particolari riesca ad ottenere il seguito che in realtà ha. L’imprevedibilità mette lo spettatore nelle condizioni di seguire assiduamente la serie nonostante i tempi volutamente dilatati in alcuni punti.


Dal punto di vista tecnico invece Fargo ha confermato quanto di buono fatto vedere nelle prima stagione, puntando però maggiormente su campi stretti, telecamere fisse e su una fotografia più calda e curata che richiama le atmosfere 70s a discapito del fotorealismo. Gli attori hanno fornito tutti o quasi prove soddisfacenti, con pochi picchi che si elevano rispetto al livello generale medio-alto (e poi c’è la madre, non so se mi spiego). La colonna sonora invece è troppo sottotono rispetto alle altri componenti tecniche e non risalta quasi mai.
Cosa aspettarsi quindi da questa serie? I fratelli Cinema non si discutono e, al pari di Re Mida, trasformano in oro tutto ciò che toccano da diversi anni. Ho notato fin da subito una vena umoristica assai forte che a mio parere crescerà di pari passo con la drammaticità degli eventi narrati. Una forma di comicità che personalmente adoro. Per cui mi aspetto una trama semplice ma aggrovigliata su se stessa, una caccia agli uomini che cacciano altri uomini. Un prodotto innovativo in un sottogenere che ormai sta diventando saturo di prodotti medi che non si distinguono tra gli altri. Ma queste sono solo illazioni. Tempo per riflettere ce n’è, ce ne sarà. Siamo solo all’inizio.


venerdì 16 ottobre 2015

FIVE BY FIVE #2

Ed eccoci di nuovo con una nuova puntata. Per chi si fosse sintonizzato solo ora su queste frequenze, qui si parla di canzoni belle e fresche come il cocco in spiaggia. Ne sono uscite non poche in queste due settimane, ma una in particolare mi ha messo sinceramente in difficoltà: ne parlo o non ne parlo? Alla fine ho deciso di fare entrambe le cose: ne parlo, ma non ne parlo davvero. Il singolo in questione è Sappy, il primo estratto dall’album solista postumo di Kurt Cobain. Ero indeciso se parlarne o meno perché mentre lo ascoltavo non riuscivo a non far caso all’odore di manovra commerciale che le cuffie diffondevano insieme alle note. Inoltre il pezzo, che è praticamente una demo, è così intimo che ascoltandolo avevo la sensazione di star profanando una dimensione profondamente personale, quasi sacra, di un artista le cui luci e ombre   probabilmente non potranno mai essere comprese del tutto. D’altronde il brano è stato pubblicato ormai, è su Youtube a disposizione di chiunque e sarebbe stato semplicemente insensato far finta di nulla. Per cui, se volete, ascoltate Sappy e magari dite cosa ne pensate voi.  



Courtney Barnett – Shivers
Courtney Barnett non se ne sta seduta un momento. Quanti mesi sono passati dal suo eccellente debutto discografico? 3,4? Ed eccola che ha da poco diffuso un nuovo singolo, il suddetto Shivers, cover dei Boys Nex Door e prodotto, pensate un po’, da quella vecchia volpe di Jack White, un altro ben poco quieto (qualche settimana fa è uscito il suo nuovo lavoro con i Dead Weather, a proposito). L’abile tocco dell’ex striato si sente e introduce una cupezza inedita nello stile semplice ma tremendamente efficace della talentuosa australiana.
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Run The Jewels – Rubble Kings Theme (Dynamite)
Rivelazione hip-hop degli ultimi anni, il duo formato da El-P e Killer Mike dopo due ottimi lavori sembra avere ancora parecchi colpi nel caricatore. Da poco hanno pubblicato un album di remix, “Meow The Jewels”, realizzato campionando versi e suoni di gatti. Francamente mi sfugge il motivo per cui lo abbiano fatto, ma sono bravi quindi li giustifichiamo. Ad ogni modo Dynamite è il loro singolo nuovo di zecca, che non ha nulla a che fare con felini di alcun tipo ma fa parte della colonna sonora di un documentario sulle guerre fra gang che affliggevano il Bronx negli anni ’70. Non è male se vi piace l’hip-hop e anche se non amate questo genere vi consiglio di prestargli un orecchio.
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Majical Cloudz – Downtown
Duo pop-elettronico formato da Devon Welsh e Matthew Otto, i Majical Cloudz sono al loro terzo album, “Are You Alone?”, che esce il 16 ottobre. Downtown è l’ultimo singolo estratto e se il titolo non fosse abbastanza eloquente, ci pensa la musica a dissipare ogni dubbio sul tema. Downtown è serena e melanconica allo stesso tempo, ascoltandola mi sono immaginato in qualche grande metropoli, magari di mattina, magari per conto mio, circondato dal perpetuo moto di una miriade di persone, ognuna presa dai propri pensieri e dalle proprie storie. O forse non me lo sono immaginato ma l’ho ascoltata in metro andando in università. L’abbiocco mattutino tira sempre fuori il mio lato più poetico, che gioia.
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Daughter – Doing The Right Thing
I Daughter, inizialmente progetto solista della cantante Elena Tonra, sono un gruppo indie-folk inglese. Hanno debuttato nel 2013 con “If You Leave”, album carino ma nulla di più. Sembra più promettente Do The Right Thing, il primo singolo estratto dal nuovo album che uscirà nel 2016. Il brano e il video che lo accompagna è un racconto toccante, francamente il più riuscito che mi sia capitato di vedere o sentire, delle drammatiche conseguenze dell’Alzheimer o in generale delle demenze senili, e della consapevolezza di tutti i ricordi che andranno perduti. 
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Car Seat Headrest – Times to Die
Car Seat Headrest è probabilmente il peggior nome che sia mai stato dato a una band. Nonostante ciò potrebbe diventare la migliore rivelazione indie del’anno. Gli ingredienti ci sono tutti: testi intelligenti, a tratti criptici, bassa fedeltà, arrangiamento indistinto e disordinato più un tocco di psichedelica che non fa mai male. Il loro primo album, anzi il suo visto che Il Poggiatesta Del Sedile Della Macchina (terribile, davvero terribile) è in sostanza il progetto solista di Will Toledo, uscirà tra poche settimane, ma in realtà si tratterà di una raccolta di alcuni dei tantissimi singoli usciti nel corso degli ultimi anni. Times to Die è uno di questi. Per ascoltare un vero album di inediti di Toledo dovremo aspettare il 2016, è comunque interessante nell’attesa scoprire la sua evoluzione artistica.
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 Se tutto va bene, andrò a vedere “The Reflektor Tapes”, documentario sulla realizzazione dell’album “Reflektor”, appunto, degli Arcade Fire, quindi restate sintonizzati. Alla prossima!


giovedì 15 ottobre 2015

NBT: BLACK MASS

“Black Mass” (2015) avrebbe dovuto essere il film d’apertura della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica ma poi si è ritenuto che non fosse il caso di iniziare il festival con un film tanto violento così si è ripiegato su “Everest” (2015) come apertura. In ogni caso Black Mass è stato comunque uno dei film di cui si è parlato di più tra quelli presentati a Venezia soprattutto a causa della panza importante che ha mostrato Johnny Depp sul red carpet.
Il film può vantare un cast di tutto rispetto: oltre a Johnny Depp abbiamo Joel Edgerton, Benedict Cumberbatch, Kevin Bacon, Dakota Johnson e Jesse Plemons (che ha interpretato il bastardissimo Todd in Breaking Bad). Alla regia abbiamo Scott Cooper, un regista che non conoscevo e di cui non ho visto nessun film a parte questo. Devo dire però che Scott con “Black Mass” purtroppo non mi ha fatto venire voglia di guardare gli altri suoi lavori.



Il film è ambientato a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 e parla dell’accordo tra il gangster James "Whitey" Bulger e l’agente dell’FBI John Connolly per stroncare il potere della mafia italiana nel North End di Boston. La storia (vera) su cui si basa il film è certamente interessante ma, a mio avviso, non è stata raccontata in maniera da coinvolgere lo spettatore nelle vicende narrate. Questo forse è dovuto anche al fatto che i personaggi in questo film non ispirano particolare simpatia, anzi si può dire che sono proprio dei gran figli di puttana, di conseguenza risulta difficile per lo spettatore parteggiare per loro. Il difetto principale di cui si macchia “Black Mass” è la mancanza di ritmo. Non c’è ritmo, non c’è tensione e conseguentemente il film in molte sue parti risulta noioso. Le scene sono spesso piuttosto banali e i colpi di scena di questo film sono scontati e possono essere previsti dallo spettatore in anticipo.
In realtà il solo motivo per cui la maggior parte delle persone andrà al cinema a vedere “Black Mass” ha un nome e un cognome: Johnny Depp.



L’interpretazione di Johnny secondo me è molto buona ma in questo film abbiamo la prova che è necessaria una buona regia e una buona sceneggiatura per ottenere un’interpretazione attoriale veramente memorabile. Vedete, qui Depp fa il suo onesto lavoro ma il film in generale è mediocre quindi anche la sua interpretazione di viene inglobata nella mediocrità. A mio avviso il personaggio di Whitey non è stato caratterizzato molto bene. Questo non è uno di quei villain che entreranno nella storia del cinema, non certo per mancanze di Johnny Depp ma perché gli autori del film non sono stati capaci di creare un personaggio veramente memorabile. Se la sceneggiatura e la regia fossero state migliori una diretta conseguenza sarebbe stata che anche il personaggio interpretato da Johnny Depp sarebbe risaltato maggiormente. Un attore, anche se magnifico come in questo caso, non più fare tutto da solo: è necessario un grande regista per esaltare un grande attore. Infatti Depp è famoso soprattutto per i suoi ruoli nei film di Burton che guarda caso è un dei migliori registi viventi. Con questo non sto dicendo che Johnny Depp è un cane senza Tim Burton, dico solo che un grande regista sa come tirare fuori il meglio dai suoi attori, cosa che in “Black Mass” non è successa.




Nonostante tutti i grandi nomi in gioco questo film non funziona. Non posso dire di aver visto un brutto film ma di certo “Black Mass” non si alza di molto dalla soglia della mediocrità. Per ora relego Scott Cooper nella categoria dei registi che non mi hanno saputo entusiasmare ma spero che in futuro saprà darmi torto e spero che riuscirà ad affermarsi (la fotografia di Takayanagi invece non mi è dispiaciuta anche se da sola non basta a risollevare le sorti del film).
“Black Mass” è un gangster movie che non mi ha lasciato molto, penso che lo dimenticherò in fretta. Sintetizzando al massimo si può dire che il problema di fondo è che manca di idee veramente originali: tutto purtroppo sa di già visto. L’unica cosa veramente interessante di questo film è stata la ragazza bionda seduta nella fila davanti a me al cinema.





mercoledì 14 ottobre 2015

MILANO EXPO È GARDALAND?

Ma come? L’Expo 2015 è ormai finito, tutti ne hanno già parlato, ormai non puoi neanche più criticare l’organizzazione italiana per i ritardi nei lavori e per il fatto di aver aperto l’esposizione con più cantieri che padiglioni finiti e tu scrivi solo ora la tua sull’evento mondiale? Si. Ho avuto la possibilità di andare a Milano soltanto sabato scorso e quindi ne parlo ora, anche rischiando di ripetere cose dette da altri, anche rischiando di essere ormai fuori tempo massimo.
Ma quindi questa esposizione internazionale assomiglia davvero a Gardaland? Per certi versi sì, ma purtroppo si discosta dal parco divertimenti per altri.


Feed the Planet, Energy for Life. Questa la tagline dell’evento. Nutrire il pianeta, energia per la vita. Da questi due brevi incisi è possibile cogliere al volo lo spirito che anima (o dovrebbe animare) una manifestazione di questa portata. Il tema centrale è dunque quello dell’alimentazione e dello sviluppo di questa nel mondo, cercando di far fronte alle mancanze strutturali ed economiche di alcuni paesi, in particolar modo quelli del terzo mondo. L’obiettivo pratico era quello di mettere a confronto in un evento del genere la moltitudine dei modelli dell’agricoltura mondiale per valorizzare le differenze e mettere in evidenza le falle che alcuni paesi avrebbero ovviamente presentato nell’esposizione della loro realtà. A ciò si sarebbe potuta aggiungere una componente effettivamente utile in un futuro prossimo, una sorta di trattato che modificasse parzialmente gli standard economici mondiali per andare in contro a quei paesi più  deboli che non riescono a provvedere da soli al sostentamento della popolazione. Perché ogni giorno muoiono ancora 26000 persone al mondo per cause legate alla fame e alla malnutrizione. Decisamente troppe per una società sedicente avanzata e attenta ai fabbisogni vitali di ognuno come la nostra. In questo senso riconosco il discreto lavoro svolto dalla Carta di Milano; questa deve però essere firmata dalle maggiori potenze mondiali e soprattutto non dovrà rimanere nei prossimi anni un insieme di belle parole scritte su pergamena. C’è bisogno che parole come ecosostenibilità o uguaglianza non siano solo uno specchietto per le allodole, una convincente campagna vuota. Basta proclami.


Una volta entrato, dopo minuti di cammino dovuti all’agevole distanza tra l’uscita della metro e l’ingresso della manifestazione, ho notato un piccolo stand improvvisato dell’Onu e uno leggermente più grande in cui i bambini erano invitati a disegnare sbizzarrendo la loro fantasia per poi appendere in bella mostra  i prodotti del loro lavoro, un’iniziativa consueta che mi ha dato però la possibilità di fare delle foto carine. Poi ho perso di vista le organizzazioni mondiali no profit, se non con qualche sporadica eccezione come Save the Children. Dal quel punto in poi sono cominciate l’autocelebrazione e la pubblicità. Per più di un chilometro non ho visto altro che paesi benestanti e benpensanti specchiarsi col loro vestito migliore, magari prestato, e multinazionali che approfittano della mancanza di fondi altrui per riempire i vuoti con irresistibile reclame.
Esiste la componente patriottica e quella realistica. Il fatto che queste due siano talvolta in contrasto non implica l’esclusione di una di esse dall’esposizione. Ho visto padiglioni scarni vantarsi di meriti futili mostrando omertà verso quelli che sono davvero i problemi della popolazione. L’Expo era una grande opportunità per conoscere nuove culture lontane dalla nostra, e sotto questo punto di vista tutte le potenzialità sono state sfruttate appieno o quasi, ma anche per i paesi ospiti di mostrare a noi europei la realtà che si vive ogni giorno in zone meno agiate della nostra. E invece no. Tutto questo non l’ho visto e, in qualsiasi padiglione si entri, sembra di vedere il nazionalismo americano, la precisione e il rispetto delle regole tedesco e la puntualità svizzera. Se tutti tirano l’acqua al proprio mulino i secchi si riempiono e da fuori sembrano tutti uguali.
Poi gli sponsor: padiglioni enormi che nulla hanno a che vedere con il tema principale della manifestazione ma che puntano unicamente a pubblicizzare il loro marchio. Passabile Beretta e Coca Cola, fastidioso ma sopportabile il McDonald, ma inaccettabile la Ferrero. Tre o quattro stand identici in cui lo spettatore può unicamente sedersi o sdraiarsi e guardare video promozionali proiettati sul soffitto. La nuova frontiera del marketing. Non si riesce a fare un passo che l’occhio cade inevitabilmente su un marchio conosciuto che poi ricorderemo a vita. I pubblicitari sanno il fatto loro. Ma c’è qualcosa che va oltre tutto questo squallore commerciale e commerciabile, ossia i padiglioni (o stand) dedicati ad aziende che non riguardano minimamente il cibo. Sto parlando di Alitalia/Ethiad e Technogym. Inspiegabili e ingiustificabili.



La mia giornata Expo, purtroppo rallentata dall’eccessivo numero di persone presenti domenica, si è conclusa con la visita di pochi padiglioni interessanti e quell’amaro in bocca che lasciano le situazioni attese e sperate ma dimostratesi una sorta di bluff. Quindi Milano Expo 2015 è una manifestazione da visitare e supportare? Assolutamente si. Il privilegio di averla quest’anno in Italia rappresenta un’occasione imperdibile e non tutto ciò che ho visto era da disprezzare. Le architetture ad esempio mi hanno colpito molto, in particolar modo quelle che sono riuscite a rispettare le peculiarità del paese che volevano rispettare; per fare un esempio, Argentina bocciata, Angola promosso. Il flusso di persone accorse nella capitale della moda in questi mesi e l’interesse mondiale che l’evento ha generato ne aumentano inoltre l’appetibilità per il grande pubblico. L’Expo non è pessimo, neanche disprezzabile nella sua forma, certo però dà l’idea di un killer professionista che insegue la sua preda per anni, la pedina, la studia, ne comprende le abitudini per poterle sfruttare a proprio favore e infine la bracca. Ce l’ha all’angolo, ormai è fatta. Dopo il classico discorso in cui svela la propria identità non deve far altro che premere il grilletto e scrivere la parola fine col sangue, ma clamorosamente manca il bersaglio, colpisce un parabolico coperchio metallico alle spalle della vittima e rischia di essere addirittura colpito dal suo stesso proiettile di riflesso. Ecco l’Expo 2015: inquadrare il bersaglio e mancarlo platealmente. Una passerella ricolma di sponsor dalla dubbia utilità. Un peccato e forse uno spreco. 

lunedì 12 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 5-11 OTTOBRE


FILM: Burke and Hare (2010)
John Landis è uno della vecchia guardia, di quelli che facevano film per passione, di quelli che avevano qualcosa da dire e soprattutto di quelli che sapevano fare i registi. No scrittori, musicisti o politici prestati al mestiere. Un maestro che in passato ha sfornato capolavori del calibro di Animal House e soprattutto The Blues Brothers, immortale. Poi il crollo e un vuoto durato dodici lunghi anni, decisamente troppi, e infine il ritorno, con questa commedia inglese cruda e cupa. Burke and Hare non vuole essere nient’altro: niente filosofia, niente lezioni di vita, niente buonismo, solo la dura realtà di un periodo poco luminoso per la popolazione anglosassone. I protagonisti sono Pegg e Gollum, entrambi ben calati nella parte, anche se ci si sarebbe potuto aspettare di più dal Re, e la storia principale ruota attorno ai loro business legati alla vendita di cadaveri agli ospedali bisognosi. I veri problemi iniziano quando i protagonisti sono costretti a “crearsi” i cadaveri da rivendere per far fronte alle spese familiari e alla mafia. Decisamente una trama sporca che potrebbe non far pensare immediatamente alla commedia classica, e invece Landis riesce a far ridere di azioni illegali e scene assai crude al punto da portare lo spettatore a pensare di essere una persona cattiva godendo di tutta quella dissacrante ilarità (me compreso). Non un capolavoro ma un buon prodotto impreziosito da un finale che prende di mira il buonismo e gli sputa in faccia senza remore. Provare per credere. VOTO: 7



FILM: La Ragazza Del Mio Migliore Amico (2008)
Commedia americana che vorrebbe ricalcare i successi di altri modelli più famosi, ma allo stesso tempo, sfruttando anche la presenza nel cast del Jim di American Pie, aggiungere una componente demenziale e spinta, legata prevalentemente al sesso, che mirerebbe ad accalappiare un pubblico basso e per lo più giovanile alla ricerca di risate facilissime. Il risultato è un miscuglio grumoso di già visto e di volgarità gratuite. La fotografia e il sonoro dimostrano il discreto budget della produzione, ma questo da solo non basta a fare un buon film, mai. Alec Baldwin cerca poi di risollevare la pellicola attraverso un’interpretazione volutamente sopra le righe, ma non riesce nel suo intento e anzi affonda ancor di più il prodotto. Di solito, arrivato a questo punto della receimpressione dico che tutto sommato il film è riuscito ad intrattenere ugualmente lo spettatore e per questo non è da bocciare su tutta la linea, ma questa volta no. Non ci sono "ma". Non fa quasi mai ridere e questo basta per riporlo nel cassetto degli errori di una vita. Il mio errore è stato guardarlo. VOTO: 4



FILM: Liberi (2003)
Film low budget trovato per caso su Sky on demand che mi ha fatto passare due ore discretamente piacevoli. Le storie narrate sono due, parallele e collegate per alcuni aspetti: un padre di famiglia vicino alla pensione viene licenziato a seguito della chiusura della fabbrica in cui lavorava da anni ed è costretto a ricominciare e a riprendere il filo di una vita scappata di mano, il figlio invece ha vent’anni e vorrebbe scappare dal paesino in cui vive dalla nascita per conoscere il mondo, l’incontro con una ragazza potrebbe essere la sua via di fuga, ma questa soffre di attacchi di panico non appena sale su un mezzo pubblico. Queste due storie si intrecciano per dare vita ad un semplice agglomerato di dramma generazionale, film romantico e drammatico all’italiana. Le narrazione in sé non dimostra di avere grandi guizzi degni di nota ma una divisione inusuale degli spazi incuriosisce e mostra un minimo di coraggio. I colpi di scena sono abbastanza annunciati e non riescono a colpire al cuore lo spettatore nonostante vari tentativi, ma ciò che davvero mi ha colpito è la credibilità che ogni personaggio ha e che mantiene fino alla fine. i protagonisti sono un po’ piatti, sì, ma ogni battuta o espressione calza a pennello alla maschera che hanno dimostrato di indossare una volta davanti alla macchina da preso. Questo è un buon esempio di realismo all’italiana: sopperire a mancanze strumentali ed economiche con la precisione e l’accortezza nella pochezza. Un prodotto medio da non disprezzare. VOTO: 6



ALBUM: Let Them Talk (2011)
Mi aggiravo qualche giorno fa alla Feltrinelli vicina all’università, che ormai è diventata casa mia al punto da aver richiesto il cambio di domicilio, quando vedo la sua faccia. Barba, occhi chiari, sorriso sornione. Gli mancava solo il bastone ma era lui: il Dr. House, compagno di molte serate negli anni passati. Greg (che poi si chiamerebbe Hugh ma noi continueremo a chiamare Greg) è anche musicista e ha inciso un paio di album negli ultimi anni. Oggi parliamo del primo, ossia Let Them Talk. Il prodotto in sé non rispecchia molo le mie aspettative, ma probabilmente è a causa dei miei gusti in ambito musicale. Il genere del dottore è infatti un blues-jazz molto armonico che punta assai sul piano e sul ritmo. Le atmosfere sono quelle giuste, i suoni anche. Il tutto é pulito e preciso, quasi chirurgico (capita la battuta?), ma probabilmente non è il disco adatto da ascoltare in macchina la mattina per tenersi svegli dopo aver perso il momento del caffè causa ritardo fisiologico. Lo immagino più suonato dal vivo in un bar caldo, rosso e bordeaux, con il palco appena sopraelevato, uno strano profumo di whiskey e donne nell’aria e i tavolini circolari da bistrò francese molto vicini tra loro perché il suono non si disperda inutilmente nel vuoto. Se esistesse un posto così e Greg ci suonasse questo album probabilmente questo diverrebbe il mio preferito, ma qui dietro il computer non rende come dovrebbe. VOTO: 6.5

martedì 6 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA - SPECIALE ZALONE

La scorsa settimana ho avuto il piacere/onore di rivedere Cado Dalle Nubi, esordio cinematografico del comico pugliese Checco Zalone. E fin qui nulla di nuovo. Sabato, come da programma, mi sono dedicato alla stesura delle consuete Recensioni della Settimana che voi tanto amate, o almeno a cui volete bene. Un po’ di bene non si nega a nessuno. Partito con l’idea di rimanere all’interno delle consuete dieci righe di schermo elettronico, la mia mente è deragliata andando a toccare temi più profondi della semplice e piatta recensione. Ecco a voi dunque RdS - Speciale Zalone, una parentesi nel nostro percorso.



FILM: Cado dalle Nubi (2009)
Checco Zalone è una realtà ormai consolidata del cinema italiano. Ogni suo film viene pubblicizzato oltremodo e monopolizza l’intero palinsesto cinematografico per un determinato periodo. Questo aspetto, unito all’ignoranza di fondo di noi Italiani riguardo la cultura cinematografica, ha fatto sì che le pellicole del Dottor Luca Medici (laureato in giurisprudenza) siano osannate e segnino sempre nuovi record in termini di incassi. Ma sarà tutto oro quello che luccica? Bastano questi elementi a decretare il capolavoro? Parliamone.
Checco Zalone nasce dalla tv, da quello che una volta era un discreto programma di Cabaret come Zelig. Zalone fu uno dei primi comici di successo che non provenivano dal milanese e che quindi approfittarono della “nazionalizzazione” del programma di Claudio Bisio a metà degli anni 2000; altri ad esempio furono Ficarra e Picone, che non sono affatto sfuggiti alle mie critiche (cliccare perscoprire). Il primo Checco era un quasi simpatico ragazzo Barese che si spacciava per cantante e divertiva il pubblico attraverso brevi monologhi sgrammaticati, ma soprattutto attraverso le parodie e le imitazioni, forse vero cavallo di battaglia dell’artista. Non la mia odierna comicità, ma comunque non per forza disprezzabile all’epoca della messa in onda (non biasimatemi; dieci anni sono pochi). A Zelig si aggiunsero partecipazioni a vari programmi Mediaset, qualche comparsata in Rai, la canzone dei mondiali 2006 e uno squallido programma musicale con Amadeus ("La donna rossa"). Poi il salto sul grande schermo. Il tentativo di riproporre quanto fatto vedere in pochi minuti di cabaret in novanta minuti di pellicola e di bissare l’enorme successo ottenuto in tv. Poteva funzionare tutto ciò? Probabilmente no, ma, dati alla mano, ha funzionato eccome.
Il suo primo film, risalente all’ormai lontano 2009, fu Cado dalle Nubi, commedia semplice e immediata che vede Checco, bigotto disoccupato del Sud, lasciare la sua città d’origine per trovare fortuna come cantante a Milano. A grandi linee una caricatura di quella che potrebbe essere davvero stata la storia di Luca Medici. Sketch già visti, recitazione bassa e molto caricaturale, scrittura banale e regia pessima. Sostanzialmente la regia, nei film di Zalone, è pressoché assente. Tutto sembra lo svolgersi di siparietti di Cabaret davanti ad una macchina da presa che svolge il suo ruolo senza lasciare il segno. Tutto scialbo, forse già visto. Eppure il suo miglior film, eppure un successo enorme di pubblico e, in alcuni casi, anche di critica. Forse la novità, chissà.
Gli unici punti a Favore di Cado dalle Nubi sono i momenti di critica sociale inseriti in maniera poco velata dall’autore pugliese: discriminazioni contro il Sud,bigottismo dell’Italiano Medio, omosessualità, disoccupazione ed altro. Tutto è però troppo caricato e infantile per riuscire a colpire la mente dello spettatore e a godere dello spettacolo rimane solo lo stomaco. Anche i successivi film di Zalone non perdono occasione per parlare di temi scottanti come riforma del lavoro e terrorismo, ma sempre con uno stile che non fa uscire dalla sala con un sorriso amaro, agrodolce. Esistono tanti altri modi di fare critica sociale. D’altro canto però, sorvolando sullo stile, le scrittura, la tecnica e gli intenti, rimane la comicità. Sotto questo punto di vista il film funziona discretamente mostrando buoni tempi comici e discrete trovate per mandare avanti una linea comica che altrimenti sarebbe davvero sterile. Un bilancio insomma negativo a livello complessivo, ma che denota quanto in realtà un talento cabarettistico sia effettivamente presente dietro l’ignoranza di un personaggio televisivo che sarebbe potuto rimanere tale. Qualche potenzialità a metà tra grettezza e intelligenza che ha virato troppo facilmente verso il primo modello. Una carrellata di battute sì divertenti, buffe, ma a tratti vuote e legate male tra loro e al contesto non è per forza cinema. Spazio in Italia non ce n’è molto, lasciatelo a chi sa fare cinema e vuole provare a cambiare le cose. Lo specchio dei nostri tempi. VOTO: 5



P.S.: vogliamo poi parlare di come verremo obbligati a guardare il suo prossimo lavoro con la forza della mancanza di alternative? Star Wars uscirà poi in linea con il resto del mondo o dovremo aspettare? Ecco un boccone troppo amaro che quasi mai riesco a buttare giù: la mancanza di alternative è uno dei problemi che hanno portato il cinema italiano dov’è oggi. Guardo Zalone oppure niente? Ah no, aspettate: guardo Zalone oppure i Vanzina? Ora sì che ragioniamo.


domenica 4 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 28 SETTEMBRE - 4 OTTOBRE


FILM: Southpaw (2015)
Se andassimo a controllare la filmografia di Fuqua scopriremmo che, Trainig Day escluso, i suoi film sono sempre partiti con ottime aspettative per poi accartocciarsi su loro stessi a causa di strutture poco solide, ripetitive e raramente innovative. Questa volta il regista afroamericano decide di tuffarsi nel mondo della boxe per descrivere la caduta e la rinascita del solito pugile tormentato. Dopo l’entusiasmo iniziale la mia mente si è focalizzata su tutto ciò che avrebbe potuto decretare la cattiva riuscita di questo ambizioso e costoso progetto (viva l’ottimismo). Il sottogenere sportivo trattato è decisamente saturo di prodotti di altissimo livello quali Toro Scatenato, Million Dollar Baby, Ali e Cindarella Man, per non parlare della saga di Rocky. La struttura annunciata del film, ovvero la perdita di tutto, la caduta, per poi ottenere un’emozionante ma telefonatissima rivincita finale, inoltre conta ormai troppe forme di imitazione in vari generi e sottogeneri del cinema mondiale e non può più reggere da sola un film che non fondi anche altrove le basi per un potenziale successo. Tutto ciò si traduce in due ore di noia senza un colpo di scena che non fosse previsto dal copione standard che tutti noi abbiamo nella nostra mente, il nostro archetipo, e quando ad un film così, fondato sulle emozioni, togli la sorpresa e i colpi di scena togli anche la possibilità allo spettatore di stupirsi e di mostrarsi disponibile ad accogliere l’aspetto emotivo-empatico della pellicola. Lo spettatore medio rimane distaccato dalla storia toccante del protagonista e le scene che dovrebbero lasciare posto alle riflessione si rivelano il definitivo tonfo del progetto di Fuqua: quando il protagonista non è sul ring infatti lo spettatore medio preferirebbe pulire il water incrostato, pelare patate a tempo perso (di quelle vecchie che hanno più radici che superficie pelabile) piuttosto che continuare ad ammorbarsi con questa noia infinita. Neanche l’ottima prova dell’ormai veterano di Hollywood Jake Gyllenhaal (il buon vecchio Donnie che non sbaglia mai un colpo) riesce ad invertire le sorti di questo fallimento annunciato. Sconsigliato se non per qualche sporadico momento d’interesse. VOTO: 5


FILM: Il Centenario che Saltò dalla Finestra e Scomparve (2013)
Un anziano signore di cent’anni (di cui solo gli ultimi di solitudine), senza neanche accorgersene, scappa dall’ospizio in cui risiede, ruba involontariamente una valigetta piena di soldi e comincia un lungo viaggio in fuga dai malviventi a cui ha sottratto l’ingente somma di denaro. Questo è solo l’incipit della commedia svedese che non riesce mai a convincere fino in fondo. Gli Svedesi non sono certamente famosi per la loro dissacrante comicità, lo sono più per le alci, il freddo e i chewingum (ma questi potrebbero essere stereotipi, lo ammetto) e infatti il grande problema di questo film è che non fa ridere, mai. Ogni situazione descritta sullo schermo, da quella più credibile a quella estremamente surreale, può strappare qualche sorriso, ma poi l’atmosfera, i tempi comici, la mimica dei personaggi e il doppiaggio obiettivamente pessimo smorzano l’entusiasmo e frenano ogni risata che rimane come una smorfia accennata sul volto di chi guarda. Non voglio essere così duro e critico con questo film in quanto riconosco le enormi differenze tra la cultura italiana e quella svedese e comprendo quindi che il problema della comicità di questo prodotto potrei essere io stesso, io che non riesco ad empatizzare con il personaggio principale, io che baso i miei criteri di comicità su quello che ho visto e vedo tutti i giorni nel Bel Paese. Forse sono io. Magari un giorno conoscerò un ragazzo svedese alto e biondo, con la barba possente e la camicia da taglialegna, un appassionato di cinema che mi spiegherà la comicità di questo film. Ma per ora non l’ho ancora conosciuto. Quanti stereotipi. VOTO: 5


ALBUM: The Beauty Behind the Madness (2015)
The Weeknd, ossia il fenomeno del momento. Un ragazzo di venticinque anni che in pochi mesi, attraverso scelte stilistiche azzeccate e qualche brano orecchiabile, ha raggiunto centinaia di milioni di views su Youtube. Risultato ancor più apprezzabile in relazione alle visualizzazioni ottenute da pezzi a mio parere molto più validi come gli ultimi singoli dei Muse, senza voler scomodare artisti indie sottovalutati e sotto visualizzati, ma rimanendo in ambito commerciale e globalmente conosciuto. Cosa dire allora dell’ultimo lavoro di tale Weeknd (a cui manca evidentemente una lettera)? L’album in sé è passabile, degno di nota per quanto riguarda qualche singolo, ma molto ripetitivo e talvolta privo del guizzo che possa renderlo interessante ad un ascolto prolungato. Dopo un inizio tutto sommato discreto, il cantante canadese si perde in brani troppo simili, lenti e dai testi molto banali. Amore, amore e ancora amore. The Hills convince, Can’t Feel My Face trascina, ma nulla più; nulla di significativo per la storia della musica.

Perché dunque tutto questo successo? Perché solo ora il pubblico si accorge di un cantautore che, a mio parere, aveva mostrato qualità migliori e assai più singolari nei precedenti lavori? La mia risposta è “i capelli”. Sono i capelli la chiave di tutto. I capelli uniti alle movenze, all’enorme pubblicità su tutte le piattaforme frequentate da abituali fruitori di musica online e Cinquanta Sfumature di Grigio, film nella cui soundtrack è presente un brano del suddetto artista. Tutto questo ha contribuito a creare un personaggio che ha parzialmente oscurato la persona. Sento odore di manovra commerciale, ma l’album è promosso, per ora. VOTO: 6.5

giovedì 1 ottobre 2015

FIVE BY FIVE #1

Buonasera genti. Il mio me del passato si sta scervellando da venti minuti davanti alla tastiera cercando un incipit d’effetto. Con scarsi risultati come potete vedere. Dategli una soddisfazione e fingete di aver letto l’incipit migliore di sempre dopo quello di Cent’anni di solitudine, quindi passiamo subito al dunque. Il nome di questa piccola rubrica gentilmente ospitata da InsideMAD lo sapete già, è scritto qui sopra. Il mio di nome lo trovate invece in fondo all’articolo. In mezzo a questi due nomi troverete ogni quindicina di giorni a partire da oggi una manciata di canzoni - lascio a voi indovinare quante - il più possibile recenti e il più possibile slegate fra loro, che sono piaciute a me e penso possano piacere anche a voi.
Scrivere di musica però “è come danzare di architettura” disse ragionevolmente un celebre musicista col nome di un altrettanto celebre attrezzo agricolo. Per cui il punto non sarà tanto l’analisi di questi brani, ma la condivisione e l’ascolto. Che detta così sembra una comunità di recupero.
Ad ogni modo, per ogni canzone trovate il link per ascoltarla su Youtube o su un servizio di streaming, io uso prevalentemente SoundCloud.
Le cose importanti le sapete quindi non dilunghiamoci oltre, cominciamo:



Deafheaven – Come Back
I Deafheaven sono un gruppo californiano e suonano…be’ non so esattamente cosa suonano, ma lo fanno dannatamente bene. Potremmo dire che fanno black-metal, ma in realtà relegarli a questo unico genere sarebbe riduttivo e probabilmente improprio: insieme allo screaming del vocalist George Clark e alle percussioni aggressive incorporano anche elementi decisamente melodici e arrangiamenti che rimandano ad altri generi quali post-rock e shoegaze. Ad un primo ascolto del loro terzo album “New Bermuda”, in uscita il 2 ottobre ma che potete già ascoltare in streaming su NPR, sembra che abbiano accentuato in egual misura entrambe le loro personalità, compiendo un ulteriore passo avanti rispetto all’enorme “Sunbather” del 2013. Come Back è il loro ultimo singolo ed è nettamente diviso in due parti: una prima feroce cavalcata metal e una lunga coda piena di atmosfere evocative e ugualmente emozionanti.
Ascolta su SoundCloud/Youtube



Alex G – Bug
Alexander Giannascoli, sul palco Alex G, è un giovanissimo e prolifico cantautore di Philadelphia. Classe 1993, l’anno scorso ha piacevolmente sorpreso critica e pubblico con il suo sesto(!) album, “DSU”. In seguito ha firmato per la stessa label di Elliott Smith, la Domino Records. Le analogie con il compianto cantautore non si fermano all’etichetta discografica e parte della critica lo ha difatti indicato come suo promettente erede. In effetti, come Smith, Alex ha uno stile compositivo semplice e delicato, quasi minimale, ma mai scontato. Usa prevalentemente la chitarra acustica, ma non mancano altri strumenti più esotici e trovate originali. Bug, come tutte le sue canzoni, è stata registrata in camera sua senza grande strumentazione, donando al pezzo intimità e naturalezza tipiche del lo-fi. Il suo nuovo album, “Beach Music”, esce questo ottobre.
Ascolta su SoundCloud/Youtube



Joanna Newsom – Leavin The City
Gli album di Joanna Newsom sono tanto rari (l’ultimo risale al 2010) quanto preziosi nella loro finezza. L’arpista statunitense ha uno stile particolarissimo, difficilmente catalogabile; lei stessa afferma che la sua musica non appartiene ad alcun genere specifico. Leaving The City è il secondo singolo estratto dal suo terzo album “Divers”, prossimo alla pubblicazione. È un pezzo bellissimo e per certi versi un po’ più rock, se confrontato con altri suoi lavori. A dispetto della delicatezza del suono dell’arpa, alcuni passaggi sono di una potenza emozionante che difficilmente vi lascerà indifferenti. È qualcosa di magico. Vi suggerisco di ascoltarlo con attenzione e più volte per permettervi di cogliere tutte le caleidoscopiche sfumature a cui ritmi e linee melodiche differenti danno vita intersecandosi e sovrapponendosi.
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Algiers – And When You Fall
Sintetizzatori e calda voce afroamericana, post-punk e gospel: è questo l’esperimento sonoro degli statunitensi Algiers, ed è pienamente riuscito. Il loro ottimo album di debutto eponimo in realtà è uscito, un po’ in sordina a dire il vero, lo scorso giugno, ma qualche giorno fa Matador Records ha pubblicato il video del singolo And When You Fall e non potevo non cogliere l’occasione per parlarne. Il brano comincia con un’introduzione carica di sentimento e densa di passione soul, poi l’atmosfera si fa d’improvviso angosciante: il basso incalza, quasi rincorre la voce e la tensione cresce fino ad esplodere nella stupenda e potente voce del cantante. Senza dubbio tra i miei album preferiti di quest’anno.
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Deerhunter – Breaker
La band di Badford Cox non sembra avere alcuna intenzione di interrompere l’amena evoluzione inaugurata dal precedente album, “Monomania”; continua imperterrita spingendosi anzi verso sempre nuovi orizzonti musicali. Se con il precedente singolo Snakeskin avevano esplorato fantasiose atmosfere funk, con Breaker espongono invece uno stile delicato e vivace, quasi pop. Il suono è pulito e definito, le parti ben amalgamate a far risaltare una melodia che continuerete a fischiettare per un po’, garantito. Insomma, un commiato più che definitivo dal “vecchio” e giustamente osannato “Halcyon Digest” che riconferma l’inesauribile creatività di questa band capace di reinventarsi ogni volta con successo. L’album da cui è stata estratta Breaker esce il 16 ottobre via 4AD, si intitola “Fading Frontier” e potete già iniziare a esplorarlo su questa mappa.
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È tutto per oggi, a presto con altre canzoni e non solo.



                               Marsha Bronson