Visualizzazione post con etichetta Settimana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Settimana. Mostra tutti i post

lunedì 12 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 5-11 OTTOBRE


FILM: Burke and Hare (2010)
John Landis è uno della vecchia guardia, di quelli che facevano film per passione, di quelli che avevano qualcosa da dire e soprattutto di quelli che sapevano fare i registi. No scrittori, musicisti o politici prestati al mestiere. Un maestro che in passato ha sfornato capolavori del calibro di Animal House e soprattutto The Blues Brothers, immortale. Poi il crollo e un vuoto durato dodici lunghi anni, decisamente troppi, e infine il ritorno, con questa commedia inglese cruda e cupa. Burke and Hare non vuole essere nient’altro: niente filosofia, niente lezioni di vita, niente buonismo, solo la dura realtà di un periodo poco luminoso per la popolazione anglosassone. I protagonisti sono Pegg e Gollum, entrambi ben calati nella parte, anche se ci si sarebbe potuto aspettare di più dal Re, e la storia principale ruota attorno ai loro business legati alla vendita di cadaveri agli ospedali bisognosi. I veri problemi iniziano quando i protagonisti sono costretti a “crearsi” i cadaveri da rivendere per far fronte alle spese familiari e alla mafia. Decisamente una trama sporca che potrebbe non far pensare immediatamente alla commedia classica, e invece Landis riesce a far ridere di azioni illegali e scene assai crude al punto da portare lo spettatore a pensare di essere una persona cattiva godendo di tutta quella dissacrante ilarità (me compreso). Non un capolavoro ma un buon prodotto impreziosito da un finale che prende di mira il buonismo e gli sputa in faccia senza remore. Provare per credere. VOTO: 7



FILM: La Ragazza Del Mio Migliore Amico (2008)
Commedia americana che vorrebbe ricalcare i successi di altri modelli più famosi, ma allo stesso tempo, sfruttando anche la presenza nel cast del Jim di American Pie, aggiungere una componente demenziale e spinta, legata prevalentemente al sesso, che mirerebbe ad accalappiare un pubblico basso e per lo più giovanile alla ricerca di risate facilissime. Il risultato è un miscuglio grumoso di già visto e di volgarità gratuite. La fotografia e il sonoro dimostrano il discreto budget della produzione, ma questo da solo non basta a fare un buon film, mai. Alec Baldwin cerca poi di risollevare la pellicola attraverso un’interpretazione volutamente sopra le righe, ma non riesce nel suo intento e anzi affonda ancor di più il prodotto. Di solito, arrivato a questo punto della receimpressione dico che tutto sommato il film è riuscito ad intrattenere ugualmente lo spettatore e per questo non è da bocciare su tutta la linea, ma questa volta no. Non ci sono "ma". Non fa quasi mai ridere e questo basta per riporlo nel cassetto degli errori di una vita. Il mio errore è stato guardarlo. VOTO: 4



FILM: Liberi (2003)
Film low budget trovato per caso su Sky on demand che mi ha fatto passare due ore discretamente piacevoli. Le storie narrate sono due, parallele e collegate per alcuni aspetti: un padre di famiglia vicino alla pensione viene licenziato a seguito della chiusura della fabbrica in cui lavorava da anni ed è costretto a ricominciare e a riprendere il filo di una vita scappata di mano, il figlio invece ha vent’anni e vorrebbe scappare dal paesino in cui vive dalla nascita per conoscere il mondo, l’incontro con una ragazza potrebbe essere la sua via di fuga, ma questa soffre di attacchi di panico non appena sale su un mezzo pubblico. Queste due storie si intrecciano per dare vita ad un semplice agglomerato di dramma generazionale, film romantico e drammatico all’italiana. Le narrazione in sé non dimostra di avere grandi guizzi degni di nota ma una divisione inusuale degli spazi incuriosisce e mostra un minimo di coraggio. I colpi di scena sono abbastanza annunciati e non riescono a colpire al cuore lo spettatore nonostante vari tentativi, ma ciò che davvero mi ha colpito è la credibilità che ogni personaggio ha e che mantiene fino alla fine. i protagonisti sono un po’ piatti, sì, ma ogni battuta o espressione calza a pennello alla maschera che hanno dimostrato di indossare una volta davanti alla macchina da preso. Questo è un buon esempio di realismo all’italiana: sopperire a mancanze strumentali ed economiche con la precisione e l’accortezza nella pochezza. Un prodotto medio da non disprezzare. VOTO: 6



ALBUM: Let Them Talk (2011)
Mi aggiravo qualche giorno fa alla Feltrinelli vicina all’università, che ormai è diventata casa mia al punto da aver richiesto il cambio di domicilio, quando vedo la sua faccia. Barba, occhi chiari, sorriso sornione. Gli mancava solo il bastone ma era lui: il Dr. House, compagno di molte serate negli anni passati. Greg (che poi si chiamerebbe Hugh ma noi continueremo a chiamare Greg) è anche musicista e ha inciso un paio di album negli ultimi anni. Oggi parliamo del primo, ossia Let Them Talk. Il prodotto in sé non rispecchia molo le mie aspettative, ma probabilmente è a causa dei miei gusti in ambito musicale. Il genere del dottore è infatti un blues-jazz molto armonico che punta assai sul piano e sul ritmo. Le atmosfere sono quelle giuste, i suoni anche. Il tutto é pulito e preciso, quasi chirurgico (capita la battuta?), ma probabilmente non è il disco adatto da ascoltare in macchina la mattina per tenersi svegli dopo aver perso il momento del caffè causa ritardo fisiologico. Lo immagino più suonato dal vivo in un bar caldo, rosso e bordeaux, con il palco appena sopraelevato, uno strano profumo di whiskey e donne nell’aria e i tavolini circolari da bistrò francese molto vicini tra loro perché il suono non si disperda inutilmente nel vuoto. Se esistesse un posto così e Greg ci suonasse questo album probabilmente questo diverrebbe il mio preferito, ma qui dietro il computer non rende come dovrebbe. VOTO: 6.5

martedì 6 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA - SPECIALE ZALONE

La scorsa settimana ho avuto il piacere/onore di rivedere Cado Dalle Nubi, esordio cinematografico del comico pugliese Checco Zalone. E fin qui nulla di nuovo. Sabato, come da programma, mi sono dedicato alla stesura delle consuete Recensioni della Settimana che voi tanto amate, o almeno a cui volete bene. Un po’ di bene non si nega a nessuno. Partito con l’idea di rimanere all’interno delle consuete dieci righe di schermo elettronico, la mia mente è deragliata andando a toccare temi più profondi della semplice e piatta recensione. Ecco a voi dunque RdS - Speciale Zalone, una parentesi nel nostro percorso.



FILM: Cado dalle Nubi (2009)
Checco Zalone è una realtà ormai consolidata del cinema italiano. Ogni suo film viene pubblicizzato oltremodo e monopolizza l’intero palinsesto cinematografico per un determinato periodo. Questo aspetto, unito all’ignoranza di fondo di noi Italiani riguardo la cultura cinematografica, ha fatto sì che le pellicole del Dottor Luca Medici (laureato in giurisprudenza) siano osannate e segnino sempre nuovi record in termini di incassi. Ma sarà tutto oro quello che luccica? Bastano questi elementi a decretare il capolavoro? Parliamone.
Checco Zalone nasce dalla tv, da quello che una volta era un discreto programma di Cabaret come Zelig. Zalone fu uno dei primi comici di successo che non provenivano dal milanese e che quindi approfittarono della “nazionalizzazione” del programma di Claudio Bisio a metà degli anni 2000; altri ad esempio furono Ficarra e Picone, che non sono affatto sfuggiti alle mie critiche (cliccare perscoprire). Il primo Checco era un quasi simpatico ragazzo Barese che si spacciava per cantante e divertiva il pubblico attraverso brevi monologhi sgrammaticati, ma soprattutto attraverso le parodie e le imitazioni, forse vero cavallo di battaglia dell’artista. Non la mia odierna comicità, ma comunque non per forza disprezzabile all’epoca della messa in onda (non biasimatemi; dieci anni sono pochi). A Zelig si aggiunsero partecipazioni a vari programmi Mediaset, qualche comparsata in Rai, la canzone dei mondiali 2006 e uno squallido programma musicale con Amadeus ("La donna rossa"). Poi il salto sul grande schermo. Il tentativo di riproporre quanto fatto vedere in pochi minuti di cabaret in novanta minuti di pellicola e di bissare l’enorme successo ottenuto in tv. Poteva funzionare tutto ciò? Probabilmente no, ma, dati alla mano, ha funzionato eccome.
Il suo primo film, risalente all’ormai lontano 2009, fu Cado dalle Nubi, commedia semplice e immediata che vede Checco, bigotto disoccupato del Sud, lasciare la sua città d’origine per trovare fortuna come cantante a Milano. A grandi linee una caricatura di quella che potrebbe essere davvero stata la storia di Luca Medici. Sketch già visti, recitazione bassa e molto caricaturale, scrittura banale e regia pessima. Sostanzialmente la regia, nei film di Zalone, è pressoché assente. Tutto sembra lo svolgersi di siparietti di Cabaret davanti ad una macchina da presa che svolge il suo ruolo senza lasciare il segno. Tutto scialbo, forse già visto. Eppure il suo miglior film, eppure un successo enorme di pubblico e, in alcuni casi, anche di critica. Forse la novità, chissà.
Gli unici punti a Favore di Cado dalle Nubi sono i momenti di critica sociale inseriti in maniera poco velata dall’autore pugliese: discriminazioni contro il Sud,bigottismo dell’Italiano Medio, omosessualità, disoccupazione ed altro. Tutto è però troppo caricato e infantile per riuscire a colpire la mente dello spettatore e a godere dello spettacolo rimane solo lo stomaco. Anche i successivi film di Zalone non perdono occasione per parlare di temi scottanti come riforma del lavoro e terrorismo, ma sempre con uno stile che non fa uscire dalla sala con un sorriso amaro, agrodolce. Esistono tanti altri modi di fare critica sociale. D’altro canto però, sorvolando sullo stile, le scrittura, la tecnica e gli intenti, rimane la comicità. Sotto questo punto di vista il film funziona discretamente mostrando buoni tempi comici e discrete trovate per mandare avanti una linea comica che altrimenti sarebbe davvero sterile. Un bilancio insomma negativo a livello complessivo, ma che denota quanto in realtà un talento cabarettistico sia effettivamente presente dietro l’ignoranza di un personaggio televisivo che sarebbe potuto rimanere tale. Qualche potenzialità a metà tra grettezza e intelligenza che ha virato troppo facilmente verso il primo modello. Una carrellata di battute sì divertenti, buffe, ma a tratti vuote e legate male tra loro e al contesto non è per forza cinema. Spazio in Italia non ce n’è molto, lasciatelo a chi sa fare cinema e vuole provare a cambiare le cose. Lo specchio dei nostri tempi. VOTO: 5



P.S.: vogliamo poi parlare di come verremo obbligati a guardare il suo prossimo lavoro con la forza della mancanza di alternative? Star Wars uscirà poi in linea con il resto del mondo o dovremo aspettare? Ecco un boccone troppo amaro che quasi mai riesco a buttare giù: la mancanza di alternative è uno dei problemi che hanno portato il cinema italiano dov’è oggi. Guardo Zalone oppure niente? Ah no, aspettate: guardo Zalone oppure i Vanzina? Ora sì che ragioniamo.


domenica 4 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 28 SETTEMBRE - 4 OTTOBRE


FILM: Southpaw (2015)
Se andassimo a controllare la filmografia di Fuqua scopriremmo che, Trainig Day escluso, i suoi film sono sempre partiti con ottime aspettative per poi accartocciarsi su loro stessi a causa di strutture poco solide, ripetitive e raramente innovative. Questa volta il regista afroamericano decide di tuffarsi nel mondo della boxe per descrivere la caduta e la rinascita del solito pugile tormentato. Dopo l’entusiasmo iniziale la mia mente si è focalizzata su tutto ciò che avrebbe potuto decretare la cattiva riuscita di questo ambizioso e costoso progetto (viva l’ottimismo). Il sottogenere sportivo trattato è decisamente saturo di prodotti di altissimo livello quali Toro Scatenato, Million Dollar Baby, Ali e Cindarella Man, per non parlare della saga di Rocky. La struttura annunciata del film, ovvero la perdita di tutto, la caduta, per poi ottenere un’emozionante ma telefonatissima rivincita finale, inoltre conta ormai troppe forme di imitazione in vari generi e sottogeneri del cinema mondiale e non può più reggere da sola un film che non fondi anche altrove le basi per un potenziale successo. Tutto ciò si traduce in due ore di noia senza un colpo di scena che non fosse previsto dal copione standard che tutti noi abbiamo nella nostra mente, il nostro archetipo, e quando ad un film così, fondato sulle emozioni, togli la sorpresa e i colpi di scena togli anche la possibilità allo spettatore di stupirsi e di mostrarsi disponibile ad accogliere l’aspetto emotivo-empatico della pellicola. Lo spettatore medio rimane distaccato dalla storia toccante del protagonista e le scene che dovrebbero lasciare posto alle riflessione si rivelano il definitivo tonfo del progetto di Fuqua: quando il protagonista non è sul ring infatti lo spettatore medio preferirebbe pulire il water incrostato, pelare patate a tempo perso (di quelle vecchie che hanno più radici che superficie pelabile) piuttosto che continuare ad ammorbarsi con questa noia infinita. Neanche l’ottima prova dell’ormai veterano di Hollywood Jake Gyllenhaal (il buon vecchio Donnie che non sbaglia mai un colpo) riesce ad invertire le sorti di questo fallimento annunciato. Sconsigliato se non per qualche sporadico momento d’interesse. VOTO: 5


FILM: Il Centenario che Saltò dalla Finestra e Scomparve (2013)
Un anziano signore di cent’anni (di cui solo gli ultimi di solitudine), senza neanche accorgersene, scappa dall’ospizio in cui risiede, ruba involontariamente una valigetta piena di soldi e comincia un lungo viaggio in fuga dai malviventi a cui ha sottratto l’ingente somma di denaro. Questo è solo l’incipit della commedia svedese che non riesce mai a convincere fino in fondo. Gli Svedesi non sono certamente famosi per la loro dissacrante comicità, lo sono più per le alci, il freddo e i chewingum (ma questi potrebbero essere stereotipi, lo ammetto) e infatti il grande problema di questo film è che non fa ridere, mai. Ogni situazione descritta sullo schermo, da quella più credibile a quella estremamente surreale, può strappare qualche sorriso, ma poi l’atmosfera, i tempi comici, la mimica dei personaggi e il doppiaggio obiettivamente pessimo smorzano l’entusiasmo e frenano ogni risata che rimane come una smorfia accennata sul volto di chi guarda. Non voglio essere così duro e critico con questo film in quanto riconosco le enormi differenze tra la cultura italiana e quella svedese e comprendo quindi che il problema della comicità di questo prodotto potrei essere io stesso, io che non riesco ad empatizzare con il personaggio principale, io che baso i miei criteri di comicità su quello che ho visto e vedo tutti i giorni nel Bel Paese. Forse sono io. Magari un giorno conoscerò un ragazzo svedese alto e biondo, con la barba possente e la camicia da taglialegna, un appassionato di cinema che mi spiegherà la comicità di questo film. Ma per ora non l’ho ancora conosciuto. Quanti stereotipi. VOTO: 5


ALBUM: The Beauty Behind the Madness (2015)
The Weeknd, ossia il fenomeno del momento. Un ragazzo di venticinque anni che in pochi mesi, attraverso scelte stilistiche azzeccate e qualche brano orecchiabile, ha raggiunto centinaia di milioni di views su Youtube. Risultato ancor più apprezzabile in relazione alle visualizzazioni ottenute da pezzi a mio parere molto più validi come gli ultimi singoli dei Muse, senza voler scomodare artisti indie sottovalutati e sotto visualizzati, ma rimanendo in ambito commerciale e globalmente conosciuto. Cosa dire allora dell’ultimo lavoro di tale Weeknd (a cui manca evidentemente una lettera)? L’album in sé è passabile, degno di nota per quanto riguarda qualche singolo, ma molto ripetitivo e talvolta privo del guizzo che possa renderlo interessante ad un ascolto prolungato. Dopo un inizio tutto sommato discreto, il cantante canadese si perde in brani troppo simili, lenti e dai testi molto banali. Amore, amore e ancora amore. The Hills convince, Can’t Feel My Face trascina, ma nulla più; nulla di significativo per la storia della musica.

Perché dunque tutto questo successo? Perché solo ora il pubblico si accorge di un cantautore che, a mio parere, aveva mostrato qualità migliori e assai più singolari nei precedenti lavori? La mia risposta è “i capelli”. Sono i capelli la chiave di tutto. I capelli uniti alle movenze, all’enorme pubblicità su tutte le piattaforme frequentate da abituali fruitori di musica online e Cinquanta Sfumature di Grigio, film nella cui soundtrack è presente un brano del suddetto artista. Tutto questo ha contribuito a creare un personaggio che ha parzialmente oscurato la persona. Sento odore di manovra commerciale, ma l’album è promosso, per ora. VOTO: 6.5

domenica 27 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 21-27 SETTEMBRE


FILM: Soap Opera (2014)
Spinto dalla curiosità dopo aver saputo della partecipazione di Genovesi a “Happy Family”, pellicola che apprezzai molto all'epoca dell'uscita, e spronato dalla marea di critiche negative mosse a questo film, mi sono deciso a recuperarlo. Soap Opera sembra un opera teatrale riproposta su grande schermo. Un gruppo di personaggi che vivono nello stesso condominio si trova a fare i conti con il suicidio di un inquilino di cui tutti sapevano molto poco. Questo l’incipit di una serie di rapporti particolari, sui generis e complessi da riassumere in una receimpressione flash.

La prima cosa che salta all’occhio è indubbiamente la cifra stilistica dell’opera che, pur essendo ambientata ai giorni nostri cerca di imitare le atmosfere passate, gli anni ’50 e ’60, attraverso piccoli dettagli quali le auto d’epoca usate o il vestiario di alcuni personaggi secondari. La neve che segna costantemente il grigio cielo di una Milano velata. Anche la fotografia e l’uso della luce ricalcano a grandi linee i gusti del passato. Se dovessi basarmi solo sul comparto tecnico, movimenti di macchina, sonoro e colonna sonora compresi, il film in oggetto sarebbe un piccolo cult, un prodotto per pochi e pieno di sorprese, ma non è così. Soap Opera è un prodotto complesso e assai controverso che varia troppo spesso registro e linguaggio visivo per riuscire a raggiungere lo spettatore. La comicità passa dal cinismo della Francini e di Ale e Franz al buonismo di Francesca, dalla pesantezza di Francesco alla banalità del personaggio di Abatantuono. Un complesso intricato e senza forma definita. Anche la storia non riesce a trovare una strada univoca tastando vari terreni e alternando momenti di piece teatrale a banalità e forzature. Il finale inoltre rimane per me una confusionaria incognita. A tratti sembra voler essere un prodotto maturo, impegnato e riflessivo, ma poi scene prive di un vero nesso logico con il resto del film stroncano il phatos e abbassano la resa dell’opera. Tanti buoni aspetti che singolarmente non riescono a prevalere sulla parte intollerante. Un peccato vedere determinati spunti andati sprecati così. VOTO: 5.5


FILM: My Name is Tanino (2003)
Virzì è un regista che apprezzo molto per stile, intenti e temi trattati. Non sempre riesce a muovere fino in fondo una critica strutturata attraverso i suoi film, ma si avverte sempre che il materiale umano dietro la settima arte non manca mai. Le esperienze di una vita tradotte su pellicola. Questa volta il protagonista di una serie di avventure rocambolesche ma mai irreali è Tanino, giovane laureando siciliano alla ricerca di se stesso in America. Il road movie di formazione è ben scritto e ben strutturato, costruito principalmente sul protagonista il cui atteggiamento nei confronti del mondo viene mutato dall’incontro di alcuni personaggi dalla moralità assai dubbia. Anche in questo caso la qualità tecnica non è eccelsa e probabilmente ciò è voluto, o meglio, le imperfezioni sono volute per lasciare al film un’aria indipendente in ricordo dei primi lavori del regista livornese, un’aria che perfettamente si sposa con i temi trattati dal film.
Un prodotto che mostra l’innocenza, la speranza e la bellezza di una gioventù difficile da mantenere rispetto ad un mondo che ci vuole grigi e rinunciatari.
Indeciso e a tratti indecifrabile il finale che vorrebbe aggiungere una componente giallo-thriller al film, ma confonde e stona rispetto a resto della pellicola. Non un capolavoro, ma un Virzì minore decisamente da recuperare. VOTO: 7.5



FILM: La Verità è Che Non Gli Piaci Abbastanza (2009)
Solita commedia americana in cui alcuni trentenni in piena crisi amorosa incrociano le loro vite per generare situazioni divertenti, appassionanti (poco) e nel finale anche commoventi (meno di appassionanti). In realtà, volendo essere sinceri, il film riesce nel suo intento di intrattenere un pubblico distratto, e di ciò bisogna dargli atto. I temi trattati però sono al limite del ridicolo, ma un cast di attori in rampa di lancio, liete sorprese e solite conferme riesce a sopperire a mancanze in fase di scrittura, idee riciclate e una struttura di fondo ripetitiva e poco accattivante per chi frequenta l’ambiente cinematografico da almeno un paio di giorni. Un film insomma che se preso per il verso giusto e senza grandi aspettative potrebbe regalare un paio d’ore di rilassatezza e sorrisi sinceri. VOTO: 5.5



FILM: Ricordati di Me (2003)
Ogni tanto noi Italiani esportiamo prodotti culinari di classe, altre volte criminalità organizzata. Altre ancora registi non molto simpatici e probabilmente non all’altezza del pubblico statunitense. Ma facciamo un passo indietro.
Gabriele muccino, dopo l’inaspettato successo de “L’Ultimo Bacio”, scrive e dirige “Ricordati di Me”, spaccato della crisi di una famiglia media in cui il padre, il sempreverde Bentivoglio, si sente oppresso dalle scelte del passato e da una vita che non gli appartiene. Le premesse potrebbero essere interessanti, quello che ne viene fuori è però in realtà un prodotto standard, piatto e privo del mordente che prometteva di mostrare.
Altro grande problema di Muccino è la gestione delle reazioni umane. Egli infatti, fin dagli esordi, ha dimostrato di concepire i toni delle conversazioni tra comuni mortali almeno due o tre ottave sopra. I sussurri diventano toni medi, i toni medi grida, le grida strazi irreali e fastidiosi. Per farvi capire meglio consiglio questo esilarante video dei TheJackal.
Film banale salvato da qualche interpretazione (non da quella della Bellucci) e dalla qualità tecnica medio-alta. VOTO: 5

domenica 20 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 14-20 SETTEMBRE



FILM: Voglia di Vincere (1985)
La traduzione italiana del brillante titolo originale è quantomeno delittuosa; Teen Wolf (da cui poi è stata presa l’idea per l’omonima serie tv) riassume alla perfezione quello che è lo spirito del film e la linea principale legata all’improvvisa metamorfosi di Marty McFly in un lupo. Marty perché, tralasciando qualche particolare, il personaggio del film in analisi oggi potrebbe tranquillamente essere sovrapposto a quello di Ritorno al Futuro: giovani liceali bersagliati dai bulli e poco usi a sottostare alle norme scolastiche che otterranno, prima della fine della rispettive disavventure, una rivincita personali nei confronti dell’oppressivo ambiente rurale in cui sono cresciuti. Entrambi i personaggi inoltre si chiamano Marty, ma ciò fu un’opera di marketing tutta nostrana per sfruttare il successo al botteghino del film di Zemeckis. Teen Wolf è infatti antecedente a Back to the Future per anno di produzione. In Voglia di Vincere viene inoltre introdotto la componente sportiva attraverso il basketball, da ciò la traduzione italiana del titolo.
Nonostante effetti speciali scadenti e un budget tutto sommato ridotto, il film riesce a divertire e a ricreare le atmosfere giovanili degli anni ’80, o almeno credo; essendo nato dieci anni dopo l’uscita del film non posso confermare alcune scelte stilistiche ma rimane comunque tutto convincente, tranne le trasformazioni in lupo del protagonista e del padre, ma quelle sarebbero imbarazzanti a prescindere dall’epoca in cui il film è ambientato.
Una sorta di ampliamento dell’universo mondo del Marty che tutti conoscono. Un opera non eccellente ma legata ad un filone giovanile che troppo mi manca di questi tempi. VOTO: 7


FILM: Maps to the Stars (2014)
Cronenberg è sempre Cronenberg e solo questo dovrebbe giustificare la visione di ogni sua opera, ma anche The King finì la sua carriera sovrappeso, malato e solo. Non tutto quello che un  ottimo autore produce è oro colato, questo Maps to the Stars ad esempio è, a mio parere, un prodotto controverso e lontano dall’essere un capolavoro all’altezza del miglior Cronenberg.
La pellicola narra la vicende di un gruppo di individui collegati al mondo del cinema hollywoodiano e in qualche modo legati tra loro. La situazione di quiete iniziale viene sconvolta dall’arrivo in città di una giovane Mia Wasikowska, appena uscita da una clinica psichiatrica e dalle dubbie intenzioni. Da quel punto in poi la trama vira verso il dramma proponendo sempre la soluzione più tragica in caso di bivio nello sviluppo della narrazione. Un modello che sì colpisce, ma non riesce ad empatizzare appieno con lo spettatore. Oltre a ciò si aggiunge una componente metafisica che inciderà in maniera considerevole nella storia del ragazzo prodigio ma che striderà non poco nel contesto generale. Buona invece la caratterizzazione dei personaggi, in particolar modo quello interpretato da Julianne Moore, discreta anche la critica all’ambiente cinematografica tanto alto quanto finto e ipocrita.
Il vero problema di questo prodotto è la confusione generale: non si riesce a cogliere lo spirito del regista che sembra frastagliato e titubante riguardo determinati aspetti, non si capisce mai fino in fondo dove voglia andare a parare e il risultato è un miscuglio di generi interessante ma dalla forma indefinibile. Non indimenticabile, ma da rivedere per cogliere altri messaggi celati. VOTO: 6.5


FILM: Andiamo a Quel Paese (2014)
Devo essere sincero: nonostante come comici non mi facciano impazzire, mi ero divertito a guardare “Il 7 e l’8”, loro primo film, e avevo trovato intelligente il modo in cui veniva trattato il tema mafioso ne “La Matassa”. Il terzo invece mi aveva abbastanza deluso, ma qui Ficarra e Picone sono davvero scaduti nel banale nel tentativo di rigirare la crisi economica attuale cercando di farne motivo di riso. Ficarra perde il lavoro e decide di tornare nel paese d’origine della moglie per vivere con la pensione di una zia. Capendo di poter applicare questo stratagemma anche con altri anziani pensionati, crea una sorto di ospizio nel palazzo in cui vive. Questa la prima parte del film, un po’ prevedibile e un po’ lenta. Ma il peggio arriva dopo. Gli anziani muoiono a causa del cioccolato e rimane solo la prima zia da cui era partito il “sistemone”; a questo punto quindi Ficarra impone a Picone (trantacinquenne nella finzione) di sposare la suddetta zia (settantenne). Da qui in poi disavventure mai comiche al limite del grottesco, recitazione scadente, messaggi assai superficiali e negativi e noia infinita. Il loro peggior lavoro che mostra il peggio nella scena finale del matrimonio con la platea-pubblico che ripete ciò che dicono i protagonisti. Comicità da scuola materna. VOTO: 4.5



ALBUM: Songs of Innocence (2014)
Gli U2 tornano a stupire dopo qualche comprensibile passaggio a vuoto. Songs of Inncocence è dolce, morbido, leggero e profondo. Le prime quattro tracce rappresentano una vetta di perfezione che ha regalato loro il Grammy per il miglior album rock. Every Breaking Wave, specialmente se ascoltata nella versione acustica (che purtroppo non è presente nella versione standard dell’album) colpisce al cuore di chi l’ascolta, The Miracle (of Joey Ramone) invece trascina e rimane impresso come singolo. La vera punta di diamante è però Songs for Someone, lenta, bilanciata e meravigliosa. Il resto dell’album cala leggermente dal punto di vista della qualità e dell’innovazione sonora del quartetto irlandese, ma si conferma comunque su buoni livelli, soprattutto con un pezzo classico come Volcano o con la riflessiva Cedarwood Road.
Quando una band storica non smette di stupire. VOTO: 9


domenica 13 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 7-13 SETTEMBRE


FILM: Il Sapore Della Vittoria (2001)
Un filone che conosciamo bene: un allenatore severo cerca di portare una squadra giovanile alla vittoria impartendo ai ragazzi preziose lezioni di vita. Il tema quindi non è nuovo ed innovativo. Più interessante invece l’implicazione dell’integrazione razziale, supportata soprattutto dalla veridicità, seppur romanzata, delle storie narrate. La qualità è ottima considerando l’anno di produzione e il cast, composto da certezze, buoni attori, giovani in rampa di lancio e meteore, sostiene egregiamente il peso di una pellicola che nella sua struttura sarebbe potuta risultare pedante, ripetitiva e magniloquente. Denzel si dimostra, a mio parere, il terzo miglior attore afroamericano degli ultimi anni dopo Freeman e Jackson. Il finale punta chiaramente allo stomaco dello spettatore col tentativo di lasciare una poetica immagine del film e tutto sommato ci riesce in maniera quantomeno accettabile; la trama però presenta delle lievi falle che fanno apprezzare il prodotto senza però gridare al capolavoro. Godibile da chiunque, a tratti profondo, ma imperfetto. VOTO: 8.5


FILM: Torno a Vivere da Solo (2008)
Ci prova e ci riprova in tutti modi, ma Jerry Calà non riesce mai a far ridere. Regia imbarazzate, fotografia morta e riesumata dagli anni ’70, colonna sonora fastidiosa nella ricerca di atmosfere Radical Chic e poi la recitazione. Un insulto al cinema chiamala recitazione. Qualità generale di bassissima lega che dimostra come Calà abbia realizzato il film solo grazie alle sue finanze e a qualche favore regresso. Produzione inesistente. Ciò che più infastidisce, a parte la comicità a metà tra Colorado e cinepanettoni, è il tatto con cui vengono trattati temi interessanti quali crisi di mezz’età, separazione, emancipazione femminile, omosessualità e sfruttamento della prostituzione. Ridere di tutto ciò è costruttivo ed intelligente, ma c’è modo e modo di addentrarsi in una determinata realtà e raccontare un problema col sorriso. Molte commedie di successo riescono a sfiorare con un guanto d’eleganza problemi ben più profondi. Questo stilema poteva funzionare quarant’anni fa. Non oggi e spero non funzionerà mai più. Questo un esempio della comicità cercata e ricercata. VOTO: 2


FUMETTO: Suore Ninja (2012)
Da quanto tempo non parliamo di un fumetto in questa specifica rubrica? È decisamente tempo di tornare a farlo. Ci viene dunque in aiuto Suore Ninja, fumetto parodistico a tema ecclesiastico e sociale in senso generale partorito dal duo La Rosa-Cardinali. Quando un’autorità grava sulla vita della società media e tenta di condizionare anche la vita di coloro che si sono allontanati da tempo dall’autorità stessa, nasce la parodia, quella intelligente. Quella che in poche vignette riesce a divertire e criticare profondamente le incongruenze del pensiero di coloro che antepongono alla ragione conoscenze “superiori”. Suore Ninja funziona in ogni suo aspetto e la lunghezza ridotta suggerisce a ragione la capacità dell’autore di concentrare diverse forme di satira, da quella politica al nonsense. Un prodotto consigliato a tutti coloro che sanno e vogliono ridere delle autorità. Mai banale, fonte di molti dibattiti su temi aperti, esistenziali, complessi e maturi. Non fatevi ingannare dal nome; prodotto molto più adulto delle aspettative. VOTO: 8



ALBUM: Congratulations (2010)

Secondo lavoro per gli MGMT, di cui avevo già recensito la sorpresa Oracular Spectacular. Questa volta i due ragazzi di Brooklyn tornano con toni molto meno pop e costruzioni più complesse che dimostrano la maturità acquisita in anni di prove e live. L’album vira decisamente verso suoni più psichedelici, molto anni ’70. Di per sé questa scelta potrebbe anche sembrare interessante, condivisibile e apprezzabile, ciò che però manca decisamente a questo prodotto è il mordente dimostrato nel primo album. Nessuna Kids, nessun Time to Pretend né Electric Feel. Tutto è molto più prevedibile, poco coinvolgente e per niente accattivante se ascoltato da un orecchio medio. I punti forti infatti risiedono esclusivamente nella tecnica elettronica, elemento non facilmente apprezzabile, specialmente dal grande pubblico. Qualche buono spunto ma nulla più. VOTO: 6

domenica 6 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 31 AGOSTO - 6 SETTEMBRE


FILM: Tutto Molto Bello (2014)
Perché non vederlo e perdere dieci anni di vita? Detto, fatto. Tra il primo e il secondo lungometraggio del conduttore di Colorado sceglier non saprei. Forse questo “Tutto Molto Bello” riesce a non essere fastidioso come il precedente per la scrittura più oculata e per certi versi umana dei protagonisti. Il problema, come al solito, è la comicità: un film comico che non fa ridere. Situazioni surreali, battute sporche, personaggi disgustosi al limite della decenza umana, Ruffini vestito da Beep Beep. I più fastidiosi però sono in assoluto Scintilla, mai una risata, solo lacrime, e Angelo Pintus, scadente anche e soprattutto a livello di recitazione. Sembra tutto sbaglaito. I tempi, la musicalità delle parole, la regia, la scelta degli attori, Pupo. Ma che ci fa Pupo in questo film? Pupo che oltretutto viene presentato intento a giocare a poker e, visti i suoi trascorsi, ironizzare su una piaga sociale che cresce rapidamente di pari passo con la disoccupazione e che è riconosciuta da anni come vera e propria patologia psichiatrica, beh diciamo che non fa ridere così tanto.
Ruffini, fai altro. Please. #tuttomoltobrutto VOTO: 2.5


FILM: Paycheck (2003)
Opera occidentale e occidentaleggiante del maestro dell’action cinese John Woo. Il film, scritto dallo sceneggiatore di Blade Runner, nonché autore di celebri romanzi di fantascienza, Philip K. Dick presenta un duplice volto legato all’eterogeneità delle due anime che hanno dato vita al prodotto. Da una parte Woo dirige perfettamente le scene d’azione che risultano divertenti, frenetiche e mai monotone; dall’altra la mano di Dick si sente nella scrittura di una trama intricata, complessa e funzionale al modo di fare cinema del regista asiatico. L’apice dell’intrattenimento si ha quando il protagonista, lo smemorato neo Batman, deve riuscire a ricostruire un puzzle temporale attraverso gli oggetti che lui stesso ha depositato nel cavò di una banca. Un biglietto del treno, un pass, un accendino. Tutto servirà a chi sa già il proprio futuro. Alcuni elementi, sia secondari che principali, soprattutto nel finale, però rischiano di rovinare l’intera esperienza facendo calare spaventosamente il livello del film. Sarebbe potuto diventare un classico del genere e invece no. VOTO: 7.5



FILM: Un Natale Stupefacente (2014)
Io di solito evito molto volentieri i cinepanettoni e le loro reincarnazioni moderne (quelle che non hanno più “Natale a…” nel nome, per capirci), ma un’intervista di Lillo e Greg su Sky Cinema in cui Lillo intervista Greg e viceversa mi aveva fatto parzialmente ricredere riguardo l’improbabile qualità del prodotto. Certo però che Vanzina alla regia non si smentisce mai, e ciò che ne viene fuori, manco a dirlo, è il solito film di Natale che parte leggermente meglio degli altri, ma finisce comunque con incesti, finzioni e gente che sta con gente ma ama gente e inganna altra gente per stare con la gente che ama davvero. Solito prodotto scadente in cui neanche i due comici romani, che io apprezzo oltremodo, riescono ad esprimere la loro verve nonsense e rimangono incastrati in una scrittura banale che vorrebbe essere per tutta la famiglia, sì, ma per una famiglia di decerebrati. Ovviamente bocciato. Irritanti e superficiali le figure dei due assistenti sociali prima pro famiglia tradizionali e poi improvvisamente gay, che poi uno di loro è il Libanese di “Romanzo Criminale - La Serie”. Che brutta fine. VOTO: 4



ALBUM: The Geeks and the Jerkin' Socks (2011)
Shaka Ponk (SHK PNK), gruppo francese che conoscevo solo per “My Name is Stan”, singolo di un paio di anni fa che non mi aveva fatto impazzire per l’amalgama rivedibile tra i suoni discordanti e la voce roca della vocalist. Consigliato però da amici ho deciso di concedere comunque loro una possibilità e di ascoltare per intero il lavoro da cui era tratto il controverso singolo. Il riscontro è stato ottimo: il funk anni ’80 e '90 che torna mescolato all’elettronica francese funziona e regala brani decisamente convincenti quali “Run Run Run”, “Brunette Localicious” e “I’m Pick”. Assieme a questi brani di buona fattura, ho però notato anche altri molto meno curati nella scrittura, prevedibili e armonizzati in maniera non eccellente in questo modo la commistione di suoni fastidiosi finisce per stancare l’orecchio dell’ascoltatore anziché stupirlo. Alti e bassi. Ma quella sulla copertina è Tempesta? VOTO: 7

domenica 30 agosto 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 24-30 AGOSTO


FILM: Ted 2 (2014)
Seguito del successo di pubblico (non di critica, badate bene) dal creatore de “I Griffin” e “American Dad”, Seth McFarlane. Stavolta il nostro Teddy Bear preferito sarà costretto a difendersi in tribunale dalle accuse di non essere una persona indipendente ma una proprietà. A tratti questa trama, decisamente più complessa e profonda di quella del primo film, sembra essere solo il pretesto per nuove e più dissacranti battute; uno sguardo più attento invece potrebbe notare l’evoluzione del brand e il tentativo del simpatico Seth di muovere una critica più acuta e fondata alla società moderna. Le risate non mancheranno affatto e i temi saranno assai più accattivanti. In senso generale invece la pellicola pecca molto nella costruzione infantile dei personaggi in un contesto più maturo, ma, sorvolando su alcune falle, si potrebbe azzardare la superiorità di questo film sul precedente. VOTO: 7


FILM: Delivery Man (2014)
Remake della commedia canadese “Starbuck- 533 figli e non saperlo”. Il regista è lo stesso del titolo originale e ciò potrebbe lasciar pensare ad una mera manovra commerciale per bissare il successo del primo film sfruttando i soldi della Hollywood bene; in realtà la qualità aumenta di pari passo con il budget e tutto sommato il remake con vero investigatore Vince Vaughn riesce a superare il progenitore in molti aspetti. Fotografia, regia, recitazione, montaggio e sonoro. Delivery Man si dimostra all’altezza delle aspettative, nonostante un finale leggermente banale e qualche sporadica caduta di stile. Diverte e intrattiene per un’ora e mezza; non un prodotto indimenticabile, ma godibile. VOTO: 7




FILM: Un’Ottima Annata (2006)
Ridley è un must del cinema americano, una colonna che in passato ha firmato capolavori ancora oggi insuperati, pellicole che hanno segnato una generazione. Il tempo però passa per tutti e non sempre i registi si avvicinano al vino per qualità, non sempre migliorano invecchiando. A volte finiscono le idee, a volte si stancano e stancano il pubblico, a volte propongono pellicole vuote di contenute e sostenute solo dalla forma e dalle interpretazioni delle singole star. È questo il caso di “Un’Ottima Annata”, film in cui un Russell Crowe, ormai in crisi di mezz’età, abbandona il lavoro di broker in Inghilterra per tornare alle origini, alle radici e alla semplicità della vita di campagna. Un enorme manifesti “si stava meglio quando si stva meglio insomma”. Una commedia in cui si ride ma non troppo, si riflette ma non troppo, ci si appassiona alla scontata storia d’amore ma non troppo. Si salvano le meravigliose riprese della Borgogna e le interpretazioni dei due protagonisti, perché Crowe è sempre Crowe. Peccato la profondità di trama non esista. Un prodotto medio e dimenticabile, ma non per questo negativo. VOTO: 6.5



ALBUM: Multi-Love (2015)
Terzo lavoro per gli Unknown Mortal Orchestra (unknown anche perché non li conoscevo una settimana fa e sinceramente non posso dire di conoscerli tuttora) che recuperano le sonorità tipiche degli anni ’80 e tentano di riproporle ad un pubblico più giovane che purtroppo o per fortuna ha perso la possibilità di vivere di persona quegli iconici anni in quanto venuti alla luce tempo dopo. Giovani tipo me insomma.

L’album parte bene con il singolo che dà il nome al lavoro stesso, ma poi si perde e si ripete in maniera eccessiva peccando nell’arte del rinnovamento: a tratti non sembra una rielaborazione della musica di quegli anni, ma una copia. A volte sembra mancare quella scintilla che si percepisce nei prodotti d’alta scuola. Dopo un inizio convincente quindi l’album presenta una flessione dapprima impercettibile, poi sempre più evidente. Ogni flessione ha però un miglioramento finale: “Necessary Evil” e “Puzzles” infatti riescono a riportare l’album su determinati binari. Un prodotto conciso che nasconde in sé diverse luci e talune ombre, ma che tutto sommato ha i suoi picchi d’interesse scavando dove pochi scavano e dove pochissimi riescono a scavare. VOTO: 7

domenica 23 agosto 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 17-23 AGOSTO


FILM: Gremlins (1984)
Classico del cinema per ragazzi (?). L’ormai trentunenne, figlio della collaborazione tra Spielberg, Dante e Columbus, riesce ancora oggi ad intrattenere e a divertire nonostante qualche scena forte che al giorno d’oggi non sarebbe esattamente ben accetta nelle case moderne. La storia la conoscono tutti, le tre regole da non infrangere per far sì che i dolcissimi mogwai in violenti e ripugnanti gremlins. Ciò che stupisce di questa pellicola sono probabilmente gli stessi animaletti protagonisti che, sia nella loro versione buona che in quella malvagia, sono animati in maniera fantastica, realistica e decisamente più credibile dei vari animali creati in computergrafica negli ultimi anni.
Le interpretazioni dei protagonisti, forse sostenute malamente dal doppiaggio di bassa lega, non riescono a sostenere il peso di una sceneggiatura fantasiosa e assai creativa. Un pezzo di storia di un sottogenere evolutosi male che probabilmente viene mitizzato ancora oggi per mancanza di alternative e soprattutto di degni eredi piuttosto che per meriti propri. VOTO: 7.5


FILM: The Hurt Locker (2008)
Sulla scia di Fury mi sono avvicinato nuovamente al genere di guerra alla ricerca di altri lavori interessanti, politicamente impegnati  e schierati. La mia attenzione si è quindi concentrata sui nuovi classici tra cui spicca indubbiamente The Hurt Locker, film diretto dall’ex moglie di James Cameron, Khatryn Bigelow. Il film trionfò agli Oscar 2010 riuscendo a portare a casa ben sei statuette, tra cui miglior film e miglior regia. Probabilmente una singola visione non giustifica critiche profonde al prodotto, ma mi trova in disaccordo con l’Academy: il film cerca il realismo a partire dalle riprese a mano e dalle inquadrature vicine ad un mockumentary, ma annoia, si ripete troppo spesso e non riesce mai a mantenere un livello d’intrattenimento costante. Le scene mediamente adrenaliniche legate alle operazioni della squadra di artificieri si alternano a momenti morti che indagano le vite private dei tre protagonisti, senza però far percepire allo spettatore un senso di proseguimento. E la trama dov’è? Solo il finale riesce a ricollegare alcuni momenti isolati e fino a quel momento inutili dell’intreccio e a dar loro un senso compiuto. Interessante e drammatico il messaggio finale che si lega direttamente alla tagline del film “La guerra è come una droga, crea dipendenza”. Molto bravo invece Renner che, a mio avviso, nasconde abilmente doti attoriali dietro ruoli minori e film d’azione alla Statham in cui la recitazione è uno dei fattori meno considerati. VOTO: 7.5


FILM: Gran Torino (2009)
Clint Eastwood ha l’abilità (probabilmente economica) di attorniarsi di artisti di primissimo livello. Solo lui e pochi altri al mondo possono permettersi una fotografia così curata, nitida e luminoso, un sonoro così pulito, una regia così rigorosa e mai eccessiva. Al vecchio Clint non rimane quindi che farsi condizionare da ciò che legge e vede nei momenti di pausa della sua floridissima carriera cinematografica e unire a queste idee il tema bellico. Perché se c’è Eastwood la guerra c’entra sempre. Questa volta un cinico reduce della guerra in Corea, repubblicano, conservatore e razzista, si troverà a fare i conti con il nuovo vicinato proveniente dall’est. I temi trattati non sono freschissimi e l’intera costruzione pone le fondamenta sull’interpretazione più che convincente del pupillo di Leone. Ciò che stona è la virata graduale verso il buonismo e il finale “in fondo a tutti c’è del buono”. Per il resto sviluppo perfetto della trama e finale riflessivo e appassionante. VOTO: 8.5


FILM: Un Matrimonio da Favola (2014)
Ogni tanto mi capita di guardarle, queste accozzaglie senza capo né coda. Ogni tanto mi capita perché in compagnia non si sa mai cosa vedere e questi mezzi film italiani promettono risate a poco prezzo, inteso come attenzione. Questa volta un gruppo di attori sopravvalutati e fastidiosi si trova a Zurigo per un matrimonio. La location è nuova, le dinamiche e la qualità purtroppo no. Quello che tradisce il marito con quella ma poi lo scopre ma anche la moglie lo tradiva con l’altro che aveva conosciuto il primo ad inizio film che è sposato con una che è innamorata di uno che in realtà è gay che finge di stare con una che… senza punteggiatura, perché questo film non ha una punteggiatura. Solito problema, solita mediocrità. Leggermente meglio di Pio e Amedeo. VOTO: 3.5 

domenica 16 agosto 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 10-16 AGOSTO


FILM: Babadook (2015)
Con un minimo di ritardo anche io ho recuperato il film horror di cui molti hanno discusso nelle ultime settimane. Babadook si rifà ad un horror più vicino al filone orientale dei primi anni 2000, distaccandosi così dai vari mockumentary post Rec e dai film legati a terrificanti presenze demoniache che fanno scricchiolare le porte di legno massello alle 3:24 di notte. Brividi. Questo aspetto della pellicola andrebbe elogiato, ma non è tutto oro quello che luccica e il film mostra diverse lacune in quasi due ore. Tralasciando la deficitaria caratterizzazione dei personaggi secondari, non si capisce come il libro abbia scelto proprio quella famiglia come vittima, non si capisce perché ci abbia messo così tanto ad agire, non si capisce perché la protagonista non abbia deciso di scappare dopo aver compreso la gravità della situazione, non si capisce come abbiano fatto le grida della donna a fermare il mostro ma soprattutto perché Babadook si è ridotto a fare da animale domestico per la famigliola felice? Solito problema degli horror moderni che credono di riempire i buchi di trama con la paura, quello che ancora si ostinano a chiamare horror. Poi il film fa paura e intrattiene senza molte pause, allora non lo si può recensire negativamente; almeno non completamente. VOTO: 7


FILM: Shaun - Vita Da Pecora (2015)
Lo studio Aardman colpisce ancora, sulla scia dei capolavori Galline in Fuga e Wallace e Gromit (Oscar come miglior film d’animazione). In occasione della chiusura della serie tv dedicata al personaggio muto di Shaun, la pecora, Park ha deciso di realizzare un lungometraggio dedicato alle avventure degli antropomorfi animali da cortile. In sostanza si tratta di una maxipuntata che vede le pecore, stanche della routine della fattoria, decise ad appropriarsi dell’abitazione del fattore. Questa la banale premessa per una serie esilarante di gag al limite del ridicolo, ma talvolta anche molto intelligenti, che vi terranno incollati allo schermo. Comparto tecnico invece da rivedere; indietro rispetto agli ultimi lavori. Indicato ad un pubblico più infantile, o a coloro che non guardano la propria carta d’identità prima di entrare in sala. VOTO: 7.5


FILM: Niente Paura (2010)
Documentario di Piergiorgio Gay che cerca di ricostruire un immagine complessiva del momento storico attuale del nostro paese malato e bistrattato. Le testimonianze, da quelle dei presunti vip o tali a quelle della gente comune, riescono sempre ad aggiungere qualcosa, una sfumatura al quadro complessivo. Il tutto sulle note leggere dei maggiori successi del Rocker di Correggio (di cui parleremo molto meglio a settembre). Qualitativamente il prodotto dimostra di essere all’altezza delle aspettative e dell’importanza dei temi trattati, ma la grande pecca del film sta nella confusione. Troppi i temi trattati e frettolosi i passaggi da un topic all’altro. La costruzione della linea generale del documentario, in questo senso, poteva essere curata molto meglio. Si rischia che temi fondamentali della storia italiana, come il comunismo di Berlinguer, vengano mescolati ad altri relativamente più futili e quindi di perdere importanza. Buone intenzioni, risultato complessivo da rivedere. VOTO: 6.5


FILM: Fury (2014)
Di questo film abbiamo già ampiamente parlato nella consueta rubrica del giovedì, ma, dopo averlo finalmente visto al cinema, ho pensato di aggiungere il mio modesto parere a quanto già detto dal sommo Antonio. Fury è un film dai due volti: la prima metà del film tenta e riesce a fornire uno spaccato sincero e crudo della guerra vissuta da coloro che vivono giornalmente a contatto con la morte, ovvero i soldati. Ci vengono presentati i membri storici del tank Fury e poi viene introdotto il protagonista, un giovane Percy Jackson capitato lì per caso. Quest’ultimo personaggio in realtà viene presentato più come elemento in cui lo spettatore possa identificarsi e come escamotage cinematografico per proporre semplificate alcune meccaniche consuete del campo di battaglia. I messaggi lanciati in questa prima fase sono molto profondi e interessanti. Spara o muori. Realismo, qualità visiva e qualche elemento tarantiniano riescono a rendere il tutto perfetto. Poi arriva una mina e il carro armato viene messo fuori uso. Insieme ad esso viene messo fuori uso anche il realismo: i protagonisti si ritrovano a dover fronteggiare da soli trecento soldati tedeschi. Non scappano, non cedono, il cielo diventa nero e riescono ad abbatterne centinaia. Si perde così la funzione critica della pellicola in favore dell’intrattenimento, dell’eroismo, dei valori patriottici. Si vira decisamente vero toni più consoni a vuote americanate moderne. Anche l’evoluzione del protagonista risulta forzata e irreale. Peccato. Per quanto riguarda il livello tecnico e la recitazione invece il tutto è eccellente e impeccabile. Aldo Raine sembra sempre più a suo agio; sorpresa LaBeouf. Peccato per le pistole laser di Star Wars, si poteva fare meglio. Il voto finale è la media tra il dieci della prima parte e il sette della seconda. VOTO: 8.5