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mercoledì 10 ottobre 2018

ROMOLO + GIULY = IL POTERE DELLE IDEE

Romolo + Giuly - la guerra mondiale italiana è la serie rivelazione di questo inizio autunno. Fin dal primo trailer la serie targata Fox e Wildside mi aveva incuriosito per una certa cripticità: a metà tra la critica di costume e una parodia molto pop, molto nostrana. E le premesse sono state rispettate in pieno, nel bene e nel male.


Romolo + Giuly è in grado di abbracciare diverse forme di comicità - dalla più bassa alla satira, passando per la nuova comicità del web - e di fonderle in un contesto tutto italiano. Si va dal recupero di personaggi storici della cultura pop, come Mastrota o Umberto Smaila, fino al boss camorrista interpretato da Fortunato Cerlino che ironizza sul personaggio da lui stesso impersonato in Gomorra - la serie rifacendosi alla celebre parodia dei The Jackal. Si toccano anche vette notevoli di nonsnese; per fare un esempio: Mastrota sta tramando contro la centralità di Roma nella società italiana e invita Don Alfonso a recarsi a Milano per organizzare un colpo di stato. Il boss mafioso lo raggiunge durante le riprese di una televendita di materassi e si scopre che il luogo in cui si riunisce la setta segreta di Mastrota si trova sotto gli studi di registrazione e vi si può accedere solo sollevando un materasso e scendendo la scalinata nascosta sotto di esso.

Don Alfonso

Romolo + Giuly è sì una storia d’amore, come suggerisce il titolo citazionistico, e una metafora satirica dell’attuale eterno scontro tra nord e sud, ma è anche e soprattutto un grande contenitore per le idee comiche più disparate che gli autori hanno saputo trovare. Sono le idee comiche la vera fonte di sostentamento della serie, il motivo che spinge lo spettatore ad attendere con trepidazione l’episodio successivo. In questo calderone multiforme, insieme a citazioni più o meno velate e una grande attenzione ai dettagli, è presente anche una dose massiccia di comicità gretta, spesso tendente al trash gratuito, soprattutto quando si tratta dello scontro tra Roma nord e Roma sud. Se state quindi cercando qualcosa di raffinato e intellettualmente elevato, potreste avere da ridire su Romolo + Giuly; se invece siete aperti a confrontarvi anche con una forma di comicità che potrebbe non appartenervi, ma siete incuriositi dalle idee che stanno dietro una serie così istrionica, allora Romolo + Giuly potrebbe essere manna dal cielo per voi.


Dal punto di vita satirico invece la serie, dopo un pilota velatamente impegnato e alcuni richiami in corso d’opera, arriva solo nel finale ad affrontare la questione meridionale, l’avanzata dei partiti populisti e la contraddizione di fondo che spinge gli italiani a nascondersi dietro un dito per non affrontare le falle di un sistema notoriamente bacato. Anche in questo frangente Romolo + Giuly coglie nel segno e tocca una critica sociale simile, seppur inferiore a quella proposta dall’intramontabile Boris.


Non stiamo certo parlando di un capolavoro: l’alternanza tra diversi registri comici e la futilità di alcuni momenti tendono troppo spesso a creare alti e bassi evidenti all’interno della stessa puntata. Ma con il giusto atteggiamento è possibile “setacciare” dalla serie alcuni momenti nuovi, freschi ed estremamente ilari per la televisione italiana. Non posso spoilerarvi nulla, né della trama né delle singole gag, altrimenti rischierei di rovinarvi il piacere della scoperta dell’idea, che a tratti supera anche la vis comica del momento preso singolarmente. Posso solo dirvi che nella tana della setta di Mastrota è lo stesso Mastrota col suo pollicione instagrammabile a segnare le ore. L’idea più ricercata si trova anche nei dettagli nascosti.


La chiusa aperta dà l’appuntamento alla seconda stagione, che, per superare alcuni inciampi della prima, dovrà certamente alzare la posta e realizzare premesse e promesse, magari distanziandosi maggiormente da una comicità più televisiva, più anni 2000 per lanciarsi verso un compendio generale della risata.

giovedì 13 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 9

Con questo nono episodio alcuni filoni narrativi cominciano a giungere ad una conclusione. Si tirano le somme sugli eventi descritti, si cercano di riallacciare i rapporti tra la prima interessante stagione, la seconda confusionaria e il passato dal quale tutto ha avuto origine. È proprio dal passato che arriva il più importante colpo di scena di questa seconda stagione, ovvero la parentela stretta, e quindi l’incesto, che si cela dietro il rapporto tra Jason e Kerry. Il twist è, come detto, d’effetto: prende, coinvolge e lascia per qualche attimo interdetti; ma allo stesso tempo dimostra ancora una volta le scarse abilità di scrittura degli sceneggiatori. Fino a quel momento infatti il punto chiave della situazione era stato il futuro imminente della popolazione di Wayward Pines, costretta al ricongelamento a causa della minaccia degli Abby. Il problema però sorgeva in merito alla mancanza di capsule sufficienti a garantire un sonno tranquillo a tutta la popolazione. La questione era stata portata avanti con un certo raziocinio, producendo uno scontro ideologico vivissimo tra l’etica del bene comune e la scelta del bene individuale. Tutto ruotava attorno alla figura di Kerry, legata sentimentalmente al despota incaricato di censire la popolazione, ma contemporaneamente inadatta a riprodursi e quindi considerata un peso morto da una società in necessaria espansione. Tutto è ruotato attorno a lei fino al successivo colpo di scena, quello della maternità, che, con le sue conseguenze, ha totalmente distrutto il dilemma etico. La creazione e la devastazione di uno spunto narrativo intelligente in così breve tempo sottolinea ancora una volta lo spreco di capacità che questa serie rappresenta.


I collegamenti col passato, stavolta gestiti in maniera accettabile, sono però passati da una forzatura nel ritmo della puntata. Se nel precedente episodio eravamo stati lasciati sul più bello, quando si prospettava uno scontro aperto tra le tre fazioni, la scelta di concentrarsi nuovamente su Pilcher attraverso l’espediente del flashback ha inevitabilmente gravato sul ritmo delle azioni dei protagonisti nel futuro. Gli Abby sono stati accantonati per lunghi tratti, la popolazione ha dimenticato inspiegabilmente di avere gli strumenti necessari a rivoltarsi contro le autorità e l’intera narrazione futura ha cominciato ad assumere una direzione lenta e prevedibile. Sembra quasi che gli eventi si siano quasi fermati per un’intera puntata, per lasciare allo spettatore la possibilità di assimilare le notizie provenienti dal passato. Un’altra serie che negli ultimi tempi ha fatto un uso discutibile dei flashback è Stranger Things, capolavoro di Netflix in salsa anni ’80. Nel caso di quest’ultima, i flashback, importanti e significativi a livello di trama per lo sviluppo presente dei personaggi, sono stati dilazionati e hanno sempre rappresentato un punto attivo della trama, un movimento ritmicamente in linea con gli eventi presenti. In Wayward Pines ciò non accade, e ogni flashback è sinonimo di momento morto, talvolta anche inutile ai fini di una conclusione delle vicende.
La morte di Jason è avvenuta in circostanze casuali e per niente credibili. Non è ben chiaro come sia possibile che una coppia arrivi allo scontro fisico pochi attimi dopo l’ammissione del loro amore. Possiamo in qualche modo giustificare una tensione di fondo per i nervi a fior di pelle causati da un lato dalla mancanza di capsule sufficienti, e dall’altro dall’avanzata degli Abby, ma ciò che accade è improbabile per dinamiche e tempistiche. Sulla scia di Game of Thrones e delle nuove serie tv che non sarebbero all’altezza senza un giusto quantitativo di defunti illustri, Wayward Pines ha cercato la strada dell’empatizzazione emotiva, fallendo miseramente per l’incapacità di gestire le morti. La morte è un momento sacro nella televisione, è il momento di massimo pathos, è il momento in cui un personaggio al quale siamo affezionati esce definitivamente di scena. In questa seconda stagione invece la morte è stata solamente utilizzata come cesura rispetto ai personaggi chiave della prima stagione e come colpo di scena. Le premesse però non hanno retto rispetto agli eventi, e Wayward Pines ha eliminato se stessa insieme ai suoi personaggi, lasciando visibile una scarna struttura di fondo che non può resistere senza il sostegno dei volti noti.


Con la morte di Jason si aprono alcune vie percorribili, non tutte battute ma molte rischiose. Da quello che ci viene mostrato non riusciamo a dire con certezza se Kerry sia rimasta ferita gravemente dallo scontro con l’amore della sua vita (in tutti i sensi). Appare intrigante la posizione di Theo e di CJ, ultimi due elementi dotati di un minimo di leadership. Se anche Kerry dovesse ristabilirsi dallo scontro, credo che la sua posizione possa combaciare con quella del dottor Yedlin, almeno rifacendoci alla fiducia con cui avvenivano i dialoghi tra i due personaggi. Restare dunque o lasciare tutto e incontrarci tra cent’anni? Cosa sarà della popolazione prima dell’arrivo dell’apocalisse?

lunedì 10 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 8

Tempo fa vidi l’intervista di Zerocalcare da Cattelan. In tale intervista scherzosa e scanzonata vi era anche una domanda relativa alle serie tv viste dal fumettista. Solo ora ricollego le parole di Zero a Wayward Pines. Egli distingue le serie in tre categorie: quelle scadenti, quelle scritte meglio ma che si lasciano guardare in sottofondo e quelle impegnative. Con questo ottavo episodio, Wayward Pines ha definitivamente deciso di associarsi alla categoria delle serie da guardare in sottofondo. È possibile fare ciò solo quando tutto ciò che avviene sullo schermo e al di là dello schermo viene spiegato da una voce narrante o dai personaggi stessi. La voce esterna, che all’inizio di ogni episodio fa un rapido recap, poteva già essere un presagio (di morte), ma è con la scena di Jason accanto al letto di morte di Megan: per rendere la serie perfettamente in linea col modello “laguardomentremangioeaggiornolahomedifacebook”, il despota mette da parte la logica comune per rivolgere un discorso banale e stereotipato alla mentore defunta e uccisa dall’Abby donna. Una tristezza inenarrabile.


E mentre il giovane leader medita vendetta contro le aberrazioni, la situazione globale si appiattisce sulle differenze di genere e sulle categorie consuete di bene e male. Le possibilità di dare vita a personaggio tridimensionali, combattuti al loro interno, ha lasciato posto alla caratterizzazione dei libri per bambini in cui i cattivi hanno su di loro tutte le colpe perché hanno peccato in origine e i buoni invece vengono assolti da tutte le loro colpe dopo la rivelazione dell’origine dei mali. Nel 2016 siamo abituati a ben altro, siamo figli di John Locke e Walter White, due meravigliosi esempi del livello di profondità che hanno raggiunto i personaggi delle serie tv al giorno d’oggi. Provare ancora a far generare ogni male dall’invasione di un territorio avvenuta decenni prima e credere di poter far derivare l’intera caratterizzazione morale dei personaggi da questo elemento di trama è ormai storia passata. Wayward Pines 2 era già superata prima di cominciare, se le premesse alla rivolta sono queste. Nel nuovo quadro generale gli Abby hanno dalla loro la ragione di aver agito per secondi e gli uomini le colpe delle generazioni precedenti, che come sempre ricadono sui posteri. Troppo facile, troppo scontato.


Rimane invece interessante la scelta di ampliare e rendere vivo il contesto distopico in cui gli scongelati si sono ritrovati. Ancora una volta, con la scusa dell’armamento della popolazione civile, abbiamo assistito a tensioni e scontri diretti tra le varie fazioni che compongono una società fallita negli intenti e nei risultati. Come dice Yedlin “Questa città non funziona!”, e non funziona proprio per la sua vicinanza ai peggiori regimi del Secolo Breve. Momenti interessanti che sono stati però diluiti troppo nel corso della seconda stagione, risultando meno trainanti di come sarebbero potuti essere.

Sostanzialmente questo terzultimo episodio potrebbe essere riassunto in una forsennata caccia alle streghe che non ha dato gli esiti sperati. Margareth ha messo in scacco decine di soldati armati ed è riuscita a raggiungere i suoi, venendo però ferita. Come sia arrivata in città rimane ancora un mistero, quello che è certo è lo scontro aperto che si prospetta all’orizzonte. Come anticipato nei precedenti capitoli, vedo tre fronti distinti, a meno che non cambino alcune dinamiche interne alla città: gli Abby, i rivoltosi e l’esercito. L’anima ribelle dei costretti alla crioconservazione non è sopita affatto e presto esploderà nuovamente, in attesa del ritorno di Ben. Il ritorno di Ben rappresenta sempre più una possibilità concreta, dopo che è stata svelata la vera natura delle aberrazioni, in realtà pacifiche e riservate, a differenza di quanto ci era stato mostrato per due generazioni. Ben potrebbe essere stato catturato e posto in una buca profonda, oppure potrebbe essere stato accolto nella comunità dei nuovi umani in ogni caso vedo difficile un totale distacco tra il finale della prima e quello della seconda stagione. Qualcosa tornerà dal passato, altrimenti sarà un flop senza precedenti.

lunedì 3 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 7

La scelta di dedicare sostanzialmente un intero episodio a Christopher James è stata in sé ambivalente: da una parte è stato concesso il giusto spazio ad un personaggio che aveva attirato l’attenzione incondizionata del pubblico fin dalla sua prima apparizione, dall’altra invece la scelta di lasciare così tanto spazio ad un flashback nelle ultime puntate di quella che si prospetta essere l’ultima stagione ha ancora una volta prodotto un fastidioso rallentamento del ritmo. CJ è quindi l’uomo della provvidenza, svegliatosi centinaia di anni nel corso del grande inverno per controllare che tutto si svolgesse secondo i piani di Pilcher. E tutto si è svolto secondo i piani di Pilcher? Decisamente no. Dal flashback spezzettato veniamo a conoscenza di due cose: la mutazione genetica non è stata graduale come ci si poteva aspettare dagli indizi disseminati nel corso di due stagioni e il vate ha edificato il suo vittoriale su un cimitero indiano. O era tibetano? Sta di fatto che tutta la trama è crollata nel momento esatto in cui gli sceneggiatori hanno scelto di rivelare che il vero motivo dell’aggressività degli Abby nei confronti degli umani è causata dall’invasione territoriale. Siamo passati dalle violente bestie umanoidi ai placidi animali di quartiere. Una conclusione troppo stereotipata, troppo posticcia, troppo banale per poter davvero essere la causa scatenante di un’epopea durata venti episodi. In tutto questo perché CJ non ha mai espresso il suo parere contrario alla nuova comunità ma ha continuato ad occuparsi della raccolta di viveri come se niente fosse? Ancora una volta questa seconda stagione si mostra tronca di qualcosa.


Intanto, mentre nel passato si svelavano i motivi traballanti del futuro, proseguiva nel presente la ricerca di Yedlin sull’Abby femmina, rivelatasi essere la mente del gruppo e l’unico esemplare in grado di interagire con gli esseri umani. Ma si tratta davvero dell’unica? Cosa si cela dietro i cerchi nel grano sulla mano oltre al segno di riconoscimento della leadership? Credo che si tratti della natura propria delle femmine della specie, le quali hanno l’intelligenza per governare sui maschi. Una struttura societaria basilare simile a quella degli alveari. Potrebbe esserci una donna per ogni gruppo organizzato. Rimane un velo di mistero sul piano dell’Abby femmina, che si è fatta catturare appositamente e probabilmente trama vendetta contro l’intera razza umana, senza fare distinzioni tra innocenti e colpevoli degli squilibri nel suo branco. Alla luce delle sue capacità intellettive, credo sia in grado di abbassare le difese elettriche delle mura e favorire l’ingresso nella città di un esercito di aberrazioni. Tutto quindi conduce ad uno scontro finale armato che chiuderà definitivamente il ciclo, magari con lo sterminio delle forze armate e la migrazione in un territorio vergine per i superstiti.
Ciò che mi sfugge è la sorte avversa della squadra di ricognizione, ridottasi ad un’unità dopo anni di viaggio. Essa ha subito gli attacchi degli Abby, ma quali Abby? Se le mutazioni attaccano solamente coloro che invadono il loro territorio in maniera continuativa, e se diamo per buona l’esistenza di innumerevoli gruppi o branchi di bestie, ognuna associata ad uno specifico territorio, cosa hanno fatto i componenti della squadra per scatenare le ire degli altri popoli animali? Oppure gli Abby sono dotati di una struttura in scala globale e Margareth è il capo di tutte le mutazioni?


Ciò che appare chiara è comunque la natura frammentata di questa serie, che non riesce quasi mai a dimostrarsi un corpo unico, ma va a tentativi, tastando nel buio possibili sviluppi e andando quasi sempre a pescare sfortunatamente il peggiore, il più scontato e banale. Rimane inoltre sempre ben impressa nella mente dello spettatore la struttura misteriosa che caratterizzava gli esordi della serie, gli albori gloriosi del figlio di Twin Peaks. Oggi quei ricordi sono bistrattati, allontanati e reclusi. Gli sceneggiatori hanno scelto fin da subito di tagliare i ponti con il passato e di produrre un prodotto nuovo, qualcosa che avesse pochi richiami al passato e che potesse essere fruibile a tutti, anche a coloro che non hanno visto la prima stagione. A questo servono le brevi spiegazioni all’inizio delle puntate. a questo servono le morti improvvisate e imbarazzanti delle chiavi di volta della rivolta finale della prima stagione. Wayward Pines 1 non è Wayward Pines 2. O meglio: Wayward Pines 2 non è Wayward Pines, ma un altro prodotto poco curato, stereotipato ambientato in un futuro post apocalittico. Facciamocene una ragione.

L’unico colpo di scena finale che potrebbe rimescolare le carte un’ultima volta sarebbe il ritorno del figliol prodigo. Chissà.

lunedì 26 settembre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 6

Ci eravamo lasciati la scorsa settimana con il momento morto continuo che ancora cammina. Non si può dire che la tendenza sia stata invertita in toto, ma indubbiamente questo sesto capitolo spicca sul livello medio della seconda stagione per coerenza narrativa e capacità di costruire una storia su una serie di non detti. Fondamentalmente si tratta di ciò che finora era mancato alla serie: la capacità di intrigare lo spettatore e di fargli credere di avere qualcosa da dire prima della fine. ora qualcosa da dire potrebbe esserci; non intendo sbilanciarmi ma potremmo essere di fronte ad un finale in crescendo.
Il problema della costruzione frammentata è stato parzialmente ridotto attraverso i tagli ad alcune linee ben precise, come quella dei due ragazzi, fratello e sorella, invischiati nei loro problemi sessuali. In questo frangente gli sceneggiatori anno saputo concentrare le loro forze sull’attacco degli Abby, e tutte le sottotrame portate avanti in questo sesto episodio hanno saputo collegarsi in maniera accettabile con il filone principale. Il problema del protagonista invece continua a rappresentare uno dei maggiori punti a sfavore dell’intera seconda stagione. Rispetto alla prima, in cui era Ethan Burke a fare da mattatore, qui non riusciamo ad empatizzare appieno con qualcuno dei protagonisti, sia per questioni di scrittura che, soprattutto, per questioni di tempo. Non seguiamo nessuno nello specifico e non arriviamo ad immedesimarci nelle situazioni vissute da Theo Yedlin, sostituto ideale del compianto Ethan.


Ancora una volta la serie ha peccato nelle scelte relative ai rapporti tra le due stagione, ancora una volta la morte di un personaggio cardine della prima stagione è stata trattata come un momento di poco peo, andando ulteriormente a sfaldare la struttura portante della serie. Non è possibile costruire un progetto su basi solide e poi liquidare queste basi su due piedi. Era necessaria una scrittura più ragionata, più attenta alle risposte del pubblico al termine del primo atto. Ancora una volta la serie ha dimostrato di smarrirsi facilmente senza la guida diretta dei romanzi di Crouch. Ricreare e ricamare sopra un tessuto usato non è cosa da tutti.

Wayward Pines si è decisa a lasciare aperte delle porte per rinnovare l’interesse del pubblico. Il mistero principale è indubbiamente quello di Margareth, unico Abby femmina che, dai test effettuati, ha dimostrato di possedere un’intelligenza superiore a quella umana. D’altro canto però non possiamo affermare che questi nuovi Abby organizzati siano un’evoluzione repentina della razza dominatrice, quanto più che, parafrasando le parole di CJ, essi imitino gli atteggiamenti umani in un brevissimo periodo. Ma cosa si cela dietro l’aberrazione dell’aberrazione? Cosa nascondono i segni in rilievo sulla mano dell’unica donna? A mio parere potrebbe essere nel gene femminile la soluzione all’aberrazione e quindi lo sviluppo della razza degenerata verso la civiltà, oppure potrebbero essere le Abby femmine a comandare gli spostamenti e le azioni di quelli maschi, meno evoluti per una questione naturale.

Altro grande interrogativo è relativo al ruolo di Rebecca e ai suoi rapporti con il gruppo dei rivoltosi che ha tenuto in scacco la città per anni. Credo che prima della fine sia plausibile vedere un revival del finale della prima stagione, con scontri aperti in città tra prima generazione, ribelli e aberrazioni. In ogni caso la sensazione, rispetto al calare della prima stagione, è che sé una verità esiste, essa è là fuori, oltre le divisioni politiche e i dissapori tra coniugi. Le basi per un finale passabile sono state poste, speriamo che Wayward Pines riesca ad accendere una scintilla nel buio prima della fine.

venerdì 16 settembre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 5

Sovvertendo l’ordine naturale rispettato finora, Fox decide di allungare questo brodo annacquato e di scaglionare le prossime puntate in maniera da portare Wayward Pines fino a metà ottobre. Poco male, avremmo più occasioni di analizzare lo spreco di potenziale che la serie sta proponendo da un più di un anno a questa parte.
Anche in questo lentissimo e antiadrenalinico quinto episodio, gli sceneggiatori non riescono a trovare un filone narrativo che, tra i tanti riesca, a sorreggere l’intera narrazione e la suspance creata dalla fine del quarto episodio svanisce come nulla nelle molteplici e poco ispirate sottotrame. Dovrebbe interessarci la questione sentimentale del ragazzo dubbioso riguardo la propria sessualità e della ragazza titubante all’idea di riprodursi? No. Dovrebbe interessarci la situazione matrimoniale di Theo, tradito tre anni prima del risveglio, ma duemila anni dopo essere caduto in un sonno profondo? No. Dovrebbe interessarci una lotta ristretta per la leadership? No. Dovrebbe interessarci invece la vicenda dell’Abby femmina e dello sviluppo della nuova razza? Forse. Tirando le somme, solo quest’ultima sottotrama dimostra di avere la forza di trainare la serie alla triste conclusione, ma la gestione dei tempi, la volontà di allargare lo spettro su narrazioni secondare slegate dal mistero principale, porta l’intera serie a perdere di mordente nei confronti del pubblico.


Ma proviamo a prendere quello che di buono Wayward Pines ha messo in gioco finora. Da una parte abbiamo una ricostruzione non immediata del periodo trascorso tra le due stagioni e soprattutto del progetto iniziale di Pilcher. Il Flashback dedicato all’architetto del progetto, nonché compagna del nuovo protagonista, è stato costruito in maniera intelligente, aggiungendo dettagli alla linea narrativa di fondo e caratterizzando discretamente i personaggi coinvolti nella storia. Rimangono però gli interrogativi riguardanti il reclutamento nel progetto di Yedlin. Sono nebulose le circostanze che hanno portato il gruppo di Pilcher a voler rapire il dottore; sembra che ci sia qualcosa oltre il legame che lo lega alla moglie, anche perché, in quel caso, i governanti li avrebbero dovuti svegliare nello stesso momento, o comunque a distanza di poco tempo. Non avrebbe senso crioconservare due coniugi per farli ritrovare in un futuro remoto per poi svegliarli a distanza di tre anni l’uno dall’altro e nel mentre assegnare alla moglie di Yedlin un nuovo marito. Credo ci sia un piano costruito attorno a Theo, qualcosa che ci verrà svelata solo in seguito seguendo il doppio filo della narrazione futuro-passato.


Dall’altra parte abbiamo invece gli Abby in piena evoluzione. La previsione del precedente commento potrebbe rivelarsi inesatta. Avevo immaginato si potesse presagire uno scontro razziale tra gli ultimi umani rimasti in vita e gli Abby, sviluppatisi in maniera da raggiungere un livello d’intelligenza considerevole. Avevo sopravvalutato il potere dell’evoluzione, per cui le aberrazioni, ripresentatesi sullo schermo dopo un episodio di assenza, hanno dimostrato di aver compiuto dei passi in avanti nella loro linea evolutiva, ma non così importante da rendere plausibile uno scontro per il dominio del pianeta. Sono ancora allo stato brado, nonostante l’agguato finale lasci intendere  la loro rinnovata pericolosità.
Interessante è, come detto, anche la questione dell’unico esemplare femminile. Tutte le femmine di Abby sono così o ci troviamo di fronte ad una mutazione dell’aberrazione? È possibile che sia nel gene femminile la chiave dello sviluppo delle mutazioni verso una soluzione umana? Cosa si cela dietro il nome Margareth, pronunciato da Megan con una significativa enfasi?

Questa seconda stagione sembra ancora lontana dall’ingranare la marcia decisiva che accenda la fantasia degli spettatori. In una serie del genera il coinvolgimento è fondamentale, per questo Lost riusciva a mantenere milioni di telespettatori incollati allo schermo, per la capacità di gestire i tempi, le risorse e di non farsi trovare mai impreparata, mai un momento morto. Al di là di una trama eccezionale. Wayward Pines invece è un momento morto continuo che barcolla da tempo. E con questa camminata titubante non mi aspetto più che riesca a regalare colpi di cosa degni d’interesse.

venerdì 17 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 9

Mi dispiace ammettere quanto la serie stia deragliando dai binari delle aspettative del pubblico, viaggiando costantemente  al di sotto di queste. Arrivati alla nona puntata potrebbe essere quasi arrivato il momento dei bilanci: non mi sento di credere che l’ultimo episodio possa rivoltare di nuovo la serie a mo’ di calzino. Quanti cambi ci sono stati e quante strade sbagliate? WP è stata finora un po’ tutto e un po’ niente. Tutto nel mistery, nelle citazioni, nella suspance, nella costruzione, nei tempi iniziali; niente nella banalità di molte scelte, nella prevedibilità, nella caratterizzazione dei personaggi, nel modo in cui questi interagiscono, nella prevedibilità e nella caciaronaggine delle ultime puntate. Molti elementi che mescolati insieme hanno saputo regalare grandi soddisfazioni e ore di noia, alti e bassi. Ciò che però finora ha sempre funzionato è l’intrattenimento: nonostante mi sieda sul divano a guardare il nuovo episodio non prima dell’una di notte, WP non risulta mai soporifero e si lascia seguire con piacere, a differenza di qualcun altro di cui non voglio fare il nome (vero, Pizzolatto?).


Passiamo però all’analisi dell’ultimo episodio andato in onda ieri sera su Fox. In realtà in quaranta minuti è successo ben poco: gli Abbie della precedente puntata sono stati bloccati immediatamente nella loro avanzata violenta e incontrollata, la popolazione ha cominciato a spaccarsi, Theresa ha scoperchiato la botola trovando prove per convincere gli abitanti della città della veridicità delle sue affermazioni e Ethan ha tradito la fiducia di Pilcher inducendo questi ad aprire i cancelli. La fine è vicina.
Credo che in realtà il piano del marionettista sia già stato messo in pratica in passato e il suo intento sia sostanzialmente quello di resettare nuovamente la società di WP per ripartire dal “Blocco C”; forse questa fu anche la terribile fine del Blocco A che abbiamo visto in vari flashback sparpagliati qua e là tra gli episodi. Fuoco e fiamme. Un altro fallimento per lo psichiatra che non comprende la psiche umana.


I due elementi che a mio parere hanno inficiato la godibilità del nono episodio sono stati la botola e il ragazzo fanatico. Dal mistero della botola, presentato nel lontano settimo episodio, mi aspettavo davvero molto di più dopo le ammonizioni di pericolo rivolte alla moglie del protagonista, e invece si è rivelata l’entrata di una struttura sotterranea che sì mantiene ancora un filo di intrigante mistero, ma decisamente non rappresenta la chiave per la svolta definitiva della serie verso l’alto. Il ragazzo invece mi ha deluso in quanto rappresentate di una parte della popolazione, ossia la prima classe di giovani ricondizionati dal sistema scolastico, che ad un episodio dalla fine sbuca dal nulla e si impone come parte ingombrante del tutto. Fino a ieri dov’era questo gruppo violento e pericoloso ormai intaccato dalla responsabilità che Pilcher ha riversato nelle nuove generazioni della cittrappola? Perché introdurre nuovi personaggi (importanti per pochi minuti) ad un passo dalla fine? Mi ricorda quella volta che storsi il naso per l’introduzione di altri nativi dell’isola in Lost, quelli che vivono nelle piramidi e tentano di combattere il fumo nero per capirci. È evidente che ci siano altri modi per introdurre dei personaggi o per far sì che la situazione precaria di alcuni protagonisti cambi. Queste due scelte mi sono piaciute indubbiamente poco.


L’ultimo fotogramma della nona puntata raffigura la mano di un’aberrazione che si aggrappa alla rete posta a protezione della città dopo che Pilcher ha silenziosamente deciso di staccare la corrente che passava nei fili. Praticamente si ripete la scena che avevamo visto al termine dell’episodioprecedente e quindi le premesse della puntata di ieri sono solo state traslate all’ultimo episodio: si prospetta sempre più una tragica e caotica fuga dei cittadini dai mutanti che infestano la città alla ricerca di sangue quasi estinto, fuga che vede protagonista Ethan Burke, duro e puro agente della CIA chiamato a compiere il miracolo e a salvare l’intera comunità da una fine annunciata e per niente piacevole. Qualcuno morirà, i meglio caratterizzati si salveranno, tranne forse Kate, o l’infermiera, ma pur sempre qualcuno di sacrificabile. Un finale caciarone e per niente accattivante rispetto alle rivelazioni di “The Truth”. Mi sarebbe invece piaciuto se gli ultimi due episodi si fossero rivelati propedeutici alla rivelazione sconvolgente finale, ma non credo sia così. Mi sarebbe invece piaciuto se Pilcher si fosse rivelato un impostore e tutto ciò che abbiamo visto si fosse svolto ancora nel 2014, o almeno non nel 4028, un po’ più vicino a noi. E invece no. Peccato. E se invece Pilcher avesse creato gli Abbie durante un esperimento genetico finito male? E se tutta la città fosse un suo esperimento che non ha in realtà lo scopo di ripopolare il pianeta? E se ci fossero in realtà molti altri esseri umani nel mondo perché, come ci insegna Charles, la specie si è evoluta nella direzione delle aberrazioni solo nel continente americano? E se questa serie avesse ancora qualcosa da dire? Vai Way, hit me with your best shot e stupiscici un’ultima volta.

sabato 30 maggio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 3

Ok, ok. Lo ammetto. Mi sbagliavo. Avevo detto di essere quasi sicuro che Burke moglie e Burke figlio non avrebbero mai raggiunto Wayward Pines, che avrebbero sbattuto la testa contro quel muro per molte e molte puntate. Pensavo che la famiglia del protagonista avrebbe rappresentato, entro la fine della serie, la chiave per la definitiva fuga salvifica di Ethan e della barista. Poi la barista è morta. Poi la famiglia è arrivata a WP. Ok. Non c’avevo capito niente, “loro” volevano la famiglia al completo.
Sembra infatti che lo sceriffo, giudice, giuria e boia della città, e la perfida infermiera non siano i veri capi del programma che trattiene centinaia di persone in un recinto, ma, come lasciava intendere il dilogo tra lo psichiatra e il collega di Burke nella prima puntata, ci sono interessi più profondi e celati; qualcosa che non ci è ancora dato sapere.


Cominciamo dall’inizio però, basta con questi medias res che stordiscono e confondono. Questo episodio parte molto male e si sviluppa peggio: la scorsa settimana era stata uccisa la compagna di merende del protagonista perché aveva tentato di fuggire e perché aveva parlato del passato, due regole ferree da non infrangere. Allo stesso tempo però, insieme a lei, anche Ethan aveva tentato la fuga. Perché allora riservare un trattamento diverso all’agente dell’FBI? Perché l’uomo riesce tranquillamente a rifugiarsi nella casa di Kate senza che nessuno lo veda o lo denunci? Dove sono finite tutte quelle persone che inneggiavano all’ordine in piazza gli occhi insanguinati? Troppe incongruenze che stonano non poco.


Se il principio è sostanzialmente pessimo, lo sviluppo può definirsi peggiore se possibile. La famiglia Burke che parte e non si capisce come riesca ad entrare a WP (un altro incidente? Ma quanti incidenti ci sono in questa zona?), gli sbalzi d’umore di Kate, che in una scena sembra indemoniata e convinta della bontà delle esecuzioni pubbliche e in un’altra si redime, la morte dello sceriffo e soprattutto l’interminabile girovagare di Ethan. Perché questo personaggio vaga per la città senza una meta? perché incontra l’ex amante di nascosto nel bosco (sottotrama romantica, uff, ancora)? Perché ha smesso di farsi le domande più classiche, quelle che ci faremmo anche noi? Ecco il vero punto del problema: la perdita di credibilità. Se nelle prime due puntate infatti lo spettatore riusciva ad immedesimarsi perfettamente nel protagonista, in ogni sua scelta, in ogni suo dubbio, in questo terzo episodio questo feeling cessa e ci si chiede per tutto il tempo dove egli voglia andare a parare. Scelte incongruenti, reazioni poco umane. Un corpo estraneo allo spettatore, non il protagonista coinvolgente e dinamicamente vero che avevo apprezzato nelle prime due puntate.

Parliamo poi dell’ormai onnipresente aspetto metafisico: il tempo continua ad essere paradossale, ma ciò poco importa perché vengono introdotte poche novità; ciò che più attira l’interesse dello spettatore in questo terzo episodio è tutto incanalato verso un grido, un rumore. Non si capisce bene ancora di cosa si tratti. Stiamo parlando del verso che si sente quando Ethan uccide lo sceriffo con un colpo alla testa e poi tenta di aprire una sorta di serranda per poter fuggire. Un solo suono sinistro che li porta alla fuga, al ritorno a WP. Di cosa si tratta? Non lo sappiamo, ma sembra davvero qualcosa di inumano e assai minaccioso. Che ci sia qualcosa di sovraumano che determina lo scorrere del tempo tra le mura nemiche? Qualche entità sconosciuta che condiziona le azioni di quelli che sembrano essere i villain della storia? Qualcosa come BOB o Mike di Twin Peaks. Aspettiamo, questo è uno dei pochi punti a favore del terzo episodio.



Per adesso possiamo dire che la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto di quelli secondari, rappresenta un limite notevole della serie e che il protagonista, come detto, si sta progressivamente allontanando dall’essere il rappresentate del pensiero dello spettatore medio. Questo terzo episodio rappresenta un brutto passo falso, un buco nell’acqua, un tonfo. Insomma dispiace ma il livello è calato spaventosamente. Ovviamente una serie di dieci puntate è lunga, ma spero che si torni alla struttura classica fatta di misteri e soluzioni, colpi di scena e paradossi ; la struttura più classica e funzionale insomma. Fiducioso per il quarto episodio, abbastanza fiducioso, un pochino fiducioso.