martedì 6 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA - SPECIALE ZALONE

La scorsa settimana ho avuto il piacere/onore di rivedere Cado Dalle Nubi, esordio cinematografico del comico pugliese Checco Zalone. E fin qui nulla di nuovo. Sabato, come da programma, mi sono dedicato alla stesura delle consuete Recensioni della Settimana che voi tanto amate, o almeno a cui volete bene. Un po’ di bene non si nega a nessuno. Partito con l’idea di rimanere all’interno delle consuete dieci righe di schermo elettronico, la mia mente è deragliata andando a toccare temi più profondi della semplice e piatta recensione. Ecco a voi dunque RdS - Speciale Zalone, una parentesi nel nostro percorso.



FILM: Cado dalle Nubi (2009)
Checco Zalone è una realtà ormai consolidata del cinema italiano. Ogni suo film viene pubblicizzato oltremodo e monopolizza l’intero palinsesto cinematografico per un determinato periodo. Questo aspetto, unito all’ignoranza di fondo di noi Italiani riguardo la cultura cinematografica, ha fatto sì che le pellicole del Dottor Luca Medici (laureato in giurisprudenza) siano osannate e segnino sempre nuovi record in termini di incassi. Ma sarà tutto oro quello che luccica? Bastano questi elementi a decretare il capolavoro? Parliamone.
Checco Zalone nasce dalla tv, da quello che una volta era un discreto programma di Cabaret come Zelig. Zalone fu uno dei primi comici di successo che non provenivano dal milanese e che quindi approfittarono della “nazionalizzazione” del programma di Claudio Bisio a metà degli anni 2000; altri ad esempio furono Ficarra e Picone, che non sono affatto sfuggiti alle mie critiche (cliccare perscoprire). Il primo Checco era un quasi simpatico ragazzo Barese che si spacciava per cantante e divertiva il pubblico attraverso brevi monologhi sgrammaticati, ma soprattutto attraverso le parodie e le imitazioni, forse vero cavallo di battaglia dell’artista. Non la mia odierna comicità, ma comunque non per forza disprezzabile all’epoca della messa in onda (non biasimatemi; dieci anni sono pochi). A Zelig si aggiunsero partecipazioni a vari programmi Mediaset, qualche comparsata in Rai, la canzone dei mondiali 2006 e uno squallido programma musicale con Amadeus ("La donna rossa"). Poi il salto sul grande schermo. Il tentativo di riproporre quanto fatto vedere in pochi minuti di cabaret in novanta minuti di pellicola e di bissare l’enorme successo ottenuto in tv. Poteva funzionare tutto ciò? Probabilmente no, ma, dati alla mano, ha funzionato eccome.
Il suo primo film, risalente all’ormai lontano 2009, fu Cado dalle Nubi, commedia semplice e immediata che vede Checco, bigotto disoccupato del Sud, lasciare la sua città d’origine per trovare fortuna come cantante a Milano. A grandi linee una caricatura di quella che potrebbe essere davvero stata la storia di Luca Medici. Sketch già visti, recitazione bassa e molto caricaturale, scrittura banale e regia pessima. Sostanzialmente la regia, nei film di Zalone, è pressoché assente. Tutto sembra lo svolgersi di siparietti di Cabaret davanti ad una macchina da presa che svolge il suo ruolo senza lasciare il segno. Tutto scialbo, forse già visto. Eppure il suo miglior film, eppure un successo enorme di pubblico e, in alcuni casi, anche di critica. Forse la novità, chissà.
Gli unici punti a Favore di Cado dalle Nubi sono i momenti di critica sociale inseriti in maniera poco velata dall’autore pugliese: discriminazioni contro il Sud,bigottismo dell’Italiano Medio, omosessualità, disoccupazione ed altro. Tutto è però troppo caricato e infantile per riuscire a colpire la mente dello spettatore e a godere dello spettacolo rimane solo lo stomaco. Anche i successivi film di Zalone non perdono occasione per parlare di temi scottanti come riforma del lavoro e terrorismo, ma sempre con uno stile che non fa uscire dalla sala con un sorriso amaro, agrodolce. Esistono tanti altri modi di fare critica sociale. D’altro canto però, sorvolando sullo stile, le scrittura, la tecnica e gli intenti, rimane la comicità. Sotto questo punto di vista il film funziona discretamente mostrando buoni tempi comici e discrete trovate per mandare avanti una linea comica che altrimenti sarebbe davvero sterile. Un bilancio insomma negativo a livello complessivo, ma che denota quanto in realtà un talento cabarettistico sia effettivamente presente dietro l’ignoranza di un personaggio televisivo che sarebbe potuto rimanere tale. Qualche potenzialità a metà tra grettezza e intelligenza che ha virato troppo facilmente verso il primo modello. Una carrellata di battute sì divertenti, buffe, ma a tratti vuote e legate male tra loro e al contesto non è per forza cinema. Spazio in Italia non ce n’è molto, lasciatelo a chi sa fare cinema e vuole provare a cambiare le cose. Lo specchio dei nostri tempi. VOTO: 5



P.S.: vogliamo poi parlare di come verremo obbligati a guardare il suo prossimo lavoro con la forza della mancanza di alternative? Star Wars uscirà poi in linea con il resto del mondo o dovremo aspettare? Ecco un boccone troppo amaro che quasi mai riesco a buttare giù: la mancanza di alternative è uno dei problemi che hanno portato il cinema italiano dov’è oggi. Guardo Zalone oppure niente? Ah no, aspettate: guardo Zalone oppure i Vanzina? Ora sì che ragioniamo.


domenica 4 ottobre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 28 SETTEMBRE - 4 OTTOBRE


FILM: Southpaw (2015)
Se andassimo a controllare la filmografia di Fuqua scopriremmo che, Trainig Day escluso, i suoi film sono sempre partiti con ottime aspettative per poi accartocciarsi su loro stessi a causa di strutture poco solide, ripetitive e raramente innovative. Questa volta il regista afroamericano decide di tuffarsi nel mondo della boxe per descrivere la caduta e la rinascita del solito pugile tormentato. Dopo l’entusiasmo iniziale la mia mente si è focalizzata su tutto ciò che avrebbe potuto decretare la cattiva riuscita di questo ambizioso e costoso progetto (viva l’ottimismo). Il sottogenere sportivo trattato è decisamente saturo di prodotti di altissimo livello quali Toro Scatenato, Million Dollar Baby, Ali e Cindarella Man, per non parlare della saga di Rocky. La struttura annunciata del film, ovvero la perdita di tutto, la caduta, per poi ottenere un’emozionante ma telefonatissima rivincita finale, inoltre conta ormai troppe forme di imitazione in vari generi e sottogeneri del cinema mondiale e non può più reggere da sola un film che non fondi anche altrove le basi per un potenziale successo. Tutto ciò si traduce in due ore di noia senza un colpo di scena che non fosse previsto dal copione standard che tutti noi abbiamo nella nostra mente, il nostro archetipo, e quando ad un film così, fondato sulle emozioni, togli la sorpresa e i colpi di scena togli anche la possibilità allo spettatore di stupirsi e di mostrarsi disponibile ad accogliere l’aspetto emotivo-empatico della pellicola. Lo spettatore medio rimane distaccato dalla storia toccante del protagonista e le scene che dovrebbero lasciare posto alle riflessione si rivelano il definitivo tonfo del progetto di Fuqua: quando il protagonista non è sul ring infatti lo spettatore medio preferirebbe pulire il water incrostato, pelare patate a tempo perso (di quelle vecchie che hanno più radici che superficie pelabile) piuttosto che continuare ad ammorbarsi con questa noia infinita. Neanche l’ottima prova dell’ormai veterano di Hollywood Jake Gyllenhaal (il buon vecchio Donnie che non sbaglia mai un colpo) riesce ad invertire le sorti di questo fallimento annunciato. Sconsigliato se non per qualche sporadico momento d’interesse. VOTO: 5


FILM: Il Centenario che Saltò dalla Finestra e Scomparve (2013)
Un anziano signore di cent’anni (di cui solo gli ultimi di solitudine), senza neanche accorgersene, scappa dall’ospizio in cui risiede, ruba involontariamente una valigetta piena di soldi e comincia un lungo viaggio in fuga dai malviventi a cui ha sottratto l’ingente somma di denaro. Questo è solo l’incipit della commedia svedese che non riesce mai a convincere fino in fondo. Gli Svedesi non sono certamente famosi per la loro dissacrante comicità, lo sono più per le alci, il freddo e i chewingum (ma questi potrebbero essere stereotipi, lo ammetto) e infatti il grande problema di questo film è che non fa ridere, mai. Ogni situazione descritta sullo schermo, da quella più credibile a quella estremamente surreale, può strappare qualche sorriso, ma poi l’atmosfera, i tempi comici, la mimica dei personaggi e il doppiaggio obiettivamente pessimo smorzano l’entusiasmo e frenano ogni risata che rimane come una smorfia accennata sul volto di chi guarda. Non voglio essere così duro e critico con questo film in quanto riconosco le enormi differenze tra la cultura italiana e quella svedese e comprendo quindi che il problema della comicità di questo prodotto potrei essere io stesso, io che non riesco ad empatizzare con il personaggio principale, io che baso i miei criteri di comicità su quello che ho visto e vedo tutti i giorni nel Bel Paese. Forse sono io. Magari un giorno conoscerò un ragazzo svedese alto e biondo, con la barba possente e la camicia da taglialegna, un appassionato di cinema che mi spiegherà la comicità di questo film. Ma per ora non l’ho ancora conosciuto. Quanti stereotipi. VOTO: 5


ALBUM: The Beauty Behind the Madness (2015)
The Weeknd, ossia il fenomeno del momento. Un ragazzo di venticinque anni che in pochi mesi, attraverso scelte stilistiche azzeccate e qualche brano orecchiabile, ha raggiunto centinaia di milioni di views su Youtube. Risultato ancor più apprezzabile in relazione alle visualizzazioni ottenute da pezzi a mio parere molto più validi come gli ultimi singoli dei Muse, senza voler scomodare artisti indie sottovalutati e sotto visualizzati, ma rimanendo in ambito commerciale e globalmente conosciuto. Cosa dire allora dell’ultimo lavoro di tale Weeknd (a cui manca evidentemente una lettera)? L’album in sé è passabile, degno di nota per quanto riguarda qualche singolo, ma molto ripetitivo e talvolta privo del guizzo che possa renderlo interessante ad un ascolto prolungato. Dopo un inizio tutto sommato discreto, il cantante canadese si perde in brani troppo simili, lenti e dai testi molto banali. Amore, amore e ancora amore. The Hills convince, Can’t Feel My Face trascina, ma nulla più; nulla di significativo per la storia della musica.

Perché dunque tutto questo successo? Perché solo ora il pubblico si accorge di un cantautore che, a mio parere, aveva mostrato qualità migliori e assai più singolari nei precedenti lavori? La mia risposta è “i capelli”. Sono i capelli la chiave di tutto. I capelli uniti alle movenze, all’enorme pubblicità su tutte le piattaforme frequentate da abituali fruitori di musica online e Cinquanta Sfumature di Grigio, film nella cui soundtrack è presente un brano del suddetto artista. Tutto questo ha contribuito a creare un personaggio che ha parzialmente oscurato la persona. Sento odore di manovra commerciale, ma l’album è promosso, per ora. VOTO: 6.5

giovedì 1 ottobre 2015

FIVE BY FIVE #1

Buonasera genti. Il mio me del passato si sta scervellando da venti minuti davanti alla tastiera cercando un incipit d’effetto. Con scarsi risultati come potete vedere. Dategli una soddisfazione e fingete di aver letto l’incipit migliore di sempre dopo quello di Cent’anni di solitudine, quindi passiamo subito al dunque. Il nome di questa piccola rubrica gentilmente ospitata da InsideMAD lo sapete già, è scritto qui sopra. Il mio di nome lo trovate invece in fondo all’articolo. In mezzo a questi due nomi troverete ogni quindicina di giorni a partire da oggi una manciata di canzoni - lascio a voi indovinare quante - il più possibile recenti e il più possibile slegate fra loro, che sono piaciute a me e penso possano piacere anche a voi.
Scrivere di musica però “è come danzare di architettura” disse ragionevolmente un celebre musicista col nome di un altrettanto celebre attrezzo agricolo. Per cui il punto non sarà tanto l’analisi di questi brani, ma la condivisione e l’ascolto. Che detta così sembra una comunità di recupero.
Ad ogni modo, per ogni canzone trovate il link per ascoltarla su Youtube o su un servizio di streaming, io uso prevalentemente SoundCloud.
Le cose importanti le sapete quindi non dilunghiamoci oltre, cominciamo:



Deafheaven – Come Back
I Deafheaven sono un gruppo californiano e suonano…be’ non so esattamente cosa suonano, ma lo fanno dannatamente bene. Potremmo dire che fanno black-metal, ma in realtà relegarli a questo unico genere sarebbe riduttivo e probabilmente improprio: insieme allo screaming del vocalist George Clark e alle percussioni aggressive incorporano anche elementi decisamente melodici e arrangiamenti che rimandano ad altri generi quali post-rock e shoegaze. Ad un primo ascolto del loro terzo album “New Bermuda”, in uscita il 2 ottobre ma che potete già ascoltare in streaming su NPR, sembra che abbiano accentuato in egual misura entrambe le loro personalità, compiendo un ulteriore passo avanti rispetto all’enorme “Sunbather” del 2013. Come Back è il loro ultimo singolo ed è nettamente diviso in due parti: una prima feroce cavalcata metal e una lunga coda piena di atmosfere evocative e ugualmente emozionanti.
Ascolta su SoundCloud/Youtube



Alex G – Bug
Alexander Giannascoli, sul palco Alex G, è un giovanissimo e prolifico cantautore di Philadelphia. Classe 1993, l’anno scorso ha piacevolmente sorpreso critica e pubblico con il suo sesto(!) album, “DSU”. In seguito ha firmato per la stessa label di Elliott Smith, la Domino Records. Le analogie con il compianto cantautore non si fermano all’etichetta discografica e parte della critica lo ha difatti indicato come suo promettente erede. In effetti, come Smith, Alex ha uno stile compositivo semplice e delicato, quasi minimale, ma mai scontato. Usa prevalentemente la chitarra acustica, ma non mancano altri strumenti più esotici e trovate originali. Bug, come tutte le sue canzoni, è stata registrata in camera sua senza grande strumentazione, donando al pezzo intimità e naturalezza tipiche del lo-fi. Il suo nuovo album, “Beach Music”, esce questo ottobre.
Ascolta su SoundCloud/Youtube



Joanna Newsom – Leavin The City
Gli album di Joanna Newsom sono tanto rari (l’ultimo risale al 2010) quanto preziosi nella loro finezza. L’arpista statunitense ha uno stile particolarissimo, difficilmente catalogabile; lei stessa afferma che la sua musica non appartiene ad alcun genere specifico. Leaving The City è il secondo singolo estratto dal suo terzo album “Divers”, prossimo alla pubblicazione. È un pezzo bellissimo e per certi versi un po’ più rock, se confrontato con altri suoi lavori. A dispetto della delicatezza del suono dell’arpa, alcuni passaggi sono di una potenza emozionante che difficilmente vi lascerà indifferenti. È qualcosa di magico. Vi suggerisco di ascoltarlo con attenzione e più volte per permettervi di cogliere tutte le caleidoscopiche sfumature a cui ritmi e linee melodiche differenti danno vita intersecandosi e sovrapponendosi.
Ascolta su Youtube


Algiers – And When You Fall
Sintetizzatori e calda voce afroamericana, post-punk e gospel: è questo l’esperimento sonoro degli statunitensi Algiers, ed è pienamente riuscito. Il loro ottimo album di debutto eponimo in realtà è uscito, un po’ in sordina a dire il vero, lo scorso giugno, ma qualche giorno fa Matador Records ha pubblicato il video del singolo And When You Fall e non potevo non cogliere l’occasione per parlarne. Il brano comincia con un’introduzione carica di sentimento e densa di passione soul, poi l’atmosfera si fa d’improvviso angosciante: il basso incalza, quasi rincorre la voce e la tensione cresce fino ad esplodere nella stupenda e potente voce del cantante. Senza dubbio tra i miei album preferiti di quest’anno.
Ascolta su Youtube


Deerhunter – Breaker
La band di Badford Cox non sembra avere alcuna intenzione di interrompere l’amena evoluzione inaugurata dal precedente album, “Monomania”; continua imperterrita spingendosi anzi verso sempre nuovi orizzonti musicali. Se con il precedente singolo Snakeskin avevano esplorato fantasiose atmosfere funk, con Breaker espongono invece uno stile delicato e vivace, quasi pop. Il suono è pulito e definito, le parti ben amalgamate a far risaltare una melodia che continuerete a fischiettare per un po’, garantito. Insomma, un commiato più che definitivo dal “vecchio” e giustamente osannato “Halcyon Digest” che riconferma l’inesauribile creatività di questa band capace di reinventarsi ogni volta con successo. L’album da cui è stata estratta Breaker esce il 16 ottobre via 4AD, si intitola “Fading Frontier” e potete già iniziare a esplorarlo su questa mappa.
Ascolta su Youtube


È tutto per oggi, a presto con altre canzoni e non solo.



                               Marsha Bronson

martedì 29 settembre 2015

COSÍ PARLÓ NAPOLI

Nord e Sud. Sud e Nord.
Qualunque paese si osservi le differenze tra meridione e settentrione sono più o meno rilevanti e, nei casi più estremi, queste possono sfociare in manifestazioni di razzismo e violenza. È il caso dell’Italia, o almeno dell’Italia fino ad un paio di anni fa, prima che il Matteo Felpato cambiasse la politica del suo partito passando dalla xenofobia verso il terrone a quella verso l’immigrato clandestino, nuovo nemico del vero popolo padano. Semplice scelta politica. Convenienza. La discriminazione verso il Mezzogiorno però, a mio parere, è rimasta immutata perché sono rimaste immutate le differenze strutturali e culturali tra Nord e Sud.


Proprio su queste differenze si basa “Così Parlò Bellavista”, pellicola del 1984 scritta e diretta da Luciano De Crescenzo; Nastro d’Argento e David di Donatello al miglior regista esordiente l’anno successivo. Il film, ambientato a Napoli, descrive lo scombussolamento che l’arrivo del milanese Cazzaniga porta nella vita di Gennaro Bellavista e dei suoi squattrinati amici. Bellavista è un professore di filosofia in pensione che, non riuscendo a rinunciare alla passione per l’insegnamento, organizza giornaliere lezioni gratuite nel soggiorno di casa sua per gli amici di cui sopra: il portiere, il sostituto portiere, lo spazzino e il poeta; quattro personaggi secondari che nel loro piccolo rappresentano alcune sfaccettature della capitale del Sud.
La trama segue contemporaneamente anche le disavventure di Patrizia, figlia del professore, e del suo compagno Giorgio, disoccupati in dolce attesa. Se da un lato Bellavista filosofeggia sulla vita, la religione e le differenze tra Nord e Sud, dall’altro la storia della coppia di sposini in crisi economica approfondisce le problematiche di Napoli in maniera ironica, convincente e intelligente. Disoccupazione, Camorra, teatralità, superstizione, lotto. Tutte queste sono riassunte in poche ma significative scene, talvolta apparentemente slegate le une dalle altre, come quella del cavalluccio rosso, esilarante, veritiera e poetica.


Questa doppia narrazione restituisce un ritratto di Napoli a due facce, Harvey Dent. Città da una parte storica, poetica, evocativa, filosofica, culturalmente superiore e dall’altra problematica, degradata, poco curata, abbandonata a se stessa. Un ritratto completo e tristemente veritiero che molti prodotti più alti e pretenziosi non eguaglieranno mai in efficacia e veridicità.
Il vero fulcro del film è però rappresentato dai discorsi ispirati del professor Bellavista. Dubbi e certezze, Stoici ed Epicurei. Fondamentale per lo sviluppo della trama quello sugli “Uomini d’amore e uomini di libertà”, interessante e sempre attuale la pacata invettiva contro la vita mafiosa. Tutte perle da gustare e assimilare. “… in questo mondo in cui regna il caos Napoli è ancora l’ultima speranza dell’umanità”.
Dalle parole del protagonista però emergono anche dei preconcetti legati alle persone del Nord; preconcetti non discriminatori e razzisti, ma superiori, legati al modo di intendere vita, impiego e relazioni interpersonali. Questa situazione muta nel finale quando, dopo un intero film passato ad inseguirsi senza mai incontrarsi, Bellavista e il dottor Cazzaniga si ritrovano bloccati in ascensore per diverse ore. Qui hanno l’occasione di confrontarsi e mettere sul piatto della conversazione i pregiudizi positivi e negativi che avevano l’uno verso l’altro per poi scoprire che niente è come sembra. Cade il Nord. Cadono le etichette. Cade il sud. Cadono i pregiudizi.



Un film a metà tra critica di costume e intrattenimento; comicità e poesia. Filosofia. Prodotto che nasconde lo spirito malinconico, lo splendore e le contraddizioni, la vera sofferenza straziante di una popolazione dietro un velo di semplicità e immediatezza. Altro che “Benvenuti su e giù”. “Dove è meglio che nasca un bambino?”, a Nord o a Sud? A voi il lauto gusto di scoprirlo. Siamo uomini d’amore o di libertà? Terroni o Polentoni? No, siamo Uguali. Posate le armi, posate la lingua. Siamo umani. “Si è sempre meridionali di qualcuno”.

domenica 27 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 21-27 SETTEMBRE


FILM: Soap Opera (2014)
Spinto dalla curiosità dopo aver saputo della partecipazione di Genovesi a “Happy Family”, pellicola che apprezzai molto all'epoca dell'uscita, e spronato dalla marea di critiche negative mosse a questo film, mi sono deciso a recuperarlo. Soap Opera sembra un opera teatrale riproposta su grande schermo. Un gruppo di personaggi che vivono nello stesso condominio si trova a fare i conti con il suicidio di un inquilino di cui tutti sapevano molto poco. Questo l’incipit di una serie di rapporti particolari, sui generis e complessi da riassumere in una receimpressione flash.

La prima cosa che salta all’occhio è indubbiamente la cifra stilistica dell’opera che, pur essendo ambientata ai giorni nostri cerca di imitare le atmosfere passate, gli anni ’50 e ’60, attraverso piccoli dettagli quali le auto d’epoca usate o il vestiario di alcuni personaggi secondari. La neve che segna costantemente il grigio cielo di una Milano velata. Anche la fotografia e l’uso della luce ricalcano a grandi linee i gusti del passato. Se dovessi basarmi solo sul comparto tecnico, movimenti di macchina, sonoro e colonna sonora compresi, il film in oggetto sarebbe un piccolo cult, un prodotto per pochi e pieno di sorprese, ma non è così. Soap Opera è un prodotto complesso e assai controverso che varia troppo spesso registro e linguaggio visivo per riuscire a raggiungere lo spettatore. La comicità passa dal cinismo della Francini e di Ale e Franz al buonismo di Francesca, dalla pesantezza di Francesco alla banalità del personaggio di Abatantuono. Un complesso intricato e senza forma definita. Anche la storia non riesce a trovare una strada univoca tastando vari terreni e alternando momenti di piece teatrale a banalità e forzature. Il finale inoltre rimane per me una confusionaria incognita. A tratti sembra voler essere un prodotto maturo, impegnato e riflessivo, ma poi scene prive di un vero nesso logico con il resto del film stroncano il phatos e abbassano la resa dell’opera. Tanti buoni aspetti che singolarmente non riescono a prevalere sulla parte intollerante. Un peccato vedere determinati spunti andati sprecati così. VOTO: 5.5


FILM: My Name is Tanino (2003)
Virzì è un regista che apprezzo molto per stile, intenti e temi trattati. Non sempre riesce a muovere fino in fondo una critica strutturata attraverso i suoi film, ma si avverte sempre che il materiale umano dietro la settima arte non manca mai. Le esperienze di una vita tradotte su pellicola. Questa volta il protagonista di una serie di avventure rocambolesche ma mai irreali è Tanino, giovane laureando siciliano alla ricerca di se stesso in America. Il road movie di formazione è ben scritto e ben strutturato, costruito principalmente sul protagonista il cui atteggiamento nei confronti del mondo viene mutato dall’incontro di alcuni personaggi dalla moralità assai dubbia. Anche in questo caso la qualità tecnica non è eccelsa e probabilmente ciò è voluto, o meglio, le imperfezioni sono volute per lasciare al film un’aria indipendente in ricordo dei primi lavori del regista livornese, un’aria che perfettamente si sposa con i temi trattati dal film.
Un prodotto che mostra l’innocenza, la speranza e la bellezza di una gioventù difficile da mantenere rispetto ad un mondo che ci vuole grigi e rinunciatari.
Indeciso e a tratti indecifrabile il finale che vorrebbe aggiungere una componente giallo-thriller al film, ma confonde e stona rispetto a resto della pellicola. Non un capolavoro, ma un Virzì minore decisamente da recuperare. VOTO: 7.5



FILM: La Verità è Che Non Gli Piaci Abbastanza (2009)
Solita commedia americana in cui alcuni trentenni in piena crisi amorosa incrociano le loro vite per generare situazioni divertenti, appassionanti (poco) e nel finale anche commoventi (meno di appassionanti). In realtà, volendo essere sinceri, il film riesce nel suo intento di intrattenere un pubblico distratto, e di ciò bisogna dargli atto. I temi trattati però sono al limite del ridicolo, ma un cast di attori in rampa di lancio, liete sorprese e solite conferme riesce a sopperire a mancanze in fase di scrittura, idee riciclate e una struttura di fondo ripetitiva e poco accattivante per chi frequenta l’ambiente cinematografico da almeno un paio di giorni. Un film insomma che se preso per il verso giusto e senza grandi aspettative potrebbe regalare un paio d’ore di rilassatezza e sorrisi sinceri. VOTO: 5.5



FILM: Ricordati di Me (2003)
Ogni tanto noi Italiani esportiamo prodotti culinari di classe, altre volte criminalità organizzata. Altre ancora registi non molto simpatici e probabilmente non all’altezza del pubblico statunitense. Ma facciamo un passo indietro.
Gabriele muccino, dopo l’inaspettato successo de “L’Ultimo Bacio”, scrive e dirige “Ricordati di Me”, spaccato della crisi di una famiglia media in cui il padre, il sempreverde Bentivoglio, si sente oppresso dalle scelte del passato e da una vita che non gli appartiene. Le premesse potrebbero essere interessanti, quello che ne viene fuori è però in realtà un prodotto standard, piatto e privo del mordente che prometteva di mostrare.
Altro grande problema di Muccino è la gestione delle reazioni umane. Egli infatti, fin dagli esordi, ha dimostrato di concepire i toni delle conversazioni tra comuni mortali almeno due o tre ottave sopra. I sussurri diventano toni medi, i toni medi grida, le grida strazi irreali e fastidiosi. Per farvi capire meglio consiglio questo esilarante video dei TheJackal.
Film banale salvato da qualche interpretazione (non da quella della Bellucci) e dalla qualità tecnica medio-alta. VOTO: 5

giovedì 24 settembre 2015

NBT: INSIDE OUT

Qualche mese fa è stato annunciato ufficialmente che il film “Gli incredibili 2” è in lavorazione. Nonostante io adori il film originale ( e la sua soundtrack  ) non sono stato entusiasmato dalla scelta di produrne un sequel. Un altro sequel. Sequel, sequel e ancora sequel: questo sembra essere l’andamento in casa Pixar. Oltre a “Gli incredibili 2” sono in programmazione anche “Finding Dory” (sequel di “Alla ricerca di Nemo”), “Toy Story 4” e “Cars 3”. Così tanti sequel sono forse sinonimo di mancanza di idee? Questo solo il tempo ce lo potrà dire.
Intanto per fortuna quest’anno è uscito un film originale made in Pixar e … WOW! È un film stupendo. Sto parlando di “Inside Out” diretto dal buon Pete Docter  che aveva  già dimostrato il suo talento dirigendo due dei miei film Pixar preferiti:  “Monsters & Co.” e “Up”.
L’idea di base del quindicesimo lungometraggio d’animazione dei Pixar Animation Studios è quella di farci entrare all’interno della mente di umana e di mostraci come funziona mediante una personificazione delle emozioni.
Un’idea che in realtà si era già vista ma che in questo film viene sviluppata in maniera superba.
“Inside Out” può essere considerato come il film più ambizioso mai prodotto dalla Pixar. I creatori di questo film sono stati in grado di dare vita sullo schermo all’astrattezza dei processi mentali riuscendo a conferire concretezza alle complesse sfaccettature della mente umana.
Il più grande pregio della Pixar è aver sempre prodotto film d’animazione apprezzabili da parte di varie fasce di pubblico (il che non è affatto semplice) strutturandoli in modo da permettere diversi livelli di lettura. Questo è particolarmente vero nel caso di Inside Out.


Il film si sviluppa su due piani distinti: da una parte c’è il piano della realtà nel quale si verificano determinati avvenimenti e dall’altra c’è il piano mentale nel quale possiamo osservare le reazioni che questi avvenimenti producono nella psiche della protagonista dove troviamo le sue emozioni personificate: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.
La protagonista è Riley, una undicenne che si trasferisce con la famiglia dal Minnesota a San Francisco e che incontra qualche difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto.  Quello che conta realmente però è ciò che accade all’interno della sua testa dove le situazioni tutto sommato normali che si trova ad affrontare producono un fortissimo impatto sulla sua mente. Gli eventi che Riley vive in prima persona ne plasmano la personalità  e Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto si trovano di fronte a grossi sconvolgimenti che devono cercare di risolvere. 


Ciò che colpisce immediatamente lo spettatore di questo film sono i colori accesi e vividi. Inside Out è coloratissimo, un tripudio di colori sgargianti sullo schermo, una festa per gli occhi. Poi ovviamente la qualità della computer grafica Pixar non si discute, anche nei film meno riusciti dello studio la qualità tecnica dell’animazione computerizzata è comunque sempre rimasta a livelli straordinari ed in questo film si toccano nuove vette, soprattutto nelle sezioni che si svolgono all’interno della testa della protagonista dove gli ambienti e i personaggi sono resi in maniera eccezionale. Ma che vo’ dico a fa’?
Inside Out è anche un film divertente e come tutti i film Pixar sa come intrattenere lo spettatore senza mai scendere nel banale, ma questa è una qualità attesa per un film di questo studio.


Quel che mi ha lasciato sbalordito è come il film sia stato in grado di dare concretezza e materialità a elementi che hanno di per sé natura astratta. È un miracolo come si sia riuscito a rendere sullo schermo in modo così convincente  le emozioni, i pensieri, i ricordi, l’elaborazione di concetti, l’immaginazione e i processi mentali della protagonista. Questo film è l’ennesima prova delle capacità dei film d’animazione. Sono film che ci permettono di raccontare delle storie che non sarebbe possibile raccontare in nessun’altro modo.
Quando si parla di film d’animazione invece si finisce spesso per relegarli ad una categoria a sé. Un film d’animazione di particolare valore spesso viene definito un capolavoro “nel suo genere”, si tende quindi ad isolarlo nella sua categoria tenendolo ben distante dai “veri” capolavori del cinema; viene inconsapevolmente percepito come film “semplificato”, che essendo rivolto ad un pubblico giovanissimo necessariamente deve scendere a patti con la narrazione ed abbassare il livello della qualità in modo da poter essere godibile per tutti.

Questo  non è assolutamente vero e se avete ancora dubbi a riguardo basterà poco per eliminarli: andate al cinema e guardate “Inside Out”. Quando uscirete dalla sala sono certo che smetterete una volta per tutte di considerare l’animazione un genere minore.

Antonio Margheriti

domenica 20 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 14-20 SETTEMBRE



FILM: Voglia di Vincere (1985)
La traduzione italiana del brillante titolo originale è quantomeno delittuosa; Teen Wolf (da cui poi è stata presa l’idea per l’omonima serie tv) riassume alla perfezione quello che è lo spirito del film e la linea principale legata all’improvvisa metamorfosi di Marty McFly in un lupo. Marty perché, tralasciando qualche particolare, il personaggio del film in analisi oggi potrebbe tranquillamente essere sovrapposto a quello di Ritorno al Futuro: giovani liceali bersagliati dai bulli e poco usi a sottostare alle norme scolastiche che otterranno, prima della fine della rispettive disavventure, una rivincita personali nei confronti dell’oppressivo ambiente rurale in cui sono cresciuti. Entrambi i personaggi inoltre si chiamano Marty, ma ciò fu un’opera di marketing tutta nostrana per sfruttare il successo al botteghino del film di Zemeckis. Teen Wolf è infatti antecedente a Back to the Future per anno di produzione. In Voglia di Vincere viene inoltre introdotto la componente sportiva attraverso il basketball, da ciò la traduzione italiana del titolo.
Nonostante effetti speciali scadenti e un budget tutto sommato ridotto, il film riesce a divertire e a ricreare le atmosfere giovanili degli anni ’80, o almeno credo; essendo nato dieci anni dopo l’uscita del film non posso confermare alcune scelte stilistiche ma rimane comunque tutto convincente, tranne le trasformazioni in lupo del protagonista e del padre, ma quelle sarebbero imbarazzanti a prescindere dall’epoca in cui il film è ambientato.
Una sorta di ampliamento dell’universo mondo del Marty che tutti conoscono. Un opera non eccellente ma legata ad un filone giovanile che troppo mi manca di questi tempi. VOTO: 7


FILM: Maps to the Stars (2014)
Cronenberg è sempre Cronenberg e solo questo dovrebbe giustificare la visione di ogni sua opera, ma anche The King finì la sua carriera sovrappeso, malato e solo. Non tutto quello che un  ottimo autore produce è oro colato, questo Maps to the Stars ad esempio è, a mio parere, un prodotto controverso e lontano dall’essere un capolavoro all’altezza del miglior Cronenberg.
La pellicola narra la vicende di un gruppo di individui collegati al mondo del cinema hollywoodiano e in qualche modo legati tra loro. La situazione di quiete iniziale viene sconvolta dall’arrivo in città di una giovane Mia Wasikowska, appena uscita da una clinica psichiatrica e dalle dubbie intenzioni. Da quel punto in poi la trama vira verso il dramma proponendo sempre la soluzione più tragica in caso di bivio nello sviluppo della narrazione. Un modello che sì colpisce, ma non riesce ad empatizzare appieno con lo spettatore. Oltre a ciò si aggiunge una componente metafisica che inciderà in maniera considerevole nella storia del ragazzo prodigio ma che striderà non poco nel contesto generale. Buona invece la caratterizzazione dei personaggi, in particolar modo quello interpretato da Julianne Moore, discreta anche la critica all’ambiente cinematografica tanto alto quanto finto e ipocrita.
Il vero problema di questo prodotto è la confusione generale: non si riesce a cogliere lo spirito del regista che sembra frastagliato e titubante riguardo determinati aspetti, non si capisce mai fino in fondo dove voglia andare a parare e il risultato è un miscuglio di generi interessante ma dalla forma indefinibile. Non indimenticabile, ma da rivedere per cogliere altri messaggi celati. VOTO: 6.5


FILM: Andiamo a Quel Paese (2014)
Devo essere sincero: nonostante come comici non mi facciano impazzire, mi ero divertito a guardare “Il 7 e l’8”, loro primo film, e avevo trovato intelligente il modo in cui veniva trattato il tema mafioso ne “La Matassa”. Il terzo invece mi aveva abbastanza deluso, ma qui Ficarra e Picone sono davvero scaduti nel banale nel tentativo di rigirare la crisi economica attuale cercando di farne motivo di riso. Ficarra perde il lavoro e decide di tornare nel paese d’origine della moglie per vivere con la pensione di una zia. Capendo di poter applicare questo stratagemma anche con altri anziani pensionati, crea una sorto di ospizio nel palazzo in cui vive. Questa la prima parte del film, un po’ prevedibile e un po’ lenta. Ma il peggio arriva dopo. Gli anziani muoiono a causa del cioccolato e rimane solo la prima zia da cui era partito il “sistemone”; a questo punto quindi Ficarra impone a Picone (trantacinquenne nella finzione) di sposare la suddetta zia (settantenne). Da qui in poi disavventure mai comiche al limite del grottesco, recitazione scadente, messaggi assai superficiali e negativi e noia infinita. Il loro peggior lavoro che mostra il peggio nella scena finale del matrimonio con la platea-pubblico che ripete ciò che dicono i protagonisti. Comicità da scuola materna. VOTO: 4.5



ALBUM: Songs of Innocence (2014)
Gli U2 tornano a stupire dopo qualche comprensibile passaggio a vuoto. Songs of Inncocence è dolce, morbido, leggero e profondo. Le prime quattro tracce rappresentano una vetta di perfezione che ha regalato loro il Grammy per il miglior album rock. Every Breaking Wave, specialmente se ascoltata nella versione acustica (che purtroppo non è presente nella versione standard dell’album) colpisce al cuore di chi l’ascolta, The Miracle (of Joey Ramone) invece trascina e rimane impresso come singolo. La vera punta di diamante è però Songs for Someone, lenta, bilanciata e meravigliosa. Il resto dell’album cala leggermente dal punto di vista della qualità e dell’innovazione sonora del quartetto irlandese, ma si conferma comunque su buoni livelli, soprattutto con un pezzo classico come Volcano o con la riflessiva Cedarwood Road.
Quando una band storica non smette di stupire. VOTO: 9


sabato 19 settembre 2015

LA CARICA DEI 101 POST

101. Centouno. Siamo arrivati a 101 post in poco più di sei mesi, ossia un articolo ogni due giorni circa. Un esperimento nato come passatempo che nel frattempo si sta tramutando in un vero e proprio impegno. Definirlo un peso sarebbe mentire, ma comincio a sentire la responsabilità di dover far fronte ad accordi non presi, non scritti ma moralmente inderogabili.
Usualmente gli speciali arrivano alla cifra tonda. È a cento post o cento video che di solito si sente la necessità di tirare le somma e fare il punto della situazione. Noi no. Noi di InsideMAD lo facciamo a centouno perché siamo diversi, perché siamo nuovi e soprattutto perché quando ho caricato il precedente articolo non avevo notato fosse il centesimo. Errore mio; mi perdonerete. Come “festeggiare” allora un traguardo per me così importante e soddisfacente? Certo offrire un bicchiere di spuma a tutti sarebbe carino e ci permetterebbe di vederci finalmente in faccio dopo mesi di fredda comunicazione digitale, ma la spuma non ce l’ho e quindi niente. Mi piacerebbe però condividere con voi qualcosa di più personale delle solite recensioni, top/flop o commenti alle serie tv. Mi piacerebbe se qualcuno di voi mi avesse chiesto “E ora?”, ma nessuno lo ha fatto, quindi me lo chiedo da solo come fossimo in un programma notturno dello svogliato Marzullo. E ora? Dopo sei mesi e centouno articoli cosa succede? Cosa viene dopo? Belle domande, grazie per avermele poste. Ma, per dirla alla Pif, facciamo un passo indietro.


InsideMAD è nato per gli articoli che io chiamo “serie principale”, ossia quelli in cui analizzo un film, un album o un’altra forma d’arte che mi ha particolarmente colpito per proporre una riflessione più o meno profonda su un aspetto specifico della vita, sulla politica o sulla società che ci circonda. Una forma di articolo che sostanzialmente viene riassunta dal sottotitolo, che potete trovare nella versione web del blog, “Recensioni, impressioni e riflessioni di e sul mondo che ci circonda”. Frase un po’ contorta, lo ammetto, ma a cui sono comunque affezionato. Dopo poco tempo, aiutato anche dalle lezioni di chimica, capì che, per far risaltare al meglio gli articoli della serie principale, dovevo diluirli a qualcos’altro, qualcosa di più leggero che potesse essere d’interesse per il grande pubblico. Essendo ancora impegnato negli studi, decisi di contattare un paio di amici del liceo per dividerci gli impegni di scrittura: nacque così la rubrica NBT, per ampliare il pubblico e farmi rifiatare dopo le prime settimane di intensità eccessiva. Notai poi di non poter scrivere un articolo più complesso per ogni opera vista, ascoltata o letta e mi decisi a dare vita ad una rubrica che mi frullava in testa fin dal primo giorno: le recensioni della settimana che, con poche parole e un voto finale, riuscirono a convincere qualcuno che il confronto era la via giusta. Finalmente arrivavano i primi consensi dopo la flessione post-incipit e gli amici più stretti cominciarono a seguire assiduamente il blog. Era un periodo in cui mi sentivo assai attratto dalla storia italiana degli anni ’90, da Tangentopoli e dall’evoluzione di Silvio e mi capitò di guardare i primi due episodi di 1992 (#daunideadistefanoaccorsi). Poteva essere una grande occasione per creare un dibattito e invogliare i lettori a seguire con costanza il blog. Cercando di coglierla alla bell’e meglio buttai giù un commento più come esperimento che come rubrica decisiva e infatti i risultati non furono certamente quelli sperati, ma era un punto di partenza per qualcosa di più, ci credevo. Continuando a lavorare giornalmente e cercando di risultare sempre fresco per i vecchi lettori e sempre interessante per i nuovi, aprì TOP/FLOP e nuovi commenti a serie quali True Detective 2 e Wayward Pines. Il vero successo è però arrivato con Storie di (Im)maturità, racconto diviso in tre parti in cui ho narrato il mio esame di stato esaltando gli aspetti ilari dell’esperienza. La conferma dell’ottima accoglienza la ricevetti in prima persona quando tornai nella mia scuola superiore per seguire degli orali e diversi ragazzi mi riconobbero come quello del blog. Un’emozione incredibile e finalmente gratificante. Da lì in poi ho cercato di mantenere le rubriche intatte in quanto abbastanza sicuro di aver trovato un’alchimia funzionale ai miei obiettivi.

Banner mai utilizzato per questioni di formato. Foto di Alice

Ora vorrei mettere in pratica alcuni progetti a cui penso da tempo. Dopo il quasi forfait di un paio di amici (che non biasimo affatto visti gli impegni universitari) per la rubrica del giovedì in cui tutti possono dire la loro, mi piacerebbe rinnovare e innovare il format con nuove facce che non devono obbligatoriamente essere legate a me in qualche modo, ma che possono tranquillamente essere degli sconosciuti che vorrebbero proporre delle riflessioni intelligenti su attualità o altro. Per cui chiunque voglia collaborare anche solo una tantum a titolo gratuito non deve far altro che contattarmi e richiedere lo spazio di cui tutti abbiamo bisogno per sopravvivere. Non c’è bisogno necessariamente di saper scrivere come Gogol, basta il contenuto, la forma non deve essere un ostacolo all’espressione. Fin dall’inizio la mia idea era quella di una redazione viva e attiva che sostenesse il blog con articoli frequenti ed eterogenei, magari un giorno ci riuscirò. Indubbiamente, visto l’imminente inizio dell’anno accademico, ogni aiuto è ben accetto.
Vorrei poi concentrarmi su una serie soltanto e mettere in pratica l’esperienza maturata in questi ultimi mesi per commentarla in maniera interessante, appassionante e finalmente matura. Un’analisi che riesca a non sfigurare rispetto a quelle proposte da Seriangolo insomma (se non sapete di cosa si tratta non avete mai capito una serie tv fino in fondo).
Vorrei alzare il livello della serie principale a vera e propria critica di costume e basilare filosofia di vita (sempre GGGiovane, non allarmatevi) senza essere sempre condizionato dal trovare un collegamento tra un’opera audiovisiva e il tema trattato. Troppo spesso infatti mi appunto nel mio confuso quadernino una riflessione che in quel momento mi sembra geniale e quando poi trovo un’opera a cui collegarla rileggo ciò che ho appuntate e mi deprimo per le banalità presenti. Ma tant’è.
Contemporaneamente al blog ho cominciato anche la stesura di alcuni racconti gialli, fantascientifici o drammatici (quelli comici proprio non mi vengono) e mi piacerebbe cominciare una pubblicazione periodica sul blog in modo da invogliare l’assiduità del pubblico saltuario. Ma questa è ancora un’idea abbastanza lontana.
Vorrei migliorare la grafica della pagina inserendo un menu centrale in cui vengono divisi i post in base all’argomento per evitare che un articolo pubblicato un mese fa possa cadere nel dimenticatoio solo per questioni di spazio quando in realtà potrebbero esserci molte altre persone interessate alla lettura di questo. L’unico problema è che il mio cane è più bravo di me in informatica e lui ha anche un solo occhio. Quando si tratta di html vado un po’ in tilt e ho paura di cancellare o modificare qualcosa di fondamentale importanza per la normale pubblicazione, per cui se qualche anima pia volesse darmi una mano in questi aspetti tecnici è pregato di contattarmi. Verrà ripagato con l’intero guadagno lordo di un mese di pubblicazioni, non mento.
Mi piacerebbe se i lettori avessero meno paura di esprimere le loro idee e commentassero sempre più spesso per proporre un’interpretazione, una riflessione o anche semplicemente per apprezzare o disprezzare gli articoli. Ogni commento, anche quello che all’apparenza sembra meno interessante, è utile a creare un dibattito e a generare un movimento attorno al blog. Quindi dite la vostra e siate attivi piuttosto che passivi. Mi piacerebbe se il nostro blog diventasse un luogo aperto, un bar virtuale in cui tutti siano invitati a parlare, non solo a consumare. Rendiamolo possibile.
Per fare ciò, per creare una community attiva attorno a InsideMAD, vi invito a mipiaciare la pagina Facebook, a seguirmi su google plus, social su cui cerco di esser più attivo, e a iscrivervi al blog stesso per ricevere una mail in caso di pubblicazione.


I progetti sono tanti, il tempo scarseggia sempre. Spero di essere sempre all’altezza delle vostre aspettative, di strapparvi qualche sorriso, di farvi riflettere ogni tanto o di darvi anche solo un momento di pausa dalla realtà. Se non avessi alcuna view probabilmente impiegherei il mio tempo diversamente. Cresciamo insieme, grazie.