martedì 14 aprile 2015

ITALIAN BEAUTY

American Dream. Due parole, centomila sfaccettature. In queste due parole si cela lo spirito di un popolo, o almeno quello che era lo spirito americano fino a qualche anno fa. Prima qualunque statunitense veniva cresciuto con il culto della patria, della famiglia, dell’onore. Veniva educato fin da piccolo che nulla è impossibile, “nothing is impossibile” (la marca con le tre strisce ci sa fare) se a muovere una persona è la passione. La più grande realizzazione umana in questo modello di vita era il raggiungimento della vetta, a prescindere dal percorso intrapreso. Tutti gli Americani puntavano sempre al migliore nel loro settore e, una volta raggiunto, lo superavano forti della loro convinzione. 


Questa filosofia è cresciuta a braccetto con il capitalismo e ha toccato il suo apice negli anni ’90, prima di essere pesantemente inflazionata da varie opere e soprattutto dalla profonda crisi del modello capitalistico stesso. Anche le guerre che si sono susseguite negli anni e a cui gli Stati Uniti hanno preso parte attivamente non hanno fatto altro che erodere lentamente le basi su cui si fondava lo spirito patriottico stelle e strisce. Verso la fine degli anni Novanta  quindi vi fu una forte tendenza a fare satira del modello Americano di società “perfetta”. L’opera che però riuscì meglio a dare un ritratto caricaturale del momento storico americano fu indubbiamente “American Beauty” di Sam Mendes. Il film che ha consacrato Kevin Spacey a mostro sacro del cinema dopo le ottime performance ne “I Soliti Sospetti” (oscar non protagonista) e in “Seven”.


L’incipit della trama, con semplicità e immediatezza, riesce ad introdurre subito i componenti della famiglia, genitori e figlia unica. Inizialmente questi ci vengono presentati come stereotipi, senza una precisa caratteristica che vada al di fuori dello spesso velo di apparenza che li circonda. Tutto sembra ricalcare perfettamente il modello di famiglia americana media, con i classici aspetti positivi e negativi, ma con l’aquila calva sempre sullo sfondo.  Il vero punto di svolta del film è il momento dell’infatuazione del protagonista: ad una partita di basket giovanile nota un’avvenente amica della figlia adolescente, intenta ad intrattenere il pubblico in veste di cheerleader, e comincia a provare pulsioni sessuali per ciò che la ragazza minorenne rappresenta. Le scene oniriche in cui Spacey la immagina nuda su un letto di petali sono ormai cult. Fotografia impeccabile ed intrigante. Colonna sonora memorabile, poche ma incisive note.


Da quel momento in poi la situazione precipita verso il collasso. L’intreccio narrativo e le interpretazioni degli attori tengono lo spettatore incollato allo schermo dall’inizio alla fine. I protagonisti cominciano ad incrociare le loro vite con quelle dei nuovi vicini: un ragazzo mentalmente disturbato e un ex militare in pensione. I personaggi abbandonano le loro finte spoglie e si allontanano sempre più dal modello di famiglia tipo americana per assumere connotati finalmente realistici, profondi, finalmente umani. E la critica definitiva al buonismo medio borghese e al tanto esaltato American Dream si manifesta fragorosamente lasciando forti dubbi nel pubblico sulla validità del modello occidentale di società. Le accuse più profonde sono indirettamente mosse dal protagonista e dall’ex militare che, a discapito di una caratterizzazione volutamente statica, demolisce ogni certezza propria del conservatorismo stelle e strisce. Il finale incredibilmente ipnotico e spiazzante alza ulteriormente il livello del prodotto. Cinque statuine meritate. 


Se quindi una società giovane come quella americana ha sviluppato nel tempo un modus pensandi ben definito legato all’economia che ha contraddistinto la crescita del paese, una nazione ricca di storia e nata dall’incontro di varie culture come l’Italia ha manifestato un suo preciso modello di società? Una traccia comune per l’”Italiano Medio”? Un Italian Dream? Si, esiste. 


Il sogno italiano, ormai consolidato da decenni, non contempla la realizzazione umana o spirituale dell’individuo, ma il raggiungimento di uno stile di vita che rappresenti lo status sociale a cui si vuole essere associati dalla gente che sta intorno. L’individuo in questione però non è culturalmente propenso alla fatica, necessaria per raccogliere i fondi indispensabili all’assunzione del suddetto status. Il giusto compromesso tra queste due necessità umane è quindi guadagnare senza lavorare. Ecco il vero Italian Dream. Apparenza. E qual è il luogo migliore dove questo profondo progetto di vita può essere realizzato? Esatto, si trova a Roma
Il sogno italiano si chiama Montecitorio.

domenica 12 aprile 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 6 - 12 APRILE


FILM: Sin City - A Dame to Kill For (2014)
Rodriguez e Miller tornano nella sporca e corrotta città del peccato a distanza di nove anni dalla prima volta e il peso dell’età comincia a farsi sentire in maniera pesante. I dialoghi sono poco fluidi e talvolta campati in aria. La storia riprende quella del primo capitolo ma dimostra fin da subito di avere meno mordente e carte da giocare. La fotografia è a tratti fastidiosa, a volte sembra che due personaggi, uno in bianco e nero e uno colorato (tecnica già vista nel primo film), siano illuminati diversamente, come se non fossero realmente nella stessa stanza, e ciò porta ad un fastidioso effetto collage che suggerisce sbadataggine nella realizzazione tecnica. Se nella pellicola del 2005 la violenza eccessiva era ben amalgamata nel complesso della trama e della caratterizzazione dei personaggi, nel secondo capitolo essa viene proposta come puro fan service fine a se stesso (vedi la scena in cui Marv cava L’occhio al capo delle guardie Manute), talvolta fastidiosa. I nuovi personaggi introdotti non convincono pienamente sembrando più statici e meno carismatici.
Se Quentin Rodriguez e socio non avessero scritto e girato un cult memorabile nove anni orsono oggi staremmo parlando di un film discreto, caratterizzato soprattutto da uno stile grafico-fotografico davvero particolare. Ma non è così. VOTO: 5.5



FILM: Coach Carter (2005)
Film sul basket liceale interpretato da un duro, convincente e carismatico Samuel L. Jackson che impersona Ken Carter, ex giocatore simbolo della Richmond High, chiamato a rimettere in sesto la squadra giovanile di pallacanestro della stessa scuola. La situazione disastrosa presto verrà migliorata attraverso i metodi duri del nuovo allenatore dietro ai quali si cela la volontà di trasmettere messaggi di vita ai problematici ragazzi e di indicare loro la retta via in un periodo complicato del loro percorso di crescita. Il basket è quindi sostanzialmente un mezzo in questo film, anche se le scene realizzate meglio si rivelano essere quelle sportive. La pellicola infatti soffre di una scrittura dei personaggi eccessivamente stereotipata e di conseguenza poco credibile. Alcune tematiche fondamentali, come l'aborto, vengono trattate con incredibile leggerezza.
Un film che vive di alti e bassi ma che offre comunque una buona trama e qualche performance più che discreta. Consigliato agli amanti del basket e dello sport in generale. VOTO: 7.5



ALBUM: No Sound Without Silence (2014)
Quarto album degli irlandesi The Script, dopo il successo di “#3”. La band decide di svoltare verso sonorità decisamente più pop che rock e ciò abbassa molto le pretese del lavoro in questione. Ascoltando anche solo distrattamente l’album è possibile riconoscere in ogni canzone due elementi comuni: i cori maschili di un’ottava più alta rispetto al tono del brano e la traccia di batteria che emerge sul resto della strumentazione. Ciò rende i pezzi molto simili tra loro con poche eccezioni. I testi poi meritano una menzione speciale per la loro banalità e inutilità.
Se preso come un lavoro alternative rock l’album sarebbe da bocciare dopo il primo ascolto, se invece lo si valuta con orecchio meno critico e con meno aspettative si possono trovare delle canzoni sopra la media nel panorama pop, nello specifico la coinvolgente “Superheroes”, l’armonica “Man on a Wire” e la dolce “Flares”. Ispirata ed evocativa la cover. VOTO: 5.5



ALBUM: 9 (2015)
Finalmente riecco i Negrita che avevamo imparato ad apprezzare alla fine degli anni ’90. Accantonate le sonorità leggere sudamericane che avevano contraddistinto i precedenti lavori, il gruppo aretino torna al rock per cui sono diventati famosi. L’album parte alla grande con “Il Gioco”, singolo di alto livello, “Poser”, di cui solo l’intro dovrebbe bastare a convincere l’ascoltatore della bontà del prodotto, e la provocatoria “Mondo Politico”. L’ottimo lavoro della band però non finisce qui: le sonorità si ammorbidiscono e i testi vertono verso temi più intimi. Il risultato è una commistione di sonorità diverse tra loro, particolari, ma perfettamente in linea con il tema centrale dell’album. Un lavoro a 360 gradi che dà nuova linfa al repertorio e alla storia musicale del gruppo riportando alla ribalta un rock classico che in Italia manca terribilmente. Testi intelligenti, musica di qualità. VOTO: 8.5



ALBUM: Chaos And The Calm (2014)
Album di debutto per il ventiquattrenne anglosassone James Bay. Lavoro che prende a piene mani dalla tradizione indie folk americana. Una traccia di chitarra a tratti più leggera e dolce, a tratti più forte e dirompente segna ogni pezzo. Se da una parte ciò contribuisce ad associare a questo artista un genere musicale ben preciso, dall’altra le sonorità base dell’album sono davvero poche e quelle più ispirate sembrano non essere del tutto originali, o almeno non così fresche come ci si potrebbe aspettare da un artista esordiente. Nel complesso il prodotto è comunque molto orecchiabile; la voce di Bay è convincente, calda e perfettamente armonizzata con le sonorità presenti. “Hold Back The River” emoziona, coinvolge e trascina l’album, davvero un brano ben riuscito. Degne di nota anche “Craving”, la più dolce “Move Together” e la calda e lenta “Need The Sun To Break”.
Se non ci fosse “Hold Back The River” ci troveremmo di fronte ad un prodotto incompleto, poco innovativo e qualitativamente non eccelso. Ma il brano in questione c’è. La strada è ancora lunga, ma qualcosa questo Bay promette. VOTO: 6

1992 - Episodi 5 e 6

Lo scorso martedì stavo guardando “1992 - La Serie” e durante la pubblicità tra le due puntate ho avuto una strana sensazione; mi sono sentito come se fossi su Rai Uno piuttosto che su Sky Atlantic.
Se la scorsa settimana avevo ravvisato un calo della qualità del prodotto, soprattutto alla luce delle aspettative, con questi nuovi episodi il calo verso il basso è ormai evidente, il calo verso la fiction italiana da cui le produzioni dell’emittente satellitare prendono sempre le distanze, sia a parole che con i fatti. Tradimenti, amori, sesso, trama banale, mediocrità. Gli ingredienti della fiction ci sono tutti. I mezzi tecnici, tra cui una fotografia precisa e realistica e una regia discreta, sono gli unici aspetti che rimangono del timbro tipico di Sky e delle sue serie evento tanto acclamate da pubblico e critica. Il vero problema di questo prodotto è quindi una scrittura non all’altezza che fatica a sorreggere una realizzazione di livello medio-alto.


Lo sviluppo della narrazione sta gradualmente diventando borioso, futile, noioso, ripetitivo e soprattutto completamente estraneo a Tangentopoli e al 1992 in generale. Che fine ha fatto Tangentopoli? Specialmente nel quinto episodio mancano completamente agganci all’inchiesta Mani Pulite che francamente era l’unico oggetto d’interesse riguardo questa serie.


Guido Caprino nel quinto episodio si conferma un buon caratterista e la storia legata ai proiettili contenenti uranio impoverito scorre piacevolmente seppur senza lasciare grande traccia nel complesso. La vera nota dolente si sente nel sesto episodio, quando la storia del parlamentare leghista si lega nuovamente a quella della Leone: il personaggio mostra altre sfaccettature meno interessanti che rischiano di minare la credibilità mantenuta fino a quel momento. La trasformazione di Bosco in ubbidiente soldatino agli ordini dell’aspirante attrice allontana lo spettatore dagli eventi parlamentari decisamente più interessanti. Ridicola la scena della proposta di matrimonio in spiaggia. Calo.
La Castello è un pesce fuor d’acqua. Un personaggio molto più vicino a Beautiful che ad una serie evento di Sky.  Con la morte di Mainaghi si è optato per legare la protagonista agli “eventi politici” narrati attraverso Bosco, una scelta quantomeno discutibile. La luce accesa sul passato della ragazza nella scena della confessione al gruppo di teatro rende la Leone un personaggio a metà l’odio e la compassione. Non si riesce mai a provare una di questi due sentimenti fino in fondo. “1992” senza questo personaggio perderebbe solo la bellezza dell’ex miss Italia e nulla più.


Si scopre finalmente la verità sul presunto omicidio commesso da Notte, una storia di droga e morte in età giovanile. Accorsi recita in maniera monotona, mostrando un po’ di espressività solo con gli occhi ipnotici. Poco credibile l’incontro iniziale con Roja, licenziamento interessante reso vano da una riassunzione immediata, imbarazzante ed evitabile il cameo di Giovanni Rana. Come già detto nel precedente commento, Leo Buio incarna l’inutilità della serie, in questi episodi rappresentata dalle “liaisons dangereuses” tra il pubblicitario, la sua amica rifatta e la figlia quindicenne di questa in Sardegna. Il personaggio che in partenza aveva più implicazioni con il mondo dell’imprenditoria milanese e con quello della marcia politica fallisce miseramente. Potenzialmente interessante l’incontro Notte - Silvietto nazionale nel finale della sesta puntata, percepibile nell’aria fin dall’inizio della serie.


Tea Falco si conferma la “Cagna Maledetta” di 1992. Relazione discreta quella con Pastore e molto interessante l’implicazione della mafia nella società Mainaghi, ma la recitazione della Fotografa Siciliana rovina tutto. Appunto, Fotografa. Doveva proprio dedicarsi alla recitazione? Stavamo per perderla nel quinto episodio, stavo già stappando lo champagne, ma il Buio aveva altri progetti.
Diele sembra aver imparato bene il mestiere dal monocorde Accorsi. A parte la recitazione sottotono, il personaggio si arricchisce di sfaccettature attraverso rivelazioni sul passato e sull’HIV. La relazione utile con l’Imprenditrice Mainaghi porta avanti una storia che a mio parere sarebbe stata realmente più accattivante e graffiante se avessero concentrato le attenzioni dell’ufficiale della polizia giudiziaria solo sul supporto diretto all’operato di Antonio Di Pietro. Comunque uno dei personaggi più convincenti finora.
Roja rivela la propria natura di giocatore d’azzardo e lascia intendere il doppiogiochismo che compie sistematicamente nei confronti del pool di Mani Pulite. Un personaggio che nasconde nella sua natura di comprimario il segreto dell’interesse che riesce a suscitare nello spettatore.
Di Pietro funziona in quanto fittizio e lontano dal reale ex magistrato. Scelta inizialmente azzardata ma che alla lunga si è rivelata azzeccata.



Se nel precedente commento avevo chiuso con un inno alla speranza nei confronti di questa serie, ora la speranza residua è minima. Sempre meno interessante, puntuale, precisa e di denuncia. Sempre più italiana, inutile. Sempre più Rai. Ad oggi uno spreco di potenziale e di risorse enorme.

giovedì 9 aprile 2015

NBT: HUMANDROID

Ciao facce di merda. Oggi vorrei parlarvi di "Humandroid" (non temete non ci vorrà molto tra poco potrete riprendere ad ascoltare Fedez). Humandroid (Chappie) è un film del 2015 diretto da Neill Blomkamp e scritto da Neill Blomkamp e Terri Tatchell. Dopo District 9 ed Elysium il regista Neill Blomkamp con il suo terzo film si concentra sul problema dell’intelligenza artificiale e sulla possibilità per i robot di sviluppare una coscienza come gli esseri umani.


Il film è ambientato a Johannesburg in Sudafrica in un futuro prossimo. Questo setting futuristico nel quale si svolgono le vicende sembra avere poca coerenza. Se da un lato infatti la tecnologia robotica sembra essere era ben sviluppata, in quanto sono presenti dei robot da combattimento così avanzati da aver quasi soppiantato gli umani nelle forze di polizia, dall’altro tutto il resto delle tecnologie (computer, cellulari, auto eccetera) sembra fermo ai giorni nostri. L’unica vera differenza con il presente sembra essere che i criminali in questa Sudafrica del futuro hanno una predilezione per le armi colorate di giallo. VABEH



Vediamo la trama in breve: un nerdaccio “di quelli giusti” riesce a creare un’intelligenza artificiale capace di esercitare il libero arbitrio ma un gruppo di criminali lo rapisce e ruba il robot sul quale ha impiantato la coscienza, i criminali sono in debito con il rastone più cattivo di Johannesburg e usano il robot per cercare di guadagnare denaro in fretta, la storia si complica quando interviene un ingegnere militare che vuole disabilitare tutti i robot della città per poter…. Ok basta così non mi piace rivelare troppo la trama ma vi posso dire che la coppia Neill e Terri che pure aveva fatto un bel lavoro con la sceneggiatura di District 9 questa volta ci consegna una storia fiacchetta anzichenò.
Il nerdaccio in questione è coso (come si chiama?) il protagonista di The Millionaire, in questo film troviamo anche Hugh Jackman che interpreta il villain di turno (secondo me poteva essere usato meglio, qui è solo un personaggio bidimensionale), nel film recitano anche due membri del gruppo elettrorap sudafricano Die Antwoord (mi ha colpito molto la somiglianza impressionante del cantante con Enzo Salvi ).



Il punto centrale del film riamane comunque la coscienza del robot Chappie: la sua capacità di distinguere tra il bene e il male e la sua capacità di provare emozioni umane.  Appena viene attivato Chappie si comporta esattamente come un bambino perché proprio come un bambino deve ancora capire e comprendere il mondo che lo circonda ma la sua capacità di apprendimento è prodigiosa e presto inizia a parlare e ad elaborare concetti anche complessi come “promessa” oppure “crimine”. Chappie ha un modello di apprendimento che si basa sull’imitazione ma qui sta il problema: gli unici modelli che può imitare sono i suoi rapitori, questi cercano di inculcargli il loro stile di vita insegnandogli come sparare, come muoversi e come camminare come un gangsta. Qui troviamo uno degli aspetti meglio riusciti del film: mostrare come chiunque se messo in un certo ambiente finirà con il conformarsi ai modelli comportamentali di quell’ambiente. Da qui il film prende anche degli spunti comici: è assurdo vedere un robot con al collo 4/5 collane d’oro che parla con il gergo del ghetto e cammina con le movenze di un rapper.



Per quanto riguarda la realizzazione del robot in sé a mio avviso su questo punto non si possono trovare pecche. Chappie è stato costruito molto bene, ha dei movimenti credibili e pur non avendo una faccia prettamente antropomorfa è in grado di trasmetterci i suoi stati d’animo mediante delle espressioni del volto molto caratteristiche. E’ un peccato che non vi possa parlare del finale che per certi versi rappresenta la parte più stimolante del film, ma siccome non voglio fare spoiler vi rileverò solo che nel finale si esplorano le possibili frontiere della robotica e vengono posti degli interessanti interrogativi su quali possano essere i confini tra ciò che è umano e ciò che è meccanico.


Questo film ha delle idee interessanti che però non sono sufficienti per poterlo definire un prodotto completo. In generale, secondo me, non funziona appieno; siamo di fronte ad un buon film che però a mio parere non è stato sviluppato completamente e avrebbe potuto essere migliorato sotto molti punti di vista primo fra tutti quello narrativo. Peccato perché il regista con i suoi primi due film aveva intrigato anche me che non sono un amante dello sci-fi, con Humandroid invece non riesce ad entusiasmarmi. Spero che con i prossimi lavori si faccia perdonare.
Vi linko il trailer del film così se avete voglia potete dare un’occhiata e vedere se vi può interessare.

Antonio Margheriti




mercoledì 8 aprile 2015

TOP 15 CLASSICI DISNEY PARTE 1

Dopo aver scelto il topic di questa nuova serie di articoli ho cercato di selezionare i cinque migliori classici Disney. Andando però ad eliminare quelli oggettivamente scadenti, quelli inutili e quelli che, per gusti personali, non ritengo all’altezza dei grandi capolavori della casa di produzione californiana, non sono riuscito a restringere il campo a meno di quindici titoli. Ho deciso quindi di dividere questa classifica in tre parti, in ognuna delle quali prenderò in considerazione cinque film, partendo dall’ultima posizione.
Ovviamente premetto che le opinioni espresse sono del tutto personali, per cui non rammaricatevi, non disperate se il vostro classico preferito non rientra nelle prime posizioni o addirittura non compare affatto nella classifica da me stilata. Per classici Disney, se qualcuno non lo sapesse, si intende il filone di film d’animazione principali; quelli usciti al cinema sostanzialmente. Saranno quindi esclusi dalla classifica tutti i seguiti o comunque i film secondari del grande Walt. Per ulteriori informazioni vi rimando all’elenco ufficiale.



15° POSIZIONE: BIANCANEVE E I SETTE NANI (1937)
Primo lungometraggio animato Disney che ha gettato le basi per il filone di cartoni basato sulle fiabe popolari. Film che introduce tutti i punti cardini dell’animazione classica. l’ambientazione incantata riprende il dualismo città-campagna molto caro all’Ottocento, l’animazione risente degli anni che ha ma per l’epoca fece inneggiare a ragione al capolavoro. Vengono introdotti alcuni stereotipi di personaggi classici come la candida principessa dal cuore puro, la matrigna usurpatrice e perfida (molti bambini ancora oggi tremano durante la scena della trasformazione), il cacciatore scorbutico ma dall’animo gentile, lo specchio e il principe azzurro. Con gli anni l’interesse per queste figure è andato scemando, fino ad arrivare alla totale parodia nei primi due capitoli della saga dell’orco verde firmata Dreamworks. Nonostante Biancaneve presenti molti limiti tecnici, nella trama e nello sviluppo dei personaggi, ovviamente accentuati dall’età, gli va riconosciuto il merito di aver contribuito alla nascita e allo sviluppo del genere e soprattutto di aver introdotto i Sette Nani: icone immortali della Disney, ancora oggi presenti su gadget e t-shirt. Maestria rara nella caratterizzazione attraverso i nomi e poche battute ricorrenti. Memorabili.



14° POSIZIONE: BIG HERO 6 (2014)
Dopo il primo classico passiamo all’ultimo, quello uscito nelle sale lo scorso Dicembre. Dopo qualche pellicola meno ispirata poiché basata ancora sugli inflazionati canoni classici di cui sopra, lo studio decide di sperimentare prendendo un fumetto semisconosciuto della Marvel ed estrapolandone un film d’animazione. Il risultato è ottimo; si ritrova la freschezza nei personaggi e nell’ambientazione, la novità che aveva caratterizzato i film del rinascimento Disney nei primi anni ’90.
La storia, ambientata in una moderna San Fransokyo (connubio giappo-americano), risulta molto profonda, andando a toccare temi importanti come morte, senso della vita, progresso tecnologico e bene comune. Il design dei personaggi è particolare, poco realistico ma adatto ad un cinecomic animato. Alcune scene suggestive, come quella del primo volo, rendono la pellicola uno spettacolo per gli occhi. I richiami all’ingegneria avvicinano i bambini ad un mondo più impegnato e contemporaneamente alleggeriscono l’argomento agli occhi degli adulti. I due pilastri su cui fonda il film sono però Baymax e il villain. Il primo funziona egregiamente come spalla comica ed è al centro di tutte le scene chiave del film, il secondo invece tiene in piedi l’intera trama risultando misterioso, accattivante e perfettamente caratterizzato. Colpo di scena finale intuibile ma azzeccato. Ottimo prodotto d’intrattenimento per tutta la famiglia.


13° POSIZIONE: DUMBO (1941)
Capolavoro Disney nato come disperata manovra commerciale volta a ripianare i debiti pregressi della casa di produzione. La storia ripercorre sostanzialmente le peripezie di un elefantino separato della madre. La grande novità del film sta nell’introduzione della disabilità; la particolarità di Dumbo è infatti quella di avere delle orecchie enormi, decisamente fuori dall’ordinario. Inizialmente questa diversità fisica del protagonista viene vissuta come un problema, un motivo di isolamento dai suoi simili. Con lo sviluppo della trama invece l’elefantino impara a superare le differenze esteriori e addirittura a valorizzarle per potersi elevare al di sopra della massa. Grande insegnamento racchiuso in un film destinato ai più piccoli ma godibile anche con uno sguardo più maturo. Ottime musiche (“Quando Ho Visto un Elefante Volar” su tutte) al servizio di un ottimo prodotto. Un plauso alla scena psichedelica legata all’ubriacatura di Dumbo e del piccolo topo Timoteo: semplicemente arte visiva.



12° POSIZIONE: KODA, FRATELLO ORSO (2003)
Uno dei migliori classici degli anni 2000, caratterizzati da molti bassi e troppi pochi alti. Disney incontra le tradizioni nordiche, le leggende peruviane, incontra l’amore per la natura. Una storia di vendetta, mitologia e animali totem, ma anche di amicizia, fratellanza e rispetto del mondo animale. Anche gli animali selvaggi hanno una loro storia, una loro dignità, e questo film gliela restituisce appieno.
L’atmosfera che si assapora è molto lontana dal canone disneyano; le ambientazioni sono assai ispirate, poetiche, meravigliosamente evocative. Le musiche di Phil Collins, di nuovo al lavoro con il marchio di Topolino, si armonizzano alla perfezione con i paesaggi alaskani. Freddo sulla pelle, calore nel cuore.
Alcune scene commoventi, come la morte del fratello di Kenai o il finale, ed altre visivamente incredibili, come l’aurora boreale e le trasformazioni del protagonista, impreziosiscono un capolavoro a volte sottovalutato. La forza della Natura che accresce l’uomo.



11° POSIZIONE: GLI ARISTOGATTI (1970)
Come si dice, quando il topo non c’è i gatti ballano… credo.
 In questo caso è così perché a quattro anni dalla dipartita del grande Walt, padre di Topolino, lo studio riesce finalmente a produrre il lungometraggio con protagonisti dei gatti, animali tanto odiati dal nonno dei cartoni, e il risultato è una pietra miliare della storia dell’animazione.
La scelta di partenza è quella di mantenere uno stile musicale unico per tutto il film, ossia il jazz. Molti dei simpatici animali che popolano questa pellicola sono infatti collegati a tale genere. Anche il tratto sporco con cui sono caratterizzati i personaggi richiama i suoni discordati e bizzarri tipici della musica jazz.
La storia segue l’epopea di quattro gattini costretti ad affrontare la dura vita di strada per poter tornare a casa dalla loro facoltosa e anziana padrona, in procinto di definire il proprio testamento.
Una sfilata di personaggi sui generis e indimenticabili sulle note di musiche curate e coinvolgenti. Anche il meno importante risulta caratterizzato alla perfezione da dettagli esteriori specifici e da poche, ma taglienti e intelligentemente divertenti battute. Duchessa, Romeo, il maggiordomo Edgar, i jazzisti, i gattini, Napoleone e Lafayette, Guendalina e Adelina, lo zio Reginaldo, tutti indimenticabili, protagonisti di sketch esilaranti. Film coinvolgente e divertente. Imperdibile per coloro che sentono la musica scorrere nelle loro vene.

martedì 7 aprile 2015

1992 - Episodi 3 e 4

Dopo aver visto i primi due episodi confesso di essere rimasto piacevolmente sorpreso: la serie funzionava anche se le promesse iniziali erano state parzialmente infrante dalle scelte narrative degli sceneggiatori. In questi due episodi invece il livello del prodotto precipita vertiginosamente verso la mediocrità a siamo abituati da anni in Italia.


La doppia narrazione vista la scorsa settimana aveva portato lo spettatore ad identificarsi con i protagonisti e ad appassionarsi agli avvenimenti legati allo scandalo Mani Pulite. Queste due componenti, correttamente bilanciata, avevano reso la serie interessante e coinvolgente, ma, venuta a mancare quasi completamente una delle due, il risultato è deludente. 1992 manca clamorosamente il bersaglio perdendo di vista quello che almeno in partenza era l’obbiettivo annunciato della serie, ossia quello di raccontare in maniera fresca e trasversale l’alba di Tangentopoli e la corruzione dilagante nell’anno in cui il serial è ambientato.  A parte un paio di scene incentrate su Antonio Di Pietro, sempre meno credibile rispetto all’originale, e sul dottor Mainaghi (uno dei pochi personaggi che mantengono un’aria di credibilità), la serie si focalizza unicamente sui sei personaggi immaginari. Alcune idee discrete come quella di introdurre Falcone e il pool antimafia, vengono rese inconsistenti da una realizzazione poco precisa e da tempistiche del tutto inaccettabili. Miriam Castello Leone impersona una ragazza troppo lontana dal mondo di mani pulite per risultare interessante agli occhi di uno spettatore critico; fortunatamente però il livello di recitazione dell’attrice siciliana si mantiene a livelli più che discreti, come nella scena della morte di Mainaghi (una delle più ispirate finora).


Il Dandi si conferma un ottimo caratterista impersonando un personaggio intrigante, misterioso e accattivante che non ha ancora rivelato la sua vera natura, solamente intravista nel rapporto tra il suddetto personaggio e Stefano Accorsi.
Bibi risulta la meno azzeccata dei protagonisti finora dal punto di vista recitativo. Tea Falco sembra sempre fuori posto, ogni frase un fastidioso, monotono lamento e ciò influisce decisamente sull’empatia che lo spettatore può sviluppare nei confronti di un simile insulto recitativo. Le premesse fanno pensare ad uno sviluppo interessante della storia della novella imprenditrice milanese, stavolta davvero invischiata in faccende più importanti delle semplici disavventure di una viziata figlia di papà, ma l’errore madornale nella scelta dell’attrice al casting potrebbe seriamente compromettere questo braccio della narrazione.


Pietro Bosco è invece la sorpresa positiva della prima parte della serie: l’interpretazione molto convincente e credibile regalata dall’ispettore Manara si accompagna ad uno sviluppo della trama assai interessante legato strettamente alla politica italiana del tempo. La corruzione e le meccaniche sporche che regolano la vita parlamentare emergono in maniera chiara e ben congeniata. Lo spettatore è portato a provare simpatia per il deputato, nonostante questo faccia parte di una Lega macchiata. Uno dei pochi motivi che spingono ad attendere i prossimi episodi.
Diele soffre della sindrome Falco, ossia la totale assenza di espressività e ciò emerge in maniera meno pesante per il ruolo che l’attore interpreta. Il vero problema sta nella costruzione del personaggio: con il potenziale dato dal legame diretto di Pastore con Di Pietro ci si aspettava decisamente un’implicazione maggiore del procuratore aggiunto nella vicenda Mani Pulite, invece questa è pesantemente ed ingiustificatamente oscurata da un AIDS inserito forzatamente nella trama e da una vendetta misteriosa che, se non lo ha già fatto fino ad ora, rischia davvero di stancare e rendere insopportabile il personaggio in questione.


Leonardo Notte è invece l’emblema della mediocrità mostrata da “1992” nelle ultime puntate. Ottime potenzialità gettate al vento nella caratterizzazione di un personaggio che non va da nessuna parte: troppe sfaccettature, troppi eventi tra loro sconnessi (come la mancata espulsione della figlia, evitabile) che cercano di sviluppare una personalità interessante ma che falliscono generando confusione, noia, inutilità. La storia del presunto assassinio funziona ancora ma ha ben poco a che fare, almeno finora, con Tangentopli. Accorsi  poi non aiuta con il solito sguardo vacuo e il sorrisetto irritante.


L’ambientazione non ricorda quasi mai il 1992. Altra pecca della serie.
Delusione profonda, viste soprattutto le potenzialità mostrate nelle prime due puntate. Il tempo per fare meglio non manca ma la via è completamente sbagliata. Speriamo cambi e speriamo lo faccia presto.

domenica 5 aprile 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 30 MARZO - 5 APRILE


FILM: QUEL MOMENTO IMBARAZZANTE (2014)
Commedia molto leggera uscita nelle sale italiane lo scorso agosto. Tre amici a New York decidono di rimanere single intrattenendo solo rapporti occasionali con avvenenti ragazze per consolidare il legame tra di loro, ma non sarà così facile. I punti a sfavore di questo film sarebbero davvero molti: trama forzata, situazioni esagerate al limite del credibile, battute scontate e banali, ma soprattutto Zack Efron, belloccio protagonista della pellicola. Tutto farebbe pensare ad un flop, un prodotto scadente, e sostanzialmente il film si presenta come tale, solo che funziona. Se preso per il verso giusto, ossia una commedia fresca rivolta ad un pubblico più giovanile, questo funziona molto bene. Tempi comici azzeccati, dialoghi credibili tra i tre protagonisti, personaggi accattivanti e simpatici, colonna sonora azzeccatissima che sprizza anni ’80 da tutti i pori e che riascolterete volentieri e molte risate. Il pregio principale sta appunto nel fatto che le risate, anche se non intelligenti, non mancheranno. Un film discreto per passare una serata leggera in compagnia di amici. VOTO: 6.5



FILM: UN FANTASTICO VIA VAI (2013)
"I Laureati" del 1995 è secondo me uno dei migliori film di Pieraccioni e in generale un prodotto carino che con il tempo ha acquisito degli aspetti cult i quali lo rendono ancora oggi godibile. “Un Fantastico Via Vai” era stato annunciato dallo stesso regista toscano come un’evoluzione del sopracitato “I Laureati”; una rivisitazione in chiave più matura, una storia simile vista dagli occhi di un Leonardo ormai adulto e sistemato. Beh no. Non è così. Il film prova solamente in due scene autocitazionistiche ad avvicinarsi al prodotto a cui dice di ispirarsi, per il resto è una serie infinita di luoghi comuni sul mondo universitario, battute povere di contenuti e ormai trite e ritrite per chi segue Pieraccioni dagli esordi, regia banale e personaggi fastidiosi. Il buonismo e le finte riflessioni filosofiche del protagonista sono alla base della comicità del film. Un prodotto scadente, una promessa di continuità non mantenuta. Evitabile. VOTO: 4.5



ALBUM: ALL THE LITTLE LIGHTS (2012)
Primo vero successo di pubblico per Passenger, trentenne cantautore inglese. L’intero album trasuda dolcezza, armonia, grazia, sogno. Ciò è dato principalmente dalla voce particolare e calda dello stesso cantante e dai suoni indie folk che popolano ogni pezzo. Forse è questa l’unica pecca di “All The Little Lights”: la mancanza di effettiva sperimentazione e quindi una sostanziale sonorità di fondo fatta di chitarre acustiche e cori femminili che si ripete in tutti i pezzi. Se da un lato ciò può rappresentare un limite per il successo di pubblico, dall’altra ci troviamo di fronte ad un piccolo gioiello nel suo genere musicale, talvolta messo in secondo piano da una musica pop più immediata. “Let Her Go” trascina l’album ma anche “The Wrong Direction” e gli altri singoli dimostrano di essere ben strutturati e armonizzati. I veri brani portanti di questo lavoro sono però quelli passati in sordina, ossia “Patient Love”, “Keep on Walking” e “Holes”. Musica interiore, poco rumore e molti suoni che ricordano casa, tempi migliori. VOTO: 8.5



ALBUM: AMERICAN IDIOT (2004)
I Green Day abbandonano lo stile che li aveva cotraddistinti fino a quel momento per dedicarsi alla critica dei costumi statunitensi del nuovo millennio; il risultato è un concept album premiato come miglior lavoro rock del 2004 ai Grammy Awards. Le sonorità punk sono forti ma non eccessive rendendo il prodotto accessibile a qualsiasi orecchio, anche il meno abituato. Billie graffia e si esalta. I singoli dell’album sono ormai storia del genere: “American Idiot” giganteggia, le altre ballate funzionano e mantengono altissimo il livello del prodotto. Il vero punto forte è però “Jesus of Suburbia”, semplicemente un capolavoro. Un brano diviso in cinque sezioni che, unito al videoclip in versione estesa, rappresenta una particolare forma d’arte moderna. Pochi punti a sfavore. Copertina provocatoria ed evocativa degna di nota.
Album da consumare a furia di ascolti, tutte le potenzialità della band californiana in un unico grande capolavoro. VOTO: 9



FILM: L’ULTIMA RUOTA DEL CARRO (2013)
Veronesi scrive e dirige un convincete Elio Germano nella rivisitazione degli ultimi anni della storia italiana. Il film funziona solo in parte: le scene che riprendono effettivamente la storia del nostro paese sono poche ma comunque riescono a dire la loro e a rimandare in maniera precisa lo spettatore a tali eventi. Le interpretazioni vivono di alti e bassi legati ai personaggi e alle situazioni narrate, ma Germano e la Mastronardi non cadono mai mantenendo un livello recitativo più che decente. Ciò che abbassa molto il livello del prodotto sono i personaggi secondari che di tanto in tanto interagiscono con quelli principali. Questi sono eccessivamente stereotipati e statici, macchiette finalizzate al prosieguo della trama e allo sviluppo dei protagonisti. Un film piacevole che lascia però poco nello spettatore. Finale buonista e già visto. Comunque uno dei migliori prodotti del regista popolare italiano. VOTO: 6

giovedì 2 aprile 2015

NBT: 5 SIMPATICI CONSIGLI

Buondì gentaglia,oggi mi sento in vena di consigliarvi qualche buon album musicale che probabilmente non avete sentito o di cui magari non avete neanche sentito parlare. Il genere e l’ordine sono puramente casuali e la scelta dei dischi è interamente basata sui miei gusti personali, quindi potrebbe capitare dentro di tutto. Ok pronti? Partiamo...


Iron Maiden – Somewhere in Time (1986)
“Gli Iron Maiden? Che scelta originale!” Si si, so a cosa state pensando stronzetti, ma non ho potuto resistere e quindi eccoci qui. L’album in questione è del 1986 e non è di certo uno dei più conosciuti della Vergine, eppure è in assoluto uno dei più complessi e meglio realizzati che Harris e soci siano mai stati in grado di realizzare. Questo Somewhere in Time è un vero e proprio concentrato di pezzi fantastici ed è stato il primo disco dei Maiden ad introdurre l’utilizzo dei synth alle chitarre ed al basso; ciò, assolutamente all’avanguardia per il periodo, fece in modo che il suond fosse glaciale, con sovra incisioni su sovra incisioni di chitarra che andavano a formare dei pezzi corposi ma spigolosi e taglienti come rasoi. Piccoli capolavori come Caught Somewhere In Time, Wasted Years, Stranger In A Strange Land, The Loneliness Of the Long Distance Runner e la maestosa Alexander The Great (gli assoli presenti in questo pezzo sono capaci di curare il cancro) non dovrebbero mancare nella playlist di chiunque.



New York Dolls – New York Dolls (1973)
Caratterizzati da un look da puttanoni di strada e da un sound che si rifà sia agli Stooges sia ai Rolling Stones, i New York Dolls possono tranquillamente essere definiti come i padrini del glam punk, e questo disco, ovvero il loro debutto discografico, il migliore in assoluto del genere. Il pezzi sono casinisti, confusionari, quasi depravati in alcuni frangenti, ma mai banali e mai ridicoli; non stiamo parlando di un semplice disco, qui si è fatta la storia del punk e si sono gettate le basi per quello che sarà il look principale di ogni artista che suoni roba glam, rock, punk o metal che essa sia. Ah a proposito, nella line up del gruppo spicca il mitico chitarrista Johnny Thunders...Come dite?Non sapete chi sia? Dai, Johnny Thunders! Quello di Born To Lose! Ah, non ne avete mai sentito parlare? Vabbè dai niente.



Eskimo Callboy – Crystals (2015)
Gli Eskimo Callboy sono il gruppo più assurdo (sia in senso positivo sia negativo) in cui mi sia mai capitato d’imbattermi. Il loro ultimo disco, Crystals, è uscito da sole due settimane ma è già alle vette della mia classifica personale dei dischi più senza senso che abbia ascoltato. Questi giovani ragazzi tedeschi mischiano in una maniera geniale (?) il metalcore alla Asking Alexandria con musica dubstep o electrocore alla Enter Shikari, per intenderci. Il risultato è quanto di più geniale, devastante, stupido, assurdo e coinvolgente che voi possiate ascoltare e questo ultimo loro lavoro (a mio parere il loro migliore) ne è la summa perfetta. Sono relativamente giovani, quindi chissà cosa potrebbero avere in serbo per il futuro, ma per ora godiamoci (?) Crystals. Gli Eskimo Callboy sono gruppo perfetto da mettere su per far incazzare le persone con voi in macchina, ve l’assicuro.



The Vintage Caravan – Voyage (2013)
Psychedelic rock dall’Islanda. Non basta questa frase a invogliarvi all’ascolto? No? Beh allora vi dico anche che i Vintage Caravan sono un trio che suona in maniera fantastica, prende spunto da tutti i mostri sacri degli anni sessanta e settanta e vi farà sciogliere il cervello dalla felicità e dalla nostalgia. Hard rock e psichedelia, mescolati con perizia ed incanalati in un sound eplosivo e graffiante che pochi gruppi di adesso sono capaci di produrre. Il cantante e chitarrista Óskar Logi Ágústsson è un animale, suona come un fuoriclasse ed ha una voce sensazionale ed abrasiva. I superlativi sono riduttivi, questa è una chicca da non perdere assolutamente.



Santa Cruz – Santa Cruz (2015)
Album dell’anno, album dell’anno, album dell’anno. Non riesco a non pensarla così, dato che l’omonimo disco dei finlandesi Santa Cruz (anche se non il è primo ma il secondo) è un capolavoro. Aaaah quante volte questa parola è stata usata a sproposito, ma non è questo il caso: stiamo parlando di un hard rock scintillante, bombastico, pompato ed adrenalinico a dir poco. Archie (voce e chitarra) e Johnny (chitarra) massacrano le corde delle loro Gibson tra assoli alla velocità del suono e riff granitici che tirano giù i muri; le melodie poi sono quanto di più azzeccato abbia mai ascoltato, con cori esaltanti e coinvolgenti in una maniera assurda, roba da pazzi. Non mi capita spesso di sbilanciarmi in tale maniera, ma questo disco è davvero una delle cose più belle su cui abbia mai avuto l’opportunità di mettere le mani negli ultimi tempi, sembra uscito direttamente dagli anni ottanta. Questo è uno di quegli album che tutti dovrebbero ascoltare, ma proprio tutti, per capire cosa si intende per davvero quando si parla di hard rock.

Spero di aver allietato il vostro sicuramente produttivo pomeriggio con questi simpatici consigli, cari lettori. Ora vi lascio alle vostre faccende, a presto!

Cristiano Chignola