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mercoledì 9 settembre 2015

TRUE DETECTIVE: RUST VS RAY - SECONDA PARTE

Rieccoci a distanza di ventiquattrore per terminare quanto cominciato. Avevamo lasciato le due stagioni di True Detective sul risultato di uno pari dopo i primi due punti del confronto. Alla prima i personaggi e alla seconda la sigla. Se siete giunti su questa pagina senza passare dalla prima parte, potete recuperare cliccando qui. Nient’altro da aggiungere. Rituffiamoci nell’oscurità dell’animo umano.



III) Trama e Narrazione
Due trame da Oscar che puntano su aspetti totalmente diversi per stupire lo spettatore e coinvolgerlo in un turbine di misteri, suspance e colpi di scena. La prima stagione si basava principalmente sulla trama per poter raccontare lo sviluppo di un rapporto d’amicizia tra due agenti completamente diversi tra loro, mentre per la seconda è il contrario: le indagini sul caso Casper fanno da sfondo e giustificano le peripezie di un gruppo di uomini incastrati in una situazione più grande di loro. Questa differenza di struttura si ripercuote anche nel ritmo: la seconda stagione infatti, a differenza della prima, fatica ad ingranare e a focalizzarsi sul punto focale dell’intera serie, ossia l’analisi profonda dell’animo dei protagonisti. La prima invece riusciva egregiamente a risultare godibile e bilanciata fin dall’inizio.
Anche la narrazione presenta nette differenze. Rust e Marty rivivono gli eventi delle prime indagini attraverso gli interrogatori degli agenti che hanno riaperto il caso e proprio questo dualismo tra le due epoche riesce a costruire una storia complessa e propria del genere giallo/noir. La narrazione di Ray ad Ani invece è più classica, usuale e si sviluppa in maniera ampia grazie al numero elevato di personaggi e sottotrame che si riveleranno fondamentali nel finale. Anche in questo caso il tempo gioca un ruolo fondamentale attraverso il timeskip centrale che segna la svolta e l’accelerazione decisiva che cambia il ritmo dell’intero prodotto. Il mio punto va però alla costanza e all’ingegno nella costruzione di una doppia trama incrociata. VINCE 1. 2-1



IV) Finale e Messaggio
Ecco il punto che mi costringerà a fare gli spoiler meno graditi da coloro che leggono questa classifica non avendo visto entrambe le stagioni. I finali di TD suggellano il capolavoro o deludono amaramente. Non ci sono mezze misure. Dal mio umile punto di vista entrambi i finali hanno vinto le loro personalissime sfide e hanno definitivamente confermato l’insuperabilità della serie nel settore specifico; ma uno in particolare ha riassunto in maniera più complessa e matura l’intera storia che si apprestava a chiudere.
Il primo finale sfrutta inizialmente la tensione creata nell’ora precedente e tenta di riproporre uno stile action-poliziesco già apprezzato nel famoso piano sequenza della quinta puntata. Quelli dello scontro con lo psicopatico serial killer sono attimo di altissima tensione, concitati e ben bilanciati. Lo spettatore è davvero portato a credere che la fine sia vicina, specialmente per Rust, la situazione invece volge inaspettatamente verso il sovrannaturale. Il protagonista infatti, in un delirio fisico e mentale, vede una figura non ben identificata, un fumo nero di lostiana memoria materializzarsi davanti ai suoi occhi. A mio parere la spiegazione a ciò va ricercata nella tagline della serie “Touch darkness and darkness touches you back”. Rust ha accumulato tanta oscurità e cattiveria in sé da entrare in contatto con un ente metafisico che rappresenta l’oscurità del mondo, qualcosa di assai astratto ma di realmente tangibile in molte storie di vita vissuta. Toccare l’oscurità riuscendo a riemergere, ecco la vera sfida vinta dall’ex agente. Ecco il vero tema dell’opera, l’oscurità umana. La serie però si sarebbe conclusa in maniera più cruda se uno dei due protagonisti avesse perso la vita nell’ultima azione, invece tutto si risolve con i due malandati ma ancora integri e la loro amicizia rinata dalle ceneri dopo l’operazione congiunta. Una sorta di tutto è bene quel che finisce bene.
Il finale della seconda invece è molto più dark e pessimista nei confronti della vita e del mondo. Le ultime tre puntate sono un crescendo di disperazione e violenza che sfocia in una tragica serie di eventi che non si pone affatto l’obiettivo di risolvere la trama principale, il caso portante e le sottotrame relative alla mafia di Vinci. L’obiettivo reale è quello di approfondire il tema della prima stagione, l’oscurità umana, intrecciandolo con l’ingiustizia mondiale riassunta nella tagline della seconda stagione We get the world we deserve”, massima che poi viene rovesciata per rinnovare un messaggio di speranza nel buio. Nel mentre le cadute progressive dei protagonisti completano quanto era mancato nella precedente stagione e portano la serie ad un livello più profondo. Un progetto più difficile da realizzare ma assai più apprezzabile. Decisamente riuscito, completa e supera il predecessore. VINCE 2. 2-2


V) Comparto Tecnico
Ecco forse il primo e lampante punto di connessione tra le due stagioni: l’eccelsa qualità media dimostrata nel corso di sedici magistrali ore. La differenza sostanziale sta nella scelta della produzione di affidare l’intera prima serie a Fukunaga, mentre di optare per otto registi diversi per curare la regia della seconda.
Dal punto di vista del sonoro e della fotografia le due stagioni raggiungono pressoché gli stessi standard, mentre alla lunga le diverse presenze dietro la macchina da presa si fanno sentire eccome. Fukunaga infatti riesce ad evitare cali di ritmo, non si perde in grandangoli o panoramiche inutili e si focalizza maggiormente sui volti e sulle espressioni dei protagonisti. La scelta di cambiare sistematicamente la figura del regista invece ha gravato sul ritmo e sullo stile di comunicazione che ogni artista che si rispetti conferisce al proprio lavoro. Ciò pesa soprattutto quando le immagini mostrate non vengono sostenute dal ritmo frenetico delle ultime puntate. d’altra parte però, cinematograficamente parlando, una moltitudine di stili arricchisce il prodotto, lo rende variegato, più resistente alle tarme del tempo e più interessante per uno spettatore che magari voglia focalizzare la propria attenzione sul comparto tecnico e sulla minuziosa analisi di questo (cosa che io non ho fatto - non sono ancora così psicopatico).
A questo punto il mio giudizio propenderebbe per un pareggio che poi si ripercuoterebbe però anche a livello generale decretando il definitivo nulla di fatto nel confronto tra le due serie; ma so che a voi piace vedere vincitori e sconfitti, all’uomo piace. Vediamo in tutto ciò che ci circonda una competizione. Vincitori e vinti. Ma vi accontento. Prendiamo quindi in considerazione le due scene meglio riuscite, una per stagione. La prima propone il piano sequenza di cui sopra in cui Rust, ubriaco e sotto l’effetto di stupefacenti, si fa largo tra i malviventi nel bel mezzo di una retata. Dall’altra la seconda stagione si difende con la frenetica sequenza in cui Ani cerca indizi nel bordello d’alta classe frequentato dalla classe politica e dagli imprenditori di Vinci. Anche in questo caso la mia preferenza va a Rust, a Fukunaga e alla prima stagione. Quello è IL Cinema. VINCE 1. 3-2


Vince quindi, a mio parere, seppur per un solo in quantificabile dettaglio tecnico, la prima stagione. Nulla da togliere alla seconda che, come ho cercato di spiegare, ha apportato molte migliorie dando vita ad un nuovo standard complessivo che comprende elementi della prima stagione ed altri di quella appena conclusasi. Il giudizio definitivo dipende quindi sostanzialmente dai gusti dell’osservatore e personalmente credo ci sarebbe voluto davvero poco perché la seconda superasse la prima, forse un bilanciamento più ragionato e congeniato alla suspance che il genere richiede. Alti e bassi che si fanno sentire insomma. Ma così non è. Vince Rust. Argento a Ray.

E voi? Quale preferite tra le due? Siete stati condizionati dalle aspettative o siete comunque riusciti a godere della seconda stagione? Preferite Rust o Ray? Ditelo con un commento qui sotto o sui social. A presto con una nuova serie di commenti ad una serie, credo.

giovedì 13 agosto 2015

TRUE DETECTIVE 2 - FINALE

E quindi siamo giunti alla fine di quest’altro travagliato percorso insieme. Anche la seconda stagione di True Detective ha chiuso i battenti, e l’ha fatto nella maniera più dura possibile e immaginabile. Ci eravamo congedati magistralmente con la morte del malcapitato Paul in seguito al ricatto d’amore che aveva scoperto nuovi sotterfugi e che aveva ampliata il coinvolgimento di persone di spicco nella “questione Vinci” (espressione con la quale vorrei riassumere tutti i loschi traffici che contraddistinguono la città dalle poetiche autostrade). Ci ritroviamo quindi con i tre protagonisti rimasti ormai braccati dalla legge e dai fuorilegge, costretti ad organizzare una fuga verso la libertà. Fuggire in Venezuela per vivere e poter raccontare la verità. A volte sembra lontana la realtà di Vinci, sembra romanzata. Io non credo che la finzione sia così invadete e fuorviante rispetto al topic centrale, ossia lo stretto legame tra corruzione, potere e denaro. Può un uomo ottenere potere senza denaro? Può un uomo potente mantenersi retto senza cadere nella corruzione o fa parte del gioco? Stiamo attenti, l’Italia e l’America non sono così lontane.


Ani, Ray e Frank si ritrovano pronti a partire, ma ci sono ancora faccende da risolvere, enigmi da svelare e persone da salutare. Non voglio però riassumere la trama del maxi-episodio con annesso sporadico commento perché fare ciò per analizzare una serie così complessa sarebbe decisamente riduttivo; mi limiterò quindi ad elencare i momenti che ho preferito dell’epilogo. Pronti? Via.


Le mani - il momento in cui, in preda allo sconforto per la perdita dell’unico membro del gruppo davvero puro nel profondo e per la delicata situazione in cui si trovano, le mani dell’agente Bezzerides e del tormentato Velcoro si trovano in una scena lenta e personale che mostra definitivamente due animi bui che si fanno luce a vicenda. Una scena toccante, soprattutto alla luce degli avvenimenti successivi. Per questo punto avrei potuto anche scegliere il momento della chiamata tra i due, quello in cui la donna capisce di aver già perso ciò che a lungo aveva cercato, ma quelle due mani avvinghiate nella paura mi hanno ipnotizzato.

La visione - obiettivamente, per demeriti dell’attore che non si è dimostrato all’altezza della scommessa o per l’eccessivo carico di sfaccettature assegnate al personaggio, Frank Vaughn si è rivelato il più debole dei protagonisti e talvolta il complesso intreccio tra la vita privata dell’imprenditore e le attività mafiose in cui era invischiato ha fatto storcere il naso a qualcuno, me compreso. Per fare un esempio: la fantastica sequenza d’apertura del terzo episodio, quella in cui Frank propone un monologo sulla sua infanzia sofferta a causa di un padre dispotico e violento, è sì un grande esempio di cinema, ma a conti fatti non si lega in nessun modo con qualunque altra sottotrama della serie. Un momento intenso ma a sé stante. La morte del personaggio invece gi restituisce una dignità e uno spessore che non credevo avesse. La scena nel deserto in cui arranca alla ricerca della vita e comincia a vedere miraggi per certi versi reali, fino ad arrivare alla moglie, poi la consapevolezza e la caduta. Struggente e trascinante.

Le foto - all’annuncio della morte di Ray, l’ex compagna apre la busta del centro di analisi per scoprire la verità sulla paternità del rossiccio figlio, violando le volontà dell’uomo appena scomparso e scoprendo che egli era davvero ciò che ha volutamente e forzatamente finto di essere per anni. Le lacrime e poi quelle foto che ritraggono il padre e il figlio, l’innocenza del dubbio e la spensieratezza dei tempi passati. Il passato remoto di un personaggio che ha lasciato che l’ombra dentro di sé gli divorasse l’anima. Il dramma.

Cosa meritiamo? - la serie si apriva con la massima di Ray “We get the world we deserve”, ossia “abbiamo il mondo che meritiamo”, ma il discorso finale di Ani, un po’ come fu per Lost anni fa, stravolge questo breve e profondo inciso: a volte la vita ci porta a prendere quella strada sbagliata, quella che forse arriva dove volevamo attraverso un altro percorso o forse non arriva affatto, ma ciò non vuol dire rassegnarsi al male del mondo. il male nel mondo è ovunque e supera il bene. Il mondo è infinito e cambiare da soli non garantisce un mondo migliore; a volte il lerciume in cui viviamo e che crediamo essere zucchero filato dipende da noi solo in minima parte. Dipende in realtà da coloro che ci hanno fatto bere quella storia dello zucchero filato; allora noi NON meritiamo il mondo sporco e disinteressato in cui viviamo, meritiamo di più. Questo è monito a cui appellarsi per migliorarsi e migliorare ciò che ci circonda, per perdere la vita o scappare in Venezuela. We don’t get the world we deserve.



Questi i picchi che talvolta mi hanno colpito allo stomaco e altre volte mi hanno regalato lacrime che non ricordavo. Un finale noir e malinconico che accusa l’essere umano di mirare all’autodistruzione, che chiude una serie con una spessa e imperscrutabile coltre di fumo scuro. Il nero che macchiava le anime dei protagonisti è venuto fuori con prepotenza e ha delineato dei personaggi sempre più veri e sempre più consapevoli delle loro ombre. Oltre al loro nero però è venuto fuori anche quello del mondo, e quello è un nero che se visto una sola volta conduce inevitabilmente alla morte, fisica o spirituale. La trama per questa serie è stata solo un pretesto ben congeniato per raccontare di anime sole in cerca di consensi e di male profondo. Una serie che mostra molti caratteri del noir ma che difficilmente riuscirei a catalogarla e ad analizzarla nel complesso. I temi trattati, sfiorati o approfonditi sono stati molteplici e tutti molto interessati: paternità, alcolismo, violenza, corruzione, amore, mafia, impotenza di fronte alla forza straripante del fiume della vita quando è in piena, quando travolge. Una serie che rafforza la mia stima nell’individuo in grado di concepire tutto ciò, il mio collega scrittore Nick Pizzolatto (collega perché lentamente anch’io sto lavorando alla stesura di un racconto breve intitolato “Down” - ma questa è un’altra storia).
Questa stagione è partita decisamente male, raccontando lentamente una storia poco accattivante. Episodi confusi e ripetitivi. Ma le mie aspettative erano errate, cercavo altro. Poi ho smesso di cercare e ho trovato il meraviglioso Ray, ho trovato Paul e i suoi tormenti, Ani con il coltello sempre pronto e Frank mai arreso. Ho (ri)trovato True Detective. Con il passare delle settimane la serie ha saputo ammaliare lo spettatore e trascinarlo in un viaggio nel buio da cui è difficile uscirne senza esserne toccati. Il buio è freddo e violento, il buio è dentro ognuno di noi. Un viaggio da compiere in solitaria, come una traversata, per poi tornare consapevoli e maturi, cresciuti.


Ve lo starete chiedendo sicuramente anche voi. Che anche questa stagione di TD mi sia piaciuta enormemente mi pare evidente, ma quindi è meglio la prima o la seconda stagione? Per otto settimane ho volutamente evitato di fare riferimenti e paragoni, ma ora mi pare il momento di parlare, finalmente. Secondo me è meglio la… no, non è così facile! Oggi vi siete già sorbiti questo pesante e complesso commento che parte da una serie per parlare della complessità dell’animo umano. Datemi due settimane per riguardare la seconda stagione e avrete ciò che vi meritate. Meglio la prima o la seconda? Lasciatevi corrodere dal dubbio. A presto. True Detective non finisce qui.

martedì 4 agosto 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODI 6 E 7

Avete presente quei gialli in cui l’assassino segue una logica particolare, sconosciuta ai più, legata ai luoghi in cui avvengono i crimini? Che poi alla fine il commissario di turno riesce a sventare l’ultimo crimine della serie sul filo del rasoio appendendo ad una parete la cartina della città, applicando un chiodo su ogni punto d’interesse e collegando i chiodi con un sottile ma visibile filo rosso? Ecco, True Detective 2 finora era stata una cartina muta su una parete spoglia ma ricolma di sporgenti chiodi. Chiodi puliti, chiodi arrugginiti, chiodi sporgenti e chiodi quasi invisibili. Il sesto e il settimo episodio invece rappresentano quel filo che mancava da troppo tempo. Le buone intuizioni viste nel quarto episodio vengono sfruttate ampiamente e finalmente l’intreccio raggiunge l’elevato livello tecnico che la serie aveva mostrato fin dall’inizio. Le stesse dinamiche che in precedenza avevano pesato sulla visione notturna della miniserie ora vengono sfruttate a dovere e risultano essere le vere e proprie armi in più.


Indubbiamente TD ha accelerato progressivamente fino ai due finali-cliffhanger delle puntate in esame oggi. Mentre i tasselli cominciavano a combaciare, i personaggi secondari (ossia i Messicani, l’agente nera, i Russi e la ragazza scomparsa nel secondo episodio) si legavano sempre più alla trama principale in maniera diretta o indiretta, contorta ma pur sempre convincente e credibile. Ma andiamo con ordine. Il sesto episodio, incentrato principalmente sulla figura del tormentato Velcoro, si apre come si era chiuso il precedente, cioè con l’imminente scontro, verbale e non, tra Ray e Frank, reo di aver sguinzagliato il cane da caccia verso il malvivente sbagliato. Nel precedente commento mi auguravo un resa dei conti definitiva tra i due protagonisti, invece la violenza è stata solo sfiorata e il tutto si è concluso con uno stallo alla messicana e un nuovo accordo che cambia nuovamente le carte in gioco tra i due nemiciamici. I repentini cambiamenti dei rapporti tra i protagonisti sono stati infatti il fulcro di un doppio episodio da vedere e rivedere. Tornando alla storia, le strade dell’agente e del malavitoso quindi si separano in malo modo con la promessa di indagini collaborative. Intanto Ani e Paul continuano le indagini incrociando il caso Caspare con la rapina dei diamanti blu e con i bambini orfani e organizzando un’operazione in incognito che prevede la partecipazione della donna ad una festa organizzata dal maxigruppo di politici corrotti, investitori e imprenditori edili della città di Vinci. A questo punto l’attenzione del buon Nick (scusami per averti dato dello sceneggiatore di InTreatment, davvero!) si sposta sulle vicende personali di Colin Farrell che finalmente giungono ad una conclusione degna e ben costruita. Tanto esaltante quanto struggente la scena dello sfogo nella cocaina. Mi auguro quindi che le sottotrame chiuse in questi frangenti non rispuntino poi fuori togliendo spazio vitale ad un episodio conclusivo che si preannuncia tutto da gustare. Ray quindi minaccia lo smemorato stupratore della moglie e abbandona idealmente quello che probabilmente è il figlio del suddetto delinquente. Si giunge quindi alla festa che riesce finalmente a coinvolgere lo spettatore fino in fondo con azione, suspance, mistero e meravigliosi giochi di luce (non l’istituto), parzialmente brillantemente giustificati dall’assunzione di ecstasy da parte dell’avvenente agente in nero per l’occasione. Mentre l’avventura diventa più frenetica, Ani trova la ragazza scomparsa tra le giovani escort della villa e il duo di agenti al testosterone si intrufola nelle stanze meno in vista per rubare dei preziosi documenti che provano la complicità di buona parte dei presenti alla festa nei loschi traffici che tutti vogliono coprire. L’episodio si chiude quindi con un rocambolesca fuga a luci spente. Applausi a scena aperta. Fisicamente, non mento.


Se la sesta puntata era incentrata sulla figura di Velcoro, la settima si focalizza maggiormente su Frank e sulle sue disavventure mafiose: egli infatti scopre il doppiogioco del suo fidato braccio destro e, prima di giustiziarlo a sangue freddo, si fa rivelare particolari scottanti riguardo la viscosa rete imbastita dai suoi congiurati. È il momento per Voughn di organizzare la controffensiva: finta accettazione e fuga spettacolare con i locali che bruciano alle spalle. Bella mossa Single a Nozze; e ora? Pensa di scampare non solo alla mafia russa, ma anche alla polizia, dai corrotti politici con le mani in pasta e ai Messicani? La vedo più che dura. Il futuro di Frank Semyon è tutt’altro che roseo. L’aria si sta tingendo di sangue, troppo. Nel mentre i nostri eroi vengono accusati della morte di un paio di uomini alla festa e sono costretti a nascondersi dalle autorità (che poi in parte dovrebbero essere loro stessi l'autorità). Intanto Ani rivive alcuni momenti della festa e comincia finalmente a ricordare di un rapimento con annesso stupro quando lei era ancora una bambina indifesa. Ciò spiega una serie di comportamenti poco chiari che la protagonista si trascina dall’inizio. Ottima scelta e ottimo collegamento tra la vita privata del personaggio e le indagini. Grande costruzione per un protagonista complesso e accattivante, secondo solo al diamante grezzo Ray Velcoro, fulcro dell’intera serie. Mentre quindi gli intrecci si intrecciano, la serie ingrana la marcia più alta e comincia a stupire violentemente lo spettatori con colpi di scena inattesi: sesso, rivelazioni e morti eccellenti. La scelta della morte di un protagonista la condivido appieno, anche per dare un segno di rottura col passato e quindi con la prima stagione, ma Paul no. Sia ben chiaro: non sto parlando dell'attore e della sua performance tutto sommato nella media, ma di un personaggio chiave. Lui non aveva chiuso la sua storia, lui aveva passato la vita a nascondersi, a limitarsi perché agli occhi degli altri potesse sembrare più normale di quanto già fosse. Il tutto perché gay, diverso per i più. Un debole in balia dei presunti forti e presuntuosi, in balia della vita. Peccato. Poteva lasciarci chiunque, ma Paul avrebbe dovuto resistere per dimostrare la forza dei deboli. Ani e Ray invece si trovano compatibili nelle difficoltà e nei drammi, nell’alcool e nelle sigarette (rigorosamente non più elettroniche). Un’unione per me fortuita e frutto del momento più che di sentimenti che possano durare nel tempo ed essere alla base di una relazione stabile. Solo un’ottima mescolata. Ma quante carte usa Pizzolatto?


Sostanzialmente tutto è venuto alla luce meno che il nome dell’assassino dell’assessore Caspare, quello più atteso. In questo marasma generale di nomi e situazioni disparate però mi aspetto un colpo di scena finale legato ai due orfani della rapina del ’92, come suggerisce la scena del confronto tra le foto before-after. Sembra che tutto si ricolleghi a questo caso e tutti abbiano interesse a non far sapere la verità, perfino le autorità. Ma allora chi sono i buoni e chi i cattivi? Non esistono tali etichette banali per lo sceneggiatore e scrittore Pizzolatto che mostra animi umani semplici e fragili, animi corrotti o comunque facilmente corruttibili. Come nella realtà quotidiana, non esiste una bontà assoluta, ma ognuno nasconde dentro di sé ombre che, se esposte alla luce degli altri, potrebbero intimorire, potrebbero rovesciare la società come la conosciamo. Così immagino la società di Vinci: un iperrealismo che incute timore. La paura è sempre tangibile tra un respiro di Ray e uno sguardo sgomentato di Ani.


True Detective si è ripreso ciò che era suo di diritto e, nonostante molti passaggi a vuoto, ha vinto (anche senza vedere il finale di stagione) la propria sfida personale che consisteva nell’allontanarsi dai fasti della prima serie mantenendo altissimo il livello d’intrattenimento. Dispiace aver giudicato negativamente la serie nelle prime puntate, ma obiettivamente ritmi, narrazione e intreccio non erano ben amalgamati nella prima metà dell’opera, sono però sicuro che, riguardando l’intero prodotto al termine della serializzazione, molti aspetti prima controversi si ricollocheranno in maniera più giustificata nello scacchiere marmoreo dell’autore. Un finale per cui aspettare un’intera settimana sembra davvero un’ingiustizia.

Scusa ancora Nick.

lunedì 20 luglio 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODI 4 E 5

Mi sto gradualmente pentendo della scelta fatta di analizzare la serie due episodi alla volte, ma tant’è. Prendendo separatamente le due puntate in oggetto oggi avrei molto da dire sulla seconda, ma molto meno sulla prima, almeno scoppiettante finale escluso. E badate bene: non sto tacitamente affermando di aver apprezzato tali episodi, anzi. Ma andiamo con ordine.
La puntata della scorsa settimana segue la scia lenta e sinceramente noiosa della precedente e si perde a specchiarsi nella grande capacità di scrittura dei personaggi di Pizzolatto. La trama si ferma e veniamo a sapere numerose novità, specialmente riguardanti il passato e le attitudini sessuali del frustrato detective Woodrough. Consiglio personale e gratuitamente spassionato al buon Nick: se ti piace tanto creare profili problematici al limite dl credibile tralasciando la trama, datti ad In Treatment e abbandona questa nave dopo averla portata dai Caraibi al Triangolo delle Bermuda. Grazie.


Poi ad un certo punto cominciano a comparire come funghi i Messicani (che in una storia di droga, strozzini e corruzione non guastano mai, ma talvolta rischiano di essere di troppo) che in so quale strano modo centrano con la storia del nostro assessore assassinato, ma sta di fatto che improvvisamente tutto ruoti attorni a questo gruppo di malviventi e ciò porta il dream team di detective ad organizzare un blitz nella zona in cui dovrebbero nascondersi i suddetti Mexicans. Queste sono le dubbie e claudicanti premesse che portano al momento migliore della serie finora, ossia l’ultimo quarto d’ora del quarto episodio. Finalmente azione, qualcosa in movimento che sveglia lo spettatore assopito e manda avanti una trama stanziante. Finalmente cinema di qualità a servizio di un brand che un anno fa ridettava legge per quanto riguarda il rapporto tra serie tv e progenitori. una scena rivista tre volte per poterne comprendere ed elogiare ogni dettaglio. E qui arriva il fulcro narrativo di questo biepisodio, ossia il time skip seguente alla strage deciso dall’autore: i tre protagonisti sono costretti ad allontarasi e a cambiare le loro mansioni a causa delle conseguenze di una sparatoria sanguinolenta ed evitabile (queste cause non mi sono ben chiare nonostante l’impegno profuso nella visione). E quindi Velcoro lavora per il “gangster” Semyon, Ani fuma sigarette non elettroniche mentre archivia scartoffie e Woodrough si appresta a sposare con un’avvenente donzella nonostante sia omosessuale. Deh, tutto chiaro. Peccato che questo “tutto” non centri nulla con il mio tutto, ossia l’omicidio, ossia il caso che giustifica il titolo della serie, quello che si vede ogni settimana sulle note di "Nevermind" (tanto love). True Detective. Vero investigatore. Ce ne fosse uno che investighi con serietà e metodo sul caso Caspar. Ma poi una donna nera viene in mio soccorso e riassegna, con qualche operazione interna un po’ oscura e oscurante, il caso ai tre che, con le buone o con le cattive, scoprono che il caro vecchio assessore, oltre ad avere le mani in pasta in praticamente tutti i loschi affari che coinvolgessero l’amena cittadina di Vinci, era anche responsabile di un complesso giro di ricatti seguiti a feste hard a cui prendevano parte modelle rifatte da un tizio che sfortunatamente ha perso qualche dentino (Ray rules).


Lo stesso Ray che scoprirà solo dopo cinque episodi il doppiogioco di Frank Voughn e la verità sullo stupro della moglie che sostanzialmente sta alla base dei turbamenti dell’anima del poliziotto. Ciò ci traghetterà così ad un finale interessante, poco sconvolgente ma quantomeno accattivante. Ora sono botte sicure, non ci metto la mano sul fuoco ma almeno su qualcosa di caldo.
E quindi? Credo di aver compreso quasi tutti i singoli eventi mostrati in questi due episodi di TD e comincio a pensare sempre più a questa seconda stagione (o serie se vogliamo considerarla totalmente aliena alla storia di Rust) come un puzzle di 999 pezzi. Manca quell’ultima lacrima, l’ultima foglia che dia un senso a tutto l’insieme. Senza tale pezzo tutto ciò che abbiamo è nulla: tante storie staccate tra loro che perdono di mordente e rischiano di stancare prima di scoprirsi davvero interessanti e fondanti per la trama principale che a tratti non c’è e a tratti latita (ma qualcuno ha realmente capito la storia dei Messicani? Io per niente).


Per quanto riguarda le interpretazioni ho notato un miglioramento del livello medio complessivo, anche se Vaughn continua a fare facce. Vaughn, il personaggio più fastidioso e ripetitivo. A qualcuno interessa davvero se quella finta ragazzina di sua moglie possa avere o no un figlio? Probabilmente il peggio scritto dei quattro.
Ho comunque deciso di guardare le nuove puntate di mattina, altrimenti il sonno è assicurato. Il sonno prodotto da una serie nata con troppe aspettative e condizionata dalla magniloquenza di uno sceneggiatore cult solo alla seconda esperienza nel settore. Arrivati a questo punto non posso esimermi dal concludere la visione delle prossime tre puntate, ma come livello d’intrattenimento non ci siamo affatto e quel nome mi sembra davvero fuori luogo. Ancora noia.

mercoledì 8 luglio 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODI 2 E 3

Che fatica! Che fatica riuscire a seguire un’intera puntata. Non so se la tarda ora alla quale mi accingo a visionare la nuova puntata influisca sulla mia attenzione, ma indubbiamente la serie ci sta mettendo davvero troppo a carburare e a creare un feeling deciso e duraturo con lo spettatore. Possiamo dire che dal punto di vista della trama la serie sia partita eccome, ma nonostante ciò il livello d’intrattenimento è ancora molto basso ed è lo spettatore stesso a doversi abbassare, a dover modificare la propria posizione e la propria attenzione per poter far posto alla pesantezza e alla lentezza della serie, almeno in queste prime tre puntate. Volendo fare un rapido riassunto degli eventi finora avvenuti potremmo dire che Ray è morto e risorto, l’assessore Caspar era ossessionato dal sesso e non solo da quello con il gentil sesso, anche Paul è in realtà gay, Semyon ha perso dei soldi in seguito alla scomparsa del suddetto politico e gli assassini che ci sono dietro tutto il delitto amano indossare maschere animalesche.


Ora, secondo il buon Pizzolatto, lo spettatore medio di TD2 dovrebbe passare ore e ore a chiedersi perché Velcoro è stato risparmiato, chi si cela dietro le maschere, cosa centra il film che stanno girando in città e perché gli enti governativi legati al povero Ray vogliono tenere celata la verità. Questo secondo lo sceneggiatore. La verità invece è che una ripetitiva, lenta ed estenuante narrazione rischia di far passare in secondo piano gli elementi d’interesse della trama principale. Mi sto riferendo nello specifico a quelle scene infinite (anche se molto spesso ben girate) che si dimostrano essere del tutto slegate dalla narrazione del caso di omicidio e tentano solo di caratterizzare ulteriormente dei personaggi che, a furia di dettagli poco originali e prevedibili hanno perso già molto del mordente iniziale dopo appena tre puntate.


Capisco chiaramente le intenzioni dello sceneggiatore: True Detective 2 È la strada di Vinci che viene spesso ripresa dall’alto. Una strada ampia e ingombrante al centro che poi si dirama in vie secondarie che non sembrano avere più nulla a che fare con la principale; lo stesso messaggio che voleva mandare con l’onnipresente albero della prima stagione. Ogni strada rappresenta nel suo piccolo la vita e le disgrazie di ognuno dei quattro protagonisti, ma anche la vista nel complesso del panorama cittadino potrebbe indicare l’anima frastagliata, distorta e corrotta degli sciagurati personaggi attorno ai quali ruota la serie. Una complessa commistione di crime e introspezione psicologica. Quello che manca a questi primi tre episodi è il bilanciamento di questi due aspetti: finora ha decisamente prevalso quello psicologico; ma una serie che si rispetti e che ambisce ad entrare nell’olimpo del cinema per la TV (dove l’aspetta la prima stagione) deve necessariamente riuscire a trovare l’alchimia necessaria affinché lo spettatore non cambi canale. Secondo il mio modesto parere il problema fondamentale sta nella distanza tra le vite private dei protagonisti e le indagini sul caso Caspar. Quando sono in scena le prime, le seconde si fermano, quando in realtà la parola “intreccio” ha già in sé in senso di mescolanza tra le varie anime che compongono un prodotto. TD2 finora è stata tanti ingredienti, tutti ottimi, tutti di prima qualità, ma cotti in padelle diverse. In questo modo è pressoché impossibile godersi un’unica indimenticabile portata.


Parlando poi delle interpretazioni, se nel pilot bene o male tutti i nuovi attori erano riusciti a convincermi e a dare prova di poterci stare in quella determinata situazione, a distanza di tre puntate i meno adatti ad una serie di così ampio respiro cominciano a mostrare inevitabilmente il fianco. Vaughn alterna scene da applausi ad altre in cui si limita a fare smorfie fastidiose davvero poco adatte al contesto. Da ciò si capisce quanto in realtà il suo personalissimo stile di recitazione sia legato all’ambiente comico in cui ha lavorato finora. Anche Taylor Kitsch mi convince sempre meno e mi ricorda da vicino il Diele Pastore di 1992 (Oddio che paura!). La McAdams e Farrell invece risultano essere sempre più nella parte e sempre più a loro agio sul set dando sfoggio delle loro qualità recitative. Una spanna sopra gli altri due.



Parliamoci chiaro: se questo prodotto non portasse il pesante nome del capolavoro dello scorso anno, stareste ancora tutti così attenti e fiduciosi nella buona riuscita della serie? Ho i mie dubbi. Comunque la tavola è imbandita, i fornelli accessi. Orsù Nick, siamo venuti fin qui, preparaci qualcosa di memorabile. Il tempo è ancora tuo (e la sigla è splendida).

martedì 23 giugno 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODIO 1

Dopo mesi di estenuante attesa finalmente ci siamo. La serie rivelazione dello scorso anno è tornata in una nuova veste: nuovi personaggi, nuove ambientazioni, nuovi casi misteriosi da risolvere, nuove scomode verità da portare alla luce. Al timone ancora il giallista Pizzolatto e il regista dal nome esotico Fukunaga. Paragonare la seconda stagione di True Detective alla prima sarebbe quantomeno scorretto e controproducente; la perfezione è solamente eguagliabile. Questo l’hanno capito anche i creatori e i produttori della serie che hanno voluto dare vita ad un prodotto che si allontanasse totalmente dal capolavoro dello scorso anno. Ma saranno riusciti comunque a creare qualcosa di indimenticabile senza cavalcare l’onda del successo di Rust e Marty? Scopriamolo insieme.
Prima di addentrarci nella complessa trama del primo episodio vorrei però soffermarmi a parlare dell’opening, elemento troppo spesso sottovalutato. Se la sigla della prima stagione bucava lo schermo e riusciva a trasportare lo spettatore direttamente all’interno delle contorte menti dei protagonisti, quella della seconda convince meno. Sembra essere poco in linea con il tono della serie; meno incisiva, meno azzeccata, ma non per questo deprecabile.


La puntata si apre con Ray Velcoro, agente di polizia della città di Vinci, che accompagna il figlio a scuola. Egli è divorziato e insicuro riguardo l’effettiva paternità del bambino visto in precedenza. La storia si sposta poi nel passato, quando il giovane agente si lascia convincere da un Vince Vaughn tanto astuto quanto losco nelle sue azioni che la moglie sia stata violentata da un uomo dai capelli scuri di cui il suddetto Frank ha casualmente una fotografia a portata di mano. In verità credo che sia stato lo stesso Vaughn a stuprare la moglie del protagonista, o forse è completamente estraneo alla faccenda, ma in ogni caso il suo obiettivo era quello di intrattenere un rapporto stabile con un membro della polizia di Vinci. Ray decide quindi, in preda a tutte le furie, di farsi giustizia da solo. Verremo poi a sapere che, a distanza di anni, il rapporto di amicizia-utilità tra i due personaggi perdura anche al tempo in cui si svolgono gli eventi principali. Piccola parentesi: l’uso dei flashback è stato volutamente ridimensionato rispetto alla prima stagione e ciò, a mio parere, rappresenta un elemento a favore della serie in quanto grande punto di rottura con il passato.
Vengono presentati poi gli altri due protagonisti della serie: Rachel McAdams (già a lavoro con Vaughn in “Due Single a Nozze”) e Taylor Kitsch. La prima è un’agente di polizia di una cittadini vicino Vinci. Ha una sorella che lavora nel settore del porno nonostante il dissenso dei familiari e un padre santone mistico oltre che una discreta dote di prevenzione nei confronti del genere maschile. Ciò che emerge maggiormente di questo personaggio femminile è la vacuità di una vita che si rifugia nell’alcool e nel lavoro per cercare una compiutezza impalpabile e passeggera. Il secondo protagonista, interpretato da Kitsch, è invece un tormentato agente biker affetto di impotenza e coperto di vistose cicatrici che rischia il licenziamento dal corpo di polizia per aver usufruito di alcuni favori sessuali abusando della divisa. Woodrugh è evidentemente depresso, tanto da tentare il suicidio in moto verso la fine dell’episodio.


Inizialmente il collante tra i tre protagonisti è sconosciuto e in realtà la molteplicità di storie si rivela leggermente destabilizzante per lo spettatore medio in cerca di puro intrattenimento, ma col passare dei minuti alcune elementi cominciano ad essere comuni ai tre mondi fino a quel momento paralleli e indipendenti.  Altro personaggio degno di nota è il sopracitato Franky Vaughn Semyon, uomo della malavita locale e gestore di una serie di locali tra cui un casino. Si intuisce chiaramente che Semyon sia invischiato nell’omicidio che sorregge la puntata, ovvero quello del politico di Vinci Ben Caspar, anch’egli probabilmente coinvolto nel giro di tangenti e nel riciclaggio di denaro estero.
La prima puntata si conclude con i tre protagonisti nell’atto di riconoscere il cadavere di Caspar sul bordo di una fredda e buia strada statale. Velcoro è il responsabile delle indagini legate al cadavere trovato da Woodrugh nel territorio di competenza dalla Bezzerides. Un’intricata rete che collega i tre.
Ancora una volta Pizzolatto si conferma abile scrittore di persone; a risaltare sono infatti le personalità dei singoli personaggi che talvolta potrebbero sembrare eccessivamente sopra le righe (vedi Farrell), ma nel complesso si dimostrano decisamente molto umane. Le pause, le espressioni, le difficoltà esistenziali, i silenzi. Tutto molto bello, tutto molto vero. Il problema è che se una serie vuole definirsi un crime ha bisogno di una trama. La trama di questo primo episodio convince, tiene accessi i cervelli degli spettatori ed appassiona quanto deve, ma due enormi buchi di sceneggatura non possono passare inosservati: il primo si ha quando la McAdams capita casualmente nella casa di una signora ispanica per consegnarle una lettera di sfratto e questa le chiede di trovare la sorella che poi scopriremo essere l’amate di Kitsch. Un volo pindarico eccessivamente forzato per collegare due personaggio che altrimenti sarebbero rimasti estranei l’uno all’altra. L’altro buco di trama riguarda appunto Kitsch, o Woodrugh, che dir si voglia. Questi, nel tentativo di suicidarsi in moto, alla velocità di 110 mph (175 km/h) e con i fari spenti, incredibilmente evita miracolosamente lo schianto e scopre ancor più miracolosamente il cadavere del politico scomparso, così, dal nulla. Male Nic, sai fare di meglio, lo sappiamo.


Per il resto la regia si ripete un po’ troppo spesso ma rimane comunque di alto livello, soprattutto nelle suggestive riprese dall’alto, e la fotografia mostra più colori rispetto a quella della prima stagione, in linea con l’ambientazione e la variazione di temi portanti. Tutto sommato un pilot convincente ma non eccelso, lineare ma anche confuso, semplice ma anche complesso. Un episodio che introduce dei nuovi meravigliosamente problematici personaggio e da il via a otto settimane che ci terranno inevitabilmente col fiato sospeso. True Detective è tornato, fate spazio ai maestri.


Breve puntualizzazione: a causa di impegni e della serializzazione contemporanea dei commenti su Wayward Pines (che vi invito a leggere qui, fatelo, sul serio, vi controllo), ho deciso di analizzare gli episodi di True Detective due alla volta, fino ad arrivare all’ottavo e ultimo, di cui parleremo singolarmente e più approfonditamente per fare anche un bilancio finale della seconda stagione. Per cui, per quei pochi stolti che seguiranno questo blog solo per questa miniserie di commenti, ci vediamo tra due settimane. Intanto buon caldo a tutti e buoni orali (panico).