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martedì 25 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO FINALE

“È decisamente emblematico come l’episodio peggiore dell’intera serie coincida esattamente con l’epilogo.”
E ci risiamo. Passano gli anni ma non passa la speranza di vivere qualcosa di indimenticabile, un’esperienza come Lost. Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, con i problemi di una serie mediocre e l’effettiva povertà di questa seconda stagione. Nonostante alcuni episodi ben riusciti, soprattutto nel momento in cui è stato introdotto il personaggio di Margareth, il finale di questa seconda stagione è il modo peggiore con cui poteva chiudersi l’intero spettacolino imbarazzante. Attendevamo da settimane uno scontro aperto tra le varie fazioni, aspettavamo con ansia che si svelassero i misteri più segreti delle aberrazioni e della loro organizzazione sottotraccia, invece tutto ciò che abbiamo ottenuto è una serie di consultazioni pedanti e inconcludenti che simulano l’attesa di qualcosa di ingestibile, ma che culminano in poche scene antiadrenaliniche e molte, troppe scelte sbagliate.


Jason era sembrato spacciato già dalla fine del nono episodio, ma gli sceneggiatori hanno deciso di trascinarlo in fin di vita per altri dieci minuti di spettacolo, giusto per allungare il brodo e mostrare Theo Yedlin infrangere il giuramento di Ippocrate. Come volevasi dimostrare, Jason muore in sala operatoria e la serie perde malamente un altro dei suoi protagonisti. A questo punto, senza che io riuscissi bene a comprenderne il motivo, Theo diventa padrone indiscusso della scena e comincia a decidere per il futuro di coloro che dovranno essere incapsulati. Ad un certo punto siede anche al tavolo delle trattative con CJ, il quale, senza fare una piega, gli riconosce la responsabilità e il potere di decidere per la razza umana. Dov’è la gerarchia nazista che vigeva alle spalle di Jason? Dov’è l’armata militare? Dov’è la prima generazione che, nel finale della prima stagione, aveva completamente capovolto gli esiti della rivolta di Matt Dillon? Perché CJ, l’uomo del tempo, colui che ha sempre agito all’ombra del potere portando avanti le proprie battaglie, cede così alle decisioni del medico appena scongelato? In questo modo crolla tutta la credibilità di una struttura militare e paramilitare che aveva tenuto soggiogata la popolazione per l’intera durata della serie. Non ricordavo buchi di trama così enormi da Flash Forward.


Intanto Margareth, che era morta nel precedente episodio, ma non era morta nel precedente episodio, raduna un’orda di aberrazioni pronte ad assalire la ridente cittadina di Wayward Pines per vendicare l’invasione del territorio e gli ultimi compagni uccisi da Jason. Tenete bene a mente che questo esercito è già ben attrezzato all’inizio dell’episodio. Nel mentre, in città si diffonde la notizia che le capsule non basteranno per tutti e gli esclusi cominciano a fomentare la rivolta. A questo punto le mie aspettative, fino a quel momento davvero rasenti allo zero, hanno cominciato a subire un lieve rialzamento: si prospettava l’atteso scontro tra le varie fazioni che avevo ipotizzato tempo fa. Poi Theo dà ascolto alle parole dell’ex moglie Rebecca, torna in città a prendere Xavier e il ragazzino gay (di cui effettivamente avevamo perso le tracce), viene attaccato da un paio di rivoltosi e Xavier colpisce con un proiettile una molotov che uno dei due era in procinto di lanciare, la molotov scoppia e i due assalitori rimangono uccisi. FINE DELLA RIVOLTA. Finisce così. Basta.
Intanto Margareth incita l’orda di aberrazioni che risponde con grida animalesche e Theo decide di sacrificarsi per il bene dell’umanità, ma viene sostituito da Kerry, che deve espiare la colpa di aver cercato di procreare un figlio col figlio. I nostri eroi scelgono di alsciare a CJ la scelta della destinazione temporale e si congelano.

Qualcuno ha detto terza stagione?

Intanto Margareth continua a gridare contro il suo esercito per spronarlo a combattere strenuamente contro il nemico invasore. Così vediamo Kerry attraversare il cancello degli inferi, Xavier e Rebecca darsi un appuntamento a lungo termine e CJ titubare un po’ sul da farsi, tra mogli fantasma e orizzonti di gloria. E la serie si conclude così. Senza lampi, senza azione, senza colpi di scena finali. Non ci sono stati i ritorni che attendevamo, non ci sono stati colpi di scena degni di nota che non fossero strascichi dell’episodio precedente. Non c’è stato lo scontro tra la popolazione di WP e gli Abby, che sono rimasti per l’intera puntata in attesa di un segnale da parte di Margareth, il che potrebbe assomigliare ad una serie incentrate sulla preparazione per un’importantissima partita di calcio senza che questa abbia mai luogo, per dirla alla Karim. E cosa resta degli abitanti rimasti fuori dal programma di congelamento della razza umana? Non ci è dato saperlo. l’unico elemento che avrebbe potuto creare una sorta di interesse nello spettatore viene bellamente omesso.

Toby Jones che "Chissà come ci sono finito in questo obbrobrio"

C’è poco altro di cui parlare perché poco altro ha rappresentato questa seconda stagione, che non è riuscita in nessun modo a ricalcare le orme dell’accettabile ma controversa prima. Le avventure di Theo, Rebecca e Jason sono state inconcludenti, noiose, prive di mistero e soprattutto inutili. Tutto ciò che è successo nell’ultimo episodio poteva tranquillamente essere messo in atto solo un paio di puntate e ci saremmo risparmiati un’agonia terribile. Il modo in cui sono stati trattati poi i personaggi che avevano retto la prima stagione è aberrante, morti uno dopo l’altro per questione probabilmente esterne alla produzione della serie, immagino avessero altri impegni improrogabili, anche se, rispetto a WP 2 anche la capatina mattutina al bagno può essere considerata un impegno improrogabile. Tutto ciò che non volevamo fosse è stato, e mi dispiace per coloro che ci hanno creduto e per coloro che hanno prestato il loro volto affinché questo abominio avesse una parvenza di credibilità, uno su tutti Toby Jones. Una serie da buttare in toto, senza elementi positivi che mitighino la tristezza di aver perso e tempo e speranze.

Il logo. L'unica cosa salvabile in questo scempio

Ma prima dei titoli di coda viene mostrato un neonato umano mentre piange in braccio ad un Abby. Questo potrebbe voler dire l’intenzione di produrre una terza stagione, ma l’errore l’ho già commesso una volta, dando fiducia alla seconda stagione. Non accadrà di nuovo.

COMMENTI WAYWARD PINES. FINE. PUNTO.

giovedì 13 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 9

Con questo nono episodio alcuni filoni narrativi cominciano a giungere ad una conclusione. Si tirano le somme sugli eventi descritti, si cercano di riallacciare i rapporti tra la prima interessante stagione, la seconda confusionaria e il passato dal quale tutto ha avuto origine. È proprio dal passato che arriva il più importante colpo di scena di questa seconda stagione, ovvero la parentela stretta, e quindi l’incesto, che si cela dietro il rapporto tra Jason e Kerry. Il twist è, come detto, d’effetto: prende, coinvolge e lascia per qualche attimo interdetti; ma allo stesso tempo dimostra ancora una volta le scarse abilità di scrittura degli sceneggiatori. Fino a quel momento infatti il punto chiave della situazione era stato il futuro imminente della popolazione di Wayward Pines, costretta al ricongelamento a causa della minaccia degli Abby. Il problema però sorgeva in merito alla mancanza di capsule sufficienti a garantire un sonno tranquillo a tutta la popolazione. La questione era stata portata avanti con un certo raziocinio, producendo uno scontro ideologico vivissimo tra l’etica del bene comune e la scelta del bene individuale. Tutto ruotava attorno alla figura di Kerry, legata sentimentalmente al despota incaricato di censire la popolazione, ma contemporaneamente inadatta a riprodursi e quindi considerata un peso morto da una società in necessaria espansione. Tutto è ruotato attorno a lei fino al successivo colpo di scena, quello della maternità, che, con le sue conseguenze, ha totalmente distrutto il dilemma etico. La creazione e la devastazione di uno spunto narrativo intelligente in così breve tempo sottolinea ancora una volta lo spreco di capacità che questa serie rappresenta.


I collegamenti col passato, stavolta gestiti in maniera accettabile, sono però passati da una forzatura nel ritmo della puntata. Se nel precedente episodio eravamo stati lasciati sul più bello, quando si prospettava uno scontro aperto tra le tre fazioni, la scelta di concentrarsi nuovamente su Pilcher attraverso l’espediente del flashback ha inevitabilmente gravato sul ritmo delle azioni dei protagonisti nel futuro. Gli Abby sono stati accantonati per lunghi tratti, la popolazione ha dimenticato inspiegabilmente di avere gli strumenti necessari a rivoltarsi contro le autorità e l’intera narrazione futura ha cominciato ad assumere una direzione lenta e prevedibile. Sembra quasi che gli eventi si siano quasi fermati per un’intera puntata, per lasciare allo spettatore la possibilità di assimilare le notizie provenienti dal passato. Un’altra serie che negli ultimi tempi ha fatto un uso discutibile dei flashback è Stranger Things, capolavoro di Netflix in salsa anni ’80. Nel caso di quest’ultima, i flashback, importanti e significativi a livello di trama per lo sviluppo presente dei personaggi, sono stati dilazionati e hanno sempre rappresentato un punto attivo della trama, un movimento ritmicamente in linea con gli eventi presenti. In Wayward Pines ciò non accade, e ogni flashback è sinonimo di momento morto, talvolta anche inutile ai fini di una conclusione delle vicende.
La morte di Jason è avvenuta in circostanze casuali e per niente credibili. Non è ben chiaro come sia possibile che una coppia arrivi allo scontro fisico pochi attimi dopo l’ammissione del loro amore. Possiamo in qualche modo giustificare una tensione di fondo per i nervi a fior di pelle causati da un lato dalla mancanza di capsule sufficienti, e dall’altro dall’avanzata degli Abby, ma ciò che accade è improbabile per dinamiche e tempistiche. Sulla scia di Game of Thrones e delle nuove serie tv che non sarebbero all’altezza senza un giusto quantitativo di defunti illustri, Wayward Pines ha cercato la strada dell’empatizzazione emotiva, fallendo miseramente per l’incapacità di gestire le morti. La morte è un momento sacro nella televisione, è il momento di massimo pathos, è il momento in cui un personaggio al quale siamo affezionati esce definitivamente di scena. In questa seconda stagione invece la morte è stata solamente utilizzata come cesura rispetto ai personaggi chiave della prima stagione e come colpo di scena. Le premesse però non hanno retto rispetto agli eventi, e Wayward Pines ha eliminato se stessa insieme ai suoi personaggi, lasciando visibile una scarna struttura di fondo che non può resistere senza il sostegno dei volti noti.


Con la morte di Jason si aprono alcune vie percorribili, non tutte battute ma molte rischiose. Da quello che ci viene mostrato non riusciamo a dire con certezza se Kerry sia rimasta ferita gravemente dallo scontro con l’amore della sua vita (in tutti i sensi). Appare intrigante la posizione di Theo e di CJ, ultimi due elementi dotati di un minimo di leadership. Se anche Kerry dovesse ristabilirsi dallo scontro, credo che la sua posizione possa combaciare con quella del dottor Yedlin, almeno rifacendoci alla fiducia con cui avvenivano i dialoghi tra i due personaggi. Restare dunque o lasciare tutto e incontrarci tra cent’anni? Cosa sarà della popolazione prima dell’arrivo dell’apocalisse?

lunedì 10 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 8

Tempo fa vidi l’intervista di Zerocalcare da Cattelan. In tale intervista scherzosa e scanzonata vi era anche una domanda relativa alle serie tv viste dal fumettista. Solo ora ricollego le parole di Zero a Wayward Pines. Egli distingue le serie in tre categorie: quelle scadenti, quelle scritte meglio ma che si lasciano guardare in sottofondo e quelle impegnative. Con questo ottavo episodio, Wayward Pines ha definitivamente deciso di associarsi alla categoria delle serie da guardare in sottofondo. È possibile fare ciò solo quando tutto ciò che avviene sullo schermo e al di là dello schermo viene spiegato da una voce narrante o dai personaggi stessi. La voce esterna, che all’inizio di ogni episodio fa un rapido recap, poteva già essere un presagio (di morte), ma è con la scena di Jason accanto al letto di morte di Megan: per rendere la serie perfettamente in linea col modello “laguardomentremangioeaggiornolahomedifacebook”, il despota mette da parte la logica comune per rivolgere un discorso banale e stereotipato alla mentore defunta e uccisa dall’Abby donna. Una tristezza inenarrabile.


E mentre il giovane leader medita vendetta contro le aberrazioni, la situazione globale si appiattisce sulle differenze di genere e sulle categorie consuete di bene e male. Le possibilità di dare vita a personaggio tridimensionali, combattuti al loro interno, ha lasciato posto alla caratterizzazione dei libri per bambini in cui i cattivi hanno su di loro tutte le colpe perché hanno peccato in origine e i buoni invece vengono assolti da tutte le loro colpe dopo la rivelazione dell’origine dei mali. Nel 2016 siamo abituati a ben altro, siamo figli di John Locke e Walter White, due meravigliosi esempi del livello di profondità che hanno raggiunto i personaggi delle serie tv al giorno d’oggi. Provare ancora a far generare ogni male dall’invasione di un territorio avvenuta decenni prima e credere di poter far derivare l’intera caratterizzazione morale dei personaggi da questo elemento di trama è ormai storia passata. Wayward Pines 2 era già superata prima di cominciare, se le premesse alla rivolta sono queste. Nel nuovo quadro generale gli Abby hanno dalla loro la ragione di aver agito per secondi e gli uomini le colpe delle generazioni precedenti, che come sempre ricadono sui posteri. Troppo facile, troppo scontato.


Rimane invece interessante la scelta di ampliare e rendere vivo il contesto distopico in cui gli scongelati si sono ritrovati. Ancora una volta, con la scusa dell’armamento della popolazione civile, abbiamo assistito a tensioni e scontri diretti tra le varie fazioni che compongono una società fallita negli intenti e nei risultati. Come dice Yedlin “Questa città non funziona!”, e non funziona proprio per la sua vicinanza ai peggiori regimi del Secolo Breve. Momenti interessanti che sono stati però diluiti troppo nel corso della seconda stagione, risultando meno trainanti di come sarebbero potuti essere.

Sostanzialmente questo terzultimo episodio potrebbe essere riassunto in una forsennata caccia alle streghe che non ha dato gli esiti sperati. Margareth ha messo in scacco decine di soldati armati ed è riuscita a raggiungere i suoi, venendo però ferita. Come sia arrivata in città rimane ancora un mistero, quello che è certo è lo scontro aperto che si prospetta all’orizzonte. Come anticipato nei precedenti capitoli, vedo tre fronti distinti, a meno che non cambino alcune dinamiche interne alla città: gli Abby, i rivoltosi e l’esercito. L’anima ribelle dei costretti alla crioconservazione non è sopita affatto e presto esploderà nuovamente, in attesa del ritorno di Ben. Il ritorno di Ben rappresenta sempre più una possibilità concreta, dopo che è stata svelata la vera natura delle aberrazioni, in realtà pacifiche e riservate, a differenza di quanto ci era stato mostrato per due generazioni. Ben potrebbe essere stato catturato e posto in una buca profonda, oppure potrebbe essere stato accolto nella comunità dei nuovi umani in ogni caso vedo difficile un totale distacco tra il finale della prima e quello della seconda stagione. Qualcosa tornerà dal passato, altrimenti sarà un flop senza precedenti.

lunedì 3 ottobre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 7

La scelta di dedicare sostanzialmente un intero episodio a Christopher James è stata in sé ambivalente: da una parte è stato concesso il giusto spazio ad un personaggio che aveva attirato l’attenzione incondizionata del pubblico fin dalla sua prima apparizione, dall’altra invece la scelta di lasciare così tanto spazio ad un flashback nelle ultime puntate di quella che si prospetta essere l’ultima stagione ha ancora una volta prodotto un fastidioso rallentamento del ritmo. CJ è quindi l’uomo della provvidenza, svegliatosi centinaia di anni nel corso del grande inverno per controllare che tutto si svolgesse secondo i piani di Pilcher. E tutto si è svolto secondo i piani di Pilcher? Decisamente no. Dal flashback spezzettato veniamo a conoscenza di due cose: la mutazione genetica non è stata graduale come ci si poteva aspettare dagli indizi disseminati nel corso di due stagioni e il vate ha edificato il suo vittoriale su un cimitero indiano. O era tibetano? Sta di fatto che tutta la trama è crollata nel momento esatto in cui gli sceneggiatori hanno scelto di rivelare che il vero motivo dell’aggressività degli Abby nei confronti degli umani è causata dall’invasione territoriale. Siamo passati dalle violente bestie umanoidi ai placidi animali di quartiere. Una conclusione troppo stereotipata, troppo posticcia, troppo banale per poter davvero essere la causa scatenante di un’epopea durata venti episodi. In tutto questo perché CJ non ha mai espresso il suo parere contrario alla nuova comunità ma ha continuato ad occuparsi della raccolta di viveri come se niente fosse? Ancora una volta questa seconda stagione si mostra tronca di qualcosa.


Intanto, mentre nel passato si svelavano i motivi traballanti del futuro, proseguiva nel presente la ricerca di Yedlin sull’Abby femmina, rivelatasi essere la mente del gruppo e l’unico esemplare in grado di interagire con gli esseri umani. Ma si tratta davvero dell’unica? Cosa si cela dietro i cerchi nel grano sulla mano oltre al segno di riconoscimento della leadership? Credo che si tratti della natura propria delle femmine della specie, le quali hanno l’intelligenza per governare sui maschi. Una struttura societaria basilare simile a quella degli alveari. Potrebbe esserci una donna per ogni gruppo organizzato. Rimane un velo di mistero sul piano dell’Abby femmina, che si è fatta catturare appositamente e probabilmente trama vendetta contro l’intera razza umana, senza fare distinzioni tra innocenti e colpevoli degli squilibri nel suo branco. Alla luce delle sue capacità intellettive, credo sia in grado di abbassare le difese elettriche delle mura e favorire l’ingresso nella città di un esercito di aberrazioni. Tutto quindi conduce ad uno scontro finale armato che chiuderà definitivamente il ciclo, magari con lo sterminio delle forze armate e la migrazione in un territorio vergine per i superstiti.
Ciò che mi sfugge è la sorte avversa della squadra di ricognizione, ridottasi ad un’unità dopo anni di viaggio. Essa ha subito gli attacchi degli Abby, ma quali Abby? Se le mutazioni attaccano solamente coloro che invadono il loro territorio in maniera continuativa, e se diamo per buona l’esistenza di innumerevoli gruppi o branchi di bestie, ognuna associata ad uno specifico territorio, cosa hanno fatto i componenti della squadra per scatenare le ire degli altri popoli animali? Oppure gli Abby sono dotati di una struttura in scala globale e Margareth è il capo di tutte le mutazioni?


Ciò che appare chiara è comunque la natura frammentata di questa serie, che non riesce quasi mai a dimostrarsi un corpo unico, ma va a tentativi, tastando nel buio possibili sviluppi e andando quasi sempre a pescare sfortunatamente il peggiore, il più scontato e banale. Rimane inoltre sempre ben impressa nella mente dello spettatore la struttura misteriosa che caratterizzava gli esordi della serie, gli albori gloriosi del figlio di Twin Peaks. Oggi quei ricordi sono bistrattati, allontanati e reclusi. Gli sceneggiatori hanno scelto fin da subito di tagliare i ponti con il passato e di produrre un prodotto nuovo, qualcosa che avesse pochi richiami al passato e che potesse essere fruibile a tutti, anche a coloro che non hanno visto la prima stagione. A questo servono le brevi spiegazioni all’inizio delle puntate. a questo servono le morti improvvisate e imbarazzanti delle chiavi di volta della rivolta finale della prima stagione. Wayward Pines 1 non è Wayward Pines 2. O meglio: Wayward Pines 2 non è Wayward Pines, ma un altro prodotto poco curato, stereotipato ambientato in un futuro post apocalittico. Facciamocene una ragione.

L’unico colpo di scena finale che potrebbe rimescolare le carte un’ultima volta sarebbe il ritorno del figliol prodigo. Chissà.

lunedì 26 settembre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 6

Ci eravamo lasciati la scorsa settimana con il momento morto continuo che ancora cammina. Non si può dire che la tendenza sia stata invertita in toto, ma indubbiamente questo sesto capitolo spicca sul livello medio della seconda stagione per coerenza narrativa e capacità di costruire una storia su una serie di non detti. Fondamentalmente si tratta di ciò che finora era mancato alla serie: la capacità di intrigare lo spettatore e di fargli credere di avere qualcosa da dire prima della fine. ora qualcosa da dire potrebbe esserci; non intendo sbilanciarmi ma potremmo essere di fronte ad un finale in crescendo.
Il problema della costruzione frammentata è stato parzialmente ridotto attraverso i tagli ad alcune linee ben precise, come quella dei due ragazzi, fratello e sorella, invischiati nei loro problemi sessuali. In questo frangente gli sceneggiatori anno saputo concentrare le loro forze sull’attacco degli Abby, e tutte le sottotrame portate avanti in questo sesto episodio hanno saputo collegarsi in maniera accettabile con il filone principale. Il problema del protagonista invece continua a rappresentare uno dei maggiori punti a sfavore dell’intera seconda stagione. Rispetto alla prima, in cui era Ethan Burke a fare da mattatore, qui non riusciamo ad empatizzare appieno con qualcuno dei protagonisti, sia per questioni di scrittura che, soprattutto, per questioni di tempo. Non seguiamo nessuno nello specifico e non arriviamo ad immedesimarci nelle situazioni vissute da Theo Yedlin, sostituto ideale del compianto Ethan.


Ancora una volta la serie ha peccato nelle scelte relative ai rapporti tra le due stagione, ancora una volta la morte di un personaggio cardine della prima stagione è stata trattata come un momento di poco peo, andando ulteriormente a sfaldare la struttura portante della serie. Non è possibile costruire un progetto su basi solide e poi liquidare queste basi su due piedi. Era necessaria una scrittura più ragionata, più attenta alle risposte del pubblico al termine del primo atto. Ancora una volta la serie ha dimostrato di smarrirsi facilmente senza la guida diretta dei romanzi di Crouch. Ricreare e ricamare sopra un tessuto usato non è cosa da tutti.

Wayward Pines si è decisa a lasciare aperte delle porte per rinnovare l’interesse del pubblico. Il mistero principale è indubbiamente quello di Margareth, unico Abby femmina che, dai test effettuati, ha dimostrato di possedere un’intelligenza superiore a quella umana. D’altro canto però non possiamo affermare che questi nuovi Abby organizzati siano un’evoluzione repentina della razza dominatrice, quanto più che, parafrasando le parole di CJ, essi imitino gli atteggiamenti umani in un brevissimo periodo. Ma cosa si cela dietro l’aberrazione dell’aberrazione? Cosa nascondono i segni in rilievo sulla mano dell’unica donna? A mio parere potrebbe essere nel gene femminile la soluzione all’aberrazione e quindi lo sviluppo della razza degenerata verso la civiltà, oppure potrebbero essere le Abby femmine a comandare gli spostamenti e le azioni di quelli maschi, meno evoluti per una questione naturale.

Altro grande interrogativo è relativo al ruolo di Rebecca e ai suoi rapporti con il gruppo dei rivoltosi che ha tenuto in scacco la città per anni. Credo che prima della fine sia plausibile vedere un revival del finale della prima stagione, con scontri aperti in città tra prima generazione, ribelli e aberrazioni. In ogni caso la sensazione, rispetto al calare della prima stagione, è che sé una verità esiste, essa è là fuori, oltre le divisioni politiche e i dissapori tra coniugi. Le basi per un finale passabile sono state poste, speriamo che Wayward Pines riesca ad accendere una scintilla nel buio prima della fine.

venerdì 16 settembre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODIO 5

Sovvertendo l’ordine naturale rispettato finora, Fox decide di allungare questo brodo annacquato e di scaglionare le prossime puntate in maniera da portare Wayward Pines fino a metà ottobre. Poco male, avremmo più occasioni di analizzare lo spreco di potenziale che la serie sta proponendo da un più di un anno a questa parte.
Anche in questo lentissimo e antiadrenalinico quinto episodio, gli sceneggiatori non riescono a trovare un filone narrativo che, tra i tanti riesca, a sorreggere l’intera narrazione e la suspance creata dalla fine del quarto episodio svanisce come nulla nelle molteplici e poco ispirate sottotrame. Dovrebbe interessarci la questione sentimentale del ragazzo dubbioso riguardo la propria sessualità e della ragazza titubante all’idea di riprodursi? No. Dovrebbe interessarci la situazione matrimoniale di Theo, tradito tre anni prima del risveglio, ma duemila anni dopo essere caduto in un sonno profondo? No. Dovrebbe interessarci una lotta ristretta per la leadership? No. Dovrebbe interessarci invece la vicenda dell’Abby femmina e dello sviluppo della nuova razza? Forse. Tirando le somme, solo quest’ultima sottotrama dimostra di avere la forza di trainare la serie alla triste conclusione, ma la gestione dei tempi, la volontà di allargare lo spettro su narrazioni secondare slegate dal mistero principale, porta l’intera serie a perdere di mordente nei confronti del pubblico.


Ma proviamo a prendere quello che di buono Wayward Pines ha messo in gioco finora. Da una parte abbiamo una ricostruzione non immediata del periodo trascorso tra le due stagioni e soprattutto del progetto iniziale di Pilcher. Il Flashback dedicato all’architetto del progetto, nonché compagna del nuovo protagonista, è stato costruito in maniera intelligente, aggiungendo dettagli alla linea narrativa di fondo e caratterizzando discretamente i personaggi coinvolti nella storia. Rimangono però gli interrogativi riguardanti il reclutamento nel progetto di Yedlin. Sono nebulose le circostanze che hanno portato il gruppo di Pilcher a voler rapire il dottore; sembra che ci sia qualcosa oltre il legame che lo lega alla moglie, anche perché, in quel caso, i governanti li avrebbero dovuti svegliare nello stesso momento, o comunque a distanza di poco tempo. Non avrebbe senso crioconservare due coniugi per farli ritrovare in un futuro remoto per poi svegliarli a distanza di tre anni l’uno dall’altro e nel mentre assegnare alla moglie di Yedlin un nuovo marito. Credo ci sia un piano costruito attorno a Theo, qualcosa che ci verrà svelata solo in seguito seguendo il doppio filo della narrazione futuro-passato.


Dall’altra parte abbiamo invece gli Abby in piena evoluzione. La previsione del precedente commento potrebbe rivelarsi inesatta. Avevo immaginato si potesse presagire uno scontro razziale tra gli ultimi umani rimasti in vita e gli Abby, sviluppatisi in maniera da raggiungere un livello d’intelligenza considerevole. Avevo sopravvalutato il potere dell’evoluzione, per cui le aberrazioni, ripresentatesi sullo schermo dopo un episodio di assenza, hanno dimostrato di aver compiuto dei passi in avanti nella loro linea evolutiva, ma non così importante da rendere plausibile uno scontro per il dominio del pianeta. Sono ancora allo stato brado, nonostante l’agguato finale lasci intendere  la loro rinnovata pericolosità.
Interessante è, come detto, anche la questione dell’unico esemplare femminile. Tutte le femmine di Abby sono così o ci troviamo di fronte ad una mutazione dell’aberrazione? È possibile che sia nel gene femminile la chiave dello sviluppo delle mutazioni verso una soluzione umana? Cosa si cela dietro il nome Margareth, pronunciato da Megan con una significativa enfasi?

Questa seconda stagione sembra ancora lontana dall’ingranare la marcia decisiva che accenda la fantasia degli spettatori. In una serie del genera il coinvolgimento è fondamentale, per questo Lost riusciva a mantenere milioni di telespettatori incollati allo schermo, per la capacità di gestire i tempi, le risorse e di non farsi trovare mai impreparata, mai un momento morto. Al di là di una trama eccezionale. Wayward Pines invece è un momento morto continuo che barcolla da tempo. E con questa camminata titubante non mi aspetto più che riesca a regalare colpi di cosa degni d’interesse.

giovedì 8 settembre 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODI 3 E 4

La seconda stagione di Wayward Pines viaggia spedita verso un luogo sconosciuto, ma è il percorso sconnesso a preoccupare. Il terzo episodio, tra alti e bassi, e con un ritmo rivedibile, a reinserito nel cast un personaggio chiave della prima stagione, Pam Pilcher, che io davo erroneamente per defunta, e che invece viveva ai margine della società per aver ucciso il fratello durante l’insurrezione guidata da Ethan Burke. In realtà l’intera narrazione trova una conclusione fine a se stessa nell’arco dei quarantacinque minuti dell’episodio, facendo sembrare l’intera sottotrama del tutto non indispensabile. La breve apparizione dell’ex infermiera vuole essere lo slancio per narrare la storia del primo bambino nato a Wayward Pines e cresciuto con la convinzione di essere il responsabile del futuro della razza umana. Quel bambino era Jason e personalmente non ho disprezzato né la scelta di ampliare in questo modo il personaggio, né la caratterizzazione data al nuovo reggente. Detto ciò non posso esimermi dal rendere pubblici alcuni problemi evidenti: innanzitutto la figura di Jason appare sempre più come sconnessa dallo stesso ambiente che lui ha costruito sulle volontà del patrigno, poiché una caratterizzazione così approfondita di un personaggio chiave non può essere anticipata da un’intera stagione, la prima, in cui Jason sostanzialmente non esiste. Quasi a voler confermare il fatto che l’idea di inserire questo personaggio sia nata dopo alcuni avvenimenti della prima stagione, probabilmente addirittura dopo l’ultimo episodio. Sembra che ogni sfumatura che viene data con vigore a questo dispotico leader voglia in qualche modo rattoppare gli errori di sceneggiatura compiuti nella prima stagione. Non ho apprezzato poi, in linea generale, l’uso dei personaggi chiave della serie in questi primi episodi: finora tutti coloro che erano sopravvissuti fortunosamente all’avvento della prima generazione stanno malauguratamente morendo, chi suicidandosi, chi divorato dagli abby, chi strangolato. Anche in questo caso, un personaggio tridimensionale, una colonna portante dell’intera serie poteva essere trattata con più riguardo.
Sono rimasto contrariato anche dalla posizione assunta da Yedlin nel caso dell’episodio di Pam. Non riesco ancora ad inquadrare dalla giusta distanza il nuovo medico di Wayward Pines, ma in ogni caso il suo comportamento nei confronti del regime sembrerebbe avere più di qualche incongruenza: da una parte il sospetto e la volontà di rovesciare il sistema autoritario, dall’altra un collaborazionismo silenzioso, nonostante il coltello dalla parte del manico rappresentato dal fatto di essere l’unico medico qualificato in città. Ethan Burke, che a questo punto possiamo definire più acuto del suo alter ego Theo Yedlin, non avrebbe gettato al vento la possibilità di indagare sulla misteriosa rivoluzione d’ottobre attraverso le parole della testimone oculare Pam.



Ma, se nel complesso sono riuscito a godere della costruzione gerarchica e delle attitudini reazionarie con cui sono stati caratterizzati gli uomini d’ordine nel terzo episodio - facendo ancora riferimenti espliciti all’epoca dei totalitarismi - non posso dire lo stesso del quarto episodio. In questo caso il problema principale è stato la mancanza di un protagonista. Finora abbiamo seguito le vicende da diversi punti di vista, e il fatto che nessuno di essi sia ancora riuscito a prendere il sopravvento porta inevitabilmente la serie ad un saliscendi si ritmi poco interessante, piatto e soporifero. Si passa rapidamente dalla storia del sopravvissuto alle spedizioni alla moglie di Theo alle prese con le bambine feconde. Tanti spunti, poco pathos, nessuna struttura portante attorno alla quale costruire una narrazione solida e innovativa. Lo spettatore salta di palo in frasca, continuando  perdere interesse per tutto ciò che riguarda la civiltà del futuro. Se dovessi però indicare una trama, tra le altre, che abbia attirato minimamente la mia attenzione, quella è l’evoluzione e l’organizzazione degli abby. Appare evidente che dietro la migrazione delle aberrazioni e dietro la frase enigmatica del sopravvissuto riguardante le abitudini dell’altra linea evolutiva ci sia una sviluppo psicologico di quelle che finora sembravano essere delle bestie, guidate unicamente dall’istinto animale e dalla legge della natura. Ora, tralasciando le sottotrame che da qui in poi si svilupperanno - momenti di televisione, aimè, sempre più bassi - risulta interessante il discorso etico. E se, come pare, gli abby si evolveranno in un futuro prossimo in una razza simile a quella che li ha preceduti, se la mutazione degli abby fosse solo una deviazione nella linea evolutiva e il futuro fosse ancora in mano ai nuovi umani, che senso avrebbe l’intera impresa dell’arca? Pilcher potrebbe aver sbagliato i suoi calcoli, cancellando così completamente la vita di migliaia di persone appartenenti per natura all’anno 2014. E se gli abitanti di Wayward Pines, indottrinati e non, scoprissero di essere stati parte di un piano globale in parte inutile e in parte mortalmente pericoloso, cosa sarebe dall’ultima roccaforte della vecchia umanità? Questi interrogativi, insieme al destino di Ben, restano gli unici motivi per continuare a credere nel progetto morente di Shyamalan.

mercoledì 31 agosto 2016

WAYWARD PINES 2 - COMMENTO EPISODI 1 E 2

C’era bisogno di una seconda stagione di Wayward Pines? No. La conclusione frettolosa della prima stagione aveva un bisogno naturale di un seguito che sviscerasse ulteriormente dinamiche sterili? No. Questa seconda stagione merita una chance nonostante le premesse? Forse; bypassando però virtualmente le falle che avevano caratterizzato il calante calare dell’anno passato. I Dubbi erano maggiormente relativi alla maniera attraverso cui gli sceneggiatori avrebbero collegato una narrazione moribonda ad una nuova e presumibilmente accattivante. Ricordiamo infatti che la prima stagione si era chiusa con Ben trasportato tre anni nel futuro, nella piena era della dittatura schiavista della prima generazione, e suo padre appeso ad un palo come deterrente verso le possibile rivolte della popolazione di Wayward Pines contro il regime di Jason.



La seconda stagione si apre invece con un flashback rispetto all’anno corrente in cui fa la sua comparsa come guest star anche Terrence Howard. In questo frangente ci viene presentato quello che a tutti gli effetti si propone come in nuovo protagonista della serie, ovvero Theo, medico rapito e crioconservato per essere destinato al blocco C. da qui ha inizio la nuova avventura nell’ultima roccaforte del pianeta nell’anno 4000.
Devo essere sincero: inizialmente avevo sopravvalutato la produzione e credevo che avessero optato per una narrazione retrospettiva rispetto alle sequenze conclusive della prima stagione, ovvero un racconto riguardante gli anni in cui Ben è rimasto congelato e la prima generazione ha preso il sopravvento sulla fazione dei ribelli, sugli Abby e sulla popolazione di pecorelle smarrite dopo la dipartita del mentore e padre della nuova razza umana Pilcher. Questa teoria avrebbe avuto più senso nell’ordine logico degli avvenimenti, considerando il risveglio di Theo in un momento fatidico nel quale la sorella di Pilcher, unica dottoressa della città, era passata a miglior vita a causa delle divergenze progettuali di fondo. Nella versione poi portata su schermo invece lo scongelamento di Theo sarebbe avvenuto solamente quattro anni dopo la morte di Pilcher e dell’ultima dottoressa. In questo periodo però la prima generazione avrebbe continuati ad impratichirsi nell’arte medica senza alcun mentore o insegnante qualificato, ma fondandosi unicamente sulla fortuna e sul numero di tentativi possibili (vista la possibilità di rimpiazzare le persone con i surgelati Findus). Tornando quindi al nuovo protagonista, egli si mostra in tutto e per tutto, fin da primissimo istante come una copia sputata del primo protagonista, ovvero Ethan Burke, colui che aveva tentato di sovvertire l’ordine sociale di una società succube del despota. Una somiglianza tra personaggi forse troppo spiccata.


La nuova situazione che ci viene presentata nell’ormai pienezza dell’operato della prima generazione è forse l’elemento più interessante di tutti i primi due episodi. Ci si para dinnanzi uno spaccato postapocalittico e futuristico, ma molto reale, di una situazione di conflitto in cui una delle due fazioni ha soggiogato la popolazione con la forza delle armi e ha piegato la volontà comune attraverso il terrore. Un regno dispotico che non prevede un dialogo alla base della politica comune, ma richiede la sacra ubbidienza in nome del padre fondatore dell’arca. In questo sistema vige severa la caccia all’uomo: gli abitanti vengono spinti dalla paura, dalle circostanze e dall’indottrinamento che ha luogo fin dalla tenera età a denunciare i propri vicini di casa perché possibili rivoluzionari, perché appartenenti ad una nuova classe sociale diversa di colore nell’anima. Questa situazione, davvero ben caratterizzata attraverso sfumature di sguardi, silenzi ed episodi specifici fatti passare per quotidianità, potrebbe ricordare da vicino la spasmodica ricerca di un colpevole rosso durante la Guerra Fredda in Occidente o la condizione di sfiducia alla quale erano costrette le popolazioni su cui si abbatté la furia omicida di Hitler. Emerge qualcosa di storicamente plausibile da questa ricostruzione totalitaria all’interno della quale l’asserzione volontaria silenziosa è guidata da un’altra banalità del male, l’ennesima.


Se da un lato però le circostanze riescono a rendere accattivante lo svolgimento dei trattati di guerra e pace all’interno della città, dall’altro le vicende di quelli che furono i protagonisti della prima stagione appaiono fin troppo abbozzate, esageratamente caricate di un pathos che non sussiste e non resiste ai colpi della noia. Ben si presenta come il capo della fazione rivoluzionaria per la sola dote innata di essere figlio del padre valoroso che fu, ma ciò non basta a caratterizzare la nuova veste che dovrebbe ricoprire e un attimo dopo lo si ritrova in piazza a costituirsi per salvare la vita a tre militanti della congrega di rivoltosi, rendendo improponibile una storia non detta in cui questi ragazzacci avrebbero tenuto in scacco l’intera prima generazione e quindi l’intera città per poi arrendersi subitamente, senza pretese di accordi. La stessa Kate, motivo immotivato dello scongelamento di Theo, resta in scena per poche sequenze, prima di togliersi la vita perché “Questo futuro non è il suo mondo”. Notevole l’attaccamento dei rivoltosi alla causa. Ma il culmine dell’inutilità e della contro produttività in merito alle relazioni tra la prima e la seconda stagione si ha nell’attimo esatto in cui Ben, giovane leader dei rivoltosi, si arrende al regime e agli Abby, lasciandosi divorare in malo modo e segnando definitivamente il solco tra le due stagioni, ch ora si presentano davvero come due corpi estranei, rinnovati nel cast, ma non nelle dinamiche. La paura è infatti una copia poco originale e con meno suspance della prima stagione, con Theo il medico paladino della giustizia a sostituire Ethan paladino della giustizia. Le variabili che potrebbero incrementare l’interesse relativo a questo prodotto mediocre nella scrittura, ma passabile dal punto di vista tecnico, si riducono ormai all’osso, lasciandoci prospettare una serie pomeridiana, di quelle da guardare con la coda dell’occhio mentre ci si diletta a svolgere attività più produttive, quali l’ozio. Dov’è finito il mistero di Lynch?

domenica 28 agosto 2016

WAYWARD PINES - COSA ASPETTARSI DALLA SECONDA STAGIONE

All’alba dell’esordio italiano della seconda stagione di Wayword Pines, visto il successo della serie di commenti ospitata la scorsa estate su questo blog, ho deciso di ricalcare l’articolo dedicato all’eventualità di un seguito di Strager Things per fare il punto della situazione sulla serie prodotta e diretta da M. Night Shyamalan.

Come scrivevo anche un anno fa di questi tempi, è emblematico come il capitolo conclusivo di una serie potenzialmente interessante si sia rivelato essere probabilmente l’atto peggiore dell’intera opera: sconclusionato, anacronistico e soprattutto chiuso a qualsivoglia seguito improntato sulla stessa linea narrativa. Mi spiego meglio: ciò che mi aveva colpito dei primi passabili episodi di Waward Pines era stato il mistero, l’aura di non detto che aleggiava sulla sperduta città mascherata, la volontà, incarnata nel protagonista Ethan Burke, di trovare un senso alle anomalie, alle stranezze e ai sotterfugi celati dietro i volti felici. C’era inizialmente una quantità consistente di elementi oscuri che avrebbero potuto portare la serie a caratterizzarsi in qualsiasi forma e che inizialmente era stata incanalata in una struttura solida, rodata in anni di serial mistery e produzioni televisive simili, sapientemente citate con gusto dal cinefilo produttore.


I problemi della prima stagione sono però diversi, e tra questi spicca la mancata valorizzazione delle risorse derivate dall’opera cartacea a cui la serie si ispira. Ogni scelta di sceneggiatura lasciava con l’amaro in bocca, con la sensazione che le cose sarebbero potute andare in una maniera differente, più alta, più ricercata e meno scadente. A tratti abbiamo visto un cinema di serie C atteggiarsi a grande produzione per meriti di contorno che non riempivano le falle lasciate da una scellerata evoluzione della situazione. Errori prima passabili, poi pesati e infine compromettenti, che hanno reso il finale della prima stagione un tripudio di bassezze improponibili. Nel finale infatti muore il mistero, e con esso il futuro.
Immagino sempre le serie mistery come due vasi comunicanti. Nel primo, quello di sinistra, sono inseriti i misteri, le zone oscure, i personaggi e le loro relazioni; una somma dell'incipit e delle introduzioni ad opera in corso, insomma. Il collegamento tra i due recipienti è lo svolgimento narrativo. In questo modo, nel secondo vaso confluisce la sostanza del primo, ricombinata dalla trama, che si fa atto. In Wayward Pines, a differenza di nomi illustri della televisione quali Lost, Twin Peaks e X-Files, non è stata considerata affatto questa metafora dei vasi comunicati e, partendo da una situazione in cui il vaso di sinistra traboccava di elementi d’interesse, siamo mestamente giunti ad una situazione finale in cui tutto è stato ricombinato e filtrato nell’atto, lasciando nulla in potenza e rendendo sterile il collegamento della narrazione futura. Sappiamo ormai tutto: sappiamo degli Abi, sappiamo della crioincubazione per il viaggio nel futuro, sappiamo della natura salvifica della città e dei progetti di Pilcher. Nulla ci è dato ancora da scoprire, ma tutto può evolversi solo sulla linea retta dell’azione, tra situazioni già viste in altre produzioni action e una caratterizzazione dei personaggi sempre più piatta, stereotipata e antica. Venendo a mancare le basi del mistero che avevano retto l’inizio della prima stagione e sulle quali erano stati costruiti i personaggi, crolla anche l’interesse relativo a questi e si va a creare un prodotto dissimile dal suo atto d’esorsio, qualcosa di diverso che però punta ad un livello più basso d’intrattenimento, più semplice e immediato ma decisamente meno accattivante e immersivo. Esiste una differenza abissale dal lasciarsi coinvolgere nella ricerca di una verità celata e la visione sterile di una storia di sopravvivenza in un futuro postapocalittico. Il postapocalittico funziona con le storie, le fazioni e i drammi personali, non con i mostri mangia-uomini, la prima generazione di ragazzini a cui la società ha insegnato questo e un protagonista senza l’ombra di un carisma.


Un progetto, quello della seconda stagione, che nasce quindi con poche pretese, senza neanche la voglia di stupire che aveva contraddistinto la prima stagione. Una serie ormai riservata ai pochi fan che ancora hanno voglia di lasciarsi annoiare da un cinema non cattivo, ma quantomeno banale. Nulla di nuovo dunque, ma non posso esimermi dal tentare di ridare un senso a tutto quello che accadrà nei prossimi mesi nella ridente Wayward Pines. Quantomeno in memoria dei vecchi tempi, quando Matt Dillon sembrava Jim Carrey e si aspettava una settimana per scoprire chi avesse piazzato le cimici per la città. Si stava meglio quando si stava meglio.

mercoledì 16 settembre 2015

SERIE DI CUI NON PARLERÒ

Detto sinceramente: sono in crisi. Ci eravamo lasciati lo scorso agosto con la promessa di riprendere i commenti alle serie tv il prima possibile per aumentare il numero di articoli settimanali ed evitare che voi sentiate la mia mancanza per troppi giorni consecutivi. Con questi presupposti ho cominciato a guardarmi intorno alla ricerca di nuove serie stimolanti, interessanti e adatte a subire un commento sistematicamente serializzato, ma nulla. Tutto ciò che di nuovo ho provato, tastato con mano, si è rivelato essere poco adatto ai miei piani di conquista del mondo. Per maturare questa profonda decisione ho però dovuto ragionare più o meno a fondo sui pilot visionati; perché quindi buttare via il tempo impiegato a riflettere? Perché non parlare delle serie di cui non parlerò? Tutto questo non ha senso.


The Whispers
Serie prodotta dall’uomo dietro le quinte di Hollywood, Steven Spielberg, e trasmessa in Italia dalla Fox con un ritardo fisiologico perdonabile di qualche settimana. La prima puntata si apre con una bambina che, seguendo le indicazioni di un fantomatico amico immaginario, convince la mamma a salire sulla casa sull’albero favorendo così l’incidente in cui la donna rimane coinvolta. Tanto per la cronaca, la madre della bambina è Taylor Townsend di “The O.C.”, così, per dire.
L’attenzione si sposta quindi sugli agenti dell’FBI incaricati di fare luce sullo spinoso caso dell’amico immaginario che tenta di commettere malefatte attraverso gli innocenti bimbi del quartiere. Bimbi, al plurale, perché si viene a sapere poco dopo che un altro incidente domestico che vede coinvolto un bambino potrebbe corrispondere al primo per caratteristiche peculiari.
Da questo punto in poi la narrazione è abbastanza confusa: vengono introdotti diversi personaggi di cui non viene specificato il ruolo e le indagini sembrano procedere a tentoni piuttosto che secondo un ragionevole filo logico. Fin da subito la serie sembra essere abbastanza forzata nelle meccaniche, nella costruzione e nei colpi di scena, e ciò si ripercuote sulla capacità del prodotto di coinvolgere ed invogliare lo spettatore alla visione del prosieguo. I motivi che più mi hanno allontanato dal commento di questa serie sono diversi: l’eccessiva somiglianza con diversi episodi del capostipite delle serie mystery X-Files, la confusione generale e il finale in cui ci viene mostrato un tuono che cadendo a terra ha generato una struttura luminescente nella quale è rimasto incastrato l'aereo sul quale viaggiava un personaggio chiave. Mi è passato davanti agli occhi lo spettro di Wayward Pines, e nessuno vuole un WP-bis, vero? Serie che tutto sommato sembra studiata bene nel posizionamento dei colpi di scena strategici, ma che non si discosta abbastanza dai soliti canoni, da ciò che abbiamo già visto. Stavolta hanno introdotto la componente bimbi, ma la sostanza rimane la stessa. Magari un giorno la recupererò, ma non oggi.


Texas Rising
Miniserie coprodotta da History Channel. Già questo dovrebbe suggerirvi la qualità, il tema, il modo e gli intenti della serie. Le avventure narrate si svolgono in Texas, più precisamente nei pressi di Alamo, nel 1836, anno in cui gli indipendentisti texani decisero di seguire le orme degli statunitensi che anni prima si erano ribellati ai governi europei per costituire lo stato dell’aquila calva. Vengono quindi presentate varie fazioni in continua lotta armata tra loro: i Messicani guidati da Santa Rosa che tentano di mantenere il controllo sulle terre contese, i nativi Americani minacciati da ogni fronte e armati solo di asce e frecce e gli indipendentisti di cui sopra.
Il primo elemento che salta all’occhio è indubbiamente la cifra stilistica del prodotto. La fotografia in particolar modo dimostra la mano attenta dei produttori di casa History che hanno voluto riprodurre la polvere, la sporcizia e le atmosfere aride del texas negli anni precedenti alla famosa età d’oro. Sembra quasi che venga interposta una densa coltre di polvere giallastra tra gli interpreti e la macchina da presa in ogni scena. Anche la regia si conferma all’altezza della produzione riuscendo a cogliere sempre al meglio le emozioni degli attori. Tra questi inoltre spiccano Ray Liotta, Brendan Fraser e Bill Paxton. Tutto di alto livello, direte voi. Nessun motivo per non scegliarla come serie da commentare, direte voi. E invece no. L’enorme problema di Texas Rising è che non si capisce nulla. Non si capisce chi è chi, chi sta con chi, di chi stanno parlando, chi vuole cosa e dove si svolgono gli eventi. Io, personalissimamente, non ho capito nulla di tutta la prima puntata. Chi è Ray Liotta? Cosa fa? Alamo è stata bruciata? Perché gli Indiani attaccano i gruppi indipendentisti che evidentemente non sono i reali responsabili delle loro misere condizioni di vita? Chi è quel tizio con la barba e la compagna afroamericana? Mi sento alquanto stupido. Non sempre la veridicità storica si sposa alla perfezione con la narrazione romanzata. Come commentare una serie di cui non si capiscono i capisaldi della trama? Provateci voi.


The Brink
Senza dubbio la migliore tra le tre finora analizzate. Secondo me, l’unico modo di fare comicità intelligente su temi scottanti d’attuali quali droni, ISIS, terrorismo e conflitti internazionali. The Brink, letteralmente il confine, il margine o il limite estremo, narra delle fantasiose disavventure di un gruppo di personaggi molto sopra le righe alle prese con una crisi geopolitica successiva alle tensioni tra USA e Pakistan. Ciò che salta subito all’occhio è il tono scanzonato e dissacrante che contraddistingue sia i singoli personaggi che le situazioni critiche in cui questi si trovano.
Tra gli interpreti principali spicca sicuramente un brizzolato Tim Robbins, eroe per caso della redenzione di Shawshank, in forma strepitosa e perfetto per il segretario di stato per gli affari esteri Larson. Cinico, amorale, alcolizzato, democratico, pacifista, esilarante e molto intelligente a dispetto dei precedenti aggettivi. Davvero un personaggio tridimensionale. Al suo fianco emerge anche un fastidioso Jack Black (o Black Jack, se vi piacciono i giochi di carte) nei panni dell’agente Talbot, sottoposto di poco conto nell’ambasciata americana. Tale agente si ritroverà invischiato in qualcosa di molto più grande di lui e dovrà cercare di sopravvivere ad un sequestro ordito dal sedicente presidente eletto del Pakistan. Oltre a loro la storia coinvolgerà anche un pilota divorziato dipendente da morfina e un autista locale agli ordini della CIA.
Una serie esilarante, fresca, nuova, ben scritta, ben girata e meravigliosamente recitata. Tutto perfetto, una miniserie che rimarrà come metro di paragone nel settore specifico per diverso tempo. Cosa non ha funzionato allora? Il format, la struttura e le tempistiche. La comedy è difficile da commentare e creare una serialità su un prodotto che non fonda sulla trama e sulla suspance il proprio successo sarebbe un’utopia. Da non perdere, ma non adatta alle mie rubriche. Recuperatela, subito.


Detto questo la situazione di partenza rimane immutata. Continuo a non avere una serie da commentare in questi giorni dell’estate che volge al termine. Sono ben accetti i consigli dunque. Conoscete una miniserie o la prima stagione di una serie che verrà messa in onda a breve e che potrebbe rientrare nei taciti canoni che avrete sicuramente individuato leggente questo articolo? Ditelo con un commento, confido in voi. Ogni suggerimento è ben accetto. Speriamo che questo momento di pausa seriale non si prolunghi più del dovuto. A presto, si spera.

venerdì 24 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES FINALE

È decisamente emblematico come l’episodio peggiore dell’intera serie coincida esattamente con l’epilogo. Un’accozzaglia indefinita di tutto ciò che non avrei e avremmo voluto mai vedere in questo viaggio chiamato Wayward Pines. Tralasciando la banalità delle scelte, le interpretazioni scadenti e il finale di cui parlerò in seguito, ciò che più mi ha fatto storcere il naso è stata la scrittura scellerata e infantile dei dialoghi. Banalità su banalità che hanno avuto l’unico risultato di regalarmi un sorriso gratuito per tutta la durata dell’episodio e oltre. Indubbiamente un calo clamoroso nel livello medio della serie. Nuovi personaggi buttati a caso, rapporti che cambiano, battute campate in aria. Tutto molto brutto.


Sostanzialmente la trama della fine si compone di semplici tasselli incastrati a forza: Pilcher spegne le luci per resettare il blocco B (previsto una settimana fa), Ethan riunisce tutti e, dopo minuti di guerriglia urbana contro i mutanti al limite del ridicolo, si dirige verso la residenza del creatore per ribaltare la situazione. Nel tragitto però vari ostacoli si interpongono tra il protagonista e l’obiettivo tanto ardito quali gli abbie e la prima generazione in rivolta. Ciò porterà Ethan a sacrificarsi per consentire la sopravvivenza della specie umana. Poi stacco. Time skip e finale aperto.
Parliamo quindi dei colpi di scena che hanno caratterizzato questo finale, ossia la morte del protagonista e la scena finale in cui Ben si sveglia dopo tre anni di ibernazione. Il primo era annunciato chiaramente da quando il buon agente ha ricevuto in omaggio della dinamite da far saltare al momento opportuno. Esplosivi e zombie. Will Smith e Sam vi dicono qualcosa? In ogni caso una sequenza in sé abbastanza riuscita e per certi versi commovente se siete riusciti ad immedesimarvi nel personaggio nel corso di dieci lunghi episodi (cosa che io non sono stato in grado di fare).


Il finale invece è assai ambiguo nella sua apertura. Non ho ancora maturato un parere definito riguardo ad esso. Nella sua costruzione credo sia buono, perfetto nella scelta del time skip e del vedo-non vedo legato alla rivolta dell’ormai celeberrima prima generazione. L’aspetto che in realtà stana a mio parere del finale aperto è proprio l’apertura. Quando abbiamo cominciato a vedere WP la Fox ci aveva promesso un serial limitato ad una sola stagione, un prodotto fatto e finito che aveva nella sua brevità un plauso, una freschezza estiva che ha garantito alla serie il successo planetario che effettivamente ha riscosso. È come se la casa di produzione e Shyamalan ci avessero traditi promettendo senza mantenere e, cosa peggiore, annunciando appena pochi giorni fa la volontà di non produrre una seconda stagione di WP che vada a riprendere il filo dove la prima si era interrotta. Una notizia che avevo accolto con entusiasmo qualche giorno fa ma che ora pare decisamente fuori luogo. Credo alla fine si realizzi un seguito. Il finale in sé è così appeso da non poter essere lasciato così, è evidente si sia pensato ad un seguito con protagonista il giovane Ben nel ruolo che fu del padre, il compianto Matt Dillon. Chi vivrà vedrà.


Ora passiamo ad un’analisi generale della prima e forse ultima stagione di WP. Che dire? Ha fallito, anche abbastanza clamorosamente aggiungerei. Quelle che erano le promesse fatte in partenza sono state mantenute fino al quinto episodio, poi la serie ha cominciato ad accartocciarsi su se stessa, come se non riuscisse a sostenere il peso delle aspettative create da un paio di episodi davvero ben fatti. Fin quando è stato il mistero il fulcro dell’opera si poteva chiudere anche più di un occhio su eventuali forzature e banalità gratuite, ma senza di esso no. Una serie mascherata da qualcos'altro che, una volta indossate tutte le maschere si è dimostrata senza volto, senza coraggio e senza idee innovative che potessero renderla diversa dalla massa di prodotti banali da cui siamo circondati. WP ha mescolato così tante volte le carte che nelle ultime tre puntate si è ritrovata senza una mano degna, senza jolly. Non tutto è però da buttare; la serie ha infatti avuto degli inaspettati ma notevoli picchi che hanno dimostrato comunque delle doti di scrittura sopra la norma. Grazie a tali picchi la serie è riuscita comunque, nel bene o nel male, ad intrattenere, a tenere attiva la mente dello spettatore facendolo esercitare nell’immaginazione di plausibili spiegazioni per la marea di eventi misteriosi che caratterizzavano la città rinchiusa. Un’esperienza non definitiva (a differenza di quelli sull’Isola) che verrà ricordata molto più per quello che poteva essere ma non è stata piuttosto che per quello che in realtà ha offerto al pubblico di affezionati che ogni settimana hanno letto questo blog e indirettamente discusso con me.

Per cui non mi resta che ringraziare tutti i fedelissimi e gli occasionali, quelli che mi hanno sostenuto e quelli che WP non sanno neanche cos’è. A presto, in attesa di un nuovo fenomeno come Wayward Pines o magari no, magari meglio di no. Ma poi erano davvero nel 4028? Secondo me no.

venerdì 17 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 9

Mi dispiace ammettere quanto la serie stia deragliando dai binari delle aspettative del pubblico, viaggiando costantemente  al di sotto di queste. Arrivati alla nona puntata potrebbe essere quasi arrivato il momento dei bilanci: non mi sento di credere che l’ultimo episodio possa rivoltare di nuovo la serie a mo’ di calzino. Quanti cambi ci sono stati e quante strade sbagliate? WP è stata finora un po’ tutto e un po’ niente. Tutto nel mistery, nelle citazioni, nella suspance, nella costruzione, nei tempi iniziali; niente nella banalità di molte scelte, nella prevedibilità, nella caratterizzazione dei personaggi, nel modo in cui questi interagiscono, nella prevedibilità e nella caciaronaggine delle ultime puntate. Molti elementi che mescolati insieme hanno saputo regalare grandi soddisfazioni e ore di noia, alti e bassi. Ciò che però finora ha sempre funzionato è l’intrattenimento: nonostante mi sieda sul divano a guardare il nuovo episodio non prima dell’una di notte, WP non risulta mai soporifero e si lascia seguire con piacere, a differenza di qualcun altro di cui non voglio fare il nome (vero, Pizzolatto?).


Passiamo però all’analisi dell’ultimo episodio andato in onda ieri sera su Fox. In realtà in quaranta minuti è successo ben poco: gli Abbie della precedente puntata sono stati bloccati immediatamente nella loro avanzata violenta e incontrollata, la popolazione ha cominciato a spaccarsi, Theresa ha scoperchiato la botola trovando prove per convincere gli abitanti della città della veridicità delle sue affermazioni e Ethan ha tradito la fiducia di Pilcher inducendo questi ad aprire i cancelli. La fine è vicina.
Credo che in realtà il piano del marionettista sia già stato messo in pratica in passato e il suo intento sia sostanzialmente quello di resettare nuovamente la società di WP per ripartire dal “Blocco C”; forse questa fu anche la terribile fine del Blocco A che abbiamo visto in vari flashback sparpagliati qua e là tra gli episodi. Fuoco e fiamme. Un altro fallimento per lo psichiatra che non comprende la psiche umana.


I due elementi che a mio parere hanno inficiato la godibilità del nono episodio sono stati la botola e il ragazzo fanatico. Dal mistero della botola, presentato nel lontano settimo episodio, mi aspettavo davvero molto di più dopo le ammonizioni di pericolo rivolte alla moglie del protagonista, e invece si è rivelata l’entrata di una struttura sotterranea che sì mantiene ancora un filo di intrigante mistero, ma decisamente non rappresenta la chiave per la svolta definitiva della serie verso l’alto. Il ragazzo invece mi ha deluso in quanto rappresentate di una parte della popolazione, ossia la prima classe di giovani ricondizionati dal sistema scolastico, che ad un episodio dalla fine sbuca dal nulla e si impone come parte ingombrante del tutto. Fino a ieri dov’era questo gruppo violento e pericoloso ormai intaccato dalla responsabilità che Pilcher ha riversato nelle nuove generazioni della cittrappola? Perché introdurre nuovi personaggi (importanti per pochi minuti) ad un passo dalla fine? Mi ricorda quella volta che storsi il naso per l’introduzione di altri nativi dell’isola in Lost, quelli che vivono nelle piramidi e tentano di combattere il fumo nero per capirci. È evidente che ci siano altri modi per introdurre dei personaggi o per far sì che la situazione precaria di alcuni protagonisti cambi. Queste due scelte mi sono piaciute indubbiamente poco.


L’ultimo fotogramma della nona puntata raffigura la mano di un’aberrazione che si aggrappa alla rete posta a protezione della città dopo che Pilcher ha silenziosamente deciso di staccare la corrente che passava nei fili. Praticamente si ripete la scena che avevamo visto al termine dell’episodioprecedente e quindi le premesse della puntata di ieri sono solo state traslate all’ultimo episodio: si prospetta sempre più una tragica e caotica fuga dei cittadini dai mutanti che infestano la città alla ricerca di sangue quasi estinto, fuga che vede protagonista Ethan Burke, duro e puro agente della CIA chiamato a compiere il miracolo e a salvare l’intera comunità da una fine annunciata e per niente piacevole. Qualcuno morirà, i meglio caratterizzati si salveranno, tranne forse Kate, o l’infermiera, ma pur sempre qualcuno di sacrificabile. Un finale caciarone e per niente accattivante rispetto alle rivelazioni di “The Truth”. Mi sarebbe invece piaciuto se gli ultimi due episodi si fossero rivelati propedeutici alla rivelazione sconvolgente finale, ma non credo sia così. Mi sarebbe invece piaciuto se Pilcher si fosse rivelato un impostore e tutto ciò che abbiamo visto si fosse svolto ancora nel 2014, o almeno non nel 4028, un po’ più vicino a noi. E invece no. Peccato. E se invece Pilcher avesse creato gli Abbie durante un esperimento genetico finito male? E se tutta la città fosse un suo esperimento che non ha in realtà lo scopo di ripopolare il pianeta? E se ci fossero in realtà molti altri esseri umani nel mondo perché, come ci insegna Charles, la specie si è evoluta nella direzione delle aberrazioni solo nel continente americano? E se questa serie avesse ancora qualcosa da dire? Vai Way, hit me with your best shot e stupiscici un’ultima volta.

venerdì 10 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD EPISODIO PINES 8

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa lunga e interessante esperienza televisiva e le aspettative ovviamente continuano a crescere in attesa di un finale che si prospetta risolutore e chiarificatore. In questo clima di attesa e mistero si posiziona in maniera non propriamente eccellente questo ottavo episodio. Dalla lentezza iniziale possiamo già dedurre la natura attendista della puntata: siamo di fronte ad un curato riempitivo, la preparazione per quello che verrà. Molti dubbi vengono completamente accantonati e alcuni personaggi chiave dei precedenti episodi, come Kate e Theresa, passano in secondo piano per dare più spazio al protagonista e soprattutto al duo Pilcher. Il vero fulcro dello show andato in onda ieri sera è stato infatti la crisi del corpo di controllo di WP. L’uomo a capo di tutto infatti non riesce più a gestire la macchina imperfetta e priva di libertà creata da lui stesso e si trova costretto tra due fuochi: da una parte i rivoltosi dispersi che tentano di abbattere la recensione elettrificata nella speranza di ritrovare i diritti sottratti loro dalla città-prigione e dall’altra l’insubordinazione (o “Tradimento”) del dipendente della sala di controllo. Pilcher, avendo perso il cieco appoggio della sorella e le redini dell’intero sistema, ha optato quindi per l’inasprimento delle punizioni e l’estensione di queste anche allo staff del progetto. Una scelta che, a mio parere, porterà l’intera comunità al collasso.


Intanto Ben è miracolosamente sopravvissuto ad un’esplosione che avrebbe ucciso qualunque essere umano (forzatura) e così facendo si è volutamente allontanato il personaggio dalle vicende centrali della città. Mi aspetto quindi un ruolo pressoché nullo del ragazzo nella prossima puntata e un ritorno nell’ultima, probabilmente per riportare il padre a ragionare dopo il presunto lavaggio del cervello di cui sospettano le protagoniste femminili.


La puntata quindi si conclude con la definitiva azione kamikaze di uno dei rivoltosi che, dopo essere riuscito a sfondare la famosa recensione che impedisce ai cittadini di scoprire la verità sul 4024, viene brutalmente ucciso e divorato dagli Abbie. Ciò apre quindi al prossimo episodio e all’imminente invasione delle creature mutanti. Il panico colpirà gli abitanti di WP e sarà lo sceriffo Burke a dover salvare la situazione, com’era fin dall’inizio nei piani lungimiranti dello scienziato. Mi aspetto quindi un episodio più confuso, ma anche più veloce e complesso nella struttura, perché molte storie dei singoli protagonisti dovranno essere riprese e preparate ad una degna conclusione.


Ancora non sappiamo effettivamente in che anno siamo e le reali intenzioni del despota Pilcher, non sappiamo chi ci fosse dall’altro capo della cornetta quando Kate chiamò appena giunta in città e non sappiamo soprattutto cosa contiene la botola. Ah quella botola. Dopo Lost io Adoro le botole. Ne farò mettere una in camera mia prima o poi. I misteri rimasti in piedi non sono molti ma appaiono abbastanza sostanziosi. C’è ancora un piccolo spiragli di possibilità che la situazione della città e del progetto in generale, spiegataci nella quinta e nella sesta puntata, possa essere nuovamente stravolta. Personalmente lo spero in quanto ciò rappresenterebbe la degna conclusione di una serie mistery nata e fondata sugli sconvolgenti colpi di scena. Credo che gli sceneggiatori siano consapevoli di ciò e tenteranno di non deludere gli spettatori (o fan? possiamo già definirci tali dopo aver guardato ed analizzato insieme otto episodi?). La volata finale è partita lenta, ancora in salita, ma la discesa è vicina. Le buche sono ancora pericolose ma il traguardo è visibile. Si potrebbe ancora sbagliare e rendere tutta la miniserie un buco nell’acqua, ma ancora per un po’ voglio credere che la fine ci stupirà tutti. Ci credo, attendiamo insieme.


venerdì 3 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 7

Ci sono stati degli errori, questo è evidente. Una serie mystery che si rispetti dovrebbe essere in grado di sostenere il peso di soli dieci episodi. Non si possono chiudere sottotrame interessanti o modificare la psiche di personaggi in questo modo. Non si può gettare al vento due episodi (il terzo e il sesto - di cui vi invito a leggere i relativi commenti) per poi cercare di recuperare tutto negli episodi conclusivi. Ciò che deve essere presente in una serie di questo genere è un mistero unico che coinvolga tutti i protagonisti e che resista fino alla fine. In WP invece il mistero principale era la città, poi gli Abbie, poi l’anno in cui si svolgono gli eventi e ora la botola (ehm, Lost vi dice qualcosa?). Troppi cambi, troppi alti e bassi, troppe svolte che non lasciano spazio ad una linea unica e coerente. Bene, dopo aver detto ciò posso ammettere di ritenere il settimo episodio il migliore in assoluto finora, ma andiamo con ordine.


Dopo aver ormai tacitamente accettato il progetto biblico di Pilcher, Burke torna in città e, rispettose delle linee guida impostegli dall’alto, comincia a svelare a tutti i concittadini che incontra tutti i misteri che avevano affollato le loro menti fino a quel momento. Evviva la coerenza. Ma la moglie non gli crede e comincia delle indagini nell’oscurità approfittando del suo impiego. Contemporaneamente i sovversivi hanno ultimato la preparazione degli ordigni, ma si rivela l’anima plurima e frastagliata del gruppo. Una bomba viene infatti nascosta nella vettura del nuovo sceriffo che misteriosamente, guardando l’autoradio, riesce a scoprire l’imminente pericolo. Ciò porterà Burke a cercare i colpevoli e quindi ad arrivare alla mente dei sovversivi: l’amica Kate. Kate, oltre ad essere a capo delle operazioni, è anche il personaggio chiave dell’episodio, ossia la persona che fa da collegamento tra le indagini dello sceriffo, i dubbi di Theresa e le scorribande del giovane Ben. L’intera puntata è un climax ascendente ben congeniato che sfocia nel colpo di scena finale forte e sconvolgente. L’ansia, la tensione e la claustrofobia provata dal gruppo di rivoltosi sono percepibili e perfettamente amalgamati nel contesto.


Il mistero si riapre: cosa c’è sotto la botola? Chi ha ucciso Ray Velcoro? Chi c’era dall’altra parte del telefono quando Kate, appena arrivata, aveva cercato di chiamare la sede della CIA? In che anno siamo realmente? Dopo una puntata in cui i dubbi presenti erano stati sciolti senza sostituirli con altri nuovi e all’altezza, torniamo sui binari canonici. E il duo Pilcher? Dalla scena in cui i due rimangono soli in una stanza dell’ospedale in cui si risvegliano le vittime possiamo intendere che gli interessi personali del dottore e dell’infermiera potrebbero andare oltre la semplice sopravvivenza della razza umana. È come se ci fossero una serie di veli di Maya a nascondere la vera verità che aspettiamo di conoscere da quasi due mesi. Con il quinto e il sesto episodio il velo superficiale è stato vigorosamente squarciato, ma tanti altri ne restano. La “loro” verità potrebbe non essere l’unica o potrebbe essere solo una visione ristretta della cosa. I dubbi restano.


Altri due grandi punti a favore del settimo episodio sono un intelligente ritorno alle origini e l’inversione dei ruoli. L’inizio della serie era caratterizzato dall’identificazione dello spettatore nelle azioni del protagonista. Questo aspetto ritorna in parte nelle indagini di Theresa che tenta, senza farsi scoprire dalle telecamere, di scoprire la sua verità e di fuggire da WP e in parte nelle azioni autoritarie di Ethan contro i sovversivi. L’inversione dei ruoli invece comprende il parco personaggi in senso più lato; personalmente non riesco più a distinguere i buoni dai cattivi, se una divisione del genere possa realmente esistere. Pilcher, Kate e l’infermiera sono passati troppo spesso da una parte all’altra senza preavviso. Lo stesso protagonista si è dimostrato essere in linea con le idee del creatore del progetto, ma in questo modo si è trovato a scontrarsi sia con la moglie che con la stessa Kate. A questo punto non so più chi sostenere. Sinceramente nel settimo episodio ho sperato che i rivoltosi riuscissero nel loro intento e che quindi il protagonista fallisse. Sorry Burke.



Il finale poi lascia attoniti. Potrebbe essere davvero morto nell’esplosione come l’ultima immagine ci ha fatto credere? Non so, ma, venuto a mancare Ben, gli equilibri potrebbero cambiare radicalmente. Da una parte Ethan non avrebbe più nulla da perdere e potrebbe tranquillamente appoggiare la moglie nella ricerca di una via di fuga, ma dall’altra i due coniugi non rappresenterebbero più una priorità per la risparmiosa comunità di WP e quindi potrebbe essere eliminati dal sistema stesso, ma come si può far valere la legge contro colui che in città detiene in sostanza in tre poteri? Il mistero continua.