sabato 31 dicembre 2016

FLOP 10 FILM 2016

Non mentirò: la scelta dei titoli da inserire nella Top, per una questione di abbondanza, mi ha rubato molto più tempo, ma anche questa flop mi ha impegnato, nel senso opposto però. Ho trovato delle difficoltà nella scelta dei film perché faticavo ad arrivare alla cifra tonda. Ho deciso così di allargare il senso di flop anche a delle riflessioni più ampie che contengono il film in questione.
Buona lettura dunque!
Cosa sono quei forconi? Perché avete acceso le fiaccole?



10 - Captain America: Civil War
Partiamo discretamente male. Ecco il primo esempio di allargamento del senso di flop. Sorvolando su alcuni problemi minori, Civil War non è un film cattivo in sé, risulta invece godibile, divertente e ben costruito per intrattenere nella sua durata. Ciò che rimane in negativo è però la deludente sensazione di incompiutezza: le storie cinematografiche della nostra generazione non terminano, continuano e si ripetono a ripetizione. Le trame ormai sono inflazionate e i nuovi capitoli delle saghe ormai storiche non riescono quasi mai ad aggiungere qualcosa di nuovo. Situazioni già viste ritornano e cercano di prendere come la prima volta, ma sono sinceramente stanco di questo cinema spezzatino. Ci hanno dilazionato il campionato, ora lo fanno col cinema. Io continuo ad emozionarmi sempre più per le storie che riescono a compiersi nella compitezza del linguaggio cinematografico. La serialità lasciamola alla TV.
Rogue One Insegna.



9 - The Pills - Sempre Meglio che Lavorare
Avrei davvero voluto che questo film finisse a sorpresa nella Top, ma il gruppo romano dei The Pills non riesce ad abbandonare del tutto il suo format classico e cede dopo un inizio molto promettente.
Il clima è lo stesso degli sketch della rete, il problema è la costruzione di una trama che possa legare assieme una serie di gag divertenti e mestamente vere. Il film si fonda sulla crisi d’identità dei tre componenti del gruppo, ma le situazioni trascendono dalla realtà romana e finiscono rapidamente in un surreale sconnesso e poco ispirato. Lo spettatore perde interesse nella narrazione e le scene smettono di intrattenere come dovrebbero. Il film scivola così nell’anonimato dopo premesse interessanti. Un esperimento riuscito a metà, che mostra potenzialità già palesi, ma anche molti limiti.
“Non lo uso più quel coltellaccio”.



8 - Suicide Squad
Altro cinecomic. Altro discorso da fare.
Suicide Squad è un film realizzato con un certo budget e una struttura vagamente cinematografica, ciò che manca è un senso. E un Joker degno. Tutto nasce da una situazione venutasi a creare in seguito alle iniziative dell’azione governativa. Un serpente che si morte la coda, estraniandosi così dal resto dell’universo DC. Se non fosse per il Joker e per la sua consorte Harley Quinn, questo film risulterebbe totalmente inutile, oltre ad essere sceneggiato male e montato a mo’ di trailer super accattivante. E quando ad un film che dovrebbe fondare il suo appeal sulla continuity della serialità cinematografica togli la serialità resta purtroppo un prodotto scialbo . Non metto in dubbio che questo film possa essere piaciuto a qualcuno, anch’io non ho completamente disprezzato lo sviluppo simile ad un cabinato vecchia scuola, ma se Civil War mi aveva lasciato poco, pur essendo un prodotto ben fatto, qui il senso di incompiutezza è ancora maggiore.



7 - XOXO
Come promesso all’inizio della Top 15, eccoci a parlare di uno dei cavalli di battaglia del nuovo cinema, o di quello che vorrebbe spacciarsi per il nuovo cinema, Netfix. XOXO è stato uno dei film originali più pubblicizzati con video all’apertura della piattaforma, banner e perfino pubblicità di rimando su altri siti. Mamma Netflix voleva tentare di produrre qualcosa di alternativo, raccontando gli eventi di un festival di musica elettronica statunitense, ma il risultato è stato banale, noioso e deludente, soprattutto rispetto alle aspettative stilistiche che il film proponeva. La storia si declassa subito a ritrita favola moderna e la rotta diventa incontrovertibile verso la perdita di ogni tipo di interesse. Sai fare di meglio, Big N!



6 -The Accountant
Un contabile autistico aiuta i malviventi a riciclare il denaro sporco. L’FBI gli è alle calcagna ma non riesce a collegare i tasselli.
Una trama sulla carta da thriller di spessore che si ripiega su sé stessa fino a perdere di credibilità e cadere nell’americanata facile. Lui si innamora di lei e il film si trasforma nel solito thriller involontariamente comico in cui la ragazza scopre la seconda vita dell’uomo e insieme devono scappare dai due fuochi che li braccano. Poi il protagonista diventa inaspettatamente superman. Poi un colpo di scena finale improbabile rovina il salvabile che era rimasto.
Ah, il protagonista è Ben Affleck. Molto credibile. Quando non parla.


5 - Warcraft - l’Inizio
Duncan Jones Bowie (Moon, Source Code) e Blizard, un connubio meraviglioso. Forse.
Warcraft è la fine del cinema fantasy. Una noia mortale realizzata in maniera fastidiosa per gli occhi che si sviluppa sui soliti stereotipi. Il bene e il male, la guerra, il voltagabbana di un personaggio chiave, i più fragili che risolvono la situazione generata dai governanti, e poi? E poi un rinvio, perché questo è solo l’inizio della trilogia degli orchi e degli uomini. A tratti vicino al peggior Eragon, punto di riferimento per lo squallore fantasy. Un film da evitare



4 - Batman V Superman
Probabilmente la delusione dell’anno. Zack Snyder non perde occasione per provare le tesi dei suoi detrattore e confeziona uno dei peggiori cinecomic di sempre, tra buchi di trama, errori logici, problemi tecnici e una narrazione costruita sui trailer. Tutto questo film è un trailer: personaggi si ritrovano in una particolare situazione, le cose prendono una certa piega e la scena cambia d’improvviso proprio sul più bello. Sembra quasi che il film sia stato girato in modo corretto e in fase di montaggio abbiano scelto di tagliare le sequenze conclusive di ogni scena. Così, per lasciare un po’ di suspance.
Lex Luthor, Martha, Ben Affleck con la corazza, Ben Afflex senza corazza, Wonder Woman. Potremmo andare avanti per giorni a ridere di questo film. Sono riuscito a rimanere in sala solo cominciando a cercare il lato comico di ogni cosa accadesse sullo schermo, ed è stato fantastico. Il film più divertente dell’anno.


3 - Most Likely to Die
Altra scommessa rilanciata da Netflix in Italia. La trama è la solita del teen slasher: un gruppo di ragazzi si ritrova dieci anni dopo il diploma. Qualcuno manca però all’appello e un uomo vestito da con una toga blu comincerà a seminare il panico nella villa dei malcapitati.
Nonostante il mio amore per le atmosfere slasher, questo film rasenta il trash più basso. Dagli attori alla regia tutto mostra i limiti del budget con cui il prodotto è stato realizzato. Il classico film da guardare in compagnia per farsi 44 risate.
Poi l’assassino usa il cappello del diploma come frisbee per mozzare le teste. Di cosa stiamo parlando?



2 - Bianco di Babbudoiu
Se lo scorso anno la prima posizione era occupata da quella vecchia volpe di Jerry Calà, poteva quest’anno mancare il cinema italiano? Certo che no, ed ecco che tornano dalla morte artistica di Colorado Pino e gli Anticorpi per realizzare una commedia degli equivoci, alla ricerca di una somma di denaro in Sardegna per ripagare un grosso debito bancario.
A volte si sminuisce un film parlando delle sue componenti tecniche in relazione al mondo della televisione, ma non è questo il caso. Se Bianco di Babbudoiu fosse stato realizzato con dei modi televisivi sarebbe un capolavoro. Questo è solamente il caso in cui per portare un film al cinema non deve per forza trattarsi di cinema, basta anche Pino e la Lavatrice. Pino e la Lavatrice, non so se mi spiego.



1 - Shut In
E a regnare in questa classifica dell’orrido è l’ultimo arrivato. Fresco thriller statunitense che ci prova e non riesce mai. Da un primo tempo semplicemente inesistente si passa lentamente ad un finale malato, sconclusionato e incongruente. Tutto il film sarebbe sommariamente migliore di Bianco di Babbudoiu, se non fosse per l’orripilante colpo di scena che regge tutta la seconda parte. Ad un certo punto le cose cominciano ad accadere senza apparenti motivi logici e quello che sembra un horror con le porte che sbattono diventa un thriller-action alla Man in the Dark, senza la costruzione di Man in the Dark.
Se per vincere lo scettro della Flop bisognava eccellere nell’orrido, questo film regala perle di infinito squallore.
La morte di Doug è l’emblema di questa classifica. I Cinema2days fanno anche brutti scherzi.



Siamo arrivato alla conclusione di questa serie di articoli. Tra cinecomic stantii, horror non horror e filmacci italiani io vi saluto, sperando che il 2017 non produca mostri simili. La dura vita del (quasi) recensore. Molto quasi e poco recensore.

Potrebbero interessarti anche:

giovedì 22 dicembre 2016

TOP 15 FILM 2016 - TERZA PARTE




5 - Kubo e la Spada Magica
Kubo è un bambino con un solo occhio che vive nell’incavo di una scogliera con la madre e ogni giorno raggiunge il paese più vicino per trovare un contatto umano e rallegrare la popolazione del luogo con il suo potere, quello di raccontare storie servendosi di origami animati con la magia. Quando il sole sta per tramontare, il piccolo Kubo deve però tornare dalla madre perché questa lo protegga dal male che vuole l’altro occhio del figlio.
Kubo e la Spada Magica è una storia di racconti e leggende, descrive l’epopea di un bambino solo e sottolinea l’importanza fondamentale del racconto nel racconto. Abbiamo la necessità vitale di continuare a narrare per continuare a vivere restando diversi dagli altri. Il tutto è realizzato attraverso una tecnica mista di CGI e stop motion tra le migliori mai viste sul grande schermo. La regia riesce a rendere giustizia della cura del dettaglio messa in atto nel realizzare ogni singolo elemento, ogni singola foglia, ogni granello di sabbia.

Uno stile unico, elegante e nostalgico che ricorda l’Oriente e strizza l’occhio al mondo videoludico. Un film profondissimo, potenzialmente aperto a molte chiavi di lettura, vivace al punto giusto, triste quanto basta. Non un prodotto per bambini, ma una grande opera per adulti, anche per coloro che hanno preferito girare al largo alla vista dell’animazione. L’animazione è una tecnica, non il senso più profondo di un’opera meravigliosa come questo Kubo e la Spada Magica.


4 - Sully
Sully è la perfezione. Può essere criticato per quello che non è, ma mai per quello che è e sarà nella storia del cinema. Poteva essere anche più di quello che già è, ma ciò che è non pecca di nulla. Ancora una volta Clint Eastwood riesce a dare un senso all’enorme equipe che sta dietro la realizzazione dei suoi film, ancora una volta il vecchio uomo senza nome è riuscito a narrare alla perfezione la storia di un miracolo visto dal punto delle detrazioni e della frustrazione di aver compiuto un gesto malsano.
Il 15 gennaio 2009, il volo US Airways 1549, in seguito alle difficoltà occorse dopo l’incontro con uno stormo di uccelli, mentre sorvolava Manhattan, riuscì a compiere un ammaraggio d’emergenza sull’Hudson. Evento che ancora oggi è ricordato come “Il Miracolo sull’Hudson”. Sully è la storia di ciò che avvenne dopo, ovvero il processo intentato al pilota e al copilota dell’aereo per non aver seguito le indicazioni della stazione radio. Tom Hanks è un Sully stanco, travolto dalla pressione mediatica e dal senso di colpa di aver raggiunto un fine positivo percorrendo una via negativa. Ad essere a rischio è la sua carriera come pilota e quella come consulente, nonché la sua figura, ormai sdoganata a livello mondiale.
Eastwood riesce a costruire un film su un evento della durata di appena duecento secondi. Per fare ciò è ricorso all’escamotage di riproporre più volte la stessa scena, quella dell’ammarraggio, riuscendo sempre a trasmettere una sensazione diversa ad ogni nuova visione. Dare profondità alla piattezza del tempo muto. Un’altra opera che nasconde molto più di quello che mostra.


3 - Animali Notturni
Tom Ford stupisce riuscendo a portare uno stile e una raffinatezza propri del mondo della moda sul grande schermo. Animali Notturni è un sottile gioco di luci che ricerca l’originalità in un ambito complesso.
Amy Adams è Susan, artista alla ricerca di un senso, infelice con l’uomo che ha sposato lasciando Edward, interpretato da uno stratosferico Jake Gyllenhaal. Il film in realtà si compone di tre storyline differenti: il passato della coppia, il presente buio e la storia alternativa introdotta con il libro dello stesso Edward. Questa struttura tripartita cerca di comprendere e spiegare le cause di una rottura drammatica, ma lo fa aggiungendo elementi completamente esterni alla narrazione romantica, andando a sfociare in pieno nel genere thriller. La storia narrata nel libro è un meraviglioso film nel film composto da momenti adrenalinici, sequestri e violenza gratuita. Tutto ciò poi assume un senso differente alla luce del finale che riprende le fila del discorso e si concentra sulla questione dell’abbandono e della vendetta. Il film è un misto di realismo, situazioni asfissianti e metafore intelligentemente velate. Un prodotto finalmente originale che in un futuro remoto ancora distingueremo dalla massa di prodotti commerciali fatti con sciatteria. Animali Notturni lascia l’inquietudine degli occhi dell’animale che spiccano nella notte più buia.


2 - Revenant
Revenant non è solamente il film che passerà alla storia per l’Oscar a DiCaprio, ma dietro la presenza ingombrante di uno dei migliori attori della sua generazione c’è una grande epopea, un viaggio ai limiti della terra conosciuta per tornare indietro nel tempo e narrare la storia di una vendetta che va oltre la morte.
DiCaprio è Hugh Glass, guida di un gruppo di uomini bianchi alla ricerca di pellicce e carni. In seguito all’attacco di un orso grizzly verrà gravemente ferito e sarà abbandonato dalla carovana che lui stesso stava portando in salvo. Da quel momento in poi il film sarà una continua lotta tra la vita e la morte per raggiungere la causa del suo male più grande.
Revenant mostra di essere un film di livello superiore per una regia, quella di Inarritu, ormai matura e stupefacente, e per la fotografia che trasmette un senso di pace e inquietudine allo stesso tempo. Le vaste distese innevate di Lubezki provocano un brivido lungo la schiena ad ogni visione e i movimenti di macchina del regista riescono a valorizzare appieno gli scorci naturali del North Dakota e il lavoro del direttore della fotografia. Revenant è un film che non ha bisogno di parole per avanzare nella sua narrazione o per dare una spiegazione a ciò che avviene, tutto ciò che ci viene offerto sono i versi doloranti del moribondo Hugh, che lotta contro i limiti della natura che lo circonda per dare un ultimo senso alla sua vita. A metà tra il cinema d’autore e l’infallibile intrattenimento. Un film probabilmente finora valorizzato per i motivi sbagliati.
Per approfondire: NBT: The Revenant


1 - The Hateful Eight
L’ultimo film di Quentin Tarantino è un indiscutibile capolavoro. La scrittura perfetta del regista più influente della sua generazione stavolta esonda e sfocia in una forma vicina alla piece teatrale. Otto personaggi in cerca di Daisy tentano di stare lontani dalla morte rinchiusi in una baita di montagna, durante un tempesta di neve, ma tutto diventa più difficile quando dietro la macchina da presa siede Quentin.
La costruzione dell’ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi, la scrittura dei dialoghi e il doppio fondo storico rappresentano picchi che nessun altro film è riuscito a raggiungere nel corso di questo 2016. Il film si rivela in realtà essere in controtendenza rispetto agli ultimi lavori del regista e si rifà maggiormente ad un ritmo noir, più vicino a Jackie Brown e alle Iene. Ma la situazione si carica di una tensione palpabile, viva fino al memento in cui la molla scatta e Tarantino muove la sua opera verso gli ultimi lavori. Una sorta di compendio che pare prendere il meglio dai trascorsi del regista per creare arte innovativa, diversa, inarrivabile.
Gli otto attori rendono libidinosa l’attesa della fine con una serie di siparietti indimenticabili. Personaggi che fanno già parte della carrellata dei classici del regista e della storia del cinema. Samuel L. Jackson ancora una volta da Oscar, Kurt Russel di nuovo sulla neve, Walton Goggins sorprendente e Jennifer Jason Leigh meravigliosa. LA colonna sonora inconfondibile di Ennio Morricone è poi il dettaglio che corona l’esperienza definitiva dell’Emporio di Minnie. A volte si premia sempre poco il talento quando non si comprende appieno l’arte e l’innovazione che sta dietro un lavoro del genere. A volte ci si rifà semplicemente ai titoli vinti per poter cominciare a discutere di un’opera. Ma questo The Hateful Eight non ha bisogno di discussioni, né di statuette. Non poteva che essere al primo posto in questa classifica. Unico.
Per approfondire: NBT: The Hateful Eight


Siamo arrivati alla fine. Questi erano i miei 15 film del 2016, soltanto i miei, senza voti, perché ridurre alcuni grandi opere presenti in questa lista ad un numero sarebbe offensivo. A presto con la più attesa, più temuta, più detestabile Flop 10 del 2016. Aspettatevi il peggio, non rimarrete delusi.

Potrebbero interessarti anche:

TOP 15 FILM 2016 - SECONDA PARTE

Clicca qui per la PRIMA PARTE, se te la fossi persa!



10 - Perfetti Sconosciuti
Altra sorpresa italiana firmata Paolo Genovese. Pefetti sconosciuti è la copertina della nostra vita, le menzogne che ci raccontiamo l’un l’altro per andare avanti nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro. Cosa accadrebbe se tutti noi smettessimo di vivere tre vite contemporaneamente e portassimo tutto alla luce del sole con un semplice tocco di touch screen?
Perfetti sconosciuti non è solamente un buon soggetto, ma un complesso di elementi all’altezza delle produzioni internazionali che alza il prodotto al di sopra della media italiana e lo eleva a portabandiera di quello che potrebbe essere la nuova commedia italiano, dopo un paio di decenni bui. Gli attori, talvolta sottotono in altre prove, danno un senso maggiore all’opera e dimostrano quanto una produzione adatta e una cura registica influiscano sulle performance attoriali. Dialoghi finalmente sensati, tesi e credibili. Finale amaro in linea con il cinismo delle battute agrodolci dell’opera. Un punto di svolta (?).


6 - Il Caso Spotlight
Il Caso Spotlight, o come scoperchiare il vaso di pandora. Spotlight è il nome della squadra d’inchiesta del Boston Globe, divenuta famosa per aver portato a galla lo scandalo della pedofilia all’interno della chiesa cattolica.
A dispetto delle premesse boriose e didascaliche, Il Caso Spotlight si rivela essere un film estremamente popolare, accessibile a tutti, costruito come se fosse un vero e proprio giallo investigativo, con una squadra di giornalisti intenzionata a scavare a fondo per raggiungere la verità. Il ritmo con cui McCarthy sostiene il film è coinvolgente. Si percepisce costantemente la tensione dell’avvicinamento alla scomoda realtà dei fatti e contemporaneamente si impone sulla scena la gravosità crescente della scoperta. Questo perfetto mix di elementi è stato reso possibile grazie all’ottimo lavoro del cast, in particolare quello di Mark Ruffalo, Michael Keaton e Rachel McAdams, sempre perfettamente nelle loro parti, sempre al servizio della riuscita ottimale del film, senza sbavature o improvvisate sul pezzo che gli sarebbero potute valere qualche premio in più, ma che avrebbero inevitabilmente comportato una perdita di credibilità per la pellicola.
Un’opera credibile, coinvolgente e perfettamente bilanciata che fornisce una documentazione realistica dei fatti tremendi venuti alla luce poco più di dieci anni fa e lo fa mettendo in scena un buon cinema.


8 - Il Libro della Giungla
Personalmente sono contrario a quest’opera di reboot della vecchia guardia Disney in versione live action. I precedenti Cenerentola e Maleficent non erano riusciti a coinvolgermi e avevano solamente palesato la mancanza di idee in casa Walt, ma questo nuovo Libro della Giungla è stato totalmente diverso.
L’opera di Jon Favreau è un tripudio di colori vivi, ambientazioni incredibili e rocambolesche fughe realizzate grazie all’ausilio di una CGI pressoché perfetta. A colpire maggiormente è però la rielaborazione del messaggio del film originale, che ridà un senso più profondo all’opera e la rende appetibile anche ad un pubblico più maturo. Il senso di una fuga dal mondo dei lupi è la ricerca di un posto nel mondo che possa rispecchiare le esigenze specifiche di un Mowgli della giungla, né uomo, né lupo. Un viaggio nel passato con un occhio nuovo.
Per approfondire: Mowgli della Giungla


7 - Ave Cesare
Il mio debole per i fratelli Coen è cosa nota. Avrei davvero voluto che questo giallo-noir ambientato nella Hollywood degli anni ’50 fosse il film dell’anno, ma così non è stato. Al di là di alcune pecche resta però un’opera fantastica, curata e precisa al millimetro, perfettamente in linea con l’ironia e lo stile dei fratelli cinema. A supportare il film troviamo un cast stellare che va a comporre una fittizia classe di mestieranti del settore nella città del cinema, nel quale spiccano Josh Brolin e George Clooney, rispettivamente il signor Wolf della situazione e lo sprovveduto divo vittima di rapimento.
All’apparenza Ave Cesare potrebbe sembrare una serie di sequenze ben realizzate montate insieme per formare un’opera unica. In realtà il modello citazionistico tipico dei Coen è utilizzato per raccontare una storia di espiazioni e di religiosità. Anche nella leggerezza di una trama grottesca e sopra le righe, gli ultimi Coen non rinunciano ad una riflessione che portano avanti da anni in un sistema alternativo di cinema superiore.
Diversi livelli di lettura, diversi personaggi indimenticabili, molti sorrisi sottili e un’enorme capacità regalata al mondo della settima arte.


6 - Tutti Vogliono Qualcosa
Linklater colpisce ancora! Tutti Vogliono Qualcosa resta impresso principalmente per la sua capacità di saper ricreare la realtà: ogni cosa è al suo posto, ogni momento ha il giusto peso. L’opera ultima del regista di Boyhood è il racconto di tre giorni di vita, nulla di più e nulla di meno. Ma in quei tre giorni si trova il senso di una maturazione. Nonostante passino poche ore dall’inizio all’ultima scena, il cambiamento nel protagonista e in alcuni personaggi è tangibile.
Divertimento, spensieratezza, amore e vita, tutto racchiuso in un’unica opera che scorre sulle note dei Dire Straits e dei Van Halen. Un ritratto del momento in cui potremmo essere chiunque e dobbiamo solo cominciare a percorre la nostra strada, con il rischio di sbagliare, di incespicare, di ritrovarsi schiacciati dalle scelte di altri vent’anni dopo, ma con la voglia di imporsi al mondo.
Per approfondire: Everybody Wants Some!!


TOP 15 FILM 2016 - PRIMA PARTE

Stilare una classifica è sempre complicato. Vorresti non dover scegliere. Parti con l’idea di fare una Top 10 e finisci con trenta film di cui devi assolutamente parlare, perché da quando non ci sono più le recensioni della settimana un po’ ti manca anche quella voglia di parlare a vanvera di ogni film che vedi, come se fossimo seduti i venerdì sera al pub. Ho detto venerdì, una volta dicevo sabato. Sto diventando vecchio.
Tagliando qua e là comunque sono riuscito a raggiungere una cifra ragionevole. Quindici film per divertirsi, crescere, sognare e nell’oscurità incatenarli. Quindici film per riassumere un anno poco interessante, poco innovativo, poco memorabile, ma pieno zeppo di pellicole passate in sordina da recuperare assolutamente.

Ma quali sono i criteri di questa classifica? Innanzitutto i film presenti nella lista devono essere arrivati sui nostri schermi nel corso dell’anno solare. Troverete quindi anche film prodotti nel 2015 o addirittura nel 2014, ma giunti da noi solo con un periodo di incubazione mediamente troppo lungo. Detto questo, vi ricordo che tutti i pareri espressi sono strettamente personali e che potreste anche non trovare i vostri film preferiti del 2016, semplicemente perché potrei averne preferiti altri o perché non ho avuto occasione di vederli. Per ovviare a ciò vi lascio consultare la LISTA COMPLETA dei film tra i quali ho compiuto le mie scelte. Che il flame abbia inizio!



15 - La Pazza Gioia
Paolo Virzì torna nella sua territorialità e abbandona il ricercato film di genere per dedicarsi al capitale umano più intimo. Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti sono due donne ugualmente inadatte che nascondono la loro sconclusionata natura sotto spoglie differenti. Da una parte lo sfarzo e l’esagerazione dei modi e delle immagini, dall’altra la trasandatezza di chi non ha più nulla. L’incontro di queste due personalità sfocerà in un road movie atipico, poco adrenalinico e molto personale che scava nella vita delle due, alla ricerca di una soluzione ai mali di chi non riesce a vivere come gli altri. La Pazza Gioia è un film semplice che nasconde un doppio fondo, che si interroga sul senso dell’alienazione in una società così differenziata eppure così costretta dagli stessi stereotipi.
Virzì riesce ancora una volta a girare con leggerezza e pulizia, muovendo lo spettatore alla riflessione tra lacrime e risate.


14 - Il Piccolo Principe
Il Piccolo Principe siamo tutti noi che lo leggevamo da bambini. Siamo cresciuti con questo mito della purezza, della gioia e dell’amore per poi scontrarci con una realtà differente. Cupa, violenta, ingiusta. Nella realtà che lentamente muore, Mark Osburne, già regista del primo e apprezzato Kung Fu Panda, ambienta una rivisitazione particolare del libro di Antoine de Saint-Exupéry. La protagonista, una bambina sveglia, vivace e allegra, si ritrova schiacciata dalle esigenze della società le impone attraverso la figura gravosa della madre. Solo l’incontro con l’aviatore farà breccia nell’involucro fittizio delle relazioni formali e mostrerà alla bambina il vero senso dei legami attraverso la narrazione della storia del Piccolo Principe.
Un film alternativo, caratterizzato da un uso intelligente e originale della materia prima da cui prende spunto. Portatore di un messaggio sempre attuale e probabilmente mai davvero raccolto da chi distrattamente passa da questa Terra. Un’opera che saprà colpire chi ha voglia e necessità di essere colpito ancora dalla voglia di credere in un mondo migliore.


13 - Fuocoammare
Fuocoammare è stata una significativa esperienza metaforica dietro le maschere della colpevolezza che ogni giorno cerchiamo di affibbiare a qualcuno che non siamo noi. Immagini potenti, precise e pulite al servizio di un ritorno alla coscienza sociale.
Rosi firma un docufilm di pregevole fattura andando a ripescare i defunti del Mar Mediterraneo nella situazione critica a cui è relegata l’isola di Lampedusa. Sbarchi, morti, ricerche notturne e soprattutto solitudine. È il suono della solitudine quel silenzio ingombrante che pervade la pellicola e che vuole dimostrarci quanto il reale sia lontano dal racconto che se ne fa, quanto le nostre battaglie quotidiane all’insegna del nazionalismo siano grida ai mulini a vento.
Per sua stessa natura, questo film mostra delle lacune rispetto ad altri titoli presenti in classifica, ma il valore sociale dell’opera colma i vuoti e rende Fuocoammare un manifesto crudo di questi ultimi anni. La pellicola era stata inoltre proposta da una commissione qualificata per rappresentare l’Italia alla prossima cerimonia degli Oscar, ma è stata esclusa pochi giorni fa. Un peccato se si pensa al rumore che avrebbe potuto provocare a Los Angeles. Resta uno dei nostri lavori più riusciti del 2016.


12 - Zootropolis
Finalmente un classico Disney non Natalizio che si discosta dagli stereotipi che ormai la casa di produzione ha deciso di seguire negli ultimi anni. Non siamo più in un mondo fatato, non ci sono principesse né canzoni inutili ai fini della trama. Il film di Howard e Moore è un vero e proprio poliziesco che nasconde un profondo messaggio sulla diversità.
Zootropolis è una città complessa, diversificata e problematica. La coesione tra prede e predatori non è in realtà facile come poteva sembrare dalla copertina e una divisione in quattro parti della zona metropolitana mostra una tangibile distanza tra le parti. Il film Disney, ricolmo di citazioni più alte, è un prodotto destinato ad un pubblico più riflessivo di quello infantile e gioca, mascherando i personaggi di animali antropomorfi, ad ipotizzare un futuro di coesistenza globale, si libertà e uguaglianza. Siamo già quel mondo, lo diventeremo o abbiamo già smesso di esserlo? Basta una scintilla per riaccendere l’odio della diversità esteriore e gettare un mondo nel caos.
Zootropolis vince la scommessa di puntare su una trama matura, senza rinunciare alle risate facili di un pubblico più giovane. Un film così ben realizzato che potrebbe rimettere in discussione la già discussa Top 15 Classici Disney.
Per approfondire: Top Classici Disney


11 - Café Society
Woody Allen è leggenda. A ottant’anni il maestro del cinema nevrotico riesce ancora a stupire per la cura, l’ironia e stavolta anche e soprattutto per il messaggio che Jesse Eisenberg e Kristen Stewart provano a trasmettere nel corso di una lunga e impossibile storia d’amore. Un viaggio tra le due coste, tra il cinema e la letteratura degli anni ’30, per rivivere una storia di ambizioni, sfarzi e sogni infranti.
Bobby è un giovane e puro ragazzo di New York che incontrerà negli occhi di Vonnie lo specchio dei suoi desideri, ma la lontana Los Angeles avrà già intaccato l’anima della ragazza e il mondo dell’apparenza e dell’apparizione sta per prendere anche lo sprovveduto Bobby. Café Society è un complesso modo di rapportarsi alla classe a cui vorremmo appartenere e per la quale dobbiamo sacrificare qualcosa. Stare in questo mondo vuol dire scegliere e scegliere è un po’ morire. Uccidere noi stessi è lo scotto da pagare per restare vivi.
Un’opera malinconica e dal sapore nostalgico che parla dei favolosi anni del jazz per parlare di noi e delle nostre debolezze, di dove porta rinunciare ad andare con l’idea.



sabato 17 dicembre 2016

ROGUE ONE È DAVVERO UN FILM DI STAR WARS? [NO SPOILER]

Il secondo capitolo di Star Wars in due anni si discosta molto dai toni e dalle atmosfere del settimo episodio. Rogue One è un esperimento che vuole andare a tastare il terreno dell’universo espanso creatosi attorno al brand di Greorge Lucas. Cosa è successo dopo? Cosa è successo prima? Con un titolo fittizio la Disney ha cercato di mascherare una sorta di capitolo 3.5 (o 3.99, se preferite) che si fonda su una singola frase presente nei titoli di testa di “Una Nuova Speranza”. Costruire una storia convincente e senza forzature basandosi su un singolo inciso era un’opera complessa in partenza, ma dal punto di vista della trama Rogue One trova forse uno dei suoi punti di forza. Ineccepibili contesto, costruzione e sviluppo se inseriti nella continuità della saga principale. A rappresentare una debolezza per questo spin-off sono forse i personaggi, ben congeniati, artisticamente unici, ma terribilmente piatti nello sviluppo e nel background. I membri della spedizione sembrano capitare per caso nelle situazione in cui si trovano, in particolare la coppia Chirrut-Baze, e le loro motivazioni sono solo accennate. Sembrano essere mossi dagli eventi senza esserne davvero protagonisti. Questo limite trova la sua causa nella natura stessa del film e nella sua posizione rispetto agli eventi narrati in episodio IV. Comunque vadano le cose c’è un epilogo scritto nei titoli di testa del film virtualmente successivo e, nonostante questa predestinazione sia chiara fin dall’inizio, la costruzione delle basi del film nel primo atto sembra volta ad un approfondimento dei personaggi spalmato in tre film. Un ritmo del genere sarebbe stato perfetto per l’inizio di una trilogia, ma, quando ci si trova al cospetto di personaggi che si esauriranno cinematograficamente in un solo capitolo, sia la caratterizzazione che lo sviluppo degli stessi dovrebbe essere differente. Ci troviamo di fronte ad un problema di concetto figlio dei tempi che corrono, siamo abituati alle saghe a metà tra il cinema e la serialità e la stessa Disney ha ormai perso la bussola della costruzione di un’opera singola.


Tralasciando però i personaggi, anche l’incipit narrativo mostra delle lacune: l’atto preparatorio è costruito attraverso brevi sequenze in pianeti lontani che cercano di presentare prima la situazione frammentata per poi ridarle un senso generale nel momento della definitiva aggregazione dei membri del Rogue One. Questo modo di raccontare, all’intero di un contesto non immediato, non ha fatto altro che confondere e annoiare. Troppe location, troppi personaggi, troppe situazioni in ballo che male si sposano con la volontà e la necessità del film di intrattenere lo spettatore. Il tentativo di dare una struttura complessa all’opera è ammirevole, lo scorso anno si è sentita la necessità di svecchiare le strutture narrative classiche della serie, ma Rogue One non convince appieno nella costruzione confusa e nella mancanza di ritmo.


Dopo la metà però il film ingrana e comincia a montare un crescendo di azione, pathos e soprattutto Guerre Stellari. Viene messa da parte la costruzione per riversare in intrattenimento tutto ciò che era stato prodotto prima, e il risultato è davvero interessante. Poche location, pochi punti morti e un ritmo che non smette di accelerare verso un finale brillante, duro, ben strutturato e soprattutto verso ciò che segue la fine delle avventure del Rogue One, ossia il collegamento diretto che ci ricorda il sottotitolo del film: “A Star Wars Story”. In queste sequenze emerge la mano del regista che ci porta direttamente all’interno della guerriglia, ci mostra la violenza e non disdegna la morte.
Ma oltre quei tre minuti finali, cosa resta di Star Wars? Poco, ci troviamo di fronte all’unico capitolo cinematografico della saga che a mio parere potrebbe essere visto da chiunque senza eccessive difficoltà. Escludendo gli ultimi tre minuti, questo film presenta dei richiami solo secondari, di contorno, che affascineranno e faranno saltare dalla sedia i fan più convinti, ma che non saranno quasi mai necessari per arrivare al finale dell’opera. Gli elementi cardine della saga come l’eterna lotta tra Jedai e Sith e le battaglie a colpi di spade laser sono totalmente assenti. La Forza invece torna soltanto nel personaggio di Chirrut, senza particolari spiegazioni o giustificazioni, rappresentando prima un elemento di fan service per poi svolgere un ruolo fondamentale in una determinata situazione. Dopo Episodio 7, additato di essere un clone del primissimo capitolo, ci troviamo nuovamente di fronte ad un prodotto autoreferenziale che si rifà a e fonda la sua appartenenza al brand proprio sul quarto capitolo, lasciando intendere che quell’inizio della saga originale è ancora la scintilla che ci lega emotivamente a questa saga.



Rogue One è quidi Star Wars, ma non è Star Wars. È un film di guerra fantascientifica, è un film fantasy, è una storia interessante e lontana dagli stereotipi del genere, ma non riesce ad emozionare toccando le corde della saga storica, allontanandosi in questo anche dalla dimenticabile trilogia prequel. Preso come film parallelo alla narrazione principale, Rogue One vale una visione: ammalia, coinvolge, commuove. Non è un film di Star Wars, ma un film su Star Wars. Non ha l’anima dei padri, ma in un mondo di cloni nostalgici questo non è un male.

giovedì 15 dicembre 2016

IN GUERRA PER AMORE - LA STORIA SECONDO PIF

Arrivato al suo secondo lavoro, Pif sarà riuscito a bissare il successo mediatico del primo o avrà lasciato intravedere i difetti di una produzione molto poco cinematografica?
A tre anni di distanza dal primo amatissimo “La Mafia Uccide solo d’Estate”, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, torna a dirigere un lungometraggio per il cinema mantenendo le caratterizzazioni dei personaggi già viste nel precedente lavoro (Arturo Giammarresi e Flora Guarneri), ma facendo un salto temporale all’indietro ai tempi della liberazione della penisola italiana. Siamo a Crisafulli, ma siamo anche a New York, un mondo globalizzato stretto dal terrore della Seconda Guerra Mondiale. Filo conduttore Arturo, che viagga dal nuovo al vecchio continente per chiedere la mano di Flora, ma anche Lucky Luciano, celebre boss mafioso, che opera dal caldo di una cella per rendere più semplice il compito dei militari statunitensi, ma a che prezzo? Ancora una volta Pif dimostra di tenere particolarmente alla sua terra, andando ad investigare in prima persona in un ambito sempre sottovalutato dal punto di vista storico. Se per capire cosa siamo diventati dovremmo conoscere da dove veniamo, questo film ci riporta sui libri di storia per insegnarci un altro capitolo sconosciuto, ovvero il nesso tra lo sbarco degli alleati in Sicilia e la nascita e lo sviluppo della mafia in Sicilia.


Un film di critica socio-politica ha però bisogno di esprimersi secondo un linguaggio cinematografico degno per poter risultare efficace nel suo intento pedagogico. Ed è qui che “In Guerra per Amore” comincia a perdere colpi e a mostrare lacune purtroppo controproducenti rispetto alle premesse. La forma strutturata sul “Testimone” dello stesso Pif, che nel primo film aveva fatto la fortuna del regista riuscendo a sposarsi abilmente con il contesto e il tono con cui veniva raccontata la storia delle stragi di mafia, qui sembra spesso fuoriposto, un linguaggio fintamente allegorico e scanzonato che vuole nascondere senza risultati la durezza e la gravità del messaggio di cui il film è impregnato. Uno stilema che purtroppo non rende giustizia al materiale che realmente si celava nella sostanza dell’opera.
Altro punto a sfavore dell’opera di Pif è Pif, decisamente lontano rispetto ai toni cupi e il crudo realismo della guerra. Un’interpretazione che stona purtroppo con il resto della produzione e lascia intendere quanto una preparazione attoriale sia necessaria per poter costruire una pellicola fondata sulla veridicità storica e sulla naturalezza delle situazioni. Se nel primo film l’interpretazione personale del regista riusciva a dare all’opera un tocco di genuinità in più, se la sua voce fuori campo poteva fare da guida all’interno di un’evoluzione della storia nel tempo, nel secondo caso l’elemento personale, trattandosi si un’opera slegata dalla figura reale dell’autore, viene a decadere e le invasioni delicate e ingenue del narratore risultano in larga parte inutili. Con questa interpretazione Pif non riesce a trasmettere grandi emozioni al pubblico, ma funge soprattutto da collante tra i personaggi secondari e le loro storie. Sono infatti Andrea Di Stefano e Maurizio Marchetti a rendere importanti alcuni precisi momenti.


Detto questo resta il grande punto a favore dell’opera di PIf, ossia la volontà di raccontare un’altra storia. La storia è sempre stata legata alle interpretazioni e alle necessità di sviluppo successive. Abbiamo dimenticato molte storie in questa grande narrazione che probabilmente valeva la pena raccontare e tramandare. Forse era necessario ricordare l’altra faccia della medaglia dello sbarco degli alleati, come era necessario ricordare i nomi dei morti ammazzati dalla mafia. Dimentichiamo troppo spesso quando non ci rendiamo conto del collegamento tra il passato, il presente e il futuro. A quel punto, quando ci dimentichiamo di ricordare, nasce la necessità di istruire, e in questo il film non sbaglia.

A dispetto di un inizio claudicante, “In Guerra per Amore” monta un crescendo dall’ironia fanciullesca al crudo realismo violento e abominevole che culmina nel finale, in un trittico di scene riuscite, profonde e coinvolgenti. Alla fine Arturo Giammarresi aspetta seduto su una panchina, aspetta che qualcuno legga la sua storia, quella del luogotenente Catelli e della mafia in Sicilia. Una storia che per settant’anni è rimasta seduta ad aspettare su quella panchina. Un film da vedere per tutto ciò che va oltre la pellicola.

venerdì 9 dicembre 2016

2016: TOP 10 UNDERRATED ALBUMS

Uno dei pochi, pochissimi lati positivi dell’essere pendolare è quello di passare una discreta parte della giornata sui mezzi. E si sa che per il pendolare il migliore amico è il cellulare con annessi auricolari, perché il pendolare è un animale asociale. Questo quotidiano dondolio mi permette di ascoltare un buon numero di album nel corso dei mesi, quelli più attesi, di artisti famosi e meno famosi, album di debutto e non. A volte poi, si riesce perfino a scoprire qualcosa che in pochi conoscono. Ecco alcune delle uscite più interessanti del 2016 che magari vi sono sfuggite.


Suuns – Hold/Still
Be’ in realtà questi quattro ragazzi di Montreàl hanno una certa fama, conquistata in quasi dieci anni di ottima musica. In questo caso Hold/Still rientra nella categoria di quegli album notevoli – a mio avviso tra i migliori in assoluto di quest’anno – a cui purtroppo non è stato reso il riconoscimento che gli spettava. Il terzo album dei canadesi ha l’aspetto scarno di un qualcosa a cui è stato tolto con minuziosa precisione tutto il superfluo, lasciando solo l’ossatura, l’essenziale.
Da ascoltare: Instrument

Palmistry – Pagan
Pagan è quello che succede quando la club culture inglese fa una vacanza in Giamaica. Con il suo debutto – publicato non a caso per la Mixpak – Benjy Keating, a.k.a. Palmistry, ha sperimentato efficacemente una dancehall minimale che cattura immediatamente con la sua estrema semplicità, spesso nulla di più di un beat regolare e una voce sottile, a tratti sussurrata.
Da ascoltare: Club Aso



Africaine 808 – Basar
Altro esordio felicemente inaspettato del 2016, Africaine 808 è un progetto elettronico tedesco che con lì elettronica tedesca non ha nulla da spartire. O forse ha tutto da spartire. In perfetta sintonia con il suo titolo, Basar esplora gli angoli più lontani ed esotici del pianeta, ne cattura ritmi e melodie, strumenti e voci, e li modella intorno alla buona, vecchia techno europea. Uno degli album più variopinti dell’anno, una ventata di freschezza in un genere che ultimamente iniziava a odorare un po’ di chiuso.
Da ascoltare: Crawfish Got Soul

Lowtide – Lowtide
Questo album potrebbe non essere uscito proprio nel 2016. Sembra strano, ma si trovano così poche informazioni – per giunta contrastanti – su questo gruppo Australiano, che non sono riuscito a capire se il loro album di debutto è uscito nel 2016 o nel 2014. A prescindere da ciò rimane un bellissimo lavoro, etereo nel suo essere shoegaze ma orecchiabile – o come dicono gli americani, catchy – nelle sue melodie pop.
Da ascoltare: Held

Eluvium – False Readings On
Eluvium bazzica la scena ambient da parecchi anni, con lavori decisamente buoni e atri meno, ma sempre interessanti. Quest’anno però ha pubblicato quello che è probabilmente il suo miglior album, False Readings On, che è stato purtroppo quasi ignorato da critica e pubblico, nonostante endorsement di band di tutto rispetto come gli Explosions In The Sky. E nei mattini invernali, quelli un po’ malinconici, silenziosi, vuoti e colmi di pensieri, questa musica riesce sinceramente a commuovere.
Da ascoltare: Fugue State



Not Waving – Animals
La musica in Italia nel 2016 ha la faccia di Calcutta, Tommaso Paradiso e Niccolò Contessa. Questo per noi autoctoni almeno. Per chi ci osserva da fuori l’Italia ha tutta un’altra forma d’onda. L’ultimo disco di Lorenzo Senni ha come al solito ricevuto il plauso di critica e pubblico, d’altronde è stato pubblicato dalla Warp Records che, concedetemelo, ha una risonanza un po’ diversa da quella di Bomba Dischi. Senni non è la sola eccellenza italiana nell’elettronica, a fargli compagnia c’è il neofita del genere Alessio Natalizia, in arte Not Waving, che ha stupito un po’ tutti con un album acid-techno davvero notevole.
Da ascoltare: 24

Yeti Lane – L’aurore
In questa multietnica non-classifica trova il suo spazio anche la francia, troppo spesso snobbata – specialmente da noi cugini d’oltralpe – per quanto riguarda la musica. A nostra discolpa possiamo dire che non sono troppo bravi a farsi pubblicità. Gli Yeti Lane sono pressoché sconosciuti, quasi del tutto ignorati anche dalla stampa specializzata. Ed è un peccato, perché il loro ultimo album, L’aurore, è un viaggio psichedelico a cui non si rimane indifferenti.
Da ascoltare: Good Word’s Gone

Xenia Rubinos – Black Terry Cat
La musica jazz fa sempre una certa fatica ad arrivare al grande pubblico, è cosa ormai nota. Gli artisti che riescono a renderla appetibile ad un gran numero di persone sono più unici che rari, e in genere riescono nel loro intento facendole oltrepassare i confini di genere. Innegabilmente l’album jazz che ha avuto più eco in questi mesi è l’ultimo lavoro di Esperanza Spalding, Emily’s D+Evolution. Un altro album, decisamente pop, ma con spunti jazzistici interessanti, è Black Terry Cat della statunitense Xenia Rubinos; piacevole e ancora una volta scarsamente considerata sorpresa della scorsa primavera.
Da ascoltare: Right?



Let’s Eat Grandma – I, Gemini
Uno dei nomi di band più inquietanti e malati di sempre nasconde il debutto più dolce dell’anno. Dietro Let’s Eat Grandma si celano due ragazzine inglesi, Jenny Hollingworth e Rosa Walton, entrambe nemmeno diciottenni, che hanno confezionato un album pop dai colori freddi e notturni. La giovane età non deve far però presupporre superficialità o mancanza di sperimentazione, anzi. I, Gemini è un album forse fin troppo eterogeneo nella sua mescolanza di generi e influenze, ma mantiene sempre una sua coerenza interna. 
Da ascoltare: Deep Six Textbook

Mothers – When You Walk A Long Distance You’re Tired

Ormai tutto è indie e, di fatto, nulla lo è più. Come per il cosiddetto alternative, che non si sa più bene a cosa fosse alternativo, si è perso il concetto di indipendenza (se mai c’è stata un’indipendenza) che dovrebbe contraddistinguere questo genere. Per un qualche misterioso motivo però, alcuni gruppi sembrano suonare autenticamente indie, qualunque cosa ciò voglia dire. Tra questi ci sono i Mothers, al loro debutto con un album il cui titolo sprizza hipsteria da ogni poro. Hipsteria su cui si chiude un occhio quando si ascoltano pezzi come Too Small for Eyes.

Marsha Bronson

sabato 3 dicembre 2016

BENIGNI, IL REFERENDUM E LA FINE DEL MONDO

In quest’articolo parleremo non a sproposito del referendum, ma non proprio del referendum. Piuttosto di tutto quello che negli ultimi mesi ha ruotato attorno a questo centro di gravità passeggero. Quindi non aspettatevi analisi dettagliate del testo della costituzione, prese di posizione nette e tentativi di convincimento da una parte e dell’altra. Parleremo di Renzi, di Benigni, di Salvini, del diritto al voto, di Trump e della democrazia. Quei discorsi che sembra dicano tutto e poi non lasciano nulla, insomma. Magari tentando un piccolo pronostico personale alla fine del discorso.

Esempio di campagna referendaria pertinente

Partiamo dallo spatentato Benigni; autore, cantante, artista, diavolo un po’ redento, un po’ decaduto, un po’ il contrario di Troisi. Troisi era schivo, evitava la ribalta e spremeva - poco - il suo genio nei suoi alloggi. Si svegliava sempre all’una, ironizzava sull’Italia della Prima Repubblica che prendeva una direzione decadente e ammirava Pasolini per la sua capacità di imporsi trasversalmente nell’eterna lotta della comunicazione dei propri pensieri. Benigni invece ha espresso i suoi pensieri, generando critiche da destra e da sinistra e dal centro. È giusto rendere pubblica la propria posizione politica quando si ricopre un ruolo mediatico del genere? “Tendenzialmente” sì, quando però si riesce a far valere la propria posizione di superiorità intellettuale anche nella conformazione del pensiero, quindi come Pasolini, non come Benigni. Il coming out dell’enorme Toscano è arrivato a pochi giorni da un’altra presa di posizione pubblica, quella di Robert De Niro, che, ancora in piena campagna elettorale per la Casa Bianca, ha espresso il proprio dissenso verso Trump con parole durissime. Perché dunque abbiamo riso e condiviso a raffica il video di De Niro per poi bistrattare il poverello nostrano? Ci ho riflettuto abbastanza e sono arrivato alla conclusione che amiamo lo scontro mediatico, amiamo e parole pesanti tra persone che perdono la faccia per metterla a servizio di un’opinione scomoda e detestiamo aspramente ogni sorta di collaborazionismo tra il mondo intellettuale e il potere. De Niro si è pronunciato “contro” e questo è stato il vero motivo per il quale il mondo ha sposato la sua causa. Tutto il mondo tranne i diretti interessati al voto presidenziale, che non hanno evidentemente apprezzato il video dell’attore, alla luce della vittoria del biondo imprenditore. Quindi tutto questo per dire che probabilmente l’azione di Benigni potrebbe portare comunque un beneficio alla proposta referendaria, considerando che l’importante è che se ne parli.


Poi Renzi, Salvini, Grillo, JP Morgan e il governo tecnico. Domani andremo a votare per il referendum costituzionale, ma l’intera campagna referendaria si è giocata con lo spettro delle future elezioni sullo sfondo. Elezioni che probabilmente non vedremo a breve, ma che tutta l’opposizione italiana si auspica da tempo per mandare a casa quel tizio coi dentoni. Quindi Renzi a casa, sì o no? No, perché sostanzialmente abbiamo smarrito il senso del referendum. Da buona repubblica parlamentare, noi cittadini siamo chiamati ad eleggere direttamente camerati e senatori che si occuperanno di legiferare con il nostro tacito assenso dato dal voto. Questi onorevoli sono guidati da leader politici che tentano, talvolta invano, di dare una parvenza sistematica al loro partito, di far credere alla popolazione che migliaia di attivisti e politici possano pensarla alla stessa maniera sui temi più scottanti della vita in comunità. In questo modo, noi comuni cittadini ci affidiamo alle promesse elettorali, ai comizi e agli slogan di queste formazioni per decidere un voto in linea con i nostri principi. E questo è basilarmente il funzionamento delle elezioni ordinarie, ma il referendum è altra cosa. In questo caso siamo chiamati ad esprimere direttamente un parere nostro su di una questione ben precisa; e anche quando ci viene raramente data la possibilità di esprimere il nostro pensiero in merito ad una proposta, ci affidiamo alla guida degli stessi gruppi politici di prima. La democrazia diretta che diventa un’altra democrazia rappresentativa. L’iter del voto referendario è altra cosa, possiamo cercare di capire meglio le ragioni del sì e del no, possiamo seguire i dibattiti in tivù, ma tutto deve necessariamente passare dalla lettura diretta della fonte, della riforma. Soltanto a quel punto, una volta maturato un pensiero personale sulla faccenda, possiamo pensare di essere consapevoli e pronti ad una decisione del genere. Ma capisco che la stragrande maggioranza della popolazione italica non sia nella posizione di informarsi fino a questo punto e la stessa informazione, se non supportata da conoscenze pregresse di diritto e costituzione italiana, potrebbe non riuscire a produrre una soluzione definitiva. A questo punto, e solo a questo punto, nasce la ricerca di una parte referendaria che mi accolga nelle mie perplessità e che mi guidi al voto in maniera semiconsapevole. E non ha caso ho detto “parte referendaria” e non “partiti”, perché i partiti non esistono a questo punto, esistono solo le parti, fomentate da individui talvolta un po’ beceri, questo sì. Credo che Salvini sia arrivato a scrivere sulla sua pagina Facebook qualcosa come: “Il prezzo della mia carta igienica di fiducia è aumentato di 5 centesimi. Anche per questo #iovotono #renziacasa”. Quindi vi lascio immaginare la pertinenza referendaria delle discussioni negli ultimi tempi. Se poi vi trovate nella scomoda situazione di avere il cuore diviso, cioè di pensare che il testo del referendum sia accettabile, ma di credere anche che la scelta partitica sia la cosa migliore da fare o viceversa, fermatevi a riflettere: se il vostro leader politico di rifermento fosse schierato dall’altra parte, cambierebbe il vostro voto? In caso di risposta positiva vi inviterei a ripensare la vostra posizione, e anche la vostra libertà intellettuale. Oppure potreste anche non votare.


Il non voto non è sempre la scelta sbagliata. Siamo in democrazia, la nostra struttura statale è fondata sulla partecipazione della collettività alla cosa pubblica, votare è davvero importante, MA quanto vale un voto per simpatia? MA quanto vale il voto di una persona che non compreso o addirittura non ha letto il testo della riforma? MA che senso ha la partecipazione del voto quando il voto non ho partecipato ma dovuto? Siamo chiamati a modificare una parte sostanziosa della costituzione senza avere i fondamenti pregressi per comprendere appieno il peso della nostra scelta, non essendo in larga parte costituzionalisti col brevetto. Quindi, se questa responsabilità vi sembra eccessiva, se non vi sentite in grado di prendere una decisione che si preannuncia così importante non andate a votare, semplicemente. Anche fare un passo indietro è parte della vita democratica.

La musica italiana in una foto

Che poi io votai Lorenzo Fragola in finale ad X Factor 8. Davvero vi affidereste al mio giudizio sulla riforma?


Gli ultimi sondaggi ufficiali davano il No in vantaggio per 57 a 43 punti percentuali. A questo punto resto combattuto, si direbbe una probabile vittoria del fronte disunito del No, ma le presidenziali americane insegnano. E, per rimanere nell'ottica popolare, Renzi è un po’ come Trump, che è molto come Berlusconi: la gente ha il coraggio di votarlo solo nella segretezza dell’anonimato del voto. Se vincesse il Sì saremmo più vicini alla fine del mondo. se vincesse il No saremmo più vicini alla fine del mondo. Alla fine la fine del mondo rimane dov’è, siamo noi che le corriamo incontro in ogni caso. Gli attuali partiti dureranno meno della riforma, pensate bene al vostro voto, anche la Democrazia Cristiana è finita. 

Tutto finisce, qualcosa rimane solo un po' più a lungo

martedì 29 novembre 2016

LE CARTE SBAGLIATE

Il sette di cuori

Il re di picche

Il tre di bastoni

Un disegno imbrobabile

Un cavallo svogliato

In assenza di altro giocai la mia carta




Avevo un pensiero e solo quello in mano, un pensiero mio era quello che restava. Giocavamo da molto, il fumo invadeva la stanza e sbiadiva i colori. Il grigiore unificava il tavolo lercio. Giocai la mia mano, sollecitato da destra, poi da sinistra. Giocai impaurito, poggiai con cautela per non infastidire il signore sulla carta di sotto, ma il pensiero mi tornò in mano. Ancora un invito. Ripresi il pensiero, lo fissai e lo scagliai con forza, convinto di averlo ben impresso al centro dell’attenzione, ma come un boomerang il pensiero mi tornò in mano. Una voce si alzò spazientita. Imbarazzato e colla fronte corrucciata presi deciso il pensiero mio e lo sbattei con forza sulla cima di carte usurate,e lì rimase. Alzai lo sguardo nella nebbia per cercare qualcuno, ma ognuno si guardava bene dal mostrare gli occhi sotto i copricapi sgualciti. Abbassai allora lo sguardo sul tavolo e non trovai più la mia carta; era scomparsa, resasi invisibile sulla pila delle altre. Il gioco continuò. La mia carta si era persa nel fumo di sigaretta e alcool, unificata col tavolo lercio di giocatori perduti.

domenica 27 novembre 2016

DAREDEVIL, SALVINI E LA PISTOLA DI BUONANNO

Mesi fa si è fatto un gran parlare della legittima difesa, della possibilità di scaricare un intero caricatore nella schiena di un presunto rapinatore per poi essere completamente assolti. Il dibattito di un momento, che aveva risvegliato l’opinione pubblica in difesa dei soliti pensionati, dei soliti braccati da Equitalia, dei soliti ultimi incappati nella medesima situazione tipo. Una serie di sfortunati eventi aveva aperto le porte ad un confronto tra diverse fazioni: chi voleva una revisione della legislazione in merito, chi cercava di avere una visione più ampia degli eventi e chi invece aveva approfittato ancora della situazione per carezzare con sguardo avido, bramante di potere, la pancia ignara dell’elettorato più reazionario, quello che non è né di destra né di sinistra, ma genuinamente fascista nell’animo.


Noi di InsideMAD siamo sempre sul Pezzo, sulla cresta dell’onda, come avrete intuito, ma talvolta ci prendiamo dei tempi per riflettere e per cercare di capire le cause e gli effetti collegati ad una complessa situazione e riuscire ad avere un’opinione quantomeno coerente, quantomeno non determinata in toto dalla somma del momento e di ruggini ammuffite nel profondo. Quegli scheletri che ci abitano e aspettano le piccole porte della realtà per mostrare i denti digrignati alla luce della luna. Ma facciamo un passo indietro: Daredevil, seconda stagione.
Personalmente ho apprezzato maggiormente la prima stagione di Daredevil, serie Netflix che ha ristabilito la giusta posizione per i supereroi sul piccolo schermo, per una coerenza narrativa maggiore, per la tangibilità della minaccia corrente e per lo sviluppo controllato e incentrato soprattutto sulla vita da avvocato cieco di Matt Murdock. Ma anche la seconda, pur vivendo di alti e bassi, raggiunge dei picchi notevoli, che presi singolarmente magari potrebbero apparire finanche più intensi rispetto alle sequenze più cariche di pathos della prima stagione. Uno di questi picchi è indubbiamente il duello verbale (e a tratti fisico) tra Daredevil e The Punisher sui tetti in buio e mattoni rossi di Hell’s Kitchen. I due personaggi, contrapposti seppur schierati sostanzialmente dalla medesima parte, si scontrano sul valore della giustizia e sul rapporto che essa instaura con la vita privata del cittadino; come si coniuga la legge scritta rispetto alla realtà che da essa dipende negli effetti. Ci troviamo di fronte a due paradigmi differenti alla base, che propongo due concezioni diverse di giustizia inevitabilmente condizionate dagli sviluppi personali dei due vigilanti della notte. Daredevil, alias Matt Murdock, si rifiuta, nei suoi agguati notturni, di colpire per uccidere, perché ritiene ancora sacro il valore della giustizia come elemento super partes riconosciuto da una comunità che si rifà ad uno stemma,una bandiera un segno comune. Questa scelta di vita lo porta a collaborare con le autorità e a legare indissolubilmente il suo lavoro notturno con quello diurno di avvocato presso la Nelson and Murdock. Dall’altra parte invece, The Punisher, all’anagrafe Frank Castle, segnato profondamente dall’esperienza personale tra la Guerra del Golfo e la morte violenta dei familiari, sceglie di farsi giustizia da sé, seminando il terrore per le strade di New York alla ricerca dei mandanti del massacro che ha coinvolto la moglie e il piccolo figlio. La sua terribile ira sanguinolenta non sarà placata finché la causa del suo inferno in vita non avrà un volto e un nome.
Ci si para dinanzi uno scontro gerarchico tra due modelli societari: uno, quello dell’eroe, pone in cima la legge e da essa fa derivare il comportamento dei cittadini, anche quando questi scelgono di vestire i panni dei vigilantes, l’altro invece, quello dell’antieroe, inverte l’ordine appena descritto ponendo il singolo uomo al di sopra della convenzione comune perché l’unico in grado di esercitare realmente una forma consona di giustizia, quanto più vicina a quella divina.

Giustizia è anche avere le mani legate

Con le dovute proporzioni, senza vigilanti, palazzi insanguinati e avvocati ciechi che combattono orde di ninja, credo possa reggere un paragone tra lo scontro ideologico proposto nella serie tv e il dibattito diffusosi in Italia pochi mesi fa, e mai realmente sedatosi, in attesa di altra legna per alimentare il fuoco dello slogan politico. Abbiamo visto uomini di legge indignarsi davanti alle telecamere perché agli uomini fosse riconosciuta la possibilità di oltrepassare quel limite della giustizia penale in casi particolari, perché fosse invertito l’ordine del reale, per finire in un immaginario in cui la legge non è assoluta, ma muta nel rapporto con l’individuo di situazione in situazione. Abbiamo visto orde di cittadini, non più accomunati dalla bandiera della legalità, ma neanche da quella dell’anarchia, accogliere a braccia aperte queste proposte superficiali perché il momento non ci offriva nient’altro che la rabbia di morti ingiuste.

Non voglio in nessun modo giustificare un individuo che, magari armato, si introduce a casa di altri con l’intento di sottrarre beni materiali che magari hanno avuto bisogno di giornate di fatica e sudore per essere acquistati, anzi. Non voglio neanche colpevolizzare coloro che, in presenza di una presenza estranea in casa loro, hanno ceduto alla paura del momento e hanno fatto fuoco ferendo, uccidendo un altro essere umano. Esiste però una precisa legislazione e, che voi possiate considerarla giusta o sbagliata, modificabile o migliorabile, essa deve sempre essere al di sopra della situazione corrente, per permettere l’uguaglianza, la giustizia e il rispetto di ogni parte coinvolta, anche quando sembra che la ragione sia sbilanciata in maniera assoluta. Perché questa è la società che abbiamo e questo il modello scelto. E se non ci piace, la via è un’altra, quella dell’uomo con la pistola in TV che propone ai suoi concittadini di armarsi per poter essere un giorno in grado di vestirsi di divinità e giustizia per scacciare l’invasore. La vecchia favola, polvere e mandirani del defunto West.

venerdì 18 novembre 2016

X FACTOR, CRANIO RANDAGIO E I DAIANA LOU

Ricapitoliamo: la puntata di ieri di X Factor si è aperta con un omaggio sincero a Cranio Randagio, rapper ventiduenne scomparso pochi giorni che aveva tentato la fortuna alle scorse audizioni del programma, arrivando fino agli Home Visit. La serata era divisa in tre manche dalle quali sarebbero stati estratti i tre cantanti meno votati, di cui solo uno sarebbe rimasto in gara. Doppia eliminazione, se non fosse stato per i Daiana Lou, duo della categoria del novello Soler, i quali hanno deciso, pochi secondi prima del verdetto finale, di abbandonare lo show adducendo a mio parere due motivazioni distinte, una personale e una legata alla costruzione del programma: sarebbero infatti stati eccessivamente caricati di aspettative al punto da smarrire loro stessi nel corso delle ultime settimane e non avrebbero apprezzato l’introduzione del commiato al defunto Cranio nel contesto commerciale di XF. Se sulla prima motivazione non possiamo esprimerci, la seconda ha acceso gli animi degli spettatori e dei giudici, specialmente in seguito agli imbarazzanti momenti morti che hanno seguito l’annuncio del ritiro. In pochissime ore se ne sono dette tante, forse troppe, senza aver probabilmente colto il nocciolo della questione.


La critica può essere più profonda, e passa dall’idea del talent, dalla nostra concezione di celebrità e dalla sottile differenza tra ciò che è giusto e ciò che è accettato. Dove XF mostra il fianco di una costruzione artistica ineccepibile è nei daily, ossia l’appuntamento quotidiano in cui ci vengono mostrate le (dis)avventure dei giovani aspiranti artisti e al contempo ci viene proposta una loro immagine, quella che i produttori e i responsabili del programma vogliono che venga associata ad ogni singolo concorrente. Ed è da questa che si sviluppa poi l’empatia naturale che proviamo per i ragazzi e che ci spinge a votare con il tasto verde del telecomando. Un’empatia naturale che quindi naturale non è. Tutto ciò per promuovere a livello commerciale un programma che si pone due scopi primari: guadagnare dallo show e favorire la nascita di nuove proposte della musica pop; obiettivo, questo secondo, che a sua volta nasconde uno scopo commerciale a favore delle Sony, che detiene i diritti dei concorrenti. Possiamo quindi riassumere che l’intero sistema XF sia una macchina costruita per produrre denaro e che i concorrenti potrebbero trovarsi nelle condizioni favorevoli di emergere attraverso lo show, ma nella maggior parte dei casi rimangono schiacciati dall’ingranaggio della macchina che diventano loro stessi. Contribuiscono, con la svendita della loro immagine e con la fatica di un’aspettativa popolare crescente, ad arricchire le tasche delle stesse persone, guadagnando talvolta un briciolo di visibilità.


In questo sistema, come in generale nel nostro moderno e capitalistico impianto televisivo, tutto è concesso, dalle urla alle risse, dall’esaltazione di storie familiari che fanno audience alla censura nei confronti di Danilo D’Ambrosio, dalle celebrazioni della morte di un  ragazzo ventiduenne al product placement delle Fonzies. Tutto è giusto ciò che porta guadagno, ciò che rimane in linea con la logica dello spettacolo. I Daiana Lou hanno denunciato anche questo, la mercificazione dell’uomo al commercio. La stessa mercificazione che, abbracciando lo show in Toto, ha inglobato nella vendita di prodotti commerciali anche un’iniziativa che voleva essere sincera e trasparente. Il duo di Berlinesi si è posto di traverso rispetto al fiume di denaro che ieri scorreva frusciante e il sistema gli si è rivoltato contro, accusandolo di non saper stare al gioco, di non avere chiare le regole che la competizione comporta, di non avere rispetto per Cranio Randagio - citato, a detta dei detrattori, come giustificazione poco convincente - e per tutti coloro che contribuiscono alla produzione di XF dietro le quinte. Fedez li ha criticati, dimostrando di essere la parte più lubrificata di questa macchina, Agnelli ha provato a giustificare la loro scelta, Soler è rimasto spiazzato, Arisa ha gioito per la sopravvivenza di Loomy, suo adepto. Nessuno si è messo in discussione di fronte ad un’accusa che, pur essendo poco strutturata nella forma, prendeva di mira tutti, giudici compresi, spettatori compresi.
Che ci siano delle regole per stare al gioco della televisione è chiaro, che si debba scendere a patti con questo sistema è ovvio, che questo sistema abbia in sé la verità è alquanto discutibile. Non è un caso che la critica più profonda rivolta a XF sia arrivata da una coppia di ragazzi che finora avevano vissuto nell’accesa Berlino, cantando per strada, senza regole e senza sovrastrutture. È comprensibile come l’animo libero di due persone che hanno scelto di non stare alle norme del consumismo della nostra società malata sia poi emerso alla lunga in un processo asfissiante. Si potrebbe obiettare che due individui così al di là delle convenzioni avrebbero dovuto pronosticare questo percorso forzato, ma tentare e sbagliare fa parte della vita; la perseveranza della sistematicità è ben più condannabile. E se il sistema corrente non fosse l’unica via per l’espressione artistica? E se su quel palco ieri sera due ragazzi avessero avuto ragione e il resto dell’arena torto? Se ciò che è socialmente tacitamente accettato perché all’interno dell’ottica corrente sia profondamente sbagliato?
Ma il complesso è più grande, si sostiene da sé con i numeri e con il contributo di ciò che ruota attorno, come l’articolo di Domenico Naso del Fatto Quotidiano, che definisce la scelta dei Daiana Lou una “Mossa fin troppo ‘Paracula’”, mancando il bersaglio di qualche miglio. Oppure il commento di Michele Monina, sempre dal Fatto.
E pensare che la serata si era aperta con un bel pezzo e con un gran testo che prendeva di mira proprio quel sistema in cui chi è in grado si cedere può vendersi, chi invece non cede è messo da parte, come ha fatto Fedez con i Daiana Lou, come Cranio Randagio.



Ho tolto i sassi dalle scarpe
e levigato i calli
da roma nord fino alle Ande
diventando grande
Ho fatto passi in queste lande
degni dei giganti
per ritrovarmi in ogni caso
a casa fra le carte
E cantami il tuo nuovo pezzo
mi diceva mamma
mentre singhiozzava nella stanza
mi chiedeva di portarle il testo
che non mi capiva poverina
aveva testa altrove
affitto e la benzina
Io che mi detesto perché ho perso anche le tracce di me stesso
faccio tracce su me stesso non vedendo mai una lira
ci litigavo ma è normale
lei mi vuole ai talent
dice che il talento vale doppio quando è in copertina
Non ci arriva che mi dovrei ricoprire di mantelli come Harry fino a scomparire
qua la fama è fieno nel fienile
e se il fattore arriva infilza col forcone fotte tutte le tue aspettative
è facile perire

Io volerò, io volerò via 
come un gabbiano pure se il petrolio mi pesa sul dorso smorzando la scia
io volerò via, io volerò via
perché nel cielo c'è molto di più
che in questa terra sbranata da gru
che in questo oceano sempre meno blu
Dammi un motivo per restare
per mollare l'ancora
qui dove tutto è un detestare
ciò che l'altro fa
Ci hanno oppressi per testare
quanto è forte l'anima
per quanto a pezzi possa amare
un giorno spirerà
cammino fra le spighe come Russel
slacciando le corazze perché non mi serviranno, casa mia è sicura
ma quanto può far male dopo anni di battaglie ritornare a casa
e ritrovare gli affetti in cenere scura?
eh? eh? ma quanto cazzo è dura?
In questa stanza sono tutti
il nuovo Ed Sheeran
la bella voce, la chitarra, la faccia pulita
io che stavo ribaltato fino al giorno prima
triturato sopra un marciapiede a rifiutar la vita
Guarda mamma sono in tv come molti divi
fra chi sta senza obbiettivi tranne il flash di un obbiettivo
ma tra 'sti morti vivi c'ho trovato qualche amico
adesso suona insieme a me
accompagnato da buon vino
E ho fatto buon viso a cattivo gioco
riso del maremoto che mi limitava l'aria
ma intanto fra 50 mila
sto tra i primi 24
ma non sarà certo X Factor
a dirmi quanto valgo
La gente si dimentica
si scorda in un secondo
anche soltanto che tu possa stare al mondo
ma come disse un sommo dall'alto del suo intelletto
non puoi fermare il vento
solo fargli perder tempo

Io volerò, io volerò via
come un gabbiano pure se il petrolio mi pesa sul dorso smorzando la scia
io volerò via, io volerò via
perché nel cielo c'è molto di più
che in questa terra sbranata da gru
che in questo oceano sempre meno blu
Dammi un motivo per regnare
mica una corona
voglio spiccate tra la gente
dirgli che funziona
quando dai tutto per qualcosa
fino alla psicosi
prima o poi si esulta,
te lo giuro si
ci spero ancora
dai spalancami le porte
parlo con te il vero sovrano
di sta roba, quello che ascolta e diffonde
io ho qualcosa di importante
da dovervi raccontare
nessun non ce la farai
vale quanto un non mollare