giovedì 31 marzo 2016

FIVE BY FIVE #12 - CHANGE YOUR MIND

Se la tua idea su un qualsivoglia argomento è la stessa da più di sei mesi, allora non sei una persona coerente. Almeno questo pensavo sei mesi fa. Ogni tanto penso a quanto i miei gusti musicali siano cambiati nel corso degli anni; a quanti gruppi “storici” ho smesso di ascoltare, a quanti nuovi generi a cui mi sono appassionato facendo abiura di idee di cui ero convintissimo fino a pochi mesi prima. Per non parlare degli scheletri negli armadi, nei cassetti e forse qualcuno pure nelle tasche. Di questo magari parleremo un’altra volta, non so se sono pronto. Ad ogni modo, come forse avete inteso, questa puntata è dedicata ai ripensamenti, a quegli album o artisti che mai avrei pensato di ascoltare e che invece ora sono tra i miei preferiti, ma anche alle vecchie fiamme che il tempo ha spento o quantomeno affievolito. Quanto sono poetico oggi, mi commuovo. Forse è il caso che la smetta, prima però musica!



Rival Dealer – Burial (2013)
Quando ero giovane e ingenuo ero tra quelle perone noiose e un po’ stupide secondo cui la musica ha senso solo se suonata. Poi ho ascoltato i The Knife, ma questa è un’altra storia. Una volta battesimato a questo genere ho cominciato ad addentrarmi maggiormente negli abissi musicali della sperimentazione. Quello che vi propongo oggi è qualcosa che si spinge ben al di là della musica elettronica “classica”. Burial è un produttore inglese e negli ultimi dieci anni ha avuto l’incredibile capacità di creare un suo personalissimo sound, fatto di suoni e rumori captati dall’ambiente circostante e assemblati tra loro in un modo che solo lui poteva fare. Fruscii, rumore di pioggia alla Massive Attack, stralci di telefonate ad amici ignari, sample vocali, percussioni impercettibilmente imprecise, lo-fi, tutto crea nell’ascoltatore un’immagine inconfondibile. Rival Dealer è il suo ultimo lavoro, risale al 2013. Come Down To Us è una perla.



Good Kid m.A.A.d. city – Kendrick Lamar (2013)
Il mio primo disco Hip-Hop. Sì, sono uno dei pochi che compra ancora dischi. E no, non i vinili da hipster borghesi, intendo dischi in quel formato bellissimo che è il CD, tipico degli anni ’90 a cui orgogliosamente appartengo. Tornando a Kendrick, a differenza di Burial questa è una passione molto più recente, nata da un ripensamento continuo lungo tutto lo scorso anno. Good kid è il secondo album del rapper di To Pimp A Butterfly ed è probabilmente essenziale per capire fino in fondo quest’ultimo abum. Quindi ascoltatelo.



America Idiot – Green Day (2004)
Ahia. Ahia. Qui ho un po’ paura quindi metto subito le mani avanti: non penso che American Idiot sia un brutto album, semplicemente credo di averlo decisamente sopravvalutato durante la mia adolescenza. L’album funziona, dall’inizio alla fine e certi pezzi sono davvero interessanti, ma non regge il confronto con altri album dello stesso periodo, in termini di “spinta in avanti”, di esplorazione sonora, probabilmente perché non era quello il suo intento. Rimane comunque un album importante per quanto riguarda la mia personale crescita musicale, ma difficilmente lo ascolto ora. Non vi metto il link perché tanto lo conoscete, figliuoli.
P.S. Per inciso, mi piacc…piacevano i Green Day, non prendetemi per snob, Dookie era e rimane un grandissimo album.



Hail To The Thief – Radiohead (2003)
La prima volta che ho ascoltato i Radiohead ho ascoltato proprio quest’album e, detto francamente, mi aveva fatto abbastanza schifo. A mia discolpa posso dire che avevo 11 anni. Il resto è storia, mia almeno: i Radiohead sono una delle mie band preferite, forse La preferita, e i loro album sono gli unici che rimangono fissi nella scheda sd del mio cellulare, in mp3 a 320kbps e guai a chi li tocca.
È difficile consigliarvi una canzone in queste circostanze, questa è una delle mie canzoni preferite e meno conosciute dell’album: Scatterbrain.



Pool – Porches (2016)
A volte le idee possono cambiare davvero velocemente. Pool è l’ultimo album dei Porches, in cui il gruppo statunitense si è spostato verso sonorità decisamente synthpop che ad un primo ascolto mi avevano lasciato perplesso. Lo so, lo so, non basta mai un solo ascolto ma a volte me lo scordo. Un paio di settimane fa, su consiglio di un amico gli ho dato una seconda possibilità: ancora non posso dire che mi abbia entusiasmato ma posso dire di essere stato superficiale nel liquidarlo come poco interessante, quindi lo consiglio, soprattutto il singolo che è davvero un bel pezzo.

Per concludere, siccome mi piace seminare zizzania svelo un oscuro segreto del mio passato e del mio presente: non apprezzo e non ho mai, ma proprio mai apprezzato i Linkin Park. BOOM.
Alla prossima, la corte si aggiorna.

Marsha Bronson


martedì 29 marzo 2016

IL MIO AMICO TOTORO

Due premesse prima di addentrarci nel mondo che ha regalato a Miyazaki e Takahata la loro storica mascotte: una di carattere genealogico e una riferita all’accoglienza e allo sviluppo della critica nei confronti di questo capolavoro nel corso di questi anni.
Per comprendere a fondo il carattere celato e il messaggio di questo film è bene analizzare la situazione dello studio Ghibli in quel periodo e gli eventi che accaddero in concomitanza con lo sviluppo de “Il mio Vicino Totoro”. Hayao e Isao, i due fondatori dello studio d’animazione, dopo i successi della distribuzione di “Nausicaa della Valle del Vento” e della produzione di “Laputa, il Castello nel Cielo”, decisero di sposare due progetti paralleli, di coadiuvarsi e di cominciare una sperimentazione personale che li avrebbe portati a sviluppare le loro doti in due tendenze opposte, ma non antitetiche. Per verificare questa duplice visione era necessario lavorare a due progetti che potessero in qualche modo mostrare dei punti di contatto. Per questo motivo mi risulta difficile parlare di Totoro senza chiamare in causa “La Tomba delle Lucciole” (precedentemente “Una Tomba per le Lucciole" e uscito da noi soltanto pochi mesi fa). Credo infatti la chiave di lettura dell’opera in esame si trovi principalmente nel confronto tra i due lungometraggi: il punto di contatto principale tra i due film, tralasciando le analogie come determinate caratteristiche del duo di protagonisti, è la sofferenza vista da una prospettiva fanciullesca. Entrambi i lavori infatti si focalizzano sulla descrizione delle reazioni dei protagonisti nei confronti di un evento tragico che li ha coinvolti ed inevitabilmente, data la loro giovane età, travolti. La differenza principale invece è evidente nel tono e nella portata della tragedia: da una parte la malattia di un genitore e dall’altra la resistenza inerme ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Ciò porta ad una notevole distanza stilistica che alla lunga si imporrà come consuetudine per i due fondatori. In ogni caso questa peculiarità riguardante lo sviluppo di Totoro dimostra la serietà delle tematiche di fondo che reggono l’intera impalcatura solida e fantasiosa e si ricollega alla seconda premessa, ossia l’accoglienza ottenuta nel tempo. I critici hanno sempre definito questo film un ripiego del regista verso un pubblico più giovane, una ripresa edulcorata dei suoi precedenti lavori. Questa credenza credo sia d’attribuire principalmente al personaggio di Totoro, simpatico orsacchiotto-procione che trasporta le protagoniste, Satsuki e Mei in un mondo fatato. Spesso questa figura, presa poi come immagine dell’intera compagnia, soprattutto a causa del merchandising sostenuto in questi anni, eclissa la trama, la narrazione, i personaggi secondari e quindi inevitabilmente anche le metafore che questa pellicola cela ad uno sguardo meno esigente. Credo quindi che chi ancora etichetta questa pellicola storica dell’animazione mondiale come favola per bambini abbia visto frainteso una parte delle intenzioni del maestro Miyazaki.


Due bambine, accompagnate dal loro padre sbadato ma amorevole, traslocano in aperta campagna, nell’hinterland di Tokio, principalmente per avvicinarsi alla madre malata e ricoverata in una clinica a poca distanza dalla loro nuova abitazione. Subitamente però emerge un’altra motivazione legata in maniera più stretta alle due piccole protagoniste, ovvero la ricerca di spazi vitali. Fin dal principio infatti le due sembrano giovare della libertà concessa dalla nuova realtà di vita, quasi a voler porre un paragone complesso in cui uno dei due termini è omesso. Si tratta della città, luogo di provenienza della famiglia, che probabilmente poteva rappresentare in precedenza una costrizione strutturale notevole, soprattutto per la più piccola Mei; ed è proprio grazie ad una nuova scoperta del mondo che la bambini raggiunge la magica conca di Totoro. Il tema della natura torna quindi all’interno di un’opera di Miyazaki dopo “Nausicaa della Valle del Vento” e “Laputa, il Castello nel Cielo”. L’autore torna a significare questo ambiente e a contrapporlo, stavolta implicitamente, all’asfissia di una sovrastruttura, un modello di vita.
Appena arrivate nella nuova casa, le due bambine rimangono di stucco rispetto agli sfuggenti Nerini del Buio, che si riveleranno poi essere Corrifuligine. La loro vera natura di esserini animati, portatori di polvere che albergano nelle case disabitate, viene rivelata alle due protagoniste dalla “Nonnina”, anziana governante della casa. In questo frangente avviene uno scambio di battute a mio parere fondamentale per la comprensione dell’intera opera: parafrasando, la nonnina ammette di non poter più vedere i Corrifuliggine a causa della sua età. In questo modo veniamo a sapere di una sorta di invisibile che si svela soltanto ai più innocenti, ai bambini. Quest’interpretazione sarà fondamentale per la comprensione di un paio di scene successive, come ad esempio quella in cui Satsuki si trova in cima ad un albero secolare con Totoro in attesa del Gattobus e, scorgendo in lontananza i brillanti occhi del tenero mezzo di locomozione, si accorge che i contadini delle risaie non fanno una piega nei confronti dell’animale fantastico. A questo punto però si pone un dubbio: l’impossibilità, evidenziata anche nella figura del padre, di vedere questi esseri magici che sembrano rifarsi al mondo dell’immaginazione è legata all’età o alla condizione dell’osservatore? Vedere oltre è una questione anagrafica o di credenza? Rispetto all’idea comune della nostra società, saremmo portati ad optare per la seconda ipotesi, ma credo che la chiave per lo scioglimento di questo dubbio sia nel padre delle bambine, il quale ci viene presentato come un vispo uomo sulla quarantina, genuino, solare, speranzoso e, per certi versi, sognatore. Molti tratti caratteristici delle figlie possono essere riscontrati nel padre, ma nonostante ciò egli non riesce a raggiungere la tana di Totoro nel suo tentativo, pur facendo intendere di aver avuto dei contatti con spiriti dei boschi in passato. Secondo questa seconda interpretazione, probabilmente in controtendenza con l’opinione comune, viene avvalorata la prima tesi proposta, quella dell’età anagrafica. Arrivati ad una certa età quindi i bambini smettono di vedere gli spiriti, gli amici immaginari, e, seppur continuando a mantenere una vena fanciullesca, una parte di loro si conforma al mondo degli adulti e ciò li pone ad un grado di visione della realtà inferiore. Il rovescio pessimista di questa malinconica medaglia è che pur continuando a credere, pur covando in sé il seme dell’immaginazione fanciullesca, qualcosa negli individui cambia radicalmente col passare del tempo, probabilmente con una sorta di perdita dell’innocenza.


Le due bambine scoprono quindi l’esistenza di questo essere silenzioso e dormiglione che vive in un anfratto nascosto dell’albero più imponente del bosco, o almeno in questo luogo lo si può ammirare sonnecchiare supino. Insieme a lui due piccoli simili. Ma chi è in realtà Totoro? Esiste davvero o è la rappresentazione personale delle due protagoniste? Ciò che possiamo dire con certezza di questo essere è il suo stretto legame con la natura e con gli elementi. In particolar modo egli sembra collegato all’aria e all’acqua. Dalla scena onirica in cui Totoro sveglia le due sorelle e le porta sulla cime dell’albero più maestoso per ammirare la grandezza della natura possiamo identificare nello specifico lo spirito con il vento, in quanto il suo passaggio in volo produce un effetto simile ad una brezza estiva sul prato umido. Ma egli ha anche il potere di determinare la crescita delle piante attraverso una sorta di danza della pioggia rivolta al terreno, eseguita insieme ai suoi simili. Alla luce di questi caratteri si potrebbe identificare Totoro con lo spirito, la personificazione della natura che prende forma per avere un contatto diretto con i piccoli umani che probabilmente non colgono la spiritualità intrinseca ma invisibile che permea gli ambienti verdi. Alla luce di ciò anche la precedente questione legata alla visione di questi spiriti potrebbe eventualmente assumere un significato differente. Totoro quindi fa le veci, talvolta apparentemente in maniera poco cosciente, di quello che pare essere uno spirito più imponente e dotato di potenzialità maggiori. Dal discorso che il padre rivolge alle figlie dopo che la più piccola ha incrociato quasi casualmente lo spirito del bosco, sembra che esso sia proprio della piante centrale dell’intera zona alberata, e di conseguenza potremmo dedurre che ad ogni bosco corrisponda uno spirito simile a Totoro, magari differente per alcuni tratti somatici ma appartenente alla stessa specie.


In ogni caso ritorna, dopo essere stato preponderante nella narrazione e nel messaggio del primo lungometraggio dello studio Ghibli, il tema della natura come entità mistica e misteriosa che contribuisce al benessere e al sostegno dell’uomo in difficoltà: come in Laputa la natura, rappresentata dalla pietra che sorreggeva l’isola, mostrava agli uomini una via alternativa alla distruzione e all’indifferenza, così in Totoro lo spirito del bosco dimostra sornione di comprendere appieno le difficoltà esistenziali di una famiglia sfasciata dalla malattia e interviene a risollevare gli animi, a mostrare le grazie della terra e ad aiutare materialmente le due protagoniste, come quando alla fine le affida al Gattobus per raggiungere in fretta l’ospedale in cui è ricoverata la madre per consegnarle un’amorevole pannocchia.
L’evoluzione del pensiero di Miyazaki si sviluppa verso un pubblico più infantile dimostrando un nuovo livello immaginativo del rapporto tra l’essere umano a la natura, rapporto che necessita della sopravvivenza e della salvaguardia delle zone boschive per poter consolidarsi e durare a lungo. La natura partecipa al dolore, com’era per il celebre Urlo di Munch, ma stavolta dimostra anche di poter essere custode di verità e nuova ragione, nuovo stile di vita in perfetto connubio con l’ambiente circostante.


Avrei voluto dilungarmi oltre nell’analisi delle metafore e dei temi portanti di quest’altro, ennesimo capolavoro Ghibli, ma, non avendo intenzione di spezzare quest’articolo a metà per evitare cali di ritmo, decido di sorvolare su alcuni punti. Avrei potuto parlare ancora dell’interpretazione del Gattobus, che si ricollega al tema del vento (Ghibli), avrei potuto approfondire il ruolo di Satsuki in sostituione della madre assente o il finale ma non ho voluto rovinare la sorpresa a coloro che non hanno ancora avuto il piacere di vedere questo film. In ogni caso, parlando in senso generale dell’opera, dubito che un pubblico di bambini possa cogliere le sfumature che abbiamo cercato di approfondire oggi, e ciò evidenzia quanto in realtà i due livelli di lettura consoni dello studio di animazione giapponese siano presenti anche qui. Sta a voi scegliere se guardarlo con la mente e capire con il cuore.

venerdì 25 marzo 2016

NBT: BROOKLYN/CAROL

Oggi vi propongo una double feature, due film in un colpo solo: "Brooklyn" e "Carol". La distribuzione italiana ha trattato entrambi con poco riguardo quindi mi sono riproposto di ripagare il torto parlandovene qui. Spero di riuscire ad incuriosirvi tanto da farvi venir voglia di recuperare questi due splendidi film, qualora non l'abbiate già fatto ovviamente. Sappiate comunque che vi dovreste ritenere fortunati dato che questa settimana avevo in serbo ben altro destino per voi ma in ultima ho rinunciato ai miei propositi. L'articolone di commento alla nuova stagione di "Ciao Darwin" alla fine non si farà. Il buon nome del blog è salvo. Per ora.



"Brooklyn" (2015) è un film delizioso, molto emozionante e decisamente ben fatto. È la storia di una giovane irlandese (Saoirse Ronan) che a metà del secolo scorso decide di lasciare l'Irlanda e imbarcarsi per New York, dove spera di trovare fortuna, il suo cuore però non vuole saperne di abbandonare la verde patria e la giovane scoprirà che non è sufficiente attraversare l'oceano per dimenticare le proprie radici.
Se la protagonista di "Brooklyn" fosse stata inadeguata al ruolo, tutto il film sarebbe crollato come un castello di carte, fortunatamente Saoirse Ronan, attrice incredibilmente poliedrica, è ben più che adeguata ed è anzi la sua bravura ad elevare il film ad un livello superiore, merito probabilmente anche della sua affinità con il personaggio: anche lei infatti ha vissuto gran parte della sua vita tra l’Irlanda e New York proprio come la protagonista del film. La sua prestazione è ancora più sorprendente se consideriamo che ha solo 21 anni ed è stata in grado di gestire un ruolo da protagonista di grandissima intensità.
Brooklyn è una storia di emigrazione e di adattamento e devo ammettere che questi sono argomenti che personalmente mi colpiscono molto, non so bene il perché, ma le storie che si basano su questi temi mi emozionano sempre ed è probabilmente per questo che Brooklyn mi è piaciuto così tanto. Ad alcuni forse queste tematiche non diranno nulla e di conseguenza forse non apprezzeranno questo film ma comunque non posso fare a meno di consigliarvelo.


Carol” (2015) invece è un film drammatico/romantico diretto con intelligenza e bravura dall’ottimo Todd Haynes ed interpretato magistralmente da Cate Blanchett e Rooney Mara. In questo film Therese (Rooney Mara) è una giovane commessa in un negozio di giocattoli che vede la sua vita stravolta dall’incontro con Carol (Cate Blanchett), una donna stupenda che la farà innamorare perdutamente. Il film è ambientato nella New York degli anni 50 e, visto che in quel contesto storico le relazioni omosessuali erano viste come perverse, Carol e Therese si troveranno a dover lottare per poter rendere possibile un amore impossibile.  È meraviglioso come questo film sia delicato eppure incredibilmente potente, è una storia d’amore raccontata sottovoce che però risuona forte nell’anima.
Il regista Todd Haynes non si limita ad ambientare la sua storia negli anni 50 ma riesce a dar vita con grande abilità a quel periodo storico, rendendolo reale, tangibile. Gli autori del film sono riusciti a riportare alla vita le atmosfere che respiravano in quell’epoca, la cura dei dettagli nella ricostruzione storica è encomiabile, sembra quasi che abbiano preso una macchina del tempo e abbiano girato il film nel 1952.
In “Carol” le recitazione delle due protagoniste si mantiene sempre su livelli eccezionali, Rooney Mara (che per questa interpretazione ha ricevuto il premio alla migliore attrice allo scorso Festival di Cannes) trasforma questo film un’ennesima prova del suo talento e si conferma una delle attrici più capaci del panorama cinematografico attuale. Cate Blanchett dal canto suo è semplicemente perfetta nel suo ruolo, sembra che la parte si stata cucita su misura per lei.
Questo film è uno stupendo virtuosismo cinematografico che però si poggia su una storia emozionante e coinvolgente. Effettivamente ha un ritmo molto lento ma non per questo è da considerarsi un film noioso: il regista con grande bravura tiene viva l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine.



Oggi ho provato a commentare in modo più conciso due film invece di attenermi al solito commento lungo di un unico film, probabilmente riproporrò questa double feature altre volte in futuro quando sarà opportuno. Per ora ve saluto e ve ringrazio, forza Roma e abbasso Lazio.


Antonio Margheriti

giovedì 24 marzo 2016

UN ATTIMO DI SILENZIO

Nuovi attentati a Bruxelles. 34 vittime accertate e centinaia di feriti, alcuni gravi, in seguito agli attacchi kamikaze rivendicati dall’Isis. Un continente sotto shock e una certezza perduta, ormai da tempo perduta.


Probabilmente non l’avrete mai notato, se passate di qui occasionalmente o se è la prima volta che cliccate per sbaglio su questa pagina. Forse ve ne sarete accorti, se mi seguite da più tempo o se avete uno sguardo attento e sensibile. Ma quando accadono eventi di questa portata il Blog si ferma, la pagina facebook si ferma. Non che cambi qualcosa nel mondo, ma c’è bisogno di silenzio, quando non si sa cosa dire e soprattutto quando non si è nella posizione di dirlo. E a nulla vale la tecnologia e la globalizzazione se questo scempio è l’apice della nostra umana comprensione.
Lo scorso novembre fui molto scosso dagli eventi di Parigi. Per qualche giorno pensai fosse finito il mondo con il tramonto della nostra umanità, ma poi mi ripresi e mi accorsi che il mondo non era finito neanche dopo Auschwitz. Perché dopotutto il tempo continua a scorrere. In preda ai sentimentalismi romantici e tragici scrissi quindi un articolo particolare, di getto. Si chiamava “Sono morto al Bataclan” e raccontava in maniera romanzata il tredici novembre di un ragazzino immaginario di provincia che, in mezzo ai soliti problemi dell’età, la scuola e le ragazze, era riuscito ad andare a Parigi per vedere gli Eagles of Death Metal, band a lui cara. Il tutto terminava con una serie di buoni propositi per il futuro da parte del giovane che si chiudeva con “…ma non mi accadrà nulla di tutto ciò. Non tornerò a casa stasera: sono morto al Bataclan”. Ad essere sinceri un pezzo sentito e toccante in alcuni frangenti, soprattutto considerando il fattore immedesimazione. Ma perché, se scorrete indietro sulle pubblicazioni di questo piccolo blog, non troverete mai tale articolo? Fin dalla stesura non ero convinto dell’eccesso di retorica che permeava e debordava in alcuni momenti (tra cui il suddetto finale), ma la goccia sono stati i giorni televisivi successivi all’attentato: un tripudio di inviati o presunti tali, speculatori, finti giornalisti d’inchiesta e soprattutto tuttologi opinionisti che mi hanno fatto rivalutare del tutto il mio pezzo e la mia posizione rispetto all’argomento. Con la possibilità di sfruttare il mio mezzo di comunicazione ho realizzato l’importanza del silenzio e della parola pesata. Ciò che davvero mi ha colpito nel profondo è stato l’accorgermi dell’inutilità del mio articolo. A chi era rivolto? Quale scopo aveva? Cosa aggiungeva al dibattito? Ecco il vero punto: ogni disgrazia genera inevitabilmente un dibattito nel quali alcuni cercano di esprimere la loro posizione e altri si accodano e seguono ad occhi chiusi. In un dibattito già futile ed inflazionato, cosa avrebbe apportato di innovativo il mio pezzo? Nulla. Niente di utile, niente di intelligente. Allora ho scelto di buttare al vento ore di scrittura e pensiero creativo per mantenere salde le mie convinzioni e soprattutto per scoprire il mio contributo alla causa nel silenzio. Il rispetto calpestato di quelli che leggiamo ed esprimiamo come numeri.
Poi lo sdegno per il turpiloquio mediatico è passato e siamo tornati alla solita routine, con luminari del terrorismo diluiti e più argomenti adatti al contesto televisivo. Poi è capitato di nuovo, a Bruxelles qualche giorno fa, e di nuovo siamo stati investiti dalla macchina della disinformazione strumentalizzata e reazionaria. In questi giorni, in preda alla rabbia fisica e mentale, ho assistito a salotti preparati per l’occasione, a Giampiero Mughini che illumina la plebe sul ruolo di Salah, a Bruno Vespa che sostituisce il suo consono plastico con una radiografia di una vittima con un chiodo di dieci centimetri piantato nello sterno (notizia rivelatasi una bufala già ore prima lo spettacolino serale del nostro giornalista tipo), a Barbara D’urso commuoversi nel raccontare delle vite dei defunti nell’attentato, ad Adinolfi che incolpava degli attentati - UDITE UDITE - i cristiani europei che non hanno avuto il coraggio di difendere le loro origini religiose. E poi ancora gli xenofobi sostenitori della Fallaci. Ma, più d’ogni altra cosa, ad alimentare in me sentimenti di disgusto per lo stucchevole teatrino messo in piedi da questo sistema impostato su valori sbagliati è stato il solito Matteo Salvini, che ha colto la palla al balzo e, dimostrando di essere uno dei più acuti politicanti, ottimamente consigliato dal suo agente di immagine, è stato ritratto nell’ormai celebre foto al cellulare. Perché in quel modo, in quella posa, con quella espressione e con quello strumento è riuscito perfettamente a far credere ai suoi pochi elettori che lui (e quindi la sua proposta medievale) rappresenta la chiave di svolta della situazione, la soluzione. Iconografia moderna, inconscio. E allora basta con il finto black humor che vuole infierire sulle tragedie, ma ben vengano tutti i meme che circolano in questi giorni sulla foto del leader del carroccio. Questa è la satira che smonta una campagna violenta e sudicia.

In questo modo, in seguito all’ondata di finta comunicazione, i mezzi di comunicazione hanno risvegliato consapevolmente lo spettro dell’ignoranza della posizione di chi sa ma non tutto, di chi sentenzia ma non è giudice di nulla, di chi mistifica, odia, incolpa, ma non conosce la realtà dei fatti. A mio parere ci sono diversi livelli di comunicazione e diversi livelli interpretativi di un evento. Ci sono livelli di conoscenza accessibili solo alle alte cariche funzionarie, conoscenza che collima col potere che queste cariche rappresentano, e che serve loro per valutare in toto la situazione e prendere una decisione più ragionevole. I teatrini televisivi non possono questo, ma emulano e inducono a pensare che gli sprovveduti spettatori possano spostare gli equilibri con una sentenza, una frase, un giudizio azzardato o un tweet. Andando così a calpestare momenti che stanno passando alla storia e vite che in un attimo si sono spente nell’orrore della tortura fraterna. Ogni parola un insulto. La più grande forma di rispetto per un dramma, quando la vostra posizione di uomo non richiede che voi vi esponiate oltremodo, è e rimarrà sempre il silenzio. Quindi fate più di un minuto di silenzio, una vita non guasterebbe.

sabato 19 marzo 2016

SANDISK E IL DESTINO DEL MONDO

In casa mia alloggia un piccolo cane dotato di un solo occhio, quello destro. Sarebbe una bella storia da raccontare, ma la nostra è un’altra storia. Ebbene questo cane necessita di uscire a fare i suoi bisogni almeno quattro volte al giorno, e, essendo esattamente quattro in famiglia, la divisione dei turni di passeggiata sembrerebbe scontata e immediata, ma non è così e spesso si discute su quante volte ognuno di noi esca al giorno per il cane e poi si finisce sempre a rinfacciare di quella volta che mio fratello ha lasciato a me l’ultimo wafer al latte (che, con il suo inconfondibile sapore di diabete, non piace a nessuno) nel 2005, praticamente ieri. Anche questa sarebbe una bella storia, ma ancora non è la nostra storia. Qualche giorno fa, mentre portavo Daitan a fare un giro in zona e guardavo con attenzione il mio smartphone con il rischio di attraversare la strada al passaggio di un’autocisterna con rimorchio, il mio cane ha cominciato a tirarmi con veemenza (che è una delle mie parole italiane preferite) verso una macchina, verso il disotto di una macchina. Un gatto? Un cane molto piccolo da starci sotto una macchina? Un piccione in 2D? la pentola d’oro che si trova alla fine degli arcobaleni? Niente di tutto ciò: una scheda SD della Sandisk, di quelle per le reflex, per capirci. E cosa fare se non raccoglierla nonostante gli evidenti segni d’usura, qualche problema sull’etichetta e due “dentini” usciti a fare una passeggiata con i loro “canini”?


A quel punto, superata la paura di poter prendere tutte le malattie del mondo con il solo contatto e preso dall’entusiasmo per il ritrovamento dell’anno, ho cominciato a pensare: “Chissà cosa ci troverò? E se in questa scheda ci fossero i dati delle svariate carte di credito di un magnate locale che ha vissuto nella povertà finora per paura di essere derubato? E se ci fosse un magnate locale? Magari potrebbe realizzare le mie idee come braccio (economico). E se invece ci fossero delle foto, magari compromettenti. Foto di un importante figura dell’amministrazione provinciale o regionale, qualcosa di similare al caso Marrazzo. E se fossi in possesso del coltello dalla parte del manico? Se questo politico fosse della Lega? Se ci fossero foto confuse di un festino privato in cui è ben visibile il volto di un leader del partito verde e la donzella più nordica fosse dell’Angola? E se questa scheda racchiudesse la chiave del’ultima spinta del partito verso il baratro che s’è già scavato da solo? E se invece tutto fosse molto più grande: magari la chiave di cifratura di un codice segreto a livello CIA. La chiave per accedere al sistema di gestione delle bombe miniaturizzate di Kim Jong-un? Se tornato a casa e inserita la scheda nel computer scoprissi di avere in mano le redini del mondo? Se questo piccolo e rovinato sistema di archiviazione fosse custode delle verità più nascoste, se mi conferisse potere? Se ci fossero all’interno le copie dei documenti non ancora rubati al Vaticano? Se ci fosse il segreto del successo di Trump? Se ci fosse il senno perduto degli Americani? E se ci fossero invece i capelli di Trump? No questo non c’entra niente”.

Fantasticando su tutti questi temi avvincenti e appassionanti e credendo di poter finalmente cambiare il mondo a partire da una scheda SD, ho velocizzato il mio cane con parole d’incitamento che neanche Al Pacino, e mi sono precipitato a casa. Scavalcando il cancello. Lanciando il cane sul divano senza liberarlo dal guinzaglio. Ho acceso il computer, e… niente. Vuota. Neanche una cartella troll, né una foto, né una password. Nulla cosmico. Non cambierò il mondo che non funziona con questa scheda, ma almeno c’ho pensato, c’ho creduto. Mi rimane una scheda SD da 4 giga. E forse era più interessante la storia di quella volta che mio padre trovò quaranta euro vicino alla macchina. Sarebbe stata una bella storia da raccontare, ma la nostra era un’altra storia, la storia di quella volta che ho quasi cambiato il destino del mondo con una scheda Sandisk.

giovedì 17 marzo 2016

NBT: SWANS

Come molti ho scoperto gli Swans relativamente tardi, grazie ai loro più recenti lavori, “The Seer” e “To Be Kind”. Era evidente come i suoni e le sperimentazioni di questi due album fossero la summa di un percorso artistico cominciato ben prima e ho quindi cominciato ad esplorarlo. Le idee scritte qua sotto mi gironzolavano in testa da parecchio tempo e, complici i troppi impegni (dalla prossima si torna al format usuale, non disperate), mi è sembrato il momento di condividerle.


Dal diario di Rorshach, 12 Ottobre 1985:
“Le strade sono lunghi rigagnoli e i rigagnoli sono pieni di sangue e quando alla fine le fogne si ricopriranno di croste, tutti i parassiti della società affogheranno. Tutto il loro sesso e i loro delitti, accumulati come sudiciume, li sommergerà fino alla cintola e tutte le puttane e tutti i politici guarderanno verso l’alto e grideranno “salvaci!”…e io guarderò verso il basso, e sussurrerò “no”.”
(Watchmen #1, Alan Moore, 1985)

Ascoltando “Filth”, debutto discografico degli Swans datato 1983, non riuscivo a togliermi dalla testa l’incipit del capolavoro di Alan Moore. Immaginavo il volto di Kovacs dietro la maschera, deformato dal lugubre, insondabile ghigno, lo stesso raffigurato in copertina, mentre osserva la brutale catarsi che sta avvenendo sotto di lui. Suona come una sorta di masochistica purificazione a cui si è forzati a partecipare dalla musica di questa band newyorkese. È impossibile e forse insensato dato lo stile monolitico dell’opera, analizzare il disco canzone per canzone. Filth è un unico blocco granitico da cui emerge una fiera tanto bestiale quanto i colpi di scalpello che l’hanno liberata. Ed ecco quindi le percussioni secche, potenti, marziali, con quell’aggressività e ripetitività tipiche dell’industrial e della No Wave che, nella loro solo apparente trasgressione, riescono a squarciare il velo di ipocrisia della società smascherandone le perversioni. Scordatevi qualsiasi genere di melodia: gli strumenti vengono malmenati, percossi più che suonati. Chitarra, basso e i vari suoni campionati creano un’atmosfera di cacofonie discordanti e ripetitive; vengono consumati atti di pura violenza ai danni delle vostre orecchie, ma allo stesso tempo non riuscite a distaccarvi dall’oscuro fascino che questo fitto e intricato telaio di suoni e rumori induce nella vostra mente. Da questa solida, metallica impalcatura noise emergono impetuose e impietose le urla di Michael Gira. È difficile definire testi le frasi ululate dal cantante e bassista, vera anima del gruppo fin dagli esordi. Sembrano in realtà crudeli e bestiali norme, i comandamenti di un perverso regime.  

“Look straight ahead”.
“Don’t talk until you’re spoken to”.
“Use sex for control”.
“Use hate for freedom”.

Fino a toccare verso il finale, vette di disturbante veemenza:

“Knock him down.
Cut off his deception.
Murder his influence.
Rape his memory”.

Da brividi. Quando ho ascoltato “Filth” la prima volta ho pensato che fosse la cosa più brutale in cui mi fossi imbattuto fino a quel momento.
Poi ho ascoltato “Cop”.


“Cop” usci l’anno successivo a “FIlth”, e ne è l’ideale prosecuzione dal punto di vista musicale e tematico. Con  una formazione oramai stabilizzata (di cui in particolare Gira e Westberg diverranno i punti di riferimento), gli Swans proseguono nella loro progressiva emancipazione dal movimento No Wave, evolvendosi ed emergendo come una delle realtà underground più interessanti degli anni 80, che dalle audaci sperimentazioni post-punk stavano lentamente scivolando verso quel pop plastificato che avrebbe dominato il mainstream del decennio successivo. In particolare gli Swans contribuirono con la loro musica a creare un humus di sonorità nuove e alternative da cui avrebbero tratto linfa vitale gruppi ormai storici come i Sonic Youth, giusto per citarne uno.
“Cop” si spinge, se possibile, ancora di più nelle profondità di quegli oscuri anfratti esplorati da “Filth”. Il ritmo viene notevolmente rallentato, la musica arranca, procede faticosamente, come un moderno Sisifo costretto a spingere la sporca, meschina e ipocrita anima del mondo occidentale contemporaneo. In eterno, senza tregua. Questa andatura lenta, cadenzata, si riflette sulla musica accentuandone cacofonie e contrasti. Ciò che risulta dalla ripetizione angosciante di questi suoni e ritmi è una descrizione cruda e  terrificante di una società “catena di montaggio”. Un mondo di macchine votate alla perpetua produzione, reprimendo ogni istinto o pulsione, sia essa di vita o di distruzione, sacrificando se stesse al dio Mercato. L’individuo non ha modo e non ha motivo di esprimere se stesso, mortificato nello spirito.

“You’re superior.”
“I don’t exist.”
“You control me.”
“You own me.”
“I worship your authority.”

Gira dipinge con violente e selvagge pennellate un ritratto desolante e nichilista dell’Occidente della Reaganomics e del Tatcherismo, incapace di comprendere e superare le proprie contraddizioni.  
Nobody beats you like a cop in jail” sono i versi biascicati nella traccia che dà il nome all’album. Non è solo un abuso di potere ciò che viene denunciato (“A mezzanotte tutti gli agenti…”) ma qualcosa di psicologicamente più complesso. Bigottismo e malsane declinazioni del pensiero secondo cui il fine giustifica i mezzi non sono sufficienti a mascherare la consapevolezza del male perpetrato, che viene quindi colpevolmente nascosto. Sotto la patina del benessere economico, lontano dalla vista e allo stesso tempo sotto gli occhi di tutti, il mondo sta marcendo.
Gli Swans non sono certo i primi a trattare certi temi nella loro musica, tuttavia vi è una sostanziale differenza rispetto alle opere di altri musicisti. I gruppi della prima ondata Punk e la successiva scena Rap/Hip Hop, pur essendo sostanzialmente differenti affrontavano le questioni politiche e sociali allo stesso modo: di petto, con rabbia e talvolta scomoda ironia, attaccando direttamente ciò che andava contro i loro principi. Vi era uno scontro concreto dove ad ogni azione corrispondeva una reazione in musica. Altri gruppi e altre scene avevano un atteggiamento diametralmente opposto: si concentravano sull’individuo, creavano personaggi con complessi profili psicologici dalla cui esperienza più o meno fittizia nasceva una critica. È il caso di “The Wall” e “The Lamb Lies Down on Broadway”.
Nel caso degli Swans non avviene niente di tutto questo. La loro è una presa d’atto, non di posizione. “Filth” e “Cop” si limitano a fornire una realistica, cruda descrizione del mondo come appare, rimandando riflessioni e opinioni all’ascoltatore. Sta a lui decidere a cosa credere.


In una recensione a posteriori Ned Raggett scrisse: "Early Swans really is like little else on the planet before or since", ed è probabilmente vero. Negli album successivi sperimenteranno lentamente suoni differenti, più acustici e meno meccanici. Si può dire che con questi due lavori finisce la “prima fase” della carriera degli Swans, impetuosa e seducente come la creatura da cui prendono il nome. 

Davide Quercia

lunedì 14 marzo 2016

LAPUTA, IL CASTELLO CORROTTO

Incamminiamoci insieme in un percorso nuovo, inesplorato, vergine. Una strada di campagna con l’erba, fresca di rugiada, alta fino alle ginocchia. Una spianata di verde che rappresenta la fantasia, l’immaginazione infantile. Dopo mesi sono finalmente riuscito a trovare quel tempo che mi mancava per dedicarmi ad un piccolo progetto personale a cui tengo molto e che avevo nella mia mente fin dall’inizio di questa esperienza condivisa. Finalmente comincia questa nuova serie di articoli diversi, più personali, introspettivi e meno preimpostati su canoni stereotipati. Più fanciulleschi, volendo rimanere in tema Ghibli. Da oggi in poi, a cadenza quindicinale, troverete un articolo incentrato su di uno specifico film d’animazione diretto dal maestro Miyazaki e prodotto dal suddetto studio Ghibli. Il tutto congeniato seguendo l’ordine cronologico, in modo da assorbire anche i cambiamenti della persona del regista e intendere implicitamente lo sviluppo della sua posizione in riferimento a determinate tematiche ricorrenti. Gli approfondimenti non devono però essere intesi come recensioni tecniche attente e puntigliose, ma come osservazioni personali sulla poetica, sullo spirito e l’intento dell’opera in questione. Si dia dunque inizio alle danze, a partire da quel Castello nel Cielo che trent’anni fa racchiuse in se lo sviluppo di un culto. E Laputa sia.



Qualche breve accenno di trama per rendere l’articolo comprensibile anche ai meno abbietti al genere e all’autore: in un presente/passato steampunk, in cui i bambini sono costretti a lavorare in miniera sulla scia degli spazzacamino della Londra ottocentesca, una ragazza di nome Sheeta viene rapita e tenuta prigioniera su un’aeronave. Questa viene poi attaccata da un gruppo di pirati aerei e nel parapiglia la protagonista riesce a scappare dalla sua camera, ma finisce per cadere nel vuoto. A salvarla è il potere di una pietra azzurra che portava al collo. La ragazza, svenuta, finisce leggiadra tra le braccia di giovane minatore, il quale dovrà difenderla dall’esercito e dai pirati che mirano a lei per il raggiungimento di Laputa, la misteriosa isola nel cielo.
Prima di dedicarmi a questa personale analisi dell’opera di Miyazaki, mi sono documentato su altre fonti online e ho fatto attenzione alle interpretazioni altrui di precisi simboli utilizzati dal maestro dell’animazione. Spesso ho sentito riassumere l’intera filosofia di questo film in due parole: ecologismo e antimilitarismo. Nella loro semplicità non sono errate, ma restituiscono un quadro striminzito di Laputa che non rende giustizia a molte sfumature profonde presenti nella pellicola. Ogni elemento, anche quello all’apparenza più insignificante, può nascondere una metafora profonda portatrice di riflessioni ancora contemporanee. Il castello stesso, che dà il nome alla traduzione italiana del titolo, ad esempio rappresenta, a mio parere, l’intero pianeta Terra, composto da una componente umana e da una naturale, la quale agisce attivamente sulla parte artificiale attraverso dei robot che, dal fitto muschio che li ricopre, dimostrano di essere elementi invisibili, agenti in incognito, forze della natura che agiscono nel regno dell’immateriale. La flemma usuale di questi robot antropomorfi indica la pazienza innata del mondo naturale che, per quanto possibile, cerca di collaborare con il genere umano, di viziarlo e accompagnarlo anche nelle azioni più discutibili.
Il problema sorge nel momento in cui l’uomo vuole eliminare gli spazi vitali del mondo naturale, ossia della componente verde di Laputa, per accrescere il potere distruttivo dell’isola e quindi sottomettere Gaia al fine di sottomettere il mondo degli spiriti umani. Il potere di poter decidere il confine tra l’uomo e la natura ha fatto così emergere l’avidità umana, di fronte alla quale il verde non può che ribellarsi e provare a contenere l’autodistruzione forzata. Si ha quindi una rivolta della natura contro gli stessi dominatori, padroni di Laputa, che non hanno saputo trovare un equilibrio vantaggioso per tutti. Emblematica è la scena in cui l’erede al trono dell’isola riesce a penetrare nella stanza ultima e si stupisce della presenza di vegetazione. Come in un gioco da tavolo, la Natura ha occupato nuove caselle, nuovo spazio di possibilità per continuare a sopravvivere, tentando di mantenere una sorta di equilibrio con lo strapotere negativo che l’uomo ha esercitato sull’altro uomo. Ciò ha reso l’immagine della gloriosa isola nel cielo corrotta, sporca, indistinta e priva di ordine. Ciò ha fatto emergere le incongruenze di una società intera, che viene poi riassunta nella sola stirpe della protagonista, e ha fatto sì che la situazione trovasse soluzione solo nell’estinzione del genere umano. A rimanere sull’isola sono stati infatti solo i robot, che ancora però tentano di stabilire un contatto con gli uomini attraverso gli omaggi alle sepolture, quasi a voler rimarcare la volontà del cielo di farsi uno con la terra. Se pensiamo all’aeropietra centrale dell’isola come all’essenza stessa del globo terrestre, capiremmo la distanza fisica che intercorre tra le due realtà ad indicare lo spazio siderale che separa la corruzione umana dal compromesso al quale la natura sarebbe pronta a scendere in caso di incontro. Ma gli uomini non hanno intenzione di retrocedere nella loro colonizzazione violenta e mirano tutti, indistintamente dalla loro funzione nel mondo, al dominio dall’altro attraverso lo spazio naturale che li circonda. L’unica persona anziana, gobba e saggia che ha timore del contatto diretto con la pietra è stata relegata nel sottosuolo, a credere di vedere le stelle nelle gocce di rugiada di una miniera. Gli uomini senza scrupoli hanno abolito un progetto di vita pacato e ragionata in preda alla loro auto deflagrazione orami prossima.


La natura invece, a differenza di quanto pensa l’uomo disonesto ed egoista, sarebbe disposta a concedere grandi benefici al nostro genere. Gli aviopirati infatti escono quasi indenni e molto più ricchi dallo spettacolare scontro finale, a differenza dei militari, che invece non puntavano alle ricchezze materiali del castello, ma alle potenti armi di distruzione di massa. Il compromesso naturale sarebbe effettivamente sbilanciato a favore di un genere umano che invece non si accontenta e pretende anche più di quanto la natura riuscirebbe mai a garantire.
La parola distruttrice utilizzata da i due protagonisti in uno spettacolare ed emozionante finale potrebbe essere intesa come la purificazione del mondo nell’autodistruzione, ma l’esito dell’opera va contro le aspettative di tutti e la pietra rientra ne suoi cardini di levitazione dopo una spoliazione assai significativa: come detto i precedente, l’isola volante che rappresenta l’intero pianeta è composta da due realtà distinte che si integrano in maniera discreta. La parola distruttrice ha lo scopo di ripulire la natura dalle scorie di una civiltà passata per tornare a far giganteggiare uno fronda maestosa e respirare delle radici infinite, oppresse e oscurate, lontane dalla luce del sole e dalla frescura della terra. La liberazione della natura dal dominio egoistico dell’uomo rappresenta l’unica via di sopravvivenza per il mondo verde, nonostante questa pratica drastica comporti ingenti danni alla componente umana. Quando la notte è vicina la parola distruttrice pare essere l’unica via.



Da questa analisi emerge quanto in realtà l’antimilitarismo sia solo un sottofondo animato che risulta funzionale più alla trama dell’opera che al messaggio dell’autore. A mio parere l’aspetto ecologico invece non si presenta in maniera sterile come parrebbe da qualche interpretazione, ma appare molto politicizzato e, se preso per il giusto verso, invita ad una nuova consapevolezza del rapporto bilaterale con la Natura in modo da ottenere un doppio vantaggio. Il maestro Miyazaki prova a spronare un pubblico infantile attraverso una propaganda celata ed edulcorata e uno più adulto mediante una semina infinita di metafore intelligenti e mature che purtroppo in pochi hanno il piacere di cogliere e condividere. La natura non è contro l’uomo, e forse l’uomo non si schiera mai direttamente contro la natura, ma l’uso violento che l’uomo vorrebbe fare del potere naturale porta inevitabilmente i robot ad assumere un atteggiamento ostico, e lo scontro non potrà mai terminare se non con l’estinzione dell’uomo dal Castello nel Cielo. E se volete davvero credere a quel Castello che si staglia dietro il ciclone, abbiate il coraggio di fare un passo indietro.

venerdì 11 marzo 2016

NBT: ROOM

“Room” (2015) è un film fantastico e se avete l’occasione vi consiglio di andare a vederlo al cinema  visto che in molte sale lo stanno ancora proponendo. Vi dò un consiglio però: non guardate il trailer prima di aver visto il film altrimenti rischiate di rovinarvi l'esperienza. “Room” infatti gioca molto con le emozioni dello spettatore e il trailer, rivelando un po' troppe scene, toglie al film parte della sua forza. Ci sarebbe molto di cui parlare riguardo ai problemi dei trailer cinematografici degli ultimi anni e forse prima o poi scriverò un articolo sull’argomento, ma credo che succederà più poi che prima dato che in questo periodo dell'anno c'è veramente molto di cui parlare in ambito filmico. In questi mesi infatti sono usciti moltissimi film interessanti e in mezzo a tutto questo ben di dio Room è passato un po' in sordina, soprattutto in Italia, ma vi assicuro che invece merita tutta la nostra attenzione. Vediamo perché ...


Non voglio andare troppo nel dettaglio nel descrivervi la storia dato che secondo me meno si sa e più ci si gode il film. Tuttavia sono d’obbligo due parole sulla trama giusto per dare un'idea di cosa si tratta a chi non ha mai sentito parlare di questo film. Un maniaco conosciuto con il nome di Old Nick rapisce la diciassettenne Joy (Brie Larson) e la tiene prigioniera in un capanno nel giardino di casa sua per anni, Joy viene violentata più volte da Old Nick durante la sua prigionia e, seguito di uno di questi abusi dà alla luce un figlio che chiamerà Jack (Jacob Tremblay). Ora Jack ha cinque anni e per tutta la sua vita è vissuto in quel capanno che per lui non rappresenta una prigione ma il mondo intero.
Quando dico che il film gioca molto con le emozioni dello spettatore non intendo dire che il film ricorre a espedienti da quattro soldi per far scendere una lacrimuccia sul volto degli spettatori più impressionabili. Al contrario, il film costruisce una relazione di affetto tra noi e i due protagonisti e grazie ad una sceneggiatura intelligente ed a un'ispiratissima regia ci regale delle emozioni forti, sincere e potenti. Nonostante la storia sia molto intensa e coinvolgente non pensiate che sia un film particolarmente scabroso come potrebbe far pensare la breve sinossi che vi fornito sopra, infatti è pur vero che viene raccontata una storia per certi versi molto inquietante ma noi per tutto il film vediamo le cose dal punto di vista di Jack e quindi non siamo investiti in pieno dalla crudeltà e dall'orrore delle vicende dato che la madre cerca in tutti i modo di evitare che il figlio capisca la drammaticità di certe situazioni.


L’aspetto più straordinario di questo film sono le interpretazioni dei due coprotagonisti. Veramente formidabile Jacob Tremblay che stravolge tutti gli stereotipi sugli attori bambino. Di norma infatti quando si è di fronte alla prestazione di un attore bambino si passa tutto il tempo a cercare di analizzare la sua recitazione per poi solitamente concludere con un classico "eh ... alla fine non poi così  male per essere così giovane" ma Jacob Tremblay in “Room” è così autentico e naturale che ci si dimentica quasi che sta recitando,  un’interpretazione così spontanea in un bambino di nove anni è fenomenale. 
Senza nulla togliere a Tremblay sono sicuro che parte del merito della sua ottima performance vada anche al regista che ha saputo sfruttare al meglio le capacità del ragazzo e a Brie Larson la coprotagonista del film. Brie Larson, attrice semisconosciuta fino all’anno scorso, è salita alla ribalta proprio con questo film che le ha fatto guadagnare un mucchio di meritatissimi premi (tra cui Oscar, Golden Globe, SAG Award). L’attrice californiana si è trovata ad interpretare un personaggio complicatissimo: una ragazza resa irriconoscibile da sette anni di prigionia, abusi sessuali, , malnutrizione,  mancanza di luce solare, violenze fisiche e psicologiche che però trova ancora la forza per amare e proteggere il proprio figlio.
La regia di Lenny Abrahamson mi ha colpito positivamente, il materiale di partenza poneva il regista di fronte a sfide non indifferenti che Abrahamson però è riuscito a risolvere con soluzioni eleganti ed efficaci. Ottima anche la sceneggiatura di Emma Donoghue, la scrittrice irlandese è riuscita egregiamente nell’impresa di adattare per il cinema il suo bestseller del 2010.
“Room” è un film che consiglio a tutti di andare a vedere e, dato che siamo in vena di festeggiamenti per il primo compleanno del blog, noi dello staff abbiamo scelto di regalarvi biglietti omaggio (validi fino al 31 marzo) per andare a vedere Room al cinema. Sono disponibili qui . Affrettatevi sono limitati!


Antonio Margheriti

mercoledì 9 marzo 2016

UN ANNO INSIDE

Esattamente un anno e un giorno fa, dopo l’attenta lettura de “La Casa Stregata” di H. P. Lovecraft, decidevo di buttarmi nel vuoto di un’esperienza che non conoscevo, che non pensavo sarebbe durata e che non credevo mi avrebbe portato così grandi benefici. La sera dell’otto marzo di un anno fa, mentre in casa mia si banchettava tra parenti lontani (perché casa mia ha sempre avuto i connotati di un’allegra casafamiglia, anche quando abitavamo in sessanta metri quadri), decisi che era arrivato il momento di osare e di provarci. Le mie precedenti esperienze di scrittura extrascolastica risalivano ai tempi delle elementari in cui, con un paio di amici, decisi di mettere per iscritto le avventure che vivevamo in quel periodo nel fantastico mondo dei Pokemon. Ma, beh. Diciamo che eravamo bambini e che mai farò leggere a qualcuno estratti salvati a fortuna di quella dimenticabile esperienza. Dopo quel periodo non ho mai abbandonato l’ambizione di poter un giorno esprimere idee per iscritto, ma un liceo povero di soddisfazioni in questo senso mi aveva allontanato dal calamaio per la calcolatrice. Ho vissuto per anni credendo di essere verboso e ripetitivo, pedante e noioso nella scrittura perché facilmente convincibile, quando credo sinceramente queste invidiabili qualità potessero essere attribuite più agli argomenti che alla forma. Probabilmente per anni non ho avuto le occasioni per poter esprimere le mie idee e la forma ha risentito della mancanza di sostanza. Perché credo sia questo quello che faccio o almeno provo a fare: spesso mi diverto a giocare con le parole, ma il fulcro dei miei articoli è ancora il contenuto, è senza esso la prosa è vuota.
Dicevo quindi di Lovecraft. Articolo che riscriverei in toto, nonostante in me qualcosa sia cambiato. A dire il vero riscriverei tutto, dagli articoli banali alle classifiche, dalle recensioni ai pezzi più impegnati, quelli a cui tengo di più. ci sono articoli che sento ancora come parte di me nonostante il tempo e spesso mi ricapita di rileggerli per ricordare cos’ero e cosa vivevo in quel momento. “Narcisista” direte voi. “Egotista, vanesio”. E forse avete anche ragione, ma ogni tanto ho bisogno di sentirmi parte di qualcosa di concreto, come tutti. E allora scelgo di sentirmi parte di me.
Questo percorso, condiviso con voi fedelissimi lettori, mi ha dato e mi sta dando ancora tanto. È riuscito a significare un melmoso passato e continua a rappresentare motivo di vita. Grazie a InsideMAD, e quindi grazie a tutti voi che mi leggete e supportate, ho potuto scoprire capacità, ma soprattutto piaceri di cui non ero a conoscenza; elementi che hanno modificato radicalmente la mia ottica futura. Ogni tanto mi capita di pensare: “E se non l’avessi fatto? E se fossi rimasto dov’ero? Dove sarei oggi?”. Sicuramente non sarei qui a scrivere a ruota libera e cuore non chiuso. Probabilmente sarei ancora coinvolta in lotte interiori, probabilmente porterei addosso segni ancor più evidenti di un passato presente e non avrei lo spirito nuovo che sento ora. Avrei certamente una visione più grigia di domani e più nera di oggi. Nell’universo parallelo in cui Doc mi ha convito a non aprire questo piccolo spazio di vita, sarei investito da una cappa al nero di seppia che mi affligge nell’anima. Ma così non è. Doc non mi ha incrociato e io sono ancora vivo dentro. Un discorso alla “La verità è che la musica il blog mi ha salvato” sarebbe retorico, superficiale e irrispettoso nei confronti di tutti coloro che giornalmente realizzano la loro importanza rispetto al mostro della vita; ma la verità è che il blog mi ha cambiato. Sento tangibile il cambiamento nel mio modo di rapportarmi alla sconfitta e alla sciagura. Sento una grande fiamma riardere e voler uscire ancora ad accendere il mondo.


E quindi le recensioni della settimana. Come avrete notato, da quasi un mese non pubblico più articoli relativi a tale storica rubrica. Il motivo è semplice: quando il sabato pomeriggio o la domenica mattina devo scrivere delle impressioni sui prodotti visti, letti e ascoltati in settimana, mi passa la voglia di accendere il computer e dedicarmi al blog, e sto male perché ci sto male per il blog. Questo sentimento non è del tutto nuovo, già dalla fine dello scorso anno solare avevo realizzato questa sensazione, ma per un po’ ho tenuto testa a me stesso e ho continuato a tentare. Credo che questo rifiuto sia legato al fatto che mi è capitato di scrivere forzatamente alcune impressioni. Talvolta ho creato dei ghirigori attorno ad opinioni che non mi rappresentavano e in cui non mi rispecchiavo per poter accontentare una branca dei lettori, quelli più famelici, quelli meno profondi e interessati a stabilire un dialogo. Le ultime volte che ho tentato di scrivere le recensioni, ho scritto tutti i film visti e gli album ascoltati, mi sono soffermato a riflettere e, in preda alla disperata noia, sono partito dal prodotto che più mi aveva colpito e sul quale ero certo avrei trovato qualcosa di originale da dire. Le singole recensioni in questione si sono poi prolungate. Sono nati così gli articoli “His Majestic Grace”e “L’amore dell’Aragosta”. Perché fin dall’inizio era questo ciò che volevo per me e per il mio blog: sfruttare le mie passioni per far emergere una parte di me. Spesso mi capita infatti di conoscermi scrivendo, e certi giorni vivo per questa stupenda sensazione. Ora ho vent’anni e un blog; sono libero di esprimere me. Tempo per esprimere i pareri degli altri ce n’è, ce ne sarà. E non ho neanche intenzione di standardizzarmi e diventare un uomo stempiato con gli occhiali spessi e il collo alto che passa la vita a recensire gli altri senza mai produrre qualcosa di suo.
E in quest’ottica manca purtroppo, ancora dopo un anno, un vero e proprio confronto sugli articoli più profondi che propongo. Ma non demordo, la tenacia aiuterà.
Niente più recensioni quindi? Non saprei e non direi. Probabilmente un giorno mi sveglierò nuovamente con una voglia rinnovata di fingere di capire di fotografia e bemolli e tenterò nuovamente la via delle impressioni, ma chissà. Non mi precludo nulla.
D’ora in poi quindi cercherò di mantenere la linea adottata da un mese a questa parte, provando sempre a trasmettere qualcosa di me, provando ad essere me attraverso delle parole su uno schermo (impresa più impossibile che ardua) e mantenendo sempre una creatività attiva, nel tentativo di generare discussione, polemos e riflessione in chi, sbadatamente o meno, capita da queste parti.

Ringrazio dunque Davide, Cristiano e Antonio (anche se questo non è il suo vero nome, ma sia fatta la sua volontà) per l’enorme sostegno che mi hanno dato e che ancora mi fanno, assicurandomi di poter tirare il fiato ogni tanto, prendendo sulle loro spalle il peso leggero di questa mia pagina. Grazie a voi, amici, e grazie a tutti quelli che in quest’anno hanno creduto che questa goccia potesse diventare un oceano. Anche se oggi siamo ancora una goccia. Grazie. Cento di questi cciorni.

lunedì 7 marzo 2016

LISTEN TO SOMETHING

Partiamo dal principio: Something. Something è un neonato programma radiofonico con cui ho stretto un legame profondo per il rapporto personale d’amicizia che ho con il conduttore e per il mio recente passato milanese. In un panorama radiofonico nel quale si esibiscono narcisisti rumorosi, disinteressati della musica, Claudia e Davide (e, sinceramente, anche molti altri conduttori di Poliradio che ho avuto il piacere di ascoltare in questi mesi) dimostrano ancora quello spirito indipendente e genuino, molto old school, di ragazzi innamorati della loro passione più grande: la Musica.


Something potrebbe però sembrare un nome banale, indifferente ai più e poco originale nella sua semplicità, ma è proprio attraverso la semplicità della struttura che i due conduttori riescono a tenere gli ascoltatori con l’orecchio piacevolmente incollato agli altoparlanti del computer: il termine “Something” si rifà infatti all’usanza comune da parte della sposa di indossare qualcosa di nuovo, di vecchio, di prestato e di blu il giorno del matrimonio in segno di buon auspicio per la terribile scelta fatta. Perché lo sa di aver sbagliato a dire sì, lo sa. Ad ogni “Something” corrisponde quindi un brano scelto dai due conduttori e presentato in maniera più che soddisfacente. Ai soliti quattro “qualcosa” si sono poi aggiunti con il corso del tempo “Something flu” e “Something about you”, cioè una delle influenze principali del gruppo centrale della puntata e un brano proposto dal pubblico da casa attraverso la pagina Facebook del programma.
Nelle ultime settimane inoltre Claudia e Davide hanno cominciato a far valere la loro posizione portando ospiti interessanti nel programma e ampliando il loro repertorio radiofonico. In questo modo sono riusciti anche a tagliare alcuni tempi più moribondi emersi durante i primi momenti, senza però modificare la quieta flemma che li contraddistingue. Il punto di forza è però indubbiamente il feeling perfetto e in costante miglioramento tra il mio Davide e la simpatica Claudia, che ormai sembrano pensare con una sola mente, ma ciò non impedisce loro di farsi colpi gobbi a vicenda. Un affiatamento unico che valorizza ulteriormente un programma già molto interessante nella sua originalità e nel suo essere felicemente di nicchia per quanto riguarda la scelta dei brani.
E quindi, perché vi sto parlando di questo programma radiofonico? Perché Davide mi stressa da mesi nel tentativo di spronarmi a proporre qualcosa sulla pagina Facebook per la rubrica “Something about you”, e, dopo appena  un mese e mezzo, ho pensato di sfruttare il mio mezzo di comunicazione per mettere assieme linee potenzialmente distanti, ma unite saldamente dal legame umano. Per scegliere il disco da proporre ai ragazzi di Something ho dovuto scavare a fondo nella mia interminabile cartella delle Recensioni della Settimana, e ho scoperto che mancano appena due giorni al tanto atteso compleanno di InsideMAD. Mi sembrava quindi doveroso utilizzare questo spazio per ricordare il primo album recensito in assoluto nelle RdS, ovvero Give Up dei Postal Service. Vorrei consigliare questo album agli amici di Something perché ha rappresentato per me un momento triste ma allo stesso tempo formativo della mia breve esperienza fuoriporta. Ha fatto per un po’ da colonna sonora a giornate a cui avrei dato un significato solo poi.


Give Up si propone come un’alternativa possibile al rumore forsennato di mille voci che ci circondano e che vorrebbero noi partecipassimo alla conversazione per eclissare ulteriormente le nostre lingue. Give Up racconta di un momento dell’uomo in cui scompaiono i freni e fuoriesce la sensibilità, il dormiveglia. Questa scelta si pone in controtendenza rispetto all’intera branca commerciale della musica temporanea, che vorrebbe i brani come strumenti di piacere usa e getta da indossare per un attimo e poi dimenticare nel cestino delle banalità prive d’anima. Quest’album ha un’anima eterea che nasce dall’unione di due cuori diversi, quelli dei due cantanti, che hanno voluto collaborare per dare vita ad un revival moderno della musica da camera. Questa caratteristica della musicalità della maggior parte dei brani fa sì che Give Up penetri direttamente alla parte inconscia dell’ascoltatore. Ascoltarlo e apprezzarlo davvero per la sua anima candida è cosa da pochissimi, e ciò rende ancor più personale l’album una volta che questo entra a far parte della storia del soggetto, com’è stato per me.
Ogni tanto capita di avere sonno ma di non riuscire a dormire perché ancora all’interno del ciclo del mondo che ci pretende, ancora invischiati nella vita che spesso il nostro me vive senza che l’Io se ne accorga. In questi momenti Sleeping In può essere la panacea di tutti i mali che ridisegna i confini del sogno.

Detto questo, cari amici di Something, mi aspetto di scalare tutte le vostre scalette ideali nella rubrica del Something about you e di essere già presente nella prossima puntata. Se così non fosse potrei offendermi, sappiatelo. E non disdegnerei una comparsata un lunedì a Milano.


Se vuoi (e devi) ascoltare Claudia e Davide parlare confusamente di musica strana che non ascolta nessuno puoi farlo QUI ogni lunedì dalle 19 alle 20. Proprio quel momento della tua giornata in cui non hai niente da fare e finisci sempre a guardare l’Eredità. Ah, da quando Carlo non gioca più.
Se vuoi inoltre supportare il magico duo, rimanere sempre aggiornato sul programma e magari consigliare qualcosa di tuo, puoi mettere mi piace alla pagina Facebook.

venerdì 4 marzo 2016

FIVE BY FIVE #11 - PUNK NEVER DIES

Normalmente l’idea che si ha del punk è quella della cosiddetta ondata del ’77: ragazzi a torso nudo, magri e scarni come la musica che suonano, borchie, mohawk, fiumi di eroina ecc. Immagine in parte reiterata dai gruppi punk revival a cavallo tra secondo e terzo millennio. Di per sé non è un’idea sbagliata, ma è decisamente superficiale, nel significato letterale del termine: riguarda solo la superficie, ciò che ha abbandonato il sottobosco della giungla sonora, il mainstream, insomma (mainstream che, non mi fraintendete, non ha necessariamente una connotazione negativa, i Nirvana erano mainstream).
Il fatto è che all’interno di un genere come il punk, nato nei bassifondi, tra i figli di operai con poche alternative e tanta rabbia, chi ha l’ardire di allontanarsi dal cuore del movimento e raggiungere luoghi dove scorrono i soldi ma meno il sangue, difficilmente sopravvive a lungo. I Sex Pistols sono implosi, i Clash sono riusciti a riacciuffare lo spirito originario per i capelli suonando in giro per i pub di mezza Gran Bretagna sul finire della loro carriera, senza Curtis i Joy Division hanno cambiato nome e genere e per finire, in tempi più recenti, i Green Day si sono ammosciati. Fate attenzione non sto dicendo che sia stato un loro demerito (ok, per quanto riguarda i Green Day sì), anzi, di questi gruppi ho apprezzato le evoluzioni, probabilmente anche perché le ho conosciute col senno di poi. Quello che sto dicendo è che i cambiamenti di cui sopra sono conseguenze naturali, fisiologiche. Il fulcro creativo/distruttivo del punk sta alla base del punk stesso, in quel sottobosco musicale, nel terreno sudicio e per questo fertile della società.
In effetti fin dall’inizio il termine “punk”, letteralmente “teppistello”, aveva un significato diverso. Innanzitutto nasce ben prima del genere vero e proprio, nel ’71, citato per la prima volta da Dave Marsh sulla storica rivista Creem, ma soprattutto ha un’accezione ben più ampia di quella che si tende ad attribuirgli, riferendosi a un’attitudine nei confronti della musica, del Rock ‘N’ Roll, a uno stile grezzo, a volte rabbioso, rumoroso e proiettato verso di se, indifferente e forse un po’ cinico verso il mondo. Perché è questo che è il punk, un modo di (es)porsi, un sentimento, e sia esso di rabbia, di noia, di sconfitta, rassegnazione o paura, viene vomitato in faccia al mondo o a chiunque stia ad ascoltare non per comunicarlo o perché sia la cosa giusta da fare (contrariamente all’apparenza siamo lontani dalla politica), ma perché si può fare. Un urlo viscerale, primigenio, e non intendo quello di Gillespie ma quello di Cobain, incompreso e incomprensibile, a prescindere da quanti documentari gli dedichino, al punto da farsi esplodere il cranio. Un grido angoscioso il cui eco si propaga ciclicamente, assumendo, sì, varie sfumature a seconda delle orecchie attente, ma senza mai cambiare davvero. Il punk non cresce, brucia per poi rinascere dalle ceneri con la stessa rabbia e lo stesso destino di autodistruzione. Fa per il gusto di disfare. È proprio questa indole da eterno sconfitto, quindi certamente vivo, che ha permesso al punk di perdurare forgiando una quantità di pesciolini d’oro dalle infinite forme e colori. Oggi ve ne propongo cinque come sempre, nuovi, classici, conosciuti e meno. Buon ascolto!



Guerilla Toss – Flood Dosed (2015)
I Guerilla Toss sono un gruppo punk nel senso più puro del termine. I suoi componenti sono ex studenti d’arte e la band è nata proprio con lo scopo di ironizzare e magari sovvertire la struttura e i metodi dell’istituzione scolastica. La loro musica è eterogenea e caotica, inteso positivamente, ascoltatevi il singolo Polly’s Crystal per rendervene conto. Schitarrate post-punk si mescolano a testi un po’ parlati, un po’ urlati, basso e batteria funkeggiante e sintetizzatori dalle esplorazioni cosmiche. Non sono un ascolto facile, può lasciare perplessi i puristi e non convincere chi non bazzica i questi “ambienti sonori”, ma sono un gruppo da tenere d’occhio e soprattutto d’orecchio.  



Viet Cong – Viet Cong (2015)
Perla inspiegabilmente ignorata dai più e accolta tiepidamente da pochi, il debutto dei canadesi Viet Cong  è uno di quei dischi che andrebbero ascoltati e riascoltati all’infinito. Le radici sono chiare: la precedente esperienza dei Women con i loro arpeggi dissonanti e nebbiosi, il suono pulito dei Wire. Il clima che si respira è quello del post-punk, non più così rabbioso ma più consapevole, disilluso, cinico, forse nichilista, costretto ad un progresso insensato. I testi sono un gioiello di frasi ed espressioni criptiche ma estremamente evocativi. Dopo numerosi ascolti l’album lascia infatti vuoti di senso e pieni di immagini e suoni e la sensazione è che bastino quelle immagini e quei suoni per stare bene.



Streetlight Manifesto – Everything Goes Numb (2003)
Non tutto il punk è però così cupo e grigio. Soprattutto quando si va a pescare nell’ambiente tutto patricolare dello ska-punk, le atmosfere sono ben diverse. Gli Streetlight Manifesto si distanziano a loro volta dal classico ska-punk: abbandonano quasi del tutto le chitarre in levare, il ritmo è sempre molto sostenuto, rimangono e si fanno sentire anche parecchio i fiati, regalando a tutto il loro album d’esordio una coerenza gioiosa caratteristica. È un genere questo diametralmente opposto, concettualmente, dal post-punk dei suddetti Viet Cong, a dimostrazione di come partendo da uno stesso punto si possa giungere a destinazioni differenti con idee e intenti differenti. Dipende molto dall’indole di ognuno credo, ma anche la voglia di trovarsi in un posto migliore, in un tempo migliore, può essere il giusto modo di affacciarsi al mondo.



Refused – The Shape of Punk To Come (1998)
Su quest’album è stato detto tutto ormai: le infinite influenze, dallo straight edge alla techno passando per il jazz, la batteria orgasmica di Sandström, le fantastiche linee di basso di Björklund, la dinamica irripetibile (e irripetuta ahimè); c’è tutto, perfettamente bilanciato e tenuto insieme da tanta, tanta rabbia. TSOPTC è uno di quegli album “nodo”, è un punto di arrivo per innumerevoli correnti e un punto di partenza per altrettante. Il merito più grande di questo grande album è però più profondo. È la ridefinizione di un non-genere come il punk, è la ricerca di un New Noise, di un rinnovamento in aperto conflitto con il punk-revival che spopolava in quegli anni. L’obiettivo, se ne esiste uno, era quello di dare una nuova forma al punk, mantenendone lo sprito. Ci sono riusciti? No, e proprio per questo, .



G.L.O.S.S. – DEMO (2015)
Per concludere questa carrellata, non potevo non citare l’ultima significativa incarnazione di questo genere. G.L.O.S.S. sta per Girls Living Otside Society’s Shit che di per sé è già eloquente. Sadie, Jake, Julaya e Corey sono quattro transessuali cresciute nell’underground di Boston da cui hanno assorbito tutta la rabbia che esplode poi nella loro musica. DEMO è il loro debutto, pubblicato a Gennaio 2015 ma che ci ha messo un annetto buono a farsi notare al di fuori della nicchia del queer-punk. Sono appena otto minuti di musica che però rimarranno per ben maggiore tempo incastrati nel vostro bel cranio. È impossibile infatti rimanere indifferenti di fronte alla forza suonata e urlata da queste ragazze:

They told us we were girls / How we talk, dress, look and cry
They told us we were girls / So we claimed our female lives
Now they tell us we aren’t girls / Our femininity doesn’t fit
We’re fucking future girls / Living outside society’s shit

Se c’è qualcuno a cui può essere dato il triste titolo di sconfitto in questi anni, quel qualcuno sono queste ragazze e ciò che rappresentano.
Se c’è qualcuno che può essere chiamato punk in questi anni, quel qualcuno sono queste ragazze e ciò che fanno.

Marsha Bronson

    



                

mercoledì 2 marzo 2016

DICAPRIO E GLI OSCAR - THE SPACE VERGOGNATI!

Alla fine Leo ce l’ha fatta, mettendo a tacere una volta per tutte i vari simpaticoni del web che per decenni l’hanno deriso pesando le sue interpretazioni, e implicitamente quelle dell’intero cinema mondiale, in base ad una statuetta (che poi mi pare anche plasticosa - esiste “plasticosa” come parola? Qualcuno chiami la Crusca). In ogni caso quello a DiCaprio è sembrato più un Oscar al talento dimostrato e non premiato negli ultimi dieci anni, periodo di tempo in cui l’attore è migliorato, maturato e ha cominciato, almeno a mio parere, ad adattare il personaggio a sé, a cucirsi addosso a pennello gli abiti cinematografici che gli venivano affidati. Negli anni è passato dall’essere un buon attore polivalente ad un artista unico nella sua interpretazione. Al tempo del Titanic la sua parte l’avrebbe potuta fare chiunque, o quasi; la sua personale interpretazione in The Revenant può appartenere invece solo a lui e a nessun altro.


Il punto qui però non è l’Oscar a DiCaprio, ma il fatto che io mi sia dimenticato per un attimo di essere un affermatissimo blogger e che abbia condiviso la mia lista dei pronostici unicamente sul gruppo Whatsapp degli amici. Così facendo potrei anche dirvi di averne azzeccati quattordici su sedici, sbagliando solamente i due premi agli attori non protagonisti (avrei detto Stallone-Winslet), ma senza riprova nessuno mi crederebbe. Povero me.
In ogni caso però ci terrei a precisare che l’aver centrato qualche previsione non mi rende necessariamente in accordo con le scelte compiute dall’Academy. Tarantino meritava qualche oscar e invece è stato a casa. Miller ha fatto sei ma poteva fare sedici. Se poi siete tra coloro che hanno reputato la performance di Mark Rylence migliore di quella di Tom Hardy o di Walton Goggins, credo che voi abbiate sbagliato blog.
A questo punto vi chiederete “E che c’entra il The Space citato nel titolo?”; ora ci arriviamo. Non dubitate.



Il giorno successivo alla premiazione degli Oscar peggio presentata degli ultimi dieci anni, The Space cinema ha pensato bene di riproporre il film vincitore di tre premi tra quelli più ambiti, The Revenant (per noi poco anglofoni "Redivivo"); e io, dopo aver perso l’occasione di andarlo a vedere il mese scorso in concomitanza con il mondo, perché impossibilitato del fantasma della sessione invernale, ho deciso di annullare ogni impegno pomeridiano e di fiondarmi al cinema più vicino, allo spettacolo delle 16. Sedici. Come il film dei bambini, così da avere la certezza di trovare posti discretamente migliori di quelli in prima fila, e invece gli operatori del The Space avevano deciso di riservare al film pluripremiato dall’Academy Awards una sala da appena un centinaio di posti,costringendomi così alla seconda fila. E quindi “The Space vergognati!11!!”? no, o meglio non per questo. C’è molto di peggio. Come da consuetudine, prima dell’inizio del film, sono stati proiettati pubblicità e trailer dei film in uscita. E in mezzo a questi capolavori di montaggio (tra cui un Batman V Superman in piena rivalutazione) ecco che spunta lei, Alessandra Amoroso. Sedicente cantante sfornata dalla fucina De Filippi che da anni trapana timpani a destra e a manca. E uno pensa: “Ci devono fare uno speciale al cinema. Sarà un trailer. Un Teaser. Un Fotogramma”; e invece quello che sembrava il mio incubo peggiore diventa realtà e sullo schermo viene proiettato l’intero videoclip di un brano random pessimo tanto quanto gli altri, se non di più. E la sua voce sparata nelle orecchie mentre ripete a menadito filastrocche tipo “Sole, cuore, amore”. Un dramma, una tragedia interminabile che ha rischiato di rovinarmi l’intero film che sarebbe stato proiettato sullo schermo pochi secondi dopo. Uno passa vent’anni della sua vita ad evitare agilmente ogni forma di “amico di Maria” e poi se ne ritrova una sul grande schermo quando si è notoriamente più rilassati e più vulnerabili. Un vergogna. Ignominia senza pari. Caro The Space questa volta l’hai fatta enorme e qui, su questo blog, giuro che non ti finanzierò più in alcun modo, almeno fino all’uscita del prossimo film dei miei fratelli Coen. Questo non me lo dovevi fare.