martedì 30 giugno 2015

FLOP 10 CINECOMICS MARVEL - FINALE

Eccoci tornati dopo settimane di assenza, ecco ciò che stavate aspettando. Nella prima parte abbiamo analizzato cinque film Marvel brutti ma non troppo, realizzati male ma non troppo, scritti peggio ma non troppo. Mediocri insomma. Ma oggi ci addentreremo nella cantina umida e muffosa della casa di produzione americana dove tengono conservate le ultime copie di film ignobili di cui molti spesso se ne trascura l’esistenza. Per non dimenticare!



5° POSIZIONE: Spiderman 3 (2007)
Ecco che comincia la scalata all’orrido. Dopo un primo capitolo che oramai è storia del cinema popolare e un secondo che, a sorpresa, aveva superato di gran lunga il predecessore, il me bambino di otto lunghissimi anni fa decise che il terzo e conclusivo film della saga meritava di essere visto al cinema. Che errore madornale. Che poi a dieci minuti dalla fine di quello strazio annunciato mio fratello (più piccolo) mi obbligò anche ad accompagnarlo in bagno e quindi non capì neanche com'é che viene distrutto il simbionte.
Comunque Spiderman 3. Tre. TRE come i nemici che ci sono in questo film, tre nemici che insieme non riescono a farne uno; forse solo Sandman si salva in qualche sfaccettatura personale. Poi Venom che si vede per venti minuti scarsi, Franco senz’occhi che non regge il confronto con il padre, la storia d’amore stucchevole, ma soprattutto Peter-simbionte che balla col ciuffo (che al tempo chiamavamo emo) e fa le facce. Un meme. Niente da aggiungere.


4° POSIZIONE: Ghost Rider (2007)
Non saprei cosa dire. Il film in sé è pessimo: sceneggiatura scritta coi piedi, trama banalissima, vampiri, bestie notturne, realizzazione tecnica rivedibile e sottouniverso interno a quello Marvel che dovrebbe rappresentare l’underground dei biker, e quindi l’altra faccia della medaglia, la società invisibile, ma che invece risulta solo irreale e aiuta unicamente a scavare la fossa in cui sprofonda questo esempio di cattivo cinema. Ma fin qui tutto normale, o almeno tutto accettabile. Esistono molti film di questo tipo che nascono volendosi prendere sul serio e volendo dare nuova linfa vitale ad un fenomeno di cui in pochi si curano, ma poi tutto finisce con poca serietà, qualche battuta scontata e qualche effetto speciale accettabile perché sostenuto dai big money hollywoodiani. Ma il motociclista col teschio è Nicholas Cage. Non potevo passarci sopra, merita questa posizione. Evitatelo se potete, il rampollo Coppola intendo, non Ghost Rider.



3° POSIZIONE: The Punisher (2004)
Film visto una sola volta per sbaglio, poi ho dato sfoggio della mia rabbia repressa sul colpevole DVD. Pellicola fastidiosa, pretenziosa e pomposa che vuole avvicinare l’universo supereroistico ai gangster movie che molto piacciono oltreoceano. Azione, sparatorie, esagerazioni e macchina da presa messa in mano al primo che capita. Ecco a voi The Punisher. Che poi ancora mi sto chiedendo cosa ci faccia questo film nella classifica dei flop Marvel. In effetti non stiamo parlando di un vero e proprio supereroe, ma di un punitore che, sfoggiando un’attillata maglietta nera raffigurante un minaccioso teschio, mette in mostra i muscoli e, in maniera del tutto arbitraria, razzola in giro alla ricerca del colpevole di non ricordo quale crimine. Sentite anche voi che tutta questa storia non sta in piedi. Un film pessimo a prescindere dall’intro dei fumetti sfoglianti. Molto meglio the Punisher in “Spider-man: The Animated Series” .
Ah si, poi hanno fatto anche un sequel che, da quello che ho letto in giro, potrebbe davvero essere caduto più in basso del suo progenitore, ma fortunatamente sono riuscito a non incrociare mai lo sguardo con lui. Tenetemelo alla larga.



2° POSIZIONE: I Fantastici Quattro (2005)
Scusate il gioco di parole, ma cos’è quella “Cosa”? E poi quello non è Captain America? No, non ci siamo. I Fantastici Quattro è qualcosa di indescrivibile, un’esperienza di vita tragica ma allo stesso tempo esilarante e formativa. In sostanza si tratta di un agglomerato di tutto ciò che NON vorrei vedere in un film supereroistico. I protagonisti sono meno caratterizzati della mia lampada alla “Pixar” (si, ho una lampada alla “Pixar” - invidiatemi), il cattivo manca di vere basi che lo rendano credibile e di un background interessante, la trovata dell’acquisizione dei poteri attraverso un incidente nello spazio è tanto ridicola quanto mal realizzata, sia nelle tempistiche che registicamente. Nulla funziona, ma soprattutto le dinamiche tra i protagonisti. Come ho già scritto altre volte, i film corali sui supereroi sono quelli che riempiono di più lo schermo, ma sono anche i più difficili da realizzare, i più rischiosi. In questo caso il risultato è stato inguardabile. Chissà se il reboot annunciato per quest’anno possa in qualche modo risollevare le sorti di un brand che esala gli ultimi estenuanti respiri affannosi. Io non ci punterei molto.



1° POSIZIONE: Daredevil & Elektra (2003-2005)
Alla prima posizione dei peggiori film Marvel di tutti i tempi troviamo due film, perché Leo Notte ci ricorda che “Du gusti is megl che uan”. Daredevil ed Electra sono in realtà un film a sé stante e il suo sequel/spin-off incentrato appunto sul personaggio di Electra che (SPOILER!) era morta alla fine del primo capitolo. Miracoli, non serve aggiungere altro. Se le precedenti posizioni erano occupate da prodotti di fascia media resi pessimi da alcune scelte o da alcuni aspetti specifici, questo duo di orridi abomini fallisce in tutto. Trama, regia, sceneggiatura, recitazione, scene d’azione. Tutto ciò che riguarda questi due film è un completo disastro. Un eroe cieco che combatte la malavita organizzata che poi è innamorato di Electra che poi lo crede responsabile della morte del padre e che quindi tenta di ucciderlo ma capisce di aver preso fischi per fiaschi e si redime attaccando i malviventi di cui sopra ma muore e poi il protagonista la vendica sul campanile o in un luogo simile e poi lei resuscita e vive altre fantastiche avventure indegne di nota? Uff, ho finito il fiato. Che senso ha tutto ciò? In più non ha nemmeno risvolti comici che alleggeriscano il peso di due film inutili e monotoni. Che agonia.
Esistono film fantastici, film passabili, film brutti e film da evitare. Questi due si inseriscono perfettamente nella categoria di quelli inutili. Ore buttate che non torneranno. Intrattenimento di serie… ehm di serie… cosa viene dopo la Z?


Finalmente abbiamo finito. Chiudiamo questo cassetto Marvel una volta per tutta e guardiamo al futuro. Magari ad una nuova TOP/FLOP, magari a qualcosa sulle migliori sigle. Magari qualcosa vintage e nostalgico, ma non troppo. A presto con una nuova classifica.

lunedì 29 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 22-28 GIUGNO


ALBUM: Get to Heaven (2015)
Sinceramente tuttora non so chi siano gli Everything Everything, ma Deezer, piattaforma di cui solitamente fruisco per ascoltare gli album da recensire settimanalmente, me lo ha proposto in home page per aver cercato alcuni brani dei Blur nel motore di ricerca interno. Perché non fidarsi del buon Dee (per gli amici)? E difatti l’albm in questione, ossia il terzo del gruppo, è stato per me una piacevole scoperta. Chitarre alternative, sintetizzatori usati con intelligente parsimonia, falsetto piacevole, ma soprattutto una costruzione dei brani stupefacente per me che prima di una settimana fa ignoravo l’esistenza di questa band anglosassone. Ciò che colpisce di più è l’abilità con cui si alternano sezioni semplici ad altre musicalmente complesse, con cui in punti ben precisi si ritrovano accenni all’hip-pop moderno e a come sono stati gestiti gli strumenti. Raramente sentiremo molti suoni accavallarsi per creare una confusa musicalità discordante (*coffcoffimaginedragons); in “Get to Heaven” tutto ha il suo posto, tutto è bilanciato e riconoscibile come se a scrivere fossero dei veterani. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma sicuramente di un altro prodotto che purtroppo qui in Italia non ha e non avrà il successo che invece merita. VOTO: 7.5


 ALBUM: How Big, How Blue, How Beautiful (2015)
La sua voce inconfondibile riesce sempre a sorprendermi. Pezzi lenti, pezzi veloci, pezzi sussurrati e pezzi che gridano al mondo i sentimenti più intimi di un’artista totale. Diciamoci la verità: anche in quest’album i Florence and the Machine sono molto Firenze e poca Macchina. Anche quest’ultimo lavoro dimostra le doti eccelsi della cantante, ma, anche se in secondo piano, anche la componente musicale dell’album non è da sottovalutare. Un perfetto connubio che da anni allieta le nostre orecchie. Quest’ultimo lavoro è parso più complesso e riflessivo, a partire dai testi. Soprattutto nella seconda parte dell’album possiamo trovare brani lenti e caldi che controbilanciano l’abbondanza di suoni e artifizi musicali presenti nelle prime canzoni. I singoli però si dimostrano essere i pezzi che ricorderemo più a lungo, “Ship to Wreck” e “What Kind of Man” su tutti. Album che in verità ho ascoltato già più volte e tante altre lo riascolterò; non perfetto, ma indubbiamente Florence. VOTO: 8


FILM: Rock of Ages (2012)
Cosa volete da un musical? Canzoni indimenticabili e coinvolgenti? Coreografie accattivanti e perfettamente armonizzate al conteso? Una storia corale e semplice ma allo stesso tempo divertente? Un Tom Cruise in formissima che interpreta la fotocopia di Bon Jovi? Bene, in “Rock of Ages” troverete tutto ciò e anche di più. La trasposizione cinematografica dell’omonimo musical di Broadway funziona alla meraviglia e vi farà saltare sul divano al ritmo di “We Built This City/We’re Not Gonna Take It” (si, insieme, provate per capire). Vedere molti attori famosi, solitamente legati a generi cinematografici completamente diversi rispetto al musical, fa sorridere e aumenta la curiosità. Il duo Baldwin-Brand è da lacrime divertenti miste ad applausi scroscianti in ogni scena. Il film in questione non è però perfetto, anzi. Soffre di tre problemi principali: l’anonimità dei due giovani protagonisti, la banaltà del motivo della rottura tra Diego e Sherrie e la presenza di alcune canzoni-riempitivo che troppo poco aggiungono alla narrazione per poter essere considerate quantomeno accettabili. Comunque imperdibile per i fan del genere e per i nostalgici degli ‘80s. VOTO: 7.5



FILM: Sucker Punch (2011)

Questo fim, girato da un qualsiasi altro regista, sarebbe potuto durare 60 minuti anziché 120. Snyder non demorde e continua ad abusare del solito rallenty che a tratti funziona e fa stropicciare gli occhi, ma molto spesso annoia e porta gli inesperti spettatori a rifugiarsi nella tranquillità di uno smartphone. La scena inziale in cui la protagonista uccide per sbaglio la sorella nel tentativo di fermare gli abusi del patrigno dura davvero un quarto d’ora. Estenuante. Devo ammettere che però in questa pellicola la scelta dei brani pop riarrangiati, rallentati e adattati alla velocità delle scene è stata interessante. Fotografia troppo sopra le righe. Ma passiamo a parlare della trama: non riesco ancora a dire se si tratti di un’opera d’arte d’avanguardia o di un esempio di tamarraggine senza precedenti. Indubbiamente le scelte in fase di scrittura risultano assai pretenziose e talvolta sfociano nell’arroganza pura. Sembra quasi che Zack, regista e sceneggiatore, abbia voluto trovare un espediente forzato per mostrare le sue presunte doti. Eccessivo nelle scene fantasy, borioso in quelle reali. Il finale pecca nella costruzione ma non nel messaggio, decisamente entusiasmante. “Combatti!”. VOTO: 6.5

venerdì 26 giugno 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 6

Esisteva una volta Twin Peaks, serie culto ideata e scritta dal duo di filosofi mancati Lynch e Frost. Era una commistione perfettamente bilanciata di vari generi: soap, comedy, black comedy, poliziesco, thriller, sovrannaturale, ma soprattutto mistery. Era il mistero a sostenere il tutto, le fondamenta. “Chi ha ucciso Laura Palmer?” spopolava e sosteneva tutti gli altri misteri secondari ad esso legati, come l’isola per Lost. I produttori dell’ABC però decisero, nel 1991, dopo un paio di puntate dall’inizio della seconda stagione, che il nome dell’assassino di Laura sarebbe dovuto essere rivelato perché i fan lo richiedevano a gran voce. Il duo di registi tentò invano di ribellarsi e il castello di carte crollo senza le fondamenta. Venuto a mancare il pilastro della narrazione, tutte le sottotrame minori persero di significato, di fascino agli occhi degli stessi spettatori che mandavano lettere di protesta alla casa di produzione perché il mistero venisse svelato. La folla aveva scelto per la morte della serie, perché la folla sceglie sempre Barabba.


E adesso vi starete chiedendo: cosa centra la debacle di Twin Peaks con il commento al sesto episodio di Wayward Pines? Centra, centra eccome. Come accadde per i Picchi Gemelli, serie a cui si rifà lo scrittore dei romanzi da cui è tratto WP, anche nell’opera di Shyamalan i misteri che sostenevano la struttura e che invogliavano lo spettatore a seguire assiduamente la serie sono venuti clamorosamente a mancare in una puntata-flashback vuota e inutile. Ma andiamo con ordine.
Il sesto episodio si divide in due parti: una riguardante il protagonista e Pilcher e un’altra incentrata sui preparativi per la fuga di Kate e Harold. La prima è più lenta, ma anche più riflessiva e comprende una serie di flashback che non aggiungono quasi nulla a ciò di cui eravamo venuti a conoscenza nella puntata precedente, mentre la seconda è pressoché un riempitivo: sembra abbiano voluto allungare a dismisura la creazione di un ordigno che poteva essere ridotta ad un paio di scene. In generale tutta la puntata poteva essere alleggerita.


Dai racconti dello scienziato veniamo a sapere particolari poco interessanti sui preparativi all’ibernazione di massa. Veniamo a sapere della parentela tra Pilcher e l’infermiera e che quello di Ethan è considerato il blocco B. Esisteva quindi un blocco A, ossia una prima generazione di “scongelati” che, dopo aver saputo del loro destino, si è ribellata e, uscendo da WP, è andata in contro alla morte (ecco spiegata la tirannia e la penuria di libero arbitrio). Scopriamo poi che lo scienziato si è riservato il privilegio di tenere con sé alcuni Abbie per poterli analizzare e ciò credo potrebbe rivelarsi un possibile elemento centrale per un colpo di scena futuro. Dai flashback quindi possiamo escludere teorie del viaggio nel tempo e complessi ragionamenti sui paradossi legati ad esso. Tutto si svolge cronologicamente: quando abbiamo visto l’ex sceriffo e l’ex psichiatra interagire con altre persone nel 2014 erano effettivamente in quell’anno e solamente dovevano ancora essere ibernati (grazie Anonimo, palesati).



Detto ciò i misteri che mi dilettavo a elencare nei precedenti articoli sono sostanzialmente stati risolti. Cosa rimane quindi di WP? Ora cosa succederà? Dove sta andando a parare una serie che sembra aver terminato il carburante nel bel mezzo di un’appassionante corsa? Il mio sospetto è che, finite tutte le cartucce, le avventure della famiglia Burke decadranno lentamente verso l’americanata pura, ossia Ethan che si erge a paladino della patria e tenta con tutte le sue forze di contrastare l’ingresso degli Abbies in città (cosa che accadrà non appena la bomba di Kate sarà innescata); un action apocalittico che poco ha a che vedere con le premesse di una serie mistery ispirata a e da Lynch. Spero di sbagliarmi. In generale i tempi e le rivelazioni sono stati gestiti male. Dispiace vedere una serie che si perde dopo picchi interessanti e ben preparati. Peccato

giovedì 25 giugno 2015

NBT: IT FOLLOWS

David Robert Mitchell. Fino a qualche tempo fa non sapevo chi fosse. Ora dopo aver visto il suo horror “It follows” lo voglio sposare. Sul serio. Voglio andare in Irlanda e sposare quest’uomo. Gli voglio regalare un mese di Xbox Live Gold. Voglio dargli una mano a stirare le camice. Vado all’Esselunga e gli faccio la spesa. Voglio dedicargli una canzone folk.  Gli sistemo il garage. Porto sua figlia dal dentista. Gli erigo un mausoleo, una piramide, un cenotafio… qualcosa insomma.
David Robert Mitchell (per gli amici Dave) è un regista americano che con “It Follows” mi ha fatto innamorare. Questo film non solo è un horror splendido ma è anche uno spaccato della vita dei “suburbia teenagers” negli Stati Uniti oltre ad essere una prova di abilità registica straordinaria.



La trama del film è già nel titolo: “It Follows”. Ti seguirà (ma non su Instagram) e non ci sarà riparo sicuro perché non smetterà mai di cercarti. Ma chi? È uno zombie multiforme capace di prendere le sembianze di qualsiasi essere umano. Segue tutti coloro che cadono vittima di una oscura maledizione che si trasmette mediante rapporti sessuali (io possodormire sonni tranquilli allora). Il film a detta del regista prende spunto da una serie di sogni terrificanti avuti quand’era ragazzo. La paura di essere seguito sembra fosse un suo chiodo fisso e quando un regista porta sullo schermo le sue stesse fobie e ossessioni i risultati non sono mai banali.



Il film si ispira alla tradizione classica dell’horror e in particolar modo ai film di Carpenter (“It follows” richiama un altro titolo composto da pronome personale + verbo: “They Live”). Il regista dimostra di essere un grande esperto delle meccaniche dell’horror giocando con uno degli elementi essenziali del genere: l’erotismo. Il sesso in questo film diventa elemento di trasmissione della maledizione. Questo significa condannare una persona ad un destino orribile mediante un atto che dovrebbe essere l’apoteosi dell’amore. Piuttosto deviato no?
Dalla prima scena all’ultima la regia è elegante e raffinata. L’abilità del regista è palese così come pure la sua capacità innata di saper creare tensione e all’occorrenza repulsione nello spettatore (soprattutto in una scena dove un ragazzo viene letteralmente ****** da *** *****) ma allo stesso modo sa affrontare certe scene con una delicatezza inconsueta per un film di questo genere. Sono rimasto sorpreso soprattutto dall’attenzione per i particolari: anche i più piccoli dettagli sono messi a fuoco con una bravura eccezionale.



Vi assicuro che questi complimenti il film se li merita tutti. Quel che più mi entusiasma è che questo è solo il secondo film del regista, ciò vuol dire che ha tutta una carriera davanti a sé e a giudicare da quanto visto finora c’è da augurarsi che in futuro possa regalarci grandi soddisfazioni.

“It follows” è un film del 2014 che negli Stati Uniti è uscito ad aprile di quest’anno mentre in Italia forse non uscirà mai essendo un film indipendente. Vi consiglio di procurarvelo facendo ricorso a tutte le vostre risorse ( https://www.youtube.com/watch?v=Th6PW5VwDFI ).

Antonio Margheriti

mercoledì 24 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - FINALE

Il giorno era arrivato. Il mio ultimo giorno da immaturo, almeno per legge, almeno per loro. Mi svegliai molto presto con l’ansia di non alzarmi in tempo e di ritrovarmi la commissione intera in camera per un colloquio a domicilio. Ancora adesso ogni tanto nella notte scambio l’ammasso di vestiti che caratterizza la sedia di un under 30 moderno per la silouette del professore di astronomia. Ah quel professore di astronomia, quante me (ce) ne ha fatte passare per poi non riconoscerci nelle visite successive alla maturità. Che smemorato! Comunque mi alzai alle 7 per essere a scuola alle 11. Diciamo che mi piace fare le cose per tempo. Doccia, shampoo, profumo, acqua, nausea, basta acqua per piacere, rinuncerò alla colazione. Dopo aver caricato a forza una mia amica nella mia spaziale autovettura (a forza per le ridotte dimensioni dell’abitacolo, non per sua volontà) mi apprestai a raggiungere il luogo dell’apocalisse. Voglio essere sincero: se le tre precedenti prove non le avevo particolarmente sentite dal punto di vista emotivo, quel giorno ero particolarmente agitato; il fatto di dover esporre un argomento, la possibilità di non convincere, la possibilità di avere una sincope, quella di svenire, quella di vomitare sulla commissione. Tutte ipotesi da tenere presente se si soffre d’ansia e io con l’ansia ormai c’ho fatto amicizia.


Superata l’agitazione iniziale mi accorsi di essere arrivato a scuola anche prima dei professori. Notevole direi. Arrivai così presto da avere il tempo di entrare a vedere il primo orale di giornata (il mio era il quarto) fingendo di essere un estraneo disinteressato (barba finta e occhiali da sole). Il mio intento era invece quello di tastare con mano l’umore della commissione, che, se fosse stato anche solo parzialmente negativo, avevo già pronto un biglietto per “Altrove”, la città di Leone il Cane Fifone, quello che vive con Giustino e Marilù. Che poi Giustino è l’italianizzazione dell’anglofono Justin, come Justin Timberlake o Justin Bieber. Che storia! Si vede che sto prendendo tempo per evitare di parlare del mio orale?
Non ricordo con esattezza chi fosse il torturato della prima ora e che domande gli furono rivolte, ricordo solamente che mi stupì dei miei evidenti miglioramenti: avrei saputo rispondere a tutto, ecco la cartina tornasole di cui avevo bisogno. Ora ero più sicuro.
Breve recup: testa, ce l’ho, chiavetta con power point triste (bianca e scientificamente asettica in realtà), ce l’ho, sorriso piacione di chi sa che passerà ma lo dà a vedere poco, ce l’ho, documenti per identificazione alla polizia dopo violenta crisi nervosa ai danni di tutti i presenti, ce l’ho. Avevo tutto. Mi mancava forse un briciolo di maturità per potermi definire tale, ma poi avevo tutto.
Intanto, mentre io ripassavo italiano e astronomia insieme (che poi Astolfo va comunque sulla Luna), salì le scale un ex professore in pensione che, dopo due chiacchiere ansiose, mi chiese il permesso di entrare a sentire il mio orale. A questi si aggiunsero poi due amici, tre compagni, un parente alla lontana, un bidello, un mago, un gatto, un topo e un elefante. Non mancava più nessuno insomma. A parte gli scherzi, ricordo una folla indefinitamente densa intonare cori da stadio alle mie spalle durante l’esame, ma forse ho sofferto di allucinazioni in quei giorni. Il tempo passava con le stagioni a passo di Giava e mancava mezzora alla fine dell’orale precedente al mio quando, apparizione celeste, uscì la professoressa di matematica e fisica a chiedere chi fosse il prossimo. Alzai timidamente la mano. Venne da me e mi disse che quella di lettere (esterna e appassionata di cinema - ma quest’ultima cosa non centra) avrebbe chiesto entro la fine della giornata Leopardi. Leopardi. LEOPARDI? Il gobbo di Recanati?!? Io non sapevo Leopardi, e poi cosa vuol dire “sapere” Leopardi? Io il mio amico Tommaso posso conoscerlo, ma come faccio a saperlo? Via astronomia, via storia dell’arte. Solo italiano. Cominciai a leggere, ripetere e immagazzinare dati. Tentai di tatuarmi con ago e inchiostro bic e le date di nascita e di morte del gioioso Jack sulla mano senza riuscirci (gli aghi mi incutono timore), ma niente, troppe cose. Una la imparavo e tre le dimenticavo. Passai quindi ai cari vecchi riassunti di fine capitolo - Dio li benedica. Non sapevo quindi nulla dei brani. Poi uscì il mio compagno di classe e chiamarono me, me e tutta la squadra. Sulla porta mi fermò il professore di storia e filosofia per abbracciarmi. Esistono tanti abbracci nella vita di un uomo, tanti. Pochi sono quelli che il tempo non dimentica, questo è uno di quelli.


Entrai, salutai e strinsi mani a destra e a manca. Mi sedetti con le mani nelle mani tese e feci il riconoscimento. Solite frasi di alleggerimento del presidente tipo “Ma chi è questo giovine nella foto? Non sei tu vero?”. Risatina ebete di circostanza, magari anche tirando su col naso che è peggio. Era tutto pronto, dovevo cominciare a parlare. Mi recai come un alcolista alla lim e cominciai a discorrere. Inizialmente le parole uscivano a fatica, come quando passi una serata fuori e ci sono meno di meno dieci gradi. Poi la mascella cominciò a sciogliersi e le parole a fluire meno problematicamente. Arrivai ad un certo punto in cui, legato al tema dei wormhole, avrei dovuto citare Donnie Darko, ma il fato volle che la mia mente si svuotasse completamente in quel momento.
“E quindi troviamo il tema dei paradossi temporali anche in… ehm, in…” panico, silenzio, panico ancora. Goccioline di sudore che scendono già ghiacciate. Guardai il pubblico in cerca di aiuti, tipo il 50:50, ma niente. Guardai la commissione. I cinque secondi (d’estate - ma non volevo scriverla questa) più lunghi della mia vita. “In Donnie Darko!”. Il mio esame era ancora in carreggiata, solo una piccola deviazione.


Finì la mia esposizione e la professoressa di lettere mi chiese da dove volessi cominciare, ambito scientifico o umanistico? Alla commissione dissi che era indifferente, ma dentro mi sentivo come Harry quando si sottopone alla prova del cappello. “Non Serpeverde, non Serpeverde”, “Non scientifico, non scientifico” e infatti cominciai dall’umanistico. Il cappello non sbaglia.
Bene storia e filosofia, meno italiano. Leopardi. Parlai dieci minuti ininterrottamente della vita e degli aneddoti dei gelati killer, poi cominciarono le domande e anche i rumori dei vetri su cui mi arrampicavo. Tutto sommato però, a parte una diatriba maligno-matrigno, italiano andò più che discretamente. Di inglese mi chiese un argomento di quarta che fortunosamente ricordavo e quella di arte si limitò a farmi riconoscere qualche opera di Picasso. Tutto bene. Tutto perfetto fino ad astronomia. Dieci minuti di un uomo sulla sessantina che cerca di far dire ad un diciottenne “Lingue di fuoco” mimandolo a gesti mentre questo, in preda alla disperazione, butta l’occhio qua e là in ricerca di una rivoltella, preferibilmente carica. Non voglio dire disastro, ma quasi: un intero colloquio in cui il professore parlava della sua materia e io intervenivo di tanto in tanto per dire qualche parola, tipo telequiz, magari anche sbagliata. Che vergogna.
Poi arrivò fisica. Ah fisica, praticamente la mia mappa. Avrei dovuto saperla a menadito, e invece…
Mattia, devo dirti la verità, a me Donnie Darko non è piaciuto”.
E qui si vede il maturando in crisi che apre la bocca senza pensare.
“È perché è difficile, si deve capire per apprezzare”
“Mi stai dicendo che non capisco di cinema? Che sono stupida?”
“Ma noooooo. Cioè anche mia mamma non capisce”.
Fine della frittata e vergogna che sale a dismisura. Volevo nascondermi. Poi domande sulle risposte che avevo inventato una settimana prima e silenzi infiniti. Non sapevo rispondere, come per astronomia, solo che almeno qui la professoressa si limitò a trattenermi un paio di minuti.
Il colloquio era finito; già lo sentivo, quel vento di libertà che soffiava fuori dall’aula. Dopo le solite domande di rito e una stretta di mano generale guardai la commissione e vidi uomini. Coloro che mi avevano intimorito per un quasi un mese ora erano padri e madri, semplicemente persone come me, come i miei genitori, che nulla avrebbero mai fatto per mettermi in difficoltà. Paure superflue. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo catene sciogliersi e ali aprirsi al vento della vita. Quelle mura mi sarebbero mancate sempre; quei volti, quei voti, quelle gite, quelle emozioni condivise. Tutto, tutto già mi mancava.


Ragazzi, la maturità non conta niente. È un voto, un numero come tanti che qualche mese dopo dimenticherete. Una passerella per i più meritevoli e un’agonia ingiustificata per i sessantini. Quello che ricorderete saranno gli anni passati in quel posto magico fuori dal mondo chiamato Scuola, o casa se lo vivete nel modo giusto. Perché finché siete lì quel posto può essere casa vostra, i professori i vostri genitori e i compagni i vostri fratelli. Un momento che non tornerà più. E mentre mi allontanavo da quei banchi sentivo che il termine "maturità" non faceva al caso mio. Su quella soglia, per l’ultima volta, non potevo dire di sentirmi maturo, ma forse un po’ meno immaturo di prima sì.

martedì 23 giugno 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODIO 1

Dopo mesi di estenuante attesa finalmente ci siamo. La serie rivelazione dello scorso anno è tornata in una nuova veste: nuovi personaggi, nuove ambientazioni, nuovi casi misteriosi da risolvere, nuove scomode verità da portare alla luce. Al timone ancora il giallista Pizzolatto e il regista dal nome esotico Fukunaga. Paragonare la seconda stagione di True Detective alla prima sarebbe quantomeno scorretto e controproducente; la perfezione è solamente eguagliabile. Questo l’hanno capito anche i creatori e i produttori della serie che hanno voluto dare vita ad un prodotto che si allontanasse totalmente dal capolavoro dello scorso anno. Ma saranno riusciti comunque a creare qualcosa di indimenticabile senza cavalcare l’onda del successo di Rust e Marty? Scopriamolo insieme.
Prima di addentrarci nella complessa trama del primo episodio vorrei però soffermarmi a parlare dell’opening, elemento troppo spesso sottovalutato. Se la sigla della prima stagione bucava lo schermo e riusciva a trasportare lo spettatore direttamente all’interno delle contorte menti dei protagonisti, quella della seconda convince meno. Sembra essere poco in linea con il tono della serie; meno incisiva, meno azzeccata, ma non per questo deprecabile.


La puntata si apre con Ray Velcoro, agente di polizia della città di Vinci, che accompagna il figlio a scuola. Egli è divorziato e insicuro riguardo l’effettiva paternità del bambino visto in precedenza. La storia si sposta poi nel passato, quando il giovane agente si lascia convincere da un Vince Vaughn tanto astuto quanto losco nelle sue azioni che la moglie sia stata violentata da un uomo dai capelli scuri di cui il suddetto Frank ha casualmente una fotografia a portata di mano. In verità credo che sia stato lo stesso Vaughn a stuprare la moglie del protagonista, o forse è completamente estraneo alla faccenda, ma in ogni caso il suo obiettivo era quello di intrattenere un rapporto stabile con un membro della polizia di Vinci. Ray decide quindi, in preda a tutte le furie, di farsi giustizia da solo. Verremo poi a sapere che, a distanza di anni, il rapporto di amicizia-utilità tra i due personaggi perdura anche al tempo in cui si svolgono gli eventi principali. Piccola parentesi: l’uso dei flashback è stato volutamente ridimensionato rispetto alla prima stagione e ciò, a mio parere, rappresenta un elemento a favore della serie in quanto grande punto di rottura con il passato.
Vengono presentati poi gli altri due protagonisti della serie: Rachel McAdams (già a lavoro con Vaughn in “Due Single a Nozze”) e Taylor Kitsch. La prima è un’agente di polizia di una cittadini vicino Vinci. Ha una sorella che lavora nel settore del porno nonostante il dissenso dei familiari e un padre santone mistico oltre che una discreta dote di prevenzione nei confronti del genere maschile. Ciò che emerge maggiormente di questo personaggio femminile è la vacuità di una vita che si rifugia nell’alcool e nel lavoro per cercare una compiutezza impalpabile e passeggera. Il secondo protagonista, interpretato da Kitsch, è invece un tormentato agente biker affetto di impotenza e coperto di vistose cicatrici che rischia il licenziamento dal corpo di polizia per aver usufruito di alcuni favori sessuali abusando della divisa. Woodrugh è evidentemente depresso, tanto da tentare il suicidio in moto verso la fine dell’episodio.


Inizialmente il collante tra i tre protagonisti è sconosciuto e in realtà la molteplicità di storie si rivela leggermente destabilizzante per lo spettatore medio in cerca di puro intrattenimento, ma col passare dei minuti alcune elementi cominciano ad essere comuni ai tre mondi fino a quel momento paralleli e indipendenti.  Altro personaggio degno di nota è il sopracitato Franky Vaughn Semyon, uomo della malavita locale e gestore di una serie di locali tra cui un casino. Si intuisce chiaramente che Semyon sia invischiato nell’omicidio che sorregge la puntata, ovvero quello del politico di Vinci Ben Caspar, anch’egli probabilmente coinvolto nel giro di tangenti e nel riciclaggio di denaro estero.
La prima puntata si conclude con i tre protagonisti nell’atto di riconoscere il cadavere di Caspar sul bordo di una fredda e buia strada statale. Velcoro è il responsabile delle indagini legate al cadavere trovato da Woodrugh nel territorio di competenza dalla Bezzerides. Un’intricata rete che collega i tre.
Ancora una volta Pizzolatto si conferma abile scrittore di persone; a risaltare sono infatti le personalità dei singoli personaggi che talvolta potrebbero sembrare eccessivamente sopra le righe (vedi Farrell), ma nel complesso si dimostrano decisamente molto umane. Le pause, le espressioni, le difficoltà esistenziali, i silenzi. Tutto molto bello, tutto molto vero. Il problema è che se una serie vuole definirsi un crime ha bisogno di una trama. La trama di questo primo episodio convince, tiene accessi i cervelli degli spettatori ed appassiona quanto deve, ma due enormi buchi di sceneggatura non possono passare inosservati: il primo si ha quando la McAdams capita casualmente nella casa di una signora ispanica per consegnarle una lettera di sfratto e questa le chiede di trovare la sorella che poi scopriremo essere l’amate di Kitsch. Un volo pindarico eccessivamente forzato per collegare due personaggio che altrimenti sarebbero rimasti estranei l’uno all’altra. L’altro buco di trama riguarda appunto Kitsch, o Woodrugh, che dir si voglia. Questi, nel tentativo di suicidarsi in moto, alla velocità di 110 mph (175 km/h) e con i fari spenti, incredibilmente evita miracolosamente lo schianto e scopre ancor più miracolosamente il cadavere del politico scomparso, così, dal nulla. Male Nic, sai fare di meglio, lo sappiamo.


Per il resto la regia si ripete un po’ troppo spesso ma rimane comunque di alto livello, soprattutto nelle suggestive riprese dall’alto, e la fotografia mostra più colori rispetto a quella della prima stagione, in linea con l’ambientazione e la variazione di temi portanti. Tutto sommato un pilot convincente ma non eccelso, lineare ma anche confuso, semplice ma anche complesso. Un episodio che introduce dei nuovi meravigliosamente problematici personaggio e da il via a otto settimane che ci terranno inevitabilmente col fiato sospeso. True Detective è tornato, fate spazio ai maestri.


Breve puntualizzazione: a causa di impegni e della serializzazione contemporanea dei commenti su Wayward Pines (che vi invito a leggere qui, fatelo, sul serio, vi controllo), ho deciso di analizzare gli episodi di True Detective due alla volta, fino ad arrivare all’ottavo e ultimo, di cui parleremo singolarmente e più approfonditamente per fare anche un bilancio finale della seconda stagione. Per cui, per quei pochi stolti che seguiranno questo blog solo per questa miniserie di commenti, ci vediamo tra due settimane. Intanto buon caldo a tutti e buoni orali (panico).

domenica 21 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 15-21 GIUGNO

"Buonasera, questa edizione delle Recensioni della Settimana andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostra capacità mentali" semicit.


ALBUM: In Colour (2015)
Secondo lavoro solista di Jamie XX, membro degli XX, di cui sinceramente non conoscevo l’esistenza fino a qualche giorno fa. L’album si presenta con una copertina ipnotica ma soprattutto molto colorata e già questo dovrebbe suggerire, a mio parere, la moltitudine di generi e influenze presenti. Nello stesso prodotto possiamo riconoscere la new wave dei Joy Division, l'elettronica del nuovo millennio, il pop e l'hip-pop. Una commistione di generi che non sempre funziona alla perfezione, ma quando lo fa porta un'ondata di freschezza non indifferente. Purtroppo alcuni brani sembrano troppo lontani da un'idea di fondo che possa fare da collante per l'intero album e ciò stride lievemente, senza però intaccare la bontà del prodotto. Buone idee e discrete doti musicali danno vita ad un prodotto alternativo nel suo essere vicino alle tendenze che hanno segnato il panorama pop degli ultimi due decenni. VOTO: 7.5


 FILM: The Prestige(2007)
Ammettiamolo. Nolan è sinonimo di qualità. Regia eccelsa sempre all’altezza e fotografia mozzafiato che in pochi possono permettersi al mondo. A questo punto pare inutile soffermarsi ad analizzare gli aspetti tecnici dei suoi film, concentriamoci quindi sulla sceneggiatura e su alcune scelte del regista statunitense.
Se l’intento del film in questione fosse solo ed unicamente quello di intrattenere lo spettatore per due ore, allora esso ha centrato l’obiettivo. Il grande problema di questa pellicola è che, se analizzata attentamente, mostra delle lacune e delle crepe che potrebbero rovinare parzialmente l’esperienza visiva degli occhi più attenti. Purtroppo troppo spesso i Nolan Bros. deficitano in fase di scrittura nel tentativo di abbondare e di rendere la storia sempre più ricca di colpi di scena. A tratti sembra quasi che alcune scelte siano state fatte in seguito alla scrittura della sceneggiatura per arginare almeno in parte i buchi di trama o per sostituire elementi davvero campati in aria. Parliamo ad esempio delle magie di David Bowie, del voltagabbana della Johansson e del telefonatissimo finale. Una serie di lacune che abbassano il livello del prodotto a semplice intrattenimento per famiglie, quando alcuni temi trattati e alcune citazioni storiche accurate e interessanti avrebbero potuto sancire la grandezza del capolavoro. VOTO: 7.5


ALBUM: Megalithic Symphony (2010)
La scorsa settimana avevamo analizzato in maniera parzialmente negativa il secondo lavoro della band alternative statunitense AWOLNATION (che ho scoperto scriversi tutto maiuscolo, come quando si grida nei forum); oggi invece parliamo - spero meglio - dell’album d’esordio di Bruno e soci. Megalithic Symphony convince mescolando abilmente alternative, pop, rock, elettronica e quel pizzico di sonorità originalmente fastidiosa tipica del gruppo. Le canzoni troppo spessi si somigliano, soprattutto nella struttura compositiva, ma ad un ascolto più attento emergono 5/6 brani davvero ben riusciti, sia nelle musiche che nei testi.
Il pezzo che salta più all’orecchio (perché all’occhio no, non si poteva dire) è "Sail", singolo pluripremiato e passato molto in radio all’epoca dell’uscita. Altre canzoni degne di nota sono “Wake Up” e “Kill Your Heroes”. Album discreto e molto estivo, da ascoltare senza pretese eccessive e con voglia di lasciarsi trasportare da melodie molto pop. VOTO: 7



ALBUM: La Testa Indipendente (2001)

I Tre Allegri Ragazzi Morti, che se dovessi valutarli per il nome del gruppo vincerebbero il premio tristezza ma anche quello originalità. La Testa Indipendente, album del lontano 2001, cela già nel titolo alcune caratteristiche della musica che troveremo all’interno: le sonorità rientrano perfettamente nell’ambito indie italiano e i testi denotano una cura intelligente e la volontà di esprimere concetti ben più complessi attraverso metafore ragionate, ispirate, ma anche semplici e accessibili. L’inizio è intimo, lento e avvolgente, l’album poi tocca vari temi di critica sociale accompagnandoli con melodie sempre valide, ma sempre in linea con il tema del prodotto. “Ogni Adolescenza” e “Prova a Star Con Me Un Altro Inverno a Pordenone” le più convincenti. Una piacevole scoperta. VOTO: 7.5

venerdì 19 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - SECONDA PARTE

Dove eravamo rimasti? Stavamo ripassando per la terza prova mi pare. A volte mi stupisco di quanti dati sia riuscito ad infilare in questa testa mediamente proporzionata per quell’esame. Intanto la Costa Rica aveva battuto in rimonta l’Uruguay mentre io seguivo uno spettacolo amatoriale per rilassare la mente (ma neanche tanto, vista la complessità della trama dello spettacolo - qualcosa come Romeo e Giulietta tra presente e futuro).


Arrivò poi la vigilia della temuta terza prova. La prima cosa da non fare il giorno prima di un esame è cercare di buttare a forza nella mente nozioni a palate; si rischia di sotterrare le conoscenze pregresse e arrivare alla prova senza ricordare il proprio nome o addirittura dimenticandosi di avere un esame da sostenere, che è peggio. La seconda cosa da non fare è studiare in coppia. Sicuramente voi avrete delle lacune e anche il vostro compagno le avrà; ciò non farà altro che aumentare l’agitazione, specialmente quando realizzerete che tutte quelle lacune non si colmeranno in una notte. Terza cosa da non fare è messaggiare con i vostri compagni di classe. Anzi, spegnere il cellulare è cosa buona e giusta. È scientificamente provato che alle 00:14 qualcuno scriverà sul gruppo di Whatsapp qualcosa tipo: “Ma il trafiletto in basso a pagina 763 del terzo libro di filosofia l’abbiamo fatto?”. Quando scriverà ciò metà classe vorrà linciarlo e l’altra metà si appresterà a scrivere: “Ma secondo voi lo chiede?”. Ecco, il maturando in crisi. Dopo aver diffidato dei pareri altrui per cinque anni , confidando solo nel suo buonsenso, crederà a qualsiasi banalità gli verrà detta, purché questa sia in linea con la sua preparazione. Ma sarà troppo tardi per ripassare o per schierarsi pro o contro il maledetto compagno dell’ultimo secondo. La notte porta consiglio. Dormite bene.

Il giorno della terza prova l’ansia è forse maggiore perché non si ha la più pallida idea di ciò che potrebbe capitare. Potrebbero chiedere la scontata tettonica a placche o l’evitabilissima “Enciclopedia delle Scienze Filosofiche in Compendio” di Hegel. Tutto è appeso ad un filo, alla scelta del vostro rappresentante di classe tra la busta A, la B e la C, come in un quiz di Carlo Conti.
Il giorno della terza prova mi sedetti nuovamente in fondo, attorniato dai soliti fedelissimi. Dopo la consegna dei fogli avevo paura di girare pagina e scoprire la dura verità. Da cosa cominciare? Ricordai le parole dei professori “Cominciate dalle materie più difficili”. Cominciai dalle materie più facili: arte e filosofia. In mezzora avevo finito di riempire quelle asfissianti dieci righe. Passai ad inglese. Con calma la feci, con molta calma. Rimanevano fisica ed astronomia. La prima la inventai, la seconda la inventai con fantasia. Una di quelle fantastiche risposte in cui viene riproposta la domanda mescolata ad un lungo e vuoto giro di parole. Quanto mi mancano quelle risposte. Peccato che poi il giorno dell’orale mi avrebbero chiesto delucidazioni in merito alla mia fervida immaginazione. Considerando però il 13 della terza prova, forse a qualche invenzione hanno creduto.
Finito di riempire tutte le mie righe mi dedicai ad opere di carità mimando risposte improbabili e inducendo all’errore anche altri ignari studenti. È il karma: se infrangi volontariamente le regole per ottenere un paio di punti in più può capitare che il karma ti punisca con suggerimenti sbagliati.
Però i professori avranno pensato a quanto fossimo uniti come classe; inventare tutti la stessa fantasiosa risposta alla stessa domanda è dono raro. Azzarderei telepatia.
Una volta un ragazzo sosteneva che solo durante la seconda prova è concesso copiare. Quel ragazzo si sbagliava. Ricordo ancora un mio compagno di classe che mi chiedeva di suggerirgli una risposta infinita nei pochi secondi in cui i nostri sguardi si incrociavano mentre uno dei due andava in bagno. Doti circensi.


Finita la terza prova ebbi un momento di rilassatezza. Dai miei conti avrei potuto raggiungere il tanto agognato 60 prima di entrare all’orale e ciò mi avrebbe anche permesso di raccontare storie divertenti alla commissione anziché rispondere alle domande. Intanto mi avevano comunicato la data del mio orale; avevo la bellezza di nove giorni per dimenticare tutto il programma. Da un lato così tanti giorni sono un aspetto positivo; ci si rilassa e si ricaricano le batterie. Ma dall’altro si ha il tempo per fare i pensieri più strani, come quello di scappare in Messico su un pickup degli anni ’60 con la paglia e i maiali e lasciare la maturità agli altri. Non volevo essere “maturo”, quei giorni li avrei vissuti all’infinito. La stupenda tensione nell’attesa della fine.

Intanto, mentre Casa Azzurri (casa mia che quando gioca la nazionale si tinge d’azzurro) si riempiva e si svuotava di persone che non avrei più rivisto, avevo deciso che avrei seguito più orali possibili in attesa del mio. Il primo giorno alle 8:30 io c’ero. Il cielo era triste, forse non voleva che lasciassimo quelle mura accoglienti. Entrai a vedere il secondo del giorno. Ricordo i vassoi di dolci appoggiati sul davanzale della finestra. Tutto sommato questi professori non è che si trattano poi tanto male. Forse da grande voglio fare il professore. O il vassoio di dolci, devo ancora decidere.
Sarà che il ripasso full immersion dovevo ancora affrontarlo, ma nella mia testa pensai che non avrei saputo rispondere a metà delle domande rivolte all’interrogato. Ma non allarmatevi: ad ogni esame che vedrete prima del vostro non saprete rispondere a metà delle domande. È fisiologico. Il giorno del vostro colloquio sarete così saturi di informazioni e stremati dallo stress che le parole usciranno dalle vostre bocca senza nemmeno pensarci. Purtroppo davvero senza pensarci. Poi capirete cosa intendo.
Al primo seguirono altri esami orali e, mentre avevo fatto ormai amicizia con l’intera commissione (ah, le briscole con quello di astronomia e col presidente) e avevo invitato anche loro a Casa Azzurri, il mio orale era ormai alle porte. Cosa fare la sera prima della fine? Prima dell’ultima volta in cui avrei varcato quella soglia da immaturo? La tentazione di riririvedere il professor Faletti era forte, ma avevo bisogno di essere originale, unico. Di esprimere il mio Io per rilassarmi. Optai allora per Scrubs: niente è meglio di JD per divertirsi e riflettere allo stesso tempo. E conclusi la serata originalità con una carrellata di canzoni strappalacrime, tipo quella dell’addio di Bear e Luna nella grande casa blu. Lacrimoni.


Altro problema insormontabile che emergerà la notte prima dell’ultimo esame sarà “Come mi vesto domani?”. Come se l’abito facesse il monaco maturo. E invece l’abbigliamento conta, o meglio contribuisce a creare l’immagine con cui vi presenterete alla commissione, la quale dovrà essere sobria e trasmettere tranquillità. Per cui evitate maglie psichedeliche o pantaloni con trame ipnotiche, evitate abiti col Che o con simboli satanici; forse è meglio schierarsi a parole e argomentando piuttosto che lasciar partire prevenuta la commissione. Siate voi ma siatelo moderatamente.
Alla fine scelsi una camicia viola a righe (molto hipster invero) e jeans. Ma poi quello che conta davvero sarete voi, anche se nudi. Cioè nudi magari no o almeno non se la tartaruga l’avete mangiata a colazione e nella frenetica scalata alla maturità avete dimenticato la fantomatica prova costume. E mentre pensavo a me, ai miei compagni, alla macchina del tempo, al professore di filosofia e a Supermario Balotelli che tanto super non era, mi assopì come un gatto tra le braccia di Morfeo, non quello di Matrix, il Dio. Mancava solo un passo, non potevo più inciampare.

Continua… prestissimo



giovedì 18 giugno 2015

NBT: FRONTGIRLS

Ciao bimbi, come va? Fatta la seconda prova? Avete copiato come dei luridi? Bene, bene, mi auguro che l’abbiate passata tutti. Ora però passiamo alle cose serie, partendo con una domanda: tra i gruppi che ascoltate, quanti sono fronteggiati da una ragazza? Da una donna? Da una femmina? Pochissimi, ne sono certo; il 5% ad essere generosi. Ed è una cosa assolutamente normale purtroppo, il mondo dell’hard rock e del metal è prevalentemente un mondo di dominanza maschile; spesso e volentieri tuttavia si fanno notare gruppi dove alla voce (o in altri ruoli, anche se più raramente) è presente una fimmina. E non sto parlando del classico gruppo da copertina tutto fumo niente arrosto, no, qui intendo musica con le palle fumanti, roba che conta insomma. Ho qui per voi quindi una lista, in ordine completamente casuale, dei miei preferiti tra questi gruppi, che spaziano tra generi e periodi completamente diversi, quindi non cagate il cazzo e godetevi l’articolo.


Halestorm
Partiamo col botto: gli Halestorm sono una band statunitense formatasi nell’ormai lontanissimo 1998, quando i componenti erano degli ingenui quattordicenni, ma che ha raggiunto un ampio consenso solo negli ultimi quattro anni grazie a due dischi davvero ottimi. La band è capitaneggiata dalla mitica Lzzy Hale (senza la i), dotata di un timbro graffiante ed aggressivo, di una potenza incredibile, che dà il suo meglio nei pezzi più aggressivi. L’hard rock suonato si addice perfettamente alla voce della cantante, che in sede live è semplicemente fenomenale, ascoltare per credere. Il loro ultimo lavoro, Into The Wild Life, è uscito il mese scorso ed dannatamente ben riuscito, ascoltate i due singoli Apocalyptic e Amen sul tubo al più presto. Per quanto riguarda i dischi precedenti, i pezzi del gruppo sono uno più coinvolgente dell’altro, e i miei preferiti sono assolutamente Freak Like Me e I Miss The Misery, ma alla fin fine sono quasi tutti grandiosi. Un gran gruppo, gli Halestorm.


The Pretty Reckless
Altro gruppo famosissimo: ve la ricordate Cindy Lou nel Grinch? Beh se vi state chiedendo come sia adesso è la ragazza nella foto. Quando si dice la pubertà fa miracoli eh? L’attrice Taylor Momsen, famosa soprattutto per il ruolo già citato e per aver recitato in quell’aborto di Gossip Girl, si trasforma in una bad girl e mette su la sua band hard rock personale. Ombretto nero come la pece, extension lunghe fino al culo ed una voce calda ed abrasiva sono ciò che hanno portato la Momsen ad essere una delle frontgirl più famose dei nostri tempi. Le canzoni dei Pretty Reckless sono molto particolari, più cupe rispetto agli Halstorm, ma sempre incisive e d’impatto, ed il timbro  della cantante migliora album dopo album. Nonostante io stesso fossi piuttosto scettico al primo approccio (credevo che il loro successo fosse dettato semplicemente dal fatto che lei è strafiga) mi sono dovuto ricredere. Fucked up World, Going to Hell e soprattutto Heaven Knows sono dei pezzi realizzati benissimo, e sono curioso di vedere cosa combineranno Taylor e compagni in futuro.


Joan Jett
La bad girl per eccellenza: Joan Jett è stata un’icona dei tempi andati ed ancora oggi spacca il culo a tutti dal vivo. Prima membro delle Runaways, poi solista con il suo progetto Joan Jett and The Blackhearts, la frontgirl ha rilasciato pezzi che ancora oggi sono tra i più ascoltati da teenagers rockettari e non: Bad Reputation, tanto per fare un esempio, la conosciamo tutti benissimo ed è un pezzo che definirei intramontabile. Per non parlare poi di I Love Rock’n Roll (che in realtà è una cover, ma a noi ci importa una sega), praticamente un inno hard rock, o della ancor più bella I Hate Myself For Loving You, pezzo dotato di una melodia che semplicemente si spiaccica in testa e non se ne va più. Niente da dire, Joan Jett è una donna con le palle.


Heart
Le Heart sono state uno dei gruppi anni settanta ad aver riscontrato il maggior successo commerciale, con più di 30 milioni di album venduti in tutto il mondo. E non potrebbe essere stato altrimenti: l’alchimia tra la cantante Ann Wilson e la sorella chitarrista Nancy Wilson è formidabile, ed i live del gruppo durante i primi anni di attività sono davvero fantastici, soprattutto per quanto riguarda Ann, che è forse una delle migliori voci femminili rock di tutti i tempi. I loro primi due album, Little Queen e Dog & Butterfly, sono ottimo hard rock settantiano che sprizza vitalità da ogni accordo, e non si può non citare infatti il loro singolo più famoso, Barracuda, quando si parla dei pezzi di maggior successo degli anni settanta. Purtroppo le sorelle Wilson negli anni ottanta si sono un po’ perse per strada, ma gli album realizzati nella seconda metà dei seventies restano tra i migliori album hard rock di sempre, senza alcun dubbio.



Jefferson Airplane
Praticamente il gruppo psychedelic rock migliore di sempre. I loro album Surrealistic Pillow e After Bathing At Baxter’s restano tutt’oggi capolavori della musica, una fantastica espressione su vinile della cultura hippie anni sessanta. E poi c’è Grace Slick: sarò di parte, ma io la ritengo la miglior voce femminile di tutti i tempi, la preferisco persino a Janis Joplin; un timbro che passa dal caldo e morbido all’ acuto ed incisivo con una facilità disarmante, una capacità espressiva che va oltre l’immaginabile. La voce della Slick è la perfetta rappresentazione di una cultura che purtroppo non esiste più e che raramente viene apprezzata come si dovrebbe. Jefferson Airplane, semplicemente i migliori.


Lita Ford
Lita è un’icona degli eighties, che raggiunse un successo strepitoso sia con le Runaways (assieme alla già citata Joan Jett) sia da solista, grazie a pezzi iper coinvolgenti e zuccherosi. Come non citare la famosissima Close My Eyes Forever, in cui la biondona duetta con nientepocodimenoche Ozzy Osbourne, realizzando uno dei brani più famosi degli anni ottanta. Altri grandi pezzi della Ford sono Falling In And Out of Love e la iper zuccherosa ma coinvolgente oltre ogni limite Kiss Me Deadly. E poi Fatal Passion, Dancing on The Edge, Hungry, Shot of Love, la maggior parte delle tracce dell’anglo-americana sono diventate delle super hit da classifica. Lita Ford si guadagnò anche un sacco di fama per aver avuto relazioni con praticamente ogni singola rockstar esistente al tempo, da Niki Sixx a Chris Holmes, da Lemmy Kilmister a Joe Lynn Turner. E brava Lita, insomma.


Blues Pills
Dagli anni ottanta torniamo ai giorni nostri, con gli svedesi Blues Pills. Pur avendo un solo disco in studio all’attivo, la band fronteggiata dall’angelica Elin Larsson è già stata in grado di guadagnarsi ampi consensi in tutta Europa, grazie alla suo proposta consistente in un hard rock psichedelico che richiama in tutto e per tutto quello delle migliori compagini anni sessanta. I Blues Pills sono un gruppo fantastico e la voce di Elin è meravigliosa, capace di raggiungere note altissime tanto quanto riesce a destreggiarsi nei momenti più caldi e psichedelici. Dal vivo sono una delle migliori band del loro genere, il mio consiglio è quello di ascoltarvi le interpretazioni di Devil Man e No Hope Left For Me in sede live, robe così non si vedono spesso. Sono gruppi come i Blues Pills che riescono a farti vedere il futuro della musica con ottimismo.

Come avete notato, le cantanti di cui abbiamo parlato sono tutte dei gran pezzi di figa. Una coincidenza? Si, una coincidenza.E voi? Quali sono le vostre cantanti preferite? Fatemelo sapere, o non fatelo, tanto non è che me ne frega più di tanto. Un abbraccio dal vostro Chigno.

Cristiano Chignola


martedì 16 giugno 2015

STORIE DI (IM)MATURITÀ - PRIMA PARTE

Alla vigilia della prima prova mi sento in dovere di rinfrancare i giovani maturandi che stanno passando le loro ultime ore prima dell’esame studiando (si spera) e ascoltando Venditti (si spera di no). E quale miglior modo per tirarci su di morale se non raccontandovi la mia personalissima esperienza?


Correva l’anno 2014; l’estate si prospettava quantomeno fresca (tanto che poi avremmo festeggiato Pasquetta a Ferragosto), l’ebola era ancora un miraggio lontano e i campi ROM c’erano ma non se ne parlava tanto. Qualcuno comprava maglie azzurre perché ci credeva, ma poi la Costa Rica e Godin ci hanno fatto cambiare idea un po’ troppo presto. Mentre l’Italia del mai eletto premier si apprestava a succedere alla Grecia per il semestre di presidenza europea, io e i miei coetanei preparavamo gli esami di stato. Dopo mesi di voci, pettegolezzi e finte tracce spacciate per rivelazioni celesti, finalmente tutto stava per finire. Dopo aver smaltito la delusione per la cocente sconfitta nella finale del torneo di calcetto scolastico contro i Mercenari (8-1. ndr), avevo apportato le ultime modifiche alla tesina; che poi in realtà doveva essere finita a maggio, che poi in realtà doveva essere finita ad aprile, che poi in realtà doveva…
Ero abbastanza sicuro che la mia figura l’avrei fatta: mappa concettuale sul viaggio nel tempo e sui wormhole partendo dalla DeLorean. solo mesi dopo mi sarei reso conto della banalità delle mie argomentazioni, ma almeno in quel momento ero convinto e tanto bastava. rimaneva il problema delle prove, ma si sa: per la prima non bisogna studiare, per la seconda ormai è tardi per imparare nuove formule complesse e la terza va a fortuna. Forte di quest’ottica speranzosa mi dedicai al recupero di OC (4 stagioni nel solo mese di giugno). A distanza di un anno, forse, ammetto, forse, che avrei potuto fare di più. Ma il quinto anno ti porta allo stremo prima della fine, non posso rimproverarmi nulla.


Arrivò quindi il giorno della prima prova. Facce tese, sorrisi tirati e vocabolari sotto braccio. L’agitazione era nell’aria, ma io non avevo paura. Ci accomodammo in un lungo corridoio di cui non riuscivo a vedere il fondo. Una classe a destra e una a sinistra. Noi a destra, ma dipende dai punti di vista. Ci consegnarono dei plichi infiniti che per farne uno credo abbiano abbattuto ettari di foreste. Tracce banali e per niente stimolanti (io scrissi qualcosa sulla violenza, credo), mai il vero problema fu l’analisi del testo, che mai ho scelto in cinque anni di liceo. Quasimodo. Bravo è bravo eh, nessuno lo mette in dubbio, ma se lo avessimo studiato durante l’anno magari avremmo potuto affrontare anche la tipologia A. E tutti furono costretti a virare forzatamente su altro. Tipo quello del dono. Scontato. Vi auguro il meglio per quest’anno, almeno qualche traccia interessante.
Finita la prima prova finito un ciclo: niente più temi per il resto della vita, o meglio, niente più temi se scegliete di non aprirvi un blog. Finita la prima prova tutti a casa a matematicare in allegria. La disperazione dell’ultimo secondo. Dopo aver perso ore a far nulla si perdono ore a rimpiangere le ore perse a far nulla e, mentre in casa si preparavano solo insalate di riso e piatti freddi, io mi dedicavo a perdere tempo e ad ipotizzare situazioni di vita improbabili, mio passatempo prediletto. Finita la prima prova comincia il giro di messaggi: “Quale hai fatto?”,  “Quanto hai scritto”, ma soprattutto “Domani ci sediamo vicini?”. Comincio a dubitare del disinteresse delle prime due domande.
Mentre si avvicinava la seconda prova, le due bocche si comportavano in maniera diversa: quella dello stomaco si chiudeva per lasciare posto a quella del linguaggio che sparava a zero su tutto e tutti in preda al panico. Guai a voi, genitori, che cercate di comunicare con i vostri figli la sera prima della seconda prova. Sarete dannati, o almeno insultati.


Il secondo giorno di esami mi sedetti in fondo, dove occhio non vede e cuore non duole. Ora non voglio dire che qualcuno potrebbe aver copiato durante la seconda prova, ma se dovessi dire il contrario potrei anche macchiarmi di menzogna. Sia ben chiaro, non voglio istigare i maturandi due-zero-quindici a delinquere, anzi, contate solo sulle vostre forze così che un giorno potrete raccontare la vostra storia con due punti in meno, ma con la testa altissima. Poi l’occhio ci scappa sempre, quello non è peccato. Se Dio ha fatto due occhi è perché uno deve guardare il foglio del vicino, sperando non sia vuoto.
Il primo problema. Il primo. Solo il primo. Il secondo non lo calcolò nessuno in tutta Italia. Primo problema e cinque quesiti di quelli banali, perché ci sono sempre quelli banali, fidatevi.
Fino alla seconda prova pensavo che un paio dei miei compagni di classe non avessero il dono della parola, ma, miracolo dei miracoli, in quelle sei interminabili ore ho sentito parlare anche loro. Ed erano a chilometri di distanza.
Finita anche la prova di matematica sembrava che quel macigno, nutrito in un anno con ansia e preoccupazioni inutili, alimentato da professori catastroficamente esagerati, si stesse sgretolando sotto i colpi del tempo e della fatica. Dopo poche chiacchiere con gli amici andai subito a casa a mangiare, perché in quella maratona che è la seconda prova riuscire a mangiare è cosa da pochi eletti dallo stomaco ferreo, e i wafer al cioccolato, con trenta gradi all’ombra, divengono un po’ meno invitanti a dirla tutta.
La pausa tra la seconda e la terza prova è salvifica e rinvigorente, come un bagno caldo dopo una lunga e stressante maratona di Game of Thrones, ma mentre sarete con la testa immersa nell’acqua e Atmosphere pervaderà la stanza comincerete a pensare a Calvino e a Van Der Rohe, a Kierkegaard e a Tacito, alla parallasse e a Sassoon. A quel punto uscirete di fretta dalla vasca e correrete nudi e bagnati verso la vostra scrivania, noncuranti degli estranei ospiti che vostra madre ha accolto poco prima in cucina. Ora dovete prepararvi, non abbassate la guardia. Terza prova is coming.

Continua... presto



domenica 14 giugno 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 8-14 GIUGNO


FILM: Super (2011)
James Gunn, prima di passare agli ordini dei Marvel Studios, diresse “Il Batterista Nudo”, Rainn Wilson, in questo film sui supereroi poco convenzionale, violento e disturbante. Il film, nel suo complesso, è davvero complesso (giocone di parole, eh?). Ciò è dovuto principalmente al fatto che, sotto la maschera di psicopatico, sotto quella di reietto della società, sotto quella di alienato, il protagonista nasconde delle emozioni e dei sentimenti che riassumono meno una determinata condizione umana, ossia l’isolamento o l’abbandono. In questo il film funziona egregiamente mostrando a tratti gli aspetti più fragili di un personaggio controverso ma assai sensibile e umano.
Che Gunn sia un ex Troma (se non sapete cos’è, correte a rimediare) lo si nota da qualche scena bizzarra e sopra le righe, per non dire trash oltre ogni limite, come quella dell’indice di Dio. Il film oscilla sempre tra realismo (sostenuto dalla violenza gratuita ed esplicita) e parodia. Alcuni personaggi, come il protagonista, sono più legati al secondo mondo ma sostengono involontariamente il primo, e lo stesso accade a quelli che risultano più legati al primo. Un intreccio interessante. In quest’ottica ho quindi apprezzato maggiormente il protagonista e il braccio destro del supercattivo rispetto all’esaltata Ellen Page e a Kevin Bacon, ma riconosco che senza questi ultimi il bilanciamento di cui sopra sarebbe venuto a mancare.
Film ben congeniato e ben realizzato, troppo spesso etichettato come opera minore. VOTO: 7.5


ALBUM: Il Padrone Della Festa - Live (2015)
Esiste una cricca di artisti italiani pop poco pop, un po’ alternativi nel loro modo di intendere il pop. Quegli artisti che si conoscono di nome ma non si fanno mai vedere, se non per qualche rapida apparizione sanremese o a qualcuno degli svariati primi maggi che fioriscono ogni anno. Tre di questi hanno la (s)fortuna di conoscersi bene, di frequentarsi nel privato, di essere amici insomma. Stiamo parlando di Fabi Silvestri Gazzè che, dopo aver compiuto un viaggio formativo in Africa due anni fa, hanno deciso di portare un cerberico progetto musicale, chiamato appunto, con quel pizzico di fantasiosa fantasia nostrana, Fabi Silvestri Gazzè. A dirla tutta però, non è che mi sia garbato molto il prodotto che ne è venuto fuori: ho trovato “Il Padrone Della Festa” borioso, nostalgicamente ripetitivo e soprattutto distruttivo dei punti forti che i tre artisti dimostrano di avere separatamente. Un buco nell’acqua profonda dal mio modesto punto di vista. Ho ascoltato poi il live del concerto che è succeduto all’album in studio e la mia parte intollerante si è dovuta ricredere: il disco in questione riprende molti brani famosi dei tre solisti e li reinterpreta in maniera fresca, nuova. Hanno svecchiato pure “L’Y-10 Bordeaux”, dai, un plauso lo meritano. Anche gli estratti del lavoro congiunto dimostrano di avere una forza celata inimmaginata. Una bella scoperta. VOTO: 7.5



ALBUM: Run (2015)
Gli Awolnation, band-progetto di Aaron Bruno, tornano e cercano di bissare il successo del primo album (che ricordiamo trascinato dalla perfetta Sail), ma non riescono nell’impresa. Ci troviamo di fronte ad un prodotto che si copia nel corso di quattordici lunghe canzoni, si ripete e non osa quasi mai. Il classico suono elettronico discordante, marchio di fabbrica degli AN, viene bilanciato in maniera rivedibile: alcuni brani ne abusano, in altri è completamente assente.
L’album in realtà parte bene: “Run” accelera e introduce bene, “Fat Face” si lascia ascoltare, ma è “Hollow Moon (Bad Wolf)”, singolo che anticipava l’uscita del lavoro in studio, il brano che tiene alte le aspettative. La struttura classica dell’elettronica degli AN mischiata agli Arcade Fire e a tendenze più soft, più alternative, più folk. Un pezzo decisamente riuscito. Si continua discretamente per arrivare a “I Am”, altro singolo molto più pop, accessibile, ma non per questo scadente; si può riconoscere un giro di piano simile a quelli di Chris Martin. Da qui in poi, a parte un paio di eccezioni, l’album declina verso l’inutilità. Solo noia, peccato. Poteva essere un prodotto carino e fresco, molto adatto al periodo estivo, ma così non è. Evocativa la cover. VOTO: 5.5



FILM: La Tempesta Del Secolo - Seconda Parte (1999)
Eccoci finalmente. Dopo una settimana di pausa forzata torniamo a parlare della miniserie di Stephen King che turba, inquieta e fa riflettere. Per capire ciò che verrà detto vi invito a leggere o rileggere la receimpressione della prima parte.
Dove eravamo rimasti? L’entità aveva già cominciato a controllare le menti della popolazione dell’isola, ma quello era niente rispetto a ciò che accade nella seconda parte. In realtà gli eventi non precipitano velocemente come ci si potrebbe attendere da una miniserie, ma l’ansia è crescente e si sente che sta per accadere qualcosa. Tutto porta a pensare che il finale dell’episodio sia la chiave dell’intera opera e così è. Mentre la popolazione continua a subire l’influenza di Linoge (o Legion, per chi ha visto o letto “La Tempesta del Secolo”) il protagonista è combattuto sul da farsi: gli abitanti vorrebbero che uccidesse a sangue freddo la minaccia, ma il buon senso prevale in lui. Lo stesso non si può dire per il resto dell’isola che, sul finire della puntata, decide di scagliarsi contro l’entità, portandola a mostrarsi per quello che è, ossia un demone onnipotente, ma non immortale, badate bene che ciò sarà fondamentale. Lo stregone quindi ricorda nuovamente che se gli verrà consegnato ciò che vuole lascerà libera l’isola del Maine. A quel punto Linoge fugge, lasciando interdetti i presenti. La caccia all’uomo può dirsi conclusa, ma la scelta sarà ardua.

Il livello tecnico perpetua nella mediocrità, ma la trama è ormai entrata nel vivo e la mano del maestro si sente sempre più. Un gradino sopra la prima parte. VOTO: 7

sabato 13 giugno 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 5

Eccoci, finalmente ci siamo: il giro di boa corrisponde con la svolta che stavamo aspettando dall’inizio, o che forse non ci saremmo mai attesi. Ecco ciò che colpisce di più di questo episodio. Esso riesce a stupire in ogni sequenza, ad essere un continuo colpo di scena. Proprio quando si pensava che la trama virasse verso la teoria del complotto e lasperimentazione sociale su indifesi esseri umani costretti a vivere in un simil Truman show, quando ormai avevamo definito chiaramente personaggi positivi e negativi, proprio l’individuo più controverso, ossia quello che fino a poco fa conoscevamo come lo psichiatra della clinica di WP, porta la storia della miniserie a spostarsi verso temi impensati e per certi versi impensabili. Mutazioni genetiche, estinzione della razza umana, apocalisse, viaggi nel tempo, ibernazione, 4028. Solo elencando i nuovi temi introdotti nel corso della quinta puntata fremo dalla voglia di vedere come prosegue la narrazione. Ma andiamo con ordine; cerchiamo di ricostruire la serie interminabile di rivelazioni che in questi quarantacinque minuti gli sceneggiatori ci hanno sbattuto in faccia senza mezze misure, dopo un quarto episodio lento e, a posteriori, direi preparatorio.



Uno scienziato, che poi sarebbe Pilcher, ha previsto, attraverso improbabili studi genetici, con duemila anni d’anticipo (DUEMILA! capiamoci) la fine dell’essere umano in seguito ad una mutazione genetica che giustifica la presenza dei famosi “lupi” di cui parliamo da settimane. Essi non sono altro che esseri androgini con poca ragione, guidati da un istinto primordiale e dotati di forza e velocità sovraumane che potrebbero divorare un uomo in pochi minuti. Pilcher ha poi deciso di portare avanti un progetto si salvataggio del genere umano attraverso la stessa città di WP. Questo passaggio mi è poco chiaro: in che modo lo scienziato (pazzo, decisamente pazzo) è riuscito a fortificare la città negli anni ’90 con la certezza che poi questa recinzione resistesse alle avversità e soprattutto alle pericolose azioni delle “aberrazioni” (i mutanti)? Non è cosà di tutti i giorni organizzare il viaggio nel tempo di massa. Molte incongruenze che nella trascinante euforia del momento possono sembrare colpi di genio, ma che a mente fredda si rivelano per quello che sono. Pilcher ha poi ottenuto il permesso dagli enti governativi di cominciare a tramortire con un incidente e di ibernare centinaia di persone. Dalle parole del’ultimo barbuto arrivato, con cui la moglie del protagonista ha un contatto in quanto nuovo agente immobiliare, veniamo infatti a sapere che le celle criogeniche sono molte e sono tutte piene e le persone vengono scongelate ( un po’ come la carne nelle grandi famiglie) all’occorrenza, ossia a seconda dei piani del burattinaio e delle morti avvenute nella floridissima comunità. A questo punto comunque è iniziato il progetto dell’ex psichiatra che consiste nella creazione della “prima generazione”, cioè una nuova classe di adolescenti destinata a ripopolare il mondo. Ancora non ci sono noti i criteri di scelta di questi ragazzi, ma indubbiamente, dalle parole della creepy professoressa che cerca con successo di sottomettere le menti degli alunni, i genitori di questo sono solo delle pedine, utili solo per un breve periodo, solo fin quando i ragazzi sanno autonomi, dopodiché saranno a mio parere dannosi per la comunità oltre che inutili e verranno soppressi, almeno nelle idee del responsabile del progetto, almeno secondo me.


Mi sembra tutto, ma se non bastasse, queste rivelazioni hanno generato dubbi ancora maggiori. Riprendiamo quindi con la classica carrellata di domande che mi affliggono e a cui non riesco a dare una risposta completa e convincente. Perché si è stati così clementi con le scorribande di Ethan Burke e perché si continua a sostenere l’importanza del protagonista per l’intera comunità? Perché l’FBI porta avanti questo progetto in maniera così segreta senza invece formare i propri agenti a ciò che andranno in contro? Cosa sanno i cittadini a cui è proibito conoscere la verità che viene svelata ai ragazzi? Come fanno questi ad obbedire senza ribellarsi se non conoscono la natura della minaccia che li costringe a non avere futuro? Nel progetto impeccabile di Pilcher, dopo aver dato vita alla “prima generazione”, come potrebbe questa far fronte alle aberrazioni negli anni a seguire? Esiste un progetto volto ad invertire l’estinzione umana in favore dei mutanti o si menterrà unicamente la città di WP come ultimo immortale baluardo? Chi sono a questo punto i personaggi negativi se tutti gli abitanti del posto si trovano in realtà nella stessa barca e dovrebbero remare perfettamente coordinati per poter garantire un futuro al genere umano? Perché, se dunque non ha cattive intenzioni nel confronto del protagonista, Melissa Leo deve sempre fare facce minacciose? Perché lo scienziato si è visto sia nel passato che nel futuro e perché l’ex sceriffo era entrato in contatto con la famiglia Burke, mentre questa cercava di salvare Ethan, al di fuori della città?


Per rispondere a questi ultimi due quesiti ho pensato alle dinamiche dell’ibernazione e del viaggio nel tempo. È evidente che esista un modo per viaggiare liberamente tra le due epoche, ma così non si spiega il motivo per cui le persone vengano ibernate per poter prendere parte al progetto WP. Potrebbe esistere una porta principale della città che se attraversata riporta direttamente nel passato, una sorta di Stargate temporale. A questo punto quindi si creano dei paradossi temporali (di cui parlavo un anno fa di questi tempi, per chi se lo ricorda): se Pilcher torna indietro nel tempo e ordina di ibernare determinati individui cambia il corso del tempo? Si riempiono misteriosamente nuove celle criogeniche nel sinistro deposito intravisto nel quarto episodio o si creano realtà parallele e alternative a quella corrente? Sceneggiatori, non si scherza coi viaggi nel tempo. Marty ne sa qualcosa.



Solo ora mi accorgo di quante domande (tante) e quante risposte (poche) ho proposto in questo quinto commento. Obiettivamente sono queste domande senza risposta che rendono WP un prodotto godibile, leggero, accattivante ed entusiasmante; ottimo intrattenimento estivo. L’hype è sempre maggiore e la storia riesce a stupire con colpi di scena talvolta ben congeniati, talvolta buttati un po’ a caso. Nel complesso, considerando alti e bassi, il livello della serie continua ad essere accettabile e i nuovi quesiti introdotti mi terranno in trepidante attesa fino a giovedì prossimo. Semplicemente appassionante e divertente.