giovedì 31 dicembre 2015

TOP 5 FILM 2015

Piccola premessa: comprendo benissimo che alcuni di voi possano riscontrare delle mancanze in questa classifica, ma purtroppo il tempo e il denaro non mi hanno permesso di tenere stretto quel posto in sala con costanza per tutto l’anno. Ho dovuto quindi rinunciare a molte opere che certamente recupererò nei prossimi mesi. Se non vedete il vostro film preferito non disperate e pensate che potrei non averlo visto. Oppure l’ho visto, ho saputo per vie indirette che a voi era piaciuto molto e l’ho escluso dalla classifica di proposito nonostante meritasse; così, per farvi un dispetto. A voi la scelta.



5° POSIZIONE: Shaun - Vita Da PecoraUn film d’animazione ci voleva, soprattutto in attesa di scoprire che fine ha fatto il capolavoro “Inside Out”. Lo studio Aardman colpisce ancora, sulla scia dei capolavori Galline in Fuga e Wallace e Gromit (Oscar come miglior film d’animazione). In occasione della chiusura della serie tv dedicata al personaggio muto di Shaun, la pecora, Park ha deciso di realizzare un lungometraggio dedicato alle avventure degli antropomorfi animali da cortile. In sostanza si tratta di una serie di episodi spassosi concatenati tra loro a mo’ di unico lungometraggio. La trama vede le storiche pecore stanche della routine della fattoria e decise ad appropriarsi dell’abitazione del fattore. Questa la banale premessa per una serie esilarante di gag al limite del ridicolo, ma talvolta anche molto intelligenti, che vi terranno incollati allo schermo. Comparto tecnico invece da rivedere; indietro rispetto agli ultimi lavori.
Lo stile visivo potrebbe far pensare ad un prodotto indicato unicamente per un pubblico più infantile, ma la comicità che si cela dietro una maschera semplice e immediatamente accessibile a tutti è invece molto britannica e acuta in alcune sue forme. Abbandonate i pregiudizi inutili e lasciatevi coinvolgere dalla nuova comicità muta, il revival degli anni d’oro del bianco e del nero che furono.


4° POSIZIONE: The Martian
The Martian rappresenta il ritorno di Ridley Scott sui livelli che l’avevano reso grande in passato, dopo anni di tentativi falliti e forse di sceneggiature poco adatte alla mano del regista e al suo stile.
In seguito ad una tempesta (senz’acqua), un gruppo di astronauti è costretto a lasciare Marte nel bel mezzo di una missione esplorativa. Prima di riuscire a raggiungere la navicella, però, il botanico del gruppo, Damon appunto, viene scaraventato lontano e, presi dall’agitazione del momento, i suoi compagni di viaggio lo abbandonano sul pianeta rosso credendolo morto sul colpo. In realtà così non è e il protagonista, una volta ristabilitosi, dovrà cercare di sopravvivere prima dell’arrivo dei soccorsi, che, considerando la distanza Marte-Terra, non sono proprio immediati. Da questo momento in poi la storia si sviluppa su due frangenti lontani minuti luce ma uniti nella volontà di non cedere alla morte: da una parte Matt comincia una coltivazione di patate su un pianeta decisamente non fertile e tenta di resistere ad ogni casualità avversa, dall’altro invece la Nasa si attiva per la programmazione di nuove missioni spaziali volte al salvataggio del malcapitato astronauta. Una duplice narrazione che mantiene lo spettatore con gli occhi incollati allo schermo e che evita di mostrare momenti di stanca cinematografica legati ad un personaggio che sostanzialmente non riesce a comunicare con nessuno se non con delle goproLo sviluppo è buono e Scott non si perde in riflessioni filosofiche inutili rimanendo fedele all’opera letteraria da cui il film è tratto (almeno a detta di chi ha letto anche il libro e magari lo ha fatto prima di andare al cinema). Ci si appassiona facilmente a questo Americano medio che tenta in tutti i modi di sfuggire al suo nefasto destino, componente, questa del fato, assai presente in tutta la pellicola. Dall’altra parte, al baratro del pessimismo sul quale passeggia il protagonista, si contrappone l’ottimismo e la passione di coloro che faranno di tutto per salvarlo, e non specifico di chi sto parlando per evitare fastidiosi spoiler. Dico solo che ho applaudito ad una scena legata ai dirigenti Nasa, indovinate voi quale.
L’accuratezza scientifica di cui si vantava il film prima dell’uscita è stata tutto sommato rispettata e la maggior parte delle azioni del naufrago su Marte vengono accompagnate da una breve descrizione che dà scientificità al tutto. Il finale però rischia di rovinare l’intera esperienza attraverso un espediente narrativo per niente credibile e più vicino ad un deus ex machina che alla reale conclusione delle disavventure spaziali. Una caduta di stile che potrebbe far storcere il naso ai più.
Di fondo, questo The Martian è un’americanata molto curata e come tale va presa. Non ci sono discorsi profondi, non si tenta di stupire l’intelletto dello spettatore, ma di divertirlo e appassionarlo. Un film commerciale insomma che vede nell’intrattenimento il suo più grande motivo d’essere. Se spogliato di aspettative eccessive ed esterne quindi, questa pellicola riesce ad essere un piacevole passatempo. 


3° POSIZIONE: Suburra
Senza dubbio il film italiano più atteso dell’intera stagione cinematografica. Il regista di ACAB e Gomorra - la serie torna nel suo territorio preferito per raccontare una storia di droga, mafia, corruzione e vendetta. Se avete amato la serie tv basata sull’opera di Saviano (e soprattutto se l’avete fatto prima che i fantastici ragazzi di The Jackal la sdoganassero e la rendessero una parodia di se stessa), amerete questo secondo lungometraggio di Sollima.
Il film in sé mostra molti picchi di notevole qualità, spessore e densità scenica, ma purtroppo non è esente da difetti che potrebbero rendere l’intero prodotto appannaggio di pochi pazienti spettatori. Il ritmo di Suburra è infatti molto lento e il regista si propone di approfondire alcuni personaggi a mo’ di serie tv senza però riuscirci appieno. Elio Sebba Germano e Samurai infatti risultano più macchiette piatte e classiche che rappresentazione realistica del sottomondo corrotto romano. Tutto ciò porta ad un appesantimento di alcuni momenti che, considerando l’opera nella sua totalità, non hanno grande motivo d’esistere. Nella narrazione e nella caratterizzazione dunque un ibrido tra cinema e televisione che non sa né di carne né di pesce. Oltre a questo aspetto negativo ho notato anche una caricaturalità in alcune azioni che, se andate al cinema con amici, potrebbe portarvi a ridere di situazione in realtà drammatiche (colpa degli amici, non mia), scadendo quindi un po’ troppo spesso in situazione grottesche al limite del ridicolo. Credo questo sia un errore accettabile da una pellicola che cerca una terza via, mescolando il tono delle grandi produzioni americane agli stereotipi caratterizzanti del cinema nostrano.
La trama invece coinvolge e riesce discretamente a tenere vive ed interessanti tutte le sfumature che compongono un quadro futurista ma neoclassico, minimalista ma barocco. Il pretesto perché tutto accada è in verità ingegnoso e ammirevole nella sua scrittura. Una sorta di cerchio che comincia a delinearsi in sordina e nel finale, in un tripudio di emozioni ravvicinate, si doppia, deraglia e porta alla conclusione tragica che chiunque si sarebbe potuto attendere ma che probabilmente nessuno sperava si avverasse. Una struttura perfetta, invidiabile e finalmente innovativa per il thriller all’italiana.
La fotografia stupisce per la sua forza visiva e riesce a rendere credibile una situazione sporca e cupa attraverso colorazioni caricate e perfettamente bilanciate. I montaggi sonori invece, grazie soprattutto alle musiche incalzanti ed evocative dei francesi M83, rappresentano i veri apici della pellicola. Midnight City all’inizio ci catapulta con grazia violenta nel mondo della corruzione italiana, Outro da brividi. Potremmo discutere della presenza massiccia di questi momenti e del fatto che possano in qualche modo infastidire uno spettatore meno preparato e abbietto, ma un Suburra senza tali scene cariche di pathos sarebbe come un brano di Armstrong senza assolo di tromba. Impensabile.
Il vero fulcro del film sono però i contenuti di denuncia sociale. Bande di criminali che tentano di governare il paese attraverso la corruzione in parlamento e nel Vaticano. A mio parere, Sollima si sarebbe potuto spingere oltre nella descrizione della vita parlamentare, ma quantomeno ciò che viene mostrato rappresenta fedelmente la realtà. Suburra era il quartiere più sudicio e malfamato dell’antica Roma. Tutto quel putridume si è solo rintanato dentro.
Una volta usciti dalla sala dopo la visione di Suburra ci si sente sporchi, colpevoli di crimini verso l’umanità. Ci si sente come ad aver intascato una mazzetta da un imprenditore. Ci si sente dei traditori. Questo film riesce perfettamente a rinnovare una mancanza di fiducia in una generazione di politici ingranaggio di un sistema più grande. La politica nel film è solo l’appendice di un intero movimento che non disdegna la delinquenza, ma che la pratica come stile di vita alle spalle di coloro che invece ancora credono in un mondo migliore. L’umore è nero fuori dalla sala perché finisce la speranza.


2° POSIZIONE: Star Wars - Il Risveglio Della Forza
Il film più atteso dell’anno non delude e, dopo ben due proiezioni al cinema (evento più unico che rara per me), mi sento di dire anche che, per quanto riguarda determinati aspetti, il primo capitolo della nuova trilogia spaziale del maestro J.J. Abrams (che poi qualcuno conosce per cosa stiano le due “J”?) va oltre le mie personalissime aspettative. Come avrete già letto e riletto su altre testate giornalistiche più qualificate della mia, SW7 si presenta maggiormente come una transazione e come una riproposizione della prima trilogia (o trilogia originale) in chiave contemporanea. I riferimenti al primo film che diede inizio all’intero francise si sprecano e abbondano, specialmente nella prima parte della pellicola. Al contempo, però, viene sviluppata questa transizione anche per quanto riguarda i personaggi, proponendo uno spostamento graduale dai vecchi “old but still gold” Leia Organa, Han Solo, Chewbacca (di cui babbo natale mi ha regalato la bubble-head - grazie babbo) e Luke (mi raccomando, badate bene alle nuove pronunce originali) ad altri protagonisti giovani caratterizzati finora in maniera interessante, proponendo diversi aspetti chiari, ma altrettanti oscuri, che scopriremo con il tempo. Rey (tanto amore) e Poe emergono sugli altri, anche se il vero protagonista credo sia il droide BB-08. Semplicemente meraviglioso.
D’altra parte però la pellicola non è esente da difetti quale un’eccessiva casualità che spinge la trama a proseguire e i protagonisti a confrontarsi con il Primo Ordine. Qualche forzature che rischia di stridere molto con la coerenza della trama del settimo capitolo con quelle degli episodi precedenti, specialmente ad una seconda visione. In due cinema diversi, per capire meglio. Il duello finale però è un tripudio d’azione e scene perfettamente realizzate. Coreografie uniche e spade laser incrociate.
In ogni caso, quando si esce dalla sala, non si vede l’ora di rientrare a guardare il prossimo capitolo. E invece bisogna aspettare due anni. E invece…



1° POSIZIONE: Mad Max: Fury Road
Sostanzialmente penso che il film in questione non sia un capolavoro, ma probabilmente questo giudizio é influenzato dal fatto che il genere action non mi appartiene come altri. Penso però anche di aver visto uno dei migliori film d'azione di sempre. L'azione é la parte centrale del film, occupa circa il 70/80% della pellicola. La regia é dinamica e curata. La fotografia realistica ma al contempo eccessiva e spettacolare. Tutto sembra sopra le righe. L'ambientazione e i personaggi, dal primo all'ultimo, funzionano alla perfezione. L'innovazione del genere femminile al centro di una pellicola culturalmente maschilista alza il livello del prodotto. Finalmente una ventata di novità in un settore per certi versi stantio.
Questa pellicola però presenta dei problemi evidenti che impediscono di raggiungere la perfezione. Il film infatti convince molto più nella prima parte, quando i protagonisti non parlano. Quando invece si raggiunge la prima tregua dalla fuga si ha l'introduzione dei tipici dialoghi stereotipati e improbabili hollywoodiane.
Alcune scene sono volutamente tamarre, ma troppo. A tratti alcune scelte stridono con la durezza e il realismo dell'ambientazione post apocalittico e della carenza di risorse. La trama poi risulta nel suo complesso troppo allungata: non ho apprezzato ad esempio l'introduzione delle donne-guerriere e l'intermezzo inutile con le moto. Alcune imperfezioni che però non intaccano i punti forti del film. 
D'altra parte però Mad Max sfora il limite della perfezione in alcuni aspetti specifici che rendono la pellicola un vero e proprio film di genere, riservato nello specifico quindi ad una ristretta cerchia di intenditori. Un grande film d'azione che ricorderemo per molti anni a venire e che prenderemo come metro di paragone per le future pellicole.
Indubbiamente il miglior film del 2015.Aspettando produzione americane uscite nelle sale statunitensi durante quest'anno solare, ma ancora inedite da noi, un certo Quentin vi dice qualcosa?

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mercoledì 30 dicembre 2015

TOP 10 FILM VISTI NEL 2015 - SECONDA PARTE

Evitando dilungamenti inutili, ecco a voi l'introduzione all'articolo che segue. Buona lettura e buon cinema a tutti.


5° POSIZIONE: Control (2007)
Film biografico sulla vita di Ian Curtis, cantante e leader dei Joy Division nella loro breve attività. La prima cosa che salta all’occhio è la scelta stilistica del bianco e nero, scelta quanto mai azzeccata che restituisce in maniera credibile sia gli anni ’70 che la complessa psicologia del protagonista. Il film copre l’intera carriera musicale dell’immenso cantante, dai dischi di Bowie nella cameretta alla tragica fine passando per il successo e le crisi di epilessia. Lo sceneggiatore, consapevole di non poter includere l’intera vita dell’artista in due ore di pellicola, decide di tagliare sul rapporto tra Curtis e gli altri membri del gruppo; ciò risulta anche funzionale nel delineamento del carattere schivo, fragile e solitario del protagonista.
Control è un film in cui non si parla molto, in cui ci sono molti silenzi alternati a brani degli stessi Joy Division; molti passaggi sono oscuri o comunque non avvengono direttamente davanti alla macchina da presa, quasi si volesse lasciare comunque una sorta di riservatezza alla figura di Ian. La sequenza finale nella sua semplice forza dirompente commuove e lascia un gusto molto amaro in bocca, si ha la sensazione che la grave perdita si sarebbe potuta evitare, ma non è stato così. Quando “Atmosphere” parte senza però coprire le grida strazianti della povera Deborah Curtis si ha un tuffo al cuore, un nodo in gola. Scena magnifica.

Da questo film emergono e si mescolano rabbia, dolore, sofferenza, depressione, angoscia e voglia di farla finita. Uno spaccato realistico della vita del giovane frontman poeta che, unito ad una fotografia spettacolare e ad una regia statica e riflessiva, contribuisce a dare vita ad un prodotto imperdibile per gli amanti del punk e della new wave. Se non conoscete i Joy Division, se invece li conoscete e li apprezzate, se amate la buona musica andata, se adorate il cinema, questo è il film che fa per voi.


4° POSIZIONE: Mad Max: Fury Road (2015)
Sostanzialmente penso che il film in questione non sia un capolavoro, ma probabilmente questo giudizio é influenzato dal fatto che il genere action non mi appartiene come altri. Penso però anche di aver visto uno dei migliori film d'azione di sempre. L'azione é la parte centrale del film, occupa circa il 70/80% della pellicola. La regia é dinamica e curata. La fotografia realistica ma al contempo eccessiva e spettacolare. Tutto sembra sopra le righe. L'ambientazione e i personaggi, dal primo all'ultimo, funzionano alla perfezione. L'innovazione del genere femminile al centro di una pellicola culturalmente maschilista alza il livello del prodotto. Finalmente una ventata di novità in un settore per certi versi stantio.
Questa pellicola però presenta dei problemi evidenti che impediscono di raggiungere la perfezione. Il film infatti convince molto più nella prima parte, quando i protagonisti non parlano. Quando invece si raggiunge la prima tregua dalla fuga si ha l'introduzione dei tipici dialoghi stereotipati e improbabili hollywoodiane. Non sono poi d'accordo con Antonio quando dice che il film non eccede mai. Secondo me alcune scene sono volutamente tamarre, ma troppo. A tratti alcune scelte stridono con la durezza e il realismo dell'ambientazione post apocalittica e della carenza di risorse. La trama poi risulta nel suo complesso troppo allungata: non ho apprezzato ad esempio l'introduzione delle donne-guerriere e l'intermezzo inutile con le moto. Alcune imperfezioni che però non intaccano i punti forti del film. Un grande film d'azione che ricorderemo per molti anni a venire e che prenderemo come metro di paragone per le future pellicole.


3° POSIZIONE: Whiplash (2015)
Il panorama odierno è saturo. Prodotti freschi e innovativi, sia nella forma che nella sostanza, spesso annegano nel tentativo di emergere dal mare della mediocrità e della banalità. Whiplash ce l’ha fatto, invece. Tale pellicola è riuscita a raggiungere il successo planetario stracciando ogni canovaccio antiquato e proponendo finalmente qualcosa di nuovo. La scrittura, in particolar modo, mi ha stupito per la capacità di saper intrattenere andando oltre gli stilemi classici e quindi oltre la forma mentis comune. Non abbiamo eroi, non abbiamo background, né morale, né finale strappa lacrime. Non abbiamo lo sviluppo dei personaggi secondari o sottotrame utili ad allungare un medio metraggio per trasporlo sul grande schermo. Abbiamo solo ed unicamente un ragazzo provato dalla sua ambizione giustificata ma ossessiva e un insegnante dispotico e controverso. Due personaggi soltanto attorno ai quali ruota l’intera vicenda. L’unico elemento che poteva farci associare Whiplash alla linea comune del cinema americano era la componente romantica che per pochi minuti tenta di prendersi la scena a dispetto della musica, ma così non è, e lo sviluppo della narrazione dimostra quanto in realtà tale elemento sia stato inserito solo in maniera funzionale al resto della trama portante; e la scena della chiamata a pochi minuti dalla conclusione della vicenda dimostra chiaramente la validità di tale mia affermazione.
Il protagonista in realtà non è né il ragazzo né J.K. Simmons, ma l’ambizione malata del primo che si sviluppa si pellicola attraverso la musica. Teller infatti, consapevole delle sue grandi doti, comincia a focalizzare la sua esistenza solo sulla carriera da batterista, fagocitando in essa ogni altro aspetto della sua vita. il suo obiettivo però non è solo la realizzazione umana che deriva dal successo, ma una vera e propria scalata all’olimpo dei suoi sogni per ottenere la notorietà e quindi il riconoscimento delle sue capacità da parte di persone a lui estranee. Esattamente in questo punto degenera la comune ambizione di ogni essere umano e si sfocia nella profonda problematica interiore che lo porta, anche attraverso la figura del cinici direttore del Daily Mail, a compiere gesti inconsulti e inconcepibile ad un occhio poco attento alle emozioni.
Tutto questo complesso si traduce in profonda tensione emotiva che il regista Damien Chazelle riesce a rendere perfettamente attraverso un’ansia spasmodica crescente che colpisce e coinvolge anche lo spettatore più granitico e insensibile.  L’agitazione del protagonista è palpabile e sfocia nella scena del concerto prima della crisi del protagonista.
Il rapporto tra i due protagonisti è assai solido e convincente, riuscendo anche a generare una sorta di detto - non detto che prende forma definita nel finale, quando non riusciamo a giungere ad un giudizio definitivo sul comportamento del maestro nei confronti del giovane allievo. Chi ha preso gli spartiti del primo batterista? Molte emozioni e molti eventi per la trama fondamentali vengono resi unicamente attraverso sguardi, evitando così abilmente i celebri spiegoni del cinema commerciale e di quello scadente italiano in particolare.
La musica rappresenta quindi la chiave di lettura, o meglio, il linguaggio scelto dal regista per la realizzazione del film, e ciò la rende fondamentale per poter comprendere appieno il senso dell’opera. I brani scelti risultano perfetti nel contesto e le scelte registiche per la realizzazione delle scene più concitate valorizzano ulteriormente la pellicola. Meravigliosa e mozzafiato la scena dell’interminabile assolo finale.
I due attori protagonisti meriterebbero di essere citati molto più spesso quando si parla di interpretazione memorabili; Teller, nonostante qualche piccola sfumatura fuori posto dovuta probabilmente alla giovane età, regala un giovane tormentato e psicotico, stratificato al punto giusto, ma quello che più ha stupito sia me che la critica specializzata è stato J.K. Simmons. Semplicemente magnifico. Un film che andrebbe visto anche solo per le scene in cui è presente questo mio nuovo idolo. Pellicola indipendente di assoluto e indiscusso valore che, dati alla mano, ha incassato briciole rispetto a quanto avrebbe meritato. Vi invito quindi a recuperarlo e a farne tesoro, perché Whiplash è cinema, e questo cinema è meraviglioso.




2° POSIZIONE: I Soliti Sospetti (1994)
È la costruzione a fare il capolavoro. Questo film si compone per la maggior parte di costruzione ed illusione volte ad amplificare il valore di un finale già di per sé sconvolgente e allo stesso tempo meraviglioso. Cinema allo stato puro. D’altra parte ci pensano le enormi interpretazioni dei protagonisti della vicenda narrata (raccontata) ad elevare il livello della produzione e a  tenere testa alla componente più rilevante, quella già discussa della trama appunto. Spacey, superlativo e indimenticabile, spicca sul cast intero e rimane indelebile nell’immaginario comune di ogni amante del buon cinema. La scena finale vale centinaia di altri film idolatrati dalla critica o dal pubblico, ma che mai raggiungeranno la potenza di quelle poche,concitate inquadrature. Di quella citazione che non sto a ricordare, altrimenti  rischierei di rovinare un’esperienza unica a coloro che (purtroppo per loro) ancora devono vederlo. Chi è Kaiser Soze?


1° POSIZIONE: Inside Llewin Davis (2014)
Utilizzo il titolo originale perché la traduzione “A proposito di Davis”, che cerca di strizzare l’occhio alle commedie goliardiche anni ’90, mi è sembrata fuori luogo ed evitabile. Inside Llewin Davis è invece l’album solista che il protagonista tenta invano di proporre ad agenti ed impresari durante l’intera durata del film.
L’ultimo capolavoro dei Coen (in attesa del prossimo “Ave,Cesare!”) è, a mio parere, un film perfetto, privo di sbavature. Uno dei migliori prodotti del 2014, nonostante non abbia ottenuto grandi riconoscimente a livello di critica.
La trama è pressoché assente: la macchina da presa si limita a seguire in maniera compassionevole, ma mai pietosa, una settimana della vita di Llewin Davis. Né un inizio, né una fine. Solo vita. Perché la vita non ha trama, la vita scorre e l’uomo si trova spesso ad essere trascinato dagli eventi senza riuscire a lasciare la sua impronta su questa Terra. Llewin è uno sfortunato musicista folk che, all’inizio degli anni ’60, dopo la morte del partner, cerca di sbancare il lunario e rimanere vivo a dispetto di un mondo a cui lui è inadatto per natura, probabilmente. Gli eventi lo investono e lui riesce sempre e comunque a prendere la decisione sbagliata, non tanto perché sia sbagliata in senso assoluto, ma forse più perché è proprio lui a prenderla. Non possedendo un alloggio, è inoltre costretto a scroccare un posto sul divano di amici, conoscenti, sconosciuti. Tanti gli voltano le spalle e pochi rimangono vicini a lui. Inoltre un figlio in arrivo rischia di uccidere definitivamente il sogno di vivere di musica.
La svolta potrebbe arrivare da un viaggio che Llewin compie verso Chicago alla ricerca di fortune migliori. L’ultima spiaggia. A voi il piacere di scoprirne l’esito.
In tutto questo contesto malinconico e in parte struggente, i Coen riescono a far ridere e sorridere lo spettatore con la loro solita comicità nera e graffiante che prende di mira tutti senza fare nomi. Riusciamo ad affezionarci al protagonista perché tra i due opposti, la vita disgraziata e sfortunata e la comicità sopra le righe, arriva al pubblico in maniera molto naturale, realistica.
Il comparto tecnico come al solito si conferma sopra la media riuscendo a rendere perfettamente le atmosfere gelide della New York degli anni ’60 e a trasmettere le emozioni che il protagonista prova anche attraverso le immagini. La colonna sonora inoltre confeziona il capolavoro innalzando a dismisura il livello del prodotto.
Il messaggio dei fratelli Lumiere è quello di non giudicare mai il clochard che troviamo per strada, l’artista di strada, colui che soffre, che tenta, ma che non riesce a trovare mai la chiave per aprire la porta giusta. Chi sbaglia, chi pecca e chi perde oggi e anche domani, perché molto spesso l’insuccesso, la fatica, la povertà e l’infelicità sono condizioni dettate dalla fortuna, più che dalle doti o dalle scelte. A volte compatire senza provare pietà è la scelta migliore. Semplice poesia.


TOP 10 FILM VISTI NEL 2015 - PRIMA PARTE


10° POSIZIONE: Star Wars - Il Risveglio Della Forza (2015)
Il film più atteso dell’anno non delude e, dopo ben due proiezioni al cinema (evento più unico che rara per me), mi sento di dire anche che, per quanto riguarda determinati aspetti, il primo capitolo della nuova trilogia spaziale del maestro J.J. Abrams (che poi qualcuno conosce per cosa stiano le due “J”?) va oltre le mie personalissime aspettative. Come avrete già letto e riletto su altre testate giornalistiche più qualificate della mia, SW7 si presenta maggiormente come una transazione e come una riproposizione della prima trilogia (o trilogia originale) in chiave contemporanea. I riferimenti al primo film che diede inizio all’intero francise si sprecano e abbondano, specialmente nella prima parte della pellicola. Al contempo, però, viene sviluppata questa transizione anche per quanto riguarda i personaggi, proponendo uno spostamento graduale dai vecchi “old but still gold” Leia Organa, Han Solo, Chewbacca (di cui babbo natale mi ha regalato la bubble-head - grazie babbo) e Luke (mi raccomando, badate bene alle nuove pronunce originali) ad altri protagonisti giovani caratterizzati finora in maniera interessante, proponendo diversi aspetti chiari, ma altrettanti oscuri, che scopriremo con il tempo. Rey (tanto amore) e Poe emergono sugli altri, anche se il vero protagonista credo sia il droide BB-08. Semplicemente meraviglioso.
D’altra parte però la pellicola non è esente da difetti quale un’eccessiva casualità che spinge la trama a proseguire e i protagonisti a confrontarsi con il Primo Ordine. Qualche forzature che rischia di stridere molto con la coerenza della trama del settimo capitolo con quelle degli episodi precedenti, specialmente ad una seconda visione. In due cinema diversi, per capire meglio. Il duello finale però è un tripudio d’azione e scene perfettamente realizzate. Coreografie uniche e spade laser incrociate.


In ogni caso, quando si esce dalla sala, non si vede l’ora di rientrare a guardare il prossimo capitolo. E invece bisogna aspettare due anni. E invece…


9° POSIZIONE: Fury (2014)
Fury è un film dai due volti: la prima metà del film tenta e riesce a fornire uno spaccato sincero e crudo della guerra vissuta da coloro che vivono giornalmente a contatto con la morte, ovvero i soldati. Ci vengono presentati i membri storici del tank Fury e poi viene introdotto il protagonista, un giovane Percy Jackson capitato lì per caso. Quest’ultimo personaggio in realtà viene presentato più come elemento in cui lo spettatore possa identificarsi e come escamotage cinematografico per proporre semplificate alcune meccaniche consuete del campo di battaglia. I messaggi lanciati in questa prima fase sono molto profondi e interessanti. Spara o muori. Realismo, qualità visiva e qualche elemento tarantiniano riescono a rendere il tutto perfetto. Poi arriva una mina e il carro armato viene messo fuori uso. Insieme ad esso viene messo fuori uso anche il realismo: i protagonisti si ritrovano a dover fronteggiare da soli trecento soldati tedeschi. Non scappano, non cedono, il cielo diventa nero e riescono ad abbatterne centinaia. Si perde così la funzione critica della pellicola in favore dell’intrattenimento, dell’eroismo, dei valori patriottici. Si vira decisamente vero toni più consoni a vuote americanate moderne. Anche l’evoluzione del protagonista risulta forzata e irreale. Peccato. Per quanto riguarda il livello tecnico e la recitazione invece il tutto è eccellente e impeccabile. Aldo Raine sembra sempre più a suo agio; sorpresa LaBeouf. Peccato per le pistole laser di Star Wars, si poteva fare meglio. Il voto finale è la media tra il dieci della prima parte e il sette della seconda.


8° POSIZIONE: Gran Torino (2009)
Clint Eastwood ha l’abilità (probabilmente economica) di attorniarsi di artisti di primissimo livello. Solo lui e pochi altri al mondo possono permettersi una fotografia così curata, nitida e luminosa, un sonoro così pulito, una regia così rigorosa e mai eccessiva. Al vecchio Clint non rimane quindi che farsi condizionare da ciò che legge e vede nei momenti di pausa della sua floridissima carriera cinematografica e unire a queste idee il tema bellico. Perché, se c’è Eastwood, la guerra c’entra sempre. Questa volta un cinico reduce della guerra in Corea, repubblicano, conservatore e razzista, si troverà a fare i conti con il nuovo vicinato proveniente dall’est (che poi per noi è l’est, ma per loro sarebbe più comodo chiamarlo l’ovest). I temi trattati non sono freschissimi e l’intera costruzione pone le fondamenta sull’interpretazione più che convincente del pupillo di Leone. Ciò che stona è la virata graduale verso il buonismo e il finale “in fondo a tutti c’è del buono”. Il buono avrebbe potuto evitare di sfociare così platealmente in una retorica altrettanto positivista, nonostante il colpo di scena finale. Forse l’età ha mitigato le corde ruvide di uno degli artisti più influenti dei nostri tempi. Basti pensare al finale di Mystic River e alla sua potenza negativa, basti pensare a Million Dollar Baby. Per il resto sviluppo perfetto della trama e finale riflessivo e appassionante.


7° POSIZIONE: School of Rock (2001)
Un classico moderno che sta invecchiando meglio ogni anno che passa. Il one man show Jack Black (di cui avevamo già parlato in relazione a The Brink) si carica sulle spalle l’intera pellicola riuscendo a non far mai stancare lo spettatore. Tutti i personaggi, in particolar modo i bambini prodigio, sono caratterizzati in maniera perfetta e ciò li rende immediatamente riconoscibili ed adorabili. Zack il chitarrista, Freddy Jones, Lawrence e la sua pistola, Summer presidente degli Stati Uniti, le coriste, lo stilista, i bodyguard e il tecnico delle luci. Tutti fantastici e indimenticabili.
La trama forse non mostra grandi aspetti innovativi, ma l’argomento della musica è trattato in maniera encomiabile e unica, mostrando realmente quanto tale magnifica arte possa valere per la vita di un uomo che la società considera uno sconfitto e per dei bambini innocenti incatenati dall’istruzione e dalle regole benpensanti. Il finale, inteso come liberazione da tutti i pregiudizi, le catene e la maldicenze, si mostra a noi in tutta la sua potenza emotiva. Un tripudio di musica, rivincita e ottimo cinema.
In realtà questa receimpressione avrei potuto postarla già qualche tempo fa: in casa mia School of Rock è d’obbligo una volta ogni 2/3 mesi e ormai io e mio fratello non sappiamo più in che lingua guardarlo per poter rendere la cosa più interessante. Ormai sappiamo tutte le battute e cantiamo a squarciagola le fantastiche canzone che scandiscono il perfetto ritmo del film; specialmente quelle originali. Forse non un capolavoro, ma indubbiamente uno dei film che sento più miei, e per questo probabilmente sopravvalutato nella classifica di cui fa parte, ma tant’è.


6° POSIZIONE: Juno (2007)
Quando si è realmente maturi? La vita è semplice: ad ogni azione corrisponde una reazione contraria, ma non sempre questa ha la stessa intensità della prima e una ragazza in realtà debole e insicura, un’adolescente ancora alla ricerca di sé, come la protagonista Juno, si ritrova a dover far fronte a responsabilità molto più grandi di lei e della sua età. La vita molto spesso riserva sorprese e prove inaccessibili, ostacoli insuperabili. Siamo davvero maturi per affrontare questi ostacoli o la maturità arriva dopo? A volte credo che non si sia mai realmente pronti per affrontare ogni sfaccettatura del mondo, ma poi il mondo scorre e le prove si superano col tempo e solo dopo ci si accorge che la maturità necessaria per superare una prova la si acquista solo affrontando la prova stessa. Questo tema semplice e profondissimo sta alla base di un film divertente, leggero, ben scritto, stilisticamente perfetto ed egregiamente recitato. Fantastica Page, perfetto Cera, usualmente ben calato nella parte Malkovic. Un’opera indipendente di grande valore che riporta il auge un cinema low cost basato sulle idee più che sui budget stratosferici. Un’ottima alternativa al cinema hollywoodiano che tutto fagocita, ma ch non riesce a catturare la luce di Juno e della sua perfetta protagonista. 

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martedì 29 dicembre 2015

TOP/FLOP 2015: INTRODUZIONE

Dopo intense ore di attenta e ponderata riflessione ho deciso di accogliere l’idea di stilare delle classifiche trasversali che vadano a prendere a piene mani dalla rubrica canonica che ci ha accompagnato dagli albori di InsideMAD fino ad oggi, le Recensioni (anche se effettivamente sarebbero più rece impressioni) della Settimana (RdS). Avevo pensato di analizzare prima i film e successivamente gli album, ma, così facendo, avrei rischiato di dimenticare troppi prodotti interessanti che invece avrei voluto cercare di valorizzare con questa serie di articoli.


Ma come organizzare queste inconsuete TOP/FLOP? Quali criteri adottare per trovare una medietas tra la boriosità delle classifiche tematiche e la generalizzazione figlia della mancanza di una divisione studiata? Nasce così la necessità di questa introduzione; utile anche per evitare le solite ripetizioni di sorta che altrimenti sarei obbligato ad inserire all’inizio di ogni classifica. Per quanto concerne nello specifico i film ho deciso quindi, fidandomi ciecamente della massima pubblicitaria “Three is the magic number” (una di quelle melodie che intaccano la bontà della mente umana), di scindere la classifica generale in tre sottoclassifiche funzionali: “I migliori film del 2015”, “I migliori film visti nel 2015” e “I migliori film italiani del 2015”, tutte accompagnatr dalle rispettive flop ovviamente. Nello specifico, ho abbreviato nel titolo “I migliori film italiani” “I migliori film italiani visti nel 2015”, giusto perché quella parolina appesantiva il complesso in maniera indicibile. Le parole che fanno la differenza.
Riprendere receimpressioni già lette durante l’anno nella consueta rubrica non avrebbe senso. Non avrebbe senso copiare ed incollare qualche riga sparsa per dare vita ad altri articoli unicamente compiendo opera di collage. Mi insulterei da solo allo specchio se avesso il coraggio di compiere tale zingarata. Ho scelto quindi di rivedere, correggere e reinterpretare le passate recensioni in modo da valorizzare maggiormente gli aspetti positivi nel caso si tratti della TOP, o accentuare quelli negativi in caso contrario. Ovviamente poi lascerò, per ogni lungometraggio, il link relativo alla precedente apparizione nelle RdS, per chi volesse verificare i cambiamenti e quindi eventualmente analizzare l’evoluzione del mio giudizio nel tempo.
Ed ora passiamo alle confessioni: confesso di aver visto molti film e di aver ascoltato altrettanti album senza però recensirli nelle RdS, nella speranza di stilare in futuro delle particolari classifiche e quindi di riservarmi un dirompente effetto sorpresa per ogni loro elemento. Per fare un esempio, vidi Watchmen di Snyder diversi mesi fa, ma evitai di recensirlo per poterlo analizzare più attentamente nella TOP/FLOP 10 cinecomics; ma poi il tempo fu despota e non se ne fece più niente. Ci sarà quindi Watchmen nella classifica dei migliori film visti nel 2015? Chissà, a voi il piacere di scoprirlo.
Direi l’ovvio poi se esplicitassi la valenza di questi criteri anche per la controparte musicale. Sappiate però che mi sarebbe spiaciuto svelarvi tutto subito e ho tenuto per me qualche scoppiettante sorpresa di fine anno. Qualcosa che potrebbe piacere anche a voi, se almeno un po’ ho imparato a conoscervi.

Da oggi, per circa quattro o cinque giorni, dunque, troverete su questo blog due classifiche (TOP e FLOP) al giorno, a cominciare dai migliori film VISTI NEL 2015 e alternando poi il cinema alla musica. Buon inizio di fine dall’intero staff di InsideMAD. 

TOP 10 film visti nel 2015

mercoledì 23 dicembre 2015

I MIEI FILM DI NATALE

Natale è sinonimo di tradizioni, e tradizioni è sinonimo di film in famiglia. Il natale è quel momento dell'anno in cui la bontà racchiusa nel nostro cuore trabocca e riesce a farci sopportare gli stessi film che guardiamo e riguardiamo da anni, con le stesse persone, magari facendo le stesse battute tristi negli stessi istanti, che non facevano ridere neanche la prima volta e la zia che rise nel '99 lo fece per cortesia. Fatevene una ragione e soprattutto cambiate repertorio.
Quella di oggi non vuole essere la solita classifica TOP/FLOP (che in ogni caso manca da troppo in questo blog - il 2016 rimedierà), ma un elenco senza posizioni. Quindi se un film ne precede un altro, non è detto che ci sia un rapporto di superiorità o inferiorità tra i due. Non cominciate a scannarvi prima del tempo, ricordate la bontà di cui sopra. Inoltre non ho intenzione di dilungarmi troppo su ogni pellicola, magari qualcuno di voi deve ancora acquistare gli immancabili regali dell'ultimo secondo, e non sarò io, con una classifica, a rovinargli le feste.


Mamma ho Perso l'Aereo
Il classico della mia generazione. Quel film che propongono e ripropongono
 ogni due o tre settimane su Italia 1 per tappare ben bene i buchi clamorosi del palinsesto. Un film che potrebbe essere adatto per tutto l'anno e per ogni occasione, ma che io, fin da piccolo ho associato indissolubilmente al periodo natalizio.
Quando ero bambino sognavo e al contempo temevo capitasse a me ciò che succede al giovane Kevin. Da una parte speravo anch'io un giorno di poter contribuire alla cattura di due pericolosi criminali (di cui uno Joe Pesci) grazie ai miei giocattoli d'infanzia, all'ingegno e a molta colla vinilica di muciacciana memoria. Dall'altra però temevo terribilmente due malintenzionati che tentavano di entrare nei miei alloggi in assenza dei miei genitori. E poi quel signore con la barba bianca. Ancora tremo.
La nostra infanzia e il mio natale.


Il Grinch
Un enorme Jim Carrey nei panni dell'omino verde più famoso della storia (dopo Salvini, ovviamente). La comicità e la strabiliante mimica facciale dell'attore canadese, la storia che rovescia del tutto i canoni e i valori del moderno consumismo e quel grottesco che si accompagna perfettamente alle atmosfere di chinonso rendono il Grinch un classico moderno che chiunque dovrebbe (ri)vedere durante le festività per riordinare le priorità. Momenti di epicità inarrivabili che probabilmente rendono la pellicola dell'ex Happy Days, Ron Howard, una delle migliori in assoluto incentrate sul tema del natale, e non solo ambientate in tale periodo.


Il Canto di Natale di Topolino
In questo caso non ci troviamo di fronte ad un film, ma ad un cortometraggio; come non inserire però la versione Disney della celeberrima storia dei tre fantasmi in quest'elenco rosso e barbuto? Impossibile.
Questo corto è ormai tradizione il tardo pomeriggio della vigilia e fatico ad entrare definitivamente in clima festoso senza la storia del pentito Zio Paperone. Un classico senza tempo in una delle sue versioni migliori in assoluto. In questa classifica avrei anche potuto inserire il più recente "A Christmas Carol" con l'onnipresente Jim Carrey, visto il tema comune, ma non ritengo tale opera ancora nelle mie corde e tradizioni per poterla equiparare a quelle presenti.


Love Actually
L'amore davvero. Una commedia corale anglosassone estremamente divertente che fa del natale l'ambientazione nella quale si svolgono le vicende amorose dei molti e variopinti protagonisti. Una trama semplice e natalizia solo di riflesso, direte voi. In realtà Love Actually ha il grande merito di costruire, attorno al fondante sentimento dell'amore, una narrazione che fa dell'atmosfera rennica il filo conduttore tra le varie storie. In questo film si respira a pieni polmoni solidarietà, misericordia, festa e amore, l'amore davvero.


The Nightmare before Christmas
IL mio film preferito sul natale. Le avventure di Jack e Sally sono ormai cult assoluto, cosa aggiungere quindi? Potrei perdere ore ad elogiare la meravigliosa colonna sonora - in italiano curata da Renato Zero - che sostiene egregiamente un'opera a metà tra musical e horror, tra fantastico e commedia. Potrei magnificare le abilità degli operatori che hanno lavorato giornata intere dietro ogni singolo secondo del film. Potrei lodare le atmosfere, il character design, la trama storica, Selick e Burton, il protagonista e il Baubau. Potrei, ma non riuscirei a restare negli spazi prefissati e soprattutto fallirei nel tentativo di trasmettere voi le emozioni che questo capolavoro riesce a provocare in me ogni natale che lo guardo. Certe opere d'arte in pellicola vanno viste, non raccontate. Buona visione.

Tutto questo elenco di film per raccontarvi una parte delle mie feste, delle mie tradizioni, e quindi per ricordarvi che non ci sono tradizioni univoche, non ci sono regole da rispettare quando si tratta di abitudini e celebrazioni di feste. Ognuno è fortunatamente libero di festeggiare natale a pasqua e viceversa senza che qualcuno possa obiettare. Per cui siete liberi di guardare i film che preferite, di mangiare cosa e come volete (ma contenetevi, perdio) e perfino di inserire i marò accanto al bue e l'asinello; l'importante è capire che chi ha tradizioni differenti dalle vostre non è una minaccia per l'ordine pubblico, ma solo una persona diversa da voi. É difficile da mandare giù, lo so.

Caro babbo natale, quest'anno mi sono comportato abbastanza bene, anche se ogni tanto ho fatto arrabbiare mamma e papà. Per natale mi piacerebbero meno sciacalli e più Jackal...

martedì 22 dicembre 2015

COMMENTO THE KNICK 2 - FINALE

Il rumore della caduta degli dei echeggia ancora nella torbida aria di New York. Il risveglio dopo il finale di The Knick è amaro: la serie ha perso il fulcro, la colonna, ma l’ha fatto con grande stile e coerenza. Le mie più cupe previsioni si sono realizzate appieno, e il dottor Thack, vero collante dell’intero cast, calamita infinita dal baffo iconico, ci ha lasciato in un eccesso di onnipotenza, dovuto anche e soprattutto al drammatico momento del dottore. Se n’è andato con una frase, il titolo più emblematico, con una consapevolezza di quanto sia labile la distanza tra l’olimpo e il baratro della morte. In realtà il primario era già morto prima di entrare in sala operatoria ricolmo di droghe, morte interiore. L’operazione azzardata su se stesso è sembrata l’unica via d’uscita da un tunnel di depressione che l’aveva ormai reso uno spettro senz’anima. L’operazione avrebbe potuto salvargli la vita sia fisicamente che metaforicamente, o ucciderlo definitivamente. Il fato ha voluto questa seconda possibilità. L’ultimo attimo di vita di Thack credo sia il suo sguardo al telefono, prima di cadere di nuovo vittima della dipendenza da cocaina pre-operazione; momento che richiama esplicitamente la scena in cui, diversi episodi fa, il dottore era riuscito a resistere alle sue pulsioni grazie ad una chiamata all’amata Abigail. Ma Abigail è andata a causa dell’etere, si presume, e con lei anche la lucidità del protagonista.  E se non fosse morto? E se quella siringa di adrenalina avesse riportato in vita lo sciagurato medico? Personalmente non credo possibile ciò, è l’ultima scena, che vede Edwards compiere la “sua” volontà, mi pare eloquente quanto basta per dire addio all’uomo copertina della serie.


Una situazione da me preventivata settimane fa, una possibilità, quella della morte illustre, che ormai circolava da un po’ e che forse rappresentava l’unico colpo di scena efficace a decretare la grandezza di questa seconda stagione, almeno fino alla vigilia di quest’episodio, perché altri colpi di scena inaspettati hanno confermato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, le straordinarie capacità degli sceneggiatori della serie. La scelta di unificare le colpe per i misteri finora insoluti della serie nel personaggio di Henry Robertson, se analizzata nel suo complesso, e quindi dopo essere rimasti vari minuti con la bocca spalancata per lo stupore, rivela degli aspetti positivi e forse troppi negativi. Indubbiamente questa svolta gioverà alla serie per quanto riguarda la trama, che quindi si continua ad arricchire di spunti interessanti da sfruttare in futuro, ma la figura del cattivo-doppiogiochista-vincitore di turno stona non poco con il contesto credibilissimo creato finora. Dall’inizio della serie abbiamo sempre avuto a che fare con personaggi molto realistici e quindi mai buoni o cattivi (per dirla con termini infantili), ma sempre variegati. Tale variazione rendeva loro credibili e quindi perfettamente calati nel contesto della serie. Per fare un esempio, il dottore più odiato del Knick è stato fin da subito Everett, sia per i modi che per le sue teorie, che al giorno d’oggi definiremmo razziste e antiquate; ma, attraverso il racconto della vita privata del personaggio, siamo talvolta riusciti ad empatizzare con questo, evidentemente frustrato e depresso per le disgrazie avvenute e causate dalla sua moglie ormai internata. Questa complessa sovrapposizione di mondi distaccati è mancata al personaggio di Henry dalla rivelazione in poi rendendolo più simile ad un cattivo del cinema americano che ad un complesso e complessato protagonista della serie di Soderbergh. Un peccato, considerata anche la validità della spirale proposta attraverso le indagini della sorella dell’imputato, Cornelia. Il personaggio della donna è infatti servito agli autori per allargare sempre più il quadro della serie senza però perdere d’occhio le vicende del Knick,e infine, da buona spirale costruita con criterio e ingegno, tutta l’indagine si è ricollegata ad un unico personaggio interno all’ospedale e addirittura alla famiglia Robertson stessa. Un tocco di classe promesso e mantenuto, ma purtroppo oscurato parzialmente da qualche scelta poco felice.


Il quadro generale della serie, in vista di una terza stagione che spero annuncino a breve per il bene dell’umanità intera, appare quindi molto modificato: il nuovo Knick, andato in fiamme in seguito all’incendio appiccato dallo stesso Henry Robertson, non verrà ricostruito sulle ceneri del precedente e quindi vedremo ancora per molto i nostri corridoi preferiti, ma ciò non rappresenta un grande cambiamento della situazione attuale, piuttosto di quella potenziale che avevamo pregustato fin dalla fine della prima stagione.. ciò che invece, secondo le previsioni, verrà drasticamente rivoluzionato, attraverso il time skip che mi auguro venga inserito tra la seconda e la terza stagione, è lo staff dell’ospedale. Con la dipartita di Thack, la partenza di Everett verso il vecchio continente, l’abbandono della proprietà da parte dei Robertson, la fuga di Cornelia per sfuggire alla lucida follia del fratello, il congedo dell’infermiera Lucy, ormai abituatasi alla vita aristocratica, e il probabile esonero dall’incarico di Barrow, i protagonisti sicuri, o quasi, di un posto stabile al Knick sembrano essere solamente Bertie ed Algernon, menomato però dall’ultimo scontro con il suo acerrimo nemico. Da quest’analisi otterrebbe ulteriori conferme la teoria da me proposta qualche mese fa secondo cui, al termine della seconda stagione ed in seguito alla scomparsa di Thack, le attenzioni degli sceneggiatori si sarebbero concentrate maggiormente sul personaggio di Bertie, che ha giovato d questi episodi per maturate sia umanamente che come chirurgo e ricercatore.


In generale, con questa seconda stagione di the Knick, Soderbergh e i suoi hanno vinto la loro personalissima scommessa riuscendo a bissare il successo della prima. È mancato però il salto di qualità definitivo che sdoganasse questa serie per il grande pubblico, ma forse è stato meglio così. L’ampliamento del cast, delle storie e degli ambienti è stato graduale e cucito alla perfezione sul consueto svolgimento della trama principale, il che l’ha reso pressoché invisibile. Lo sviluppo dei personaggi è stato convincente e coerente, ma maggiori pretese hanno inevitabilmente lasciato spazio sufficiente per qualche piccola caduta di stile anche in questo specifico frangente, il ché non ha però inficiato la validità dello sviluppo generale. La caratterizzazione più controversa però, alla luce del drammatico finale, è stata proprio quella del protagonista Thack, il quale ha perso molte certezze e non ha saputo reagire come avrebbe fatto il chirurgo John Thackery della prima stagione. Un lento declino forse non inesorabile, ma dopotutto una morte ben realizzata e trasposta sullo schermo. La palma di miglior personaggio va invece a Bertie, che da ragazzo insolente e raccomandato si è rivelato essere cresciuto e quindi all’altezza delle gravose situazioni in cui si è trovato in questi episodi.


La terza stagione sarà fondamentale per riuscire a dare un giudizio complessivo e definitivo sull’intera opera. Dalla terza si capirà se siamo di fronte ad un Dr House migliorato in molti suoi aspetti o ad una serie similstorica che andrà meramente a sfociare in questioni di gossip e relazioni pericolose. Una sorta di Beautiful moderno. Ma io propendo decisamente per la prima ipotesi.


Sperando si avervi tenuto compagnia per un po’, sperando in una stagione migliore, sperando che Thack non torni dal nulla rovinando mesi di speculazioni e attese, sperando di rivederci presto per una nuova serie di commenti, a presto.

domenica 20 dicembre 2015

STAR WARS: IL RISVEGLIO DELLA FORZA (NO SPOILERS)

LO STAFF DI INSIDE MAD BLOG CERTIFICA CHE IL SEGUENTE ARTICOLO  È
  PRIVO DI SPOILER. BUONA LETTURA.

Lasciamo perdere l’hype immenso che circondava questo  film, lasciamo perdere le speculazioni e le fan theory più assurde sulla possibile trama, lasciamo perdere l’operazione di marketing colossale che la Disney ha messo in piedi per pubblicizzarlo, lasciamo perdere gli incassi record che il film ha avuto solo con le prevendite dei biglietti, lasciamo perdere l’impatto smisurato sulla cultura popolare che ha avuto la saga di Star Wars, lasciamo perdere la più grande comunità mondiale di fan che un franchise possa vantare, lasciamo perdere le action figure, le spade laser di plastica, i cosplay di Chewbecca e le maschere da Stormtrooper in vendita a 9,99 $ da Walmart. Dovrei lasciar perdere tutto questo e concentrarmi solo sul film parlandone come ne parlerei se fosse un film “normale”. Impossibile. Semplicemente impensabile trattare l’evento cinematografico dell’anno come un film qualsiasi, non sono in grado di farlo né avrebbe senso farlo. Perché quando si parla di Star Wars bisogna tener conto che i film sono solo una parte del successo del franchise. Lo aveva capito George Lucas quando nel ’77 chiese ai produttori della Fox di avere il 100% dei diritti futuri sul merchandising della serie: quei diritti sono il motivo per il quale oggi Lucas è un miliardario e non un milionario. L’amore dei fan per questa serie ha reso Lucas ricco (attualmente è al 309esimo posto della lista dei miliardari di Forbes) ma forse ha anche decretato la sua rovina. Cercherò di spiegarvi il mio punto di vista e spero di riuscire ad essere abbastanza chiaro.



Come molti di voi, anche io nelle settimane che hanno preceduto l’uscita de “Il Risveglio della Forza” mi sono andato a riguardare tutti e sei gli episodi precedenti della saga. Una cosa è risultata chiara, evidente e inconfutabile: la trilogia dei prequel è diversa dalla trilogia originale (quale sia la migliore e quale sia la peggiore tra le due per il momento non importa). Quando dico diversa non parlo dell’uso della CGI invece degli effetti speciali tradizionali o cose di questo tipo, parlo dell’impostazione di fondo, dei temi trattatati, della struttura della sceneggiatura. Lucas basa la trilogia originale su una guerra tra un gruppo di ribelli e l’Impero Galattico mentre nei prequel gira tutto attorno alla trasformazione del personaggio di Anakin Skywalker. Sono due storie ben diverse e vengono quindi raccontate in modo diverso. Lucas nel 1999 non ha voluto prendere la trilogia originale e proporne una copia, ha voluto sperimentare, ha voluto avventurarsi su nuove strade ma, come dice il proverbio, chi lascia la strada vecchia per quella nuova sa quello che perde ma non sa quello che trova. Infatti le idee di Lucas non hanno avuto successo tra i fan: i prequel hanno sbancato il botteghino ma la fanbase li ha odiati perché erano troppo diversi dalla trilogia originale.
Quando nel 2012 Lucas vendette la Lucasfilm e tutti i diritti annessi e connessi alla Disney non aveva alcuna intenzione di abbandonare completamente Star Wars, voleva ancora essere coinvolto come regista nella realizzazione della futura trilogia e aveva nel cassetto molte idee che avrebbe voluto inserire nei nuovi film. Gli executive della Disney però, dopo aver dato un’occhiata alle sue idee, gli dissero: “Vogliamo fare altro, qualcosa che sia per i fan" e quindi Lucas venne allontanato dal progetto e subentrò J. J. Abrams. L’amore dei fan per Star Wars ha reso George Lucas ricco ma gli ha tolto la possibilità di innovare, di sperimentare e questo per un artista rappresenta la rovina, come afferma lui stesso in questa intervista.


Ma perché la Disney ha voluto mettere da parte Lucas? Perché ha voluto estromettere quello che è la mente dietro l’universo di Star Wars? È molto semplice: la compagnia aveva speso 4 miliardi di dollari per assicurasi il franchise, non poteva permettersi di lasciare che Lucas continuasse a sperimentare dopo quello che era successo con i prequel . La Disney non  voleva perdere i fan perché sono i fan che fanno girare il business di Star Wars: sono i fan che comprano le magliette KEEP CALM AND USE THE FORCE, sono i fan che si vestono da Darth Vader per Halloween, sono i fan che acquistano le repliche in scala 1:1 dei caccia stellari. Se Lucas avesse continuato a provare nuove idee c’era il rischio che i fan rimanessero nuovamente scontenti e smettessero di comprare il merchandise e questo la Disney non lo poteva permettere, non dopo l’investimento miliardario che aveva messo in  atto. Ecco perché il nuovo film doveva essere un film per i fan.  E così è stato.


“Star Wars: Il risveglio della Forza” è un film creato da un fan per i fan. J. J. Abrams infatti ha dichiarato in una recente intervista a Best Movie che lavorare a questo progetto è stata una battaglia tra il regista e il fan undicenne che è in lui. In effetti guardando il film si nota chiaramente la passione, l’entusiasmo e l’amore di Abrams per la serie. Il film è pieno di citazioni, rimandi e riferimenti alla trilogia originale in particolar modo all’episodio IV, tanto da ricalcarne per certi versi la trama. La direzione artistica de “Il risveglio della forza” è stupenda, la migliore che si sia mai vista in un film di Star Wars: i paesaggi extraterrestri, le astronavi e gli alieni sono resi in modo straordinario e mi è  piaciuta molto la scelta di usare la CGI in maniera ponderata integrandola spesso con effetti speciali tradizionali. Questo film segna il ritorno di personaggi “classici” come Han Solo (Harrison Ford), Luke (Mark Hamill) e Leila (Carrie Fisher), ma al contempo ci presenta nuovi eroi come Rey (Daisy Ridley),  Finn (John Boyega) Poe Dameron (Oscar Isaac),  Kylo Ren (Adam Driver) e Maz Kanata (Lupita Nyong'o).  I nuovi personaggi sono fantastici e gli attori che li interpretano si sono rivelati più che adeguati ai ruoli, sono estremamente soddisfatto sotto questo punto di vista e spero che in futuro questi personaggi possano diventare iconici come ora lo sono Leila, Luke e Han Solo. Sì, avete capito bene Han Solo e non Ian Solo, ma non solo: anche Dart Fener è diventato Darth Vader. Nel doppiaggio di questo episodio infatti  i nomi sono quelli della versione inglese e non quelli italianizzati del doppiaggio originale.



Guardando questo film risulta chiaro e palese che George Lucas non è più coinvolto attivamente nella produzione, questo non è uno Star Wars di Lucas. Lo si capisce ad esempio dal modo con quale viene usata la forza, dai combattimenti con le spade laser e, in generale, da tutta un serie di altri elementi più o meno evidenti. Queste sono le guerre stellari alla maniera di J. J.  Abrams e nella galassia di J. J. si gioca secondo le sue regole. Il regista certamente rende omaggio al glorioso passato della serie ma al contempo lascia il suo marchio e reinterpreta il tutto alla sua maniera. Io sono dell’idea che questa nuova trilogia vada vista come uno spin off: a mio parere i veri Star Wars sono quelli che sono (nel bene e nel male) fedeli alla visione del creatore della serie. Con questo non voglio minimizzare o screditare il film di Abrams o la nuova trilogia, mi piacerebbe però che si tenesse bene separati questi nuovi episodi dai precedenti.




Ciò detto e ciò considerato, questo Star Wars creato da un fan per i fan non mi è dispiaciuto affatto. J. J. Abrams ha saputo far fronte ad aspettative enormi e ha risposto in maniera spettacolare. Solo il tempo però potrà dirci se “Il risveglio della forza” riuscirà a far breccia nel cuore del pubblico e ripagherà la Disney dell’enorme investimento fatto nel 2012.

Antonio Margheriti

venerdì 18 dicembre 2015

FIVE BY FIVE - SPECIALE CANZONI DI NATALE

Ogni anno in questo periodo perdo parecchie ore cercando un vecchio numero di Topolino. Dico vecchio sul serio: pagine ingiallite, ondulate dall’umidità e copertina rattoppata alla bell’e meglio. Ciò che mi spinge in questa ricerca disperata è una storia contenuta al suo interno, e non una storia qualunque ma una rivisitazione in stile disneyano del Canto d Natale di Dickens. Nonostante tutte le esplorazioni in soffitta e le spedizioni speleologiche in cantina il fumetto rimane disperso immancabilmente, anno dopo anno. Non è che poi mi interessi così tanto trovarlo, quella storia l’avrò letta centinaia di volte quando ero piccino e mi ricordo ogni vignetta, tuttavia continuo a cercarlo per abitudine, forse nostalgia.
Tutto questo sproloquio per dire che in fondo il Natale è fatto di consuetudini, rituali domestici in cui ognuno condensa il senso della festa, a sua volta differente da persona a persona. A meno che non siate tra quelle persone tristi secondo cui il Natale è un complotto dei Killers e di Michael Bublè, la musica fa parte di queste consuetudini. Le cinque canzoni di oggi sono quindi (quasi) tutte classiche canzoni natalizie prese da album (quasi) tutti classici che magari conoscete già, magari no. Buon ascolto, buon 2016 e ovviamente buon Natale. O buona antica festa pagana dei Saturnali. Insomma passate quello che volete ma passatelo bene, ecco.



Chi ha detto che un album di canzoni natalizie è per forza commerciale? In realtà esiste un gran numero di lavori del genere che hanno anche un valore musicale in sé e per sé. D’altronde da Phil Spector non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso. “A Christmas Gift for You” è un ottimo album anche fuori dal contesto per il quale è stato pensato e creato, colmo di arrangiamenti originali, da ascoltare se siete fan di Spector e del suo Wall of Sound.



Se siete tra quelli che sotto le feste cercano di recuperare lo spirito del Natale, sia esso passato, presente o futuro, allora “Christmas Songs” fa per voi. In realtà va bene qualunque album di Sufjan Stevens, per il quale la fede è sempre stata una costante e un punto di riferimento, ma questo è un po’ speciale. “Songs for Christmas” è una raccolta di ben cinque EP che spaziano in più di due ore di musica tra reinterpretazioni di brani classici o inediti come quello che vi propongo, sempre nello stile eclettico del cantautore newyorkese.  



Quelli che hanno un rapporto più problematico con la fede sono i Bad Religion e non è certo un mistero. Quando è uscito quest’album, intitolato semplicemente “Christmas Songs”, confesso che non sapevo bene come prenderlo. Voleva essere una parodia, una critica o forse era sincero? Dopo attente riflessioni e considerazioni sono giunto alla decisione che chi se ne frega, è un bell’album ed è un’ottima colonna sonora per le sonnolente mattinate invernali.   



Tra i rituali entrati a pieno titolo nelle “tradizioni” natalizie, almeno oltreoceano, c’è il classico “A Charlie Brown Christmas”, corto d’animazione con protagonisti le piccole creature di Shultz, ovviamente. La colonna sonora, scritta in tempo record dal compositore Vince Guaraldi, è un piccolo gioiello jazz e questa versione di O Tannenbaum è semplicemente magica.
P.S. Corto e colonna sonora furono finanziati dalla Coca-Cola. Non è affascinante – e lo dico sinceramente, senza alcuna vena polemica – come una buona parte di ciò che si associa alle feste natalizie derivi da trovate pubblicitarie di un’azienda che produce una bevanda a base di caffeina?



Il jazz è un po’ la musica del Natale secondo me. Ha quell’intimità vivace e al contempo malinconica che ben si addice a questo periodo. L’ultimo pezzo di oggi quindi non poteva che essere un classico della regina di questo genere musicale. “Ella Wishes You a Swinging Christmas” è stracolmo di classiche canzoni natalizie tra cui scegliere. Io ho scelto questa perché sarà anche una seccatura spalare la neve da davanti casa o guidare in mezzo a una nevicata, ma a me la neve piace.

mercoledì 16 dicembre 2015

COMMENTO THE KNICK 2 - EPISODI 8 E 9

La maturazione è quasi compiuta; ma maturazione non è necessariamente sinonimo di perfezione, e questi due episodi di The Knick ne sono l’esempio. La vicinanza della conclusione di questa convincente seconda stagione comincia a farsi sentire più insistentemente nel ritmo, ma non nelle trame e sottotrame che, esclusa quella legata a Thack, non sembrano ancora voler tendere ad una chiusura degna di tale nome. Dubito quindi si possa ottenere un finale soddisfacente dal punto di vista della conclusione delle storie sviluppate finora - specialmente di quelle meno interessante e oggettivamente a tratti tediose - ma Soderbergh sembra più indirizzato ad una complesso di finali aperti e senz’altro drammatici e disfattisti, come la negatività sviluppatasi nel doppio episodio in analisi oggi dimostra ampiamente. Tutto sommato stiamo parlando di due puntate che alzano ulteriormente il livello della seconda stagione, ma che soffrono di un evidente problema di ritmo se analizzate in coppia: sembra quasi che le due siano state invertite, non per contenuto, ma per stile di scrittura e regia. Nell’ottavo episodio infatti accadono molti più eventi, i tempi sono ridotti e i personaggi non riescono neanche ad elaborare le problematiche che li colgono decisamente impreparati, mentre nel nono il ritmo sembra scemare verso una nuova situazione di stallo apparente, propedeutica evidentemente alla valorizzazione del finale. Escludendo però l’atto ultimo dalla riflessione specifica, mi trovo a dover criticare, seppur non aspramente, questa scelta degli sceneggiatori.


Passiamo dunque, come di consueto, all’analisi dello sviluppo delle varie storie che coinvolgono i protagonisti; e da dove partire se non dal dottor baffo che, nel male e nelle disgrazie, pur sempre amiamo alla follia? Thackery stavolta non riesce ad imporre appieno la sua superiorità teorica (del personaggio) e recitativa (dell’attore) sul resto dei protagonisti della vicenda, complice anche una scrittura frettolosa e poco credibile, specialmente a cavallo tra i due episodi. L’evento su cui non posso sorvolare in un’adeguata critica semisimilcinematograficaetelevisiva, nonostante non sia mia intenzione fare spoiler clamorosi (anche se sia io che voi sappiamo che, se siete qui, è perché le puntate le avete viste eccome), è la morte della sciagurata Abigail. Un personaggio travagliato, sempre alla ricerca della sopravvivenza, sempre puntando al minimo per vivere in pace, pur senza la grazia, ma purtroppo colpito da una sciagura immonda fin dalla sua prima apparizione. Una morte del genere è ammissibile, sì, ma il modo con cui è stara resa ha stonato in maniera clamorosa. I tempi della morte, l’accettazione, le reazioni. Un cliffanger interessante sviluppato in maniera quasi pessima che ha portato via un personaggio senza riuscire davvero a smuovere la trama generale e senza riuscire a prendere lo spettatore; sbigottimento immediato e reazionarie escluso. Oltretutto non mi è ancora ben chiara la dinamica del decesso, ma forse verrà spiegata in seguito. Magri si è trattato di un tragico errore umano. Da quel momento in poi Thack è ricaduto nell’oblio della doppia dipendenza e sembra essere ormai l’ombra di se stesso; disaffezione totale alla vita. credo quindi che il finale provvederà in particolar modo a cambiare questa situazione insostenibile, nel bene o nel male (ma credo più nel male - ormai non mi fido più degli sceneggiatori).


Rimanendo nel Knickerbocker, Edwards ed Everett hanno cominciato una vera e propria guerra, senza esclusione di colpi, neanche fisici. In ogni caso il mio supporto, e credo anche quello del pubblico da casa (che ogni tanto scelie anche Gesù), va indubbiamente per il medico afroamericano che, spero, non abbia riportato gravi problemi dopo il colpo infertogli all’occhio già malconcio dal finale della prima stagione. In compenso Everett ha sudato un tantino freddo in occasione della spassosissima sequenza in cui la moglie, malata ma esilarante, ha bellamente confessato di aver ucciso il medico psichiatra che le aveva cavato i denti poco tempo addietro, appena prima di attentare alla vita di un secondo uomo, un detective in azione, di cui ancora non abbiamo notizie. Fantastico siparietto comico molto nero che riesce a far ridere di morte, malattia, omicidio e sofferenza. Il giovane sostenitore dell’eugenia come teoria scientifica riconosciuta non ha però perso tempo dopo l’internamente della moglie e l’ha immediatamente rimpiazzata con la sorella, che a dire la verità sembra identica. Non mi stupirei se le due attrici fossero davvero imparentate. Una sottotrama che ha dunque aggiunto una componente interessante e divertente, ma che poco ha avuto a che fare con la realtà dell’ospedale.
Tornando agli altri personaggi legati al Knick, Bertie non si è fatto vivo se non per qualche operazione, mentre è stato riportato in scena il padre della nuova e smaliziata Lucy, ma il tempo dedicato a questi frangenti ha relegato tale sottotrama nella periferia della serie. Interessante la storia d’amore mancata tra la suore e l’autista (anche se palesemente telefonata e destinata a sbocciare con il tempo, vista anche la tenacia dell’uomo) e divertenti le avventure sentimentali di Herman (personaggio più detestato dell’intera serie) che, nonostante tutti i suoi sforzi, si ritrova sempre e comunque ad essere nelle mani di qualcun altro.


La nota dolente più evidente di questo doppio episodio, a parte forse il cattivo bilanciamento di alcune storie, è la forzata volontà di allargare il contesto specifico della storia ad ambienti estranei a New York attraverso le vicende epidemiche della famiglia Robertson e le indagini della scontenta Cornelia. La realtà intima dell’ospedale e le storie personali dei vari protagonisti avevano portato la serie ad assumere un’impronta individualista e decisa su alcuni avvenimenti. Le stesse indagini dell’ispettore della sanità durante la prima stagione mi erano infatti parse forzate, lente e distaccate dal contesto. Ma il vero apice della forzatura è stata l’imbarazzante sequenza, filtrata manco fosse una foto di instagram, in cui ci viene mostrato un Thack senza baffi (e quindi indubbiamente molto più giovane) alle prese con un epidemia in un paese esotico. In tale occasione ci viene anche spiegata la relazione, quantomeno iniziale, tra il protagonista e il Robertson padre. Scene decisamente fuori contesto, superflue e fuorvianti per il corretto prosieguo della narrazione principale. Una piccola e breve caduta di stile che non intacca però il livello complessivo.
Un grande merito però va riconosciuto ciecamente agli sceneggiatori e allo stesso Soderbergh: riuscire a costruire una così convincente stagione d’intermezzo tra l’esoridio e il tanto pubblicizzato cambio di location non è da tutti; anzi è cosa rara. Fallire in questo senso e dare vita ad un prodotto monotono e attendista sarebbe stato molto più facile (vero, How i Met Your Mother stagione 9?).


La fine è ormai alle porte. Personalmente credo che grandi giudizi definitivi e risoluzioni drastiche vengano rimandate alla terza, e spero non ultima, stagione. Intanto spero che Thack si risollevi dal lutto e che Edwards non abbai riportato danni troppo gravi perché mi piacerebbe davvero vederlo nel nuovo Knick (ma ne dubito fortemente). Credo poi che un personaggio tra la suora e il suo socio Tom vanga arrestato, e immagino anche possa scapparci il morto illustre prima della fine per dare quel pepe percepito solo a tratti durante questa complessa seconda stagione. L’hype s’impenna.