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giovedì 26 maggio 2016

DOV’È MARIO? - COMMENTO EPISODIO 1

Questo minuto blog è opinione, attualità, filosofia spicciola, occasionalmente cultura. La scorsa primavera-estate è stata contraddistinta da una serie di commenti alle serie TV sinceramente molto apprezzati. Numeri interessanti, per quanto modesti. Qualcosa di concluso, qualcosa di inconcludente e qualche picco tra Wayward Pines, True Detective e, il vero marchio di fabbrica di InsideMAD in versione seriale, The Knick. Poi stop, più nulla. Era quindi il caso di riprendere con le buone vecchie abitudini, ma da dove (ri)cominciare? Game of Thrones? Troppo lunga e inflazionata. Serie Netflix? Interessanti, ma con la pecca di non essere diluite nel tempo. E poi ci si distrae e risbuca il carissimo Guzzanti.



Quando la vecchia satira nostrana incontra le finanze di Murdock. La prima caratteristica che salta all’occhio è la cura con cui è stata realizzata, confezionata e distribuita questa miniserie di quattro puntate. Quando si tratta di qualità, Sky difficilmente delude le aspettative, e forse a volte non è tanto questione di idee, ma di realizzazione e spazio necessario a rendere possibile progetti ambiziosi. Corrado Guzzanti, one-man show degli anni che furono, torna in televisione con una serie fresca, ma non troppo, con quel gusto un po' era berlusconiana che fa sempre da contorno. Mario Bambea è uno stimato filosofo e intellettuale italiano che, in seguito ad un accidentale incidente stradale, si trova costretto in una situazione di sdoppiamento della personalità: di giorno si rilassa nelle sue scritture impegnate e di notte spopola nei locali malfamati della Roma peggiore come comico di bassa lega. Eppure il successo di pubblico non tarda ad arrivare.
A differenza delle precedenti collaborazioni tra Sky e Guzzanti, in cui ci si trovava spesso dinanzi ad un collage di sketch comici legati da una sottile linea rossa narrativa, nel caso di “Dov’è Mario?” la trama non è stata lasciata al caso, e, come dice la stessa descrizione del programma, l’intento dei creatori è stato quello di dare vita ad un thriller-giallo comico, ad una sorta di storia portata avanti dalla vis comica del satiro romano.
I primi minuti introduttivi della serie sembrano preparare il terreno per il resto dello spettacolo. Ci imbattiamo così inaspettatamente in camei e citazioni al reale mondo intellettuale italiano che fanno sorridere e creano un perfetto scivolamento dello spettatore all’interno della finzione. Ma le risate, quelle vere, quelle che ci si aspetta sempre da un qualunque programma di Guzzanti, arrivano solamente con la comparsa dei primi sintomi di questa schizofrenia particolare. I riferimenti si sprecano; personalmente, la doppia personalità del protagonista mi ha portato alla mente da una parte il terrificante - capitemi, ero bimbo - Stevenson, e dall’altra il recentissimo Maccio, con il suo Italiano Medio. Lo schema di fondo e lo stesso: racchiudere due stereotipi ben definiti nello stesso sornione personaggio per colpire tutti in poche, semplici mosse. Guzzanti però, a mio parere, risulta più diretto, più delineato, più sicuro, più vero, rispetto all’abbozzata e confusionaria opera di Padre Maronno.


Si parlava delle risate, ma quanto si ride? Molto, anche quando non si dovrebbe, probabilmente. Dal momento in cui Mario si “sdoppia” comincia un susseguirsi di situazioni esilaranti, ma al contempo intelligenti, interessanti e mai banali. Poche scurrilità, le giuste misure per rientrare nella cornice adatta. Guzzanti prende in giro tutti, colpisce nel segno, si diverte e fa divertire. Una scena emblematica della comicità e della capacità artistica del comico è indubbiamente quella nella radio dell’amico di vecchia data. Mario, ristabilitosi parzialmente dal trauma, viene invitato in una trasmissione radiofonica tenuta da pochi intellettuali per pochissimi intellettualissimi. In un sol colpo Guzzanti riesce a mescolare nel calderone del divertimento satirico i finti intellettuali, i sempliciotti che tentano di sembrare intellettuali, il sistema radiofonico, la nuova cultura giovane e… i grillini e i loro complotti. Così, d’emblèe.

Alla fine della puntata resta poco, o forse molto, dipende dai punti di vista. Resta una trama interessante ma probabilmente per certi versi inespressa, ma resta anche la straordinaria dote dell’autore di far ridere puntando il dito senza mostrare la mano. La conferma di una potenzialità immensa, che in un altro continente sarebbe stata osannata, e invece qui viene spesso relegata ad un ruolo secondario. Quella di Guzzanti sembra a prima vista una goliardata divertita, ma ad un occhio attento si rivela invece essere una grande dimostrazione di satira teatrale riarrangiata per il piccolo schermo. Mario è tutti e nessuno, un po’ come Pirandello, prende di mira la nostra società, l’ipocrisia, usi e costumi di una civiltà che deve sfogare l’arretratezza dietro una facciata standardizzata, e lo fa la notte, tra un medicinale per il meteorismo e gli insulti razziali. Non si risparmia nessuno, senza peli sulla lingua e senza paura di calpestare i piedi a qualcuno. Un po’ vecchia scuola, come qualche anno fa. Non ci troviamo di fronte ad un capolavoro, né ad una serie TV d’antologia, ma il divertimento è assicurato e questa rassegna delle peggiori categorie dell’Italia moderna potrebbe riservarci qualche sorpresa nelle prossime settimane.

Ma Saverio Raimondo? Me lo ricordavo più bravino come stand up comedian.

martedì 4 agosto 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODI 6 E 7

Avete presente quei gialli in cui l’assassino segue una logica particolare, sconosciuta ai più, legata ai luoghi in cui avvengono i crimini? Che poi alla fine il commissario di turno riesce a sventare l’ultimo crimine della serie sul filo del rasoio appendendo ad una parete la cartina della città, applicando un chiodo su ogni punto d’interesse e collegando i chiodi con un sottile ma visibile filo rosso? Ecco, True Detective 2 finora era stata una cartina muta su una parete spoglia ma ricolma di sporgenti chiodi. Chiodi puliti, chiodi arrugginiti, chiodi sporgenti e chiodi quasi invisibili. Il sesto e il settimo episodio invece rappresentano quel filo che mancava da troppo tempo. Le buone intuizioni viste nel quarto episodio vengono sfruttate ampiamente e finalmente l’intreccio raggiunge l’elevato livello tecnico che la serie aveva mostrato fin dall’inizio. Le stesse dinamiche che in precedenza avevano pesato sulla visione notturna della miniserie ora vengono sfruttate a dovere e risultano essere le vere e proprie armi in più.


Indubbiamente TD ha accelerato progressivamente fino ai due finali-cliffhanger delle puntate in esame oggi. Mentre i tasselli cominciavano a combaciare, i personaggi secondari (ossia i Messicani, l’agente nera, i Russi e la ragazza scomparsa nel secondo episodio) si legavano sempre più alla trama principale in maniera diretta o indiretta, contorta ma pur sempre convincente e credibile. Ma andiamo con ordine. Il sesto episodio, incentrato principalmente sulla figura del tormentato Velcoro, si apre come si era chiuso il precedente, cioè con l’imminente scontro, verbale e non, tra Ray e Frank, reo di aver sguinzagliato il cane da caccia verso il malvivente sbagliato. Nel precedente commento mi auguravo un resa dei conti definitiva tra i due protagonisti, invece la violenza è stata solo sfiorata e il tutto si è concluso con uno stallo alla messicana e un nuovo accordo che cambia nuovamente le carte in gioco tra i due nemiciamici. I repentini cambiamenti dei rapporti tra i protagonisti sono stati infatti il fulcro di un doppio episodio da vedere e rivedere. Tornando alla storia, le strade dell’agente e del malavitoso quindi si separano in malo modo con la promessa di indagini collaborative. Intanto Ani e Paul continuano le indagini incrociando il caso Caspare con la rapina dei diamanti blu e con i bambini orfani e organizzando un’operazione in incognito che prevede la partecipazione della donna ad una festa organizzata dal maxigruppo di politici corrotti, investitori e imprenditori edili della città di Vinci. A questo punto l’attenzione del buon Nick (scusami per averti dato dello sceneggiatore di InTreatment, davvero!) si sposta sulle vicende personali di Colin Farrell che finalmente giungono ad una conclusione degna e ben costruita. Tanto esaltante quanto struggente la scena dello sfogo nella cocaina. Mi auguro quindi che le sottotrame chiuse in questi frangenti non rispuntino poi fuori togliendo spazio vitale ad un episodio conclusivo che si preannuncia tutto da gustare. Ray quindi minaccia lo smemorato stupratore della moglie e abbandona idealmente quello che probabilmente è il figlio del suddetto delinquente. Si giunge quindi alla festa che riesce finalmente a coinvolgere lo spettatore fino in fondo con azione, suspance, mistero e meravigliosi giochi di luce (non l’istituto), parzialmente brillantemente giustificati dall’assunzione di ecstasy da parte dell’avvenente agente in nero per l’occasione. Mentre l’avventura diventa più frenetica, Ani trova la ragazza scomparsa tra le giovani escort della villa e il duo di agenti al testosterone si intrufola nelle stanze meno in vista per rubare dei preziosi documenti che provano la complicità di buona parte dei presenti alla festa nei loschi traffici che tutti vogliono coprire. L’episodio si chiude quindi con un rocambolesca fuga a luci spente. Applausi a scena aperta. Fisicamente, non mento.


Se la sesta puntata era incentrata sulla figura di Velcoro, la settima si focalizza maggiormente su Frank e sulle sue disavventure mafiose: egli infatti scopre il doppiogioco del suo fidato braccio destro e, prima di giustiziarlo a sangue freddo, si fa rivelare particolari scottanti riguardo la viscosa rete imbastita dai suoi congiurati. È il momento per Voughn di organizzare la controffensiva: finta accettazione e fuga spettacolare con i locali che bruciano alle spalle. Bella mossa Single a Nozze; e ora? Pensa di scampare non solo alla mafia russa, ma anche alla polizia, dai corrotti politici con le mani in pasta e ai Messicani? La vedo più che dura. Il futuro di Frank Semyon è tutt’altro che roseo. L’aria si sta tingendo di sangue, troppo. Nel mentre i nostri eroi vengono accusati della morte di un paio di uomini alla festa e sono costretti a nascondersi dalle autorità (che poi in parte dovrebbero essere loro stessi l'autorità). Intanto Ani rivive alcuni momenti della festa e comincia finalmente a ricordare di un rapimento con annesso stupro quando lei era ancora una bambina indifesa. Ciò spiega una serie di comportamenti poco chiari che la protagonista si trascina dall’inizio. Ottima scelta e ottimo collegamento tra la vita privata del personaggio e le indagini. Grande costruzione per un protagonista complesso e accattivante, secondo solo al diamante grezzo Ray Velcoro, fulcro dell’intera serie. Mentre quindi gli intrecci si intrecciano, la serie ingrana la marcia più alta e comincia a stupire violentemente lo spettatori con colpi di scena inattesi: sesso, rivelazioni e morti eccellenti. La scelta della morte di un protagonista la condivido appieno, anche per dare un segno di rottura col passato e quindi con la prima stagione, ma Paul no. Sia ben chiaro: non sto parlando dell'attore e della sua performance tutto sommato nella media, ma di un personaggio chiave. Lui non aveva chiuso la sua storia, lui aveva passato la vita a nascondersi, a limitarsi perché agli occhi degli altri potesse sembrare più normale di quanto già fosse. Il tutto perché gay, diverso per i più. Un debole in balia dei presunti forti e presuntuosi, in balia della vita. Peccato. Poteva lasciarci chiunque, ma Paul avrebbe dovuto resistere per dimostrare la forza dei deboli. Ani e Ray invece si trovano compatibili nelle difficoltà e nei drammi, nell’alcool e nelle sigarette (rigorosamente non più elettroniche). Un’unione per me fortuita e frutto del momento più che di sentimenti che possano durare nel tempo ed essere alla base di una relazione stabile. Solo un’ottima mescolata. Ma quante carte usa Pizzolatto?


Sostanzialmente tutto è venuto alla luce meno che il nome dell’assassino dell’assessore Caspare, quello più atteso. In questo marasma generale di nomi e situazioni disparate però mi aspetto un colpo di scena finale legato ai due orfani della rapina del ’92, come suggerisce la scena del confronto tra le foto before-after. Sembra che tutto si ricolleghi a questo caso e tutti abbiano interesse a non far sapere la verità, perfino le autorità. Ma allora chi sono i buoni e chi i cattivi? Non esistono tali etichette banali per lo sceneggiatore e scrittore Pizzolatto che mostra animi umani semplici e fragili, animi corrotti o comunque facilmente corruttibili. Come nella realtà quotidiana, non esiste una bontà assoluta, ma ognuno nasconde dentro di sé ombre che, se esposte alla luce degli altri, potrebbero intimorire, potrebbero rovesciare la società come la conosciamo. Così immagino la società di Vinci: un iperrealismo che incute timore. La paura è sempre tangibile tra un respiro di Ray e uno sguardo sgomentato di Ani.


True Detective si è ripreso ciò che era suo di diritto e, nonostante molti passaggi a vuoto, ha vinto (anche senza vedere il finale di stagione) la propria sfida personale che consisteva nell’allontanarsi dai fasti della prima serie mantenendo altissimo il livello d’intrattenimento. Dispiace aver giudicato negativamente la serie nelle prime puntate, ma obiettivamente ritmi, narrazione e intreccio non erano ben amalgamati nella prima metà dell’opera, sono però sicuro che, riguardando l’intero prodotto al termine della serializzazione, molti aspetti prima controversi si ricollocheranno in maniera più giustificata nello scacchiere marmoreo dell’autore. Un finale per cui aspettare un’intera settimana sembra davvero un’ingiustizia.

Scusa ancora Nick.

venerdì 10 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD EPISODIO PINES 8

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa lunga e interessante esperienza televisiva e le aspettative ovviamente continuano a crescere in attesa di un finale che si prospetta risolutore e chiarificatore. In questo clima di attesa e mistero si posiziona in maniera non propriamente eccellente questo ottavo episodio. Dalla lentezza iniziale possiamo già dedurre la natura attendista della puntata: siamo di fronte ad un curato riempitivo, la preparazione per quello che verrà. Molti dubbi vengono completamente accantonati e alcuni personaggi chiave dei precedenti episodi, come Kate e Theresa, passano in secondo piano per dare più spazio al protagonista e soprattutto al duo Pilcher. Il vero fulcro dello show andato in onda ieri sera è stato infatti la crisi del corpo di controllo di WP. L’uomo a capo di tutto infatti non riesce più a gestire la macchina imperfetta e priva di libertà creata da lui stesso e si trova costretto tra due fuochi: da una parte i rivoltosi dispersi che tentano di abbattere la recensione elettrificata nella speranza di ritrovare i diritti sottratti loro dalla città-prigione e dall’altra l’insubordinazione (o “Tradimento”) del dipendente della sala di controllo. Pilcher, avendo perso il cieco appoggio della sorella e le redini dell’intero sistema, ha optato quindi per l’inasprimento delle punizioni e l’estensione di queste anche allo staff del progetto. Una scelta che, a mio parere, porterà l’intera comunità al collasso.


Intanto Ben è miracolosamente sopravvissuto ad un’esplosione che avrebbe ucciso qualunque essere umano (forzatura) e così facendo si è volutamente allontanato il personaggio dalle vicende centrali della città. Mi aspetto quindi un ruolo pressoché nullo del ragazzo nella prossima puntata e un ritorno nell’ultima, probabilmente per riportare il padre a ragionare dopo il presunto lavaggio del cervello di cui sospettano le protagoniste femminili.


La puntata quindi si conclude con la definitiva azione kamikaze di uno dei rivoltosi che, dopo essere riuscito a sfondare la famosa recensione che impedisce ai cittadini di scoprire la verità sul 4024, viene brutalmente ucciso e divorato dagli Abbie. Ciò apre quindi al prossimo episodio e all’imminente invasione delle creature mutanti. Il panico colpirà gli abitanti di WP e sarà lo sceriffo Burke a dover salvare la situazione, com’era fin dall’inizio nei piani lungimiranti dello scienziato. Mi aspetto quindi un episodio più confuso, ma anche più veloce e complesso nella struttura, perché molte storie dei singoli protagonisti dovranno essere riprese e preparate ad una degna conclusione.


Ancora non sappiamo effettivamente in che anno siamo e le reali intenzioni del despota Pilcher, non sappiamo chi ci fosse dall’altro capo della cornetta quando Kate chiamò appena giunta in città e non sappiamo soprattutto cosa contiene la botola. Ah quella botola. Dopo Lost io Adoro le botole. Ne farò mettere una in camera mia prima o poi. I misteri rimasti in piedi non sono molti ma appaiono abbastanza sostanziosi. C’è ancora un piccolo spiragli di possibilità che la situazione della città e del progetto in generale, spiegataci nella quinta e nella sesta puntata, possa essere nuovamente stravolta. Personalmente lo spero in quanto ciò rappresenterebbe la degna conclusione di una serie mistery nata e fondata sugli sconvolgenti colpi di scena. Credo che gli sceneggiatori siano consapevoli di ciò e tenteranno di non deludere gli spettatori (o fan? possiamo già definirci tali dopo aver guardato ed analizzato insieme otto episodi?). La volata finale è partita lenta, ancora in salita, ma la discesa è vicina. Le buche sono ancora pericolose ma il traguardo è visibile. Si potrebbe ancora sbagliare e rendere tutta la miniserie un buco nell’acqua, ma ancora per un po’ voglio credere che la fine ci stupirà tutti. Ci credo, attendiamo insieme.


sabato 30 maggio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 3

Ok, ok. Lo ammetto. Mi sbagliavo. Avevo detto di essere quasi sicuro che Burke moglie e Burke figlio non avrebbero mai raggiunto Wayward Pines, che avrebbero sbattuto la testa contro quel muro per molte e molte puntate. Pensavo che la famiglia del protagonista avrebbe rappresentato, entro la fine della serie, la chiave per la definitiva fuga salvifica di Ethan e della barista. Poi la barista è morta. Poi la famiglia è arrivata a WP. Ok. Non c’avevo capito niente, “loro” volevano la famiglia al completo.
Sembra infatti che lo sceriffo, giudice, giuria e boia della città, e la perfida infermiera non siano i veri capi del programma che trattiene centinaia di persone in un recinto, ma, come lasciava intendere il dilogo tra lo psichiatra e il collega di Burke nella prima puntata, ci sono interessi più profondi e celati; qualcosa che non ci è ancora dato sapere.


Cominciamo dall’inizio però, basta con questi medias res che stordiscono e confondono. Questo episodio parte molto male e si sviluppa peggio: la scorsa settimana era stata uccisa la compagna di merende del protagonista perché aveva tentato di fuggire e perché aveva parlato del passato, due regole ferree da non infrangere. Allo stesso tempo però, insieme a lei, anche Ethan aveva tentato la fuga. Perché allora riservare un trattamento diverso all’agente dell’FBI? Perché l’uomo riesce tranquillamente a rifugiarsi nella casa di Kate senza che nessuno lo veda o lo denunci? Dove sono finite tutte quelle persone che inneggiavano all’ordine in piazza gli occhi insanguinati? Troppe incongruenze che stonano non poco.


Se il principio è sostanzialmente pessimo, lo sviluppo può definirsi peggiore se possibile. La famiglia Burke che parte e non si capisce come riesca ad entrare a WP (un altro incidente? Ma quanti incidenti ci sono in questa zona?), gli sbalzi d’umore di Kate, che in una scena sembra indemoniata e convinta della bontà delle esecuzioni pubbliche e in un’altra si redime, la morte dello sceriffo e soprattutto l’interminabile girovagare di Ethan. Perché questo personaggio vaga per la città senza una meta? perché incontra l’ex amante di nascosto nel bosco (sottotrama romantica, uff, ancora)? Perché ha smesso di farsi le domande più classiche, quelle che ci faremmo anche noi? Ecco il vero punto del problema: la perdita di credibilità. Se nelle prime due puntate infatti lo spettatore riusciva ad immedesimarsi perfettamente nel protagonista, in ogni sua scelta, in ogni suo dubbio, in questo terzo episodio questo feeling cessa e ci si chiede per tutto il tempo dove egli voglia andare a parare. Scelte incongruenti, reazioni poco umane. Un corpo estraneo allo spettatore, non il protagonista coinvolgente e dinamicamente vero che avevo apprezzato nelle prime due puntate.

Parliamo poi dell’ormai onnipresente aspetto metafisico: il tempo continua ad essere paradossale, ma ciò poco importa perché vengono introdotte poche novità; ciò che più attira l’interesse dello spettatore in questo terzo episodio è tutto incanalato verso un grido, un rumore. Non si capisce bene ancora di cosa si tratti. Stiamo parlando del verso che si sente quando Ethan uccide lo sceriffo con un colpo alla testa e poi tenta di aprire una sorta di serranda per poter fuggire. Un solo suono sinistro che li porta alla fuga, al ritorno a WP. Di cosa si tratta? Non lo sappiamo, ma sembra davvero qualcosa di inumano e assai minaccioso. Che ci sia qualcosa di sovraumano che determina lo scorrere del tempo tra le mura nemiche? Qualche entità sconosciuta che condiziona le azioni di quelli che sembrano essere i villain della storia? Qualcosa come BOB o Mike di Twin Peaks. Aspettiamo, questo è uno dei pochi punti a favore del terzo episodio.



Per adesso possiamo dire che la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto di quelli secondari, rappresenta un limite notevole della serie e che il protagonista, come detto, si sta progressivamente allontanando dall’essere il rappresentate del pensiero dello spettatore medio. Questo terzo episodio rappresenta un brutto passo falso, un buco nell’acqua, un tonfo. Insomma dispiace ma il livello è calato spaventosamente. Ovviamente una serie di dieci puntate è lunga, ma spero che si torni alla struttura classica fatta di misteri e soluzioni, colpi di scena e paradossi ; la struttura più classica e funzionale insomma. Fiducioso per il quarto episodio, abbastanza fiducioso, un pochino fiducioso.

lunedì 25 maggio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 2

La serie figlia delle grandi serie del passato comincia finalmente ad ingranare. Il mistero e il sovrannaturale prendono il sopravvento sul resto e lo spettatore è inevitabilmente portato ad incollare gli occhi allo schermo. In questo episodio ci sono forse meno avvenimenti degni di nota rispetto a quello precedente, ma ciò che accade è un continuo colpo di scena, un continuo climax ascendente di tensione. 

Si parte con lo sceriffo locale, forse sì, troppo stereotipato finora, che intima il protagonista di rimanere nella camera d’albergo, si passa dalla scoperta della mappa nello stivale del defunto e martoriato collega e si arriva alla violenta e inaspettata conclusione dell’episodio. Proprio la conclusione potrebbe infatti essere di buon auspicio per il prosieguo della serie. Negli anni infatti siamo stati abituati a cliché e colpi di scena prevedibili che raramente portano alla morte dei personaggi principali, specialmente nelle prime battute di una miniserie. Di solito ci si aspetta che un personaggio non muoia mai davvero, ma venga solo allontanato per un certo periodo di tempo, come ammettono gli sceneggiatori in Boris per esempio. Qui invece la donna che sembrava l’unico baluardo di umanità e integrità nella misteriosa Wayward Pines viene sgozzata di fronte a tutta la comunità dal boia del posto, ossia lo stesso sceriffo. Da questa azione capiamo che le dinamiche della microsocietà venutasi a creare nella sinistra cittadina sono profondamente condizionate dalla convinzione degli abitati della bontà del sistema di leggi e verità non dette che regge l’intera farsa. Non si può scappare, non si può parlare del passato, non si può smettere di recitare senza che nessuno se ne accorga e immagino siano molte altre le azioni giornaliere e comuni proibite a Wayward pines, tutte azioni che coinvolgono in qualche modo la libertà dell’uomo. La metafora della civiltà odierna è evidente e ben congeniata; sotto una coltre di intrattenimento puro potrebbe celarsi anche una velata vena critica molto interessante che potrebbe elevare il livello del prodotto ad una più accurata analisi del prodotto.


Passiamo poi all’analisi dell’aspetto metafisico della serie finora: il tempo. Come avevo immaginato e come avevo anticipato nel precedente commento il paradosso temporale è uno dei pilastri che tengono e terranno in piedi la serie. A WP il tempo scorre diversamente: la compianta barista pensava di essere ancora nel 1999 quando la serie è ambientata nel 2014 e il collega scomparso perché giustiziato dello sceriffo si era sposato più di un anno prima dell’arrivo dell’agente Burke, ma in realtà era in servizio fino a cinque settimane prima del famoso incidente stradale da cui tutto è partito. Qualcosa non quadra e dovremo aspettare altre otto settimana per capire cosa e perché. Intanto la moglie e il figlio del protagonista annusano il complotto e sono in procinto di investigare autonomamente sulla scomparsa del parente. Mi aspetto sbattano spesso la testa contro un muro a casa di tutta la nebbia che circonda la città, ma credo anche risulteranno fondamentali per la definitiva fuga.


La serie si sta incanalando su precisi binari battuti ma sempre freschi e innovativi. Il più grande punto a favore di WP è indubbiamente la presa che ha sul pubblico medio. La situazione di pericolo in cui si trova il protagonista al fine del secondo episodio, braccato e intrappolato, porta lo spettatore ad attendere con ansia la prossima settimana e il prossimo episodio.
Il cambio di regia giova alla serie portando una ventata fresca e garantendo una varianza interessante. Il lavoro di Charlotte Sieling eguaglia e supera quello di Shyamalan nello stile, nella cura e nel coraggio di rischiare. Alcune inquadrature sono assai simili, ad esempio quelle all'interno della clinica, ma tutto risulta più dinamico e coinvolgente. La nuovo regista limita al massimo l’effetto nebbia di cui avevamo già parlato.


Che dire? Un secondo episodio meno citazionistico e più avvincente, più originale. Un prodotto godibile se visto con aspettative non eccessive, ma neanche basse, non le merita. Una serie che lascia spesso lo spettatore a bocca aperta con rivelazioni e colpi di scena azzeccati. La natura di miniserie gioverà. Posso confermare: il piglio e quello giusto.

venerdì 22 maggio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 1

Dopo l’enorme successo degli articoli-commento dedicati alla deprecabile 1992 ho deciso di buttarmi nuovamente nel mondo delle serie tv settimanalmente. Ma quale scegliere? Di quale parlare? A dirla tutta la “mia” serie comincia a Giugno e davvero non sapevo come occupare il tempo che rimane.
Daredevil? Nah, è già uscita tutta in un colpo grazie a Netflix. Non avrebbe senso analizzare ogni puntata di una stagione già terminata. Barcollavo nel buio quando mi ha chiamato mio fratello. “Hanno istallato MySky, ora abbiamo tutte le serie che vogliamo On Demand”. A quel punto mi sono deciso: era giunta l’ora di Wayward Pines.


L’occhio si apre e la menta va inevitabilmente a Lost. Il protagonista si sveglia ed entra in una tavola calda in una cittadina dello stato di Washington e la menta va inevitabilmente a Twin Peaks (vagamente citato anche nella struttura del titolo). L’FBI complotta contro il malcapitato agente attorno a cui ruota la trama e la mente va inevitabilmente a X-Files. La barista della tavola calda avverte il protagonista della presenza di telecamere ovunque e la mente va inevitabilmente a The Truman Show.
Diciamo che, tralasciando il fatto che questa mente vada troppo spesso in giro, le ispirazioni del celebre M. Night Shyamalan non sono affatto male e già i piccoli dettagli del primo episodio possono catalogare questa miniserie in un filone ben preciso che mescola elementi noir ad altri soprannaturali, il tutto tenuto insieme dall’immancabile velo di mistero.
Appena dopo i titoli di testa veniamo immediatamente catapultati all’interno dell’azione. Non sappiamo quasi nulla del protagonista, né un background né una presentazione, solo un uomo ferito che vaga per una città semideserta. La storia di fondo ci viene spiegata a mano a mano che la narrazione prosegue: l’agente Ethan Burke, sposato, con un figlio e un’amante, era stato inviato a Wayward Pines per investigare sulla scomparsa di due colleghi, ma, una volta arrivato sul posto deve aver subito un “incidente stradale” che è costato la vita all’altro agente che era stato inviato con lui nella sinistra cittadina. Da questo punto in poi entrano in gioco nuovi personaggi locali che dimostrano di sapere indubbiamente qualcosa più di Burke, interpretato da un convincente Matt Dillon, e che portano il protagonista a dubitare della facciata di quella tipica cittadina rustica americana.


Le serie di questo tipo vivono di tensione e in questo episodio essa è sempre alta grazie a due particolari non da poco: le musiche ritmate, mixate alla perfezione e posizionate nel momento giusto e le scelte registiche di Shyamalan, oltretutto produttore e supervisore del progetto. Il regista de Il Sesto Senso (e davvero poco altro degno di nota) decide di dare un tono misterioso e personale all’opera preferendo l’uso di primi piani e telecamere fisse. L’autore di origini indiane opta inoltre per mettere a fuoco unicamente i volti dei personaggi e ciò tende a creare un effetto etere sfocato in tutti gli sfondi delle inquadrature; molto misterioso e sovrannaturale. La regia però può definirsi scolastica nella maggior parte delle scelte e alla lunga l’effetto appena citato potrebbe risultare pesante. Speriamo che i registi che si alterneranno nei prossimi episodi osino un po’ di più conferendo una personalità più interessante all’opera.


Le serie di questo tipo vivono di colpi di scena e questi non mancano: la scoperta del cadavere del compagno, l’intrigo internazionale ordito dallo psichiatra e dall’agente dell’FBI e la scena finale con la telecamera che, spostandosi verso l’alto, mostra una muraglia cinese che circonda la città.
Nonostante non venga esplicitamente mostrata, la componente metafisica della serie, che riprende chiaramente quella di David Lynch, è ben presente e immagino risulterà alla lunga fondamentale per la risoluzione di alcuni misteri presentati in queste prime battute. Il tempo ad esempio; il tempo sembra scorrere in maniera diversa tra la città e il resto del mondo, altrimenti non si spiegherebbe il cambiamento della collega del protagonista nel giro di cinque settimane. Qualcosa legata al tempo non quadra.


Cosa sta succedendo qui? È tutto frutto della mente del protagonista in seguito al presunto incidente o davvero esiste una comunità di persone costrette a vivere in una bolla facendo finta che tutto sia normale? La scene ambientate al di fuori della città suggeriscono più la seconda e anche io spero sia così. Certamente tutti sanno tutto e lo dimostra la barista che cerca di aiutare il protagonista, solo non sappiamo se tutto ciò che vediamo sia effettivamente vero. Mi dispiacerebbe se dopo dieci episodi si venisse a sapere che è stato tutto un sogno dell’agente Burke, ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe se tutto si limitasse ad una semplice teoria del complotto ordita contro il protagonista o contro una branca attiva dell’FBI, ma allo stesso tempo mi dispiacerebbe se l’elemento fantastico e misterioso venisse esagerato e quindi tutta la serie perdesse di credibilità. Credo che la buona riuscita di questo prodotto, evidentemente commerciale e rivolto ad un pubblico occasionale, dipenda dal costante equilibrio di queste tre componenti fondamentali.


Per ora posso dire che come prodotto d’intrattenimento funzione, ma ciò è dovuto principalmente al fatto che si basi sul calco fatto dai suoi predecessori. Poche novità e molti clichè che, se mescolati bene, possono dare vita a qualcosa di piacevole. Speriamo bene.

mercoledì 13 maggio 2015

L’ULTIMA FRONTIERA

La storia delle serie tv affonda le sue radici negli anni ’50 quando venne prodotta la prima sitcom in assoluto: “I Love Lucy”. Questa, nonostante il budget risicato, ottenne un enorme successo di pubblico e spalancò le porte a quel fenomeno televisivo che oggi sta spopolando sia oltremanica che nel vecchio continente. 


Passando per Batman, con quell’Adam West tanto parodiato da Seth Macfarlane, il capitano Kirk e Fonzie si arriva agli anni ’80 in cui vennero gettate le basi per la rivoluzione dei serial del decennio successivo. È infatti negli anni Novanta che si manifesta in tutte le sue potenzialità il fenomeno delle serie tv. Ricordiamo i Picchi Gemelli di Lynch (di cui dovremo assolutamente discorrere un giorno, presto, molto presto *facciaghignanteemalefica), suo figlio X-Files, Friends, i gialli di Matt e 90210.


In questo periodo i serial smettono di essere cinema di serie b e cominciano ad assumere dei connotati ben precisi che rappresentano ancora oggi canoni fondamentali per la buona riuscita di un nuovo prodotto televisivo. Si arriva poi ai giorni nostri in cui tale format ha ormai raggiunto, se non addirittura superato, il suo corrispettivo cinematografico. La vera rivoluzione verificatasi sta nel classico triangolo pubblico - guadagni - investimento: le serie hanno ottenuto nel tempo sempre maggiori consensi che si traducono in maggiori guadagni, e i grandi produttori televisivi sono riusciti a reinvestire questi guadagni e a far elevare il livello dei prodotti stessi, riscrivendo i canoni che avevano portato il successo agli albori del fenomeno. Questione di soldi e di idee insomma. L’esempio più lampante degli enormi budget di cui dispongono le serie tv è Friends: DIECI (O.O) milioni di dollari ad episodio (ciascuno della durata di soli venti minuti).


Negli ultimi anni è poi salito alla ribalta il fenomeno delle miniserie, un buon connubio tra cinema puro e serial. Nuovo format che ha saputo portare linfa vitale al settore e ha saputo dare la spinta definitiva alla televisione verso nuove frontiere. L’allievo che supera il maestro.


È a questo filone che appartiene l’opera in oggetto oggi, ossia “True Detective”, miniserie di 8 episodi del 2014 scritta dal giallista Pizzolatto e diretta da Fukunaga. La trama ripercorre le vite dei due protagonisti, Rust e Marty, detective alle prese con una complicata caccia ad un serial killer durata quasi venti anni. L’intreccio funziona alla perfezione. La narrazione parallela tra il ’95 e il 2012, anno in cui viene riaperto il caso, mantiene sempre alta l’attenzione dello spettatore e dà la possibilità di approfondire la psiche dei personaggi principali attraverso l’evidente evoluzione umana che questi subiscono nei vent’anni che intercorrono tra le due linee temporali dell’intreccio. Il thriller psicologico per eccellenza. I punti di forza però non risiedono solamente nella trama e nello sviluppo di questa, ma anche nei personaggi e nella realizzazione tecnica. I due attori protagonisti dimostrano qualità da Emmy, specialmente Rust, interpretato da uno straordinario Matthew McConaughey che riesce a superare se stesso, cioè l’interpretazione in “Dallas Buyers Club” che lo aveva consacrato definitivamente al grande pubblico e qualche premio glielo aveva fatto vincere (*coffcoffoscar). Ogni sguardo carico di straziante sofferenza, ogni espressione del volto, ogni battuta breve recitata con una roca e flebile voce, ogni monologo profondamente nichilista. Ogni aspetto che riguarda Rust è un capolavoro; brividi dall’inizio alla fine. Il nuovo standard per la caratterizzazione dei personaggi nelle serie drammatiche.


La regia e la fotografia rendono poi True Detective un capolavoro indiscusso. Fukunaga dà prova delle sue straordinarie abilità coniugando con precisione introspezione e azione, sovrannaturale e suspance da noir. Cura maniacale in ogni piccolo dettaglio. Il piano sequenza della retata alla fine del quinto episodio è da antologia, farà stropicciare gli occhi dalla meraviglia al cinefilo che è in voi. Superamento degli standard classici e consolidati per le serie tv. Scene memorabili che rimarranno sicuramente nella vostra mente per molto tempo. Opera indimenticabile.


L’arte è soggettiva, o meglio lo è il gusto artistico, ma questo piccolo capolavoro, forse poco valorizzato dai vari Emmy e Golden Globe, entra di diritto nell’olimpo dei serial e del cinema in generale. L’”Amore e Psiche” delle serie tv. Piacevole levigatezza al servizio di un intrattenimento profondo e maturo che vi trasporterà in un turbinio di misteri e sentimenti struggenti e realistici.
Il cinema, quello vero, è arte.


E in Italia? Beh in Italia c’è Don Matteo