martedì 29 settembre 2015

COSÍ PARLÓ NAPOLI

Nord e Sud. Sud e Nord.
Qualunque paese si osservi le differenze tra meridione e settentrione sono più o meno rilevanti e, nei casi più estremi, queste possono sfociare in manifestazioni di razzismo e violenza. È il caso dell’Italia, o almeno dell’Italia fino ad un paio di anni fa, prima che il Matteo Felpato cambiasse la politica del suo partito passando dalla xenofobia verso il terrone a quella verso l’immigrato clandestino, nuovo nemico del vero popolo padano. Semplice scelta politica. Convenienza. La discriminazione verso il Mezzogiorno però, a mio parere, è rimasta immutata perché sono rimaste immutate le differenze strutturali e culturali tra Nord e Sud.


Proprio su queste differenze si basa “Così Parlò Bellavista”, pellicola del 1984 scritta e diretta da Luciano De Crescenzo; Nastro d’Argento e David di Donatello al miglior regista esordiente l’anno successivo. Il film, ambientato a Napoli, descrive lo scombussolamento che l’arrivo del milanese Cazzaniga porta nella vita di Gennaro Bellavista e dei suoi squattrinati amici. Bellavista è un professore di filosofia in pensione che, non riuscendo a rinunciare alla passione per l’insegnamento, organizza giornaliere lezioni gratuite nel soggiorno di casa sua per gli amici di cui sopra: il portiere, il sostituto portiere, lo spazzino e il poeta; quattro personaggi secondari che nel loro piccolo rappresentano alcune sfaccettature della capitale del Sud.
La trama segue contemporaneamente anche le disavventure di Patrizia, figlia del professore, e del suo compagno Giorgio, disoccupati in dolce attesa. Se da un lato Bellavista filosofeggia sulla vita, la religione e le differenze tra Nord e Sud, dall’altro la storia della coppia di sposini in crisi economica approfondisce le problematiche di Napoli in maniera ironica, convincente e intelligente. Disoccupazione, Camorra, teatralità, superstizione, lotto. Tutte queste sono riassunte in poche ma significative scene, talvolta apparentemente slegate le une dalle altre, come quella del cavalluccio rosso, esilarante, veritiera e poetica.


Questa doppia narrazione restituisce un ritratto di Napoli a due facce, Harvey Dent. Città da una parte storica, poetica, evocativa, filosofica, culturalmente superiore e dall’altra problematica, degradata, poco curata, abbandonata a se stessa. Un ritratto completo e tristemente veritiero che molti prodotti più alti e pretenziosi non eguaglieranno mai in efficacia e veridicità.
Il vero fulcro del film è però rappresentato dai discorsi ispirati del professor Bellavista. Dubbi e certezze, Stoici ed Epicurei. Fondamentale per lo sviluppo della trama quello sugli “Uomini d’amore e uomini di libertà”, interessante e sempre attuale la pacata invettiva contro la vita mafiosa. Tutte perle da gustare e assimilare. “… in questo mondo in cui regna il caos Napoli è ancora l’ultima speranza dell’umanità”.
Dalle parole del protagonista però emergono anche dei preconcetti legati alle persone del Nord; preconcetti non discriminatori e razzisti, ma superiori, legati al modo di intendere vita, impiego e relazioni interpersonali. Questa situazione muta nel finale quando, dopo un intero film passato ad inseguirsi senza mai incontrarsi, Bellavista e il dottor Cazzaniga si ritrovano bloccati in ascensore per diverse ore. Qui hanno l’occasione di confrontarsi e mettere sul piatto della conversazione i pregiudizi positivi e negativi che avevano l’uno verso l’altro per poi scoprire che niente è come sembra. Cade il Nord. Cadono le etichette. Cade il sud. Cadono i pregiudizi.



Un film a metà tra critica di costume e intrattenimento; comicità e poesia. Filosofia. Prodotto che nasconde lo spirito malinconico, lo splendore e le contraddizioni, la vera sofferenza straziante di una popolazione dietro un velo di semplicità e immediatezza. Altro che “Benvenuti su e giù”. “Dove è meglio che nasca un bambino?”, a Nord o a Sud? A voi il lauto gusto di scoprirlo. Siamo uomini d’amore o di libertà? Terroni o Polentoni? No, siamo Uguali. Posate le armi, posate la lingua. Siamo umani. “Si è sempre meridionali di qualcuno”.

domenica 27 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 21-27 SETTEMBRE


FILM: Soap Opera (2014)
Spinto dalla curiosità dopo aver saputo della partecipazione di Genovesi a “Happy Family”, pellicola che apprezzai molto all'epoca dell'uscita, e spronato dalla marea di critiche negative mosse a questo film, mi sono deciso a recuperarlo. Soap Opera sembra un opera teatrale riproposta su grande schermo. Un gruppo di personaggi che vivono nello stesso condominio si trova a fare i conti con il suicidio di un inquilino di cui tutti sapevano molto poco. Questo l’incipit di una serie di rapporti particolari, sui generis e complessi da riassumere in una receimpressione flash.

La prima cosa che salta all’occhio è indubbiamente la cifra stilistica dell’opera che, pur essendo ambientata ai giorni nostri cerca di imitare le atmosfere passate, gli anni ’50 e ’60, attraverso piccoli dettagli quali le auto d’epoca usate o il vestiario di alcuni personaggi secondari. La neve che segna costantemente il grigio cielo di una Milano velata. Anche la fotografia e l’uso della luce ricalcano a grandi linee i gusti del passato. Se dovessi basarmi solo sul comparto tecnico, movimenti di macchina, sonoro e colonna sonora compresi, il film in oggetto sarebbe un piccolo cult, un prodotto per pochi e pieno di sorprese, ma non è così. Soap Opera è un prodotto complesso e assai controverso che varia troppo spesso registro e linguaggio visivo per riuscire a raggiungere lo spettatore. La comicità passa dal cinismo della Francini e di Ale e Franz al buonismo di Francesca, dalla pesantezza di Francesco alla banalità del personaggio di Abatantuono. Un complesso intricato e senza forma definita. Anche la storia non riesce a trovare una strada univoca tastando vari terreni e alternando momenti di piece teatrale a banalità e forzature. Il finale inoltre rimane per me una confusionaria incognita. A tratti sembra voler essere un prodotto maturo, impegnato e riflessivo, ma poi scene prive di un vero nesso logico con il resto del film stroncano il phatos e abbassano la resa dell’opera. Tanti buoni aspetti che singolarmente non riescono a prevalere sulla parte intollerante. Un peccato vedere determinati spunti andati sprecati così. VOTO: 5.5


FILM: My Name is Tanino (2003)
Virzì è un regista che apprezzo molto per stile, intenti e temi trattati. Non sempre riesce a muovere fino in fondo una critica strutturata attraverso i suoi film, ma si avverte sempre che il materiale umano dietro la settima arte non manca mai. Le esperienze di una vita tradotte su pellicola. Questa volta il protagonista di una serie di avventure rocambolesche ma mai irreali è Tanino, giovane laureando siciliano alla ricerca di se stesso in America. Il road movie di formazione è ben scritto e ben strutturato, costruito principalmente sul protagonista il cui atteggiamento nei confronti del mondo viene mutato dall’incontro di alcuni personaggi dalla moralità assai dubbia. Anche in questo caso la qualità tecnica non è eccelsa e probabilmente ciò è voluto, o meglio, le imperfezioni sono volute per lasciare al film un’aria indipendente in ricordo dei primi lavori del regista livornese, un’aria che perfettamente si sposa con i temi trattati dal film.
Un prodotto che mostra l’innocenza, la speranza e la bellezza di una gioventù difficile da mantenere rispetto ad un mondo che ci vuole grigi e rinunciatari.
Indeciso e a tratti indecifrabile il finale che vorrebbe aggiungere una componente giallo-thriller al film, ma confonde e stona rispetto a resto della pellicola. Non un capolavoro, ma un Virzì minore decisamente da recuperare. VOTO: 7.5



FILM: La Verità è Che Non Gli Piaci Abbastanza (2009)
Solita commedia americana in cui alcuni trentenni in piena crisi amorosa incrociano le loro vite per generare situazioni divertenti, appassionanti (poco) e nel finale anche commoventi (meno di appassionanti). In realtà, volendo essere sinceri, il film riesce nel suo intento di intrattenere un pubblico distratto, e di ciò bisogna dargli atto. I temi trattati però sono al limite del ridicolo, ma un cast di attori in rampa di lancio, liete sorprese e solite conferme riesce a sopperire a mancanze in fase di scrittura, idee riciclate e una struttura di fondo ripetitiva e poco accattivante per chi frequenta l’ambiente cinematografico da almeno un paio di giorni. Un film insomma che se preso per il verso giusto e senza grandi aspettative potrebbe regalare un paio d’ore di rilassatezza e sorrisi sinceri. VOTO: 5.5



FILM: Ricordati di Me (2003)
Ogni tanto noi Italiani esportiamo prodotti culinari di classe, altre volte criminalità organizzata. Altre ancora registi non molto simpatici e probabilmente non all’altezza del pubblico statunitense. Ma facciamo un passo indietro.
Gabriele muccino, dopo l’inaspettato successo de “L’Ultimo Bacio”, scrive e dirige “Ricordati di Me”, spaccato della crisi di una famiglia media in cui il padre, il sempreverde Bentivoglio, si sente oppresso dalle scelte del passato e da una vita che non gli appartiene. Le premesse potrebbero essere interessanti, quello che ne viene fuori è però in realtà un prodotto standard, piatto e privo del mordente che prometteva di mostrare.
Altro grande problema di Muccino è la gestione delle reazioni umane. Egli infatti, fin dagli esordi, ha dimostrato di concepire i toni delle conversazioni tra comuni mortali almeno due o tre ottave sopra. I sussurri diventano toni medi, i toni medi grida, le grida strazi irreali e fastidiosi. Per farvi capire meglio consiglio questo esilarante video dei TheJackal.
Film banale salvato da qualche interpretazione (non da quella della Bellucci) e dalla qualità tecnica medio-alta. VOTO: 5

giovedì 24 settembre 2015

NBT: INSIDE OUT

Qualche mese fa è stato annunciato ufficialmente che il film “Gli incredibili 2” è in lavorazione. Nonostante io adori il film originale ( e la sua soundtrack  ) non sono stato entusiasmato dalla scelta di produrne un sequel. Un altro sequel. Sequel, sequel e ancora sequel: questo sembra essere l’andamento in casa Pixar. Oltre a “Gli incredibili 2” sono in programmazione anche “Finding Dory” (sequel di “Alla ricerca di Nemo”), “Toy Story 4” e “Cars 3”. Così tanti sequel sono forse sinonimo di mancanza di idee? Questo solo il tempo ce lo potrà dire.
Intanto per fortuna quest’anno è uscito un film originale made in Pixar e … WOW! È un film stupendo. Sto parlando di “Inside Out” diretto dal buon Pete Docter  che aveva  già dimostrato il suo talento dirigendo due dei miei film Pixar preferiti:  “Monsters & Co.” e “Up”.
L’idea di base del quindicesimo lungometraggio d’animazione dei Pixar Animation Studios è quella di farci entrare all’interno della mente di umana e di mostraci come funziona mediante una personificazione delle emozioni.
Un’idea che in realtà si era già vista ma che in questo film viene sviluppata in maniera superba.
“Inside Out” può essere considerato come il film più ambizioso mai prodotto dalla Pixar. I creatori di questo film sono stati in grado di dare vita sullo schermo all’astrattezza dei processi mentali riuscendo a conferire concretezza alle complesse sfaccettature della mente umana.
Il più grande pregio della Pixar è aver sempre prodotto film d’animazione apprezzabili da parte di varie fasce di pubblico (il che non è affatto semplice) strutturandoli in modo da permettere diversi livelli di lettura. Questo è particolarmente vero nel caso di Inside Out.


Il film si sviluppa su due piani distinti: da una parte c’è il piano della realtà nel quale si verificano determinati avvenimenti e dall’altra c’è il piano mentale nel quale possiamo osservare le reazioni che questi avvenimenti producono nella psiche della protagonista dove troviamo le sue emozioni personificate: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto.
La protagonista è Riley, una undicenne che si trasferisce con la famiglia dal Minnesota a San Francisco e che incontra qualche difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto.  Quello che conta realmente però è ciò che accade all’interno della sua testa dove le situazioni tutto sommato normali che si trova ad affrontare producono un fortissimo impatto sulla sua mente. Gli eventi che Riley vive in prima persona ne plasmano la personalità  e Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto si trovano di fronte a grossi sconvolgimenti che devono cercare di risolvere. 


Ciò che colpisce immediatamente lo spettatore di questo film sono i colori accesi e vividi. Inside Out è coloratissimo, un tripudio di colori sgargianti sullo schermo, una festa per gli occhi. Poi ovviamente la qualità della computer grafica Pixar non si discute, anche nei film meno riusciti dello studio la qualità tecnica dell’animazione computerizzata è comunque sempre rimasta a livelli straordinari ed in questo film si toccano nuove vette, soprattutto nelle sezioni che si svolgono all’interno della testa della protagonista dove gli ambienti e i personaggi sono resi in maniera eccezionale. Ma che vo’ dico a fa’?
Inside Out è anche un film divertente e come tutti i film Pixar sa come intrattenere lo spettatore senza mai scendere nel banale, ma questa è una qualità attesa per un film di questo studio.


Quel che mi ha lasciato sbalordito è come il film sia stato in grado di dare concretezza e materialità a elementi che hanno di per sé natura astratta. È un miracolo come si sia riuscito a rendere sullo schermo in modo così convincente  le emozioni, i pensieri, i ricordi, l’elaborazione di concetti, l’immaginazione e i processi mentali della protagonista. Questo film è l’ennesima prova delle capacità dei film d’animazione. Sono film che ci permettono di raccontare delle storie che non sarebbe possibile raccontare in nessun’altro modo.
Quando si parla di film d’animazione invece si finisce spesso per relegarli ad una categoria a sé. Un film d’animazione di particolare valore spesso viene definito un capolavoro “nel suo genere”, si tende quindi ad isolarlo nella sua categoria tenendolo ben distante dai “veri” capolavori del cinema; viene inconsapevolmente percepito come film “semplificato”, che essendo rivolto ad un pubblico giovanissimo necessariamente deve scendere a patti con la narrazione ed abbassare il livello della qualità in modo da poter essere godibile per tutti.

Questo  non è assolutamente vero e se avete ancora dubbi a riguardo basterà poco per eliminarli: andate al cinema e guardate “Inside Out”. Quando uscirete dalla sala sono certo che smetterete una volta per tutte di considerare l’animazione un genere minore.

Antonio Margheriti

domenica 20 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 14-20 SETTEMBRE



FILM: Voglia di Vincere (1985)
La traduzione italiana del brillante titolo originale è quantomeno delittuosa; Teen Wolf (da cui poi è stata presa l’idea per l’omonima serie tv) riassume alla perfezione quello che è lo spirito del film e la linea principale legata all’improvvisa metamorfosi di Marty McFly in un lupo. Marty perché, tralasciando qualche particolare, il personaggio del film in analisi oggi potrebbe tranquillamente essere sovrapposto a quello di Ritorno al Futuro: giovani liceali bersagliati dai bulli e poco usi a sottostare alle norme scolastiche che otterranno, prima della fine della rispettive disavventure, una rivincita personali nei confronti dell’oppressivo ambiente rurale in cui sono cresciuti. Entrambi i personaggi inoltre si chiamano Marty, ma ciò fu un’opera di marketing tutta nostrana per sfruttare il successo al botteghino del film di Zemeckis. Teen Wolf è infatti antecedente a Back to the Future per anno di produzione. In Voglia di Vincere viene inoltre introdotto la componente sportiva attraverso il basketball, da ciò la traduzione italiana del titolo.
Nonostante effetti speciali scadenti e un budget tutto sommato ridotto, il film riesce a divertire e a ricreare le atmosfere giovanili degli anni ’80, o almeno credo; essendo nato dieci anni dopo l’uscita del film non posso confermare alcune scelte stilistiche ma rimane comunque tutto convincente, tranne le trasformazioni in lupo del protagonista e del padre, ma quelle sarebbero imbarazzanti a prescindere dall’epoca in cui il film è ambientato.
Una sorta di ampliamento dell’universo mondo del Marty che tutti conoscono. Un opera non eccellente ma legata ad un filone giovanile che troppo mi manca di questi tempi. VOTO: 7


FILM: Maps to the Stars (2014)
Cronenberg è sempre Cronenberg e solo questo dovrebbe giustificare la visione di ogni sua opera, ma anche The King finì la sua carriera sovrappeso, malato e solo. Non tutto quello che un  ottimo autore produce è oro colato, questo Maps to the Stars ad esempio è, a mio parere, un prodotto controverso e lontano dall’essere un capolavoro all’altezza del miglior Cronenberg.
La pellicola narra la vicende di un gruppo di individui collegati al mondo del cinema hollywoodiano e in qualche modo legati tra loro. La situazione di quiete iniziale viene sconvolta dall’arrivo in città di una giovane Mia Wasikowska, appena uscita da una clinica psichiatrica e dalle dubbie intenzioni. Da quel punto in poi la trama vira verso il dramma proponendo sempre la soluzione più tragica in caso di bivio nello sviluppo della narrazione. Un modello che sì colpisce, ma non riesce ad empatizzare appieno con lo spettatore. Oltre a ciò si aggiunge una componente metafisica che inciderà in maniera considerevole nella storia del ragazzo prodigio ma che striderà non poco nel contesto generale. Buona invece la caratterizzazione dei personaggi, in particolar modo quello interpretato da Julianne Moore, discreta anche la critica all’ambiente cinematografica tanto alto quanto finto e ipocrita.
Il vero problema di questo prodotto è la confusione generale: non si riesce a cogliere lo spirito del regista che sembra frastagliato e titubante riguardo determinati aspetti, non si capisce mai fino in fondo dove voglia andare a parare e il risultato è un miscuglio di generi interessante ma dalla forma indefinibile. Non indimenticabile, ma da rivedere per cogliere altri messaggi celati. VOTO: 6.5


FILM: Andiamo a Quel Paese (2014)
Devo essere sincero: nonostante come comici non mi facciano impazzire, mi ero divertito a guardare “Il 7 e l’8”, loro primo film, e avevo trovato intelligente il modo in cui veniva trattato il tema mafioso ne “La Matassa”. Il terzo invece mi aveva abbastanza deluso, ma qui Ficarra e Picone sono davvero scaduti nel banale nel tentativo di rigirare la crisi economica attuale cercando di farne motivo di riso. Ficarra perde il lavoro e decide di tornare nel paese d’origine della moglie per vivere con la pensione di una zia. Capendo di poter applicare questo stratagemma anche con altri anziani pensionati, crea una sorto di ospizio nel palazzo in cui vive. Questa la prima parte del film, un po’ prevedibile e un po’ lenta. Ma il peggio arriva dopo. Gli anziani muoiono a causa del cioccolato e rimane solo la prima zia da cui era partito il “sistemone”; a questo punto quindi Ficarra impone a Picone (trantacinquenne nella finzione) di sposare la suddetta zia (settantenne). Da qui in poi disavventure mai comiche al limite del grottesco, recitazione scadente, messaggi assai superficiali e negativi e noia infinita. Il loro peggior lavoro che mostra il peggio nella scena finale del matrimonio con la platea-pubblico che ripete ciò che dicono i protagonisti. Comicità da scuola materna. VOTO: 4.5



ALBUM: Songs of Innocence (2014)
Gli U2 tornano a stupire dopo qualche comprensibile passaggio a vuoto. Songs of Inncocence è dolce, morbido, leggero e profondo. Le prime quattro tracce rappresentano una vetta di perfezione che ha regalato loro il Grammy per il miglior album rock. Every Breaking Wave, specialmente se ascoltata nella versione acustica (che purtroppo non è presente nella versione standard dell’album) colpisce al cuore di chi l’ascolta, The Miracle (of Joey Ramone) invece trascina e rimane impresso come singolo. La vera punta di diamante è però Songs for Someone, lenta, bilanciata e meravigliosa. Il resto dell’album cala leggermente dal punto di vista della qualità e dell’innovazione sonora del quartetto irlandese, ma si conferma comunque su buoni livelli, soprattutto con un pezzo classico come Volcano o con la riflessiva Cedarwood Road.
Quando una band storica non smette di stupire. VOTO: 9


sabato 19 settembre 2015

LA CARICA DEI 101 POST

101. Centouno. Siamo arrivati a 101 post in poco più di sei mesi, ossia un articolo ogni due giorni circa. Un esperimento nato come passatempo che nel frattempo si sta tramutando in un vero e proprio impegno. Definirlo un peso sarebbe mentire, ma comincio a sentire la responsabilità di dover far fronte ad accordi non presi, non scritti ma moralmente inderogabili.
Usualmente gli speciali arrivano alla cifra tonda. È a cento post o cento video che di solito si sente la necessità di tirare le somma e fare il punto della situazione. Noi no. Noi di InsideMAD lo facciamo a centouno perché siamo diversi, perché siamo nuovi e soprattutto perché quando ho caricato il precedente articolo non avevo notato fosse il centesimo. Errore mio; mi perdonerete. Come “festeggiare” allora un traguardo per me così importante e soddisfacente? Certo offrire un bicchiere di spuma a tutti sarebbe carino e ci permetterebbe di vederci finalmente in faccio dopo mesi di fredda comunicazione digitale, ma la spuma non ce l’ho e quindi niente. Mi piacerebbe però condividere con voi qualcosa di più personale delle solite recensioni, top/flop o commenti alle serie tv. Mi piacerebbe se qualcuno di voi mi avesse chiesto “E ora?”, ma nessuno lo ha fatto, quindi me lo chiedo da solo come fossimo in un programma notturno dello svogliato Marzullo. E ora? Dopo sei mesi e centouno articoli cosa succede? Cosa viene dopo? Belle domande, grazie per avermele poste. Ma, per dirla alla Pif, facciamo un passo indietro.


InsideMAD è nato per gli articoli che io chiamo “serie principale”, ossia quelli in cui analizzo un film, un album o un’altra forma d’arte che mi ha particolarmente colpito per proporre una riflessione più o meno profonda su un aspetto specifico della vita, sulla politica o sulla società che ci circonda. Una forma di articolo che sostanzialmente viene riassunta dal sottotitolo, che potete trovare nella versione web del blog, “Recensioni, impressioni e riflessioni di e sul mondo che ci circonda”. Frase un po’ contorta, lo ammetto, ma a cui sono comunque affezionato. Dopo poco tempo, aiutato anche dalle lezioni di chimica, capì che, per far risaltare al meglio gli articoli della serie principale, dovevo diluirli a qualcos’altro, qualcosa di più leggero che potesse essere d’interesse per il grande pubblico. Essendo ancora impegnato negli studi, decisi di contattare un paio di amici del liceo per dividerci gli impegni di scrittura: nacque così la rubrica NBT, per ampliare il pubblico e farmi rifiatare dopo le prime settimane di intensità eccessiva. Notai poi di non poter scrivere un articolo più complesso per ogni opera vista, ascoltata o letta e mi decisi a dare vita ad una rubrica che mi frullava in testa fin dal primo giorno: le recensioni della settimana che, con poche parole e un voto finale, riuscirono a convincere qualcuno che il confronto era la via giusta. Finalmente arrivavano i primi consensi dopo la flessione post-incipit e gli amici più stretti cominciarono a seguire assiduamente il blog. Era un periodo in cui mi sentivo assai attratto dalla storia italiana degli anni ’90, da Tangentopoli e dall’evoluzione di Silvio e mi capitò di guardare i primi due episodi di 1992 (#daunideadistefanoaccorsi). Poteva essere una grande occasione per creare un dibattito e invogliare i lettori a seguire con costanza il blog. Cercando di coglierla alla bell’e meglio buttai giù un commento più come esperimento che come rubrica decisiva e infatti i risultati non furono certamente quelli sperati, ma era un punto di partenza per qualcosa di più, ci credevo. Continuando a lavorare giornalmente e cercando di risultare sempre fresco per i vecchi lettori e sempre interessante per i nuovi, aprì TOP/FLOP e nuovi commenti a serie quali True Detective 2 e Wayward Pines. Il vero successo è però arrivato con Storie di (Im)maturità, racconto diviso in tre parti in cui ho narrato il mio esame di stato esaltando gli aspetti ilari dell’esperienza. La conferma dell’ottima accoglienza la ricevetti in prima persona quando tornai nella mia scuola superiore per seguire degli orali e diversi ragazzi mi riconobbero come quello del blog. Un’emozione incredibile e finalmente gratificante. Da lì in poi ho cercato di mantenere le rubriche intatte in quanto abbastanza sicuro di aver trovato un’alchimia funzionale ai miei obiettivi.

Banner mai utilizzato per questioni di formato. Foto di Alice

Ora vorrei mettere in pratica alcuni progetti a cui penso da tempo. Dopo il quasi forfait di un paio di amici (che non biasimo affatto visti gli impegni universitari) per la rubrica del giovedì in cui tutti possono dire la loro, mi piacerebbe rinnovare e innovare il format con nuove facce che non devono obbligatoriamente essere legate a me in qualche modo, ma che possono tranquillamente essere degli sconosciuti che vorrebbero proporre delle riflessioni intelligenti su attualità o altro. Per cui chiunque voglia collaborare anche solo una tantum a titolo gratuito non deve far altro che contattarmi e richiedere lo spazio di cui tutti abbiamo bisogno per sopravvivere. Non c’è bisogno necessariamente di saper scrivere come Gogol, basta il contenuto, la forma non deve essere un ostacolo all’espressione. Fin dall’inizio la mia idea era quella di una redazione viva e attiva che sostenesse il blog con articoli frequenti ed eterogenei, magari un giorno ci riuscirò. Indubbiamente, visto l’imminente inizio dell’anno accademico, ogni aiuto è ben accetto.
Vorrei poi concentrarmi su una serie soltanto e mettere in pratica l’esperienza maturata in questi ultimi mesi per commentarla in maniera interessante, appassionante e finalmente matura. Un’analisi che riesca a non sfigurare rispetto a quelle proposte da Seriangolo insomma (se non sapete di cosa si tratta non avete mai capito una serie tv fino in fondo).
Vorrei alzare il livello della serie principale a vera e propria critica di costume e basilare filosofia di vita (sempre GGGiovane, non allarmatevi) senza essere sempre condizionato dal trovare un collegamento tra un’opera audiovisiva e il tema trattato. Troppo spesso infatti mi appunto nel mio confuso quadernino una riflessione che in quel momento mi sembra geniale e quando poi trovo un’opera a cui collegarla rileggo ciò che ho appuntate e mi deprimo per le banalità presenti. Ma tant’è.
Contemporaneamente al blog ho cominciato anche la stesura di alcuni racconti gialli, fantascientifici o drammatici (quelli comici proprio non mi vengono) e mi piacerebbe cominciare una pubblicazione periodica sul blog in modo da invogliare l’assiduità del pubblico saltuario. Ma questa è ancora un’idea abbastanza lontana.
Vorrei migliorare la grafica della pagina inserendo un menu centrale in cui vengono divisi i post in base all’argomento per evitare che un articolo pubblicato un mese fa possa cadere nel dimenticatoio solo per questioni di spazio quando in realtà potrebbero esserci molte altre persone interessate alla lettura di questo. L’unico problema è che il mio cane è più bravo di me in informatica e lui ha anche un solo occhio. Quando si tratta di html vado un po’ in tilt e ho paura di cancellare o modificare qualcosa di fondamentale importanza per la normale pubblicazione, per cui se qualche anima pia volesse darmi una mano in questi aspetti tecnici è pregato di contattarmi. Verrà ripagato con l’intero guadagno lordo di un mese di pubblicazioni, non mento.
Mi piacerebbe se i lettori avessero meno paura di esprimere le loro idee e commentassero sempre più spesso per proporre un’interpretazione, una riflessione o anche semplicemente per apprezzare o disprezzare gli articoli. Ogni commento, anche quello che all’apparenza sembra meno interessante, è utile a creare un dibattito e a generare un movimento attorno al blog. Quindi dite la vostra e siate attivi piuttosto che passivi. Mi piacerebbe se il nostro blog diventasse un luogo aperto, un bar virtuale in cui tutti siano invitati a parlare, non solo a consumare. Rendiamolo possibile.
Per fare ciò, per creare una community attiva attorno a InsideMAD, vi invito a mipiaciare la pagina Facebook, a seguirmi su google plus, social su cui cerco di esser più attivo, e a iscrivervi al blog stesso per ricevere una mail in caso di pubblicazione.


I progetti sono tanti, il tempo scarseggia sempre. Spero di essere sempre all’altezza delle vostre aspettative, di strapparvi qualche sorriso, di farvi riflettere ogni tanto o di darvi anche solo un momento di pausa dalla realtà. Se non avessi alcuna view probabilmente impiegherei il mio tempo diversamente. Cresciamo insieme, grazie.

mercoledì 16 settembre 2015

SERIE DI CUI NON PARLERÒ

Detto sinceramente: sono in crisi. Ci eravamo lasciati lo scorso agosto con la promessa di riprendere i commenti alle serie tv il prima possibile per aumentare il numero di articoli settimanali ed evitare che voi sentiate la mia mancanza per troppi giorni consecutivi. Con questi presupposti ho cominciato a guardarmi intorno alla ricerca di nuove serie stimolanti, interessanti e adatte a subire un commento sistematicamente serializzato, ma nulla. Tutto ciò che di nuovo ho provato, tastato con mano, si è rivelato essere poco adatto ai miei piani di conquista del mondo. Per maturare questa profonda decisione ho però dovuto ragionare più o meno a fondo sui pilot visionati; perché quindi buttare via il tempo impiegato a riflettere? Perché non parlare delle serie di cui non parlerò? Tutto questo non ha senso.


The Whispers
Serie prodotta dall’uomo dietro le quinte di Hollywood, Steven Spielberg, e trasmessa in Italia dalla Fox con un ritardo fisiologico perdonabile di qualche settimana. La prima puntata si apre con una bambina che, seguendo le indicazioni di un fantomatico amico immaginario, convince la mamma a salire sulla casa sull’albero favorendo così l’incidente in cui la donna rimane coinvolta. Tanto per la cronaca, la madre della bambina è Taylor Townsend di “The O.C.”, così, per dire.
L’attenzione si sposta quindi sugli agenti dell’FBI incaricati di fare luce sullo spinoso caso dell’amico immaginario che tenta di commettere malefatte attraverso gli innocenti bimbi del quartiere. Bimbi, al plurale, perché si viene a sapere poco dopo che un altro incidente domestico che vede coinvolto un bambino potrebbe corrispondere al primo per caratteristiche peculiari.
Da questo punto in poi la narrazione è abbastanza confusa: vengono introdotti diversi personaggi di cui non viene specificato il ruolo e le indagini sembrano procedere a tentoni piuttosto che secondo un ragionevole filo logico. Fin da subito la serie sembra essere abbastanza forzata nelle meccaniche, nella costruzione e nei colpi di scena, e ciò si ripercuote sulla capacità del prodotto di coinvolgere ed invogliare lo spettatore alla visione del prosieguo. I motivi che più mi hanno allontanato dal commento di questa serie sono diversi: l’eccessiva somiglianza con diversi episodi del capostipite delle serie mystery X-Files, la confusione generale e il finale in cui ci viene mostrato un tuono che cadendo a terra ha generato una struttura luminescente nella quale è rimasto incastrato l'aereo sul quale viaggiava un personaggio chiave. Mi è passato davanti agli occhi lo spettro di Wayward Pines, e nessuno vuole un WP-bis, vero? Serie che tutto sommato sembra studiata bene nel posizionamento dei colpi di scena strategici, ma che non si discosta abbastanza dai soliti canoni, da ciò che abbiamo già visto. Stavolta hanno introdotto la componente bimbi, ma la sostanza rimane la stessa. Magari un giorno la recupererò, ma non oggi.


Texas Rising
Miniserie coprodotta da History Channel. Già questo dovrebbe suggerirvi la qualità, il tema, il modo e gli intenti della serie. Le avventure narrate si svolgono in Texas, più precisamente nei pressi di Alamo, nel 1836, anno in cui gli indipendentisti texani decisero di seguire le orme degli statunitensi che anni prima si erano ribellati ai governi europei per costituire lo stato dell’aquila calva. Vengono quindi presentate varie fazioni in continua lotta armata tra loro: i Messicani guidati da Santa Rosa che tentano di mantenere il controllo sulle terre contese, i nativi Americani minacciati da ogni fronte e armati solo di asce e frecce e gli indipendentisti di cui sopra.
Il primo elemento che salta all’occhio è indubbiamente la cifra stilistica del prodotto. La fotografia in particolar modo dimostra la mano attenta dei produttori di casa History che hanno voluto riprodurre la polvere, la sporcizia e le atmosfere aride del texas negli anni precedenti alla famosa età d’oro. Sembra quasi che venga interposta una densa coltre di polvere giallastra tra gli interpreti e la macchina da presa in ogni scena. Anche la regia si conferma all’altezza della produzione riuscendo a cogliere sempre al meglio le emozioni degli attori. Tra questi inoltre spiccano Ray Liotta, Brendan Fraser e Bill Paxton. Tutto di alto livello, direte voi. Nessun motivo per non scegliarla come serie da commentare, direte voi. E invece no. L’enorme problema di Texas Rising è che non si capisce nulla. Non si capisce chi è chi, chi sta con chi, di chi stanno parlando, chi vuole cosa e dove si svolgono gli eventi. Io, personalissimamente, non ho capito nulla di tutta la prima puntata. Chi è Ray Liotta? Cosa fa? Alamo è stata bruciata? Perché gli Indiani attaccano i gruppi indipendentisti che evidentemente non sono i reali responsabili delle loro misere condizioni di vita? Chi è quel tizio con la barba e la compagna afroamericana? Mi sento alquanto stupido. Non sempre la veridicità storica si sposa alla perfezione con la narrazione romanzata. Come commentare una serie di cui non si capiscono i capisaldi della trama? Provateci voi.


The Brink
Senza dubbio la migliore tra le tre finora analizzate. Secondo me, l’unico modo di fare comicità intelligente su temi scottanti d’attuali quali droni, ISIS, terrorismo e conflitti internazionali. The Brink, letteralmente il confine, il margine o il limite estremo, narra delle fantasiose disavventure di un gruppo di personaggi molto sopra le righe alle prese con una crisi geopolitica successiva alle tensioni tra USA e Pakistan. Ciò che salta subito all’occhio è il tono scanzonato e dissacrante che contraddistingue sia i singoli personaggi che le situazioni critiche in cui questi si trovano.
Tra gli interpreti principali spicca sicuramente un brizzolato Tim Robbins, eroe per caso della redenzione di Shawshank, in forma strepitosa e perfetto per il segretario di stato per gli affari esteri Larson. Cinico, amorale, alcolizzato, democratico, pacifista, esilarante e molto intelligente a dispetto dei precedenti aggettivi. Davvero un personaggio tridimensionale. Al suo fianco emerge anche un fastidioso Jack Black (o Black Jack, se vi piacciono i giochi di carte) nei panni dell’agente Talbot, sottoposto di poco conto nell’ambasciata americana. Tale agente si ritroverà invischiato in qualcosa di molto più grande di lui e dovrà cercare di sopravvivere ad un sequestro ordito dal sedicente presidente eletto del Pakistan. Oltre a loro la storia coinvolgerà anche un pilota divorziato dipendente da morfina e un autista locale agli ordini della CIA.
Una serie esilarante, fresca, nuova, ben scritta, ben girata e meravigliosamente recitata. Tutto perfetto, una miniserie che rimarrà come metro di paragone nel settore specifico per diverso tempo. Cosa non ha funzionato allora? Il format, la struttura e le tempistiche. La comedy è difficile da commentare e creare una serialità su un prodotto che non fonda sulla trama e sulla suspance il proprio successo sarebbe un’utopia. Da non perdere, ma non adatta alle mie rubriche. Recuperatela, subito.


Detto questo la situazione di partenza rimane immutata. Continuo a non avere una serie da commentare in questi giorni dell’estate che volge al termine. Sono ben accetti i consigli dunque. Conoscete una miniserie o la prima stagione di una serie che verrà messa in onda a breve e che potrebbe rientrare nei taciti canoni che avrete sicuramente individuato leggente questo articolo? Ditelo con un commento, confido in voi. Ogni suggerimento è ben accetto. Speriamo che questo momento di pausa seriale non si prolunghi più del dovuto. A presto, si spera.

domenica 13 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 7-13 SETTEMBRE


FILM: Il Sapore Della Vittoria (2001)
Un filone che conosciamo bene: un allenatore severo cerca di portare una squadra giovanile alla vittoria impartendo ai ragazzi preziose lezioni di vita. Il tema quindi non è nuovo ed innovativo. Più interessante invece l’implicazione dell’integrazione razziale, supportata soprattutto dalla veridicità, seppur romanzata, delle storie narrate. La qualità è ottima considerando l’anno di produzione e il cast, composto da certezze, buoni attori, giovani in rampa di lancio e meteore, sostiene egregiamente il peso di una pellicola che nella sua struttura sarebbe potuta risultare pedante, ripetitiva e magniloquente. Denzel si dimostra, a mio parere, il terzo miglior attore afroamericano degli ultimi anni dopo Freeman e Jackson. Il finale punta chiaramente allo stomaco dello spettatore col tentativo di lasciare una poetica immagine del film e tutto sommato ci riesce in maniera quantomeno accettabile; la trama però presenta delle lievi falle che fanno apprezzare il prodotto senza però gridare al capolavoro. Godibile da chiunque, a tratti profondo, ma imperfetto. VOTO: 8.5


FILM: Torno a Vivere da Solo (2008)
Ci prova e ci riprova in tutti modi, ma Jerry Calà non riesce mai a far ridere. Regia imbarazzate, fotografia morta e riesumata dagli anni ’70, colonna sonora fastidiosa nella ricerca di atmosfere Radical Chic e poi la recitazione. Un insulto al cinema chiamala recitazione. Qualità generale di bassissima lega che dimostra come Calà abbia realizzato il film solo grazie alle sue finanze e a qualche favore regresso. Produzione inesistente. Ciò che più infastidisce, a parte la comicità a metà tra Colorado e cinepanettoni, è il tatto con cui vengono trattati temi interessanti quali crisi di mezz’età, separazione, emancipazione femminile, omosessualità e sfruttamento della prostituzione. Ridere di tutto ciò è costruttivo ed intelligente, ma c’è modo e modo di addentrarsi in una determinata realtà e raccontare un problema col sorriso. Molte commedie di successo riescono a sfiorare con un guanto d’eleganza problemi ben più profondi. Questo stilema poteva funzionare quarant’anni fa. Non oggi e spero non funzionerà mai più. Questo un esempio della comicità cercata e ricercata. VOTO: 2


FUMETTO: Suore Ninja (2012)
Da quanto tempo non parliamo di un fumetto in questa specifica rubrica? È decisamente tempo di tornare a farlo. Ci viene dunque in aiuto Suore Ninja, fumetto parodistico a tema ecclesiastico e sociale in senso generale partorito dal duo La Rosa-Cardinali. Quando un’autorità grava sulla vita della società media e tenta di condizionare anche la vita di coloro che si sono allontanati da tempo dall’autorità stessa, nasce la parodia, quella intelligente. Quella che in poche vignette riesce a divertire e criticare profondamente le incongruenze del pensiero di coloro che antepongono alla ragione conoscenze “superiori”. Suore Ninja funziona in ogni suo aspetto e la lunghezza ridotta suggerisce a ragione la capacità dell’autore di concentrare diverse forme di satira, da quella politica al nonsense. Un prodotto consigliato a tutti coloro che sanno e vogliono ridere delle autorità. Mai banale, fonte di molti dibattiti su temi aperti, esistenziali, complessi e maturi. Non fatevi ingannare dal nome; prodotto molto più adulto delle aspettative. VOTO: 8



ALBUM: Congratulations (2010)

Secondo lavoro per gli MGMT, di cui avevo già recensito la sorpresa Oracular Spectacular. Questa volta i due ragazzi di Brooklyn tornano con toni molto meno pop e costruzioni più complesse che dimostrano la maturità acquisita in anni di prove e live. L’album vira decisamente verso suoni più psichedelici, molto anni ’70. Di per sé questa scelta potrebbe anche sembrare interessante, condivisibile e apprezzabile, ciò che però manca decisamente a questo prodotto è il mordente dimostrato nel primo album. Nessuna Kids, nessun Time to Pretend né Electric Feel. Tutto è molto più prevedibile, poco coinvolgente e per niente accattivante se ascoltato da un orecchio medio. I punti forti infatti risiedono esclusivamente nella tecnica elettronica, elemento non facilmente apprezzabile, specialmente dal grande pubblico. Qualche buono spunto ma nulla più. VOTO: 6

venerdì 11 settembre 2015

IL MIO 11 SETTEMBRE

Oggi il cielo è coperto. Quel giorno invece c’era il Sole, me lo ricordo bene. Avevo da poco compiuto sei anni e mi apprestavo a cominciare la scuola elementare. Vacanza, amici di scuola, fratello rompi-giocattoli, quaderni con i quadretti da un centimetro, questi i miei pensieri. La mia vita sarebbe cambiata dastricamente da lì ad una settimana; questioni di opportunità. Quel pomeriggio, ricordo, stavo guardando come di consueto la Melevisione su Rai 3 con mio cugino più grande, un rito immancabile nelle infinite giornate di un bambino, del me bambino. Cresciuto con Tonio Cartonio, Solletico e le forbici dalla punta arrotondata di Muciaccia. Un tempo qui era tutta campagna.


Stavamo quindi gustandoci quel mix di gag fiabesche e cartoni animati memorabili, che ricordo ancora chiaramente, quando improvvisamente un’interruzione; un’edizione straordinaria del TG3 che annunciava la tragedia.

“Mamma! C’hanno tolto la Melevisione!”


Non ricordo se fosse più l’indignazione per la sospensione del nostro programma preferito o la curiosità nel vedere quelle immagini per noi nuove, strane. Due torri viste solo nei film mimetizzate in un fumo grigiastro che rovina l’azzurro del cielo e le grida. Tante persone intervistate in lacrime che vorrebbero ma non posso, tante anime che si accorgono di essere troppo piccole. Un bambino a sei anni non capisce, o almeno non coglie gli eventi che lo circondano alla stessa maniera di un adulto, ma assorbe, assorbe tutto ciò che lo trapassa e un giorno, magari più cresciuto, butta fuori ciò che ha dentro per amalgamarlo a quello che è diventato e formare un pensiero di vita. Mi tornano dunque in mente alcuni flash di quel giorno, uno in particolare: l’uomo che si lancia da una delle torri per fuggire alla devastazione. “Papà, ma perché si è lanciato? Si è salvato?”, l’ingenuità di un bambino che crede nella vita e nell’umanità. Fuggire alla morte rifugiandosi nella morte stessa. Ecco quando un uomo capisce di essere giunto alla fine del proprio viaggio. Cosa spinge l’uomo a gettarsi da un grattacielo andando incontro a morte certa? La disperazione di non avere più alternative è la morte stessa. Un’immagine che continuerò a ricordare almeno finché avrò sangue caldo nelle vene.


Per qualche anno ho pensato a quel pomeriggio come ad un gioco di grandi, all’intromissione del loro mondo nel mio, ma avevo visto troppo e col passare degli anni la leggerezza di spirito ha lasciato gradualmente il posto allo sdegno, alla rabbia nei confronti di tale tragedia umana. Quel giorno due aerei non c’hanno tolto solo la Melevisione, hanno tolto agli Stati Uniti la convinzione di poter vivere senza curarsi dei danni che il loro modello economico provoca sul resto del pianeta, di poter vivere isolati senza fare i conti con gli altri. Hanno tolto ad alcuni la speranza di un mondo migliore in cui persone che condividono la stessa Terra possano convivere senza sabotarsi, senza strappare la vita a migliaia di innocenti per lanciare un messaggio a quelli che restano. Hanno tolto un futuro a molti, la spensieratezza ad altri. Ma hanno compensato a queste nuove mancanze con la paura, l’odio, la divisione, il razzismo, la violenza e il sangue. Ecco l’obiettivo più indegno e becero: agire con violenza per incutere timore, fare leva sulla natura dell’uomo che trema di fronte al pericolo e associare al terrore quelle immagini. Impaurire per comandare. Ecco perché io non ho paura dell’ISIS, perché se un giorno dovessi pensare che la ragazza con il burqa seduta vicino a me sul treno possa saltare in aria da un momento all’altro portandosi via anche la mia vita, allora l’avrebbero vinta e tutti gli innocenti morti sgozzati in un video sarebbero scomparsi a favore di quel disgustoso e disumano progetto chiamato terrorismo. L’unica maniera per un ragazzo di ostacolare questi loschi e ignobili figuri è quella di non avere paura. Mai. Continuando sempre a ricordare, facendo bagaglio di ogni giorno tragico.


2752 potrebbe sembrare un numero come altri, ma se elencassi qui 2752 nomi di innocenti persone che quel giorno persero la vita tra le fiamme dell’inferno, forse riuscirei a raggiungere anche i cuori più materialisti e stratificati. Perché i nomi fanno un altro effetto, e vedere 2752 corpi senza vita sdraiati sul freddo asfalto di New York con un impersonale telo bianco sul volto lo fa ancor di più.


Quel giorno mi hanno tolto la Melevisione e non me l’hanno più restituita.

NBT: THE OSCARS

Oggi è l'11 settembre quindi direi che già è arrivato il momento di  parlare della corsa agli Oscar del 2016 e quando si parla di Oscar ovviamente non si può fare a meno di parlare di Leonardo DiCaprio. Se vi state chiedendo come mai ne parliamo così in anticipo le risposte sono tre:

- Qui a Inside MAD (e ormai questo dovreste averlo capito ) siamo sempre un  passo avanti rispetto a tutti;
- la maggior parte dei film che vedremo premiati a Febbraio stanno per uscire nelle prossime settimane/mesi;
- voglio togliermi qualche sassolino dalla scarpa su questo argomento.

Quindi che aspettiamo?  Fuoco alle polveri!


Se l’estate è solitamente il periodo in cui nei cinema trovano spazio i blockbuster (quest’anno abbiamo avuto  “Jurassic World”, “Mission Impossible: Rogue Nation”, “Ted 2” e chi più ne ha più ne metta)  da settembre comincia l’awards season, inizia cioè quel periodo nel quale escono la maggior parte dei  film che ambiscono a conquistare qualche scintillante statuetta. La statuetta più scintillante di tutte è ovviamente quella conferita dall’Academy ovvero l’Oscar. Tutti impazziscono per gli Oscar, tutti considerano l’Oscar come la punto più alto al quale possa ambire chi lavora nel mondo del cinema. Già adesso si iniziano a fare i pronostici per gli Oscar del prossimo anno, pronostici totalmente campati per aria dato che molti dei film che si danno per favoriti in realtà devono ancora uscire al cinema.
Prima che la corsa entri nel vivo mi piacerebbe mettere ben in chiaro la mia opinione su questo argomento. Io considero gli Oscar come degli importanti riconoscimenti che vengono consegnati  da un’istituzione del cinema (l’Academy ha fatto la storia di Hollywood) e quindi credo che chi li riceve debba sentirsi onorato.



non credo che siano il discriminate per decidere se una persona è una leggenda del cinema o una merdaccia. 
Cosa sono di preciso gli  Oscar? Sono dei premi annuali vengono assegnati tramite una votazione cui partecipano i membri dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences: questi ultimi sono tenuti a dare una valutazione personale e soggettiva sui film nominati. Gli Oscar non servono a decretare quali siano i “film belli” usciti nell’ultimo anno (come invece molti credono) ma sono invece un modo che ha escogitato l’industria del cinema americano per autocelebrarsi dato che i membri dell’Academy sono per la maggior parte ex-attori, ex- registi, ex-sceneggiatori eccetera eccetera.        Bisogna stare attenti a non prendere troppo in considerazione questi premi altrimenti si rischia di censurare la nostra capacità di giudizio critico e di relegare all’ Academy il compito di decretare ciò che è da esaltare e ciò che invece  non lo è.



Non è sbagliato odiare un film nonostante abbia vinto tanti Oscar. E’ sbagliato invece prendersela con coloro che hanno assegnato così tanti Oscar ad un film che odiamo perché, come ho già detto, gli Oscar sono frutto di valutazioni soggettive dell’Academy. Quindi è ridicolo dire che un film “non meritava” tanti Oscar, al massimo si può dire che un film sia scadente nonostante abbia vinto tanti Oscar.
Vedo di spiegarmi meglio. Il film che vince l’Oscar come miglior film non è il film migliore dell’anno ma semplicemente il film che l’Academy ha premiato come migliore dell’anno. E questo signori miei fa tutta la differenza del mondo. Questo concetto semplicissimo non viene pienamente compreso da tutti a quanto pare.
Leonardo Di Caprio è l’uomo che esemplifica tutto ciò:  finora non ha mai vinto un Oscar e per questo viene trattato come l’ultimo degli stronzi. Ogni volta che si parla di lui per qualsiasi motivo poi salta fuori inevitabilmente l’argomento Oscar, quest’uomo viene continuamente ridicolizzato per non averlo mai vinto. Da quando è uscito il trailer di “The Revenant” (il nuovo film di Iñárritu con DiCaprio come protagonista)  tutti sembrano essere convinti che sarà il film che gli farà finalmente vincere il suo primo Oscar. Forse lo sarà, forse no. Forse DiCaprio non vincerà mai un Oscar. Tutto questo non ha importanza:  il punto è che DiCaprio non è un perdente perché non ha mai vinto un Oscar. Leonardo DiCaprio è uno degli attori più straordinari della storia del cinema e le sue interpretazioni magistrali valgono più di qualsiasi Oscar. Non si misura il valore di un attore in relazione ai premi che ha vinto ma in relazione a ciò che riesce a trasmettere attraverso  la recitazione. 




Il punto fondamentale che tutti dovrebbero tenere bene a mente è che il cinema non è una gara in cui si corre per vincere una medaglia. Il cinema è una forma d’arte e come tale non conosce vincitori né vinti.  Bisognerebbe iniziare finalmente a considerare la cerimonia di assegnazione degli Oscar per quello che è ovvero una serata di sfarzo ed eleganza in cui Hollywood si autocelebra con magnificenza. 

Antonio Margheriti

mercoledì 9 settembre 2015

TRUE DETECTIVE: RUST VS RAY - SECONDA PARTE

Rieccoci a distanza di ventiquattrore per terminare quanto cominciato. Avevamo lasciato le due stagioni di True Detective sul risultato di uno pari dopo i primi due punti del confronto. Alla prima i personaggi e alla seconda la sigla. Se siete giunti su questa pagina senza passare dalla prima parte, potete recuperare cliccando qui. Nient’altro da aggiungere. Rituffiamoci nell’oscurità dell’animo umano.



III) Trama e Narrazione
Due trame da Oscar che puntano su aspetti totalmente diversi per stupire lo spettatore e coinvolgerlo in un turbine di misteri, suspance e colpi di scena. La prima stagione si basava principalmente sulla trama per poter raccontare lo sviluppo di un rapporto d’amicizia tra due agenti completamente diversi tra loro, mentre per la seconda è il contrario: le indagini sul caso Casper fanno da sfondo e giustificano le peripezie di un gruppo di uomini incastrati in una situazione più grande di loro. Questa differenza di struttura si ripercuote anche nel ritmo: la seconda stagione infatti, a differenza della prima, fatica ad ingranare e a focalizzarsi sul punto focale dell’intera serie, ossia l’analisi profonda dell’animo dei protagonisti. La prima invece riusciva egregiamente a risultare godibile e bilanciata fin dall’inizio.
Anche la narrazione presenta nette differenze. Rust e Marty rivivono gli eventi delle prime indagini attraverso gli interrogatori degli agenti che hanno riaperto il caso e proprio questo dualismo tra le due epoche riesce a costruire una storia complessa e propria del genere giallo/noir. La narrazione di Ray ad Ani invece è più classica, usuale e si sviluppa in maniera ampia grazie al numero elevato di personaggi e sottotrame che si riveleranno fondamentali nel finale. Anche in questo caso il tempo gioca un ruolo fondamentale attraverso il timeskip centrale che segna la svolta e l’accelerazione decisiva che cambia il ritmo dell’intero prodotto. Il mio punto va però alla costanza e all’ingegno nella costruzione di una doppia trama incrociata. VINCE 1. 2-1



IV) Finale e Messaggio
Ecco il punto che mi costringerà a fare gli spoiler meno graditi da coloro che leggono questa classifica non avendo visto entrambe le stagioni. I finali di TD suggellano il capolavoro o deludono amaramente. Non ci sono mezze misure. Dal mio umile punto di vista entrambi i finali hanno vinto le loro personalissime sfide e hanno definitivamente confermato l’insuperabilità della serie nel settore specifico; ma uno in particolare ha riassunto in maniera più complessa e matura l’intera storia che si apprestava a chiudere.
Il primo finale sfrutta inizialmente la tensione creata nell’ora precedente e tenta di riproporre uno stile action-poliziesco già apprezzato nel famoso piano sequenza della quinta puntata. Quelli dello scontro con lo psicopatico serial killer sono attimo di altissima tensione, concitati e ben bilanciati. Lo spettatore è davvero portato a credere che la fine sia vicina, specialmente per Rust, la situazione invece volge inaspettatamente verso il sovrannaturale. Il protagonista infatti, in un delirio fisico e mentale, vede una figura non ben identificata, un fumo nero di lostiana memoria materializzarsi davanti ai suoi occhi. A mio parere la spiegazione a ciò va ricercata nella tagline della serie “Touch darkness and darkness touches you back”. Rust ha accumulato tanta oscurità e cattiveria in sé da entrare in contatto con un ente metafisico che rappresenta l’oscurità del mondo, qualcosa di assai astratto ma di realmente tangibile in molte storie di vita vissuta. Toccare l’oscurità riuscendo a riemergere, ecco la vera sfida vinta dall’ex agente. Ecco il vero tema dell’opera, l’oscurità umana. La serie però si sarebbe conclusa in maniera più cruda se uno dei due protagonisti avesse perso la vita nell’ultima azione, invece tutto si risolve con i due malandati ma ancora integri e la loro amicizia rinata dalle ceneri dopo l’operazione congiunta. Una sorta di tutto è bene quel che finisce bene.
Il finale della seconda invece è molto più dark e pessimista nei confronti della vita e del mondo. Le ultime tre puntate sono un crescendo di disperazione e violenza che sfocia in una tragica serie di eventi che non si pone affatto l’obiettivo di risolvere la trama principale, il caso portante e le sottotrame relative alla mafia di Vinci. L’obiettivo reale è quello di approfondire il tema della prima stagione, l’oscurità umana, intrecciandolo con l’ingiustizia mondiale riassunta nella tagline della seconda stagione We get the world we deserve”, massima che poi viene rovesciata per rinnovare un messaggio di speranza nel buio. Nel mentre le cadute progressive dei protagonisti completano quanto era mancato nella precedente stagione e portano la serie ad un livello più profondo. Un progetto più difficile da realizzare ma assai più apprezzabile. Decisamente riuscito, completa e supera il predecessore. VINCE 2. 2-2


V) Comparto Tecnico
Ecco forse il primo e lampante punto di connessione tra le due stagioni: l’eccelsa qualità media dimostrata nel corso di sedici magistrali ore. La differenza sostanziale sta nella scelta della produzione di affidare l’intera prima serie a Fukunaga, mentre di optare per otto registi diversi per curare la regia della seconda.
Dal punto di vista del sonoro e della fotografia le due stagioni raggiungono pressoché gli stessi standard, mentre alla lunga le diverse presenze dietro la macchina da presa si fanno sentire eccome. Fukunaga infatti riesce ad evitare cali di ritmo, non si perde in grandangoli o panoramiche inutili e si focalizza maggiormente sui volti e sulle espressioni dei protagonisti. La scelta di cambiare sistematicamente la figura del regista invece ha gravato sul ritmo e sullo stile di comunicazione che ogni artista che si rispetti conferisce al proprio lavoro. Ciò pesa soprattutto quando le immagini mostrate non vengono sostenute dal ritmo frenetico delle ultime puntate. d’altra parte però, cinematograficamente parlando, una moltitudine di stili arricchisce il prodotto, lo rende variegato, più resistente alle tarme del tempo e più interessante per uno spettatore che magari voglia focalizzare la propria attenzione sul comparto tecnico e sulla minuziosa analisi di questo (cosa che io non ho fatto - non sono ancora così psicopatico).
A questo punto il mio giudizio propenderebbe per un pareggio che poi si ripercuoterebbe però anche a livello generale decretando il definitivo nulla di fatto nel confronto tra le due serie; ma so che a voi piace vedere vincitori e sconfitti, all’uomo piace. Vediamo in tutto ciò che ci circonda una competizione. Vincitori e vinti. Ma vi accontento. Prendiamo quindi in considerazione le due scene meglio riuscite, una per stagione. La prima propone il piano sequenza di cui sopra in cui Rust, ubriaco e sotto l’effetto di stupefacenti, si fa largo tra i malviventi nel bel mezzo di una retata. Dall’altra la seconda stagione si difende con la frenetica sequenza in cui Ani cerca indizi nel bordello d’alta classe frequentato dalla classe politica e dagli imprenditori di Vinci. Anche in questo caso la mia preferenza va a Rust, a Fukunaga e alla prima stagione. Quello è IL Cinema. VINCE 1. 3-2


Vince quindi, a mio parere, seppur per un solo in quantificabile dettaglio tecnico, la prima stagione. Nulla da togliere alla seconda che, come ho cercato di spiegare, ha apportato molte migliorie dando vita ad un nuovo standard complessivo che comprende elementi della prima stagione ed altri di quella appena conclusasi. Il giudizio definitivo dipende quindi sostanzialmente dai gusti dell’osservatore e personalmente credo ci sarebbe voluto davvero poco perché la seconda superasse la prima, forse un bilanciamento più ragionato e congeniato alla suspance che il genere richiede. Alti e bassi che si fanno sentire insomma. Ma così non è. Vince Rust. Argento a Ray.

E voi? Quale preferite tra le due? Siete stati condizionati dalle aspettative o siete comunque riusciti a godere della seconda stagione? Preferite Rust o Ray? Ditelo con un commento qui sotto o sui social. A presto con una nuova serie di commenti ad una serie, credo.

martedì 8 settembre 2015

TRUE DETECTIVE: RUST VS RAY - PRIMA PARTE

Siamo dunque arrivati al fatidico confronto tra la prima e pluripremiata stagione di True Detective andata in onda nel 2014 e la seconda, più controversa e criticata, appena conclusasi. Le due stagioni potrebbero sembrare molto diverse ad un primo e poco attento sguardo; in realtà nascondono punti in comune a partire dallo stile, fino ad arrivare agli intenti più profondi. Se non ci fossero questi piccoli dettagli a collegare i due prodotti e se il creatore non fosse lo stesso Nick Pizzolatto, non mi sarebbe mai balzata in mente l’idea di proporre un confronto netto e definito tra le due stagioni. Per fare ciò ho pensato fosse più interessate e veritiero sviluppare il confronto per punti, magari cinque, che possano analizzare ordinatamente i vari aspetti delle serie TV che io ritengo fondamentali. Eviterò di fare spoiler clamorosi e fastidiosi per chi non avesse ancore visto una o entrambe le stagioni, ma un punto in particolare mi costringerà a parlare chiaramente dei finali.
Prima di gettarci nel confronto vero e proprio però verrei aprire una piccola parentesi sulle aspettative: la prima stagione fu incredibile per impatto di critica e pubblica in quanto nuova, inedita e inattesa. Le aspettative erano sì modeste ma nulla più. In pochi la videro al lancio, ma molti, me compreso, lo ammetto, la recuperarono mesi dopo su consigli di amici, siti e quant’altro. Ciò ha ovviamente creato delle notevoli aspettative nei confronti della seconda, che quindi è stata accolta in maniera totalmente diversa rispetto alla prima. In questo caso il pubblico ha preteso naturalmente netti miglioramenti sotto tutti i punti di vista, ma, come spesso accade, un seguito pecca in alcuni frangenti, ma mostra delle migliorie in altri. La critica e il pubblico, a mio parere, sono stati ampiamente condizionati da fattori esterni e regressi sulla valutazione complessiva della seconda serie. Il mio intento, in questo speciale confronto diretto, sarà quello di non cedere a facili qualunquismi di sorta e di analizzare i due prodotti evitando di tirare in ballo le aspettative. Parentesi chiusa. Cominciamo…



I)  Sigla
Gli show televisivi, di consueto, cominciano tutti con una sigla; perché non cominciare anche noi il confronto in questo modo? Quella della prima stagione era più adatta alle atmosfere che si apprestava ad introdurre, le immagini erano più scure, gotiche e allungate, in linea con il finale metafisico che avrebbe concluso la miniserie. La sigla della seconda è invece più iconica, d’ampio respiro. Le immagini che scorrono più suggestive e profonde nei loro contrasti di colore. Forse però la seconda pecca nella lunghezza e nell’imperfetto incastro tra colorazione di fondo ed atmosfere. Chi vince allora? Ai punti opterei per un pareggio, ma la voce di Leonard Cohen è semplicemente meravigliosa e non può uscirne senza il punto. VINCE 2. 0-1



II) Personaggi
Cominciamo a fare sul serio. Ecco uno dei tasselli fondamentali per la buona riuscita di un prodotto di altissimo livello. In questo punto mi prospetto di analizzare sia la costruzione e la caratterizzazione dei personaggi che le interpretazioni fornite dagli attori.
Da una parte Rust, Marty e Maggie, l’avvenente moglie di quest’ultimo, dall’altra invece il parco di protagonisti è più ampio: Ray. Ani, Paul, Frank e la moglie, più svariati personaggi secondari, discretamente caratterizzati, che risulteranno a tratti fondamentali per il prosieguo della narrazione.
La discrepanza numerica fa sì che ovviamente nella prima stagione l’attenzione si concentri maggiormente sulle vite private dei due detective e quindi indirettamente anche sulla loro indagine. A dispetto delle aspettative però i caratteri dei due sono più velati, nascosti e centellinati nel corso dell’intera stagione rispetto a ciò che avviene con i protagonisti della seconda. Nella serie ambientata a Vinci infatti i personaggi vengono rappresentati in maniera troppo appesantita e a tratti caricaturale. Essi partono come un libro aperto nel quale è possibile leggere fin da subito del buio tormento che attanaglia le loro anime, e solo progredendo nella narrazione acquistano connotati interessanti e umani che li rendono fortunatamente tridimensionali e non più macchiette.
Passiamo poi all’analisi dei singoli: sostanzialmente Ray e Rust. Ray si dimostra alla lunga più concreto del metafisico protagonista della prima stagione, egli infatti non si perde in volatili discorsi sul senso della vita e non disdegna l’uso della violenza per la soluzione di questioni personali. Rust invece è più complesso e complessato. Più intelligente. Pensa e scrive piuttosto di parlare e quelle poche volte che apre la bocca sembra di leggere un trattato ottocentesco scritto in linguaggio volutamente aulico. Nessuno dei due potrebbe mai esistere nella realtà, ma Ray Velcoro sembra essere quantomeno più plausibile del suo predecessore. Il finale della prima stagione però potrebbe in un certo senso giustificare cinematograficamente l’intero personaggio di Rust. A mio parere un confronto tra questi due fantastici protagonisti dipende unicamente dai gusti personali, ma, visto che devo obbligatoriamente dare un parere definito ai fini del confronto, tiro in ballo la sopracitata recitazione; e qui non c’è storia, non c’è autostrada che tenga: Matthew McConaughey stravince su Colin Farrell con L’Interpretazione del 2014. Qualcosa che va oltre. Scusa Ray, ma non ce n’è per nessuno. VINCE 1. 1-1



Dopo aver rimesso in pari la situazione, prendo una pausa molto breve per riflettere, curare maggiormente gli ultimi e decisivi punti del confronto ed evitare l’appesantimento di questa prima parte. L’appuntamento è quindi fissato per domani alla stessa ora, quando spero che i miei dubbi siano ormai sciolti. Intanto vi invito a dire la vostra sui primi due aspetti esaminati e sul confronto generale tra le due stagioni. Spero che non siate d’accordo con me. Senza disaccordo non c’è dialogo.

Clicca qui per la seconda ed ultima parte.


domenica 6 settembre 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 31 AGOSTO - 6 SETTEMBRE


FILM: Tutto Molto Bello (2014)
Perché non vederlo e perdere dieci anni di vita? Detto, fatto. Tra il primo e il secondo lungometraggio del conduttore di Colorado sceglier non saprei. Forse questo “Tutto Molto Bello” riesce a non essere fastidioso come il precedente per la scrittura più oculata e per certi versi umana dei protagonisti. Il problema, come al solito, è la comicità: un film comico che non fa ridere. Situazioni surreali, battute sporche, personaggi disgustosi al limite della decenza umana, Ruffini vestito da Beep Beep. I più fastidiosi però sono in assoluto Scintilla, mai una risata, solo lacrime, e Angelo Pintus, scadente anche e soprattutto a livello di recitazione. Sembra tutto sbaglaito. I tempi, la musicalità delle parole, la regia, la scelta degli attori, Pupo. Ma che ci fa Pupo in questo film? Pupo che oltretutto viene presentato intento a giocare a poker e, visti i suoi trascorsi, ironizzare su una piaga sociale che cresce rapidamente di pari passo con la disoccupazione e che è riconosciuta da anni come vera e propria patologia psichiatrica, beh diciamo che non fa ridere così tanto.
Ruffini, fai altro. Please. #tuttomoltobrutto VOTO: 2.5


FILM: Paycheck (2003)
Opera occidentale e occidentaleggiante del maestro dell’action cinese John Woo. Il film, scritto dallo sceneggiatore di Blade Runner, nonché autore di celebri romanzi di fantascienza, Philip K. Dick presenta un duplice volto legato all’eterogeneità delle due anime che hanno dato vita al prodotto. Da una parte Woo dirige perfettamente le scene d’azione che risultano divertenti, frenetiche e mai monotone; dall’altra la mano di Dick si sente nella scrittura di una trama intricata, complessa e funzionale al modo di fare cinema del regista asiatico. L’apice dell’intrattenimento si ha quando il protagonista, lo smemorato neo Batman, deve riuscire a ricostruire un puzzle temporale attraverso gli oggetti che lui stesso ha depositato nel cavò di una banca. Un biglietto del treno, un pass, un accendino. Tutto servirà a chi sa già il proprio futuro. Alcuni elementi, sia secondari che principali, soprattutto nel finale, però rischiano di rovinare l’intera esperienza facendo calare spaventosamente il livello del film. Sarebbe potuto diventare un classico del genere e invece no. VOTO: 7.5



FILM: Un Natale Stupefacente (2014)
Io di solito evito molto volentieri i cinepanettoni e le loro reincarnazioni moderne (quelle che non hanno più “Natale a…” nel nome, per capirci), ma un’intervista di Lillo e Greg su Sky Cinema in cui Lillo intervista Greg e viceversa mi aveva fatto parzialmente ricredere riguardo l’improbabile qualità del prodotto. Certo però che Vanzina alla regia non si smentisce mai, e ciò che ne viene fuori, manco a dirlo, è il solito film di Natale che parte leggermente meglio degli altri, ma finisce comunque con incesti, finzioni e gente che sta con gente ma ama gente e inganna altra gente per stare con la gente che ama davvero. Solito prodotto scadente in cui neanche i due comici romani, che io apprezzo oltremodo, riescono ad esprimere la loro verve nonsense e rimangono incastrati in una scrittura banale che vorrebbe essere per tutta la famiglia, sì, ma per una famiglia di decerebrati. Ovviamente bocciato. Irritanti e superficiali le figure dei due assistenti sociali prima pro famiglia tradizionali e poi improvvisamente gay, che poi uno di loro è il Libanese di “Romanzo Criminale - La Serie”. Che brutta fine. VOTO: 4



ALBUM: The Geeks and the Jerkin' Socks (2011)
Shaka Ponk (SHK PNK), gruppo francese che conoscevo solo per “My Name is Stan”, singolo di un paio di anni fa che non mi aveva fatto impazzire per l’amalgama rivedibile tra i suoni discordanti e la voce roca della vocalist. Consigliato però da amici ho deciso di concedere comunque loro una possibilità e di ascoltare per intero il lavoro da cui era tratto il controverso singolo. Il riscontro è stato ottimo: il funk anni ’80 e '90 che torna mescolato all’elettronica francese funziona e regala brani decisamente convincenti quali “Run Run Run”, “Brunette Localicious” e “I’m Pick”. Assieme a questi brani di buona fattura, ho però notato anche altri molto meno curati nella scrittura, prevedibili e armonizzati in maniera non eccellente in questo modo la commistione di suoni fastidiosi finisce per stancare l’orecchio dell’ascoltatore anziché stupirlo. Alti e bassi. Ma quella sulla copertina è Tempesta? VOTO: 7

venerdì 4 settembre 2015

DO YOU BELIEVE IN DESTINY?

A volte ci si trova in circostanze particolari nelle quali non si può fare a meno di pensare al destino, al fato. A volte un (di)segno divino sembra l’unica spiegazione a coincidenze astrali che hanno dell’impossibile. Se ci mettessimo a riflettere un attimo su ciò che siamo e che abbiamo, tutte le cause della nostra vita potrebbero essere ricondotte a sfumature lievi e impercettibili. Una sfera che viene appena sfiorata da Aldo sulla cima di un piano inclinato. Un battito d’ali di una farfalla. Quel momento della nostra vita in cui un’ammissione di responsabilità anziché la solita rinuncia avrebbe portato la nostra intera esistenza a virare bruscamente verso altri lidi, nuovi lidi, mete e orizzonti. A volte quindi, guardando da lontano, tutto ciò che possiamo fare è sentirci piccoli. È pensare che esista qualcosa fuori di noi che regoli perfettamente gli incastri del tempo. Un’entità che compone quel puzzle limando alla perfezione tutti gli spigoli usciti imperfetti dalla nostra fabbrica. Quell’entità che chiamiamo Destino.


È questo il tema portante di How I Met Your Mother, la serie comedy per eccellenza. Il nuovo Friends; la sitcom degli anni 2000. Tutte etichette di cui abbiamo sentito abusare per anni e che ancora oggi aleggiano nelle conversazioni di chi, come me, si è lasciato coinvolgere appieno da Ted Mosby nella sua ricerca di vita. La donna e la felicità. Per quei pochi che non la conoscessero, HIMYM tratta di un ventisettenne aspirante architetto che passa le sue serate tra la compagnia degli amici al McLaren, la ricerca di una ragazza e la speranza di un futuro migliore, magari mettendo in pratica insegnamenti di anni di studi. Dopo un paio di stagioni passate più in sordina e decisamente più leggere, il personaggio di Ted,interpretato da un più che mai convincente Josh Radnor, subisce un’evoluzione successiva alle peripezie che la vita lo costringe ad affrontare. Egli comincia gradualmente a credere nelle coincidenze che hanno segnato alcuni suoi momenti e si accorge di quanto queste abbiano poi spalancato le porte a nuove esperienze. Comincia a credere nell’esistenza di un’unica anima gemella e si decide ad impiegare tutte le sue forze nella spasmodica ricerca di questa. Da “quella giusta” all’ “anima gemella”: ecco l’evoluzione embrionale del protagonista. Dapprima impegnato nel trovare le affinità, i dettagli, il benessere. Poi ossessionato dall’insieme, da quella persona che possa rappresentare per lui sempre fonte di nuova ispirazione, nuova linfa, vita. Una, forse nessuna. Unica.


Ma torniamo a noi, al destino. Ogni storia d’amore del giovane Ted è segnata profondamente dal caso e dalle coincidenze: dal corno blu ai cellulari identici, dalle promozioni di Robin e di Victoria all’identità del chirurgo contattato per rimuovere il tatuaggio a farfalla, dai tentativi di sabotaggio di Lily all’irrefrenabile vizio di cercare la gente su internet prima di averla conosciuta. Tutto è all’apparenza futile e insignificante, ma tutto peserà oltremodo sulle scelte future e sulle occasioni di vita del protagonista. Ma la più grande coincidenza mai congeniata e riportata sul piccolo schermo è l’intera storia della madre. L’amorevole e dolce ragazza con l’ombrello giallo. Tanti piccoli dettagli che legano i due personaggi fin dalle prime stagioni; una corsa continua e instancabile per inseguire quella donna che ci viene presentata solo nell’ultima scena dell’ottava stagione. Otto stagioni, otto anni. Una costruzione minuziosa e certosina dei creatori che hanno dato vita ad una trama e ad un personaggio centrale nella narrazione senza che questo fosse effettivamente presente sulla scena. La madre è qualcosa che esula dalla normale scrittura americana dei personaggi delle sitcom e delle serie in generale. La madre è contemporaneamente soggetto e oggetto: è personaggio che vive cresce e cambia nell’ombra ma è anche fine ultimo delle ricerche che spingono avanti la serie per nove lunghe stagioni. È la conferma della teoria sul destino. Senza la figura della madre cadrebbe ogni cosa, la serie si sbriciolerebbe come un castello di sabbia in un uragano. La madre è la giustificazione di nove anni di indizi, strade sbagliate prese con molto raziocinio ed altre esatte prese solo grazie al caso, anni di coincidenze e porte mai chiuse, anni di crescita e di attesa. Aspettando che tutto questo caos prenda forma, che tutto abbia un senso.


Quante erano all’inizio e quante sono state nel corso della serie le possibilità di Ted di incontrare la ragazza con l’ombrello giallo? Nessuna o infinite? A voi la scelta. Credete che ogni dettaglio di ogni singola giornata vuota della nostra vita rappresenti l’occasione da cogliere, il momento in cui diventiamo protagonisti o pensate che gli alti e i bassi facciano tutti parte di un percorso infinito che dipinge con maestria il quadro della nostra vita e ha in serbo per noi l’oggetto dei nostri desideri solo alla fine di un lungo susseguirsi di coincidenze? Nessuna delle due forse, o entrambe. Forse è vero che tutto è parte di un percorso, forse è vero che esiste qualcosa più grande di noi; ma se diamo per buono tutto ciò, dobbiamo anche ammettere che sta a noi riconoscere la nostra ragazza con l’ombrello giallo quando il destino farà incrociare le nostre strade. Perché tutti incontreremo primo o poi la ragazza con l’ombrello giallo. Be in the right place at the right time. That's it.



Leggendo attentamente quest’articolo potreste intuire quanto, a mio parere, il finale frettoloso di tutta la serie abbia inevitabilmente urtato le basi di queste teorie sul fato. Ma ne riparleremo. Statene certi.