lunedì 27 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 20-26 LUGLIO


FILM: I Soliti Sospetti (1994)
Fare riferimenti alla trama per quanto riguarda questo capolavoro sarebbe delittuoso, si rischierebbe di rovinare anche in minima parte un finale che racchiude in sé l’intera chiave di lettura del film e che, con un magistrale colpo di scena sconvolge, diverte, appassiona e sconvolge, molto. Ma ho già detto troppo, è da vedere assolutamente. Forse i personaggi potevano essere caratterizzati meglio, ma ciò avrebbe inficiato l’efficacia dell’analisi dell’intero film successiva al finale. Forse qualche aspetto della storia del gruppo di delinquenti potrebbe essere relativamente forzato, ma ciò poco importa. Glielo do o non glielo do? Glielo do o non glielo do? Glielo do. VOTO: 10


FILM: 22 Jump Street (2014)
Dopo 21 Jump Street, Hill e Tatum tornano a vestire i panni dei due agenti sotto copertura. La struttura del film, un po’ come per la saga di “Una Notte Da Leoni”, si ripente in maniera eccessivamente identica al primo capitolo della serie. Alcune dinamiche e alcune battute sanno di già visto e qualche trovata divertente nel finale non riesce a far cambiare idea. A parte questo però nel complesso il film riesce nel suo intento di divertire puntando sia allo stomaco che alla testa dello spettatore; alcune citazioni interessanti alla cultura pop del nuovo millennio evitano che il cervello si spenga completamente. La sequenza finale con tutti i possibili seguiti poi è a dir poco esilarante: cinque minuti di risate ininterrotte, con la partecipazione straordinaria di Seth Hill Rogen. Decisamente consigliato per passare una serata leggera in allegria. VOTO: 6.5



ALBUM: Meteora (2003)
Dopo aver receimpressionato l’enorme album di debutto dei Linkin Park passiamo all’analisi del secondo lavoro in studio e purtroppo questo coincide con un primo calo, seppur non clamoroso. La freschezza dei suoni e dei testi e l’abilità nella scrittura di brani complessi lascia il posto a qualcosa che in parte sa di già sentito. I brani storici diminuiscono e talvolta le melodie elettroniche che contraddistinguono ogni pezzo si rassomigliano troppo. Ovviamente tutte queste impressioni sono maturate mettendo a confronto Meteora con Hybrid theory, altrimenti staremmo ancora parlando di un grande album assai eclettico e coinvolgente che ha segnato generazioni come la mia e precedenti. Il livello del prodotto è comunque elevato da brani come Numb (capolavoro indiscusso, forse il miglior pezzo dei LP), Breaking the Habit e Somewhere I Belog. VOTO: 8



FILM: Amici Come Noi (2014)
Quando la mattina sei a casa senza possibilità di spostarti causa mancanza autovettura, ti riduci a vedere il peggio. Oggi parliamo del peggio del peggio. Un oggetto misterioso che fatico a definire film in quanto mera e vuota accozzaglia di Zalone, Ficarra e Picone, Cinepanettone e volgarità gratuite. A chi è rivolto realmente questo film? Un livello di comicità infimo lo allontana dal pubblico maturo, qualche scena equivoca e qualche battuta volgare invece lo allontanano dalle famiglie. Un film per nessuno.
Nonostante mi sia sforzato abbastanza, non ho ancora capito in cosa sarebbe dovuto consistere lo scherzo di Amedeo a Pio; bah, misteri. Una forzatura alla base di una trama che un bambino di dieci anni avrebbe scritto sicuramente meglio. Molte scene non servono e non centrano, allungano e irritano. Non una risata. Davvero il “cinema” che NON ci piace. La decadenza continua. VOTO: 2

venerdì 24 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES FINALE

È decisamente emblematico come l’episodio peggiore dell’intera serie coincida esattamente con l’epilogo. Un’accozzaglia indefinita di tutto ciò che non avrei e avremmo voluto mai vedere in questo viaggio chiamato Wayward Pines. Tralasciando la banalità delle scelte, le interpretazioni scadenti e il finale di cui parlerò in seguito, ciò che più mi ha fatto storcere il naso è stata la scrittura scellerata e infantile dei dialoghi. Banalità su banalità che hanno avuto l’unico risultato di regalarmi un sorriso gratuito per tutta la durata dell’episodio e oltre. Indubbiamente un calo clamoroso nel livello medio della serie. Nuovi personaggi buttati a caso, rapporti che cambiano, battute campate in aria. Tutto molto brutto.


Sostanzialmente la trama della fine si compone di semplici tasselli incastrati a forza: Pilcher spegne le luci per resettare il blocco B (previsto una settimana fa), Ethan riunisce tutti e, dopo minuti di guerriglia urbana contro i mutanti al limite del ridicolo, si dirige verso la residenza del creatore per ribaltare la situazione. Nel tragitto però vari ostacoli si interpongono tra il protagonista e l’obiettivo tanto ardito quali gli abbie e la prima generazione in rivolta. Ciò porterà Ethan a sacrificarsi per consentire la sopravvivenza della specie umana. Poi stacco. Time skip e finale aperto.
Parliamo quindi dei colpi di scena che hanno caratterizzato questo finale, ossia la morte del protagonista e la scena finale in cui Ben si sveglia dopo tre anni di ibernazione. Il primo era annunciato chiaramente da quando il buon agente ha ricevuto in omaggio della dinamite da far saltare al momento opportuno. Esplosivi e zombie. Will Smith e Sam vi dicono qualcosa? In ogni caso una sequenza in sé abbastanza riuscita e per certi versi commovente se siete riusciti ad immedesimarvi nel personaggio nel corso di dieci lunghi episodi (cosa che io non sono stato in grado di fare).


Il finale invece è assai ambiguo nella sua apertura. Non ho ancora maturato un parere definito riguardo ad esso. Nella sua costruzione credo sia buono, perfetto nella scelta del time skip e del vedo-non vedo legato alla rivolta dell’ormai celeberrima prima generazione. L’aspetto che in realtà stana a mio parere del finale aperto è proprio l’apertura. Quando abbiamo cominciato a vedere WP la Fox ci aveva promesso un serial limitato ad una sola stagione, un prodotto fatto e finito che aveva nella sua brevità un plauso, una freschezza estiva che ha garantito alla serie il successo planetario che effettivamente ha riscosso. È come se la casa di produzione e Shyamalan ci avessero traditi promettendo senza mantenere e, cosa peggiore, annunciando appena pochi giorni fa la volontà di non produrre una seconda stagione di WP che vada a riprendere il filo dove la prima si era interrotta. Una notizia che avevo accolto con entusiasmo qualche giorno fa ma che ora pare decisamente fuori luogo. Credo alla fine si realizzi un seguito. Il finale in sé è così appeso da non poter essere lasciato così, è evidente si sia pensato ad un seguito con protagonista il giovane Ben nel ruolo che fu del padre, il compianto Matt Dillon. Chi vivrà vedrà.


Ora passiamo ad un’analisi generale della prima e forse ultima stagione di WP. Che dire? Ha fallito, anche abbastanza clamorosamente aggiungerei. Quelle che erano le promesse fatte in partenza sono state mantenute fino al quinto episodio, poi la serie ha cominciato ad accartocciarsi su se stessa, come se non riuscisse a sostenere il peso delle aspettative create da un paio di episodi davvero ben fatti. Fin quando è stato il mistero il fulcro dell’opera si poteva chiudere anche più di un occhio su eventuali forzature e banalità gratuite, ma senza di esso no. Una serie mascherata da qualcos'altro che, una volta indossate tutte le maschere si è dimostrata senza volto, senza coraggio e senza idee innovative che potessero renderla diversa dalla massa di prodotti banali da cui siamo circondati. WP ha mescolato così tante volte le carte che nelle ultime tre puntate si è ritrovata senza una mano degna, senza jolly. Non tutto è però da buttare; la serie ha infatti avuto degli inaspettati ma notevoli picchi che hanno dimostrato comunque delle doti di scrittura sopra la norma. Grazie a tali picchi la serie è riuscita comunque, nel bene o nel male, ad intrattenere, a tenere attiva la mente dello spettatore facendolo esercitare nell’immaginazione di plausibili spiegazioni per la marea di eventi misteriosi che caratterizzavano la città rinchiusa. Un’esperienza non definitiva (a differenza di quelli sull’Isola) che verrà ricordata molto più per quello che poteva essere ma non è stata piuttosto che per quello che in realtà ha offerto al pubblico di affezionati che ogni settimana hanno letto questo blog e indirettamente discusso con me.

Per cui non mi resta che ringraziare tutti i fedelissimi e gli occasionali, quelli che mi hanno sostenuto e quelli che WP non sanno neanche cos’è. A presto, in attesa di un nuovo fenomeno come Wayward Pines o magari no, magari meglio di no. Ma poi erano davvero nel 4028? Secondo me no.

giovedì 23 luglio 2015

NBT: MÖTLEY CRÜE - PRIMA PARTE

So che è abbastanza scontato parlare dei Crüe nel duemilaquindici, ma considerato il mare di parole spese a caso su internet per quanto riguarda i quattro boyz di L.A. credo sia meglio cercare di fare un po’ di chiarezza riguardo alla loro storia. Il 2015 rappresenta infatti il capitolo conclusivo per il gruppo (almeno teoricamente, poi si sa che il richiamo dei ca$h torna a farsi sentire prima o dopo), che concluderà ufficialmente la propria avventura ultra trentennale il 31 dicembre con un concertone di capodanno nella città degli angeli, che è sempre stata nel bene e nel male come un grembo materno per i Crüe. La fine è vicina quindi? Beh a quanto pare sì; non che non fosse nell’aria, diciamo la verità, il feeling tra i quattro è andando scemando già dai primi anni novanta, dopo il doloroso split con Vince di cui parleremo prossimamente, e la fine è stata rimandata forse fin troppo. Ma questi sono discorsi francamente inutili in luce a quanto avvenuto alcuni mesi fa, quando il gruppo ha firmato un contratto, poco prima di intraprendere l’ultimo tour ufficiale, dove tutti i quattro componenti hanno siglano ufficialmente la parola FINE sopra ogni loro futura apparenza dal vivo come gruppo. Dispiace molto, è vero, ma era tutto sommato inevitabile; potranno tuttavia esserci futuri album o singoli sotto l’insegna dei Crüe, ma sinceramente non sono molto fiducioso e non ne vedrei nemmeno l’utilità.


Nikki, Tommy, Mick e Vince hanno dato molto alla causa dell’hard rock made in U.S.A. e sono riusciti, soprattutto con i loro primi cinque LP, a definire un proprio stile, stile che ha influenzato un numero così elevato di band che pare impossibile mettersi a contarlo, visto che continuano a nascere gruppi simil-Crüe tutt’oggi! Quello che ho intenzione di fare ora è una veloce analisi in due puntate della discografia dei bad boys losangelini. In questo articolo analizzeremo l’ascesa del gruppo fino al gigantesco Dr. Feelgood (1989), mentre tra due settimane osserveremo cosa accadde al gruppo negli anni successivi arrivando fino ai Motley Crüe di oggi. Diamo un’occhiata assieme quindi  in ordine cronologico ai primi cinque dischi dei Mötley Crüe, partendo dal grezzissimo esordio datato 1981!



Too Fast For Love (1981)
L’inizio di tutto. Un calderone ignorante di influenze punk, glam rock e heavy metal, esaltato da una produzione sporca, marcia e poco attenta, proprio ciò che ci si aspetta da un esordio di quattro sbandati capelloni senza un soldo e che quei pochi che guadagnavano li spendevano in spray per capelli e quaaludes. Too Fast For Love è un album frizzante, fresco e divertente ancora oggi, dopo trentaquattro anni dalla sua uscita, grazie a pezzi semplici ed aggressivi come la titletrack, On With The Show ed ovviamente la celeberrima Live Wire (per cui è stato realizzato un video indimenticabile). Da notare la copertina che fa il verso a Sticky Fingers degli Stones, dove qua al posto del pacco di Mick Jagger ci viene sbattuto in faccia quello di Vince Neil; ma pacchi a parte questo è proprio un gran disco, uno dei migliori esordi di sempre.



Shout At The Devil (1983)
La consacrazione. Dopo due anni di puro delirio, in cui Nikki Sixx si dà all’esoterismo (senza mai abbandonare il suo amore per la droga, ovviamente), o almeno crede di farlo, i quattro cazzoni rilasciano Shout At The Devil, disco di una importanza colossale per ogni rocker futuro, un’uscita imprescindibile per ogni amante dell’hard rock e del glam metal. Un album che prende tutti gli aspetti migliori del precedente e li innalza alle stelle, grazie soprattutto al songwriting sopraffino di Nikki Sixx, capace di tirare fuori il meglio da ogni membro della band. SATD è storia, un LP ruvido e sporco, cattivo e sanguinoso come le scenografie messe in atto dal gruppo durante il tour; Looks That Kill, la titletrack, Ten Seconds to Love (hanno scritto un pezzo sull’eiaculazione precoce, davvero) ed il singolo magico Too Young To Fall in Love (presente anche in GTA Vice City) sono le tracce che spiccano maggiormente, ma in fondo sono tutte belle. Discone.



Theatre Of Pain (1985)
Dopo altri due anni di attesa ecco finalmente il terzo LP dei ragazzi, Theatre of Pain. Il modo perfetto per riassumerne il contenuto, soprattutto paragonandolo al suo grandioso predecessore, è con un gigantesco MEH. La produzione è diventata all’improvviso cristallina, il che non è necessariamente un difetto ma Cristo, qui se n’è andata tutta la cattiveria dei precedenti LP, in favore di un sound radio-oriented e levigato in una maniera quasi imbarazzante per i cicciosissimi fan americani. Ok, Theatre  of Pain non è un brutto disco, alcuni pezzi sono carini ed i due celeberrimi singoli, Smokin’ in The Boys Room e Home Sweet Home, resero il gruppo un fenomeno mondiale (in particolare il video di Home Sweet Home venne richesto dai fan talmente tante volte da essere mandato praticamente in loop per settimane su MTV); il problema fondamentale sta nel fatto che questo disco non incide come i precedenti, proprio perché è un disco di transizione, il passaggio da un suono sporco ed heavy ad uno più definito ed hard rock. Il gruppo in sé inoltre non se la passava di certo bene, tra i soliti problemi di droga di Sixx e di Lee, l’alcolismo senza freni di Mars e l’irresponsabilità di Vince che lo aveva portato, solo un anno prima, a causare la morte di Razzle, il batterista degli Hanoi Rocks, in un incidente stradale,  sancendo di fatto la fine del gruppo finlandese. Nonostante tutto Theatre of Pain fu un enorme successo commerciale, il tour mondiale registrò record di incassi e fruttò ai Crüe vari dischi d’oro e di platino; ma era ancora niente in confronto a ciò che stava per arrivare...



Girls, Girls, Girls (1987)
Un album della madonna, un successo senza precedenti, un concentrato di sesso, droga e rock’n roll nella sua forma più eccessiva. Proprio mentre il livello di eroina nel sangue di Niki Sixx sta raggiungendo livelli astronomici ecco piombare sugli scaffali dei negozi Girls, Girls,Girls, il disco glam metal per eccellenza, con un titolo geniale ispirato dal nome di uno strip club di L.A. ed una copertina fantastica, con i nostri che fanno gli sboroni  sulle loro tamarre Harley Davidson. I quattro solidificano il loro sound e lo rendono massiccio, pomposo, da stadio, con cori da cantare a squarciagola e riff di chitarra freschi e soprattutto più diversificati rispetto al passato. In Girls, Girls, Girls troviamo infatti un sacco di influenze che trascendono il solo ambiente hard rock e attingono a generi quali il gospel ed il blues, mantenendo sempre ad alti standard il lato pesante del tutto. Wild Side, la prima traccia, è ancora oggi un inno hard rock  con un coro trascinante a dir poco ed un videoclip brillante (il drumkit rotante di Tommy Lee è storia), mentre la titletrack possiede uno dei riff di chitarra più famosi di sempre. E poi si susseguono una dietro l’altra canzoni meravigliose, Five Years Dead, Dancing on Glass, Smuthin’ For Nuthin’ e la ballata apparentemente dolcissima You’re All I Need che racconta in realtà una stora d’amore dal punto di vista di un serial killer. Girls, Girls, Girls trasuda anni ottanta da ogni poro, è edonismo messo in musica, e proprio gli eccessi del gruppo portarono Nikki ad una overdose letale che gli sarebbe costata la vita, se non fosse stato per una decisiva scarica d’adrenalina al cuore (in puro stile Mia Wallace) a salvargli la vita. Dopo questa esperienza i Crüe decisero di non poter andare avanti così, ed entrarono tutti in riabilitazione, dalla quale uscirono puliti e rinsaviti (circa). Ma ciò sarebbe bastato per ripetersi ancora una volta ?



Dr. Feelgood (1989)
Non credo che questo disco abbia bisogno di molte presentazioni. Semplicemente, è il miglior LP che i Mötley Crüe abbiano mai realizzato. Un successo senza pari, che garantì ai quattro una fama planetaria. Un capolavoro da dieci e lode, un album talmente bello che se non avesse un titolo potrebbe essere scambiato per un Best Of. Ogni pezzo è memorabile, ogni canzone è stata realizzata e prodotta in maniera impeccabile; in Dr.Feelgood c’è tutto, adrenalina (Kickstart My Heart), sentimento (Without You), droga (Dr. Feelgood), sesso (Rattlesnake Shake) e via così. Slice Of Your Pie dà i brividi, con un chorus geniale, Same Ol’ Situation è irruenta, frizzante e come sempre con un ritornello indimenticabile (ed un video fantastico tra l’altro), mentre She Goes Down è pura glammaggine, tanto da iniziare con il suono di una zip che si abbassa. E non abbiamo ancora citato le due ballad che concludono questo capolavoro: Don’t Go Away Mad (Just Go Away) e Time For Change. Che dire, la prima è talmente bella che si spiaccica in testa in mezzo minuto, con un ritmo crescente orchestrato alla perfezione dal quartetto; la seconda è più diretta, con un coro che vede la presenza di nomi altisonanti quali Sebastian Bach e Steven Tyler al microfono, dove i Motley Crüe forse inconsapevolmente  presagiscono ciò che da lì a pochi anni sarebbe avvenuto, ovvero un cambiamento che forse Nikki Sixx sentiva ormai come necessario. Ma questa è un’altra storia.


Io vi ringrazio tantissimo per la lettura, vi mando un abbraccio forte forte e ci vediamo tra due settimane con la seconda parte di questo speciale sui Crüe! 

Cristiano Chignola

lunedì 20 luglio 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODI 4 E 5

Mi sto gradualmente pentendo della scelta fatta di analizzare la serie due episodi alla volte, ma tant’è. Prendendo separatamente le due puntate in oggetto oggi avrei molto da dire sulla seconda, ma molto meno sulla prima, almeno scoppiettante finale escluso. E badate bene: non sto tacitamente affermando di aver apprezzato tali episodi, anzi. Ma andiamo con ordine.
La puntata della scorsa settimana segue la scia lenta e sinceramente noiosa della precedente e si perde a specchiarsi nella grande capacità di scrittura dei personaggi di Pizzolatto. La trama si ferma e veniamo a sapere numerose novità, specialmente riguardanti il passato e le attitudini sessuali del frustrato detective Woodrough. Consiglio personale e gratuitamente spassionato al buon Nick: se ti piace tanto creare profili problematici al limite dl credibile tralasciando la trama, datti ad In Treatment e abbandona questa nave dopo averla portata dai Caraibi al Triangolo delle Bermuda. Grazie.


Poi ad un certo punto cominciano a comparire come funghi i Messicani (che in una storia di droga, strozzini e corruzione non guastano mai, ma talvolta rischiano di essere di troppo) che in so quale strano modo centrano con la storia del nostro assessore assassinato, ma sta di fatto che improvvisamente tutto ruoti attorni a questo gruppo di malviventi e ciò porta il dream team di detective ad organizzare un blitz nella zona in cui dovrebbero nascondersi i suddetti Mexicans. Queste sono le dubbie e claudicanti premesse che portano al momento migliore della serie finora, ossia l’ultimo quarto d’ora del quarto episodio. Finalmente azione, qualcosa in movimento che sveglia lo spettatore assopito e manda avanti una trama stanziante. Finalmente cinema di qualità a servizio di un brand che un anno fa ridettava legge per quanto riguarda il rapporto tra serie tv e progenitori. una scena rivista tre volte per poterne comprendere ed elogiare ogni dettaglio. E qui arriva il fulcro narrativo di questo biepisodio, ossia il time skip seguente alla strage deciso dall’autore: i tre protagonisti sono costretti ad allontarasi e a cambiare le loro mansioni a causa delle conseguenze di una sparatoria sanguinolenta ed evitabile (queste cause non mi sono ben chiare nonostante l’impegno profuso nella visione). E quindi Velcoro lavora per il “gangster” Semyon, Ani fuma sigarette non elettroniche mentre archivia scartoffie e Woodrough si appresta a sposare con un’avvenente donzella nonostante sia omosessuale. Deh, tutto chiaro. Peccato che questo “tutto” non centri nulla con il mio tutto, ossia l’omicidio, ossia il caso che giustifica il titolo della serie, quello che si vede ogni settimana sulle note di "Nevermind" (tanto love). True Detective. Vero investigatore. Ce ne fosse uno che investighi con serietà e metodo sul caso Caspar. Ma poi una donna nera viene in mio soccorso e riassegna, con qualche operazione interna un po’ oscura e oscurante, il caso ai tre che, con le buone o con le cattive, scoprono che il caro vecchio assessore, oltre ad avere le mani in pasta in praticamente tutti i loschi affari che coinvolgessero l’amena cittadina di Vinci, era anche responsabile di un complesso giro di ricatti seguiti a feste hard a cui prendevano parte modelle rifatte da un tizio che sfortunatamente ha perso qualche dentino (Ray rules).


Lo stesso Ray che scoprirà solo dopo cinque episodi il doppiogioco di Frank Voughn e la verità sullo stupro della moglie che sostanzialmente sta alla base dei turbamenti dell’anima del poliziotto. Ciò ci traghetterà così ad un finale interessante, poco sconvolgente ma quantomeno accattivante. Ora sono botte sicure, non ci metto la mano sul fuoco ma almeno su qualcosa di caldo.
E quindi? Credo di aver compreso quasi tutti i singoli eventi mostrati in questi due episodi di TD e comincio a pensare sempre più a questa seconda stagione (o serie se vogliamo considerarla totalmente aliena alla storia di Rust) come un puzzle di 999 pezzi. Manca quell’ultima lacrima, l’ultima foglia che dia un senso a tutto l’insieme. Senza tale pezzo tutto ciò che abbiamo è nulla: tante storie staccate tra loro che perdono di mordente e rischiano di stancare prima di scoprirsi davvero interessanti e fondanti per la trama principale che a tratti non c’è e a tratti latita (ma qualcuno ha realmente capito la storia dei Messicani? Io per niente).


Per quanto riguarda le interpretazioni ho notato un miglioramento del livello medio complessivo, anche se Vaughn continua a fare facce. Vaughn, il personaggio più fastidioso e ripetitivo. A qualcuno interessa davvero se quella finta ragazzina di sua moglie possa avere o no un figlio? Probabilmente il peggio scritto dei quattro.
Ho comunque deciso di guardare le nuove puntate di mattina, altrimenti il sonno è assicurato. Il sonno prodotto da una serie nata con troppe aspettative e condizionata dalla magniloquenza di uno sceneggiatore cult solo alla seconda esperienza nel settore. Arrivati a questo punto non posso esimermi dal concludere la visione delle prossime tre puntate, ma come livello d’intrattenimento non ci siamo affatto e quel nome mi sembra davvero fuori luogo. Ancora noia.

domenica 19 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 13-19 LUGLIO


FILM: Juno (2007)
Quando si è realmente maturi? La vita è semplice: ad ogni azione corrisponde una reazione contraria, ma non sempre questa ha la stessa intensità della prima e una ragazza in realtà debole e insicura, un’adolescente ancora alla ricerca di sé, come la protagonista Juno, si ritrova a dover far fronte a responsabilità molto più grandi di lei e della sua età. La vita molto spesso riserva sorprese e prove inaccessibili, ostacoli insuperabili. Siamo davvero maturi per affrontare questi ostacoli o la maturità arriva dopo? A volte credo che non si sia mai realmente pronti per affrontare ogni sfaccettatura del mondo, ma poi il mondo scorre e le prove si superano col tempo e solo dopo ci si accorge che la maturità necessaria per superare una prova la si acquista solo affrontando la prova stessa. Questo tema semplice e profondissimo sta alla base di un film divertente, leggero, ben scritto, stilisticamente perfetto ed egregiamente recitato. Fantastica Page, perfetto Cera, usualmente ben calato nella parte Malkovic. VOTO: 9




ALBUM: Story Of An Immigrant (2015)
Come ho scelto quest’album dite? Beh ovviamente per la bilanciata e semplice copertina e per il titolo che invita a pensare ad un prodotto riguardante la condizione precaria degli immigrati oggi, tema ancora d’attualità (nonostante la crisi greca e il caldo in estate stiano parzialmente offuscando tutte le altre notizie in queste settimane). E invece no, molti brani girano e rigirano intorno all’amore per una ragazza e i toni risultano decisamente scanzonati e spensierati. Anche musicalmente non sono riuscito a godere appieno di quest’album riscontrando un’eccessiva linea pop e una somiglianza a gruppi più famosi quali U2 e Radiohead. Un’opera comune e poco imperdibile per la band sudafricana. Civil Twilight rimandati, ma non nel nome, quello mi è piaciuto. VOTO: 5.5


ALBUM: Cave Rave (DE, 2013)
Crystal Fighters. Un brano staziona perennemente nella sezione dei 25 più ascoltati sul mio cellulare (LA Calling), mentre un altro ricordo di averlo sentito ed apprezzato negli intermezzi di qualche Fifa (Love Natural). Il gruppo anglo-spagnolo tenta di stupire mescolando il pop del nuovo millennio al britpop anni ’90, alla musica elettronica, alla dance, il tutto condito con una punta di falsetto che non guasta mai. Il risultato però non è sempre all’altezza delle aspettative e la confusione generata dalla sovrapposizione di suoni discordanti funziona unicamente nei brani più veloci e frenetici, mentre in quelli lenti il tutto risulta pesante e fastidioso. Interessanti invece le versioni acustic dei brani più famosi, contenute esclusivamente nell’edizione delux; decisamente meglio arrangiati e più adatte ad un ascolto meno attento ed impegnato. Tutto sommato un prodotto che non riserva sorprese al di fuori dei suddetti singoli e che riesce a tratti ad annoiare, specialmente nella versione standard, ma oggi valutiamo la delux. VOTO: 6


ALBUM: Talking is Hard (2014)
Shut Up and Dance è decisamente una canzone che si eleva e si fra notare nella marea pop contemporanea. Incuriosito da ciò ho deciso di ascoltare l’album dei Walk the Moon, da cui è tratto il brano, alla ricerca di altra musica di livello da poter aggiungere alla mia playlist estiva usa e getta, ma niente. Un’ora di noia. Canzoni monotone, melodie ripetute, riff poco accattivanti e testi a tratti banali. Non quello che mi aspettavo, non quello che cercavo. Manca l’originalità che avrebbe potuto rendere la band statunitense unica e che invece si ritrova solo nel singolo in questione e forse in Different Colours. Un gruppo che a mio avviso si prepara ad essere catalogato come One-hit wonder al termine di questa afosa estate che ha portato loro il successo sia in patria che oltremanica. Io intanto Shut Up and Dance continuo ad ascoltarla, almeno per un po’. VOTO: 5

venerdì 17 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 9

Mi dispiace ammettere quanto la serie stia deragliando dai binari delle aspettative del pubblico, viaggiando costantemente  al di sotto di queste. Arrivati alla nona puntata potrebbe essere quasi arrivato il momento dei bilanci: non mi sento di credere che l’ultimo episodio possa rivoltare di nuovo la serie a mo’ di calzino. Quanti cambi ci sono stati e quante strade sbagliate? WP è stata finora un po’ tutto e un po’ niente. Tutto nel mistery, nelle citazioni, nella suspance, nella costruzione, nei tempi iniziali; niente nella banalità di molte scelte, nella prevedibilità, nella caratterizzazione dei personaggi, nel modo in cui questi interagiscono, nella prevedibilità e nella caciaronaggine delle ultime puntate. Molti elementi che mescolati insieme hanno saputo regalare grandi soddisfazioni e ore di noia, alti e bassi. Ciò che però finora ha sempre funzionato è l’intrattenimento: nonostante mi sieda sul divano a guardare il nuovo episodio non prima dell’una di notte, WP non risulta mai soporifero e si lascia seguire con piacere, a differenza di qualcun altro di cui non voglio fare il nome (vero, Pizzolatto?).


Passiamo però all’analisi dell’ultimo episodio andato in onda ieri sera su Fox. In realtà in quaranta minuti è successo ben poco: gli Abbie della precedente puntata sono stati bloccati immediatamente nella loro avanzata violenta e incontrollata, la popolazione ha cominciato a spaccarsi, Theresa ha scoperchiato la botola trovando prove per convincere gli abitanti della città della veridicità delle sue affermazioni e Ethan ha tradito la fiducia di Pilcher inducendo questi ad aprire i cancelli. La fine è vicina.
Credo che in realtà il piano del marionettista sia già stato messo in pratica in passato e il suo intento sia sostanzialmente quello di resettare nuovamente la società di WP per ripartire dal “Blocco C”; forse questa fu anche la terribile fine del Blocco A che abbiamo visto in vari flashback sparpagliati qua e là tra gli episodi. Fuoco e fiamme. Un altro fallimento per lo psichiatra che non comprende la psiche umana.


I due elementi che a mio parere hanno inficiato la godibilità del nono episodio sono stati la botola e il ragazzo fanatico. Dal mistero della botola, presentato nel lontano settimo episodio, mi aspettavo davvero molto di più dopo le ammonizioni di pericolo rivolte alla moglie del protagonista, e invece si è rivelata l’entrata di una struttura sotterranea che sì mantiene ancora un filo di intrigante mistero, ma decisamente non rappresenta la chiave per la svolta definitiva della serie verso l’alto. Il ragazzo invece mi ha deluso in quanto rappresentate di una parte della popolazione, ossia la prima classe di giovani ricondizionati dal sistema scolastico, che ad un episodio dalla fine sbuca dal nulla e si impone come parte ingombrante del tutto. Fino a ieri dov’era questo gruppo violento e pericoloso ormai intaccato dalla responsabilità che Pilcher ha riversato nelle nuove generazioni della cittrappola? Perché introdurre nuovi personaggi (importanti per pochi minuti) ad un passo dalla fine? Mi ricorda quella volta che storsi il naso per l’introduzione di altri nativi dell’isola in Lost, quelli che vivono nelle piramidi e tentano di combattere il fumo nero per capirci. È evidente che ci siano altri modi per introdurre dei personaggi o per far sì che la situazione precaria di alcuni protagonisti cambi. Queste due scelte mi sono piaciute indubbiamente poco.


L’ultimo fotogramma della nona puntata raffigura la mano di un’aberrazione che si aggrappa alla rete posta a protezione della città dopo che Pilcher ha silenziosamente deciso di staccare la corrente che passava nei fili. Praticamente si ripete la scena che avevamo visto al termine dell’episodioprecedente e quindi le premesse della puntata di ieri sono solo state traslate all’ultimo episodio: si prospetta sempre più una tragica e caotica fuga dei cittadini dai mutanti che infestano la città alla ricerca di sangue quasi estinto, fuga che vede protagonista Ethan Burke, duro e puro agente della CIA chiamato a compiere il miracolo e a salvare l’intera comunità da una fine annunciata e per niente piacevole. Qualcuno morirà, i meglio caratterizzati si salveranno, tranne forse Kate, o l’infermiera, ma pur sempre qualcuno di sacrificabile. Un finale caciarone e per niente accattivante rispetto alle rivelazioni di “The Truth”. Mi sarebbe invece piaciuto se gli ultimi due episodi si fossero rivelati propedeutici alla rivelazione sconvolgente finale, ma non credo sia così. Mi sarebbe invece piaciuto se Pilcher si fosse rivelato un impostore e tutto ciò che abbiamo visto si fosse svolto ancora nel 2014, o almeno non nel 4028, un po’ più vicino a noi. E invece no. Peccato. E se invece Pilcher avesse creato gli Abbie durante un esperimento genetico finito male? E se tutta la città fosse un suo esperimento che non ha in realtà lo scopo di ripopolare il pianeta? E se ci fossero in realtà molti altri esseri umani nel mondo perché, come ci insegna Charles, la specie si è evoluta nella direzione delle aberrazioni solo nel continente americano? E se questa serie avesse ancora qualcosa da dire? Vai Way, hit me with your best shot e stupiscici un’ultima volta.

giovedì 16 luglio 2015

NBT: 2015 SO FAR

Siamo ormai al giro di boa di questo 2015 e, per quanto mi riguarda, posso dirmi piuttosto soddisfatto di come sta procedendo dal punto di vista musicale. Tra i vari Modest Mouse, Sleater-Kinney, Faith No More, Failure c’è stata un’invasione di grandi ritorni, accompagnati da buoni debutti (Wolf Alice) e ottimi debutti (Viet Cong). Tutto ciò condito dalle sempre piacevoli riconferme dei soliti Lightning Bolt, mewithoutYou, Florence ecc. ecc.
Oggi però vi parlo di una manciata di album, presi fra quelli che secondo me sono i più interessanti, inusuali e divertenti pubblicati fino ad ora. Quelli usciti un po’ in sordina o passati quasi inosservati, magari di artisti non ancora affermati o “di nicchia”, come si dice. Insomma qualcosa di nuovo e, spero, piacevole. Buon Ascolto!
 


Sprinter – Torres (Partisan)
Ho un debole per le voci femminili. Non quelle perfette, pulite, mai stonate alla talent show però. Belle eh, solo un po’ asettiche forse. Personalmente mi emozionano di più le voci incostanti, a tratti cupe, a volte energiche, altre volte appena un sussuro. Torres (nome d’arte di Mackenzie Scott ) ha una di queste voci. Sprinter è il suo secondo album e conferma appieno il suo talento canoro e musicale. Combina in un perfetto equilibrio pezzi esplosivi come l’iniziale “Strange Hellos” o “Sprinter”  e pezzi più intimi come e “A Proper Polish Welcome” e la finale “The Exchange”. Le chitarre e la batteria con quel loro suono sporco, pieno di riverberi e bassi ronzii non fanno altro che mettere in risalto la bella voce di Scott, che in certi momenti (“Feris Wheel” su tutti) è semplicemente toccante.
 



Sleeping Tapes – Jeff Bridges e Keefus Ciancia
Jeff bridges. Sì, proprio lui, “The Dude” de “Il Grande Lebowski”, quello nel supermercato in accappatoio che comprava il latte, insomma. Al che potrei anche smettere di scrivere, tanto basterebbe come motivo per ascoltare quest’opera realizzata insieme al musicista Keefus Ciancia a scopo di beneficienza. Come spiega la voce rilassata e benevola dello stesso Bridges all’inizio dell’album, Sleeping Tapes ha lo scopo di far dormire. Proprio così, è un disco della “buona notte” . E così ecco un misto di discorsi di argomento semiserio, nonsense o semplicemente casuale raccontati da una voce calda e amichevole a tal punto che vorreste sposarla. La voce e anche Jeff Bridges. Tutto accompagnato dalla buona musica ambient di Ciancia che contribuisce all’atmosfera già estremamente rilassante. Yawwn
 


No Life for Me – Wavves x Cloud Nothings (Ghost Ramp)
Dopo aver ascoltato l’anno scorso l’eccellente “Here and Nowhere else” dei “Cloud Nothings” ero molto curioso di ascoltare il loro nuovo lavoro. Lavoro che è arrivato inaspettatamente presto, giusto poche settimane fa, questa volta insieme ai Wavves, gruppo musicalmente molto affine al gruppo di Cleveland. “No Life for Me” è una raffica di canzoni secche, brevissime, solo due superano la soglia dei 3 minuti, per capirci. Lo stile dopotuttto è quello comune alle due band: un punk lo-fi ricolmo di atmosfere grunge e urla cariche di disperazione in puro stile Nirvana (ad esempio in “Hard to Find” e “How it’s Gonna Go”). Le poche ma buone melodie più pop come quelle in “Come Down”, sono ben posizionate in un album che, approfittando della sua brevità, scarica sull’ascoltatore caricatori e caricatori di note veloci e potenti come proiettili.
 


Xe – Zs (Northern Spy)
Quando non sai cos’è, allora è avanguardia. Questa battuta, che male, malissimo, pessimamente si addiceva al Jazz in “Novecento” , funziona forse un po’ meglio con un non-genere quale è, appunto, l’avanguardia. Avanguardia. Di per sé evoca un’immagine indefinita, ignota, un territorio remoto e forse ostile in cui avventurarsi e l’avventura ha sempre avuto uno speciale fascino per l’uomo. Non ditemi che la New Horizon non vi ha fatto emozionare almeno un pochino.
Xe ha qualcosa di cosmico in effetti, comincia in modo caotico (apparentemente) e assordante, disorientante. Se è vero che la destinazione di questo viaggio è ignota, le sue origini sono chiare: drone, noise, no wave newyorkese (anzi, di Brooklin, ci tengono loro) dominano la prima traccia, “The Future of Royalty”. La successiva “Wolf Government” è invece qualcosa di assolutamente folle, indescrivibile. A un certo punto credo di aver sentito la voce di R2D2. Ascoltare per credere.
Per sentire quella che può essere definita una vera melodia bisogna aspettare “Corps”, il pezzo forte dell’album: una serie di note di chitarra staccate si ripetono per tutta la sua durata tra sfuriate di sax e crescendo e diminuendo percussivi che ne mutano l’atmosfera tutt’intorno.
Dopo la breve ed elettronica “Weakling” troviamo la traccia che dà il nome all’album: “Xe”. Nei suoi diciotto minuti si avvicendano più o meno periodicamente chitarra, sax, basso in un’atmosfera che a mio avviso ricorda La Sagra della Primavera, con momenti di tensione e esplosioni sonore. Esplosioni come il follemente stupendo assolo di Sax finale. Niente male questi Zs.



Davide Quercia

martedì 14 luglio 2015

GENITORI E FIGLI

La società è cambiata. Ad oggi due coppie su cinque si separano e a farne le spese sono sempre i figli, le vere vittime. Essendo una realtà ormai consolidata, molte sono le opere che trattano questo argomento, ma una in particolare ha dimostrato di saper sintetizzare in maniera convincente più sfaccettature legate sia al cambiamento comportamentale dei genitori che alle diverse reazioni dei figli, trattasi de “Il Calamaro e la Balena”, pellicola del 2005 diretta dal regista cult Noah Baumbuch. Il film in questione ha ispirato i Noah and the Whale nella scelta del nome della band e solo questo dovrebbe giustificarne la visione.


Il regista statunitense dirige un film indipendente (prodotto tra gli altri da un certo Wes Anderson, non so se vi dice qualcosa il nome) nel quale mostra discrete abilità tecniche e una buona capacità di scrittura confezionando un prodotto intenso, simbolico, riflessivo e mai banale. Ogni dettaglio ha un suo significato. Baumbuch pennella con maestria delineando delle ombre perfettamente sfumate attorno ai connotati comici del film. Un lavoro che ricorda la minuziosa arte giapponese del '600.
La storia, strutturata ad albero, ruota attorno a due ragazzi medio borghesi di Brooklyn che, circa a metà degli anni ’80, in seguito ad una serie di tradimenti ed incomprensioni tra i genitori, devono affrontare la separazione di questi e tutte le sofferenze e le problematiche che essa comporta. La prima difficoltà che si presenta loro è quella dell’affidamento congiunto e quindi la mancanza di un alloggio fisso per Walt e Frank Berkman, il primo interpretato da un esordiente Mark Zuckerberg.
Fin dalle prime battute si capisce l’atteggiamento che i due figli assumono nei confronti dei genitori: se il più piccolo tende a rifiutare l’ingombrante figura paterna, il più grande si identifica in questa idolatrandola ed emulandola. Walt tenta con discreto successo di copiarne atteggiamenti, gusti ed abitudini. La figura centrale dell’intero film è infatti il padre: misogino scrittore fallito sul lastrico, ancora convinto della validità delle sue opere, del suo atteggiamento superbo nei confronti del Mondo, della razzista divisione delle persone in letterati e filistei. Questa figura fastidiosa, approfittatrice e a tratti viscida, porterà i due fratelli ad allontanarsi sempre più; ma, come ci si potrebbe aspettare, nessuna delle due strade intraprese porterà a qualcosa di positivo, farà solo emergere limiti, problemi e fragilità di ciascuno. Sullo sfondo una madre assente, presa solo dalla carriera letteraria in rampa di lancio e dai tanti uomini della sua vita.
La sofferenza è tangibile. Negli occhi dei due figli si legge la tristezza, lo sconforto, la nostalgia di un nucleo familiare solido e compatto, la mancanza di esempi vicini per costruire un rapporto sano con il Mondo.


Il film coglie nel segno risultando efficace e intelligente, puntando il dito contro quei genitori che mettono i figli in secondo piano. Può essere interpretato come una grande lezione di vita rivolta a coloro che ancora non comprendono l’enorme responsabilità che un figlio comporta. La responsabilità di crescere, correggere e sorreggere un essere umano nuovo finché questo non è in grado di intraprendere, senza eccessivi intoppi, un percorso di vita autonomo. Meravigliosa responsabilità.


Nel film, attraverso l’evoluzione della storia del figlio maggiore, viene poi mossa un’ulteriore critica ancor più specifica e dura verso coloro che immaginano la paternità come un’occasione per plasmare un piccolo essere a propria immagine e somiglianza. I figli sono altri dai genitori. Libertà di essere protagonisti della propria vita. Il finale poi lascia spazio all’interpretazione personale della metafora centrale del film: la splendida ed evocativa guerra tra il calamaro e la balena che dà il titolo all'intera opera. Il tutto sulle note dei Pink Floyd, il che è tutto dire.



La verità è che la nostra società  fin da piccoli ci impone di pensare alla procreazione come passaggio necessario per il raggiungimento di uno status symbol accettabile agli occhi degli altri, ma non tutti nascono per essere genitori. Genitori non si nasce, si diventa, ma alcune prerogative, priorità, sfaccettature dell’anima suggeriscono coloro che sono predisposti a ciò. Poi l’amore cambia tutto. È un discorso irrazionale. Intanto “Stay Together for the Kids”.

domenica 12 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 6-12 LUGLIO




ALBUM: Hybrid Theory (2000)
L’esordio di uno dei gruppi che, nel bene o nel male, hanno segnato l’ambiente della musica commerciale nello scorso decennio; "commerciale" perché, dopo un inizio assai particolare e a tratti incatalogabile, i Linkin Park si sono avvicinati sempre più a sonorità e gusti pop (colonne sonore dei vari Transformers). Il loro primo lavoro però fu davvero sorprendente. Essi riuscirono a fondere l’emergente nu metal, l’hard rock, l’elettronica e, udite udite, il white rap (quello di Eminem, per capirci); e a discapito delle aspettative, quello che ne venne fuori non fu un miscuglio informe e confuso, ma un album breve, conciso e meravigliosamente complesso. Molti brani come “In The End”, “Papercut” o “Crawling” rimangono ancora insuperati. Bennington regala emozioni e raggiunge picchi di rara epicità, picchi mai più raggiunti per un vocalist che sta progressivamente perdendo la voce. Peccato. VOTO: 9



ALBUM: FFS (2015)
Molto bravi gli Sparks, molto bravi i Franz Ferdinand. Perché non metterli assieme allora? Detto, fatto. FFS rappresenta una collaborazione ber riuscita tra due band simili ma dissimili. Nelle collaborazioni musicali la difficoltà sta nel far risaltare le qualità di entrambi i membri che prendono parte al progetto ed evitare che queste vengano eclissate in un prodotto che tiene i bassi e annulla gli alti, un prodotto mediocre insomma. FFS degli FFS (potevate impegnarvi di più però) non è un prodotto mediocre e lo dimostra con una pulizia e una scrittura invidiabili; l’eqilibrio e il rigore regnano sovrani. Tutto sembra perfettamente armonizzato. Unica pecca forse la lunghezza: circa a metà dell’album si sente che non tutti i brani riescono a raggiungere lo stesso trasporto e la stessa qualità musicale, e ciò rischia di pesare sul giudizio finale, specialmente dopo un solo ascolto. La copertina poi ha qualcosa di supereroistico e di 80s. VOTO: 8



FILM: La Tempesta Del Secolo - Terza Parte (1999)
Venerdì notte mi sono svegliato di soprassalto tutto sudato gridando “La Tempesta Del Secolo! Non ho finito di recensirla”. Poi ho riflettuto e mi sono ricordato che la mia intenzione era quella di non recensirla in questa sede, ma di scrivere una articolone di quelli del martedì sull’argomento per esprimere alcune riflessioni che avevo elaborato in seguito alla visione dell’ultima parte. Poi mi sono ricordato anche di aver dimenticato tali riflessioni e ho ripiegato sulle Recensioni della Settimana; per cui scusate il ritardo.
La terza parte risulta essere la più lenta, riflessiva e profonda delle tre. Ciò però risica spazio anche al mistero, alla suspance e al terrore, elementi che ogni opera di King dovrebbe mantenere dall’inizio alla fine. Finalmente il demone Linoge si mostra per quello che è e smette di indossare spoglie umane. Finalmente si scoprono quali fossero fin dall’inizio le intenzioni diaboliche dell’oscuro signore e il protagonista è obbligato dalla popolazione locale a dover accettare la volontà comune. Ma la folla è sempre in grado di scegliere il meglio per la comunità? L’ultima mezzora è profondamente filosofica e a tratti pessimista nei confronti dell’uomo stesso. Dopo tre lunghe parti non è più ben chiaro chi sia nel bene e chi nel male. Il male è parte intrinseca dell’uomo, egli non potrà fare solo bene nella sua vita, e il bene di uno potrebbe essere il male di cento e viceversa. Una miniserie che, al di là dei limiti tecnici consiglio per un discreto livello d’intrattenimento e per le profonde riflessioni proposte nella terza ed ultima parte. Recuperatela se avete tempo. Buona visione. VOTO: 7.5



ALBUM: La Seconda Rivoluzione Sessuale (2007)
Ancora i Tre Allegri Ragazzi Morti, ancora irriverenti e mai banali. Questa volta però dal punto di vista musicale ho notato una monotonia e una ripetitività che minano la buona riuscita della trasmissione dei messaggi dei testi. Ascoltandolo l’album tutto d’un fiato alcuni brani risultano decisamente fastidiosi ad un orecchio meno allenato per una serie di sonorità discordanti, dure e poco armoniche. Altri pezzi come “Il Mondo Prima”, “Lorenzo Piedi Grandi” e “La Sorella di Mio Fratello” invece convincono appieno sia per il testo che per la melodia. In sostanza un album imperfetto che osa ma non riesce infine a raggiungere le vette prefissate a causa di una scrittura non sempre all’altezza e a di alcuni limiti strumentali. VOTO: 6.5


In tanti si sono accorti della penuria di film nelle recensioni delle ultime settimane. Non allarmatevi! Non ho smesso di guardare film, è solo che quelli visionati mi spingono a fare riflessioni più profonde, e quindi gradirei analizzarli in maniera più approfondita in futuro, o fanno parte di filoni tematici a cui vorrei dedicare presto o tardi un TOP/FLOP. Intanto (Spoiler!) il film attorno al quale ruota l’articolo di martedì prossimo è stato scritto ormai tre mesi fa, è stato revisionato e corretto varie volte e vanta “Hey You” dei Pink Floyd come main theme. Ma basta spoiler. A martedì allora. 

venerdì 10 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD EPISODIO PINES 8

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa lunga e interessante esperienza televisiva e le aspettative ovviamente continuano a crescere in attesa di un finale che si prospetta risolutore e chiarificatore. In questo clima di attesa e mistero si posiziona in maniera non propriamente eccellente questo ottavo episodio. Dalla lentezza iniziale possiamo già dedurre la natura attendista della puntata: siamo di fronte ad un curato riempitivo, la preparazione per quello che verrà. Molti dubbi vengono completamente accantonati e alcuni personaggi chiave dei precedenti episodi, come Kate e Theresa, passano in secondo piano per dare più spazio al protagonista e soprattutto al duo Pilcher. Il vero fulcro dello show andato in onda ieri sera è stato infatti la crisi del corpo di controllo di WP. L’uomo a capo di tutto infatti non riesce più a gestire la macchina imperfetta e priva di libertà creata da lui stesso e si trova costretto tra due fuochi: da una parte i rivoltosi dispersi che tentano di abbattere la recensione elettrificata nella speranza di ritrovare i diritti sottratti loro dalla città-prigione e dall’altra l’insubordinazione (o “Tradimento”) del dipendente della sala di controllo. Pilcher, avendo perso il cieco appoggio della sorella e le redini dell’intero sistema, ha optato quindi per l’inasprimento delle punizioni e l’estensione di queste anche allo staff del progetto. Una scelta che, a mio parere, porterà l’intera comunità al collasso.


Intanto Ben è miracolosamente sopravvissuto ad un’esplosione che avrebbe ucciso qualunque essere umano (forzatura) e così facendo si è volutamente allontanato il personaggio dalle vicende centrali della città. Mi aspetto quindi un ruolo pressoché nullo del ragazzo nella prossima puntata e un ritorno nell’ultima, probabilmente per riportare il padre a ragionare dopo il presunto lavaggio del cervello di cui sospettano le protagoniste femminili.


La puntata quindi si conclude con la definitiva azione kamikaze di uno dei rivoltosi che, dopo essere riuscito a sfondare la famosa recensione che impedisce ai cittadini di scoprire la verità sul 4024, viene brutalmente ucciso e divorato dagli Abbie. Ciò apre quindi al prossimo episodio e all’imminente invasione delle creature mutanti. Il panico colpirà gli abitanti di WP e sarà lo sceriffo Burke a dover salvare la situazione, com’era fin dall’inizio nei piani lungimiranti dello scienziato. Mi aspetto quindi un episodio più confuso, ma anche più veloce e complesso nella struttura, perché molte storie dei singoli protagonisti dovranno essere riprese e preparate ad una degna conclusione.


Ancora non sappiamo effettivamente in che anno siamo e le reali intenzioni del despota Pilcher, non sappiamo chi ci fosse dall’altro capo della cornetta quando Kate chiamò appena giunta in città e non sappiamo soprattutto cosa contiene la botola. Ah quella botola. Dopo Lost io Adoro le botole. Ne farò mettere una in camera mia prima o poi. I misteri rimasti in piedi non sono molti ma appaiono abbastanza sostanziosi. C’è ancora un piccolo spiragli di possibilità che la situazione della città e del progetto in generale, spiegataci nella quinta e nella sesta puntata, possa essere nuovamente stravolta. Personalmente lo spero in quanto ciò rappresenterebbe la degna conclusione di una serie mistery nata e fondata sugli sconvolgenti colpi di scena. Credo che gli sceneggiatori siano consapevoli di ciò e tenteranno di non deludere gli spettatori (o fan? possiamo già definirci tali dopo aver guardato ed analizzato insieme otto episodi?). La volata finale è partita lenta, ancora in salita, ma la discesa è vicina. Le buche sono ancora pericolose ma il traguardo è visibile. Si potrebbe ancora sbagliare e rendere tutta la miniserie un buco nell’acqua, ma ancora per un po’ voglio credere che la fine ci stupirà tutti. Ci credo, attendiamo insieme.


giovedì 9 luglio 2015

NBT: SLOW WEST

Nel 1980 Michael Cimino è il regista del momento a Hollywood: il suo ultimo film “Il cacciatore” è stato un successo strepitoso di pubblico e di critica ed ha anche vinto 5 Oscar. Ora tutti stanno aspettando con trepidazione il suo prossimo capolavoro. Finalmente! Eccolo! “Heaven’s Gate”! Un’epopea western prodotta dalla United Artists con un budget stellare: 44 milioni di dollari. Si preannuncia un nuovo trionfo. Il film è un disastro. E’ considerato il più grande flop della storia del cinema. E’ la fine per la carriera di Michael Cimino. E’ la fine per la United Artists. E’ la fine per il genere western.
O almeno così dissero. Effettivamente la carriera di Michael Cimino non si riprese mai più e la United Artists (una della più importanti compagnie di distribuzione di sempre) l’anno dopo dovette essere venduta alla Metro-Goldwyn-Mayer per non andare in fallimento. Il genere western però non scomparve come molti avevano pronosticato. Certo il fallimento di “Heaven’s Gates” fu la goccia che face traboccare il proverbiale vaso: le major, spaventate dal clamoroso insuccesso del film, smisero una volta per tutte di finanziare i grandi progetti western. Il genere però non godeva di buona salute ormai da tempo. L’età dell’oro era finita molti, molti anni prima. Ciò nonostante il western esattamente come i suoi protagonisti è duro a morire.



Sono state raccontate innumerevoli storie sul mito della frontiera e sembra impossibile che ancora oggi così tanto tempo dopo quel mito continui ad essere raccontato in maniera sempre attuale, è incredibile come riesca ad essere interpretato in tante maniere diverse.
Il western non è morto e continua a regalarci storie sempre nuove, come ad esempio “Slow West” (2015): un piccolo western innovativo e originale. Ed è proprio di questo breve western indipendente che vi vorrei parlare oggi. Presentato qualche mese fa al Sundance Film Festival, “Slow West” ha attirato subito l’attenzione su di sé grazie al suo stile particolare ed originale.
La storia che ci racconta “Slow West” è quella del giovane nobile scozzese Jay (Kodi Smit-McPhee) innamorato della povera ma bella Rose (Caren Pistorius). Il padre di Jay, Lord Cavendish, si oppone fermamente alla loro unione e una sera in un diverbio viene ucciso accidentalmente dal padre di Rose. Così Rose e suo padre sono costretti a scappare in America per avere salva la vita. Ma la taglia DEAD or ALIVE li segue anche nel West e Jay viaggia “from the cold shoulder of Scotland, to the baking heart of America” per trovare Rose e salvarla dal guaio in cui lui stesso l’ha involontariamente cacciata. Nel West Jay incontra Silas (Michael Fassbender) un avventuriero solitario che si offre di fargli da guida e insieme si inoltrano nelle pericolose terre dell’Ovest.



Quando si guarda il trailer per la prima volta si ha l’impressione che Wes Anderson abbia deciso di dirigere un western. La fotografia infatti è molto colorata e l’atmosfera generale è più vicina alla commedia che al film drammatico, per non parlare poi degli sketch comici inseriti nel film nei momenti più inaspettati. Siamo di fronte ad un western che non si prende troppo sul serio e si caratterizza per un tono leggero e scanzonato. Questo tipo di approccio ha fatto storcere il naso a molti ma personalmente devo dire che ho gradito la scelta del regista di distaccarsi da una concezione troppo seriosa del genere.
“Slow West” segna il debutto alla regia del musicista scozzese John Maclean. Lo stile del film è deciso e peculiare eppure ho avuto la sensazione che Maclean avrebbe voluto spingersi ancora oltre ma che non l’abbia fatto proprio perché essendo alla sua prima esperienza come regista non si sentisse abbastanza esperto per premere fino in fondo il pedale dell’acceleratore. A mio parere il film ha molte idee innovative che però non vengono sviluppate con il coraggio dovuto, in diversi punti mi è sembrato che non si sia osato a sufficienza.
Il protagonista del film sarà anche Kodi Smit-McPhee ma la vera star è quel Michael Fassbender che tante mutandine ha fatto bagnare e tante ancora ne farà bagnare nei prossimi anni. La sua carriera infatti sembra essere definitivamente decollata e ha una buona scorta di film in uscita nei prossimi mesi (è attesissimo il suo biopic su Steve Jobs). Qui si comporta piuttosto bene anche se a dire il vero il personaggio che deve interpretare è piuttosto stereotipato e non rappresenta certo una sfida per un attore della sua levatura.



“Slow West” è un film piacevolissimo che scorre veloce con estrema leggerezza toccando apici notevoli in alcuni punti. Certo forse non sarà la miglior storia mai raccontata sul mito della frontiera ma è una nuova storia sul mito della frontiera. E per quanto mi riguarda questo basta.

Amo il genere western e quindi mi dispiace ma non riesco ad essere imparziale quando ne parlo. L’età dell'oro di questo genere sarà anche finita ma il filone western non si è esaurito come un giacimento aureo nello Yukon.  Il western ha saputo reinventarsi, rinnovarsi, adattarsi e oggi oltre 102 anni dopo la sua nascita (1903 “The Great Train Robbery”) sa ancora affascinare. 

Antonio Margheriti

mercoledì 8 luglio 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODI 2 E 3

Che fatica! Che fatica riuscire a seguire un’intera puntata. Non so se la tarda ora alla quale mi accingo a visionare la nuova puntata influisca sulla mia attenzione, ma indubbiamente la serie ci sta mettendo davvero troppo a carburare e a creare un feeling deciso e duraturo con lo spettatore. Possiamo dire che dal punto di vista della trama la serie sia partita eccome, ma nonostante ciò il livello d’intrattenimento è ancora molto basso ed è lo spettatore stesso a doversi abbassare, a dover modificare la propria posizione e la propria attenzione per poter far posto alla pesantezza e alla lentezza della serie, almeno in queste prime tre puntate. Volendo fare un rapido riassunto degli eventi finora avvenuti potremmo dire che Ray è morto e risorto, l’assessore Caspar era ossessionato dal sesso e non solo da quello con il gentil sesso, anche Paul è in realtà gay, Semyon ha perso dei soldi in seguito alla scomparsa del suddetto politico e gli assassini che ci sono dietro tutto il delitto amano indossare maschere animalesche.


Ora, secondo il buon Pizzolatto, lo spettatore medio di TD2 dovrebbe passare ore e ore a chiedersi perché Velcoro è stato risparmiato, chi si cela dietro le maschere, cosa centra il film che stanno girando in città e perché gli enti governativi legati al povero Ray vogliono tenere celata la verità. Questo secondo lo sceneggiatore. La verità invece è che una ripetitiva, lenta ed estenuante narrazione rischia di far passare in secondo piano gli elementi d’interesse della trama principale. Mi sto riferendo nello specifico a quelle scene infinite (anche se molto spesso ben girate) che si dimostrano essere del tutto slegate dalla narrazione del caso di omicidio e tentano solo di caratterizzare ulteriormente dei personaggi che, a furia di dettagli poco originali e prevedibili hanno perso già molto del mordente iniziale dopo appena tre puntate.


Capisco chiaramente le intenzioni dello sceneggiatore: True Detective 2 È la strada di Vinci che viene spesso ripresa dall’alto. Una strada ampia e ingombrante al centro che poi si dirama in vie secondarie che non sembrano avere più nulla a che fare con la principale; lo stesso messaggio che voleva mandare con l’onnipresente albero della prima stagione. Ogni strada rappresenta nel suo piccolo la vita e le disgrazie di ognuno dei quattro protagonisti, ma anche la vista nel complesso del panorama cittadino potrebbe indicare l’anima frastagliata, distorta e corrotta degli sciagurati personaggi attorno ai quali ruota la serie. Una complessa commistione di crime e introspezione psicologica. Quello che manca a questi primi tre episodi è il bilanciamento di questi due aspetti: finora ha decisamente prevalso quello psicologico; ma una serie che si rispetti e che ambisce ad entrare nell’olimpo del cinema per la TV (dove l’aspetta la prima stagione) deve necessariamente riuscire a trovare l’alchimia necessaria affinché lo spettatore non cambi canale. Secondo il mio modesto parere il problema fondamentale sta nella distanza tra le vite private dei protagonisti e le indagini sul caso Caspar. Quando sono in scena le prime, le seconde si fermano, quando in realtà la parola “intreccio” ha già in sé in senso di mescolanza tra le varie anime che compongono un prodotto. TD2 finora è stata tanti ingredienti, tutti ottimi, tutti di prima qualità, ma cotti in padelle diverse. In questo modo è pressoché impossibile godersi un’unica indimenticabile portata.


Parlando poi delle interpretazioni, se nel pilot bene o male tutti i nuovi attori erano riusciti a convincermi e a dare prova di poterci stare in quella determinata situazione, a distanza di tre puntate i meno adatti ad una serie di così ampio respiro cominciano a mostrare inevitabilmente il fianco. Vaughn alterna scene da applausi ad altre in cui si limita a fare smorfie fastidiose davvero poco adatte al contesto. Da ciò si capisce quanto in realtà il suo personalissimo stile di recitazione sia legato all’ambiente comico in cui ha lavorato finora. Anche Taylor Kitsch mi convince sempre meno e mi ricorda da vicino il Diele Pastore di 1992 (Oddio che paura!). La McAdams e Farrell invece risultano essere sempre più nella parte e sempre più a loro agio sul set dando sfoggio delle loro qualità recitative. Una spanna sopra gli altri due.



Parliamoci chiaro: se questo prodotto non portasse il pesante nome del capolavoro dello scorso anno, stareste ancora tutti così attenti e fiduciosi nella buona riuscita della serie? Ho i mie dubbi. Comunque la tavola è imbandita, i fornelli accessi. Orsù Nick, siamo venuti fin qui, preparaci qualcosa di memorabile. Il tempo è ancora tuo (e la sigla è splendida).

martedì 7 luglio 2015

DRAGON BALL IS BACK

Avete presente quando andate in un villaggio vacanze per una settimana, conoscete un ragazzo e dopo qualche giorno siete praticamente fratelli? Dopo quella breve esperienza estiva vi salutate con la promessa di sentirvi, ma poi ognuno ha i suoi impegni e la gente si perde di vista. Ipotizziamo poi che voi ritroviate per caso questo ragazzo in un bar dopo diciannove anni; potrebbe essere ingrassato, potrebbe aver perso qualche capello, potrebbe avere una folta e incolta barba pregna della crema di caffè che stava bevendo pochi secondi prima di notarvi, ma non potrete far altro che abbracciarlo, come se fosse ancora l’estate del ’96, come se il tempo non fosse mai passato. Ecco la mia reazione al ritorno di Dragon Ball: un lungo e caloroso abbraccio condito da espressioni inflazionate come “Dove sei stato tutto questo tempo?”.  


Ce n’era bisogno? Di una nuova serie legata al brand di DB, intendo. No, forse no, ma credere che Super possa superare e cancellare quel flop ammorbante di GT non costa nulla,e io ci credo, anche dopo il primo episodio. Ah, il primo episodio! Ma andiamo con ordine.
Alle 00:30 del 6 luglio un amico mi manda la foto dello schermo del suo computer mentre guarda la sigla della nuova serie DB Super. Salto dal letto, metto le cuffie per non disturbare e faccio partire la sigla giappo della prima serie a palla mentre saltello in giro per casa. Dopo attimi di euforia, forse ingiustificata, mi faccio mandare il link del sito che ripropone in maniera del tutto legale (non pensate male) il primo episodio e comincio a guardarlo. Voglio prima premettere di aver visto una sola volta di sfuggita il film del 2013 “La Battaglia degli Dei” e di averlo disprezzato abbastanza, forse perché non indirizzato alla fascia d’età a cui appartengo ora. Probabilmente gli ultimi due film di DB sarebbero stati adatti al me bambino, ma ora li trovo eccessivamente infantili e ricolmi di errori se analizzati con lo sguardo critico di un fan che ogni anno riguarda le repliche della serie originale su Italia 1.


Ma tornando al pilot della nuova serie, dopo una sigla senza molto mordente parte finalmente la storia e c’è Goku - spalanco gli occhi oltre i limiti umani conosciuti - c’è Goku che guida un trattore. UN TRATTORE?! Capisco le puntate filler nelle quali viene mostrata la parte umana dei personaggi, ma questo è l’inizio e ogni inizio che si rispetti deve contenere almeno una scena in cui il protagonista si allena duramente per superare il famoso "limite" (scena effettivamente presente dopo qualche minuto) e una in cui viene presentato il cattivone di turno in penombra che trama vendetta o vuole semplicemente conquistare il mondo. E poi Goku guida il trattore per guadagnare soldi perché dopo anni si scopre che la famiglia del Sayan è al verde… da sempre, aggiungerei. Ma poi non avevamo lasciato il protagonista intento ad allenare Ub, reincarnazione buona di Majin Bu, per farne il futuro difensore della Terra? Dov’è Ub? dov'è il nostro Ub? Vogliamo Ub. L’incipit quindi incespica e claudica, ma rivedere tutti i protagonisti che avevamo amato nelle serie precedenti riporta lo spettatore a strabuzzare gli occhi dalla meraviglia. Intanto ci vengono presentate altre interessantissime situazioni comunemente degne di nota come la vita di coppia di Gohan e Videl, Goten e Trunks alla ricerca di un cosmetico naturale, la vita di coppia di Mr. Satan e Majin Bu, Junior che fa Junior. L’unico espediente narrativo effettivamente degno di nota è la vincita del nobel per la pace da parte di Satan, evento che libererà Goku da tediose attività umane e gli concederà di partire alla volta del pianeta di Re Kaio


Contemporaneamente intanto il gatto Dio del chaos, antagonista del film del 2013 di cui sopra, continua a distruggere pianeti come se non ci fosse un domani; e solo qui ho capito quando, cronologicamente parlando, è collocato DBS: la Toei, in accordo con Toriyama-sensei, ha deciso di riadattare le storie degli ultimi due film e di farne due saghe della nuova serie. Scelta quantomeno discutibile. Già sappiamo quindi cosa accadrà, o meglio lo sappiamo in parte, perché leggendo in giro ho scoperto che gli dei del chaos sono circa una decina e sicuramente in questa saga ne entreranno in gioco un paio, di cui uno già visto in precedenza. Ciò che non mi convince particolarmente è la natura filmica dei gatti dei. Essi sono graficamente troppo diversi dai nemici a cui eravamo abituati e per questo mi sembravano molto adatti per una ciclo che comincia e si conclude in un’ora parallelamente alla serie principale, piuttosto che fare di questi dei personaggi fondamentali per il seguito diretto dell’enorme DBZ. Qualcosa stona in quest’ottica. La puntata poi si conclude con lo sguardo preoccupato di Kibitoshin che sente i pianeti scomparire uno a uno.



Volendo fare un bilancio del primo episodio posso dire che probabilmente le mie aspettative erano eccessivamente elevate e che probabilmente non sono lo spettatore medio a cui Dragon Ball Super è indirizzato. Credo che questa nuova serie sia nata per raggiungere le nuove generazione che, data la loro età, non hanno potuto godere delle avventure di Goku e compagni nei lontani 90s. Sicuramente continuerò a seguire la serie, riderò, ne parlerò con gli amici e mi appassionerò ai combattimenti (specialmente a quelli legati alla saga del ritorno di Freezer, non vedo l’ora), ma sempre con sguardo distaccato, perché dopo i baci e gli abbracci ti accorgi che diciannove anni sono passati per tutti e quell’amico che non vedevi da tempo forse neanche ti mancava così tanto. Solo l’euforia del momento, forse.

domenica 5 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 29 GIUGNO - 5 LUGLIO


ALBUM: Déjà Vu (2015)
Ok, lo ammetto: questo non si direbbe proprio il mio genere, ma, dopo la collaborazione con i Daft Punk in Random Access Memories, ero assai curioso di scoprire il ritorno sulle scene del maestro dell’elettronica, l’italianissimo (si fa per dire) Giorgio Moroder. Le aspettative erano discretamente alte visti i premi Oscar vinti dall’artista tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta e considerando anche la qualità del brano "Giorgio by Moroder", ma ciò che mi sono trovato davanti è un nuovo album di David Guetta senza David Guetta. Kylie Minogue e Britney Spears, Sia e Charli XCX. No, decisamente non è ciò che mi aspettassi. Tutto sommato l’album può essere anche godibile in alcune sue parti; i singoli "Déjà Vu" e "74 is the new 24" fanno la loro parte, se ascoltati senza grandi pretese musicali, ma nel complesso ci troviamo di fronte al tentativo di un anziano signore (perché 74 is not the new 24) di rimanere al passo coi tempi e di riformare la sua musica per renderla paragonabile ai vari Guetta, Alesso, Hardwell e via dicendo. Manca l’originalità, manca il vero Moroder, perché Moroder non è i Daft Punk, o forse non lo è più. VOTO: 6



ALBUM: Portraits (2015)
Come scelgo gli album da ascoltare, dite? Beh semplice: vado su Deezer e faccio finta di capirne di musica. Mi atteggio. Penso “Ah, bravini i Maribou State; devo averli ascoltati nella mia precedente vita”, e poi finisco a guardare le copertine e a scegliere in base alla bellezza. Ecco come ho scoperto gli Everything Everything (e che scoperta). Le copertine hanno sempre ragione.
Questa volta mi è andata meno bene dell’ultima, ma partiamo dall’inizio. L’album si apre con "Home", brano quasi unicamente strumentale che si avvicina molto al genere ambient. Si passa poi a "The Clown", brano più pop, più movimentato e più accattivante. Se dovessi giudicare il prodotto dall’incipit il mio voto sarebbe decisamente positivo, ma purtroppo l’album continua. Una serie di brani poco ispirati e talvolta vuoti e ripetitivi abbassano pesantemente il livello dell’opera. L’ambient iniziale lascia posto ad un’elettronica già sentita troppe volte. Negli ultimi due pezzi invece il gruppo di origini ignote (cercate pure se volete, tanto non troverete) rallenta il ritmo e si riprende trovando nuovamente melodie interessanti e arrangiamenti fini. Vi consigli di chiudere gli occhi e di lasciarvi trasportare dalle note di "Varkala"; qualcosa di antico, di primordiale. VOTO: 6.5



ALBUM: Beneath the Skin (2015)
Ho adorato il primo album degli Of Monster and Men, pur riconoscendo chiaramente dei limiti. Con il primo lavoro erano riusciti a ridare vita ad una tradizione nordica folk che troppo spesso viene relegata a musica di livello inferiore per non rubare spazio ai colossi Statunitensi e Inglesi. Troppo spesso sottovalutiamo la musica del vecchio continente e osanniamo quella che le radio ci dicono di ascoltare, ma in questo senso My Head is an Animal ha rappresentato una svolta interessante. L’irruzione non programmata della musica islandese nel panorama pop mondiale. E veniamo quindi al secondo lavoro. Da dove cominciare? Musicalmente parlando il livello medio dell’album è discreto, senza alti né bassi, ma il vero problema è la scrittura della canzoni. Undici interminabili brani, tutti lenti, tutti monotoni, tutti uguali. Ciò che manca a Beneath the Skin è la creatività, l’inventiva che aveva stupito nel primo album. Melodie sempre uguali e cambi di ritmo prevedibili minuti prima che accadono. Un ora di noia. VOTO: 5



FILM: Videocracy - Basta Apparire (2009)
Dopo aver letto su internet del fenomeno mediatico del 2009, mi sono deciso a recuperare questo documentario di denuncia prodotto in Svezia ma riguardante una realtà marcia tutta nostrana. Il tema centrale della pellicola è (o dovrebbe essere) infatti “l’influenza della Televisione del Presidente sulla popolazione italiana media”; dovrebbe perché in realtà il film si ferma prima e sostanzialmente risulta essere una lunga e ripetitiva introduzione al tema centrale e scottante promesso nel titolo e nei trailer distribuiti. Qualche spunto degno di nota c’è, ad esempio le interviste a Corona o al camerata Mora, ma per il resto si tratta di immagini di dominio pubblico montate discretamente e rallentate per poter occupare l’intera durata degli interminabili intermezzi tra le parti parlate. La voce narrante poi è lenta, priva di phatos e alla lunga soporifera, decisamente un interprete non all’altezza.
Il tema in sé però si salva: ciò che Berlusconi ha fatto con la televisione (pubblica e di stato) è un atto deplorevole e criminoso che purtroppo ha colpito molte famiglie tuttora ignare di essere state vittime della decadenza dei costumi voluta dal Presidente e dai suoi soci in Fininvest. Non voglio dire che la pochezza culturale del paese oggi è dovuta solo ed unicamente alla televisione di Silvio, ma questa ha sicuramente aiutato ad accettare tacitamente l’evoluzione della figura dell’italiano medio da mediamente acculturato e informato a ignorate d’alta scuola. Nel 2015 purtroppo chi legge un buon libro è considerato diverso e chi vive “ignorando” è stimato e invidiato. Comunque, tornando al documentario, niente più di un occasione sprecata. VOTO: 5.5