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martedì 3 aprile 2018

READY PLAYER ONE È UN CAPOLAVORO?


Tratto dal romanzo omonimo di Ernest Cline, Ready Player One è l’ultimo lungometraggio di un sempre più prolifico Steven Spielberg che esagera nell’infarcire la sua opera di citazioni e rimandi al cinema e alla cultura popolare nel contesto di un videogioco universale. La grande trovata dell’autore del romanzo è stata quella di creare il presupposto per una storia d’avventura per ragazzi che omaggiasse le sue stesse radici e il background ideale dello spettatore tipo. Oasis è mezzo unico per un citazionismo sfrenato, limitato dalla sola fantasia degli sceneggiatori. “Fantasia” è la parola chiave dell’opera, è ciò che Spielberg punta a stuzzicare con delle situazioni studiate e ricreate alla perfezione per sbalordire lo spettatore proprio al cuore delle sue passioni. Insieme al regista, siamo trascinati in un turbinio infinito di tutto ciò che ha contribuito ad animare la nostra fantasia e che ancora oggi è responsabile dell’uso che ne facciamo. Dal King Kong della prima sfida al Gigante di ferro - per rimanere nel seminato del trailer. Queste scelte, accompagnate da una regia popolare che non ha più alcun timore di rischiare per puntare all’apice, producono uno spettacolo visivo innovativo e audace che raggiunge vette emotive per certi versi immacolate.


L’impianto appena descritto si pone al servizio di un genere cinematografico tanto caro a Spielberg, quello dei film di avventura per ragazzi. La storia del ragazzo del ghetto abbandonato a se stesso che cerca la rivalsa sociale nel mondo virtuale ricalca una lunghissima sequela di topoi che, se da una parte rappresentano la più profonda citazione ad un ambito che il regista apprezza incondizionatamente, dall’altra tendono a tarpare le ali ad un’opera che nelle sue premesse e nella messa in scena poteva ambire ad un livello di originalità diverso. L’appartenenza ad un genere ben preciso rappresenta le catene di un prodotto che tende a chiudersi su se stesso e ad incensarsi in capo prima di aver saputo superare i suoi stessi limiti, per un merito costruttivistico, emotivo e forse non globale. Il più grande limite di Ready Player One è di rimanere incastrato nella sua stessa materia e di non dare mai l’idea di voler evadere da sé per proporre qualcosa di superiore. Sarebbe stato un lavoro più apprezzabile, forse completo e senza pecche se avesse saputo reinventare i canoni di un genere partendo proprio da un’opera autocelebrativa del genere stesso. Il finale invece suona come lo stesso screpolato violino dalle corde consumate, con la cassa scolorita. E forse noi spettatori, nella nostro roseo e appiccicaticcio bagno di nostalgia, avremmo voluto incontrare anche una scala per evadere.


Altra nota stonata è la comicità di alcune scene che non sempre si trova in linea con gli intenti dell’opera e quindi viene naturale interrogarsi sull’obiettivo della pellicola: la trama classica potrebbe far pensare ad un pubblico più giovane, anche avvezzo ad opere di formazione, mentre le citazioni di cui il film è pregno si rivolgono certamente ad una platea navigata e consapevole di alcuni capisaldi della cultura pop. La comicità segue pedissequamente il dualismo intrinseco di Ready Player One e talvolta questa schizofrenia risalta al di sopra della scena e della situazione corrente, ricordando la natura della finzione.


In una parola, Ready Player One è entusiasmante nella sua proposta, nel modo in cui alcune idee vengono sviluppate su schermo, nell’impianto cinematografico che regge un’opera “nostra”; ma tende troppo spesso ad accontentarsi di sé e dei suoi enormi meriti e non arriva dove sarebbe potuto arrivare, confermando certamente la bontà di un film destinato a diventare un cult assoluto, ma non la pietra miliare del cinema che poteva essere.

martedì 6 febbraio 2018

THE POST E IL RUOLO DELLA STAMPA

Nel 1971 il New York Times prima e il Washington Post dopo entrarono in possesso dei famosi “quaderni del pentagono” e decisero di rendere pubblici decenni di menzogne perpetrate dal governo americano sulle guerre in Corea e in Vietnam. La ricostruzione storica degli eventi, per quanto accurata e convincente, è un pretesto per entrare nelle falle del nostro presente. Il fulcro del film è attuale: Spielberg tratta due temi sociali che oggi sono quanto mai vivi e scottanti. I due protagonisti si spartiscono il compito di portare avanti tali problematiche: da una parte Kay Graham, proprietaria del Post, tocca il tema della posizione delle donne in ambito lavorativo, mentre il direttore del giornale, Ben Bradley, entra a fondo della questione sul ruolo della stampa nel sistema mediatico. La storia della rivincita sul maschilismo e sulla misoginia della società americana sarebbe certamente interessante da narrare e rielaborare, ma è sull’altra storia - quella sviluppata attraverso il personaggio interpretato da Tom Hanks - che vorrei soffermarmi.


The Post liquida rapidamente le ragioni ovvie di una parte della società rispetto al conflitto vietnamita, perché il film è il racconto di una notte e di una scelta che cambia il corso della storia del giornalismo. La questione non si pone rispetto al comportamento del governo, ma in relazione ai rapporti tra due organi fondamentali del modello liberale. Il problema si manifesta su schermo quando l’amicizia tra Kay, interpretata da Meryl Streep, e il capo di gabinetto della Casa Bianca all’epoca dei fatti svelati dai “quaderni del pentagono” si scontra con i doveri del giornalismo. Il film sottolinea la distanza necessaria tra la politica e il racconto del reale perché la stampa possa assolvere la sua funzione sociale.


La stampa è il Quarto potere e una democrazia che tende ad accentrarsi nelle mani di pochi, che sopravvive grazie alle conoscenze e alle amicizie, che chiude la verità nel cerchio dei soliti noti ha fallito il compito più puro della democrazia, la partecipazione. La stampa - come ribadisce il film in chiusura - è lo strumento attraverso cui il popolo controlla l’operato dei politici. È una funzione dal basso per la sua provenienza e dall’alto per il suo scopo ultimo; è sporca e trasparente, osteggiata e vitale.
La rivolta del Post e degli altri giornali americani contro lo strapotere mediatico di un governo ostruzionista aprì una stagione di slancio ideologico, sulla spinta del ’68. Accessibilità della verità, cooperazione a bilanciare il potere, mutamento sociale. Grande trasporto per una democrazia tangibile in cui ognuno compartecipa della cosa pubblica. Oggi più che mai è necessario riscoprire il valore della parola e la posizione che si deve alla stampa nella scala che va dal primo all’ultimo cittadino.



Una stampa asservita, sensazionalista, rivolta alla parte istintuale dell’uomo, alla ricerca del guadagno più facile, una stampa che rifugge sempre più la sua funzione sociale ha contribuito a generare una democrazia frammentata. La verità è in crisi dietro i proclami di partito nascosti tra le colonne più autorevoli; le fondamenta della ricostruzione civile devono essere i fatti. Una base di fatti su cui non possiamo avere un’opinione che rompa la struttura logica delle cose stesse. L’innovazione tecnologica non ha giovato all’incremento della funzione politica che la stampa ha in grembo fin dal suo concepimento, fin dalla nascita della parola. La stampa è sì propaganda, è anche doxa, ma mantiene sempre saldo un fil rouge con i fatti e proprio attraverso la parola scritta è possibile ritrovare la verità sul reale, sulla politica, sui rapporti sociali. Gli uomini hanno prima abusato del Quarto potere per poi finire a cacciare la verità più sistematicamente efficace. Le ultime scene di The Post toccano l’animo dello spettatore perché sono in grado di mostrare attimi di un mondo ideale in cui la gente coopera per la verità, prima della democrazia del televoto.

mercoledì 16 settembre 2015

SERIE DI CUI NON PARLERÒ

Detto sinceramente: sono in crisi. Ci eravamo lasciati lo scorso agosto con la promessa di riprendere i commenti alle serie tv il prima possibile per aumentare il numero di articoli settimanali ed evitare che voi sentiate la mia mancanza per troppi giorni consecutivi. Con questi presupposti ho cominciato a guardarmi intorno alla ricerca di nuove serie stimolanti, interessanti e adatte a subire un commento sistematicamente serializzato, ma nulla. Tutto ciò che di nuovo ho provato, tastato con mano, si è rivelato essere poco adatto ai miei piani di conquista del mondo. Per maturare questa profonda decisione ho però dovuto ragionare più o meno a fondo sui pilot visionati; perché quindi buttare via il tempo impiegato a riflettere? Perché non parlare delle serie di cui non parlerò? Tutto questo non ha senso.


The Whispers
Serie prodotta dall’uomo dietro le quinte di Hollywood, Steven Spielberg, e trasmessa in Italia dalla Fox con un ritardo fisiologico perdonabile di qualche settimana. La prima puntata si apre con una bambina che, seguendo le indicazioni di un fantomatico amico immaginario, convince la mamma a salire sulla casa sull’albero favorendo così l’incidente in cui la donna rimane coinvolta. Tanto per la cronaca, la madre della bambina è Taylor Townsend di “The O.C.”, così, per dire.
L’attenzione si sposta quindi sugli agenti dell’FBI incaricati di fare luce sullo spinoso caso dell’amico immaginario che tenta di commettere malefatte attraverso gli innocenti bimbi del quartiere. Bimbi, al plurale, perché si viene a sapere poco dopo che un altro incidente domestico che vede coinvolto un bambino potrebbe corrispondere al primo per caratteristiche peculiari.
Da questo punto in poi la narrazione è abbastanza confusa: vengono introdotti diversi personaggi di cui non viene specificato il ruolo e le indagini sembrano procedere a tentoni piuttosto che secondo un ragionevole filo logico. Fin da subito la serie sembra essere abbastanza forzata nelle meccaniche, nella costruzione e nei colpi di scena, e ciò si ripercuote sulla capacità del prodotto di coinvolgere ed invogliare lo spettatore alla visione del prosieguo. I motivi che più mi hanno allontanato dal commento di questa serie sono diversi: l’eccessiva somiglianza con diversi episodi del capostipite delle serie mystery X-Files, la confusione generale e il finale in cui ci viene mostrato un tuono che cadendo a terra ha generato una struttura luminescente nella quale è rimasto incastrato l'aereo sul quale viaggiava un personaggio chiave. Mi è passato davanti agli occhi lo spettro di Wayward Pines, e nessuno vuole un WP-bis, vero? Serie che tutto sommato sembra studiata bene nel posizionamento dei colpi di scena strategici, ma che non si discosta abbastanza dai soliti canoni, da ciò che abbiamo già visto. Stavolta hanno introdotto la componente bimbi, ma la sostanza rimane la stessa. Magari un giorno la recupererò, ma non oggi.


Texas Rising
Miniserie coprodotta da History Channel. Già questo dovrebbe suggerirvi la qualità, il tema, il modo e gli intenti della serie. Le avventure narrate si svolgono in Texas, più precisamente nei pressi di Alamo, nel 1836, anno in cui gli indipendentisti texani decisero di seguire le orme degli statunitensi che anni prima si erano ribellati ai governi europei per costituire lo stato dell’aquila calva. Vengono quindi presentate varie fazioni in continua lotta armata tra loro: i Messicani guidati da Santa Rosa che tentano di mantenere il controllo sulle terre contese, i nativi Americani minacciati da ogni fronte e armati solo di asce e frecce e gli indipendentisti di cui sopra.
Il primo elemento che salta all’occhio è indubbiamente la cifra stilistica del prodotto. La fotografia in particolar modo dimostra la mano attenta dei produttori di casa History che hanno voluto riprodurre la polvere, la sporcizia e le atmosfere aride del texas negli anni precedenti alla famosa età d’oro. Sembra quasi che venga interposta una densa coltre di polvere giallastra tra gli interpreti e la macchina da presa in ogni scena. Anche la regia si conferma all’altezza della produzione riuscendo a cogliere sempre al meglio le emozioni degli attori. Tra questi inoltre spiccano Ray Liotta, Brendan Fraser e Bill Paxton. Tutto di alto livello, direte voi. Nessun motivo per non scegliarla come serie da commentare, direte voi. E invece no. L’enorme problema di Texas Rising è che non si capisce nulla. Non si capisce chi è chi, chi sta con chi, di chi stanno parlando, chi vuole cosa e dove si svolgono gli eventi. Io, personalissimamente, non ho capito nulla di tutta la prima puntata. Chi è Ray Liotta? Cosa fa? Alamo è stata bruciata? Perché gli Indiani attaccano i gruppi indipendentisti che evidentemente non sono i reali responsabili delle loro misere condizioni di vita? Chi è quel tizio con la barba e la compagna afroamericana? Mi sento alquanto stupido. Non sempre la veridicità storica si sposa alla perfezione con la narrazione romanzata. Come commentare una serie di cui non si capiscono i capisaldi della trama? Provateci voi.


The Brink
Senza dubbio la migliore tra le tre finora analizzate. Secondo me, l’unico modo di fare comicità intelligente su temi scottanti d’attuali quali droni, ISIS, terrorismo e conflitti internazionali. The Brink, letteralmente il confine, il margine o il limite estremo, narra delle fantasiose disavventure di un gruppo di personaggi molto sopra le righe alle prese con una crisi geopolitica successiva alle tensioni tra USA e Pakistan. Ciò che salta subito all’occhio è il tono scanzonato e dissacrante che contraddistingue sia i singoli personaggi che le situazioni critiche in cui questi si trovano.
Tra gli interpreti principali spicca sicuramente un brizzolato Tim Robbins, eroe per caso della redenzione di Shawshank, in forma strepitosa e perfetto per il segretario di stato per gli affari esteri Larson. Cinico, amorale, alcolizzato, democratico, pacifista, esilarante e molto intelligente a dispetto dei precedenti aggettivi. Davvero un personaggio tridimensionale. Al suo fianco emerge anche un fastidioso Jack Black (o Black Jack, se vi piacciono i giochi di carte) nei panni dell’agente Talbot, sottoposto di poco conto nell’ambasciata americana. Tale agente si ritroverà invischiato in qualcosa di molto più grande di lui e dovrà cercare di sopravvivere ad un sequestro ordito dal sedicente presidente eletto del Pakistan. Oltre a loro la storia coinvolgerà anche un pilota divorziato dipendente da morfina e un autista locale agli ordini della CIA.
Una serie esilarante, fresca, nuova, ben scritta, ben girata e meravigliosamente recitata. Tutto perfetto, una miniserie che rimarrà come metro di paragone nel settore specifico per diverso tempo. Cosa non ha funzionato allora? Il format, la struttura e le tempistiche. La comedy è difficile da commentare e creare una serialità su un prodotto che non fonda sulla trama e sulla suspance il proprio successo sarebbe un’utopia. Da non perdere, ma non adatta alle mie rubriche. Recuperatela, subito.


Detto questo la situazione di partenza rimane immutata. Continuo a non avere una serie da commentare in questi giorni dell’estate che volge al termine. Sono ben accetti i consigli dunque. Conoscete una miniserie o la prima stagione di una serie che verrà messa in onda a breve e che potrebbe rientrare nei taciti canoni che avrete sicuramente individuato leggente questo articolo? Ditelo con un commento, confido in voi. Ogni suggerimento è ben accetto. Speriamo che questo momento di pausa seriale non si prolunghi più del dovuto. A presto, si spera.