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martedì 25 agosto 2015

LIGABUE QUANDO NON CANTA

Luciano Ligabue, nato a Correggio, in Emilia, nel 1960. Professione? Cantante, ma non solo, perché tra la fine degli anni ’90 e i primi Duemila l’artista ha firmato anche due lungometraggi passati in sordina ma colmi di spunti interessanti da approfondire. I film in questione sono Radiofreccia del 1998 e Da Zero a Dieci, uscito nelle sale quattro anni più tardi e presentato fuori concorso al festival di Cannes. Anche se ambientati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, i due film nascondono un sottile collegamento: il protagonista di Radiofreccia è  infatti Ivan Benassi, fratello maggiore di Giovanni Benassi, fulcro della seconda opera; ma ciò poco conta, perché, a parte un'evidente e malinconica citazione iniziale, i due prodotti esplorano aree dell’immenso animo umano totalmente opposte e legate a momenti di vita, sogni, aspirazioni e debolezze diverse.


Prima di addentrarci nella profonda psiche del Rocker di Correggio, consiglio la visione di “Ligastory - Aspettando Campovolo - Parte Prima” che indaga i primi passi nel mondo della musica per l’artista emiliano e restituisce una visione a tutto tondo della giovinezza in provincia negli anni ’70, tema centrale del primo film. Interessante anche il docufilm di Piergiorgio Gay “Niente Paura” che invece mostra dei connotati più generali, politici, nazionali e attuali dell’artista.
Freccia è un ragazzo di Correggio che passa le sue giornate tra un lavoro in fabbrica che non lo realizza affatto e la compagnia dei soliti amici, quelli del Bar di Adolfo (un grande Guccini all’acido muriatico). Sembra che la vita vada in una certa direzione e che le delusioni e i rammarichi siano costretti solo ad accumularsi su una schiena già piegata dal tempo e dagli stenti, quando entra in gioco l’eroina. In punta di piedi. Entra ma non la si vede, si intuisce qualcosa o quasi tutto, ma ciò che viene mostrato è solo l’effetto che ha sul protagonista quando questi non ne fa uso da troppo ed è costretto a tradire, rubare per procurarsi una dose. Ma il film non è solo questo: l’altro tema centrale, come suggerito dal titolo, è quello della nascita delle radio libere in Italia, nello specifico Radio Raptus, poi Radio Raptus International e infine Radiofreccia in onore alla figura del giovane e scapestrato Ivan. In realtà lo scopo di Luciano era quello di indagare la mente di un gruppo di giovani ricchi di spirito ma oppressi dalla realtà rurale e dalla società bigotta e conformista dell’epoca. Ragazzi che hanno la loro da dire al mondo, ma, purtroppo o per fortuna, la loro non corrisponde a ciò che il mondo vorrebbe che fosse, e allora non rimane che rifugiarsi nelle radio, simbolo universale di libertà e freschezza, allora non rimane che sfogarsi, essere se stessi  e continuare a vivere nonostante il mondo. Emblematico e indimenticabile il monologo di Freccia in cui cerca di mettere in circolo il suo pensiero. Forse non è in grado di credere in ciò in cui gli dicono di credere, ma comunque Crede. Ligabue era un ragazzo ribelle e disilluso negli anni ’70 e lui stesso ha vissuto in prima persona il fenomeno delle radio, lui stesso ha tentato di scappare da un paesino di ventimila abitanti (che poi è come scappare da se stessi). Tutto ciò che vediamo in questo lungometraggio è la trasposizione dell’analisi più matura di un uomo che guarda nostalgicamente e capisce l’importanza di quel periodo per la formazione di un uomo e vuole esprimere questo pensiero attraverso le musiche degli Who e una storia di trasgressione e morte.


Da Zero a Dieci invece si apre vent’anni dopo con una fantastica sequenza incentrata sui voti della vita sulle note di Baba O’Riley. I voti sono infatti il tema centrale dell’opera, o meglio l’emblema della crisi di una generazione che non si riconosce più nei giovani, ma non ha ancora ceduto il passo alla maturità, quella degli ultratrentenni, giovani dentro ma non per le mode, non per gli altri, solo dei consumatori meno interessanti. Quattro amici decidono quindi di concludere un week end a Rimini dopo due decenni e, per fare ciò, contattano le ragazze che all’epoca avevano conosciuto sulla riviera romagnola e si affidano ai bizzarri non-compleanni di Libero, frustrato e in dialisi, ma ancora in transito. Il film però nasconde un doppio fondo abbastanza evidente: Ligabue ha infatti cercato di unire alle tematiche generazionali la strage di Bologna dell' 80’, onestamente con fortune alterne. In alcuni frangenti sembra poterci stare l’aspetto storico e socialmente impegnato, in altri stona terribilmente.


Due prodotti quindi molto complessi a dispetto di un facciata semplice e popolare, in scia con il pop-rock dell’artista emiliano. I film in sé peccano non poco dal punto di vista della scrittura e della realizzazione tecnica. Troppo frequentemente si sente la mano di un regista che non nasce regista e, se prese dal verso sbagliato, le due opere potrebbero sembrare un’accozzaglia di luoghi comuni, battute surreali e personaggi sopra le righe. A volte sembra che entrambi siano più delle raccolte di racconti, aneddoti particolari e simbolicamente importanti narrati su pellicola. In questo si nota la pecca nella scrittura dei personaggi da parte del regista. Altro punto a sfavore delle due pellicole è la totale assenza di personaggi femminili degni di nota. In Radiofreccia questi mancano totalmente, mentre in Da Zero a Dieci dovrebbero rappresentare la controparte dei protagonisti maschili, ma alla lunga mostrano delle lacune enormi e vengono relegate a semplici fantocci, comparse utili all’espressione di problematiche più grandi legate al genere umano in generale.  A tratti, per il pesante simbolismo usato,i due film del Rocker di Correggio, con le dovute proporzioni del caso, si avvicinano a quelli del premio oscar Paolo Sorrentino. Perché allora preferire Ligabue al genio napoletano? Premettendo di anteporre su tutta la linea i film del regista di Gomorra (o forse no, eh Boris?), anche le opere del Lucianone nazionale meritano un’attenta visione, poiché rappresentano la semplicità nella complessità. Sono opere cariche di messaggi, situazioni e citazioni prese dalla cultura popolare media italiana. Tutti possono riconoscersi nei dubbi esistenziali di Giove o nei “Perché no” di Freccia, due personaggi vicini a noi, semplici, comuni. Sicuramente meno complessi, complessati e altezzosi di Jep Gambardella (che ho comunque amato). Due film per tutti o per nessuno, dipende dalla capacità dello spettatore di scavare a fondo nell’uso di metafore semplici e quotidiane appartenenti alla ruralità italiana.



La vera chiave di lettura è quindi lo stesso Ligabue, o meglio come egli vede e ha vissuto determinati momenti cruciali della vita di un uomo. Per comprendere a fondo i messaggi di due opere nate dal cuore sincero di un acuto osservatore della realtà, bisogna immedesimarsi nella figura del cantante e pensare che in ogni film egli c’è ma non c’è. Egli non è fisicamente presente in scena (camei esclusi), ma tutte le immagini, le sensazioni, le parole, le opinioni sono filtrate dalla sua mente e dal suo bagaglio culturale. Un uomo che da sempre si interroga e ci interroga sul senso di smarrimento dell’uomo di fronte ad una società e ad una vita che non lo rispecchiano. Solo l’uomo e la vita. Semplice ma complesso. Anticonformista o forse solo sincero. Riguardando i due film dopo aver approfondito la figura dell’artista mi accorgo di quanto lui quel viaggio a Rimini l’abbia fatto, di quanto le radio libere le abbia viste nascere, crescere e morire, di quanto abbia sentito la strage di Bologna e di quanto si distacchi dal mondo del successo che lo sfiora da sempre ma non lo prende mai. Lui c’era e c’è sempre stato. Sempre dalla parte di chi non giudica la vita degli atri, dalla parte di chi non si sente appartenere a nessun gruppo, di chi è stanco dei voti, dei commenti, di chi sposa Ilaria, di chi non vive di etichette ma non vince quasi mai. Di chi Crede, chi crede che non sia tutto qua, però, prima di credere in qualcos’altro, bisogna fare i conti con quello che c’è qua e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio, ma intanto buona vita soci.

domenica 16 agosto 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 10-16 AGOSTO


FILM: Babadook (2015)
Con un minimo di ritardo anche io ho recuperato il film horror di cui molti hanno discusso nelle ultime settimane. Babadook si rifà ad un horror più vicino al filone orientale dei primi anni 2000, distaccandosi così dai vari mockumentary post Rec e dai film legati a terrificanti presenze demoniache che fanno scricchiolare le porte di legno massello alle 3:24 di notte. Brividi. Questo aspetto della pellicola andrebbe elogiato, ma non è tutto oro quello che luccica e il film mostra diverse lacune in quasi due ore. Tralasciando la deficitaria caratterizzazione dei personaggi secondari, non si capisce come il libro abbia scelto proprio quella famiglia come vittima, non si capisce perché ci abbia messo così tanto ad agire, non si capisce perché la protagonista non abbia deciso di scappare dopo aver compreso la gravità della situazione, non si capisce come abbiano fatto le grida della donna a fermare il mostro ma soprattutto perché Babadook si è ridotto a fare da animale domestico per la famigliola felice? Solito problema degli horror moderni che credono di riempire i buchi di trama con la paura, quello che ancora si ostinano a chiamare horror. Poi il film fa paura e intrattiene senza molte pause, allora non lo si può recensire negativamente; almeno non completamente. VOTO: 7


FILM: Shaun - Vita Da Pecora (2015)
Lo studio Aardman colpisce ancora, sulla scia dei capolavori Galline in Fuga e Wallace e Gromit (Oscar come miglior film d’animazione). In occasione della chiusura della serie tv dedicata al personaggio muto di Shaun, la pecora, Park ha deciso di realizzare un lungometraggio dedicato alle avventure degli antropomorfi animali da cortile. In sostanza si tratta di una maxipuntata che vede le pecore, stanche della routine della fattoria, decise ad appropriarsi dell’abitazione del fattore. Questa la banale premessa per una serie esilarante di gag al limite del ridicolo, ma talvolta anche molto intelligenti, che vi terranno incollati allo schermo. Comparto tecnico invece da rivedere; indietro rispetto agli ultimi lavori. Indicato ad un pubblico più infantile, o a coloro che non guardano la propria carta d’identità prima di entrare in sala. VOTO: 7.5


FILM: Niente Paura (2010)
Documentario di Piergiorgio Gay che cerca di ricostruire un immagine complessiva del momento storico attuale del nostro paese malato e bistrattato. Le testimonianze, da quelle dei presunti vip o tali a quelle della gente comune, riescono sempre ad aggiungere qualcosa, una sfumatura al quadro complessivo. Il tutto sulle note leggere dei maggiori successi del Rocker di Correggio (di cui parleremo molto meglio a settembre). Qualitativamente il prodotto dimostra di essere all’altezza delle aspettative e dell’importanza dei temi trattati, ma la grande pecca del film sta nella confusione. Troppi i temi trattati e frettolosi i passaggi da un topic all’altro. La costruzione della linea generale del documentario, in questo senso, poteva essere curata molto meglio. Si rischia che temi fondamentali della storia italiana, come il comunismo di Berlinguer, vengano mescolati ad altri relativamente più futili e quindi di perdere importanza. Buone intenzioni, risultato complessivo da rivedere. VOTO: 6.5


FILM: Fury (2014)
Di questo film abbiamo già ampiamente parlato nella consueta rubrica del giovedì, ma, dopo averlo finalmente visto al cinema, ho pensato di aggiungere il mio modesto parere a quanto già detto dal sommo Antonio. Fury è un film dai due volti: la prima metà del film tenta e riesce a fornire uno spaccato sincero e crudo della guerra vissuta da coloro che vivono giornalmente a contatto con la morte, ovvero i soldati. Ci vengono presentati i membri storici del tank Fury e poi viene introdotto il protagonista, un giovane Percy Jackson capitato lì per caso. Quest’ultimo personaggio in realtà viene presentato più come elemento in cui lo spettatore possa identificarsi e come escamotage cinematografico per proporre semplificate alcune meccaniche consuete del campo di battaglia. I messaggi lanciati in questa prima fase sono molto profondi e interessanti. Spara o muori. Realismo, qualità visiva e qualche elemento tarantiniano riescono a rendere il tutto perfetto. Poi arriva una mina e il carro armato viene messo fuori uso. Insieme ad esso viene messo fuori uso anche il realismo: i protagonisti si ritrovano a dover fronteggiare da soli trecento soldati tedeschi. Non scappano, non cedono, il cielo diventa nero e riescono ad abbatterne centinaia. Si perde così la funzione critica della pellicola in favore dell’intrattenimento, dell’eroismo, dei valori patriottici. Si vira decisamente vero toni più consoni a vuote americanate moderne. Anche l’evoluzione del protagonista risulta forzata e irreale. Peccato. Per quanto riguarda il livello tecnico e la recitazione invece il tutto è eccellente e impeccabile. Aldo Raine sembra sempre più a suo agio; sorpresa LaBeouf. Peccato per le pistole laser di Star Wars, si poteva fare meglio. Il voto finale è la media tra il dieci della prima parte e il sette della seconda. VOTO: 8.5