domenica 5 luglio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 29 GIUGNO - 5 LUGLIO


ALBUM: Déjà Vu (2015)
Ok, lo ammetto: questo non si direbbe proprio il mio genere, ma, dopo la collaborazione con i Daft Punk in Random Access Memories, ero assai curioso di scoprire il ritorno sulle scene del maestro dell’elettronica, l’italianissimo (si fa per dire) Giorgio Moroder. Le aspettative erano discretamente alte visti i premi Oscar vinti dall’artista tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta e considerando anche la qualità del brano "Giorgio by Moroder", ma ciò che mi sono trovato davanti è un nuovo album di David Guetta senza David Guetta. Kylie Minogue e Britney Spears, Sia e Charli XCX. No, decisamente non è ciò che mi aspettassi. Tutto sommato l’album può essere anche godibile in alcune sue parti; i singoli "Déjà Vu" e "74 is the new 24" fanno la loro parte, se ascoltati senza grandi pretese musicali, ma nel complesso ci troviamo di fronte al tentativo di un anziano signore (perché 74 is not the new 24) di rimanere al passo coi tempi e di riformare la sua musica per renderla paragonabile ai vari Guetta, Alesso, Hardwell e via dicendo. Manca l’originalità, manca il vero Moroder, perché Moroder non è i Daft Punk, o forse non lo è più. VOTO: 6



ALBUM: Portraits (2015)
Come scelgo gli album da ascoltare, dite? Beh semplice: vado su Deezer e faccio finta di capirne di musica. Mi atteggio. Penso “Ah, bravini i Maribou State; devo averli ascoltati nella mia precedente vita”, e poi finisco a guardare le copertine e a scegliere in base alla bellezza. Ecco come ho scoperto gli Everything Everything (e che scoperta). Le copertine hanno sempre ragione.
Questa volta mi è andata meno bene dell’ultima, ma partiamo dall’inizio. L’album si apre con "Home", brano quasi unicamente strumentale che si avvicina molto al genere ambient. Si passa poi a "The Clown", brano più pop, più movimentato e più accattivante. Se dovessi giudicare il prodotto dall’incipit il mio voto sarebbe decisamente positivo, ma purtroppo l’album continua. Una serie di brani poco ispirati e talvolta vuoti e ripetitivi abbassano pesantemente il livello dell’opera. L’ambient iniziale lascia posto ad un’elettronica già sentita troppe volte. Negli ultimi due pezzi invece il gruppo di origini ignote (cercate pure se volete, tanto non troverete) rallenta il ritmo e si riprende trovando nuovamente melodie interessanti e arrangiamenti fini. Vi consigli di chiudere gli occhi e di lasciarvi trasportare dalle note di "Varkala"; qualcosa di antico, di primordiale. VOTO: 6.5



ALBUM: Beneath the Skin (2015)
Ho adorato il primo album degli Of Monster and Men, pur riconoscendo chiaramente dei limiti. Con il primo lavoro erano riusciti a ridare vita ad una tradizione nordica folk che troppo spesso viene relegata a musica di livello inferiore per non rubare spazio ai colossi Statunitensi e Inglesi. Troppo spesso sottovalutiamo la musica del vecchio continente e osanniamo quella che le radio ci dicono di ascoltare, ma in questo senso My Head is an Animal ha rappresentato una svolta interessante. L’irruzione non programmata della musica islandese nel panorama pop mondiale. E veniamo quindi al secondo lavoro. Da dove cominciare? Musicalmente parlando il livello medio dell’album è discreto, senza alti né bassi, ma il vero problema è la scrittura della canzoni. Undici interminabili brani, tutti lenti, tutti monotoni, tutti uguali. Ciò che manca a Beneath the Skin è la creatività, l’inventiva che aveva stupito nel primo album. Melodie sempre uguali e cambi di ritmo prevedibili minuti prima che accadono. Un ora di noia. VOTO: 5



FILM: Videocracy - Basta Apparire (2009)
Dopo aver letto su internet del fenomeno mediatico del 2009, mi sono deciso a recuperare questo documentario di denuncia prodotto in Svezia ma riguardante una realtà marcia tutta nostrana. Il tema centrale della pellicola è (o dovrebbe essere) infatti “l’influenza della Televisione del Presidente sulla popolazione italiana media”; dovrebbe perché in realtà il film si ferma prima e sostanzialmente risulta essere una lunga e ripetitiva introduzione al tema centrale e scottante promesso nel titolo e nei trailer distribuiti. Qualche spunto degno di nota c’è, ad esempio le interviste a Corona o al camerata Mora, ma per il resto si tratta di immagini di dominio pubblico montate discretamente e rallentate per poter occupare l’intera durata degli interminabili intermezzi tra le parti parlate. La voce narrante poi è lenta, priva di phatos e alla lunga soporifera, decisamente un interprete non all’altezza.
Il tema in sé però si salva: ciò che Berlusconi ha fatto con la televisione (pubblica e di stato) è un atto deplorevole e criminoso che purtroppo ha colpito molte famiglie tuttora ignare di essere state vittime della decadenza dei costumi voluta dal Presidente e dai suoi soci in Fininvest. Non voglio dire che la pochezza culturale del paese oggi è dovuta solo ed unicamente alla televisione di Silvio, ma questa ha sicuramente aiutato ad accettare tacitamente l’evoluzione della figura dell’italiano medio da mediamente acculturato e informato a ignorate d’alta scuola. Nel 2015 purtroppo chi legge un buon libro è considerato diverso e chi vive “ignorando” è stimato e invidiato. Comunque, tornando al documentario, niente più di un occasione sprecata. VOTO: 5.5

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