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lunedì 10 aprile 2017

ADDIO! ADDIO! THE KNICK, ADDIO!

La terza stagione sarà fondamentale per riuscire a dare un giudizio complessivo e definitivo sull’intera opera. Dalla terza si capirà se siamo di fronte ad un Dr House migliorato in molti suoi aspetti o ad una serie similstorica che andrà meramente a sfociare in questioni di gossip e relazioni pericolose. Una sorta di Beautiful moderno. Ma io propendo decisamente per la prima ipotesi.”



Si chiudeva così la fortunata serie di commenti ospitata su questo blog ormai più di un anno fa. Il Knickerboker era caduto, il nuovo ospedale andato in fiamme, Thack deceduto dopo il delirio di onnipotenza. Le singole trame aveva raggiunto picchi di pathos in coincidenza con i momenti peggiori dei personaggi. Steven Soderbergh si era superato nella direzione di una serie sempre più a conduzione personale, regalando il suo vero capolavoro nell’ambito televisivo e non solo. Eppure lo scorso 23 marzo i capoccia di Cinemax hanno annunciato di aver deciso per la chiusura della serie alla seconda meravigliosa stagione. La motivazione, quanto mai banale e infantile, sarebbe quella di tornare a produrre serie incentrate sull’action più classico, in linea con il palinsesto storico della rete. Non è bastato l’enorme successo di pubblico e critica a far ricredere chi di dovere sulle possibilità di una serie differente, di qualità.

Il delirio di onnipotenza

E quindi noi fan ci ritroviamo con un pugno di mosche verdi fritte alla fermata della carrozza più pazza del mondo. Riguardando l’ultimo episodio è evidente che gli sceneggiatori, e quindi lo stesso Soderbergh,non avessero certezze sugli sviluppi della produzione al punto da optare per un finale aperto, ma anche chiuso. Le sottotrame sviluppate nel corso di due stagioni entusiasmanti raggiungono una sorta di fase di stallo che all’occorrenza può essere letta in chiave futura o come definitiva conclusione dai lineamenti indefiniti. La stessa morte-non-morte di Thackery è emblematica dell’ambivalenza della resa dei conti. Ma a ben vedere sarebbero state molto più convincenti e fondate le motivazioni di un prosieguo nella narrazione di un luogo e di un tempo, più che di una serie di eventi legati ai personaggi. The Knick è sempre stato Thack, ma è anche stato il Knick, l’ospedale: lo sviluppo delle nuove tecniche mediche, l’evoluzione della città di New York di inizio secolo, l’epopea della costruzione del nuovo ospedale. Il collante è sempre stato il Knick e ciò avrebbe reso possibile un’espansione smisurata delle possibilità di sceneggiatura.
Dietro l’amarezza di un altro progetto promettente naufragato nel mare della mediocrità della domanda, restano due stagioni di livello assoluto, al pari degli show più osannati degli ultimi anni. La caduta negli inferi del medico più promettente della New York di inizio secolo , collegata alle vicende di tutti i personaggi secondari, restituisce un affresco storico realistico, bilanciato e oltremodo curato in ogni minimo dettaglio. Complesso narrativo che, unito all’arrogante creatività di Steven Soderbergh - improvvisatosi anche macchinista per la serie sua diletta -, si traduce in un piccolo gioiello che tutti dovrebbero avere la possibilità di ammirare, anche solo per pochissimo tempo, il soffio di vento di venti puntate.

#addio

Non posso che consigliarvi spassionatamente il recupero immediato delle prime due stagioni, che si concluderanno con un mezzo finale, ma che sapranno intrattenervi come poche serie tv sono state in grado di fare. E quando sentirete l’opening elettronica di Cliff Martinez, pensate a me. Sedotto e abbandonato nell’attesa di una terza stagione, che doveva essere la consacrazione definitiva, ma che non sarà mai.

URGE PETIZIONE!!1!

domenica 24 luglio 2016

STRANGER THINGS - COSA ASPETTARSI DALLA SECONDA STAGIONE?

Nell’ultimo commento agli episodi conclusivi della prima stagione avevo posto l’attenzione sugli ultimi dieci minuti dell’ottavo capitolo in cui, in maniera a dire il vero un po’ raffazzonata, gli sceneggiatori hanno tentato di inserire una serie di elementi di continuità interrotta che potessero dare un senso ad una seconda stagione e che generassero un sentimento d’attesa nel pubblico. In questo articolo, dopo aver sviscerato gli elementi significativi del finale, fino alla scena della scomparsa di El, vorrei focalizzarmi sulla preparazione della seconda stagione, ipotizzando ciò che potrebbe essere dei nostri ragazzini preferiti.


Innanzi tutto la gestione della logicità temporale: riguardando l’ultimo episodio mi sono accorto del particolare montaggio di un paio di scene in successione. Se volessimo prendere in un tempo continuato, caratterizzato dalla successione naturale, le scene che ci vengono mostrate, avremmo l’azione telecinetica ultima di El antecedente al ritrovamento di Will nell’Upside down. In seguito a questo evento, veniamo direttamente trasportati all’istante in cui i genitori riabbracciano i figli scappati e Will si ritrova in ospedale con la madre e il fratello. Dobbiamo quindi presupporre che Hop, Joyce e Will siano usciti dall’Upside down attraverso un portale soltanto dopo la scomparsa di El, la quale non avrebbe definitivamente chiuso i collegamenti fisici tra le due dimensioni, ma soltanto scacciato e probabilmente ucciso il mostro che minacciava i protagonisti. Per cui, nella seconda stagione, i legami con l’alta dimensione sarebbero ancora presenti e significativi, al di là della presenza dei mostri (o del mostro) che prima popolavano il bosco negativo. Una scelta complessa, quella di voler mantenere in piedi l’elemento giustificatore del filone narrativo della prima stagione in questo modo, senza dare spiegazioni chiare, ma lasciando degli indizi nel montaggio delle scene.


Dopo la fantastica scena in cui i ragazzini si ritrovano finalmente attorno al letto d’ospedale di Will per raccontare all’amico scomparso i fantastici eventi occorsi in sua assenza, la telecamera si sposta su Hopper, incamminatosi presumibilmente sulla via di casa. Lo sceriffo viene fermato da due uomini in nero che riportano inevitabilmente il pensiero ad un’organizzazione statele, come quella del dottor Brenner. Questi uomini lo invitano a salire in macchina con loro e l’azione si sposta ad un mese dagli eventi correnti. Per capire questa scena, anche noi ci spostiamo in avanti nel tempo per vedere Hopper lasciare delle provviste e dei pancakes in una scatola di legno fissata nel bosco, probabilmente lo stesso bosco che era stato cornice degli eventi del mese precedente. I pancakes ci ricordano volontariamente una delle ossessioni di El, facendoci intendere che la ragazzina sia ancora viva e che si aggiri per il bosco. A questo punto possiamo dedurre che gli uomini in nero avrebbero assegnato a Hopper il compito di vegliare su El, lasciandola allo stato brado nella boscaglia, ma perché tutto ciò? Sorvolando sulla questione della scomparsa di El, evento che, in una serie incentrata sul paranormale, può trovare spiegazioni altre che noi non riusciremmo mai ad immaginare prima di averle viste sullo schermo, perché lasciare che una bambina, seppur dotata di poteri sovrannaturali, passi un rigido inverno dell’Indiana sola nel bosco, quando, attraverso le ricerche di Hopper e Joyce, siamo venuti a conoscenza dell’esistenza della madre di El e soprattutto della zia, decisamente più adatta ad occuparsene? Probabilmente devono esserci dei motivi per trattenere la ragazzina in zona, nello stesso luogo in cui i portali si sono aperti per la prima volta e non sono mai stati richiusi. Riflettendo sulla questione ho ipotizzato che El possa essere la chiave attraverso cui l’organizzazione statale riesca a tenere a freno le incursioni di esseri dall’altra dimensione, una sorta di tappo tra i due mondi, ma per fare ciò è necessaria la sua presenza nella zona esatta della comparsa del primo portale. L’isolamento invece potrebbe essere una scelta della ragazzina stessa, probabilmente intimorita dai suoi stessi poteri, manifestatisi nel momento della scomparsa, durante l’attacco del mostro, e per questo intenzionata a preservare l’incolumità dei suoi giovani amici e delle loro famiglie tentando di vegliare su di loro senza davvero intrattenere dei rapporti diretti con la civiltà locale.


Presa per plausibile questa teoria, ci troveremmo in una situazione di stallo abbastanza delineata, la quale potrebbe essere rotta solamente da un evento improvviso e inaspettato, un’incursione dell’altra dimensione attraverso un canale secondario e imprevisto. Per cercare di spiegare anche quest’ultimo elemento, ci viene in aiuto la sequenza finale dell'ultimo episodio, in cui vediamo la famiglia Byers riunita per celebrare il Natale. In questa circostanza, l’equilibrio venutosi a creare nelle scene ambientate un mese dopo la resa dei conti si rompe inesorabilmente nel momento in cui Will, assentatosi momentaneamente dalla cena, sputa una sorta di tentacolo che ricorda molta da vicino quello attraverso cui era stato intubato nell’Upside down, prima che Joyce e Hopper lo trovassero. Questo significa che qualcosa, di quella vegetazione viva, è ancora dentro di lui e, anche se al momento non lo condiziona nella quotidianità, potrebbe farlo in futuro. Interessante è anche la scena in cui, per qualche attimo, Will rivede le pareti del suo bagno come se si trovasse all’intero dell’altra dimensione. Questo particolare si ricollega alla necessità, espressa poc'anzi, di avere un elemento di rottura nell’equilibrio delle dimensioni, qualcosa che rompa gli schemi che avevamo ormai imparato a conoscere nel corso della prima stagione. Non so se questa presenza nel corpo di Will si rivelerà un principio di trasformazione, se faranno di lui un prototipo del mostro ma certo è che sarà il suo personaggio a portare la serie ad una seconda stagione, aggiungendo il mistero e riallacciando i rapporti tra i nostri piccoli eroi e l’Upside down. In ogni caso questo trapianto all’interno del corpo del ragazzino rapito potrebbe spiegare perché il mostro abbia scelto di non uccidere subito Will, ma di risparmiarlo, a differenza di Barb. Un interrogativo che ci trasciniamo da qualche tempo.

Stranger Things, una serie conclusa in maniera frettolosa, che potrebbe in realtà mostrare un potenziale di mistero ancora inespresso, tra nuovi portali, nuovi mostri e vecchi meravigliosi protagonisti.

venerdì 4 settembre 2015

DO YOU BELIEVE IN DESTINY?

A volte ci si trova in circostanze particolari nelle quali non si può fare a meno di pensare al destino, al fato. A volte un (di)segno divino sembra l’unica spiegazione a coincidenze astrali che hanno dell’impossibile. Se ci mettessimo a riflettere un attimo su ciò che siamo e che abbiamo, tutte le cause della nostra vita potrebbero essere ricondotte a sfumature lievi e impercettibili. Una sfera che viene appena sfiorata da Aldo sulla cima di un piano inclinato. Un battito d’ali di una farfalla. Quel momento della nostra vita in cui un’ammissione di responsabilità anziché la solita rinuncia avrebbe portato la nostra intera esistenza a virare bruscamente verso altri lidi, nuovi lidi, mete e orizzonti. A volte quindi, guardando da lontano, tutto ciò che possiamo fare è sentirci piccoli. È pensare che esista qualcosa fuori di noi che regoli perfettamente gli incastri del tempo. Un’entità che compone quel puzzle limando alla perfezione tutti gli spigoli usciti imperfetti dalla nostra fabbrica. Quell’entità che chiamiamo Destino.


È questo il tema portante di How I Met Your Mother, la serie comedy per eccellenza. Il nuovo Friends; la sitcom degli anni 2000. Tutte etichette di cui abbiamo sentito abusare per anni e che ancora oggi aleggiano nelle conversazioni di chi, come me, si è lasciato coinvolgere appieno da Ted Mosby nella sua ricerca di vita. La donna e la felicità. Per quei pochi che non la conoscessero, HIMYM tratta di un ventisettenne aspirante architetto che passa le sue serate tra la compagnia degli amici al McLaren, la ricerca di una ragazza e la speranza di un futuro migliore, magari mettendo in pratica insegnamenti di anni di studi. Dopo un paio di stagioni passate più in sordina e decisamente più leggere, il personaggio di Ted,interpretato da un più che mai convincente Josh Radnor, subisce un’evoluzione successiva alle peripezie che la vita lo costringe ad affrontare. Egli comincia gradualmente a credere nelle coincidenze che hanno segnato alcuni suoi momenti e si accorge di quanto queste abbiano poi spalancato le porte a nuove esperienze. Comincia a credere nell’esistenza di un’unica anima gemella e si decide ad impiegare tutte le sue forze nella spasmodica ricerca di questa. Da “quella giusta” all’ “anima gemella”: ecco l’evoluzione embrionale del protagonista. Dapprima impegnato nel trovare le affinità, i dettagli, il benessere. Poi ossessionato dall’insieme, da quella persona che possa rappresentare per lui sempre fonte di nuova ispirazione, nuova linfa, vita. Una, forse nessuna. Unica.


Ma torniamo a noi, al destino. Ogni storia d’amore del giovane Ted è segnata profondamente dal caso e dalle coincidenze: dal corno blu ai cellulari identici, dalle promozioni di Robin e di Victoria all’identità del chirurgo contattato per rimuovere il tatuaggio a farfalla, dai tentativi di sabotaggio di Lily all’irrefrenabile vizio di cercare la gente su internet prima di averla conosciuta. Tutto è all’apparenza futile e insignificante, ma tutto peserà oltremodo sulle scelte future e sulle occasioni di vita del protagonista. Ma la più grande coincidenza mai congeniata e riportata sul piccolo schermo è l’intera storia della madre. L’amorevole e dolce ragazza con l’ombrello giallo. Tanti piccoli dettagli che legano i due personaggi fin dalle prime stagioni; una corsa continua e instancabile per inseguire quella donna che ci viene presentata solo nell’ultima scena dell’ottava stagione. Otto stagioni, otto anni. Una costruzione minuziosa e certosina dei creatori che hanno dato vita ad una trama e ad un personaggio centrale nella narrazione senza che questo fosse effettivamente presente sulla scena. La madre è qualcosa che esula dalla normale scrittura americana dei personaggi delle sitcom e delle serie in generale. La madre è contemporaneamente soggetto e oggetto: è personaggio che vive cresce e cambia nell’ombra ma è anche fine ultimo delle ricerche che spingono avanti la serie per nove lunghe stagioni. È la conferma della teoria sul destino. Senza la figura della madre cadrebbe ogni cosa, la serie si sbriciolerebbe come un castello di sabbia in un uragano. La madre è la giustificazione di nove anni di indizi, strade sbagliate prese con molto raziocinio ed altre esatte prese solo grazie al caso, anni di coincidenze e porte mai chiuse, anni di crescita e di attesa. Aspettando che tutto questo caos prenda forma, che tutto abbia un senso.


Quante erano all’inizio e quante sono state nel corso della serie le possibilità di Ted di incontrare la ragazza con l’ombrello giallo? Nessuna o infinite? A voi la scelta. Credete che ogni dettaglio di ogni singola giornata vuota della nostra vita rappresenti l’occasione da cogliere, il momento in cui diventiamo protagonisti o pensate che gli alti e i bassi facciano tutti parte di un percorso infinito che dipinge con maestria il quadro della nostra vita e ha in serbo per noi l’oggetto dei nostri desideri solo alla fine di un lungo susseguirsi di coincidenze? Nessuna delle due forse, o entrambe. Forse è vero che tutto è parte di un percorso, forse è vero che esiste qualcosa più grande di noi; ma se diamo per buono tutto ciò, dobbiamo anche ammettere che sta a noi riconoscere la nostra ragazza con l’ombrello giallo quando il destino farà incrociare le nostre strade. Perché tutti incontreremo primo o poi la ragazza con l’ombrello giallo. Be in the right place at the right time. That's it.



Leggendo attentamente quest’articolo potreste intuire quanto, a mio parere, il finale frettoloso di tutta la serie abbia inevitabilmente urtato le basi di queste teorie sul fato. Ma ne riparleremo. Statene certi.

venerdì 24 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES FINALE

È decisamente emblematico come l’episodio peggiore dell’intera serie coincida esattamente con l’epilogo. Un’accozzaglia indefinita di tutto ciò che non avrei e avremmo voluto mai vedere in questo viaggio chiamato Wayward Pines. Tralasciando la banalità delle scelte, le interpretazioni scadenti e il finale di cui parlerò in seguito, ciò che più mi ha fatto storcere il naso è stata la scrittura scellerata e infantile dei dialoghi. Banalità su banalità che hanno avuto l’unico risultato di regalarmi un sorriso gratuito per tutta la durata dell’episodio e oltre. Indubbiamente un calo clamoroso nel livello medio della serie. Nuovi personaggi buttati a caso, rapporti che cambiano, battute campate in aria. Tutto molto brutto.


Sostanzialmente la trama della fine si compone di semplici tasselli incastrati a forza: Pilcher spegne le luci per resettare il blocco B (previsto una settimana fa), Ethan riunisce tutti e, dopo minuti di guerriglia urbana contro i mutanti al limite del ridicolo, si dirige verso la residenza del creatore per ribaltare la situazione. Nel tragitto però vari ostacoli si interpongono tra il protagonista e l’obiettivo tanto ardito quali gli abbie e la prima generazione in rivolta. Ciò porterà Ethan a sacrificarsi per consentire la sopravvivenza della specie umana. Poi stacco. Time skip e finale aperto.
Parliamo quindi dei colpi di scena che hanno caratterizzato questo finale, ossia la morte del protagonista e la scena finale in cui Ben si sveglia dopo tre anni di ibernazione. Il primo era annunciato chiaramente da quando il buon agente ha ricevuto in omaggio della dinamite da far saltare al momento opportuno. Esplosivi e zombie. Will Smith e Sam vi dicono qualcosa? In ogni caso una sequenza in sé abbastanza riuscita e per certi versi commovente se siete riusciti ad immedesimarvi nel personaggio nel corso di dieci lunghi episodi (cosa che io non sono stato in grado di fare).


Il finale invece è assai ambiguo nella sua apertura. Non ho ancora maturato un parere definito riguardo ad esso. Nella sua costruzione credo sia buono, perfetto nella scelta del time skip e del vedo-non vedo legato alla rivolta dell’ormai celeberrima prima generazione. L’aspetto che in realtà stana a mio parere del finale aperto è proprio l’apertura. Quando abbiamo cominciato a vedere WP la Fox ci aveva promesso un serial limitato ad una sola stagione, un prodotto fatto e finito che aveva nella sua brevità un plauso, una freschezza estiva che ha garantito alla serie il successo planetario che effettivamente ha riscosso. È come se la casa di produzione e Shyamalan ci avessero traditi promettendo senza mantenere e, cosa peggiore, annunciando appena pochi giorni fa la volontà di non produrre una seconda stagione di WP che vada a riprendere il filo dove la prima si era interrotta. Una notizia che avevo accolto con entusiasmo qualche giorno fa ma che ora pare decisamente fuori luogo. Credo alla fine si realizzi un seguito. Il finale in sé è così appeso da non poter essere lasciato così, è evidente si sia pensato ad un seguito con protagonista il giovane Ben nel ruolo che fu del padre, il compianto Matt Dillon. Chi vivrà vedrà.


Ora passiamo ad un’analisi generale della prima e forse ultima stagione di WP. Che dire? Ha fallito, anche abbastanza clamorosamente aggiungerei. Quelle che erano le promesse fatte in partenza sono state mantenute fino al quinto episodio, poi la serie ha cominciato ad accartocciarsi su se stessa, come se non riuscisse a sostenere il peso delle aspettative create da un paio di episodi davvero ben fatti. Fin quando è stato il mistero il fulcro dell’opera si poteva chiudere anche più di un occhio su eventuali forzature e banalità gratuite, ma senza di esso no. Una serie mascherata da qualcos'altro che, una volta indossate tutte le maschere si è dimostrata senza volto, senza coraggio e senza idee innovative che potessero renderla diversa dalla massa di prodotti banali da cui siamo circondati. WP ha mescolato così tante volte le carte che nelle ultime tre puntate si è ritrovata senza una mano degna, senza jolly. Non tutto è però da buttare; la serie ha infatti avuto degli inaspettati ma notevoli picchi che hanno dimostrato comunque delle doti di scrittura sopra la norma. Grazie a tali picchi la serie è riuscita comunque, nel bene o nel male, ad intrattenere, a tenere attiva la mente dello spettatore facendolo esercitare nell’immaginazione di plausibili spiegazioni per la marea di eventi misteriosi che caratterizzavano la città rinchiusa. Un’esperienza non definitiva (a differenza di quelli sull’Isola) che verrà ricordata molto più per quello che poteva essere ma non è stata piuttosto che per quello che in realtà ha offerto al pubblico di affezionati che ogni settimana hanno letto questo blog e indirettamente discusso con me.

Per cui non mi resta che ringraziare tutti i fedelissimi e gli occasionali, quelli che mi hanno sostenuto e quelli che WP non sanno neanche cos’è. A presto, in attesa di un nuovo fenomeno come Wayward Pines o magari no, magari meglio di no. Ma poi erano davvero nel 4028? Secondo me no.

venerdì 17 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD PINES EPISODIO 9

Mi dispiace ammettere quanto la serie stia deragliando dai binari delle aspettative del pubblico, viaggiando costantemente  al di sotto di queste. Arrivati alla nona puntata potrebbe essere quasi arrivato il momento dei bilanci: non mi sento di credere che l’ultimo episodio possa rivoltare di nuovo la serie a mo’ di calzino. Quanti cambi ci sono stati e quante strade sbagliate? WP è stata finora un po’ tutto e un po’ niente. Tutto nel mistery, nelle citazioni, nella suspance, nella costruzione, nei tempi iniziali; niente nella banalità di molte scelte, nella prevedibilità, nella caratterizzazione dei personaggi, nel modo in cui questi interagiscono, nella prevedibilità e nella caciaronaggine delle ultime puntate. Molti elementi che mescolati insieme hanno saputo regalare grandi soddisfazioni e ore di noia, alti e bassi. Ciò che però finora ha sempre funzionato è l’intrattenimento: nonostante mi sieda sul divano a guardare il nuovo episodio non prima dell’una di notte, WP non risulta mai soporifero e si lascia seguire con piacere, a differenza di qualcun altro di cui non voglio fare il nome (vero, Pizzolatto?).


Passiamo però all’analisi dell’ultimo episodio andato in onda ieri sera su Fox. In realtà in quaranta minuti è successo ben poco: gli Abbie della precedente puntata sono stati bloccati immediatamente nella loro avanzata violenta e incontrollata, la popolazione ha cominciato a spaccarsi, Theresa ha scoperchiato la botola trovando prove per convincere gli abitanti della città della veridicità delle sue affermazioni e Ethan ha tradito la fiducia di Pilcher inducendo questi ad aprire i cancelli. La fine è vicina.
Credo che in realtà il piano del marionettista sia già stato messo in pratica in passato e il suo intento sia sostanzialmente quello di resettare nuovamente la società di WP per ripartire dal “Blocco C”; forse questa fu anche la terribile fine del Blocco A che abbiamo visto in vari flashback sparpagliati qua e là tra gli episodi. Fuoco e fiamme. Un altro fallimento per lo psichiatra che non comprende la psiche umana.


I due elementi che a mio parere hanno inficiato la godibilità del nono episodio sono stati la botola e il ragazzo fanatico. Dal mistero della botola, presentato nel lontano settimo episodio, mi aspettavo davvero molto di più dopo le ammonizioni di pericolo rivolte alla moglie del protagonista, e invece si è rivelata l’entrata di una struttura sotterranea che sì mantiene ancora un filo di intrigante mistero, ma decisamente non rappresenta la chiave per la svolta definitiva della serie verso l’alto. Il ragazzo invece mi ha deluso in quanto rappresentate di una parte della popolazione, ossia la prima classe di giovani ricondizionati dal sistema scolastico, che ad un episodio dalla fine sbuca dal nulla e si impone come parte ingombrante del tutto. Fino a ieri dov’era questo gruppo violento e pericoloso ormai intaccato dalla responsabilità che Pilcher ha riversato nelle nuove generazioni della cittrappola? Perché introdurre nuovi personaggi (importanti per pochi minuti) ad un passo dalla fine? Mi ricorda quella volta che storsi il naso per l’introduzione di altri nativi dell’isola in Lost, quelli che vivono nelle piramidi e tentano di combattere il fumo nero per capirci. È evidente che ci siano altri modi per introdurre dei personaggi o per far sì che la situazione precaria di alcuni protagonisti cambi. Queste due scelte mi sono piaciute indubbiamente poco.


L’ultimo fotogramma della nona puntata raffigura la mano di un’aberrazione che si aggrappa alla rete posta a protezione della città dopo che Pilcher ha silenziosamente deciso di staccare la corrente che passava nei fili. Praticamente si ripete la scena che avevamo visto al termine dell’episodioprecedente e quindi le premesse della puntata di ieri sono solo state traslate all’ultimo episodio: si prospetta sempre più una tragica e caotica fuga dei cittadini dai mutanti che infestano la città alla ricerca di sangue quasi estinto, fuga che vede protagonista Ethan Burke, duro e puro agente della CIA chiamato a compiere il miracolo e a salvare l’intera comunità da una fine annunciata e per niente piacevole. Qualcuno morirà, i meglio caratterizzati si salveranno, tranne forse Kate, o l’infermiera, ma pur sempre qualcuno di sacrificabile. Un finale caciarone e per niente accattivante rispetto alle rivelazioni di “The Truth”. Mi sarebbe invece piaciuto se gli ultimi due episodi si fossero rivelati propedeutici alla rivelazione sconvolgente finale, ma non credo sia così. Mi sarebbe invece piaciuto se Pilcher si fosse rivelato un impostore e tutto ciò che abbiamo visto si fosse svolto ancora nel 2014, o almeno non nel 4028, un po’ più vicino a noi. E invece no. Peccato. E se invece Pilcher avesse creato gli Abbie durante un esperimento genetico finito male? E se tutta la città fosse un suo esperimento che non ha in realtà lo scopo di ripopolare il pianeta? E se ci fossero in realtà molti altri esseri umani nel mondo perché, come ci insegna Charles, la specie si è evoluta nella direzione delle aberrazioni solo nel continente americano? E se questa serie avesse ancora qualcosa da dire? Vai Way, hit me with your best shot e stupiscici un’ultima volta.

venerdì 10 luglio 2015

COMMENTO WAYWARD EPISODIO PINES 8

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questa lunga e interessante esperienza televisiva e le aspettative ovviamente continuano a crescere in attesa di un finale che si prospetta risolutore e chiarificatore. In questo clima di attesa e mistero si posiziona in maniera non propriamente eccellente questo ottavo episodio. Dalla lentezza iniziale possiamo già dedurre la natura attendista della puntata: siamo di fronte ad un curato riempitivo, la preparazione per quello che verrà. Molti dubbi vengono completamente accantonati e alcuni personaggi chiave dei precedenti episodi, come Kate e Theresa, passano in secondo piano per dare più spazio al protagonista e soprattutto al duo Pilcher. Il vero fulcro dello show andato in onda ieri sera è stato infatti la crisi del corpo di controllo di WP. L’uomo a capo di tutto infatti non riesce più a gestire la macchina imperfetta e priva di libertà creata da lui stesso e si trova costretto tra due fuochi: da una parte i rivoltosi dispersi che tentano di abbattere la recensione elettrificata nella speranza di ritrovare i diritti sottratti loro dalla città-prigione e dall’altra l’insubordinazione (o “Tradimento”) del dipendente della sala di controllo. Pilcher, avendo perso il cieco appoggio della sorella e le redini dell’intero sistema, ha optato quindi per l’inasprimento delle punizioni e l’estensione di queste anche allo staff del progetto. Una scelta che, a mio parere, porterà l’intera comunità al collasso.


Intanto Ben è miracolosamente sopravvissuto ad un’esplosione che avrebbe ucciso qualunque essere umano (forzatura) e così facendo si è volutamente allontanato il personaggio dalle vicende centrali della città. Mi aspetto quindi un ruolo pressoché nullo del ragazzo nella prossima puntata e un ritorno nell’ultima, probabilmente per riportare il padre a ragionare dopo il presunto lavaggio del cervello di cui sospettano le protagoniste femminili.


La puntata quindi si conclude con la definitiva azione kamikaze di uno dei rivoltosi che, dopo essere riuscito a sfondare la famosa recensione che impedisce ai cittadini di scoprire la verità sul 4024, viene brutalmente ucciso e divorato dagli Abbie. Ciò apre quindi al prossimo episodio e all’imminente invasione delle creature mutanti. Il panico colpirà gli abitanti di WP e sarà lo sceriffo Burke a dover salvare la situazione, com’era fin dall’inizio nei piani lungimiranti dello scienziato. Mi aspetto quindi un episodio più confuso, ma anche più veloce e complesso nella struttura, perché molte storie dei singoli protagonisti dovranno essere riprese e preparate ad una degna conclusione.


Ancora non sappiamo effettivamente in che anno siamo e le reali intenzioni del despota Pilcher, non sappiamo chi ci fosse dall’altro capo della cornetta quando Kate chiamò appena giunta in città e non sappiamo soprattutto cosa contiene la botola. Ah quella botola. Dopo Lost io Adoro le botole. Ne farò mettere una in camera mia prima o poi. I misteri rimasti in piedi non sono molti ma appaiono abbastanza sostanziosi. C’è ancora un piccolo spiragli di possibilità che la situazione della città e del progetto in generale, spiegataci nella quinta e nella sesta puntata, possa essere nuovamente stravolta. Personalmente lo spero in quanto ciò rappresenterebbe la degna conclusione di una serie mistery nata e fondata sugli sconvolgenti colpi di scena. Credo che gli sceneggiatori siano consapevoli di ciò e tenteranno di non deludere gli spettatori (o fan? possiamo già definirci tali dopo aver guardato ed analizzato insieme otto episodi?). La volata finale è partita lenta, ancora in salita, ma la discesa è vicina. Le buche sono ancora pericolose ma il traguardo è visibile. Si potrebbe ancora sbagliare e rendere tutta la miniserie un buco nell’acqua, ma ancora per un po’ voglio credere che la fine ci stupirà tutti. Ci credo, attendiamo insieme.