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mercoledì 9 settembre 2015

TRUE DETECTIVE: RUST VS RAY - SECONDA PARTE

Rieccoci a distanza di ventiquattrore per terminare quanto cominciato. Avevamo lasciato le due stagioni di True Detective sul risultato di uno pari dopo i primi due punti del confronto. Alla prima i personaggi e alla seconda la sigla. Se siete giunti su questa pagina senza passare dalla prima parte, potete recuperare cliccando qui. Nient’altro da aggiungere. Rituffiamoci nell’oscurità dell’animo umano.



III) Trama e Narrazione
Due trame da Oscar che puntano su aspetti totalmente diversi per stupire lo spettatore e coinvolgerlo in un turbine di misteri, suspance e colpi di scena. La prima stagione si basava principalmente sulla trama per poter raccontare lo sviluppo di un rapporto d’amicizia tra due agenti completamente diversi tra loro, mentre per la seconda è il contrario: le indagini sul caso Casper fanno da sfondo e giustificano le peripezie di un gruppo di uomini incastrati in una situazione più grande di loro. Questa differenza di struttura si ripercuote anche nel ritmo: la seconda stagione infatti, a differenza della prima, fatica ad ingranare e a focalizzarsi sul punto focale dell’intera serie, ossia l’analisi profonda dell’animo dei protagonisti. La prima invece riusciva egregiamente a risultare godibile e bilanciata fin dall’inizio.
Anche la narrazione presenta nette differenze. Rust e Marty rivivono gli eventi delle prime indagini attraverso gli interrogatori degli agenti che hanno riaperto il caso e proprio questo dualismo tra le due epoche riesce a costruire una storia complessa e propria del genere giallo/noir. La narrazione di Ray ad Ani invece è più classica, usuale e si sviluppa in maniera ampia grazie al numero elevato di personaggi e sottotrame che si riveleranno fondamentali nel finale. Anche in questo caso il tempo gioca un ruolo fondamentale attraverso il timeskip centrale che segna la svolta e l’accelerazione decisiva che cambia il ritmo dell’intero prodotto. Il mio punto va però alla costanza e all’ingegno nella costruzione di una doppia trama incrociata. VINCE 1. 2-1



IV) Finale e Messaggio
Ecco il punto che mi costringerà a fare gli spoiler meno graditi da coloro che leggono questa classifica non avendo visto entrambe le stagioni. I finali di TD suggellano il capolavoro o deludono amaramente. Non ci sono mezze misure. Dal mio umile punto di vista entrambi i finali hanno vinto le loro personalissime sfide e hanno definitivamente confermato l’insuperabilità della serie nel settore specifico; ma uno in particolare ha riassunto in maniera più complessa e matura l’intera storia che si apprestava a chiudere.
Il primo finale sfrutta inizialmente la tensione creata nell’ora precedente e tenta di riproporre uno stile action-poliziesco già apprezzato nel famoso piano sequenza della quinta puntata. Quelli dello scontro con lo psicopatico serial killer sono attimo di altissima tensione, concitati e ben bilanciati. Lo spettatore è davvero portato a credere che la fine sia vicina, specialmente per Rust, la situazione invece volge inaspettatamente verso il sovrannaturale. Il protagonista infatti, in un delirio fisico e mentale, vede una figura non ben identificata, un fumo nero di lostiana memoria materializzarsi davanti ai suoi occhi. A mio parere la spiegazione a ciò va ricercata nella tagline della serie “Touch darkness and darkness touches you back”. Rust ha accumulato tanta oscurità e cattiveria in sé da entrare in contatto con un ente metafisico che rappresenta l’oscurità del mondo, qualcosa di assai astratto ma di realmente tangibile in molte storie di vita vissuta. Toccare l’oscurità riuscendo a riemergere, ecco la vera sfida vinta dall’ex agente. Ecco il vero tema dell’opera, l’oscurità umana. La serie però si sarebbe conclusa in maniera più cruda se uno dei due protagonisti avesse perso la vita nell’ultima azione, invece tutto si risolve con i due malandati ma ancora integri e la loro amicizia rinata dalle ceneri dopo l’operazione congiunta. Una sorta di tutto è bene quel che finisce bene.
Il finale della seconda invece è molto più dark e pessimista nei confronti della vita e del mondo. Le ultime tre puntate sono un crescendo di disperazione e violenza che sfocia in una tragica serie di eventi che non si pone affatto l’obiettivo di risolvere la trama principale, il caso portante e le sottotrame relative alla mafia di Vinci. L’obiettivo reale è quello di approfondire il tema della prima stagione, l’oscurità umana, intrecciandolo con l’ingiustizia mondiale riassunta nella tagline della seconda stagione We get the world we deserve”, massima che poi viene rovesciata per rinnovare un messaggio di speranza nel buio. Nel mentre le cadute progressive dei protagonisti completano quanto era mancato nella precedente stagione e portano la serie ad un livello più profondo. Un progetto più difficile da realizzare ma assai più apprezzabile. Decisamente riuscito, completa e supera il predecessore. VINCE 2. 2-2


V) Comparto Tecnico
Ecco forse il primo e lampante punto di connessione tra le due stagioni: l’eccelsa qualità media dimostrata nel corso di sedici magistrali ore. La differenza sostanziale sta nella scelta della produzione di affidare l’intera prima serie a Fukunaga, mentre di optare per otto registi diversi per curare la regia della seconda.
Dal punto di vista del sonoro e della fotografia le due stagioni raggiungono pressoché gli stessi standard, mentre alla lunga le diverse presenze dietro la macchina da presa si fanno sentire eccome. Fukunaga infatti riesce ad evitare cali di ritmo, non si perde in grandangoli o panoramiche inutili e si focalizza maggiormente sui volti e sulle espressioni dei protagonisti. La scelta di cambiare sistematicamente la figura del regista invece ha gravato sul ritmo e sullo stile di comunicazione che ogni artista che si rispetti conferisce al proprio lavoro. Ciò pesa soprattutto quando le immagini mostrate non vengono sostenute dal ritmo frenetico delle ultime puntate. d’altra parte però, cinematograficamente parlando, una moltitudine di stili arricchisce il prodotto, lo rende variegato, più resistente alle tarme del tempo e più interessante per uno spettatore che magari voglia focalizzare la propria attenzione sul comparto tecnico e sulla minuziosa analisi di questo (cosa che io non ho fatto - non sono ancora così psicopatico).
A questo punto il mio giudizio propenderebbe per un pareggio che poi si ripercuoterebbe però anche a livello generale decretando il definitivo nulla di fatto nel confronto tra le due serie; ma so che a voi piace vedere vincitori e sconfitti, all’uomo piace. Vediamo in tutto ciò che ci circonda una competizione. Vincitori e vinti. Ma vi accontento. Prendiamo quindi in considerazione le due scene meglio riuscite, una per stagione. La prima propone il piano sequenza di cui sopra in cui Rust, ubriaco e sotto l’effetto di stupefacenti, si fa largo tra i malviventi nel bel mezzo di una retata. Dall’altra la seconda stagione si difende con la frenetica sequenza in cui Ani cerca indizi nel bordello d’alta classe frequentato dalla classe politica e dagli imprenditori di Vinci. Anche in questo caso la mia preferenza va a Rust, a Fukunaga e alla prima stagione. Quello è IL Cinema. VINCE 1. 3-2


Vince quindi, a mio parere, seppur per un solo in quantificabile dettaglio tecnico, la prima stagione. Nulla da togliere alla seconda che, come ho cercato di spiegare, ha apportato molte migliorie dando vita ad un nuovo standard complessivo che comprende elementi della prima stagione ed altri di quella appena conclusasi. Il giudizio definitivo dipende quindi sostanzialmente dai gusti dell’osservatore e personalmente credo ci sarebbe voluto davvero poco perché la seconda superasse la prima, forse un bilanciamento più ragionato e congeniato alla suspance che il genere richiede. Alti e bassi che si fanno sentire insomma. Ma così non è. Vince Rust. Argento a Ray.

E voi? Quale preferite tra le due? Siete stati condizionati dalle aspettative o siete comunque riusciti a godere della seconda stagione? Preferite Rust o Ray? Ditelo con un commento qui sotto o sui social. A presto con una nuova serie di commenti ad una serie, credo.

martedì 23 giugno 2015

TRUE DETECTIVE 2 - EPISODIO 1

Dopo mesi di estenuante attesa finalmente ci siamo. La serie rivelazione dello scorso anno è tornata in una nuova veste: nuovi personaggi, nuove ambientazioni, nuovi casi misteriosi da risolvere, nuove scomode verità da portare alla luce. Al timone ancora il giallista Pizzolatto e il regista dal nome esotico Fukunaga. Paragonare la seconda stagione di True Detective alla prima sarebbe quantomeno scorretto e controproducente; la perfezione è solamente eguagliabile. Questo l’hanno capito anche i creatori e i produttori della serie che hanno voluto dare vita ad un prodotto che si allontanasse totalmente dal capolavoro dello scorso anno. Ma saranno riusciti comunque a creare qualcosa di indimenticabile senza cavalcare l’onda del successo di Rust e Marty? Scopriamolo insieme.
Prima di addentrarci nella complessa trama del primo episodio vorrei però soffermarmi a parlare dell’opening, elemento troppo spesso sottovalutato. Se la sigla della prima stagione bucava lo schermo e riusciva a trasportare lo spettatore direttamente all’interno delle contorte menti dei protagonisti, quella della seconda convince meno. Sembra essere poco in linea con il tono della serie; meno incisiva, meno azzeccata, ma non per questo deprecabile.


La puntata si apre con Ray Velcoro, agente di polizia della città di Vinci, che accompagna il figlio a scuola. Egli è divorziato e insicuro riguardo l’effettiva paternità del bambino visto in precedenza. La storia si sposta poi nel passato, quando il giovane agente si lascia convincere da un Vince Vaughn tanto astuto quanto losco nelle sue azioni che la moglie sia stata violentata da un uomo dai capelli scuri di cui il suddetto Frank ha casualmente una fotografia a portata di mano. In verità credo che sia stato lo stesso Vaughn a stuprare la moglie del protagonista, o forse è completamente estraneo alla faccenda, ma in ogni caso il suo obiettivo era quello di intrattenere un rapporto stabile con un membro della polizia di Vinci. Ray decide quindi, in preda a tutte le furie, di farsi giustizia da solo. Verremo poi a sapere che, a distanza di anni, il rapporto di amicizia-utilità tra i due personaggi perdura anche al tempo in cui si svolgono gli eventi principali. Piccola parentesi: l’uso dei flashback è stato volutamente ridimensionato rispetto alla prima stagione e ciò, a mio parere, rappresenta un elemento a favore della serie in quanto grande punto di rottura con il passato.
Vengono presentati poi gli altri due protagonisti della serie: Rachel McAdams (già a lavoro con Vaughn in “Due Single a Nozze”) e Taylor Kitsch. La prima è un’agente di polizia di una cittadini vicino Vinci. Ha una sorella che lavora nel settore del porno nonostante il dissenso dei familiari e un padre santone mistico oltre che una discreta dote di prevenzione nei confronti del genere maschile. Ciò che emerge maggiormente di questo personaggio femminile è la vacuità di una vita che si rifugia nell’alcool e nel lavoro per cercare una compiutezza impalpabile e passeggera. Il secondo protagonista, interpretato da Kitsch, è invece un tormentato agente biker affetto di impotenza e coperto di vistose cicatrici che rischia il licenziamento dal corpo di polizia per aver usufruito di alcuni favori sessuali abusando della divisa. Woodrugh è evidentemente depresso, tanto da tentare il suicidio in moto verso la fine dell’episodio.


Inizialmente il collante tra i tre protagonisti è sconosciuto e in realtà la molteplicità di storie si rivela leggermente destabilizzante per lo spettatore medio in cerca di puro intrattenimento, ma col passare dei minuti alcune elementi cominciano ad essere comuni ai tre mondi fino a quel momento paralleli e indipendenti.  Altro personaggio degno di nota è il sopracitato Franky Vaughn Semyon, uomo della malavita locale e gestore di una serie di locali tra cui un casino. Si intuisce chiaramente che Semyon sia invischiato nell’omicidio che sorregge la puntata, ovvero quello del politico di Vinci Ben Caspar, anch’egli probabilmente coinvolto nel giro di tangenti e nel riciclaggio di denaro estero.
La prima puntata si conclude con i tre protagonisti nell’atto di riconoscere il cadavere di Caspar sul bordo di una fredda e buia strada statale. Velcoro è il responsabile delle indagini legate al cadavere trovato da Woodrugh nel territorio di competenza dalla Bezzerides. Un’intricata rete che collega i tre.
Ancora una volta Pizzolatto si conferma abile scrittore di persone; a risaltare sono infatti le personalità dei singoli personaggi che talvolta potrebbero sembrare eccessivamente sopra le righe (vedi Farrell), ma nel complesso si dimostrano decisamente molto umane. Le pause, le espressioni, le difficoltà esistenziali, i silenzi. Tutto molto bello, tutto molto vero. Il problema è che se una serie vuole definirsi un crime ha bisogno di una trama. La trama di questo primo episodio convince, tiene accessi i cervelli degli spettatori ed appassiona quanto deve, ma due enormi buchi di sceneggatura non possono passare inosservati: il primo si ha quando la McAdams capita casualmente nella casa di una signora ispanica per consegnarle una lettera di sfratto e questa le chiede di trovare la sorella che poi scopriremo essere l’amate di Kitsch. Un volo pindarico eccessivamente forzato per collegare due personaggio che altrimenti sarebbero rimasti estranei l’uno all’altra. L’altro buco di trama riguarda appunto Kitsch, o Woodrugh, che dir si voglia. Questi, nel tentativo di suicidarsi in moto, alla velocità di 110 mph (175 km/h) e con i fari spenti, incredibilmente evita miracolosamente lo schianto e scopre ancor più miracolosamente il cadavere del politico scomparso, così, dal nulla. Male Nic, sai fare di meglio, lo sappiamo.


Per il resto la regia si ripete un po’ troppo spesso ma rimane comunque di alto livello, soprattutto nelle suggestive riprese dall’alto, e la fotografia mostra più colori rispetto a quella della prima stagione, in linea con l’ambientazione e la variazione di temi portanti. Tutto sommato un pilot convincente ma non eccelso, lineare ma anche confuso, semplice ma anche complesso. Un episodio che introduce dei nuovi meravigliosamente problematici personaggio e da il via a otto settimane che ci terranno inevitabilmente col fiato sospeso. True Detective è tornato, fate spazio ai maestri.


Breve puntualizzazione: a causa di impegni e della serializzazione contemporanea dei commenti su Wayward Pines (che vi invito a leggere qui, fatelo, sul serio, vi controllo), ho deciso di analizzare gli episodi di True Detective due alla volta, fino ad arrivare all’ottavo e ultimo, di cui parleremo singolarmente e più approfonditamente per fare anche un bilancio finale della seconda stagione. Per cui, per quei pochi stolti che seguiranno questo blog solo per questa miniserie di commenti, ci vediamo tra due settimane. Intanto buon caldo a tutti e buoni orali (panico).

mercoledì 13 maggio 2015

L’ULTIMA FRONTIERA

La storia delle serie tv affonda le sue radici negli anni ’50 quando venne prodotta la prima sitcom in assoluto: “I Love Lucy”. Questa, nonostante il budget risicato, ottenne un enorme successo di pubblico e spalancò le porte a quel fenomeno televisivo che oggi sta spopolando sia oltremanica che nel vecchio continente. 


Passando per Batman, con quell’Adam West tanto parodiato da Seth Macfarlane, il capitano Kirk e Fonzie si arriva agli anni ’80 in cui vennero gettate le basi per la rivoluzione dei serial del decennio successivo. È infatti negli anni Novanta che si manifesta in tutte le sue potenzialità il fenomeno delle serie tv. Ricordiamo i Picchi Gemelli di Lynch (di cui dovremo assolutamente discorrere un giorno, presto, molto presto *facciaghignanteemalefica), suo figlio X-Files, Friends, i gialli di Matt e 90210.


In questo periodo i serial smettono di essere cinema di serie b e cominciano ad assumere dei connotati ben precisi che rappresentano ancora oggi canoni fondamentali per la buona riuscita di un nuovo prodotto televisivo. Si arriva poi ai giorni nostri in cui tale format ha ormai raggiunto, se non addirittura superato, il suo corrispettivo cinematografico. La vera rivoluzione verificatasi sta nel classico triangolo pubblico - guadagni - investimento: le serie hanno ottenuto nel tempo sempre maggiori consensi che si traducono in maggiori guadagni, e i grandi produttori televisivi sono riusciti a reinvestire questi guadagni e a far elevare il livello dei prodotti stessi, riscrivendo i canoni che avevano portato il successo agli albori del fenomeno. Questione di soldi e di idee insomma. L’esempio più lampante degli enormi budget di cui dispongono le serie tv è Friends: DIECI (O.O) milioni di dollari ad episodio (ciascuno della durata di soli venti minuti).


Negli ultimi anni è poi salito alla ribalta il fenomeno delle miniserie, un buon connubio tra cinema puro e serial. Nuovo format che ha saputo portare linfa vitale al settore e ha saputo dare la spinta definitiva alla televisione verso nuove frontiere. L’allievo che supera il maestro.


È a questo filone che appartiene l’opera in oggetto oggi, ossia “True Detective”, miniserie di 8 episodi del 2014 scritta dal giallista Pizzolatto e diretta da Fukunaga. La trama ripercorre le vite dei due protagonisti, Rust e Marty, detective alle prese con una complicata caccia ad un serial killer durata quasi venti anni. L’intreccio funziona alla perfezione. La narrazione parallela tra il ’95 e il 2012, anno in cui viene riaperto il caso, mantiene sempre alta l’attenzione dello spettatore e dà la possibilità di approfondire la psiche dei personaggi principali attraverso l’evidente evoluzione umana che questi subiscono nei vent’anni che intercorrono tra le due linee temporali dell’intreccio. Il thriller psicologico per eccellenza. I punti di forza però non risiedono solamente nella trama e nello sviluppo di questa, ma anche nei personaggi e nella realizzazione tecnica. I due attori protagonisti dimostrano qualità da Emmy, specialmente Rust, interpretato da uno straordinario Matthew McConaughey che riesce a superare se stesso, cioè l’interpretazione in “Dallas Buyers Club” che lo aveva consacrato definitivamente al grande pubblico e qualche premio glielo aveva fatto vincere (*coffcoffoscar). Ogni sguardo carico di straziante sofferenza, ogni espressione del volto, ogni battuta breve recitata con una roca e flebile voce, ogni monologo profondamente nichilista. Ogni aspetto che riguarda Rust è un capolavoro; brividi dall’inizio alla fine. Il nuovo standard per la caratterizzazione dei personaggi nelle serie drammatiche.


La regia e la fotografia rendono poi True Detective un capolavoro indiscusso. Fukunaga dà prova delle sue straordinarie abilità coniugando con precisione introspezione e azione, sovrannaturale e suspance da noir. Cura maniacale in ogni piccolo dettaglio. Il piano sequenza della retata alla fine del quinto episodio è da antologia, farà stropicciare gli occhi dalla meraviglia al cinefilo che è in voi. Superamento degli standard classici e consolidati per le serie tv. Scene memorabili che rimarranno sicuramente nella vostra mente per molto tempo. Opera indimenticabile.


L’arte è soggettiva, o meglio lo è il gusto artistico, ma questo piccolo capolavoro, forse poco valorizzato dai vari Emmy e Golden Globe, entra di diritto nell’olimpo dei serial e del cinema in generale. L’”Amore e Psiche” delle serie tv. Piacevole levigatezza al servizio di un intrattenimento profondo e maturo che vi trasporterà in un turbinio di misteri e sentimenti struggenti e realistici.
Il cinema, quello vero, è arte.


E in Italia? Beh in Italia c’è Don Matteo