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martedì 21 giugno 2016

DOV’È MARIO? - COMMENTO FINALE

Il quarto ed ultimo atto della miniserie di Corrado Guzzanti è un momento di televisione totale. La critica super partes si estende ad ogni angolo della nostra malata società e il cerchio si chiude. Ogni personaggio sopra le righe ha vissuto un percorso di sostanzializzazione e realizzazione che l’ha portato, in questo finale aperto ma definitivo, a collocarsi con precisione nello scacchiere della società contemporanea, senza stonare e senza strafare. Ma, ad aver subito la trasformazione più definita è stato indubbiamente il personaggio di Mario Bambea, alias Bizio Capoccetti. In quest’ultimo episodio, infatti, attraverso le sequenze oniriche dell’incidente-suicidio, gli argini della divisione mentale si rompono e lasciano il posto ad un individuo reale, frastagliato e non coincidente con le situazioni in cui i suoi due poli l’hanno incastrato. Il Bizio tormentato, che Guzzanti ha portato in scena nel finale, risente delle influenze della sua parte tollerante e intellettuale. Dietro questo doppio personaggio, protagonista anche di un divertente siparietto di metatelevisione legato a Dr. Jack e Mr. Aids, si cela la metafora di un soggetto che siamo noi, combattuti, dibattuti, costantemente tra due fuochi opposti, costantemente obbligati a dover prendere una posizione, che sia intellettuale o filistea, che sia un estremo o l’altro, ma pur sempre un estremo. Ci troviamo invischiati in una società che non tollera la via mediana ed esalta ogni evento, oggetto, soggetto. Etichetta e non lascia lo spaio di un cambiamento. Un po’ la storia di ognuno di noi con la musica: il secondo album di un gruppo sarà sicuramente troppo uguale al precedente o troppo diverso; perché non possediamo più una mente rilassata nei tempi e nei movimenti in grado di mantenersi flessibile ai cambiamenti altrui, ma il nostro ego, le nostre credenze e la necessità di trovare un posto a tutto ciò che ci circonda ci porta all’assolutizzazione della realtà. Rigorosamente in chiave produttivistica e capitalistica. Sempre badando al fine del percorso, sempre pensando materialmente al guadagno. E crediamo che un premio orrendo di una squallida competizione tra comici di bassa lega sia la svolta, in un mondo che fonda sulla predominanza di uno il benessere degli altri, la leggerezza del non essere protagonisti. Questa scissione ingombrante e incompatibile con la società contemporanea non può fare altro che portare Mario Capoccetti al (tentato) suicidio. Bizio Bambea è tutti coloro che non coincidono, che non si riducono, che non si abbassano e che forse in fondo non c’entrano nulla con questa piccola Italia. L’Italia degli chef in TV, dei salotti politici, di twitter, del Ciaone, delle bombe, dei referendum, delle cose importanti, della famiglia, del posto fisso, del razzismo, dei talenti ai talent, della violenza, della paura, dei muri. Che era l’Italia del valzer e l’Italia del caffè.


E in tutto questo si continua a ridere senza freni: Guzzanti continua a mantenere alta il livello di comicità, stavolta forse più riuscito nei momenti in cui le circostanze dovevano assumere una parvenza di serietà (Bambea) piuttosto che nelle sequenze incentrate sull’eccessività del comico di bassa lega. Il ritorno all’ordine dell’intellettuale di sinistra coincide con i momento in cui Guzzanti tira le fila del discorso. Irresistibile la scena in cui Veltroni, ospite della Gruber insieme a Bambea, dimostra di non aver capito nulla dell’intera faccenda e di continuare ad interpretare il mondo per interpreti che rispondano alle esigenze della società, forte del fatto che si è in quanto si appare in questo mondo di duellanti amichevoli. Un mondo a cui però manca il dialogo necessario a sviluppare un reale dibattito. Cosa che infatti viene a mancare anche nel momento in cui Guzzanti sceglie di non scegliere la verità, e di diventare lo scrittore che il mondo vuole. Alla ricerca di sé per gli altri.
Ma la facciata di questa profonda critica complessiva rimane quella di una serie all’apparenza semplice, costruita per episodi che fanno il verso ad eventi con cui ci troviamo a fare i conti giornalmente. Ed è forse in questo aspetto che emerge la capacità innata di Guzzanti, palesemente presente anche in “Dov’è Mario?”, di rendere potenzialmente esilarante e allo stesso tempo tristemente satirica ogni scena di vita vissuta. Ogni frangente è buono per irridere i nuovi modelli di famiglia, lo show business, il festival di Nepi che cambia le persone, i manicomi, l’editto Bulgaro, Charlie Hebdo. Nulla è lasciato al caso e, nel bene e nel male, il nonpiùgiovane Corrado ha dimostrato ancora una volta la differenza che intercorre tra lui e quelli che chiamano “comici” sulle reti nazionali. Un abisso che passa sia dalle abilità tecniche che dall’interpretazione del ruolo del comico satirico.
Considerando in toto “Dov’è Mario?”, la miniserie in quattro episodi di Sky si conferma come un prodotto differente, per persone che vorrebbero essere abituate ad una comicità differente, ma che purtroppo non lo sono. Si potrebbe discutere della trama, dello sviluppo, delle interpretazioni. Ma sarebbero parole vane, perché il livello di giudizio di un’opera concettualmente così superiore alla normale scrittura delle serie TV comedy richiede un salto qualitativo. E allora un Guzzanti rimane un Guzzanti, anche se non ha le unghie. Anche se il mio falegname con trenta mila lire lo faceva meglio.

Corrado Guzzanti, sei un nummero uno!

venerdì 10 giugno 2016

DOV’È MARIO? - COMMENTO EPISODIO 3

“Vent’anni di berlusconismo. Ecco cosa succede dopo vent’anni di berlusconismo”

Alla fine Guzzanti è uscito allo scoperto, con una frase semplice, diretta, che non maschera la satira dietro altra satira, ma che dichiara le intenzioni di una miniserie e connota ulteriormente il quadro generale, aggiungendo un filo logico che alza notevolmente il livello tecnico della scrittura, seppur questo non riesca complessivamente a riempire tutte le falle di cui avevamo parlato la scorsa settimana, nel commento al secondo episodio della serie.
Questo terzo capitolo, nella sua precisione e con una dose notevole di coinvolgimento, si presenta come turning point della miniserie. Lo spettro di Bizio Capoccetti infatti sembra aver preso il sopravvento, come per l’ultimo Hyde, sia nell’aspetto esteriore che nella personalità. Se prima infatti eravamo abituati a scontrarci col rozzo comico solo nelle sudate notti all’Odeon, ora, complice la mancanza della badante-infermiera rumena, le parti si sono invertite: Capoccetti gira a piede libero anche di giorno al grido di “Nummero uno!” (tormentone già cult - almeno per me). Questo capovolgimento dei ruoli si è manifestato anche nella seconda linea narrativa, quella del sogno che affligge il povero Bambea e che, presumibilmente, precede il risveglio della “bestia”. Nel ricordo onirico dell’incidente, infatti, non v’è più traccia dell’ultimo intellettuale italiano.


Si è detto per anni che Guzzanti fosse eccessivamente influenzato dal suo credo politico nella scrittura dei suoi pezzi satirici. Nel caso di “Dov’è Mario?”, con il protagonista sdoppiato nella personalità, il comico romano riesce a colpire con la stessa efficacia i figli del berlusconismo arrogante subito in questi anni e i finti intellettuali di sinistra che vorrebbero guardare il mondo da una posizione soprelevata, data dal loro bagaglio culturale. Due realtà coesistenti nella nostra società, due manifestazioni della decadenza. Esilarante e drammatica la scena in cui l’equipe di #massimiesperti realizza che la scoperta del disturbo di Bambea causerebbe la fine della sinistra in Italia. Una verità, per una sinistra antica che non c’è davvero più, ma che sopravvive nelle parole benpensanti di giovani attempati che non ci credono più da tempo.
Il vero punto a favore di questo episodio è il ritorno alla risata, quella amara e realistica che aveva caratterizzato alla perfezione il primo episodio, ma che era stata in parte oscurata dalle problematiche della serie nel secondo. Stavolta i tempi sono invece bilanciati in maniera più intelligente. Mancano così tempi morti o situazioni-riempitivo talvolta passabili, talvolta evitabili. Restano ancora alcune scelte discutibili, come quella di virare spesso verso il trash, non solo contenutistico, ma anche visivo. Scelta che sarebbe giustificata dalla volontà di trasporre per immagini un modello, quello del neoberlusconismo, centrale nella critica satirica e nella narrazione, ma che in alcuni frangenti appare esagerato e rischia di abbassare il livello medio di una produzione che invece, in termini tecnici sta mostrando, puntata dopo puntata, nuovi spunti interessanti che l’avvicinerebbero più a serie blasonate che ad alcune comedy, magari nostrane, magari scadenti.

Ciò che è emerso da questo terzo episodio è la volontà di Corrado Guzzanti di tirare le fila, di riprendere da dove aveva lasciato e di rispondere al quesito lasciato insoluto: “Dove eravamo?”. “Dov’è Mario?” è sostanzialmente questo: un aggiornamento del momento, uno specchio sull’Italia, per capire dove eravamo quando Berlusconi cominciava a massificare nel basso dello squallore sociale, politico e televisivo, e dove siamo arrivati oggi, quando la società non vede di buon occhio ciò che esula il caro e amato berlusconismo. Una serie che appare in una maniera, ma nasconde ben altro. Non come noi, che appariamo superficiali e tentiamo in tutti i modi di trasmettere questa superficialità anche al nostro interno.

venerdì 3 giugno 2016

DOV’È MARIO? - COMMENTO EPISODIO 2

 Per capire la mia opinione su questo secondo, controverso episodio della miniserie di Guzzanti, “Dov’è Mario?”, credo sia necessario fare un passo indietro per partire dalle aspettative. Spesso sono infatti le aspettative a determinare l’esito di un procedimento di giudizio più complesso, ma ciò mistifica l’avvicinamento all’evento e lo innalza al di sopra dell’evento stesso. Quindi, se da un lato è necessario formarsi delle aspettative per poter essere consci della validità di ciò che si è in procinto di analizzare in relazione alla nostra, propria forma mentis, dall’altra bisogna contenere le aspettative ed evitare che siano condizioni di giudizio a priori, ossia che inficino il nostro sguardo portandoci a distogliere completamente l’attenzione dal vero oggetto posto di fronte a noi. Che sembra che abbia detto chissà quale verità filosofica perché ho usato un paio di paroloni, ma, detto in parole povere, sono consapevole delle mie stesse aspettative e il mio giudizio verrà comunque condizionato da esse, ma cerco in ogni caso di limitarne l’influenza negativa che possono esercitare. Tutto qua. Era facile. Mannaggia a me e a questi scatti di magniloquenza senza pari. Ma cominciamo.



Ci eravamo lasciati con un Mario sdoppiato nello spirito che, come Dr. Jekyll e Mr. Hide, vive due vite separate, scandite dal giorno e dalla notte. Questo secondo episodio si apre con un Capoccetti in grande spolvero, coadiuvato da una regia discretamente dinamica e interessante, soprattutto se contestualizzata all’apparente leggerezza dell’opera. Ma il consueto show comico non si conclude con la consueta scenetta poco comica della Rumena che viene a reclamare il Fabrizio con zucchetto, e da qui si apre la reale trama dell’episodio, che potremmo rinominare “Alla ricerca della Rumena perduta”; ma che si traduce come un pretesto per mandare avanti la trama principale e spostare il protagonista da un contesto controllato dalla presenza dell’infermiera ad uno di totale libertà/abbandono. Questa situazione porta all’ingresso in scena di un’ottima, divertente ed autoironica Virginia Raffaele, che, dopo il successo di Sanremo (più per demeriti altrui che per meriti propri), comincia finalmente a superare la sua dimensione di imitatrice occasionale per far valere le proprie capacità di caratterista, seppur sul piccolo schermo. Una presenza comunque gradita. Se però Raffaele porta un momento di novità all’interno del cast di noti, la mancanza di tutti quei camei che avevano contraddistinto la prima e morbosa parte del precedente episodio si fa sentire eccome, sfociando in una serie di momenti morti, sia dal punto della trama che da quello, purtroppo, della comicità. In questo secondo episodio infatti si ride, ma si ride molto meno rispetto al primo, con Guzzanti che sembra avere meno mordente rispetto ai precedenti quaranta minuti. In questo secondo episodio è emerso più il Guzzanti cabarettista rispetto a quello innovativo. C’è stato un passo indietro sotto questo punto di vista e, essendo la serie principalmente basata sulla capacità dell’autore romano di saper intrattenere con il riso anche nei momenti che peccando dal punto di vista della scrittura, il passo indietro si è percepito anche a livello di sviluppo della trama. Sono emersi dei limiti notevoli che potrebbero ricollocare la serie da interessante esperimento comico con un fondo di giallo/thriller, al solito prodotto a metà che a noi Italiani viene sempre benissimo.
Se le scene in cui viene portata avanti la storia principale nel presente hanno subito un rallentamento sfociato in una costruzione frammentata e poco accattivante, lo stesso non si può dire della narrazione ripetuta del momento successivo all’incidente. Narrazione inconscia che vede e rivede Mario confrontarsi con Capoccetti. Sembra che in questa sequenza ricorrente ci sia un non detto situato appena sotto il livello del dicibile, una realtà che forse non si rivelerà mai e sopravvivrà al trash forzato e smarmellato dell’opera prima di Maccio Capatonda.


Nonostante dei limiti notevoli, intravisti e superati nel prima episodio, ma ripresentatisi in questo secondo, il prosieguo dell’avventura di Mario Bambea ha saputo comunque regalare un paio di momenti che rimarranno nella storia dell’emittente Sky e che credo un giorno passeranno su blob come i classici pezzi satirici di Guzzanti. Sto parlando del dialogo con il proprietario dell’Odeon - fantastica critica di costume che punta il dito contro la televisione e contemporaneamente contro gli spettatori - e della già citata scena con la escort Virginia Raffaele. Due momenti esilaranti e intelligente che fanno ancora credere che Corrado Guzzanti sia il genio intravisto nel primo episodio. Due momenti che però non salvano la produzione da una puntata decisamente sottotono rispetto agli standard, rispetto alle aspettative.
E ci risiamo: le aspettative. Questo commento sarebbe stato lo stesso senza le aspettative generate dall’episodio precedente della serie? Non credo. Ma credo anche che i pareri espressi in questo breve, ma intenso articolo possano essere condivisi in senso assoluto, a prescindere dalle sensazioni personali fuorvianti e al di là dei condizionamenti del caso. Produrre un commento personale assoluto, al netto delle speculazioni anteriori e posteriori, è pura utopia. Ci rimane quindi un episodio claudicante, una storia impoverita e una comicità poco graffiante. Due episodi per invertire in trend. Forza Guzzanti.


giovedì 26 maggio 2016

DOV’È MARIO? - COMMENTO EPISODIO 1

Questo minuto blog è opinione, attualità, filosofia spicciola, occasionalmente cultura. La scorsa primavera-estate è stata contraddistinta da una serie di commenti alle serie TV sinceramente molto apprezzati. Numeri interessanti, per quanto modesti. Qualcosa di concluso, qualcosa di inconcludente e qualche picco tra Wayward Pines, True Detective e, il vero marchio di fabbrica di InsideMAD in versione seriale, The Knick. Poi stop, più nulla. Era quindi il caso di riprendere con le buone vecchie abitudini, ma da dove (ri)cominciare? Game of Thrones? Troppo lunga e inflazionata. Serie Netflix? Interessanti, ma con la pecca di non essere diluite nel tempo. E poi ci si distrae e risbuca il carissimo Guzzanti.



Quando la vecchia satira nostrana incontra le finanze di Murdock. La prima caratteristica che salta all’occhio è la cura con cui è stata realizzata, confezionata e distribuita questa miniserie di quattro puntate. Quando si tratta di qualità, Sky difficilmente delude le aspettative, e forse a volte non è tanto questione di idee, ma di realizzazione e spazio necessario a rendere possibile progetti ambiziosi. Corrado Guzzanti, one-man show degli anni che furono, torna in televisione con una serie fresca, ma non troppo, con quel gusto un po' era berlusconiana che fa sempre da contorno. Mario Bambea è uno stimato filosofo e intellettuale italiano che, in seguito ad un accidentale incidente stradale, si trova costretto in una situazione di sdoppiamento della personalità: di giorno si rilassa nelle sue scritture impegnate e di notte spopola nei locali malfamati della Roma peggiore come comico di bassa lega. Eppure il successo di pubblico non tarda ad arrivare.
A differenza delle precedenti collaborazioni tra Sky e Guzzanti, in cui ci si trovava spesso dinanzi ad un collage di sketch comici legati da una sottile linea rossa narrativa, nel caso di “Dov’è Mario?” la trama non è stata lasciata al caso, e, come dice la stessa descrizione del programma, l’intento dei creatori è stato quello di dare vita ad un thriller-giallo comico, ad una sorta di storia portata avanti dalla vis comica del satiro romano.
I primi minuti introduttivi della serie sembrano preparare il terreno per il resto dello spettacolo. Ci imbattiamo così inaspettatamente in camei e citazioni al reale mondo intellettuale italiano che fanno sorridere e creano un perfetto scivolamento dello spettatore all’interno della finzione. Ma le risate, quelle vere, quelle che ci si aspetta sempre da un qualunque programma di Guzzanti, arrivano solamente con la comparsa dei primi sintomi di questa schizofrenia particolare. I riferimenti si sprecano; personalmente, la doppia personalità del protagonista mi ha portato alla mente da una parte il terrificante - capitemi, ero bimbo - Stevenson, e dall’altra il recentissimo Maccio, con il suo Italiano Medio. Lo schema di fondo e lo stesso: racchiudere due stereotipi ben definiti nello stesso sornione personaggio per colpire tutti in poche, semplici mosse. Guzzanti però, a mio parere, risulta più diretto, più delineato, più sicuro, più vero, rispetto all’abbozzata e confusionaria opera di Padre Maronno.


Si parlava delle risate, ma quanto si ride? Molto, anche quando non si dovrebbe, probabilmente. Dal momento in cui Mario si “sdoppia” comincia un susseguirsi di situazioni esilaranti, ma al contempo intelligenti, interessanti e mai banali. Poche scurrilità, le giuste misure per rientrare nella cornice adatta. Guzzanti prende in giro tutti, colpisce nel segno, si diverte e fa divertire. Una scena emblematica della comicità e della capacità artistica del comico è indubbiamente quella nella radio dell’amico di vecchia data. Mario, ristabilitosi parzialmente dal trauma, viene invitato in una trasmissione radiofonica tenuta da pochi intellettuali per pochissimi intellettualissimi. In un sol colpo Guzzanti riesce a mescolare nel calderone del divertimento satirico i finti intellettuali, i sempliciotti che tentano di sembrare intellettuali, il sistema radiofonico, la nuova cultura giovane e… i grillini e i loro complotti. Così, d’emblèe.

Alla fine della puntata resta poco, o forse molto, dipende dai punti di vista. Resta una trama interessante ma probabilmente per certi versi inespressa, ma resta anche la straordinaria dote dell’autore di far ridere puntando il dito senza mostrare la mano. La conferma di una potenzialità immensa, che in un altro continente sarebbe stata osannata, e invece qui viene spesso relegata ad un ruolo secondario. Quella di Guzzanti sembra a prima vista una goliardata divertita, ma ad un occhio attento si rivela invece essere una grande dimostrazione di satira teatrale riarrangiata per il piccolo schermo. Mario è tutti e nessuno, un po’ come Pirandello, prende di mira la nostra società, l’ipocrisia, usi e costumi di una civiltà che deve sfogare l’arretratezza dietro una facciata standardizzata, e lo fa la notte, tra un medicinale per il meteorismo e gli insulti razziali. Non si risparmia nessuno, senza peli sulla lingua e senza paura di calpestare i piedi a qualcuno. Un po’ vecchia scuola, come qualche anno fa. Non ci troviamo di fronte ad un capolavoro, né ad una serie TV d’antologia, ma il divertimento è assicurato e questa rassegna delle peggiori categorie dell’Italia moderna potrebbe riservarci qualche sorpresa nelle prossime settimane.

Ma Saverio Raimondo? Me lo ricordavo più bravino come stand up comedian.

domenica 10 maggio 2015

RECENSIONI DELLA SETTIMANA 4-10 MAGGIO


FILM: Clown (2014)
Horror new wave, di quegli horror che non fanno paura. Più che altro questo Clown punta allo stomaco dello spettatore con qualche scena un po’ più forte delle altre, come quella del naso o quella del boyscout a cui il protagonista tende un agguato. Ciò che più convince di questo film è la natura di vittima-killer del protagonista; arrivati a circa metà della pellicola, quando il clown comincia a soffrire ma anche a compiere efferati omicidi, lo spettatore rimane confuso, non sa più se sperare che il povero Ken guarisca (e quindi la profezia della bestia nordica si compia) o venga fermato. A parte questa trovata poco originale ma comunque convincente, il film si compone di sequenze al limite del ridicolo: situazioni molto forzate e poco credibili, improbabile la scelta di nascondere un abito demoniaco in una soffitta random, improbabile il modo in cui il protagonista lo trova e lo indossa, improbabile la figura del clown guariti che porta solo ilarità in un film che di ilarità dovrebbe averne ben poca. I dialoghi poi sono fastidiosi, inutili e uccidono quel poco di tensione che si viene a creare nei momenti di silenzio. Ben fatte invece l’evoluzione progressiva dell’aspetto del mostro e la scena finale.
Sostanzialmente un film da vedere senza pretese, magari in compagnia di amici, per passare in maniera alternativa un paio d’ore. VOTO: 5.5


ALBUM: Unknown Pleasures (1979)
La scorsa settimana abbiamo parlato (molto bene) del film biografico Control, oggi invece analizziamo l’album di debutto degli stessi Joy Division. Il lavoro in questione mostra fin da subito i caratteri distintivi della band inglese: la voce bassa di Curtis, la chitarra suonata con foga in modo da creare un suono non sempre piacevole, i toni cupi i brani quasi unicamente strumentali che esaltano quei pochi versi persenti a pura poesia. Un prodotto figlio dei tempi che risente degli anni ’70, del punk e della decadenza della generazione contemporanea. Una pezzo della storia della musica, della storia del mondo. Copertina fantastica (vero Arctic?)
Disorder, Shadowplay e She’s Lost Control pietre miliari. Un prodotto che tutti dovrebbero aver ascoltato almeno una volta nella vita. VOTO: 9



FILM: Ogni Maledetto Natale (2014)
Film visto due volte in due giorni per capire bene se fosse una grottesca ma classica commedia italiana o un prodotto rivoluzionario e decisamente fuori dagli schemi. Beh, nessuna delle due. Sono presenti elementi innovativi degni di nota, ma alcuni dettagli abbassano il livello globale. Ottima la scelta di dividere il film in due parti e di utilizzare gli stessi attori in ruoli diametralmente opposti; i doppi personaggi più riusciti risultano quindi i Guzzanti (Corrado due spanne sopra Caterina) e Giallini (“Chi se la sente può cominciare”). I meno riusciti invece sono decisamente quelli che non hanno un doppione, cioè i due protagonisti, abbozzati, superficiali e pretenziosi.
Nella prima parte alcune situazioni sembrano meno ispirate e quindi meno comiche; anche la critica alla società fallisce parzialmente creando un contesto troppo grottesco ed eccessivo per richiamare il mondo reale; più azzeccata invece la seconda parte che punta il dito contro una classe altolocata ipocrita e superficiale. Esilarante e tristemente riflessiva la scena in cui la Morante ricca si accorge che Jimmy non è Johnny.
Un film che vive insomma di alti e bassi, di luci e ombre, ma che sicuramente non è la solita commedia (inferno, per esempio). Fallisce parzialmente ma intrattiene e diverte. Una chance la merita anche solo per il fatto che il cast e i registi sono gli stessi di Boris. VOTO: 6.5



FILM: Source Code (2011)
Uno di “quei film ce ci si capisce ma non ci si capisce”. La trama è intricata ma semplice nella struttura ripetitiva: un soldato viene scelto per essere parte del source code che gli consente di rivivere gli ultimi otto minuti di vita di un uomo su un treno prima che questo venga disintegrato da una bomba. Il suo compito è quindi quello di trovare il terrorista che ha piazzato l’ordigno in questione prima che questo esploda. In realtà poi la narrazione si sviluppa anche al di fuori del source code andando a scavare nel passato da valoroso militare interpretato da un ottimo Jake Gyllenhaal.
Il film intrattiene tenendo attivo il cervello attraverso colpi di scena inaspettati e paradossi spazio-temporali e riesce anche a muovere una critica neanche tanto velata verso l’apparato militare e paramilitare americano rappresentato dal creatore del source code stesso.
Nella stessa pellicola si mescolano il thriller-poliziesco, negli ultimi anni per certi versi decaduto, e la fantascienza classica. Quella chiamata nel finale poi emoziona e arricchisce a dismisura il protagonista. Film scritto molto bene e girato in maniera impeccabile. VOTO: 8.5



FILM: Ovosodo (1997)
Opera prima di uno dei migliori registi italiani degli ultimi venti anni, Paolo Virzì. Film che presenta tutti i connotati tipici che un prodotto indipendente dovrebbe avere: basso budget, attori esordienti (il protagonista, Edoardo Gabriellini, fu “provinato” in spiaggia dallo stesso regista), storia poco pretenziosa, ambientazione rustica e poco ricercata. La trama ripercorre circa quindici anni della vita di Piero, dalla morte della madre alla scoperta del vero amore. Il fulcro del film non è però il protagonista, ma tutti gli altri personaggi che gli ruotano attorno, come ad esempio il finto povero Tommaso, la professoressa o Lisa, il primo contatto di Piero con l’amore.
Una pellicola che con semplicità mostra le tappe più significative di una vita pervasa da un’enorme tristezza di fondo. Le difficoltà di un ragazzo solo, senza una famiglia solida alle spalle, che si trova ad affrontare una serie di eventi più grandi di lui. Uno di quei film, come ad esempio Inside Llewin Davis, che non ha un vero inizio e una vera fine, ma copre un lasso di tempo definito riuscendo anche a trovare una conclusione agli archi narrativi e alle sottotrame aperte.
A dispetto dei mezzi un film ben fatto, profondo e autoironico, come il protagonista. VOTO:7.5